|

Home2016

Dicembre 2016

Non ho memoria di festività natalizie o di fine anno senza Zamponi e Cotechini nel piatto. A volte con un contorno di lenticchie che, come insegnano i nonni, favoriscono soldi e benessere, altre con un buon pure’ che invece favorisce la piacevolezza del pasto. D’altra parte l’origine di questi insaccati è assolutamente pre-natalizia. Un tempo i contadini macellavano il maiale domestico a partire dal giorno di Santa Lucia che come è noto cade il 13 di dicembre. La maggioranza delle carni macellate veniva destinata alla lunga stagionatura mentre una piccola parte si consumava nelle settimane seguenti, soprattutto per le imminenti festività religiose. E il posto d’onore era sempre riservato a Zamponi e Cotechini. La storia, o meglio la leggenda, fa invece risalire la loro “invenzione” all’anno 1511 quando le truppe di Papa Giulio II Della Rovere assediarono Mirandola, alleata dei francesi. I mirandolesi ormai allo stremo decisero di macellare i maiali presenti nelle stalle all’interno delle mura. Non potendo stagionarne le carni, ne’ conservarle fresche  decisero di insaccarle nelle zampe e nella cotenna del maiale per cuocerle successivamente. È così, ancora una volta, dalla difficoltà nacque un’opportunità. Nel 1999 l’Unione europea ha invece riconosciuto l’unicità di origine, con relativa tutela dalle contraffazioni, dello Zampone di Modena IGP e  del Cotechino di Modena IGP. In entrambi i casi le zone di produzione comprendono le province di Modena, Ferrara, Ravenna, Rimini, Forli’, Bologna, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Pavia, Milano, Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona e Rovigo. Il composto però e’ sempre quello: un impasto di carne magra, grasso e cotenna di suino, con l’aggiunta di sale, pepe e altre spezie. Infine mi corre l’obbligo di smentire un luogo comune. Il Cotechino ha pochissime calorie. Un etto di insaccato dà un apporto calorico di circa 250 calorie, meno di un piatto di pasta scondita. Il colesterolo è presente in quantità simili a quelle del pollo o della spigola e comunque inferiori a quelle di tanti altri alimenti. Insomma un piacere senza  “sensi di colpa. Tant’e’ che a Castelnuovo Rangone quest’anno è stato festeggiato, celebrato, preparato, cotto e mangiato un Super Zampone di 840 kg! Un record Iscritto regolarmente al Guinness mondiale dei primati.

Per concludere l’anno con l’augurio di buon auspicio….una tradizione rivisitata….

Ingredienti:

  • Piccole lenticchie Umbre
  • 1 cipolla
  • 1 carota
  • 1 spicchio d’aglio
  • mezza costa di sedano
  • 1 bicchiere di passata di pomodoro
  • Olio extra vergine d’oliva e brodo vegetale per la cottura lenticchie
  • 1 cucchiaino di curry

Zampone fresco da cuocere, oppure quello precotto, da tagliare a triangoli e sgrassare comunque in forno dopo la cottura a bagno in acqua.

Procedimento:

In una casseruola soffriggere leggermente con un filo d’olio la cipolla, il sedano, la carota (tagliati a quadretti) e l’aglio.

Aggiungere le lenticchie, il pomodoro e il brodo vegetale e portare a cottura.

Aggiustare di sale solo alla fine e aggiungere a gusto personale un piccolo cucchiaio di curry.

Con un mixer ad immersione frullare il tutto, mantenendo da parte un cucchiaio di lenticchie non frullate.

Intanto cuocere lo zampone, tagliarlo a fette e poi in quattro pezzi (per comporre il piatto).

Sgrassarlo in forno caldo per qualche minuto.

Impiattare versando la crema, i pezzetti di zampone e le lenticchie intere.

Un filo d’olio  ed un  po’ di Curry per concludere!

 

Buon 2017 da G&G

Ingredienti:

– 100 gr prosciutto crudo

– 100gr mortadella

– 100gr lombo di maiale

– 100 gr di parmigiano reggiano

– 2/3 uova

– noce moscata

Preparazione:

Preparare l’impasto macinando gli ingredienti, unire le uova la noce moscata e rimacinare, lavorarlo molto bene per far sì che risulti un impasto omogeneo.

Questo quantitativo di ripieno puo’ servire per riempire circa 3 uova di sfoglia (per preparazione sfoglia: 1 etto farina/1uovo).

Una volta tirata la sfoglia tagliare dei quadrati di circa 3/3,5cm farcirli e chiuderli.

Cuocerli rigorosamente in brodo di capone.

BUON NATALE DA G&G

La Piadina pur avendo origini antichissime registro’ il suo exploit culturale e commerciale nei primi anni del 900. Fu Giovanni Pascoli ad eleggerla a simbolo universale della “Romagna solatia, dolce paese, cui regnarono Guidi e Malatesta; cui tenne pure il Passator cortese, re della strada, re della foresta”. Per lui era il “pane di Enea”, il “pane rude di Roma”, la “mensa” del settimo canto dell’Eneide. Il poeta di San Mauro dedico’ addirittura un poemetto al “pane nazionale dei romagnoli”, chiamandolo, ovviamente, “La Piada”. Nella presentazione, pubblicata su “Vita Internazionale” scrisse: “Piada, pieda, pida, pié, si chiama dai romagnoli la spianata di grano o di granoturco o mista, che è il cibo della povera gente; e si intride senza lievito; e si cuoce in una teglia di argilla, che si chiama testo, sopra il focolare, che si chiama arola…”. Negli anni 60 il boom turistico della riviera romagnola porto’ alla notorietà nazionale ed internazionale spiagge, ombrelloni, pedalò, bagnini e pensioni a buon mercato e, naturalmente, le immancabili piadine romagnole farcite e le simpatiche ed abili “piadinare” dei chioschi  sul lungomare. In breve tempo la piadina divenne un prodotto di larghissimo consumo e come tale di massimo interesse per le industrie alimentari italiane e straniere. Al punto che i produttori romagnoli dovettero correre ai ripari contro i rischi di usurpazione della qualifica “romagnola” chiedendone la tutela europea. Il 4 novembre 2014 e’ stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea l’Indicazione geografica protetta (IGP) “piadina romagnola” che stabilisce che la piadina romagnola può essere prodotta solo in Romagna, vale a dire nelle provincie di Rimini, Forlì-Cesena, Ravenna e parte di Bologna e solo con le materie prime della tradizione, senza conservanti, aromi o altri additivi: farina di grano tenero, acqua, sale, strutto o olio di oliva. Il Disciplinare prevede due tipologie di piadina: la Romagnola IGP, con un diametro di 15-25 cm e uno spessore di 4-8 mm e la Romagnola IGP alla Riminese, con un diametro maggiore, 23-30 cm, e uno spessore  più sottile, fino a 3 mm. Infine quando almeno tre fasi di produzione sono eseguite a mano e la piadina non e’ protetta da confezioni chiuse, si può commercializzare con la dicitura “lavorazione manuale tradizionale”.

“E’ un olocausto. In questo mondo, noi non stiamo facendo niente mentre i bambini vengono macellati ogni singola ora. Non chiedetemi chi ha ragione e chi ha torto. Chi sono i buoni o i cattivi, perché nessuno lo sa. E francamente non importa. Ciò che importa è che sta succedendo ora sotto i nostri occhi e nessuno sta facendo qualcosa per fermarlo. Chi sta urlando per i bambini? Nessuno”. A dirlo è Lucy Aarish, giornalista della tv di Stato arabo-israeliana, parlando dei bambini di Aleppo.

Aleppo, la città patrimonio dell’umanità dell’Unesco, martoriata della guerra civile e dai bombardamenti, dove è proprio l’umanità ad essere scomparsa, ed a pagarne le conseguenze sono soprattutto loro, i bambini. Vittime innocenti, che hanno vissuto anni infernali; la più grave strage dal dopoguerra ad oggi.

Oggi, giovedì 22 dicembre, l’Unicef lancia #AleppoDay, chiedendo a tutti noi cittadini di esporre sui nostri balconi una coperta, simbolo di calore umano e protezione; un gesto simbolico per dire no a questa atrocità e ribadire che i bambini vanno salvaguardati, ovunque essi si trovino, come recita la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, perché i bambini di Aleppo non siano meno bambini degli altri…

Per Prodi, fu colpa di Bertinotti, di Mastella, di D’Alema, del sistema elettorale. Eccetera, eccetera….insomma fu colpa del mondo intero, fu colpa del “destino cinico e baro”. Per Berlusconi fu colpa della Merkel, delle banche centrali, di Napolitano, dei comunisti. E, alla fine, sempre del “destino cinico e baro”. Per Renzi è stata colpa di Bersani, di D’Alema (di nuovo, lui c’entra sempre), del Sud, della sinistra che dice sempre “no”. E si può continuare fino, appunto,  “al destino cinico e baro”. Tre leader, tre storie agli antipodi, tre caratteri molto diversi, tre cadute rovinose, ma un’unico filo rosso: nel momento della sconfitta loro non ci sono. E’ sempre colpa di qualcun altro. Come per il mitico segretario del Psdi Giuseppe Saragat dopo la sconfitta elettorale del ’53. “Colpa del destino cinico e baro” dichiarò e divenne una delle più celebri frasi fatte del politichese da Prima Repubblica, ma anche il riassunto di un pezzo della cosicenza nazionale: la poltrona non si molla.

Quell’epoca è finita, ma quello spirito di sopravvivenza, quell’idea di essere indispensabili, no. Mai una volta che si prendano le loro responsabilità. E’ curioso, inquietante e nello stesso tempo illuminante il ripetersi di questo ritornello nostrano. Pensate se Cameron, dopo Brexit, si aggirasse ancora per le stanze che contano. O se la signora Clinton, nell’ultima uscita giustamente vestita a lutto e contrita, fosse ancora lì che trama. Da noi, invece, è la regola. Dopo più di dieci anni dalla doppia caduta dei governi Prodi (1998-2008) siamo ancora qua che nella sinistra ci si palleggiano le responsabilità. Anzi, peggio, si rinfacciano. Responsabilità che senz’altro ci sono da tutte le parti. Ma se uno è un leader, se uno è il capo, sua è la gloria e sua è la sconfitta. Non si scappa. Nel segreto della sua stanza Prodi, forse anche giustamente, può pensare tutto il male possibile dei suoi “sgambettatori”. Ma in pubblico no. Il capo che non ha capito, che non ha previsto, che non ha prevenuto quelle dolorose defezioni, che ha sbagliato tattica, strategia o alleati non può far finta di niente. Nessuno vuole fucilazioni, nè gogne politiche o mediatiche. Semplicemente un congruo periodo di riflessione. Dalle nostre parti si direbbe che, per un po’ – qualche mese, qualche anno – il leader che ha perso “sta sotto aceto”. Lo stesso discorso per Berlusconi nel 2011. Senz’altro ci sono stati fattori interni e internazionali che lo hanno spinto verso le dimissioni. Ma lui era il leader e lui ci aveva portato sull’orlo del baratro. Inevitabili le dimissioni. Meno giusto che dal giorno dopo abbia ricominciato come prima.

E Renzi? Renzi si è dimesso, si è assunto tutte le responsabilità. Evviva, ma non è così, basta ascoltare attentamente il discorsetto che ha fatto. Renzi ha mollato il governo (ed era impossibile fare diversamente, dopo che come in una partita di poker si era giocato tutto su una casella), per rifugiarsi al Nazzareno a preparare la vendetta. Di nuovo, proprio lui che doveva rppresentare il nuovo. Proprio lui, il rottamatore (degli altri). Come Prodi, come Berlusconi che sono ancora lì a rimuginare vendette, rese dei conti. Senza mai fare i conti con se stessi. Renzi ha portato una nazione lacerata al voto, ha diviso l’Italia, ha seminato tossine che resteranno in circolo per anni, ha spaccato il suo partito, lo ha condotto contro un muro. E che fa. Resta segretario per continuare come prima. Peggio di prima. Ha imposto Gentiloni, Boschi, Lotti…e via come se niente fosse. “Sotto aceto” non ci è stato nemmeno un giorno. Neppure una mezza frase di autocritica. Nemmeno una smorfia di delusione sul viso. Il bello è che nessuno glielo ha neppure chiesto. Errore grave, anche per se stesso. Un passo indietro adesso e magari fra un anno lo andavano a cercare.

Molti di voi saranno passati davanti alla rotonda di Borgo Panigale, altri avranno percorso via della Grada fino all’incrocio con via Riva di Reno  e San Felice, mentre nelle passeggiate da via Saragozza verso il Meloncello è impossibile evitare di passare davanti alla porta. Se nel vostro passeggiare o affrettarvi per le incombenze quotidiane avete avuto modo di alzare lo sguardo al momento opportuno, avete incrociato alcuni monumenti di arte pubblica. Se non  ne avete mai avuto occasione, il  “corridoio delle Muse”  vi invita a farlo.

Vedrete quindi, nell’ordine: il monumento all’autotrasportatore, quello alla lavandaia e dulcis in fundo, quello a Padre Pio. Avremmo potuto portare altri esempi ma vi lasciamo compilare una vostra personale lista di questo tipo di abbellimento urbano che si offre all’occhio e rinsalda la memoria.  Infatti quasi sempre i monumenti di arte pubblica altro non sono che un  memento, un ricordo di quanto in quel  luogo accadde oppure che quel luogo richiama alla mente e necessità di una celebrazione.

Partendo dal nostro breve elenco, cominciamo dal più evidente, visto che è alto una decina di metri: il monumento al camionista. E’ un omone gigantesco che sbilancia il corpo in un passo che gli deve costare un certo sforzo perché sulla schiena porta un camion, un camion vero installato lassù con un’esibizione muscolare e tecnologica di pregio.

L’artista di cui conviene segnalare il nome, è Andrea Capucci e la sua opera sorveglia la rotonda dal 2010. Il monumento è frutto di un concorso di idee e  Capucci si è aggiudicato il primo posto grazie ad una giuria di paesaggisti, esperti d’arte e architetti del Comune che immagino tutti appassionati di fantascienza. Non so’ cosa ne pensano le passeggiatrici che di solito lavorano nei pressi ma alla sera, quando dai fari del camion viene sparata un’intensa luce blu e la figura gigantesca diventa luccicante come un vestito di Paco Rabanne degli anni Sessanta, il monumento rivela tutta la sua appartenenza ad una categoria estetica precisa: l’orrido affascinante.

2016-12-18-lavandaiaPassiamo ad un altro punto strategico della città, il trafficato incrocio via della Grada, via Riva di Reno e San Felice. Qui passava il canale e qui era, fino a pochi anni dopo la seconda guerra,  il luogo di lavoro delle lavandaie. Dura vita la loro, piegate sui lavatoi che digradavano a pelo d’acqua o addirittura calate dentro cisterne immerse nel canale ed ancorate alla sponda. Umidità, fatica, freddo, geloni, erano la loro compagnia quotidiana. Cosa scopriamo invece grazie a questo monumento? Che se ne stavano nude, sedere all’aria, in atteggiamento disinvolto, lo sguardo perso nel vuoto quasi a chiedersi: ma che ci faccio in questa scatoletta di latta come un trancio di tonno qualsiasi? Ce lo chiediamo anche noi dal 2001 quando venne inaugurato e da allora sfida il traffico, le polveri sottili e anche le critiche e i giudizi dei bolognesi. Abbiamo sempre pensato che semmai un’antica lavandaia, in genere donnone ben piantate con braccia robuste e caste lunghe vesti, lo vedesse ci sarebbe da temere per la salute dei componenti della Commissione Qualità urbana del Comune.

A porta Saragozza possiamo godere di un monumento questa volta dedicato non ad una figura astratta ed esemplare, ma a padre Pio da Pietralcina. Lo scultore centese Salvatore Amelio lo ha progettato nel 2003 e raffigura il frate che allarga le 2016-12-18-padre_piobraccia in un gesto ecumenico e con la mano sinistro stringe la corona del Rosario, indicando il cielo e con lo sguardo invitando i più pigri a salire a San Luca.

I tre esempi che vi abbiamo velocemente riportato sono episodi di arte pubblica. Quello sull’arte pubblica, è un dibattitto da sempre complesso e negli ultimi anni, con il processo costante d’immigrazione da altri paesi, si è arricchito di ulteriori risvolti.  Va coltivata la consapevolezza  che non sono solo le esigenze commemorative che spesso virano in necessità politiche, a dover essere tenute in considerazione: l’arte pubblica dovrebbe diventare arte partecipata, rispettando il difficile equilibrio tra contesto urbano, sociale, valutando le aspettative di chi quel luogo lo vive. Ogni intervento site specific dovrebbe essere frutto di una collaborazione tra artista e società civile consentendo ai cittadini di esprimersi direttamente e quindi riconoscersi nell’opera che abiterà poi per lungo tempo il loro sguardo. Difficile, certo ma non impossibile.

Altrimenti i concorsi di idee e gli interventi site specific accadranno spontaneamente: il grande camionista poco dopo la sua inaugurazione venne omaggiato di un paio di argentei attributi virili, mentre l’incolpevole padre  Pio in bronzo è stato trasformato con opportuna inserzione di spada laser, nel monumento a Padre Obi-Wan Kenobi. Questi sì interventi molto, molto site specific.

 

Ingredienti:

  • Filetto di rombo
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 pugno di bacche di pepe rosa secche
  • 1/4 di panna vegetale
  • 1 fetta di pane da toast per crostino

Procedimento:

Assicuratevi che il filetto non abbia la pelle, altrimenti toglietela.

In una padella antiaderente fare imbiondire lo spicchio d’aglio schiacciato, appoggiateci il filetto di rombo dalla  parte della “schiena” e fatelo soffriggere qualche minuto.

Giratelo e fatelo cuocere qualche altro minuto, poi aggiungete il sale e versate la panna.

Fate prendere un po’ di bollore, dopodiché abbassate il fuoco e fate cuocere al massimo per una decina di minuti.

A pochi minuti dalla fine aggiungete le bacche di pepe rosa, togliete il filetto e impiattate.

Portate a restrizione la salsa fino a renderla cremosa e nel frattempo tostate la fetta di pane e tagliatela a triangolo.

Decorate il piatto ed aggiungete un filo d’olio.

 

Buona Vigilia da G&G

“Mi piace la Bologna e poi mi piaci tu”. Così canta Zucchero Fornaciari nella celeberrima canzone “Cuba libre”. La “Bologna” del bluesman di Reggio Emilia è naturalmente quella della denominazione che identifica universalmente la Mortadella, il profumatissimo e inconfondibile salume felsineo, che, nella sua personalissima gerarchia delle passioni, viene, evidentemente, prima della donna amata o desiderata. Cose che possono succedere. Gli amori a volte passano, si raffreddano, perdono priorità, la mortadella invece resta quella della prima volta, un piacere assoluto, un’emozione che si rinnova. Un vero e proprio imprinting per la vita. Perfino il numero 1 mondiale degli Chef, il geniale Massimo Bottura, ha celebrato la sua iniziazione infantile alla “Bologna” con un piatto-icona ormai asceso ai vertici internazionali del gusto, il famoso  “ricordo di un panino alla mortadella”. Ma perché la Mortadella di Bologna è tanto amata? Le ragioni sono tante. Senza disturbare nostalgie, tradizioni, storia, cultura, unicità dei territori direi, semplicemente, perché è buona. La si fa con puro suino finemente triturato, mescolato con lardo, aromatizzato con spezie, insaccato in budello naturale e cotto nelle grandi stufe per diverse ore. Una volta tagliata, la superficie si presenta vellutata e di colore rosa vivo uniforme; il profumo e’ particolare ed aromatico, il gusto tipico e delicato. Contrariamente a quel che si pensa non ha particolari controindicazioni dietetiche: un etto di Mortadella possiede circa 288 calorie, meno di un piatto di pasta e le stesse della mozzarella fior di latte; ha inoltre soltanto 60/70 milligrammi di colesterolo per etto, come la carne bianca più dietetica ed una bassa presenza di sale.

 

 

Spettrale, morta, immobile dalle sei di sera alle otto di mattina. Stessa scena nei weekend e nelle feste comandate. L’Aquila, dopo sette anni da quel 6 aprile 2009, è un cantiere. Un cantiere infinito che vive delle voci degli operai, dei rumori delle ruspe, dell’odore della calce solo durante le ore di lavoro. Poi il silenzio. Qualcosa è stato fatto, le impalcature ci sono, le gru si vedono, ma resta l’impressione sconfortante di un impresa eterna: quella di ricostruire un intero centro storico di una città che si era formato nei secoli ed è crollato in una notte.

Ingredienti:

  • 1 cardo
  • 1 spicchio d’aglio e un po di prezzemolo
  • qualche patata
  • un po’ d’impasto da polpette (volendo si possono fare anche di ricotta)
  • brodo vegetale qb

PROCEDIMENTO:

Per prima cosa pulire e pelare levando i fili il cardo, tagliarlo a pezzettini e lasciarlo a bagno in acqua e limone.

Intanto in un tegame con un po’ d’olio extra vergine d’oliva  fare imbiondire leggermente l’aglio, aggiungere il cardo e fare soffriggere qualche minuto, coprire con il brodo aggiungendone man mano fino a che il cardo non sia pronto.

A meta’ cottura aggiungere le patate tagliate a quadrettini e a pochi minuti dalla fine unire le polpettine ed ultimare la cottura.

Impiattare, aggiungere un po di prezzemolo crudo, affiancare le polpettine, una macinata di pepe…

…e buona Zuppa di Cardo da G&G