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Agosto 2016

“Ave Mary” – “Dovevo fare i conti con Maria, anche se questo non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina. Su tutte le donne che conosco e riconosco. Dentro ci sono le storie di cui siamo figlie e di cui sono figli anche i nostri uomini: quelli che ci vorrebbero belle e silenti, ma soprattutto gli altri. Questo libro è anche per loro, e l’ho scritto con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme”.

Questo l’incipit del libro (che forse ho letto male, ma non credo). Che, però, al di là dell’assunto di fondo, svela un grande mistero, IL grande mistero del bell’“Accabadora” precedente: Maria, la protagonista, alla fine, diventerà o no a sua volta accabadora? Da questo libro, troppo, troppo permeato di cristianesimo lamentoso e fin fastidioso (gli studi, l’ambiente, le scelte dell’autrice vengono fuori prepotenti ed ineluttabili) risulta chiaro che no, Maria sceglierà, ha scelto, di non diventarlo, accabadora,  scegliendo quindi la NON liberazione dalle costrizioni clericali e borghesi, di casta e di pensiero che la incatenano, liberazione che, per lei, resterà pura utopia. Ed è un peccato. Perché, nel tentativo di presentare questa scelta come moderna e coraggiosa, è il senso stesso del pur premiatissimo, e ti pareva, libro (“Accabadora”, appunto) a risultarne incompiutamente perdente.

“Uscirne vivi” – E’ strano. Un’autrice, Alice Munro, che discende, diretta, dal minimalismo letterario nordamericano, che lo persegue, lo ha perfezionato o quantomeno piegato alle proprie esigenze, tematiche e poetiche (e non credete a chi dice che non è vero, lei lo è, eccome, minimalista) e a me non piace. A me, uno dei primi ad avere apprezzato Carver e McInerney ed Ellis, ed in seguito uno degli ultimi ad abbandonarli, La Munro, proprio, non riesce a piacere. E non credo, come facilmente e stupidamente mi è stato rinfacciato, riguardi il fatto che sia, lei, una scrittrice: altre scrittrici, minimal, conosco ed apprezzo (poi è vero non quanto il citato Carver), Ann Bettie ed Amy Hempel, ad esempio. E’ proprio lei, questa fama, questa aurea, un po’ magica, lontana e refrattaria che si è (le hanno) costruito intorno ad allontanarmela. Perché è questa sorta di religiosità che si è creata attorno alla sua figura di autrice che trovo esagerata ed ingiustificata. Lei sa scrivere, e chi glielo nega. Le figure che disegna, che scolpisce a forti tratti più che cesellare, sono empatiche, persino un pelo troppo, forse. Ma perdindirindina: qualcosa che esista al di fuori (non tanto al di fuori, ma una spanna al di fuori almeno, quella sì) del tuo ombelico, lo vuoi considerare?

E’ questo il caso (un cane insistentemente menato per l’aia) anche dei racconti che compongono questa raccolta. Impreziosita (???) nella edizione italiana da una copertina ridondante simboli femminili.

CREME BRULE’ ALLA VANIGLIA….

Ingredienti per ogni cocotte:

1 Rosso d’uovo
20 g di zucchero
100 dl di panna liquida (da dolci)
L’interno di un pezzo di vaniglia in stecca

Per decorare una cucchiaiata di zucchero di canna

Preparazione:

In una ciotola unire lo zucchero alla panna,mescolare molto bene,aggiungere la stecca di vaniglia e il rosso.
Mescolare ancora e lasciare riposare per circa 20/30 min mescolando di tanto in tanto per fare sciogliere un po
lo zucchero. Versare nelle cocotte e cuocre a bagno maria 150gradi almeno per 30/40 min.
Fare raffreddare e caramellare con lo zuccheto di canna e la pistola a fiamma.

Coccolatevi con G&G

Le Olimpiadi di Rio stanno mostrando il lato migliore di questa Italia tanto bistrattata e presa in giro, anche e soprattutto a livello internazionale.

Presso le stanze delle istituzioni europee contiamo, effettivamente, pochino da tempo, ma a livello sportivo le risposte fornite fin qui dalla manifestazione brasiliana sono tanto positive quanto inaspettate.

Che belle le lacrime di Tania Cagnotto e Francesca Dallapè dopo l’argento ottenuto nei tuffi sincronizzati; che bella l’emozione di Elisa Longo Borghini dopo la volata finale che le ha consegnato il bronzo nel ciclismo femminile; che bello il sorriso di Fabio Basile dopo l’oro nel judo (66 kg), tra l’altro il numero 200 nella storia italiana alle Olimpiadi. Che bello, in generale, vedere i rappresentanti azzurri tenere alto il tricolore in quasi tutte le competizioni, rispondendo colpo su colpo ai più quotati alfieri americani e cinesi, forti di un maggior numero di atleti e, soprattutto, di fondi destinati allo sport con (almeno) un paio di zeri in più rispetto a quelli italiani. E tutto ciò aspettando la gara in singolo della nostra portabandiera, quella Federica Pellegrini che domina da anni la scena mondiale del nuoto femminile e che va alla ricerca dell’ennesima medaglia per rendere la sua carriera (se possibile) ancora più immortale.

Nel momento in cui scrivo, l’Italia domina il medagliere olimpico, forte di un argento in più rispetto alla Cina. Non durerà, ma un piccolo, grande risultato l’abbiamo già ottenuto: tutto il mondo, quanto meno a livello sportivo, si è ricordato una volta di più che “gli italiani lo fanno meglio”.

P.s: nella frase di chiusura parliamo di sport, ovviamente.  😉

P.p.s: Forza azzurri.

2016.08.07 - Tiriamo tardi 3All’Osteria della Fatica in Torleone mi ci portò la prima volta un professore scozzese della John Hopkins. Il nome non lo ricordo, ma chi lo ha conosciuto non può averlo dimenticato: capelli lunghi e rossi e barba rossa e lunga anch’essa, figura carismatica, gran bevitore di birra (che la birra ti sia fresca compagna anche lassù dove sei ora). Erano i tempi delle lezioni di Storia Del Teatro, di Claudio Meldolesi, di Franco Minganti e di Franco LaPolla e di tutti noi studentelli di grandi emozioni e belle speranze. La Fatica era allora frequentata quasi solo da studenti americani (bella forza, La John Hopkins è proprio lì dietro) e furono belle serate; loro ci insegnavano a bere tequila e noi rispondevamo con il vino che giusto allora cominciavamo a ri/conoscere (la birra era un terreno comune). Fu lì che conobbi Gilberto Baroni e poi, man mano, tutta la famiglia, mamma e babbo (da loro si mangiava la migliore cotoletta alla bolognese; il segreto sta nella spuma di parmigiano, quasi montato, e non nella fetta di un qualche formaggio come la propongono quasi ovunque) ed infine Marco il fratello. Con Gilberto una volta diventati amici, amici veri, furono vacanze e cazzate e serate, belle e condivise. Così la Fatica diventò quasi una seconda casa per me: ci andavo anche a studiare e a scrivere, il pomeriggio tardo o la sera presto, in quello che era diventato un po’ il mio ufficio (la gente veniva a cercarmi lì e lì mi lasciava i messaggi; deve essere un’abitudine, perché anni dopo succedeva la stessa cosa al Moretto …). La sera, poi, quando arrivavano i clienti e Gilberto cominciava a lavorare veramente, io mi mettevo a leggere le carte e la mano (ma solo alle ragazze …). Questa, però è un’altra storia, come è un’altra storia quella che vede i Baroni, dopo tante altre avventure vissute, inventare il ChetBaker (anche qui quante storie, incontri, musiche). Ma è proprio per questo, tutte queste storie che si accavallano nella presenza dei Baroni (Marco nella fattispecie), che mi sono spinto in Montagnola una sera di fine luglio.

Secondo tradizione (il ChetBaker è stato per anni, sulla falsariga di quelle francesi, l’unica vera cave in città, senza tante2016.08.07 - Tiriamo tardi 2 menate, gli artisti che sentono il fiato degli spettatori, i jazzisti che passano di lì una volta finito il loro compitino altrove per bere un bicchiere, mangiare qualcosa o anche solo per stare insieme, ridere, scherzare. E poi, perché no, una volta terminato il concerto in cartellone, ecco una bella jamsession, tutti insieme e “… chi vuol essere lieto, lieto sia …”) anche qui suonano jazz (tra gli altri si sono succeduti sul palco il solito Piero Odorici, sodale storico della famiglia, Roberto Rossi, Joe Magnanelli, Renato Chicco), il posto è fresco (tutto si svolge sotto gli alberi secolari e sulla grande pista rotonda che l’anno passato ospitava le grigliate di Cesare Marretti) e c’è/c’era la cucina del ChetBaked (derivazione lessicale dell’originale locale in San Carlo) mutuata sull’idea originale di Marretti stesso (menu a scelta di carne, pesce, vegetariano) a tenere compagnia.

In realtà, ormai siamo in agosto, tutto cambierà. Non sono previsti concerti in date prefissate ma nella miglior tradizione del Chet, gli amici non lasceranno solo Marco e quindi non sarà difficile trovarsi spettatori di una jamsession improvvisata e anche la cucina, perseguendo quest’ottica di disimpegno, si semplificherà (previste crescentine e sauté di cozze ….).

Considerando che la MontagnolaMusicClub sarà uno dei pochi, pochissimi spazi ancora aperti e godibili in agosto, mi sento di consigliare un luogo tutto sommato un po’ diverso dai soliti per tirare tardi ascoltando buona musica.

Stefano Righini

Stefano Righini

Dopo 5 anni dalla sua istituzione, il centro sociale Labas di via Orfeo è stato sgomberato dalla polizia. L’ex caserma Masini era da anni occupata e gestita dal collettivo Labas che l’aveva riqualificata e vi aveva creato servizi e attività aperti al quartiere.Stamattina in tenuta antisommossa la polizia ha effettuato lo sgombero.

[miptheme_dropcap style=”normal” color=”#222222″ background=””]L’[/miptheme_dropcap]hanno descritto come un film drammatico e romantico – a tratti nell’accezione di melò- ma alla fine pubblico e critici l’hanno apprezzato, così tanto che ha ricevuto 3 candidature all’Oscar: per miglior film, per l’attrice protagonista e per la sceneggiatura. Stiamo parlando di “Brooklyn”, della giovane promettente interprete Saoirse Ronan, e dello scrittore Nick Hornby, uno che nei dialoghi non è mai banale.

Il film di John Crowley, tratto dal romanzo di Colm Tóibín, è la storia di Eilis, una ragazza irlandese che negli anni ’50, spronata dalla sorella, emigra in America per lavorare visto che l’Irlanda non sembra riservarle molte possibilità. All’inizio la nostalgia di casa è forte, Eilis è spaesata ed impacciata in un mondo che le calza come un vestito troppo largo ma poi si innamora (di un italiano), inizia a studiare e improvvisamente tutto cambia. Come sempre accade, sul più bello è però costretta a rientrare in patria. Qui scopre che anche la sua terra le riserva altre opportunità – tra le quali un altro ragazzo e un lavoro. Quale strada sceglierà Eilis?

Anche se è una ragazza degli anni ’50 che non vuole salvare il mondo né condannarlo ma solo fare la contabile e avere una famiglia, Eilis, dagli intensi e penetranti occhi azzurri, è un’eroina dei nostri tempi, molto moderna, con tutti i dubbi e le contraddizioni delle giovani donne di oggi.  Si pone un interrogativo che tutti noi adulti ad un certo punto abbiamo dovuto affrontare – che cosa ne facciamo della nostra vita? E lei si dà una risposta.

In più Eilis è anche una migrante in America negli anni ’50: il suo punto di vista è quello di chi scopre una nuova terra, si adegua, la fa sua pur con tutte le difficoltà che questo comporta e coltiva speranze. Come Eilis, anche lo spettatore vivrà e vedrà i luoghi del vecchio e nuovo mondo sotto una luce diversa grazie alla fotografia di Yves Belanger. Un film semplice ma non banale, con un’intensa Saoirse e una vivace sceneggiatura. Un film che ci parla di indipendenza e libertà – due valori non scontati né 60 anni fa, né oggi.

“Brooklyn” mi ha fatto venire in mente tre cose.

1- Un libro: “Vita” di Melania Mazzucco (2014, Einaudi) che narra la storia di Vita e Diamante, due ragazzini italiani che all’inizio del ‘900 partono per trovar fortuna in America. Il libro ripercorre tutta la loro vita, e oltre a offrirci uno spaccato dell’epoca (da non dimenticare) sugli italiani emigrati, riesce ad essere così intenso da catturare il lettore dalla prima all’ultima pagina, proprio come il film “Brooklyn”.

2- E poi, il Museo del Mare Galata di Genova che nella sezione permanente “MeM Memorie e Migrazioni” (http://www.galatamuseodelmare.it/) ripercorre i viaggi via mare dei migranti del secolo scorso, riproducendone i suoni, facendo rivivere i disagi, le disuguaglianze e le scomodità – che anche il film, seppur in modo più edulcorato, propone. Il percorso del museo offre ai visitatori la possibilità di “rivivere” anche i moderni ed altrettanto epici viaggi via barcone dei migranti verso l’Italia, senza trascurare le tappe che devono affrontare una volta – e se- giunti nel nostro paese. Illuminante.

3- Infine, mi sono ricordata dove ho già visto l’attrice Saoirse Ronan, che è davvero figlia di due irlandesi emigrati a New York. Nel film “Espiazione” del 2007 – tratto dall’omonimo romanzo di Ian McEwan- interpretava Briony Tallis, la tredicenne biondina, brillante e un po’ secchiona, invidiosa della sorella maggiore, ribelle e indipendente. Un’altra storia ambientata in un’epoca diversa che ci parla della capacità e volontà di modificare i nostri destini. E, pensate un po’, anche in questo ruolo Saoirse aveva ricevuto la nomination come miglior attrice non protagonista.

Francesca Mezzadri

Questa per fortuna è una nuvola, ma il 6 agosto 1945, poco prima del termine della seconda guerra mondiale, si vide un fungo simile dovuto all’esplosione della prima bomba atomica della storia sulla città giapponese di Hiroshima, Little Boy. Morirono all’istante 80 mila persone.
Tre giorni dopo ne fu sganciata una su Nagasaki, si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi.

E’ possibile migliorare l’impatto dell’agricoltura sull’ambiente e, nello stesso tempo, accrescerne la competitività e la redditività? Tempo fa ho avuto modo di visitare una importante azienda agricola cooperativa bolognese che da oltre un decennio pratica quella che in gergo e’ chiamata “agricoltura di precisione”. Vale a dire un processo di meccanizzazione particolarmente “Smart” assistito dal “satellite” e dalle carte “georeferenziate” dei suoli e delle falde, che forniscono al Computer a bordo delle macchine operatrici agricole le informazioni relative alle caratteristiche agronomiche delle singole particelle di terreno da lavorare e quindi le guida ad un impiego differenziato, “tarato” sulle loro specifiche chimico-fisiche, delle quantità di seminativi, fertilizzanti, Agrofarmaci, nonché della profondità ed intensità delle lavorazioni. I risultati sono straordinari: una riduzione media del 20% dei mezzi tecnici e dell’energia impiegata ma anche una drastica riduzione delle quantità sprecate e disperse nell’ambiente circostante ed, infine, un significativa riduzione dei costi di produzione ed aumento delle rese produttive, perché per ogni particella di superficie agricola si realizza un dosaggio ottimale! E’ riproducibile questo approccio? Sicuramente occorrono dimensioni aziendali medio grandi per sostenere una gestione così complessa che tuttavia sono raggiungibili attraverso la formazione di reti d’impresa. Ecco una nuova ed ulteriore frontiera di innovazione per la sostenibilità.