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Ottobre 2016

Il Bologna cade al Dall’Ara, perdendo malamente il derby dell’Appennino contro la Fiorentina e disputando una gara scialba (a dir poco), mostrando “poche idee, ma ben confuse” (semi cit.).

Il fatto che la prestazione peggiore di questo avvio di stagione coincida con l’assenza di Adam Nagy non è certamente un aspetto da sottovalutare, vista la pochezza di spunti offerti dai rossoblu specie in fase di costruzione di gioco, là dove il ragazzino magiaro è in grado di fare la differenza e si sente più a suo agio. Pulgar, infatti, si è dimostrato un giocatore ordinato, sicuramente diligente, ma troppo scolastico, risultando utile praticamente solo in fase di non possesso palla. C’è da dire che il Bologna ha incontrato non poche difficoltà anche in questo ambito tattico, soffrendo costantemente la posizione di Ilicic: lo sloveno, infatti, riusciva sovente a liberarsi dalla marcatura del mediano bolognese, dando il là ad iniziative sempre ficcanti ed efficaci.

La presenza di Nagy avrebbe (forse, in fin dei conti non lo sapremo mai con certezza) permesso al Bologna di mantenere un equilibrio maggiore, coadiuvando una miglior capacità di impostazione ad una più solida fase di rottura, sfruttando la maggior maturità tattica dell’ungherese. La sensazione riguardo ai rossoblu, almeno fino al rosso di Gastaldello, che ha reso ogni comparazione tra le due compagini in campo iniqua, è stata quella di una squadra imbrigliata dalle geometrie della mediana viola ed incapace di opporsi alle sfuriate di Ilicic e Bernardeschi (per una prestazione convincente di Masina e Mbaye ripassare la prossima volta, grazie).

Aprendo il capitolo relativo a capitan Gastaldello, la considerazione principale da fare è la seguente: per un giocatore che calca i campi di Serie A da 10 anni e vanta un’esperienza così importante è inammissibile concedere un calcio di rigore dopo un lancio di 60 metri, facendosi scavalcare dalla traiettoria di un pallone innocuo, oltre che facilmente leggibile. Il taglio verticale di Kalinic era sicuramente ben eseguito, ma la posizione di Gastaldello (e di Helander, troppo staccato dal compagno) era, francamente, ai limiti dell’assurdo.

Impossibile stabilire se le difficoltà che sta attraversando il capitano del Bologna da un mese buono a questa parte siano mentali o fisiche: a favore della prima ipotesi depone l’assurda espulsione rimediata contro il Genoa, a favore della seconda c’è l’episodio del derby, in cui è stato letteralmente bruciato dal movimento della punta avversaria.

L’unico elemento certo è che, dopo la squalifica di Gastaldello, Donadoni si troverà a dover scegliere tra un ragazzo di 22 anni ancora fermo a zero minuti in stagione (Ferrari), un acerbo centrale nordico alle prese con fisiologiche disattenzioni dovute alla poca esperienza (Helander) ed un ragazzo greco sonoramente bocciato dopo i disastri con Genoa e Lazio (Oikonomou). Con il prossimo match in programma a Roma contro i giallorossi, con Maietta (unico difensore centrale che offre garanzie nel pacchetto arretrato rossoblu) infortunato, con Verdi ai box dopo un colpo rimediato contro i viola e con Destro al rientro da uno stop di un mese, è proprio il caso di dirlo: quando piove, grandina. Forte. Forte davvero.

 

PASTA FROLLA PER CROSTATA E DITA 

-300 gr farina 00

-100gr burro

-200 gr di zucchero

-2 uova

-1 punta di dose per dolci

-1 pizzico di sale

-1 buccia di limone grattugiato

 Procedimento:

Fare la fontana con la farina, unirvi il burro morbido al centro e la punta di dose sulla farina , un pizzico di sale, le due uova all’interno. Impastare velocemente il tutto e fare riposare in frigorifero in un sacchetto o ciotola coperta per almeno 2 ore (se fatta il gg prima ancora meglio).

Per le dita : Creare dei piccoli tubini lunghi circa 10 cm (come un dito) con un coltellino segnare le venature  delle falangi, pennellare la punta con un po’ d’uovo per fare aderire la mandorla (unghia) e cuocere in forno a 180*/200* gradi per 10 minuti.

All’uscita fare raffreddare e colorare la mandorla per creare lo smalto. Per la crostata foderare lo stampo con la pasta frolla, cuocere per 5 minuti in forno puntellando il centro con la forchetta, togliere dal forno e farcire la crostata con marmellata di zucca e decorare con le strisce di pasta frolla, rinfornare ed ultimare la cottura.

 MARMELLATA DI ZUCCA  VERDE ARANCIA E CANNELLA 

-1 kg di zucca

-400 gr di zucchero

– 3 arance spremute

-1 punta di cannella

Tagliare la zucca togliendogli i semi, aggiungere lo zucchero, le arance spremute, la cannella e fare marinare almeno due ore. Cuocerla almeno 1 ora e con il mixer ad immersione sminuzzare, rimettere sul fuoco e  cuocere ancora continuando a mescolare fino a che appoggiandola con un cucchiaio su di un piatto rimanga ferma.

CREMA PASTICCERA AL PISTACCHIO CON SCAGLIE DI  CIOCCOLATO  

Ingredienti:

-500ml di latte

– 4uova di cui 2 solo rossi

-150gr di zucchero

-40gr farina

-1 scorza di limone

-1 cucchiaio di pasta di pistacchio per dolci

Procedimento:

Bollire il latte con la scorza di limone all’interno, in un altro tegame unire gli altri ingredienti (tranne la crema di pistacchio) amalgamare bene e a fuoco molto lento intiepidirli. Versare il latte, portare ad ebollizione il tutto mantenendo sempre mescolato e da quando ricomincia a bollire fare cuocere 2-3 minuti max. Dopo aggiungere il pistacchio.

Versare nei bicchierini e quando tiepido decorare con il cioccolato a scaglie!

BUON HALLOWEEN DALLE STREGHE G&G 🎃 🎃 🎃 🎃 🎃 🎃

Maiali si nasce, salami si diventa…

“Maiali si nasce, salami si diventa” e’ il titolo di un bel libro (Pendragon 2008) scritto a due mani da una scoppiettante coppia di bolognesi, l’indimenticato Gabriele Cremonini, apprezzato giornalista e scrittore, e Giovanni Tamburini, salumiere, titolare dell’omonima, prestigiosa, Salsalimentari di via Drapperie.

Il libro e’ apparentemente una gustosa ed intrigante raccolta di storie e di aneddoti sul maiale e sui suoi derivati. In realtà è un atto d’amore e di gratitudine verso la propria terra, le sue  tradizioni, le leggende, la storia, la cultura. Perché a Bologna ed in Emilia l’allevamento del maiale e la salumeria sono molto di più di una semplice attività professionale. Sono un bene comune, identità ed orgoglio delle comunità e, contemporaneamente, perenne motivo di sfida e di competizione. Solo così si spiega la moltitudine di derivati del maiale e le mille sfumature che in Emilia differenziano, da un comune all’altro, da una provincia all’altra, prodotti apparentemente simili. La mappa regionale delle DOP e IGP di carni suine e’ da questo punto di vista quanto mai eloquente. Bologna e’ denominazione e sinonimo della mortadella IGP, Modena lo e’ dello Zampone e del Cotechino IGP, nonché dell’omonimo Prosciutto DOP, la provincia ferrarese ha l’esclusiva della Salama da Sugo IGP, Parma e provincia danno i natali al Culatello DOP di Zibello, al rinomato Prosciutto DOP, al Salame di Felino IGP, alla Coppa IGP, infine Piacenza con le sue 3 eccellenze: la DOP del Salame, quella della Coppa e quella della Pancetta. Ma le DOP e le IGP non sono che la punta dell’Iceberg. Sotto la punta la base e’ amplissima: Salame rosa, Salame all’aglio, Salame gentile, Cacciatorini, Salsiccia fine e Salsiccia matta, Belecot, Bondiola , Coppa di testa, Ciccioli, Cappello del prete, Pancetta canusina, Lardo. Ma non finisce qui. Se in un fine settimana tra il 4 e il 27 novembre avrete occasione di capitare dalle parti di Zibello, Sissa, Polesine parmense e Roccabianca al “November Porc, speriamo ci sia la nebbia”  (130.000 partecipanti nel 2015) scoprirete tanto altro ancora: lo Strolghino, piccolo salame ottenuto con le rifilature di culatello e fiocco di prosciutto, la Mariola cruda e cotta, grosso salame caratterizzato da una forma particolarmente tozza, talvolta a forma di palla, la Spalla cruda di Palasone, insaccata nella vescica naturale dopo una leggera salatura e prima di una delicatissima stagionatura, la Spalla cotta di San Secondo, stagionata in vescica prima della cottura in acqua, vino e spezie, il Fiocchetto, ottenuto dalla parte inferiore del taglio di carne per il culatello, la Culaccia o Culatta, taglio coincidente con quello del culatello, senza l’asporto della cotenna.

Insomma le variazioni sul tema sono tante perché la salumeria in questa terra non è solo mestiere; e’ storia, e’ identità, e’ cultura. Anche a smentire quelli che dicono che con la cultura non si mangia!

Le norme del Vaticano sulla scottante questione della cremazione”.

Ho dato una scorsa al Times, e  ho scorto questa perla di inglesitudine annegata tra le notizie sulla Brexit.  Un bollettino quotidiano che oramai rifuggo. Cerco riparo nei giornali italiani e vengo travolto dalla piena referendaria. Un’altra ondata di baggianate. Troppe per le mie esili spalle.  O mori di cancaro o mori di pesta, mi diceva Muraca MariaFrancesca  mia nonna, classe 1900 e dispari, quando non si sentiva abbastanza generosa per concedermi una via d’uscita.

“Tra la vita e la morte avrei scelto l’America” cantava De Gregori. E oggi faro’ cosi’: vi raccontero’ una storia americana che peò ho scoperto  nel Northumberland. L’ho tenuta nel cassetto per anni, ma è tempo di raccontarla prima che sia troppo tardi. Oggi vi racconterò di una soprano stonata che mori di sifilide e di malinconia.

Ero andato a conoscere Jimmy, amico del mio amico Donald Mcintosh Scott.  Jimmy è un signore molto anziano sposato con il suo compagno Einar. Vivono a Morpeth  in un vecchio mulino sul fiume Wansbeck che ha la cattiva abitudine di entragli in casa quando gli inverni sono più piovosi del solito. Cioè un anno si e un anno no. Jimmy ed Einar dividono la casa con un fantasma. Ogni vecchia casa Inglese ne ha uno. Giurano di averlo visto, e anche più di una volta. Sembra che il fantasma del mulino di Morpeth ami sedersi in cima all’armadio. Perché poi?

Jimmy lavorava come inserviente in un ospedale psichiatrico. Era addetto a fare il bagno e lo shampoo  alle malate più anziane. Una decina.  Nei primi anni 60 vide al cinema “Che fine ha fatto Baby Jane”. S’invaghì di Bette Davis.  Se ne innamorò a tal punto che dopo averle lavate cominciò ad acconciare le “ragazze” che curava  come Bette Davis nel film. Ogni sabato nel manicomio di Morpeth un drappello di Bette Davis faceva colazione tutte insieme.

E fu mentre prendevo il te insieme a Jimmy, Einar e Donald McIntosh Scott che sentii lei per la prima volta. Dapprima mi venne in mente un coyote ammaestrato che abbaiava  “Queen of the night” alla luna. Un cane prodigio? Chiesi stupito. E invece no. Avevo appena conosciuto una cantante  con la  voce più fascinosamente insopportabile che voi possiate immaginare. Avevo scoperto  Florence Foster Jenkins, la peggiore soprano di tutti i tempi. Florence incise un disco, uno solo. A distanza di 70 anni quel disco vende ancora. Io stesso ne ho una copia che comprai a Bologna appena tornai in Italia.  Non sono mai andato oltre la prima canzone,  ma fa lo stesso: Florence ha la stoffa della diva.

Florence Foster Jenkins era figlia di un uomo ricco. Un americano che amava la musica e che pagava volentieri un maestro di canto che insegnasse alla sua bambina. A quei tempi studiare canto era parte importante  dell’educazione per una giovinetta americana di buona famiglia. Ma quando Florence cominciò a manifestare l’intenzione di esibirsi in pubblico il padre disse che no, mai. Glielo proibì. Anzi sospese anche le lezioni per prevenire ogni aspettativa.  Florence ne soffrì, ma amava il padre…..  Il padre morì, lei sposò un uomo ricchissimo. E anche  lui le  fece promettere che mai e poi mai si sarebbe esibita in pubblico. Dopo qualche anno morì anche lui.

Dal marito Florence Foster Jenkins ereditò una fortuna. Di quel matrimonio le restarono tanti soldi e la sifilide che le aveva trasmesso il marito. Epperò era libera. Libera! Avrebbe finalmente potuto fare quello che gli uomini della sua vita le avevano impedito! Cantare. Si trasferì in un Hotel e cominciò la sua carriera di Soprano accompagnata dal pianista Cosme Mc Moon.

Io, lo sapete,  sono un minatore. E anche fortunato.  Di seguito vi riporto la testimonianza che il mio amico Nicholas Pappas, un architetto oggi  novantenne di  Richmond, Virginia, ha scritto per me nel 2011.

“My first partner, N. Reid Price, had seen FFJ at the Washington Club, a private women’s club, in Washington, DC, in the 1940’s during WWII, probably 1943.  He was in the Navy at the time and stationed in Washington in the Chaplain section.  He was not a priest but an organist and choirmaster who played for the church services in the Navy.  I will tell you what he told me about his experience as best as I can recall.

All tickets, recordings, etc., cost $2.50, a price she had set.  There were no advertisements for a concert, only word of mouth yet the hall was filled and with maximum standing room. His friend the Chaplain had heard about it and had secured the tickets.  People tried not to laugh and some had to go out in the lobby to laugh.  For one of the songs she sang she came out holding a basket of flowers and threw them out to the audience as she sang. There was much applause and calls for an encore but before she would sing again she sent Cosme McMoon out to the audience to gather up the flowers so she could do the number and toss the flowers again.  She also sang a song wearing an angel costume.  I do not know if it was a matinee or evening event but suspect that it was in the afternoon.  Some time after the concert they found out that she was staying at The Mayflower Hotel, just a couple of blocks away.  They went there and rang her room to thank her for her performance.  She appreciated that very much and insisted on coming down to the lobby to treat them to some ice cream.  He said she was absolutely charming and seemed to think that she gave a lovely performance and that people appreciated her talent but it was hard to tell if she REALLY felt that way.  He seemed to think she did but she did not act odd in any way, just a charming old lady  After they were finished she kissed each on the cheek and thanked them for their service to the country.  They were in uniform, of course.

Reid had some of her recordings, 78 rpm, that he bought in the lobby after the concert, for $2.50 each!  We used to play them and had lots of fun playing them for guests with a straight face.  I do not know what happened to them.  They were lost after his death but we had split up long before that.”

Florence cominciò a cantare in luoghi protetti, non aperti la pubblico. Le persone ridevano di nascosto ma  applaudivano, applaudivano tanto,  lei si convinse che il suo fosse un successo autentico. Era giunto il momento di fare un vero concerto vero,  aperto al pubblico e alla critica: prenotò Carnegie Hall!

Cantò. Incredulità, risate, umiliazione. La critica la stroncò, e lei capì, comprese la verità. Sei mesi più tardi morì di dispiacere.

La Poesia? E’ negli occhi tuoi.

Niente. Questo è solo un urlo contro chi pensa di essere migliore di queste donne. Questo è solo un urlo contro chi è riuscito a trasformare tutto in un conflitto “noi”/”loro”. Contro chi non vede più lontano del proprio naso e che crede che una disgrazia del genere non possa mai accedere a lui/lei.
Questa è solo una domanda: dove siamo arrivati? Si può ancora peggiorare? E sopratutto, come si fa ad uscire da questo circolo vizioso?
Questo è solo il pensiero di una mamma.
Forza ragazze!
Forza donne!
Forza bambini innocenti!

La visita guidata è il primo banco di prova di ogni storico dell’arte. Dico subito che se vi sembra una cosa facile da farsi, in realtà non lo è perché soggetta alla variabile impazzita. Quale? Ma i visitatori, ovvio. Senza voler creare un catalogo esaustivo, ecco alcuni tipi umani che incontrerete:

tipo A detto anche “Ma guarda te…’”

è il tipo più inoffensivo e mite che potete incontrare; in un gruppo di visitatori ce n’è sempre uno. Ad ogni vostra affermazione sgranerà gli occhi e dirà “ma guarda te…”. Se autoctono pronuncerà prima o poi la frase che ogni tipo A conserva  per questa occasione: “A volte si va lontano a vedere belle cose e invece le abbiamo sotto casa.” Inoffensivo.

Tipo B ovvero la Compulsiva da shopping

In genere è una visitatrice di età matura, elegante e attenta. Infatti vi ascolta compunta per tre quarti della visita e poi alla fatidica richiesta “Ci sono domande?”, si risveglierà improvvisamente dicendo “Sì…vorrei sapere se quegli orecchini della dama con l’abito giallo che ci ha fatto vedere all’inizio, si trovano nel bookshop del museo?”. Scoraggiante.

Tipo C definito Homo radiolinus auricolaris comunis

E’ un tipo di solito maschile che incontrerete solo la domenica, durante le visite pomeridiane. Viaggia sempre in coppia, trascinato dalla moglie o da un amico. Si distacca spesso dal gruppo, si ferma e, concentrato, osserva il dipinto di cui avete spiegato storia e aspetti artistici come per una privata e commossa valutazione. Quando lo vedrete improvvisamente accendersi di passione nello sguardo oppure vi accorgerete che gli si inumidiscono gli occhi non pensate che sia stato colpito dalla sindrome di Stendhal: controllate e vedrete che ha gli auricolari e sta ascoltando la partita.  Abitudinario.

Tipo D ovvero il Saccente anche detto rompiballe cronico

Ce ne sono di ogni età dai ragazzini ai novantenni. Attenti, sono i visitatore più insidiosi che hanno come missione quella di prendervi in castagna. Documentatissimi, hanno letto o addirittura scritto una serie di libri che in pochi conoscono, voi compresi, sulla vita di un oscuro cardinale vissuto tra 1625 e 1660 e che in quell’ arco di tempo limitato ha compiuto gesta mirabolanti che, guarda caso, hanno avuto grossa importanza per le opere/ collezioni/ raccolte/ architetture, che state illustrando.

Cominciano ad interrompervi fin dall’inizio con frasi tipo “Ma sa che quel dipinto che lei dice del primo Settecento, in realtà apparteneva già alla collezione del cardinale Guidalberto Roncarati Serra? Compare in un inventario del 1654. Non lo conosce? Le farò avere il mio libro”. Se provate ad obiettare che la data d’esecuzione dell’opera  vergata in fondo a destra del dipinto  è 1752, la sua risposta sarà prontissima: “E’ apocrifa: l’hanno scritta un secolo dopo.” State tranquilli, questo tipo umano vi ammorberà sì per quasi tutta la visita ma presto o tardi verrà zittito dal visitatore che tutti vorremmo avere, il tipo E.

Tipo E: l’Adorante consapevole

Il tipo E, sia uomo o donna, vi guarda con occhi attenti, annuisce ad ogni vostra parola tanto che vi capiterà di pensarlo affetto da una leggera forma parkinsoniana, sottolinea alcune affermazioni con piccole parole d’incoraggiamento “Esatto! Proprio così. Ma che bello!”. Si accompagna spesso con il “Ma pensa te” e assieme possono aver trascinato con loro il riluttante “Homo radiolinus auricolaris comunis”. Il tipo E vi farà domande cortesi ed educate, poste al momento giusto e con competenza. Ad un certo punto della visita sarà lui a liberarvi del tipo D, in maniera elegante e a volte molto ferma. “Sì abbiamo capito che lei sa tutto del cardinale Guidalberto Roncarati Serra ma adesso ci lascia in pace!?”. Il tipo E è molto mansueto ma non irritatelo: quanti rompiballe cronici si trovano da anni in inesplorati pozzi di castelli o conventi aperti dal Fai solo una volta l’anno? quanti stanno ancora chiedendosi, chiusi in una cantina di un vetusto palazzo, perché mai non passa il pullman dell’agenzia a riprenderli?

Non lo sapremo mai. IL tipo D è impagabile.

Come a Roma. Peggio che a Roma, per certi versi.

Bologna-Sassuolo 1-1, Matri punisce l’ingessata difesa rossoblu quando mancano quattro giri di lancette alla fine di una gara che il Bologna ha condotto in maniera esemplare, creando una miriade di palle goal più o meno nitide ed imbrigliando i neroverdi di Di Francesco. Come a Roma, dicevamo, una rete subita negli ultimissimi istanti di partita. Peggio che a Roma, forse, considerando la mole di gioco prodotta dai padroni di casa, i quali avevano (comprensibilmente) avuto più difficoltà in questo ambito nella trasferta in terra capitolina.

Donadoni, ancora una volta, deve fare i conti con una squadra bella e frizzante ma soggetta ad errori individuali inammissibili in una categoria come la Serie A: contro la Lazio si poteva addirittura parlare di ingenuità, alludendo al malinteso Oikonomou-Masina che ha portato all’inesistente rigore per i biancocelesti. Contro il Sassuolo, invece, un innocuo taglio dello stagionato Matri (trattato a lungo anche dal Bologna in Estate) ha mandato totalmente in tilt Maietta ed Helander, tra l’altro autori di una partita al limite della perfezione, fino a quel punto. Una palla profonda molto leggibile vista la situazione di difesa schierata, una situazione facile da interpretare: uno dei due difensori centrali salta di testa, l’altro copre scalando qualche metro più indietro. Movimenti semplici, basilari, inculcati nell’inconscio di qualsiasi centrale difensivo fin dai primissimi anni di calci ad un pallone.

Non succede niente di tutto questo. La palla in qualche modo passa, Matri fulmina Da Costa in uscita. Sassuolo che gode, Bologna che urla, in preda al sacrosanto rammarico per non aver chiuso una gara che l’aveva visto padrone incontrastato delle operazioni. Clamorose le occasioni capitate a Torosidis (traversa da un paio di metri) e Krejci, ghiotte quelle sciupate da Floccari e Dzemaili (in entrambi i casi bravissimo Consigli). L’ennesima perla di Simone Verdi (ed in generale, una partita sontuosa da parte dell’ex milanista) costituisce la nota più positiva del pomeriggio rossoblu, ma non basta certo ad affievolire il senso di incompiutezza al termine della sfida contro il Sassuolo.

Autori quest’ultimo, diciamolo pure, del delitto perfetto: un tiro in porta, un goal, che tramuta lo spettro della sconfitta nella gioia per un bugiardissimo pareggio.

Altri due punti letteralmente buttati per il Bologna, invece, con l’unica fortuna di giocare nuovamente fra pochi giorni nel turno infrasettimanale contro il lanciato Chievo di Maran. Non ci sarà troppo modo, quindi, di ripensare alla seconda beffa consecutiva subita.

Come a Roma, peggio che a Roma, per certi versi.

In un periodo in cui il discorso pubblico è dominato  dai temi della globalizzazione, dell’aumento delle disparità, dei flussi migratori,della crisi delle prospettive e dal populismo dilagante  un fatto di grande importanza è scivolato via dall’attenzione pubblica con impressionante indifferenza

La “estrema povertà” nel mondo è crollata.

Agli inizi degli anni 90  una persona ogni tre nel mondo apparteneva a tale categoria , nel 2013 si è giunti ad  una ogni 10  (e nel frattempo la popolazione mondiale è cresciuta di oltre 500 milioni). Gli estremamente poveri sono passati da quasi 2 miliardi  a poco meno di 800 milioni nel periodo ’93-2013.

Conosco le obiezioni:  ma chi fa queste rilevazioni? avranno cambiato i parametri! Sarà vero?

Gli errori e le approssimazioni nelle rilevazioni non sono cambiati negli anni ed i dati sono a costante potere di acquisto ed aggiustati secondo l’andamento relativo dei cambi.

Il grafico sottostante ci dà una prima rappresentazione del fenomeno:

2016-10-24-miseria

Come si vede il contributo principale viene dalla Cina (320 milioni di persone negli ultimi 10 anni sono uscite dalla situazione di “estrema povertà”), mentre l’India ha registrato un calo di 218 milioni di “extra-poveri” tra il 2004 ed il 2013.

Si tratta di un risultato straordinario che non ha pari nella storia. Le cause sono molteplici: apertura dei mercati, globalizzazione, passi in avanti nella distribuzione del cibo e dei medicinali, miglioramenti delle politiche e della governance degli Istituti Internazionali, etc.

L’insofferenza della opinione pubblica occidentale nei confronti della miseria, che internet e comunicazione globale espongono quotidianamente con una efficacia mai vista nelle precedenti epoche può aver giocato un ruolo nella mobilitazioni delle risorse delle varie Charities Globali (anche se il loro ruolo nella spiegazione dei risultati raggiunti nella lotta contro la fame è ancora oggetto di valutazione da parte degli economisti).

India e Cina sono casi esemplari, la rapida industrializzazione dei 2 paesi ha consentito a milioni di persone di entrare nel circuito globale della economia. Anche se gli estremamente poveri non necessariamente hanno  fatto parte del processo, tuttavia l’emergere di nuove forze economiche ha trainato i progressi relativi per l’intera popolazione.

Gli Stati Uniti  hanno funzionato da Grande Consumatore Finale di tutto quello che veniva prodotto a basso costo. Non hanno quindi solo favorito la delocalizzazione delle “fabbriche” , ma hanno anche garantito l’assorbimento di una quantità mai vista prima di tali prodotti.

La bolla immobiliare negli USA ha poi corroborato la propensione al consumo dei cittadini americani. Quando la bolla è scoppiata ormai le economie di Cina ed India (per fare un esempio) avevano ormai raggiunto uno stato di rilevanza tale e promosso uno sviluppo interno in grado di sostenere la domanda di beni di consumo. Anche i paesi che non hanno svolto lo stesso ruolo di produttori manifatturieri hanno potuto unirsi al treno grazie all’aumento della domanda di materie prime ed alla espansione delle esportazioni agricole: es Paesi del SudAmerica ed Africa.

Vediamo adesso alcune questioni non immediatamente percepibili :

  • Se la estrema povertà era uno scandalo ma, per le dimensioni, pareva un problema irrisolvibile, la sua riduzione rende la sua esistenza tanto più scandalosa: oggi le risorse necessarie sono realmente ridotte ad una cifra irrisoria (vedi secondo grafico in alto): circa 78 mld di dollari /anno, ovvero lo 0,1 % del PIl mondiale.
  • Il miglioramento delle condizioni economiche in tali zone del mondo è dovuto, in gran parte, alla c.d. globalizzazione. Ebbene, mentre l’isolamento economico schermava le società c.d. avanzate da fenomeni massicci quali le migrazioni, l’inserimento di questi popoli nel grande mercato globale rende la permeabilità delle società molto più pressante. La fine della “FAME” non necessariamente riduce le migrazioni. Queste continueranno, dalle campagne verso le città, dalla periferia del mondo verso le società con più opportunità.
  • L’economia capitalistica può trovare nuova linfa in questo modo: decentrando le produzioni verso paesi poveri, ed importando lavoratori disposti a tutto pur di ritagliarsi un futuro nelle società avanzate ( tanto futuro per i Trump ed i Salvini).
  • E’ stupefacente che in tale contesto alcuni Istituti , quali World Bank , ONU e FAO vengano viste in occidente solo attraverso la lente dell’inefficienza, degli eventuali scandali e dei lauti stipendi. La Destra Americana da anni lavora per sotterrarli e nessuno oggi si alza ad elencarne i meriti e gli straordinari risultati raggiunti.
  • E’ possibile che la liberazione dalla fame di oltre un miliardo di persone, e la possibile eliminazione di tale vergognoso fenomeno in un futuro vicino sia una bandiera che non interessa più a nessuno ?

Il titolo di questa notarella gioca su un doppio senso, volutamente scherzoso ed autoironico, ma l’affermazione è, in se’, assolutamente seria e fondata. I bolognesi stanno alla patata come i vignolesi alla ciliegia o i trevigiani al radicchio. L’agricoltura bolognese di pianura e di montagna ha una innata vocazione alla produzione di questo tubero, originario delle Ande ed importato in Europa dai conquistatori spagnoli del Perù, verso la fine del 1500 ed oggi diffuso in tutto il mondo.  La patata, dopo i cereali, è la seconda specie coltivata nel pianeta. Ogni anno vengono prodotti circa 341 milioni di tonnellate di patate. Cina, Russia, India, Polonia, Stati Uniti, Ucraina, Germania, Paesi Bassi e Bielorussia sono i principali produttori. L’Italia risulta al 38 esimo posto (dati Faostat 2012) con meno dello 0,5% della produzione mondiale; in altri termini una produzione marginale. Eppure le patate italiane e bolognesi reggono il confronto competitivo con i giganti internazionali del settore, avvantaggiati dagli imponenti volumi produttivi, dai minori costi di produzione e da logistiche efficientissime. Motivo? La buona qualità del prodotto italiano ed una indiscutibile attitudine dei bolognesi di dare alle loro patate identità riconoscibile, standard organolettici elevati, nuovi e ricercati valori salutistici. Un impegno coronato dal successo di tre top di gamma. Innanzitutto la Patata di Bologna DOP. La prima patata italiana a fregiarsi della Denominazione di Origine Protetta della UE che tutela dalle contraffazioni la reputazione di unicità del tubero bolognese, che è tale in quanto espressione  di un incontro, altrove irripetibile, tra microclima locale, origine alluvionale del suolo, “sapere” degli operatori e caratteristiche proprie della varietà “Primura”.  Poi “Selenella”, la patata arricchita al selenio, oligoelemento con spiccate proprietà antiossidanti, nata dalla collaborazione dei produttori associati con l’Universita di Bologna che ha generato, tra l’altro, il brevetto di un innovativo sistema di fertilizzazione per via fogliare. Sulla medesima scia “Iodi”” la patata arricchita con lo iodio, brevettata da una nota impresa bolognese. Infine le patate di Tole’, di Castel D’Aiano e della vicina Montese, patate di montagna, beneficiarie del particolare contesto pedo-climatico appenninico, rinomate per i sapori netti e per le popolari sagre che, ogni anno, ne celebrano le virtù.