|

Home2016Ottobre (Page 2)

Ottobre 2016

Capitolo Primo

Come ti divento storico dell’arte

Se ti trovi davanti ad un gruppo di turisti in brache corte, sandali e calzini o vestitini millefiori con cappelli di paglia e senti i loro occhi puntati addosso come spilli che ti trafiggono, se t’impaccia la valigetta- microfono che pare un baule e che vorresti tenere a tracolla ma in realtà ti s’infila nelle costole, se la gola ti si è seccata, la lingua diventata di felpa, se stai pensando “ma perché non mi sono iscritto a economia e commercio come voleva mio padre”, se sei sicuro di esserti dimenticato tutto ma proprio tutto quello che volevi dire… Stop! calma…la diagnosi è semplice: sei un giovane storico dell’arte e stai per cominciare una delle tue prime visite guidate in museo.

Facciamo un passo indietro come si conviene per chiarezza  e come ogni romanzo d’appendice da Carolina Invernizio in poi consiglia.

Partiamo dal concetto che se si è così fortunati da  lavorare in un museo si corona un desiderio covato da tempo perchè non si è attirati dall’enormità degli stipendi o da plurime gratificazioni pubbliche ma si da’ corpo ad una passione che in genere si è sviluppata in età prepubere. Per il ragazzino amante delle opere d’arte,  le donne nude non si sbirciano su Playboy ma sui “I Maestri del Colore” mentre l’unico possibile bacio è quello di Hayez o più audacemente quello di Klimt.

Se avete un figlio o una figlia così state in guardia: sottraetegli i libri d’arte, impeditegli di vedere Rai 5, togliete i dipinti dalle pareti, non portateli nei musei e sottoponeteli a intense sedute di Playstation e ascolto compulsivo degli One Direction. Non funziona e insistono? Tenete duro ma nel momento in cui sotto il letto di vostro figlio trovate una monografia su Toulouse Lautrec e vedete che vostra figlia si unisce le sopracciglia con un tratto di eyeliner per assomigliare a Frida Khalo, non c’è niente da fare, siete condannati.

Fatevene una ragione: non tutti possono diventare spacciatori o scippatori di vecchiette, qualche storico dell’arte purtroppo c’è in ogni famiglia. Non vergognatevene troppo, vogliate loro bene ugualmente e sappiate che in futuro saranno l’oggetto di attenzione da parte di schiere di signore del Rotary, patronesse del FAI, presidi in pensione e qualche tirocinante assetato di sapere. C’è un’umanità che li apprezzerà.

La vita e gli amori dei quindicenni del 1951

Inossidabile, sempreverde, sempre di moda: Vasco Rossi è ancora lì. Idolo dei quidicenni del 1951 e idolo anche ora. Tutto il resto è cambiato, rivoluzionato, stravolto, dimenticato. Dal Pci al pc, dai gettoni telefonici a WhatsApp, dai mangianastri alla chiavetta. Dall’autoscatto al selfie. Quello era il mondo dei giovani che allora si affacciavano alla vita appena smessi i calzoni corti. E la cronaca, non certo meno dura di quella di oggi, che andava dalla tragedia aerea dove persero la vita i nuotatori della nazionale italiana all’alluvione di Firenze. Fino al Vietnam, vero buco nero nella coscienza dei ragazzi di tutto il mondo. Tra nostalgia e storia, questo è un piccolo omaggio ai quindicenni di allora e una foto ricordo per quelli di oggi.

Trovo molto poco appassionanti i (pseudo) dibattiti su quanto si sia involuto Masina o su quanto abbia approcciato male l’inizio di stagione Oikonomou. Si tratta di asserzioni facilmente verificabili, stanti le opache prestazioni dei due nomi presi in causa (Immobile ancora ringrazia).

Trovo molto più interessante imbastire un ragionamento allargando la sua portata al Bologna intero, specialmente in virtù di dinamiche che si sono frequentemente ripetute dall’inizio del campionato ad oggi: avvii di partita all’insegna del fraseggio e del bel gioco per poi perdersi gradualmente ed abbassare drasticamente il baricentro della squadra, finendo per consegnare l’intera iniziativa nelle mani dell’avversario di turno. Successe a Torino: i felsinei partirono forte e furono autori di un’ottima prima parte di gara, prima di soccombere sotto i colpi di Belotti; successe a Napoli, con Dzemaili ad un passo dal vantaggio dopo pochi secondi. Poi, immancabilmente, tutto l’undici rossoblu perse progressivamente metri di campo, ritrovandosi, di fatto, assediati dai partenopei; anche a Milano contro l’Inter il copione fu identico: vantaggio iniziale firmato da Destro a coronare un ottimo approccio alla gara del Bologna, vanificato dalla solita tendenza a non mantenere la stessa forma mentale, prima ancora che tecnica, per tutto l’arco dei 90 minuti; ultimo atto Domenica scorsa all’Olimpico: Lazio alle corde per metà primo tempo, poi il black out.

Il filo conduttore della stagione rossoblu, per ora, pare essere questo. Cambiano gli avversari, non il copione: gioco frizzante basato su palleggio e ripartenze nei primi scampoli di partita (andando a segno con regolarità), timore e poche idee in seguito, finendo per arroccarsi negli ultimi trenta metri, rinunciando a qualsivoglia sortita offensiva.

La differenza fondamentale tra i “due” Bologna è tutta nella volontà dei centrocampisti di imporre il proprio ritmo ed il proprio gioco e la partita di Roma è emblematica in tal senso: all’inizio la mediana rossoblu ha sovrastato in tutto e per tutto quella bianco celeste, con Nagy sontuoso nella fase di costruzione di gioco e Taider prezioso con i suoi inserimenti. In fase difensiva il lavoro di Donsah nel disturbare sia i centrali laziali che il play davanti alla difesa (Parolo) ha impedito uno sviluppo della manovra fluido da parte della squadra allenata da S. Inzaghi. Le ripartenze, poi, risultavano sempre ficcanti, con il solito Nagy a gestirle con maestria e Verdi e Di Francesco a condurle in ampiezza. Una volta che i 3 centrocampisti del Bologna si sono schiacciati troppo ed hanno rinunciato ai repentini strappi in ripartenza, invece, i rossoblu hanno cominciato a subire le iniziative laziali. Poi è arrivata la sofferenza, l’assedio ed il pareggio finale.

Insomma, per il salto di qualità tanto invocato da Donadoni servirà riflettere su questi errori. Il tecnico felsineo è chiamato ad instillare nei suoi centrocampisti la consapevolezza che, mantenendo le idee chiare per tutto il match, inevitabilmente la squadra intera finirebbe per essere meno in affanno con il passare dei minuti. E probabilmente tanti pareggi, più o meno giusti, finirebbero per tramutarsi in vittorie.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale contro la Povertà, istituita dall’ONU a ricordo del 17 ottobre 1987, quando più di 100.000 persone si riunirono al Trocadero di Parigi per affermare che la povertà è una violazione dei diritti umani.

Il Rapporto 2016 di Caritas Italiana sulle politiche di contrasto alla povertà consegna una fotografia allarmante; l’indigenza  tocca l’intera società e non più circoscritta solo ad alcune sue componenti. E’ opportuno ricordare che la povertà non è solo mancanza di reddito, ma è anche strettamente connessa con l’accesso alle opportunità, la possibilità di partecipare pienamente alla vita sia economica che sociale del paese.

In Emilia Romagna sono quasi 70mila le famiglie che vivono sotto la soglia della povertà, che non riescono a vivere in maniera minimamente accettabile. Gli Empori Solidali crescono con un tasso annuo medio del 74,4%, circa 154.000 persone ricevono un aiuto alimentare, sempre più complesse sono le richieste di aiuto agli Sportelli Sociali dei quartieri, crisi dei sistemi economici locali con i suoi devastanti effetti occupazionali, ecc.

Nei giorni scorsi è stato presentato in Commissione Politiche della Salute e Politiche Sociali della Regione Emilia Romagna il progetto di legge “Misure di contrasto alla povertà e sostegno al Reddito” che istituisce il RES (Reddito di solidarietà), mettendo a disposizione tra i 30 e i 35 milioni all’anno che andranno ad aggiungersi ai 37 previsti dal SIA (Sostegno Inclusione Attiva). Uno strumento indubbiamente importante che deve essere accompagnato da scelte concrete che devono indirizzarsi sul rispetto per  i diritti umani e la dignità di tutti, perché le ragioni delle troppe iniquità sono molteplici, ma tutte riconducibili ad un’ unica parola: esclusione.

[Il titolo riporta una citazione di Malcolm Gladwell]

Ingredienti:
Funghi misti (possibilmente freschi), porcini, galletti, fingerli, chiodini ecc
50g porcini secchi (messi in ammollo e conservare l’acqua )
2 scalogni
1 patata
Brodo vegetale qb
Timo fresco
1 disco di pasta sfoglia

Preparazione
Iniziare mettendo a bagno per almeno un oretta i funghi secchi,
Intanto pulire e lavare accuratamente gli altri.
Tagliarli molto bene a listarelle, i piccoli lasciarli interi,
Procedere con la cottura: in una pentola capiente soffriggere lo scalogno tritato con un filo di olio extravergine, unire i funghi, anche quelli in ammollo, lasciar cuocere per 10 min circa, unire l’acqua dei funghi secchi filtrata, la patata intera e coprire con il brodo vegetale.
Cuocere il tempo necessario.

Frullare con il mixer a immersione una piccola parte dei funghi e la patata, riunire di nuovo tutto e aggiustare di sale.
Versare la zuppa porzionata in una ciotola di terracotta e mettere in forno preriscaldato a 200 C° , aggiungere qualche rametto di timo, una macinata di pepe e un filo di olio.

Pennellate un po’ i bordi della ciotola con uovo (per far da collante x il disco di pasta sfoglia) e copritela con il disco di pasta sfoglia avendo cura di tagliarlo leggermente più grande per poter avvolgere bene la ciotola.
Pennellate anche il disco con un p ‘ di uovo sbattuto e infornate, il tempo di cottura della pasta ( circa 10 min )
E la zuppa è servita!

Buona zuppa ai funghi da G&G

2016-10-14-castagnoIl castagno che vedete nella foto ha più di 800 anni. Si trova a Sant’Ilario, Monte di Badi, tra i laghi di Suviana e Brasimone. Ormai due secoli fa, un buontempone, vi allestì all’interno una Osteria con tanto di insegna, panche e tavolo. La chiamò del “Bugeon” a sottolinearne l’ampiezza della cavità. Il castagno è stato per secoli una delle principali fonti di sostentamento delle popolazioni appenniniche. I primi insediamenti risalgono agli antichi romani che importarono la pianta dall’Asia Minore. Tra l’XI ed il XV secolo si sviluppò massicciamente a causa delle frequenti carestie che caratterizzarono quei secoli difficili. Ogni volta che la dieta alimentare delle popolazioni montane e rurali peggiorava, la coltivazione del castagno si intensificava: le castagne e la loro farina hanno rappresentato un aiuto, spesso indispensabile durante l’inverno, per la sopravvivenza di intere generazioni di montanari impossibilitati a consumare i cereali e la carne. Da qui il soprannome “il cereale che cresce sull’albero” o “albero del pane”. Anche se, non di solo pane, si vive: per secoli sono state attribuite proprietà afrodisiache alla castagna, dettate soprattutto dalla sua forma di “testicolo”, da cui anche l’uso del verbo “castrare” per indicare l’incisione del guscio, prima della cottura. Il castagneto per secoli ha anche offerto legname, tannino per la concia delle pelli e un ambiente adatto ai funghi e  alla produzione di miele. Nella cucina contemporanea le castagne si rivelano ottime sia bollite che arrostite, offrendo se essiccate e macinate una farina utile per mille ricette. E’ un alimento digeribile, di alto valore nutritivo e calorico, sano perché la sua coltivazione non richiede l’uso di alcuna sostanza chimica. I marroni, da parte loro, racchiudono un patrimonio di sostanze dietetiche e nutritive che vengono assimilate dall’organismo umano con grande rapidità. I Marroni appartengono ad una specie diversa rispetto alla Castagna e si riconoscono per la maggiore dimensione, il colore più chiaro, il sapore più dolce, la minore percentuale di frutti interni settati, vale a dire divisi dalla pellicina che ricopre il frutto. Nei marroni questo accade raramente ed è per questo che sono molto più facili da sbucciare. Il Consorzio dei Castanicoltori  dell’Appennino bolognese promuove da tempo il pregiatissimo “Marrone Biondo” mentre a Castel del Rio (Bo) i produttori hanno ottenuto nel 1996 il blasone europeo di Marrone a Indicazione Geografica Protetta (IGP). Le sagre ottobrine del marrone e della castagna potete trovarle consultando http://www.sagreinemilia.it

Finalmente, dopo troppi, troppi anni in cui il Nobel per la letteratura sembrava assegnato, più che per meriti letterari, avendo ben presenti criteri geopolitici e di politically correct,  l’arte, la poesia e, perché no la letteratura alta, sono tornate a far sentire, forte, la propria voce.
E poco senso hanno le polemiche intentate ad arte da chi un Nobel non lo riceverà mai (e semmai sarebbe piuttosto il caso di domandarsi che senso abbia IL Nobel, ma questo è un discorso che richiederebbe una discussione molto, molto approfondita) se si pensa che l’arte di Dylan accompagna da 50 e più anni la vita, la nostra vita.
E comunque, dopo le canzoni di De Andrè sdoganate ed integrate nelle antologie delle superiori, dopo lo stesso premio assegnato anni fa al giullare per antonomasia Dario Fo ( e chi si sentisse in qualche modo offeso dalla definizione, vada a sfogliare un qualunque vocabolario dove troverà, per giullare, questa definizione: “… un musico, un poeta, un attore, un saltimbanco. ..”).
E poi, scusate, nei giorni della scomparsa di Fo, non riesco davvero a immaginare che non sarebbe stato contento di questo premio a Dylan.
Dario Fo e Bob Dylan: l’arte, la poesia.

Ingredienti:

  • 1 Cipolla bianca
  • 2 Patate
  • 1 fetta di zucca da 500g

Preparazione:

In una pentola con un filo d’olio fare imbiondire la cipolla tagliata a quadrettoni.

Intanto pulire e tagliare a pezzettoni la zucca e le patate, aggiungerle alla cipolla, fare cuocere qualche minuto e coprire il tutto con brodo vegetale. Lasciare cuocere il tempo necessario. Con un  frullatore ad immersione frullare il tutto fino a farlo diventare una crema, senza grumi!

Se risulta troppo densa aggiungervi altro brodo.

Nel frattempo tagliare e dorare i crostini in forno con un po’ di rosmarino ed un filo d’olio.

Impiattare la crema, un filo d’olio ed una macinata di pepe.

Buon Autunno da G&G

Il dolore toracico nell’ infarto miocardico come precedentemente descritto, ha caratteristiche molto “tipiche”: “dolore gravativo” (come un peso che schiaccia il torace), opprimente che dà la sensazione al paziente “di poter esaurire la vita in pochi attimi”.

2016-10-09-infarto

Fattori comuni scatenanti l’attacco di cuore:pasto abbondante, sforzo, freddo, fumo di sigaretta. (F.Netter)

Si tratta di un dolore molto particolare difficilmente confondibile con altri dolori toracici aspecifici (tipo dolore puntoreo, trafittivo, per lo più localizzato, che può esacerbarsi con gli atti del respiro o con la pressione digitale).

Il dolore toracico, porta spesso il paziente a rivolgersi al proprio medico di famiglia, a volte a conoscenti,a colleghi di lavoro, parenti, mentre la priorità è quella di allertare il Sistema di Emergenza Urgenza tramite il 118.

L’’obiettivo fondamentale è arrivare il più presto possibile nelle Terapie Intensive Cardiologiche provviste di Emodinamica, al fine di essere trattati tempestivamente e con efficacia utilizzando l’angioplastica coronarica della quale abbiamo riferito nel capitolo precedente.

E’ dimostrato infatti che se il paziente viene sottoposto ad angioplastica nelle prime 2-3 ore dall’inizio del sintomo “dolore toracico” la percentuale di sopravvivenza dei pazienti aumenta considerevolmente.

In conclusione si conferma l’affermazione che “il tempo è vita”.

Al fine di abbreviare i tempi di soccorso è stata introdotta da pochi anni, la “Telecardiologia, metodica che consiste nella trasmissione dell’elettrocardiogramma dall’ambulanza del 118 direttamente al Sistema di Emergenza Urgenza dell’Ospedale di riferimento.

La telemedicina pertanto consente di ottenere la conferma dell’infarto in fase acuta e quindi il ricovero immediato nell’Unità Coronarica Ospedaliera per l’esecuzione dell’angioplastica.

2016-10-09-infarto-2

Esempio di trasmissione dell’elettrocardiogramma