|

Ci sono anni. Ci sono anni che segnano, senza che nulla lo faccia presagire, la vita di ciascuno di noi. Nel 1974, ad esempio, risale il mio primo lavoro l’estiva campagna dello zucchero, vero e proprio classico dei ragazzi bolognesi di quei tempi. Era un lavoro stagionale, durava qualche settimana, in genere due o tre, in contemporanea alla raccolta delle barbabietole in uno dei tanti zuccherifici che sorgevano nel territorio (Molinella, Argelato e chi si ricorda più…). Chi invece, come me, aveva la fortuna di lavorare negli uffici centrali di via D’Azeglio (la vecchia ormai scomparsa A.N.B., Associazione Nazionale Bieticoltori) si trovava impiegato un paio di mesi o poco più perché il lavoro prevedeva un prima organizzativo e un dopo consuntivo. Si iniziava in agosto, e si arrivava  a fine settembre/metà ottobre. Ed erano i tempi in cui la combriccola di allora, tutti studenti, veniva a prendermi all’uscita in D’Azeglio per poi cominciare quelle lunghe, interminabili serate, quando la luce di Bologna illumina le facciate dei palazzi di rosso mattone, di discussioni sulla musica (era l’anno di “Bella senza anima” di Cocciante e “Rebel Rebel” di Bowie, “Piccola e fragile” di Drupi e “Killer queen” dei Queen, “You’re the first, the last“ di BarryWhite e “Kung Fu Fighting” di CarlDouglas, “Jungle in the jungle” dei JethroTull e “Ballata dell’amore cieco” di DeAndré, “Canzone delle osterie di fuori porta” di Guccini e “Tutto a posto” dei Nomadi, “Come un Pierrot” di Patty e “Tu, forse non essenzialmente tu” di RinoGaetano) e dei primi bicchieri di vino al “Sole”, di passeggiate e di film nelle tante arene all’aperto (dal dirompente “Frankenstein Junior” di MelBrooks al … lascia stare Jake, è … “Chinatown” di Polansky, dal leatherface di “Non aprite quella porta” di Tobe Hooper al crepuscolare “C’eravamo tanto amati” di Scola, dal secondo “Padrino” alla preveggente “Conversazione” di Coppola, dai turbamenti del “Portiere di notte” della Cavani a quelli del “Fantasma della libertà” di Bunuel, dall’incontro/scontro tra la classe operaia e la borghesia blasé di “Travolti da un insolito destino” allo sdoganamento dal western di Eastwood in “Una calibro 20 per lo specialista”, dalla rilettura patriottarda di “Allonsanfan” dei Taviani alla freschezza di una ragazzina, Isabelle Adjani, che avrebbe riempito a lungo i nostri sogni adolescenti nello “Schiaffo”,  dall’amarezza venata di ironia, ma varrebbe anche dall’ironia velata di amarezza, della “Prima pagina” di Wilder all’amarezza senza sconti del primo Scorsese di “Alice non abita più qui”, dal canto disperato di Peckinpah di “Voglio la testa di Garcia” all’algida crudeltà viscontiana del suo “Gruppo di famiglia in un interno”, dal dolente Cassavetes di “Una moglie” allo scanzonato duo, ma solo al cinema, Delon/Belmondo di “Borsalino”, dal disturbante polar francese “Ultimatum alla polizia” alla “Gola profonda” che fece balenare l’idea di un porno che allora definimmo d’autore per finire con il paradigmatico “FoxyBrown”, pietra miliare della blaxploitation diretto da un regista bianco, JackHill, ma interpretato dalla regina nera del genere, PamGrier), chiacchiere e libri.

E parlando di libri (tra i tanti pubblicati in quell’anno ci sono l’apologia dell’epoca del “Ragtime” di Doctorow e i reduci post traumatizzati dal Vietnam “Guerrieri dell’inferno” di RobertStone, il capostipite “Carrie” di StephenKing e la denuncia del vojerismo spietato che può distruggere“L’onore perduto di KatharinaBlum” di Böll, i prodromi della metafisica della Qualità dello “Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Pirsig, l’horror oceanico de “Lo squalo” di Benchley e il desolato travet del “Secondo tragico libro di Fantozzi”, le ossessioni paranoiche della CIA de “I sei giorni del condor” di Grady e il ritorno di SherlockHolmes ne “La soluzione sette per cento” di NicholasMeyer, l’interpretazione personale e favolistica della storia patria de “Il prato in fondo al mare” di StanislaoNievo e quella rivisitata e criticata de “LaStoria” della Morante, il noir interiore in salsa berlinese de “L’amico americano” della Highsmith e quello autobiografico e mediterraneo dei “Duri a Marsiglia” di GiancarloFusco) curiosamente mi accorgo che proprio del 1974 è la raccolta di racconti “Enormi cambiamenti all’ultimo minuto” di Grace Paley che costituisce la parte più sostanziosa e per certi versi fondante di “Tutti i racconti”, l’antologia completa dell’opera della scrittrice di cui abbiamo accennato tempo fa parlando di minimalismo letterario al femminile (un esempio illuminante di cosa si intende quando si parla di minimalismo, è dato da questa epigrafe all’edizione appena edita da EinaudiBigSur e scritta dalla stessa autrice, “Mi sembra giusto dedicare questa raccolta alla mia amica Sybil Clairborne, collega nel mestiere di scrittrice e di madre. Un giorno del 1957 passai da casa sua, a un quarto piano su Barrow Street, e lì vidi con i miei occhi i suoi due mariti che si lamentavano delle uova. Dopodiché iniziammo a chiacchierare e per quasi quarant’anni non smettemmo più. Poi lei morì. Tre giorni prima mi disse adagio, con il garbo di una persona insoddisfatta a cui restavano forse dieci parole: Grace, la vera domanda è: come va vissuta la nostra vita?” che, molto più profonda di una semplice epigrafe si configura come paratesto a tutti gli effetti).

La letteratura del periodo, però, non era tutto minimalismo, anzi. Il contesto in cui i vari Carver, Ford, Beatty, Paley si muovono è infatti, se non propriamente wasp, essenzialmente quello bianco della media borghesia magari prostrata dalla crisi economica e politica che inevitabilmente si ripercuote sull’affettività e socialità dei loro personaggi ma che comunque riguarda persone che hanno studiato, non sono dovute partire per il Vietnam, e stanno cercando o rincorrendo o semplicemente e stancamente aspettando una loro possibilità. Quello a cavallo tra la metà degli anni ’60 e la metà dei ’70, è anche il momento della riscoperta e orgogliosa presa di coscienza dei neri afroamericani. Certo, una rivendicazione di diritti e libertà che ebbe sanguinose ripercussioni (Megard Evers fu assassinato nel 1963 a Jackson, MalcolmX nel 1965 a NewYork, Martin Luther King nel 1968 a Memphis) ma che non impedì il levarsi di forti voci che rivendicavano diritti e libertà ripercorrendo strade intraviste già sul finire degli anni ’50. Ed è in questo ambiente di forte consapevolezza sociale e bisogno indissolubile di espressione, che nasce la parabola di James Baldwin (NewYork 1924, Saint-Paul-De-Vence 1987), scrittore, gay, attivista dei diritti civili. La sua parabola umana lo vede abbandonare il Greenwich Village nel 1948 per trasferirsi nel sud della Francia dove vivrà a lungo e dove pubblicherà il suo primo romanzo, “Gridalo forte” nel 1953 e da dove si muoverà per tutta l’Europa e per tornare regolarmente negli StatiUniti; una scelta di vita che però non lo allontanerà mai dal suo sentirsi, ed essere, uno scrittore statunitense che non ha mai cessato di riflettere sulla propria condizione di uomo nero in un’America bianca. Esemplare, in questo senso, il suo tredicesimo romanzo, “Se la strada potesse parlare” che, scritto nel 1974 ed ecco il punto di contatto con il lungo incipit, per tematiche, spirito, modalità narrative e scrittura potrebbe tranquillamente essere stato scritto negli anni ’50 in cui i protagonisti, una coppia di giovani neri, ci sono descritti come intrappolati in quella che viene definita la discarica di NewYork, perennemente alla mercé del capriccio di bianchi razzisti ed ignoranti e che non possono nemmeno contare sull’aiuto del BlackPower o di altri movimenti radicali (del resto, nella realtà, Baldwin fu attaccato da Eldridge Cleaver, il leader delle BlackPanther,  per avere raccontato l’omosessualità all’interno della comunità nera di NY).

La storia, banale vede la diciannovenne Tish aspettare un figlio da Fonny, un giovane scultore ( così si presenta a Joseph, il padre di Tish, per convincerlo ad acconsentire al matrimonio “… carico camion da trasloco di giorno e scolpisco di notte. Sono uno scultore. Sappiamo che non sarà facile. Ma sono un vero artista. E diventerò un ottimo artista, magari anche un grande artista …”) che viene accusato di avere stuprato una donna portoricana dai maccheggi di Bell, un poliziotto bianco e razzista, che ne coercizza la testimonianza.

Raccontato in prima persona con uno stile scarno ed asciutto, “Se la strada potesse parlare” è un romanzo potente e sobrio, poetico ed allegorico e se il crescendo della sua suspense è notevole, il vero dinamismo del racconto è del tutto interiore. Non così l’indignazione dell’autore per la palese ingiustizia subita dal giovane Fonny quando fa esclamare alla madre della protagonista: “… chiunque abbia scoperto l’America si meritava di essere messo in galera, in catene, di morire …”.

Una lettura forte, quindi, ma non refrattaria, di conoscenza e non di repulsione. Per dirla con le parole di Joyce Carol Oates, “… una storia commovente e dolorosa. Così intensamente umana e così palesemente basata sulla realtà che ci arriva addosso come un’opera senza tempo, un’arte che non ha bisogno di alcun artificio estetico e ancor meno di eccessi apocalittici dettati dalle mode …”.

Da ricordare, infine, che esiste una versione cinematografica del 2018 diretta dal premio Oscar, per “Moonlight”, Barry Jenkins.

Share Post