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Tempestose “Ragazze di campagna”

Letto. Bello. Bello, questo “Ragazze di campagna” di Edna O’Brien, è bello. Ed è scritto bene. Dico davvero, non sto scherzando. Proprio bello. E’ leggero. E’ ironico. Commovente e straziante. Ti rende partecipe. La storia di questa quattordicenne, Caithleen, non può NON prenderti. E’ (attenzione al nome, ci tornerò) una Catherine (protagonista di “Cime tempestose / Wuthering Heights” di Emily Brontë) in sedicesimo. E’ una Jane Eyre (l’omonimo “Jane Eyre” della sorella Charlotte, sempre Brontë) in cerca di riconoscimento. E’, dunque, un po’ Catherine, un po’ Jane (e poco importa che le une siano MadeInEngland e l’altra in Ireland; quello che importa è l’Irlanda, l’essere irlandese, la campagna lontana e derisa dall’arrogante leone inglese; questo, questa, l’Irlanda, ci permette di percepire l’humus dell’autrice). L’assonanza dei nomi Caithleen/Catherine e del di lei innamorato fuggiasco Hickey/Heathcliff sta lì a suggerirlo perché non sono, non possono essere casuali come non può essere casuale il fatto che la bambina orfana Caithleen/Jane sia vessata in un caso dalla compagna/amica del cuore Baba e nell’altro da tutta una pletora di parentali zie e cuginetti. Certo, in un caso, le Cime, la parte dell’uomo è assai più preponderante, anzi direi fattuale dal momento che è il fulcro della narrazione stesso, il deus ex machina della storia (è lui il protagonista assoluto dei racconti da cui si evincerà la sfortunata saga delle famiglie Earnshaw e Linton) mentre nel 2° caso Hickey è poco più di un comprimario.

Tornando alle comparazioni, certo la pestifera Baba nulla è, di perfidia accidia malevolenza, se confrontata con il nido di vipere che è la famiglia imparentata di Jane. Ma la cattiveria, bonaria ed affettuosa in un caso e accidiosamente persecutoria nell’altro, sono comunque entrambe strettamente necessarie al divenire del carattere della protagonista. Dunque, Caithleen un po’ Catherine e un po’ Jane. Ma il tutto spruzzato da un’aura dissacrante alla Tom Sawyer, un Tom Sawyer in gonnella di tweed e calzettoni di lana spessa (le pantofole no, quelle si tengono per quando arrivano, anche se rari, gli ospiti da Dublino in estate), una Caithleen/Tom che non teme nulla e non temendo nulla nemmeno temerà il salto nel vuoto della grande city, lontana e tentacolare, ma che, sola, la avvicinerà all’avventura, all’amore, alla propria vita. E’ strano questo libro. Ed intrigante.

Strane sono, cioè, le atmosfere, i rimandi. Ed intrigante è quello che mi frulla in testa mentre leggo questa storia leggera e tremenda, questa storia di amore e amicizia ma anche di ipocrisia e cinismo. Strano, ma intrigantemente mi vengono in mente “La figlia di Ryan” di David Lean in cui la maliziosa Rosy, Ryan appunto (una splendente Sarah Miles), si prende gioco di Charles Shaughnessy (un inaspettato Robert Mitchum) e il piccolo paese perso nella brughiera sulle rive dell’oceano di fronte ad Aran, pettegolo e malevolo, le sue vecchine vestite di nero, parenti prossime in ennesimo delle streghe che tanta sfortuna portarono a Duncan, Macduff e Macbeth (vabbè, qui, nell’opera del bardo, siamo in Scozia, ma la brughiera, i tetti di paglia, i muretti a secco, il sentirsi alla fine del mondo sono identici nei due paesi gaelici). E a proposito di streghe, e di Irlanda, non posso non pensare a Corto Maltese e a Banshee O’Dannan (”… mi chiamo Banshee, ti ricordi? … porto sfortuna …”), banshees come le streghe d’Irlanda, quelle che in compagnia dei lepricauns attendono il viandante smarrito nel fitto della brughiera.

Certo, il libro (edito nel ’60, la leggenda letteraria lo vuole scritto in soli 3 mesi, mah …) è anche altro. Altro che forse, oggi, può far sorridere, ma all’epoca, quando il libro fu bruciato sul sagrato delle chiese e messo all’indice per aver raccontato il desiderio di una nuova generazione di donne che rivendicava il diritto di poter vivere e parlare liberamente della propria sessualità, bè, qualche scombussolamento nel vittoriano sentire della verde provincia lo ha di certo creato. Certo, ancora, quei tempi sono passati, lontani per sempre.

E se è sicuramente vero che molto rimane ancora da fare, dalla situazione delle donne irlandesi negli anni ’60 (presente “Magdalene” il film di inizio millennio di Peter Mullan?) molto è anche stato fatto. In sostanza, allora, questo “Ragazze di campagna” costituisce sì una presa di coscienza, forte di certo, su una situazione castrante e repressiva, ma è anche, se non soprattutto, un romanzo toccante e ironico, amaro e triste, il ritratto di un’epoca in fermento (come non può non essere il ricordo di qualunque epoca abbia costituito il passato di chiunque ne scriva), un’epoca così vicina eppure così lontana nel tempo, un’epoca che ha significato così grandi cambiamenti e anche, of course, così tragiche contraddizioni, che ci stupisce ancora, nonostante tutto, per la freschezza e la sincerità e la spontaneità che la storia, e la scrittura, conserva.

In ultimo, io non l’ho fatto ma credo ne varrebbe la pena. Leggere anche gli altri titoli della trilogia (“La ragazza sola” – Rizzoli, 1963 e “Ragazze nella felicità coniugale” – E/O, 1990) giusto per vedere cosa della ragazza di allora si sia conservato nel tempo e cosa, invece, quali indagini psicologiche, quali denuncie sociali, ne siano scaturite.

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