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Giugno 2016

Ha riaperto da una settimana lo spazio più trendy (in questo caso non solo modaiolo o dedicato al turismo mordi&fuggi) e di qualità per quelle che saranno le serate di quest’estate bolognese.

Sto parlando del Mercato delle Erbe e dell’ormai classica festa di strada che da alcuni anni allieta, fino a fine luglio, le serate dei gaudenti.

Certo, come in tutte le situazioni in cui bisogne far convivere diverse (e a volte opposte) esigenze, tensioni e incomprensioni (tra chi vuol godere, complice la temperatura che si farà via via più calda, del fresco della sera sorseggiando e mangiando cose buone magari facendo le ore piccole se non proprio piccolissime e chi, giustamente, vorrebbe poter dormire e/o riposare a partire da una certa ora, nemmeno troppo tarda) sono e saranno inevitabili. Ma tutto questo, le frizioni, speriamo rimanga sulla carta. Si è infatti fatto di tutto per cercare di venire incontro alle diverse esigenze e sensibilità.

Rispetto allo scorso anno, infatti, quando la strada era completamente bloccata da un groviglio unico di carne umana, ci si potrà avventurare nella piazzetta senza poter sostare in piedi con o senza bicchierino ma solo se si ha un posto a tavola (e bisogna dire che, ne sono stati aggiunti tanti, quasi raddoppiati, avendo occupato anche un pezzo della adiacente via San Gervasio). Queste novità (non è un’ordinanza comunale, ma rappresenta bensì una mediazione dell’assessorato allo Sviluppo Economico tra l’associazione dei commercianti e i residenti) non sono dovute solo a considerazioni di ordine commerciale, ma anche di sicurezza: ad esempio, le scale del mercato resteranno sgombre, non sarà cioè più possibile bivaccare, così come sotto il portico. Inoltre, alle 23.30 saranno tolti i tavoli extra, a mezzanotte si chiuderanno i dehors, all’una i locali dentro al mercato vero e proprio e alle due gli altri. Il controllo sarà a carico dei commercianti, che invitano a prenotare, come si fa per la festa del jazz in via Mascarella o come si faceva per le serate, sempre di jazz, organizzate da Gilberto Baroni in via San Carlo.

Stefano Righini

Stefano Righini

Monterenzio, come ogni estate da tredici anni, accoglie questo appuntamento caro a tutti coloro che cercano un colorato ristoro e una occasione di conoscenza, si tratta di un viaggio in un contesto suggestivo, lungo il torrente ed accanto al Museo Archeologico Fantini tra storia e fantasia dove i visitatori sono accolti in un paesaggio suggestivo ed evocativo in un vero e proprio salto nel tempo. Archeologia, musica, danze, spettacoli, gastronomia, artigianato e rievocazioni storiche.

La parola di oggi è DEFAULT

Default (pr. defoolt) viene dal francese ed ha il significato originario di “difetto”.

Nel linguaggio economico e finanziario si riferisce principalmente all’insolvenza di uno Stato rispetto alla possibilità di ripianare i debiti contratti ed è quindi inteso come il “fallimento” di uno Stato.

Il termine ha cominciato a ricorrere frequentemente in associazione alle profonde crisi economiche e finanziarie dei cosiddetti stati PIGS (in inglese “maiali” ), ovvero Portogallo, Italia, Grecia e Spagna laddove lo spettro piu’ o meno veritiero dell’insolvenza ha portato a drastiche misure di austerità i cui effetti hanno peraltro acuito e reso piu’ drammatiche le situazioni di Grecia e Spagna.

Altra espressione molto utilizzata è : “opzione di default” che sta ad indicare in informatica  la risposta automatica o pre-impostata rispetto ad uno stimolo e che è passata nel linguaggio comune come scelta predefinita e non modificabile.

La medicina amara di natura esclusivamente finanziaria non ha dunque sortito gli effetti sperati gettando luce sull’incapacità, anche a livello europeo, di affrontare il tema della crescita in maniera sana e sostenibile forse perché di “default” si è preferito adottare discutibili scelte pre-impostate e non flessibili rispetto a situazioni diverse e complesse.

Ricordate “Goganga” di Giorgio Gaber? Un immaginario paziente è affetto da un ridicolo “difetto” di pronuncia consistente in un fischio.

Per eliminarlo si rivolge al dottore che applica uno speciale apparecchio e intima 3 giorni di rigoroso silenzio.

Al termine della cura il paziente ritorna dal medico, il fischio è scomparso, ma la terapia non è riuscita il fischio si è trasformato in irriverenti pernacchie….probabilmente “di default”.

Sono passati ormai già 5 giorni dal referendum britannico che ha sancito la volontà di uscire del Regno Unito dall’UE. E a Bruxelles non si parla d’altro ovviamente, ma non solo all’interno dei palazzi dell’Europa attorno alle piazze Schuman e Luxembourg (sedi rispettivamente del Consiglio e della Commissione l’una e del Parlamento l’altra). No, a Bruxelles, sui giornali locali tanto quanto su quelli nazionali, tutti si stanno chiedendo: che fine faranno le migliaia di britannici che abitano da anni, se non decenni, nella capitale belga ora che il loro Paese si incamminerà verso l’uscita dall’Unione?

Così mentre i capi di Stato, Junker, Tusk e tutti gli altri si arrovellano per trovare un modo per sopravvivere al momento storico più drammatico d’Europa dal 1989, i britannici che abitano in Belgio non perdono tempo e cercano di assicurarsi un futuro , perlomeno per loro stessi, nella UE.

Sono circa 2000 i dipendenti delle istituzioni europee con il passaporto britannico, circa 1200 in Commissione e altri 800 nelle restanti istituzioni. Già da qualche mese si interrogano preoccupati cosa dovranno fare in caso di Brexit. Molti legali sostengono che la cittadinanza europea sia un requisito solo per poter accedere alla professione e non necessaria quindi per la permanenza all’interno dell’organico europeo; altri invece ritengono che non essendo più cittadini di un Paese membro, debbano automaticamente lasciare il loro posto da funzionario. Certo è che, nel dubbio, moltissimi di questi “eurocrati” così come tanti altri britannici che abitano in Belgio per ragioni professionali e non (si parla di circa 30mila persone), stanno formalmente avviando le procedure per richiedere la cittadinanza belga. Come dire, non si sa mai. Così già venerdì pomeriggio, a nemmeno 24 ore di distanza dalla chiusura dei seggi in Gran Bretagna, nel comune di Ixelles/Elsene (uno dei 19  quartieri che compongono la “grande” Bruxelles) sono arrivate più di 30 richieste di naturalizzazione da parte di cittadini britannici che sono circa il 2% di questa zona della capitale. Altrettanto è accaduto a Uccle/Ukkel dove sono state 15 le richieste in un solo giorno. L’anno scorso fu una sola, in tutto l’anno. E anche fuori Bruxelles, precisamente a Waterloo, dove 200 anni fa gli inglesi sconfissero Napoleone e le sue truppe, una quindicina di cittadini di Sua Maestà si sono recati venerdì presso gli uffici del comune per informarsi su come diventare cittadini di Sua Maestà. Filippo del Belgio.

 

“Mi piace credere che non tutto abbia fine, che alcune cose, alcune persone, sopravvivono ad ogni tempo ed ogni tempesta” (S.Stremiz)
L’accoglienza è un’azione concreta, Lampedusa è una minuscola isola dal cuore immenso.
[particolare della Porta d’Europa]

POMODORI ESTIVI AL FORNO CON RISO BASMATI E CURCUMA

INGREDIENTI:
3 Pomodori rossi sodi
100 g di riso basmati
Sale, Curcuma, un po’ di brodo vegetale, olio extra vergine d’oliva.

PREPARAZIONE:
Lavare i pomodori, tagliare nella perte alta per aprirli, svuotarli il piu’ possibile nel loro interno.
Mettere la polpa un po tritata in una ciotola con il riso, condire con un po’ di sale, olio, pepe ed un cucchiaino
di curcuma.
Riempire i pomodori, coprirli con il loro “cappello”, mettere in una teglia con un po di brodo, coprire con un
coperchio o carta stagnola e cuocere a 180 gradi per circa 30 minuti.
Inpiattare aggiungere un filo d’olio crudo e una spolverata di curcuma e servire!

Buona Estate da G&G

“Oi, Berto, ma l’hai vista l’altra sera dalla Gruber quella che  è sempre in tv a difendere Renzi, la professoressa ?”

“Chi?”

“Dai, la vicepresidente della Regione.  Ha detto che se era a Torino forse votava l’Appendino.”

“Ma va, non hai mica capito, non può essere!”

“Ma te lo dico! Ha detto che i 5 stelle hanno vinto le elezioni, ma Renzi non le ha mica perse, che se avesse rottamato di più avrebbe vinto di più. Il lanciafiamme doveva usare!”

“Mi sa che adesso danno tutta la colpa a Fassino perché non è della nidiata della Leopolda …. e poi non è neanche giovane e bello.”

“Ah ah ah! Però non hanno mica vinto solo i giovani, quello di Trieste che ha vinto aveva già fatto il sindaco e c’ha più di 60 anni! Vorrà pur dire che non è che ci vuole un bel faccino per farsi votare.”

“E Prodi, l’hai mica sentito? Ha detto che il problema è che qua in Italia ci son troppe disuguaglianze e siccome che Renzi non sta facendo bene, ha perso le elezioni.”

“Eh, la professoressa ha detto che la colpa non è di Renzi, ma è di quelli che c’erano prima perché le disuguaglianze è da quindici anni che ci sono. Lui ci prova a fare le riforme, ma ci vuole tempo. Vedrai che fra un po’ arrivano i risultati. E poi ha sparato sul baffino che ha fatto un’intervista, che sembra che se non van bene le cose è perché lui ci mette i bastoni fra le ruote. Mah! Te dici che se la cavano dando tutte le colpe al baffino? Però quel pelatino dell’Uffinton Post non ce l’ha mica fatta passare liscia!”

“Il pelatino? Ma chi el?”

“Mo, si chiama De Angelis, è un giornalista e c’ha detto che adesso dice così, ma prima delle elezioni dicevano che andava tutto bene, che avevano fatto il Giobsac e che il paese era ripartito. Ma qua non è partito niente e i giovani stanno a casa e le tasse sono sempre alte.”

“E allora?”

“E allora mentre ci diceva queste cose lei rideva che sembrava Joker… che io ho pensato, ma che cazzo ridi? Non c’è mica da ridere, qua c’è da piangere! Ma mi sa che sembrava che rideva, ma non era mica così!”

“E allora che cosa faranno ora, perché la gente non è mica scema. Sarà da quindici anni che le cose vanno male ma, se ho sentito bene, qua da noi i ricchi c’hanno sempre di più e tutti gli altri sempre di meno. E poi lo vedi anche tu, tuo figlio è ancora in Germania a lavorare?”

“Sì, ma per fortuna che ha trovato da lavorare a Berlino. Se stava ancora qua, io mica ce la facevo più con la mia pensione. Certo che lo vedo tre volte l’anno, e da quando c’ha avuto il bambino io ci penso tutti i giorni. Da quando è nato Giuseppe mia moglie mi dà il tormento che dobbiamo andare anche noi in Germania, ma con la nostra pensione non ce la possiamo fare, là la vita costa cara! E poi dobbiamo aiutare l’altro figlio che va ancora all’Università.”

“Già, ma lo sai che la Gina e suo marito si sono trasferiti in Portogallo, che dicono che con la pensione italiana fan la vita da nababbi?”

“See, va bene, ma loro lo sai come sono fatti, e poi non c’hanno più nessuno qui. C’hanno un figlio in Inghilterra e un’altra in Spagna. Stare a Bologna o a Lisbona l’è la stessa cosa.”

“Berto, ma te lo ricordi quando eravamo giovani e in fabbrica prendevamo per il culo i meridionali che non c’avevano da lavorare da loro e venivano qua a fare gli immigrati? Adesso sono i nostri figli che vanno via. Saranno pure laureati, ma ci tocca di patire quello che hanno patito i nostri compagni in fabbrica tanti anni fa.”

“Vamolà Zvuanì, bonalè, che senò ci vien da piangere. Facciamoci una briscola.”

Era il 27 giugno 1980 e 81 passeggeri del DC9 Itavia proveniente da Bologna ,diretto a Palermo ,persero la vita in un incidente ancora oggi non chiarito. Le varie ipotesi non hanno ancora avuto conferma e nessuno ne e ‘ stato dichiarato responsabile facendo diventare questa tragedia una delle piu’ oscure della storia delle forze aereo navali messe a difesa del Mediterraneo.

Il tema delle anime dei morti è molto caro a Christian Boltanski artista francese che alla città di Bologna ha più volte dedicato la sua creatività . Dalla  mostra “Pentimenti ” del 1997 a villa delle Rose all’installazione del 2007 per il Museo per la  Memoria di Ustica.Quest’anno la città gli ha dedicato il progetto “di luogo in luogo “intorno ai temi della memoria e del trascorrere del tempo e cade in occasione di quattro importanti anniversari: i 10 anni di MAMbo e del Museo per la Memoria di Ustica, 37 anni dalla strage di Ustica, 40 anni di Emilia-Romagna Teatro Fondazione.Il  25 giugno inaugura la mostra allestita al MAMbo (fino al 12 novembre), la più ampia mai organizzata in Italia con oltre 20 installazioni che ripercorrono la poetica di Boltanski ,a seguire  l’ex bunker polveriera del Giardino Lunetta Gamberini, costruzione militare di origine ottocentesca diventa per l’artista uno spazio ideale dove evocare i corpi di mute presenze . Per finire all’Arena del sole verrà inaugurata l’installazione performance “Ultima” frutto di una collaborazione tra l’autore , lo scenografo Jean Kalman e il compositore Franck Krawczyk. Il progetto finirà in settembre al parcheggio Giuriolo con tre giorni  dedicati ad un’opera interattiva chiamata ” take me”

Certo, se a Bologna parli (pensi) di gialli (giallisti), il pensiero corre in automatico ai grandi del genere (che poi siano anche i grandi del genere in Italia, è un  fatto assolutamente non secondario). Pensi cioè a Lucarelli (Carlo, e alla trilogia pre e post ventennio del commissario DeLuca, ai cyberkiller bolognesi, alla attuale bella serie dal sapore coloniale) o a Macchiavelli (Loriano e al suo SartiAntonioBrigadiere trasposto in video nella miniserie televisiva omonima dalla faccia bella e dolente, all’epoca, di Gianni Cavina, ai romanzi, anche sotto pseudonimo, su stragi e complotti di stato, e alla fortunata collaborazione appenninica con Francesco Guccini).

Certo, ancora, se pensi o parli di Lucarelli e Macchiavelli, non puoi non pensare o parlare del loro fortunato antico sodalizio con il Gruppo13, l’enclave alquanto esoterica (nel senso di appartenenza chiusa e supponente che la contraddistinse) che agì nell’ultimo decennio del millennio scorso e che annoverava alcuni di quelli che sarebbero diventati dei punti di riferimento del genere: Pino Cacucci, Marcello Fois, Alda Teodorani, Danila Comastri Montanari, Lorenzo Marzaduri, Gianni Materazzo, Sandro Toni, Massimo Carloni, Nicola Ciccoli, Claudio Lanzoni e Mannes Laffi (questi ultimi due illustratori). Il fatto poi che alcuni di questi, chi per età chi perché già dottore (no, questo no, questo è il bardo montanaro che lo canta; meglio, allora, dire chi per gelosia chi per invidia chi per arroganza) uscirono dal gruppo, nulla toglie all’importanza dell’esperienza, alla sua primogenitura, al suo porsi come esempio da seguire che tanto, e tanti, ha generato, ispirato, formato.

Sto pensando ai primi adepti Rigosi (Giampiero, “NotturnoBus”), Nerozzi (Gianfranco, “Ultima pelle” e “Continuum”), anche Vinci (Simona, “Dei bambini non si sa niente”) perché no? Ma anche agli epigoni più recenti, il Matteo Bortolotti di “Questo è il mio sangue” e del curioso “Il mistero della loggia perduta” (e che, giusto per riprendere il discorso dei padri nobili, ha lavorato con Lucarelli alla fortunata serie televisiva dell’Ispettore Coliandro) o il Marco Bettini di “Color sangue” o ancora il Roberto Carboni di “Destinazione notte”. Ma un fermento così vivo, lo stesso fermento che più volte ha fatto definire Bologna come la capitale del noir (o giallo) all’italiana, non può, necessariamente, esaurire la propria forza propulsiva nelle sole punte di diamante (o di zircone). Non può, sostanzialmente, chiudersi in se stesso, senza formare, promuovere, iniziare altre pulsioni, tentativi, realtà. Ed è questo il caso, perché quelli di cui vorrei occuparmi ora, sono due outsider, lontani, per scelta di vita ancor più che professionale, dalle rutilanze, le pinzillacchere, i lustrini che sempre si accompagnano al giovane scrittore; se poi il giovane è anche emergente

Bene. I due sono uno stimato giornalista (ex) della RAI di Bologna ed un altrettanto stimato medico (anche lui ex).

Sto parlando di Pier Damiano Ori (nato a Modena, ma bolognese come ascendenze; alcuni lo ricorderanno, in TV o a passeggio sotto il Pavaglione, elegantissimo nei suoi completi in stile Saville Road, il panciotto, il papillon: una figura sicuramente notevole).

L’altro, è Roberto Casadio, medico impegnato nel sociale e personalità schiva, un tipico, come lui stesso si definisce,  figlio dello scorso millennio che, nato a Bologna, vive ormai in campagna da oltre 15 anni.

Cosa hanno in comune i due? Innanzi tutto, la passione dello scrivere. E poi quella dello scrivere giallo. Ad accomunarli, ancora, l’invenzione di due personaggi belli ed improbabili e per questo interessanti e che non puoi non sentire come amici, fratelli.

Il protagonista di Ori, investigatore sui generis, ex giornalista ed ora affittuario di parte della propria villetta nella prima 2016.06.23 - ori PIAZZA GRANDEperiferia ad una congerie di personaggi che, pur affastellati, si dimostreranno buffi, simpatici, bravi ed indispensabili, è Guido Speier, ex giornalista, come detto, ed ora investigatore obtorto collo. Le due inchieste da lui compiute, solo per ora speriamo, sono “Di applausi si muore” (ambientato nell’affollato, “… competitivo mondo dei teatri della città dove convivono palcoscenici di grande tradizione e i luoghi più radicali dell’antagonismo culturale …”) e “Piazza Grande” (ambientato nel mondo degli homeless, i barboni della città, che avevano in “Piazza Grande”, il rifugio mensa officina di via Libia, da qui il titolo, la loro nuova casa).

Il discorso cambia nel caso di Casadio. Il suo protagonista, Ronny Conti, alias Roman Petrescu, ex agente della securitate romena, clandestino con documenti falsi, in Italia dal 1990 per sfuggire alle epurazioni del dopo-Ceausescu, è, a tutti gli effetti, un dropout, un esiliato dal mondo, una figura aliena nella schizofrenia delle nostre 2016.06.23 - CASADIO CHICCOgiornate. Ma non per questo, di una figura tragica si tratta. Certo, l’ambiente in cui si muove cercando di aiutare chi è ancora più sfortunato di lui, è duro, crudo, così lontano da quello all’apparenza dorato dove si è trovato a (soprav)vivere grazie a un impiego precario come sguattero. Ma è l’umanità di cui le sue ricerche faticose e pericolose si nutrono a ridipingere, se non di rosa, di un bel colore corroborante la vita sua e quella di chi si rivolge a lui con speranza e fiducia. I titoli per ora sono cinque, “Uno di meno”, “Chicco il bello”, “Morta di fame”, “Angeli della notte”, “Un dramma familiare”.

Delle trame, di Casadio come di Ori, ovviamente, nulla racconterò, e quindi nemmeno dei personaggi, del loro intrecciarsi, inseguirsi, darsi un vicendevole “la” così fondamentale nel divenire e nel dipanarsi della vicenda.

Per invogliarvi, però, esagererò nei paragoni: e così, se per Ori potrei scomodare Vazquez-Montalban (Pepe Carvalho, nel suo villino di Vallvidrera brucia libri nel caminetto, mangia i manicaretti di Biscuter e ama, riamato, Charo mentre Speier, nel suo villino di via dei Lamponi, vive circondato da una corte dei miracoli composta da Leo ex chimico aspirante clown, Sandro ex psicologo e assatanato cinofilo e soprattutto lei, l’ingegnere Caterina Trezzi che spande luce come una batteria di riflettori  e diffonde polvere d’oro dai capelli) per Casadio il paragone, altrettanto se non più impegnativo, è praticamente scontato: siamo dalle parti di Simenon, dei suoi intonaci vecchi, i caloriferi bollenti , le abitazioni con le persone dentro, quiete, disperate, affacciate di spalle alle finestre.

I paragoni, come lo sono sempre, sono arditi. Ma se in questa lunga estate calda avrete voglia di passare un pomeriggio in compagnia di una scrittura che inevitabilmente vi diverrà amica e compagna cara, non fatevi scappare le avventure di Speier e di Ronny.