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2017: fuga al museo

Confessatelo, quanti di voi pur abitando a Bologna non sono mai  entrati alla Pinacoteca Nazionale di via Belle Arti? Vedo alcune mani alzate. Ecco, è per i proprietari di quelle mani che scriviamo. Da questa rubrica forse vi aspettate solo recensioni di mostre o chiacchiere in libertà e invece crediamo non faccia male ricordare che possediamo dei bellissimi musei e che visitarli è facile, basta vincere la pigrizia e non nascondersi dietro la frase di rito “tanto sono sempre lì”. Come Lucignolo con Pinocchio, Eva con Adamo, l’ultima fetta di torta con il goloso,  sono qui per tentarvi, sussurrandovi all’orecchio “…fuggite dal caos del sabato pomeriggio, dallo stirare i lenzuoli, dal pulire la libreria, spegnete il telefonino, andate a ristorarvi in un luogo silenzioso, caldo, accogliente e pieno di cose belle da vedere”.

Se avete deciso di ascoltarmi, adesso state entrando al numero civico 56 di via Belle Arti; non fatevi impressionare dall’austerità dell’ingresso, in fondo quello dove entrate era un convento. Per la precisione un convento gesuita, quello di Sant’Ignazio.  Venne inaugurato nel 1735 ma  nel 1796 dopo l’ingresso delle truppe napoleoniche a Bologna, fu soppresso come voleva la nuova legge francese che prevedeva la scomparsa degli ordini religiosi e l’alienazione dei beni di proprietà ecclesiastica. Le opere d’arte da sempre fanno parte del bottino dei vincitori e per scegliere quali opere portare in Francia e quali lasciare, i  dipinti vennero raccolti presso l’Accademia Clementina che si trovava in via Zamboni 33, in quel palazzo Poggi ora sede dell’Università. Per quanto grande il palazzo si rivelò insufficiente e così l’Accademia e il deposito dei dipinti soppressi, furono trasferiti nell’ex convento di Sant’Ignazio. Le vicende successive furono molte ed intricate e in fondo adesso poco c’interessano. A noi basata salire lo scalone d’ingresso, alzare il naso per vedere lo splendido affresco con la Gloria di sant’Ignazio, che orna la volta di quella che un tempo era la cappella del convento, spingere la porta a vetri della galleria ed entrare. Le sale sono tante e non possiamo parlare di tutte le opere; ci soffermeremo su un paio di queste, lontane per periodo storico e stile ma che sono due punti fermi della Pinacoteca bolognese attorno ai quali potrete costruire la vostra visita.

2017.01.19 - VitaledaBolognaLa prima la trovate all’ingresso, non vi può sfuggire. E’ una pittura su tavola che rappresenta San Giorgio che sconfigge il drago e libera la principessa.  Roberto Longhi, uno dei maggiori storici dell’arte italiana definiva il trecento “il gran secolo della pittura italiana” e guardando quest’opera capiamo cosa intendeva. Nel 1959, proprio Longhi segnalò la presenza di questa tavoletta ad un’asta ad Amsterdam; lo Stato italiano l’acquistò e la destinò a Bologna per appartenenza storica.

E’ opera di Vitale di Aymo degli Equi detto Vitale da Bologna, un pittore di cui sappiamo poco: le sue tracce documentarie vanno dal 1330 al 1361 circa. Come sappiamo che questo dipinto è suo? Se guardate bene sulla groppa del cavallo compaiono una serie di lettere intrecciate che formano la parola “Vitalis”. Una firma in acrostico, un’orgogliosa affermazione di responsabilità, vergata in maniera elegantemente cifrata. Le ultime ipotesi sulla data d’esecuzione della piccola tavoletta la fanno oscillare tra 1330 e 1335. Facciamoci trascinare nella scena che Vitale allestisce per i nostri occhi: un santo cavaliere arriva di corsa dalla sinistra della composizione, i capelli e le falde della veste al vento, le braccia e le spalle in movimento contrapposto e speculare, la lancia nella mano destra e nella sinistra la briglia del cavallo tirata con vigore. Collo del cavallo, spalle del santo e lancia sono in asse diagonale tra loro, contratti in un’ improvvisa frenata; è un congegno visivo potente che scarica un gesto violento e risolutivo con la lancia tanto da spezzare le fauci al drago. Molti secoli dopo Paul Klee avrebbe scritto nei suoi diari “lo sguardo dello spettatore percorre le strade che nell’opera gli sono predisposte” e qui Vitale lo fa con maestria usando un’espressività drammatica, violenta, barbarica. Lo sfondo brullo della montagna sale verso destra, a bilanciare visivamente le figure del cavallo e del cavaliere e proprio alla sua sommità ecco spuntare  il busto della principessa.  E’ l’unico elemento della composizione che si sottrae a questa furia, quasi la giovane stia sbucando dalle quinte di proscenio per vedere lo spettacolo che si svolge sul palco e nel quale, in quel momento, sa di essere comprimaria. Tutto è gentile nella sua apparizione: il rosa tenue della veste, l’ovale del volto, lo sguardo pudicamente abbassato a non voler vedere la scena brutale che si svolge accanto a lei.

Tiriamo il fiato, perché Vitale ci ha trascinati in un turbine di linee, colori, movimenti.  Possiamo concederci una passeggiata lungo il corridoio, fare “ciao, ciao” con la mano al polittico di Giotto che torneremo a vedere un’altra volta, percorrere in pochi passi le sale del Trecento e del Quattrocento, per  approdare alla grande sala dove ci aspetta la star della Pinacoteca: Raffaello Santi da Urbino.

Siamo davanti all’Estasi di santa Cecilia, un dipinto capitale per la cultura pittorica italiana e bolognese in particolare, così2019.01.19 - Raffaello_sanzio,_santa_cecilia_ine_stasi_e_santi,_1518_circa_02 ingombrante per la storia dell’arte da vantare chilometri di interpretazioni, letture critiche, diatribe tra studiosi. Il dipinto venne commissionato a Raffaello probabilmente nel 1513, da una nobildonna bolognese, Elena Duglioli, devota alla santa; come Cecilia anche la nobildonna, pur sposata, aveva fatto voto di castità e in più aveva visioni durante le quali udiva musiche celestiali. La tavola era destinata alla chiesa di San Giovanni in Monte, dove ancora se ne trova una copia ottocentesca.  Un’opera come questa non poteva sfuggire agli inviati di Napoleone a Bologna che nel 1797 prelevarono il dipinto e assieme ad una trentina di altri lo inviarono a Parigi, a costituire il nucleo del grande museo che il generale francese voleva modestamente intitolare a suo nome:  Musèe Napoleon. Il viaggio attraverso le Alpi, su carri che non godevano certo di ammortizzatori, con continui cambi di umidità e temperatura, recò gravi danni all’opera. A Parigi venne deciso di realizzare un “trasporto” staccando la superficie dipinta dalla tavola e incollandola sulla tela, così da evitare problemi creati dal movimento del legno. Il restauratore Hacquin consegnò il dipinto alla galleria parigina nel 1810; la Santa Cecilia non ci rimase molto perché nel 1815, all’indomani della caduta di Napoleone, ritornò a Bologna.

Adesso però facciamo funzionare gli occhi e guardiamo: santa Cecilia è al centro della composizione, le fanno corona alcuni santi, san Paolo, san Giovanni Battista, sant’Agostino e infine santa Maria Maddalena. Cecilia stringe tra le mani un organo portativo ed alza gli occhi ascoltano il coro angelico che si libra in alto, tra le nubi. Fin qui niente di strano, nella 2017.01.19 - Raffaello,_santa_cecilia_04pittura italiana del Quattro e Cinquecento le sacre conversazioni si contano a palate, se non fosse che qui, ai piedi dei santi, Raffaello inserisce una strepitosa scelta di strumenti musicali  a segnalarci che Cecilia è patrona dei musicisti, ma questi sono in parte rovinati:  una viola da gamba senza corde e con la cassa fessurata, timpani con la pelle lacerata, un flauto spezzato. Guardando attentamente ci accorgiamo che lo strumento che Cecilia stringe tra le mani non se la passa meglio: alcune canne si stanno staccando e siamo sicuri che tra un po’ scivoleranno a terra. Raffaello sceglie una strana natura morta che non può non avere una senso: forse gli strumenti spezzati simboleggiano l’aspetto fisico della vita al quale la santa rinuncia per appagarsi solo della musica celestiale, forse si vuole indicare come il canto umano sia l’unico mezzo per arrivare al divino e quindi gli strumenti non servono a raggiungere la sfera dell’estasi oppure che il corpo umano, come la cassa di una viola, può rompersi ma ciò che lo abita, l’anima, come la musica, sopravviverà.  Certo è sopravvissuta nel tempo un’opera come questa e il suo messaggio, l’unico che mette d’accordo tutti è che si tratta di un dipinto strepitoso  per bellezza, qualità pittorica, storia e perché no? per la scelta iconografica che reca con se’ un pizzico di mistero.

Abbiamo finito la nostra brevissima visita in Pinacoteca, adesso potete riaccendere il cellulare, rituffarvi nel caos cittadino, tornare alle incombenze di tutti i giorni oppure rimanere e fare un altro giro, per scoprire le altre opere che sono in queste sale. A voi la scelta.

 

Pinacoteca Nazionale di Bologna

via delle Belle Arti, 56 – http://www.pinacotecabologna.beniculturali.it/

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Vademecum di sopravvivenza per storici dell’arte ovvero racconti semiseri di vita in un museo quando si è dall’altra parte della biglietteria