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Novembre 2016

Atalanta batte Bologna 2-0 ed i rossoblu, dopo la settimana successiva alla vittoria contro il Palermo passata tra elogi e complimenti da parte, su per giù, di tutti i media locali, tornano ad essere un gruppo debole e mal assortito. E fin qui nulla di nuovo. Si sa, il calcio è materia di un dibattito a cui tutti possono prendere parte e, soprattutto, è molto instabile: se vinci va tutto bene, se perdi ripiombi nel classico vortice del malcontento generale.

Questa volta, però, le critiche sono andate oltre l’immaginabile. Civolani, in un intervento a Radio Bologna Uno, ha così commentato l’operato societario: “(…) il Bologna lotterà per arrivare quattordicesimo come l’anno scorso, la stessa minestra per una società che non ha un minimo di progettualità. Il progetto di Saputo è una favola raccontata per chi ci crede”.

Ora, si può discutere su tutto: sul gioco stentato del Bologna di questo ultimo periodo, sulla classifica che recita 16 punti e quattordicesima posizione, sui cambi tardivi e/o errati di Donadoni. Ma arrivare a criticare con parole così pesanti il lavoro di una società e di un presidente che ha effettuato, in meno di tre anni, due aumenti di capitali e mercati con una spesa complessiva di circa 50 milioni di euro, rasenta il ridicolo. Di più, forse lo supera anche, considerando l’entusiasmo che Civolani stesso e tutta la tifoseria avevano espresso dopo il primo mese di campionato.

La verità è che il Bologna è una delle squadre più giovani della Serie A, con giocatori che hanno margini di miglioramento molto ampi e che in futuro rappresenteranno nel migliore dei casi la spina dorsale di una squadra vincente, nel peggiore un tesoretto importante da reinvestire.

La verità è che Saputo ha speso svariati milioni di euro per ammodernare il Dall’Ara, ne verserà ancora di più per ingrandire il centro tecnico di Casteldebole e supererà il tetto dei 100 milioni per il nuovo stadio.

La verità è che dopo anni in cui non c’era davvero neanche l’ombra di un minimo di progetto, ma si vivacchiava sfruttando qualche cessione milionaria (Ramirez, Diamanti), ora finalmente il Bologna ha davanti a sé prospettive di crescita mai lontanamente immaginate.

Questi sono fatti. E non basterà una sconfitta interna contro (tra l’altro) la lanciatissima Atalanta per cancellarli o farli passare in secondo piano.

Per cui, caro Civolani, Zara o chi per voi, scegliete una volta per tutte: o date fiducia a questa società ed a questo progetto oppure scendete definitivamente dal carro. Per mai più risalirci, però, sia chiaro.

Vi siete mai chiesti cosa vuol dire stare a casa 9 mesi, partorire, ingrassare, dimagrire, piangere, vivere i momenti più felici ed intimi della vostra vita e dopo tutto questo tornare a lavoro? E’ quello che accade a tutte le mamme-lavoratrici. A molte anche più volte nella vita e vi posso garantire che non è facile.
Sono passati 3 mesi da quando sono tornata al lavoro. Premetto che sono stata fortunata: intanto non mi hanno licenziata, anzi ho “vinto” UNA collega con cui posso collaborare e condividere il lavoro ed i suoi piaceri ed inoltre faccio un mix di telelavoro e lavoro in ufficio. Tutto questo aiuta. Aiuta a tornare nel mondo del lavoro, a riprendere abitudini e a stare bene in casa e in ufficio.
Certo, sono sempre stanca. La cena spesso è pura improvvisazione stile Harry Potter, la spesa la si fa nella pausa pranzo ed i weekend sono decisamente più corti di prima. Per non parlare del mio look: ho delle occhiaie che si possono vedere dall’altro lato della strada. Ma lavoro, cresco una figlia insieme a mio marito e vivo piuttosto bene. La vita di una mamma che lavora non è e non può essere facile, ma si può migliorare. “Come” sarà oggetto di uno dei miei prossimi post.
Ora vado a preparare la festa per il primo compleanno di Sophia!!!
Si, un anno di lei. Che emozione!
A presto, Marija

Alla scoperta delle virtù dell’olio extravergine

2016-11-29-olioL’abbiamo riscoperto da anni. La dieta mediterranea, una cultura del cibo sempre più consapevole, la salute che deve essere curata anche e soprattutto a tavola. L’olio, anche per noi emiliani che pur siamo nati sotto il segno dello strutto, fa ormai parte integrante della nostra tavola e della nostra cultura (gastronomica e non). Eppure ci accorgiamo che ne sappiamo poco. Spesso lo usiamo male, quasi sempre non siamo in grado di apprezzarne tutte le qualità, molte volte abbiamo difficoltà a saper sciegliere quello giusto, non siamo in grado di sfruttare tutti i benefici che offre per la salute. L’olio è un mondo, un mondo da scoprire palmo a palmo. Daniela Utili ha provato a darci qualche indicazione, a mostrarci qualche strada, quasi a prenderci per mano per portarci nel mondo dell’oro verde. Nell’epoca della gastronomia-superstar non mancano i libri sull’olio. Eppure il “manuale” di Daniela Utili aggiunge qualcosa di nuovo, diventa un buon compagno di viaggio per aumentare la nostra conoscenza di questo prodotto che ci è insieme familiare ma anche estraneo. Soprattutto ha un faro che guida tutto il volume: olio di qualità come ingrediente fondamentale per la salute. Definirlo manuale non appare improprio. Extravergine – La buona vita, il gusto per la salute e la bellezza, a cura di Daniela Utili, edizioni Codicermes (25 euro) è infatti qualcosa di più dell’ennesimo libro sulle qualità dell’olio extravergine di oliva. Per tutte le informazioni su come acquistare il libro fare riferimento a codicermers@gmail.com oppure giovedì primo dicembre alle ore 19,30 al ristorante-pizzeria “Vito San Luca” via Monte Albano 5, Bologna ci sarà la presentazione-degustazione-cena con gli autori del libro (25 euro, prenotazioni allo 051437711 o presentazionedavito@libero.it) .

Daniela Utili ha coordinato un gruppo di esperti che con i loro saggi ci accompagnano in questa scoperta. Dagli ulivi alle 2016-11-29-foto3ricette, dalla storia alla chimica, dalle creme a tutte le varietà di olive. Sarebbe troppo lungo recensire tutti i capitoli che, appunto, sono molto diversi. Indispensabile però è elencare i nomi degli esperti che scrivono. Giuseppe Caramia è un medico, nutrizionista che ci racconta la storia dell’olio dalla Bibbia ai giorni nostri. E poi, da medico, spiega come l’extravergine sia diventato un elisir di lunga vita. Dal colesterolo all’ipertensione: gli effetti benefici sono impressionanti. Il lungo e delicato processo per la produzione dell’olio viene spiegato, nel capitolo “Le buone pratiche”, da Stefano Cerni e Antonio Ricci, agronomi. Ricci è qualcosa di più, quasi un padre tutelare del volume. E’ venuto a mancare proprio alla vigilia della pubblicazione che a lui è dedicata. Giovanni Lercker e Lorenzo Cerretani in due saggi separati spiegano invece i requisiti che deve avere l’extravergine per essere uno strumento di prevenzione e per la salute. Barbara Alfei, agronoma, sempre insieme a Cerni firmano i capitoli più “appetitosi”: ci sono anche alcune ricette, ma soprattutto si parla delle tipologie organolettiche e dell’analisi sensoriale dell’extravergine. Il finale è scritto in prima persona dalla curatrice del libro, Daniela Utili, romagnola trapiantata a Bologna, giornalista che ha seguito cronaca e politica per tv e carta stampata e che da tempo si è specializzata in questo settore e collabora con diverse riviste. E qua entriamo nel mondo dove l’olio non si mangia ma si spalma: tutte le proprietà che ne fanno un ottimo compagno per la cura della bellezza. Le fotografie, che danno un tocco di classe al volume, sono della “nostra” Elisabetta Bignami, che i lettori del Tiro conoscono e apprezzano, e di Giorgio Sorcinelli; il coordinamento editoriale è di Domenico Cigno.

2016-11-29-foto2Il bello è che “Extravergine” non è tutto qua. C’è anche dell’altro, come un utile glossario, la bibliografia e una selezione di importanti aziende che hanno contribuito alla riuscita del volume. E’ un libro da tenere a portata di mano. Interessante da leggere per scoprire il pianeta dell’olio, quello buono, quello extravergine. Utile anche da consultare quasi come una vademecum. Narra la leggenda – scrive Caramia – che quando gli alberi decisero di scegliere un re per essere governati, all’unanimità scelsero l’ulivo. Ma l’ulivo declinò la prestigiosa offerta perchè disse che voleva continuare ad onorare ed alimentare, con i suoi preziosi nutrienti, gli dei e gli uomini. Per fortuna non ha ceduto alle lusinghe del potere così noi ci possiamo godere i suoi frutti e, magari, leggere anche qualcosa per saperne di più.

Sarò ripetitivo, lo so lo so, ma aprire un qualunque romanzo di Maigret (con protagonista Maigret) è come sempre incontrare nuovamente un vecchio amico. Un vecchio amico che non si vede da tempo, magari, ma di cui si sente, si sentiva, la mancanza anche senza saperlo. Poi, per scoprirla, la mancanza, basta cominciare a leggere e ci si accorge di come qualcosa, durante il tempo in cui lo si è dimenticato, sia mancato. Se poi l’occasione è data dalla stampa estiva di questa antologia, “Maigret va al sud” che compendia alcuni romanzi di ambientazione meridionalista (la Provenza, la Côte d’Azur, Tolone), bè a questo punto davvero non resta che chiedersi il perché di una così lunga lontananza.

Chi infatti ha dormito anche una sola notte a Porquerolles, capirà benissimo quello che intende Simenon quando ad un deuteragonista del suo romanzo “Il mio amico Maigret” , uno dei titoli della raccolta, confida ad uno stranito commissario Maigret, che contrariamente alle abitudini ha tralasciato di indossare la giacca, calza un paio di comode pantofole e sta sorseggiando un vinello bianco frizzante e ghiacciato, “… ecco, vede commissario? Che le dicevo? E’ la porquellorite, sta prendendo anche lei. Vedrà, ancora un paio di giorni …”. Un’isola mediterranea che di mediterraneo nulla ha. Spiagge isolate, conifere secolari che protendono le proprie radici fino in acqua (e così simili, nel loro  bisogno di incontrare l’elemento liquido, alle palme viste, chessò a Tobago o  a Guadaloup), non ci sono strade, non quelle che conosciamo noi, comuni continentali, non c’è luce, quando il buio della sera cala, solo lampade tascabili, fioche luci nascoste tra i rami generate dai … generatori, e lucciole, lucciole, lucciole. Naturalmente, visto che siamo a sole 3 miglia dalla costa, ogni giorno barconi e battelli trasportano decine di turisti. Allora, in queste ore centrali della giornata, un po’ di traffico umano arriva a scombussolare il quieto tran tran dei locali. Ma alle 5 della sera, subito dopo la partenza dell’ultimo battello che riporta i giornalieri a Hyeres, ecco che chi ha avuto la fortuna, o la previdenza, di riuscire a prenotare una camera per la notte, si ritroverà a vivere un’emozione unica, in un luogo senza tempo, un luogo in cui tutto sarà tornato come sempre, come sempre è stato, come ai tempi, beati, quando Simenon, era verso la metà degli anni ’40, aveva preso l’abitudine (ma forse era la porquellorite a spingerlo) di soggiornare a più riprese nella meravigliosa isola poco sotto Tolone.

Vero è che nell’antologia manca uno dei romanzi più significativi tra quelli che raccontano delle sporadiche trasferte del commissario (“Il clan dei Mahè” ambientato anch’esso a Porquerolles) ma i tre romanzi “Liberty bar”, “Il mio amico Maigret” e “La pazza di Maigret” ben danno conto di uno struggimento e una umanità in qualche modo nascoste, diverse da quelle cui siamo abituati seguendo il nostro commissario nelle fredde albe, nella pioggerellina insistita, nelle brume dei canali. Scopriamo cioè un Maigret pigro, ciondolante, che non vede l’ora di sdraiarsi all’ombra di un pergolato da cui filtrano rare lame di sole lucente dopo aver bevuto con gran soddisfazione un calice di bianco fresco e frizzantino. Un commissario ben diverso, in maniche di camicia, il colletto allentato, le pantofole (in mancanza di quella naturalezza tutta meridionale che gli permetterebbe di indossare un comodo paio di espadrillas), da quello che siamo abituati a riconoscere nella pesante grisaglia grigia scura, il borsalino ben piantato in testa, circondato da una nuvola di fumo proveniente dalla pipa perennemente impugnata.

Capisco, lo so, di essere partigiano, un sostenitore praticamente acritico di Simenon scrittore, ma in fondo poche ciance: non ci fosse stato Simenon non avremmo avuto Camilleri e Vázquez-Montalban, Izzo e Markaris.

Oddio; forse li avremmo anche avuti, ma chissà quando e chissà come.

Ingredienti per i passatelli:

  • 1 uovo a persona
  • 50 g di pane grattugiato
  • 80 g di parmigiano reggiano
  • 1 cucchiaino da caffe’ di farina
  • 3 fette di mortadella tagliata a filange’
  • noce moscata

Per Condire:

– 1 noce di burro

– 1 fetta sottile di mortadella

– 50/60g di burrata

– 1 pugno di pistacchi tritati a coltello precedentemente tostati qualche minuto in forno

Perché il passatello è il passatello!!!!!

BUON APPETITO DA G&G

Visitare la mostra che palazzo Strozzi dedica ad Ai Weiwei significa essere disposti ad intraprendere  un viaggio per incontrare la millenaria civiltà cinese che negli ultimi sessantotto anni della sua vita, quella che la maggior parte di noi ricorda, è legata all’affermazione e crescita di un potere totalitario: dato fondamentale nell’affrontare le opere esposte a palazzo Strozzi, non a caso raccolte sotto il titolo di “Libero”. A questo va aggiunta la componente esplosiva delle avanguardie storiche occidentali e della Pop Art americana degli anni Ottanta e Novanta:  Duchamp e Wharol sono da sempre tra i numi tutelari di Ai Weiwei. Così la sapienza millenaria di ceramisti, fonditori, falegnami, intagliatori che in Cina per secoli hanno elaborato un’arte ornamentale, elegante, rarefatta, viene usata da Ai Weiwei come elemento nobile di un percorso artistico, antigovernativo e antirepressivo che sembra unirsi naturalmente al linguaggio artistico occidentale dell’ultimo secolo, volontà di provocazione compresa.

La libertà espressiva e il percorso politico di Ai Weiweisono stati pagata caro prezzo con la chiusura nel 2009, del blog dal quale denunciava le aberrazioni del governo, la distruzione dello studio di Malu Town nel 2010, la detenzione dall’aprile al giugno 2011. Solo nel 2015, dopo che il mondo dell’arte e della politica occidentale, si è mosso a suo favore,  gli è stato restituito il passaporto e la possibilità di viaggiare e lavorare.

La lunga carriera di Ai Weiwei di cui la mostra fiorentina celebra i trent’anni di attività, ha inizio negli anni Settanta con la fondazione del collettivo di artisti Stars. Sarà proprio il gruppo di Stars ad aprire, nel 1980, la prima mostra di arte contemporanea cinese alla China Art Gallery di Pechino. Dal 1981, Ai Weiwei inizia il percorso di studio e produzione artistica negli Stati Uniti; New York diventa il centro della sua vita e della sua attività e qui si specializza in design frequentando la Parsons The New School For Design e l’Art Students League. E’ di questo periodo un’opera emblematica, quasi didascalica della commistione tra Oriente e Occidente: “Profile of Duchamp. Sunflower seeds” (1988). In una gruccia in fil di ferro piegata a delineare il profilo di Marcel Duchamp e appoggiata su una superficie di legno, viene posta una manciata di semi di girasole, alimento molto utilizzato dalla cucina cinese. Il matrimonio è sancito, Ai Weiwei non sarà mai solo cinese o solo occidentale ma cittadino del mondo, alla ricerca di una libertà di espressione, politica e artistica che non conosce barriere. Uno dei sui “weiweismi” , aforismi fulminanti che a palazzo Strozzi sono presenti nei pannelli della grafica di mostra, è, cito a memoria “La terra è rotonda, non esistono est, ovest, nord, sud. Siamo cittadini del mondo”.

La sua permanenza a New York termina nel 1993, con il rientro a Pechino. Una personalità così esplosiva, vivace, poliedrica, come quella di Ai Weiwei, non poteva rimanere dormiente e sono quindi questi gli anni nei quali l’artista esplora le sue possibilità creative: architettura, design, fotografia, tutto diventa parte di un unico linguaggio elaborato in una vera e propria factory,  lo studio” FAKE Design” (2003). Assieme all’attività artistica prosegue il forte impegno politico, l’attivismo a favore delle classi meno agiate, la crociata contro la corruzione della classe dirigente cinese. Questo gli vale una denuncia per evasione fiscale ed una multa astronomica di 12 milioni di yuan che viene pagata in parte con una colletta.

Palazzo Strozzi è letteralmente posseduto dalle opere di Ai Weiwei, a partire dagli enormi canotti gonfiabili appesi all’esterno, attorno alle cornici delle finestre del piano nobile, che denunciano l’indifferenza nei confronti dell’epocale tragedia della migrazione,  fino alle stanze interamente tappezzate da una “carta da parati” dove i pattern decorativi sono simboli grafici che ripetono ossessivamente simboli grafici legati all’attività politica e provocatoria dell’artista: dalle catene e manette che ricordano la sua detenzione, al dito medio alzato indistintamente verso i poteri  forti di tutto il mondo. Le installazioni percorrono, come detto, trent’anni di carriera e ci permettono di incontrare le denunce, le invenzioni, i ricordi commossi del passato creativo e artigianale cinese e le provocazioni di un uomo mai asservito al potere e che ha fatto della libertà l’elemento centrale attorno al quale far ruotare arte e vita.

Passato e presente si confrontano e si confondono: Ai Weiwei utilizza indiscriminatamente materiali come legno e ceramica che vengono da una lunga tradizione artigianale, la fotografia, i ready made,  la comunicazione social (l’amatissimo Twitter) e persino i mattoncini Lego, per poi rituffarsi nella leggerezza rarefatta del bambù e della carta di riso delle figure di mostri leggendari della tradizione rurale cinese, realizzati come enormi  mobiles flottantiappesi al soffitto. Alla Strozzina, piano interrato del percorso, è la parte più intima della mostra, che racconta attraverso le foto degli anni Ottanta,  fino alle più recenti che hanno come palcoscenico i social media, il percorso personale e coerente di Ai Weiwei, percorso ancora in evoluzione e pronto ad aprirsi a nuove esperienze, perché, come egli stesso dichiara “Art is a not an end but a beginning.”

 

Ai Weiwei. Libero

a cura di Arturo Galansino

fino al 22 gennaio 2017

tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00

Giovedì: 10.00-23.00

info@palazzostrozzi.org

Ogni anno, in Ottobre, Casola Valsenio, piccolo Comune della collina ravennate, paese natale dello scrittore-ciclista Alfredo Oriani, celebra la Festa dei Frutti dimenticati, manifestazione di grande fascino e qualità che attira oltre 10.000 visitatori da tutta la penisola. A Guastalla, nel reggiano, sotto gli antichi portici seicenteschi dove Bernardo Bertolucci giro’ memorabili scene di “Novecento” l’annuale Mostra-mercato settembrina è dedicata alle “Piante e animali perduti”. A Pennabilli, in provincia di Rimini, il genio del maestro Tonino Guerra, artista eclettico, nonché sceneggiatore prediletto di Federico Fellini, ideo’ molti anni fa “L’orto dei frutti dimenticati”, attorno al quale, da un decennio, si celebra l’evento “Gli antichi frutti d’Italia si incontrano a Pennabilli”. La nostra regione è disseminata di tante altre piccole-grandi manifestazioni dove agricoltori, vivaisti, hobbisti o cultori della biodiversità storica offrono, orgogliosamente, ad un pubblico di appassionati tutto il “fuori moda frutticolo” esistente. Cosa li spinge?: nostalgia, bio-conservazione, proprietà nutrizionali, orgoglio identitario, rifiuto della globalizzazione omologante. Difficile dirlo. Ognuno ha le sue motivazioni. Quello che conta è che gli indimenticabili frutti d’antan sono di nuovo attuali. Alcuni esempi? Il sorbo. Gli antichi romani ne esaltavano le proprietà benefiche sull’intestino derivate dall’alta concentrazione di tannino, e vitamina C e ancora oggi si utilizzano in erboristeria come rimedio per la dissenteria e per la cura di varie patologie a carico del sistema circolatorio. Le giuggiole, resistenti al freddo e quindi coltivate sia in pianura che in montagna, si utilizzano, oltre che per il famoso brodo di giuggiole, per sciroppi, marmellate e liquori. Il corbezzolo, frutto a bacca rossa, per marmellate, decotti e infusi utili a disintossicare reni, fegato e vie urinarie e a combattere stati febbrili e diarree. Le corniole, simili ad olive che durante la maturazione cambiano frequentemente colore passando dal verde al giallo, dall’arancio al rosso accesso fino ad acquisire una colorazione ‘vinaccia’. E’ un ottimo rimedio per curare dermatiti, dolori articolari e disturbi del metabolismo. Mele e pere cotogne, frutti antichissimi, coltivati già nel 2000 a.C. dai Babilonesi, utilizzati per marmellate, gelatine, mostarde, distillati e liquori e per la famosa ‘cotognata’.

La Cardiologia Riabilitativa è finalizzata al recupero funzionale fisico, psicologico e sociale di pazienti dopo infarto miocardico.

Può essere definita come la “somma” degli interventi richiesti affinché i pazienti possano conservare o riprendere il proprio posto nella vita familiare e socio–lavorativa.

 

Ciò nella ragionevole convinzione che la fase di riabilitazione cardiologica migliori la prognosi e quindi la sopravvivenza sia a breve che a lungo termine di un paziente colpito da un infarto cardiaco.

 

E’ dimostrato infatti dalla copiosa letteratura sull’argomento che l’esercizio fisico programmato e personalizzato migliora la “performance” del soggetto oltre a contribuire alla correzione dei “fattori di rischio” (colesterolo elevato, diabete mellito, pressione arteriosa alta, fumo di sigaretta e obesità per citare i più importanti)

I programmi riabilitativi

Gli interventi vengono effettuati in base ad un progetto riabilitativo individuale, che tiene conto  delle condizioni cliniche della persona assistita e dei suoi bisogni. Il progetto riabilitativo viene realizzato da un Team composto da professionisti con diverse competenze

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Il Training fisico controllato e la prescrizione di programmi d’attività fisica di mantenimento

 costituisce parte integrante dell’intervento riabilitativo e viene pianificata in forma “individualizzata”. L’esercizio fisico viene svolto con cyclette programmate per carichi di lavoro individuali sotto costante controllo elettrocardiografico ed attenta osservazione personale tecnico-infermieristico appositamente formato.

 

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Il Ciclo di Cardiologia Riabilitativa prevede:

 

Programma Educazione Sanitaria

  • Insegnare a riconoscere i sintomi “sentinella” che richiedono l’intervento medico
  • Farmaci (a cosa servono, come vanno assunti, possibili interazioni)
  • Organizzazione del programma di prevenzione secondaria
  • Obiettivi di un programma a lungo termine

 

Programma di Educazione Alimentare

  • colloqui individuali e analisi dei questionari
  • incontro di gruppo in aula di educazione alimentare

 

Programma specifico per il paziente obeso

  • Colloquio individuale: identificazione obiettivi.
  • Per diabetici e obesi intervento specifico e dieta personalizzata.

 

Programma di valutazione psicologica e supporto psico-comportamentale:

 

  • Somministrazione di questionari per identificare lo stato di ansia/depressione e la qualità della vita
  • Colloquio individuale con lo psicologo

 

Programma Anti- Tabagismo

  • Colloqui individuali
  • Incontro di gruppo con i fumatori

 

Alla fine del ciclo di riabilitazione viene compilata una apposita cartella clinica ove vengono annotati giorno per giorno i carichi di lavoro attuati, la tolleranza allo sforzo del paziente, l’elettrocardiogramma e gli esami di laboratorio.

In conclusione la fase di riabilitazione cardiologia rappresenta un efficace modello di continuità clinico assistenziale e di prevenzione della malattia coronarica.

 

Bologna respira, dopo un paio di mesi vissuti in apnea, con l’ansia crescente di una vittoria che proprio non voleva saperne di tornare ad illuminare il campionato rossoblu.

Non è certo un caso che il suddetto periodo di crisi sia coinciso con l’assenza di Mattia Destro, bomber principe di una squadra che senza l’ex Roma risulta sterile davanti, incapace di creare (e tantomeno, ovviamente, di finalizzare) una mole di gioco sufficiente a garantire i tre punti tanto agognati.

Si può discutere sull’attitudine di Destro, sulla sua forza mentale: la verità numero 1 è che Mattia non sarà mai un leader emotivo all’interno di uno spogliatoio, né il trascinatore carismatico capace di guidare i compagni sull’onda della sua trance agonistica. La verità numero 2 è che il Bologna non ha bisogno che lo sia. I rossoblu necessitano come il pane, prima ancora dei suoi goal (che bene o male ci sono sempre stati e ci saranno sempre) o del suo atteggiamento, dell’equilibrio che Destro riesce a garantire all’intero undici in campo: il suo lavoro senza palla, per esempio, è tanto importante quanto scarsamente notato visto che nel compulsivo, quasi schizofrenico, calcio di oggi, viene percepito come più importante accumulare statistiche e segnature, a scapito di una lettura più sfumata e critica riguardo al lavoro di un attaccante.

Un altro aspetto sottovalutato del gioco di Destro è la sua capacità di fare salire la squadra, fondamentale specie nei momenti di massima pressione da parte degli avversari. Non è un giocatore dotato di un fisico massiccio, né un fulmine di guerra in progressione, ma è furbo e sa sempre dove posizionarsi in fase di non possesso, finendo spesso e volentieri per occupare la zona di campo giusta per mettersi in visione dei compagni in difficoltà, garantendo la possibilità di un lancio lungo verso di lui e lucrando falli vitali per interrompere il ritmo dell’attacco avversario.

Se a tutto questo aggiungiamo un goal ogni due partite, al di là si simpatie o antipatie (lecite, ci mancherebbe, anche se spesso abbastanza cieche dinnanzi alla realtà oggettiva dei fatti) non credo sia una bestemmia affermare che di italiani più forti di Destro, nel suo ruolo, ci siano al momento solo Immobile e Belotti.

Teniamoci stretto Mattia dunque, imprescindibile per le sorti di questo Bologna e potenziale utile risorsa per la Nazionale di Ventura. Se continua così, perché mai il CT azzurro non dovrebbe dargli una chance?

Anche qui bisogna scegliere se dire sì o dire no. Non a una riforma costituzionale, bensì ad un contratto dal quale dipende il lavoro di 300 operaie. A decidere se accettarlo e vendersi alle condizioni della multinazionale che ha acquistato l’azienda tessile Varazzi, sono solo in undici. Undici donne che fanno parte del consiglio e rappresentano uno spaccato del mondo operaio femminile. C’è Bianca, impersonata da Ottavia Piccolo, la più saggia e anziana, la prima che si pone il dubbio, e c’è Angela, interpretata dalla cantante napoletana Maria Nazionale, che invece ha tanti figli, un marito in cassa integrazione, e dubbi non ne ha e lo fa sentire a grande voce. E poi c’è l’impiegata sulla carrozzina, quella che fa pugilato, quella picchiata dal marito che vomita la sua rabbia e paura alle colleghe, la straniera che non si fida di nessuno e quella che accetterebbe qualsiasi cosa pur di avere un lavoro, ci sono la madre e la figlia incinta, c’è la diciannovenne con tutte le sue giovani ingenuità. “7 minuti” è il titolo del film girato da Michele Placido, tratto da un testo teatrale di Stefano Massini che si ispira ad una storia vera, ed è anche la richiesta della multinazionale che ha comprato l’azienda Varazzi e tutte le sue lavoratrici. Sì, le lavoratrici potranno rimanere tutte, sono state comprate insieme all’azienda. Gioia e tripudio di fronte alla prospettiva di perdere il lavoro. Ci sono le operaie fuori dalla fabbrica in attesa di sapere del loro destino che, quando intuiscono che forse si salveranno, ebbre di gioia, ballano e suonano i tamburelli. E saranno salve, c’è solo quella piccola richiesta: 7 minuti da togliere alla pausa pranzo, “solo” questo. E’ una richiesta quasi ridicola, come sottolineano alcune delle undici rappresentanti, quelle che dubbi, apparentemente, non ne hanno. Ma la voce di Ottavia Piccolo, che si insinua nella testa di tutte loro, e anche in quella degli spettatori, riuscirà in parte a stravolgere il pensiero banale e immediato sorto spontaneo a tutte. 7 minuti sono davvero così pochi? E quanto vale la nostra dignità di lavoratrici? Accettare vuol dire andare incontro o andare indietro?

“7 minuti”, attualissimo in quest’epoca di precariato, è un invito alla riflessione. E se a volte i dialoghi risultano un po’ teatrali – come quando Bianca annuncia le condizioni del contratto alle sue colleghe- e i personaggi rischiano di sembrare stereotipati, il film ha il pregio di colpirti dritto al cuore e scuoterti perché le domande sorgono spontanee. “Cosa siamo disposte a fare pur di lavorare? Tutto siamo disposte a fare!” urla una di loro, mentre Bianca, che pure ha un figlio disoccupato, invita a capire, riflettere, domandarsi. “Io alla tua età ho accettato tutto e ora sono finita qui. Se potessi tornare indietro non lo rifarei” dice alla collega diciannovenne.

In un primo momento anch’io avrei detto subito sì. Sì, accetto queste condizioni, ci mancherebbe. Che cosa sono 7 minuti per me, ma soprattutto per chi ha una famiglia da mantenere, per chi è scappato da paesi in guerra, per chi cerca lavoro da mesi? Niente.

E invece sono molto di più di quello che sembra, soprattutto per chi ha una famiglia da mantenere, è scappato da paesi in guerra, è disoccupato. Rappresentano i nostri diritti, il nostro futuro, i nostri sogni intesi come il mondo che noi vorremmo. Rappresentano noi. Quei 7 minuti non sono solo 7 minuti. E il suono di quei tamburelli delle operaie che gioiscono per essere state comprate senza troppi sforzi, sembra ridicolo, patetico, straziante.