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Dicembre 2017

Per cotechino

  • 100 gr di lenticchie
  • 1 cucchiaio di sesamo
  • 2 cucchiai di concentrato di pomodoro
  • 50 gr di parmigiano grattugiato
  • 1cucchiaio di paprika
  • 1 spicchio di aglio tritato
  • 2 cucchiai di farina di ceci verdure per fare il brodo vegetale

Per il pure: patate, latte , parmigiano, burro, sale, noce moscata

Per verdure: cipollato bianco, sedano, carote, peperone rosso, peperone giallo, zucchine, finocchio, salsa di soya, un po’ di sesamo, olio piccante qualche bacca di ginepro, zenzero.
PROCEDIMENTO
Preparare il brodo vegetale con le verdure (sedano, carota , cipolla, 1foglia di alloro) Servirà poi per cuocere il cotechino.
Dopo avere lessato le lenticchie farle intiepidire, tirarle un po’ o schiacciarle con una forchetta, lasciandole un po’ grossolane unire poi gli altri ingredienti e creare l’impatto che deve risultare abbastanza sodo da non attaccarsi alle mani. Se serve aggiungere un po’ di farina di ceci, aggiustare di sale e pepe, creare il cotechino , avvolgerlo nella carta forno, legarlo e cuocerlo nel brodo vegetale preparato precedentemente per almeno 30minuti poi farlo raffreddare.
Per il purè
Dopo aver lavato e pelato le patate, lessarle coprendole con il latte, passarle con il passaverdura
aggiungere il parmigiano tornando sul fuoco e a fuoco spento una noce di burro, noce moscata e
sale se serve.
Per le verdure, dopo averle pulite e tagliare ognuna in modo diverso, cipollato a spicchio come finocchio, carote a rondelle, zucchino a fettine poi a rombo ecc… saltarle in olio evo tutte insieme per una decina di minuti con le bacche di ginepro, unire la soya, lo zenzero fresco grattugiato, il sesamo e a crudo un po’ di olio piccante. Aggiustare di sale, devono risultare sode. Impiattar3. In sotto le verdure , al centro il cuore di pure e sopra le fettine di cotechino, un filo di olio ed una spolverata di paprika. Volendo si può sostituire il parmigiano con il Todi.
BUON 2018 da G&G

Brodino natalizio per le bolognesi del basket alla ricerca, entrambe, del pass per le final eight di Coppa Italia nelle rispettive categorie.

Attenzione, però. Quando dicendo brodino si intende proprio un brodino. Non certo, visto il periodo, uno di quegli ottimi brodi di cappone che accompagnano i tortellini quando sono buoni, quanto, invece, uno di quei brodi matti “.. buoni come quello che fai tu solo più grande …” (per chi si accontenta …).

Un brodino, quindi, perché quando si fa i grossi con l’ultima in classifica come ha fatto la Fortitudo con Roseto, una squadra corta e bassa e leggera quando si dispone del roster più completo, lungo, pesante in circolazione, una grande impresa non la si è fatta di certo. Ma di sicuro non si sta meglio sull’altra sponda cittadina. Vincere di cinque a Varese, una Varese che non ha potuto schierare due mori del quintetto (Waller ed Hollis), pur superando le polemiche e un ricorso (che per onestà sportiva si spera non sarà neppure preso in considerazione: per ricapitolare, a un minuto dalla fine stoppatona di Slaughter su Wells e successiva, dopo interminabile consulto dell’instant replay, fischiata per infrazione di 24” ai danni dei varesini mentre il pubblico del Pianella esplode chiedendo la rimessa assegnata ai propri beniamini) cervellotico, ridicolo e perso in partenza (della serie cosa non si farebbe per cercare di rubare un risultato) non è certo indice di grande salute e forma.

Ma siamo a Natale e quindi prendiamo per buone le, poche, cose buone viste. Di cui la prima, di contesto diciamo, avviene sugli spalti del PiccoloMadison di Piazza Azzarita con il consueto appuntamento “Arrosticini e Tortellini” a ribadire il forte legame che unisce le due tifoserie accompagnato dallo striscione “Bologna e Roseto, fratelli oltre ogni divieto” esposto in curva Schull dalla Fossa, e dalla raccolta di giocattoli da donare al reparto dell’oncologia pediatrica del Sant’Orsola attraverso l’Ageop grazie alla condivisibile iniziativa “Dona alla Renna la tua Strenna”.

Dal lato sportivo, invece, le mirabilie, giusto per essere sciovinisti, provengono tutte dagli italiani. Entrambe le coppie di califfi autoctoni, infatti, hanno dimostrato quello che possono (potranno? speriamolo) fare insieme. E così alla gran partita disputata da capitan Mancinelli in accoppiata all’ultimo (the last but not the least) arrivato, il transfuga Rosselli, ha risposto, e alla grande, la premiata ditta Aradori/Gentile (Alessandro), i migliori, i frombolieri, i più tosti, duri, cattivi.

Tutto bene, dunque? Tutto bene, fino alla prossima, almeno. Buon anno.

Ingredienti:

  • pane raffermo(100gr a porzione)
  • aglio un mezzo spicchio una piccola cipolla bianca
  • code di gamberi 3-4 a porzione
  • tante fette di guanciale quanto sono le code di gamberi
  • brodo vegetale (quanto basta)

Procedimento

Tritare finemente la cipolla e l’aglio, farli imbiondire leggermente in un tegame con un po’ di olio evo, unire il pane dopo averlo tagliuzzato a piccoli pezzi (se non e’ molto raffermo potete farlo seccare un po’ in forno)

Mescolare qualche minuto e aggiungere il brodo vegetale fino a coprire il pane, fare cuocere il tempo necessario per creare una giusta densità, aggiustare di sale nel frattempo dopo avere pulito bene le code di gamberi avvolgerle tutte una ad una nel guanciale, cuocerle poi in una padella antiaderente da entrambe i lati fino a fare diventare croccante il guanciale, spolverare con un po’ di paprika dolce o piccante (dipende dal gusto).

Questa operazione di cottura potete anche svolgerla in forno (200gradi per 10 min) disponendo le code con guanciale su di una teglia.

Impiantare versando il pan cotto che deve avere una consistenza giusta (ne troppo liquida ne troppo compatto) le code al centro, qualche goccia di olio ed una macinata d’erba cipollina

BUONA VIGILIA DI 🎄 NATALE DA G🎅G

La storia che voglio raccontare questa settimana (e la voglio raccontare perché siamo a Natale e questo è il mio regalo di Natale per chi legge) in realtà sono due storie. La prima, è quella del “Re Sole Bistrot”. Una storia che racconta come, circa cinque anni fa in via San Mamolo 14/c praticamente di fronte al Moretto e al Panoramica (anch’essi locali storici, ognuno nel proprio ambito, del tirar tardi cittadino) venne inaugurato un locale bello ed innovativo per l’epoca. Un locale che, nato come champagneria ed ostricheria (mamma mia che brutte parole, mi sono lasciato prendere dalla moda; ed allora torniamo daccapo e diciamo, nato come bar à huîtres), è stato per lungo tempo un appuntamento, un passaggio, un punto di riferimento imperdibile per chi appunto volesse sbizzarrirsi nella scelta di almeno 5/6 tipi diversi di molluschi potendo accompagnarli con un’ampia varietà di champagne alcuni dei quali importati direttamente. Oltretutto, in un ambiente davvero molto bello ed elegante che richiama immediatamente le atmosfere e la allure dei bistrot parigini più esclusivi (non per niente Luca Mazzoni, patron del locale e uomo di gusto, viene da antiche consuetudini familiari con l’arredamento d’antiquariato). Gli anni, poi sono passati ed il successo, immediato e fragoroso, ha imposto un’accelerazione a ciò che stiamo raccontando. Ed è a questo punto che inizia la seconda storia che va raccontata. Una storia che, come tutte le storie che si rispettano, nasce con il fatidico c’era una volta un giovane e capace barman. Era giovane, sì, ma poteva già contare su una grande esperienza per avere lavorato, imparando l’arte (perché quando il mestiere è di così alto livello diventa arte), con i migliori barman della città. Celestino Salmi, perché è di lui che stiamo parlando, uno dei nomi di punta della cockteleria non solo bolognese, l’ho conosciuto al SanDomenico, lo storico locale che si affacciava (in realtà si affaccia ancora, ma è tutta un’altra storia) sulla piazza omonima e che costituiva veramente un appuntamento immancabile in anni in cui il rito conviviale dell’aperitivo contava, per quanto adesso possa sembrare incredibile, su pochi, pochissimi (una decina non di più) locali. L’ho poi seguito, io e come me tanti altri, nel suo personale percorso di crescita professionale che lo condusse da Gamberini ed anche in quell’occasione la sua storia si intrecciò mirabilmente con quella di chi, rilevato un locale storico sì ma in evidente decadenza, decise di rinnovarne i fasti e migliorarne decisamente la qualità e l’appeal. Furono anni memorabili di bevute e conoscenze. Poi, come sempre accade, in tutte le storie, anche se belle, arriva sempre una fine. Una fine che solitamente segna un nuovo inizio. E così, ecco che ritroviamo, ormai sono quasi due anni, Celestino al “Re Sole Bistrot” per quello che si è rivelato un connubio senz’altro felice e di grande impatto. Perché nel frattempo, quello che era, sebbene irreprensibilmente piacevole, un bistrot un po’ sacrificato nelle proposte si è trasformato in un locale in grado di offrire una varietà importante di piccole preparazioni prevalentemente di crudo tra cui primeggiano tonno, orate, salmone ed aragosta (ma non manca un’accattivante battuta di fassona) insieme ad acciughe del Cantabrico (ormai immancabili praticamente ovunque), foie gras del Perigord e Patanegra De Bellota senza, naturalmente dimenticare i piatti con cui l’avventura iniziò e tra i quali spicca un ottimo croque monsieur e, al solito, un’altrove introvabile varietà di ostriche (in menù ce ne sono almeno 7/8 tipi diversi e tutte di qualità special). Rimasta invariata, ed anzi accresciuta l’offerta di champagne non più solo importati direttamente ma arricchita dalla presenza delle migliori maisons, la presenza di Celestino garantisce a chi come noi è particolarmente interessato al bere bene qualità e professionalità difficilmente riscontrabili altrove. Per dire, ultimamente ho bevuto un Vesper Martini (il cocktail inventato da Jan Fleming nel 1953 nel romanzo “Casino Royale”, per intenderci quello della famosa frase shaked not stirred, composto da 3 parti di gin, nello specifico il FiftyPound, 1 parte di vodka, la russa Kauffman, e ½ parte del vermouth francese Lillet Blanc) praticamente perfetto grazie alla maestria di chi l’ha shackerato ed alla bontà degli ingredienti.

Adesso, praticamente arrivati alla fine del racconto, ricordo che avevo promesso una sorta di regalo di Natale. Eccolo, quindi. Chi avesse voglia di provarlo questo “Re Sole Bistrot” (tranne la domenica, tutte le sere dalle 18 ad oltranza) può approfittare della apertura straordinaria della vigilia di Natale con due diversi menù. Il primo prevede dalle 18 Sushi Ball e Tintoretto (champagne e succo di melograno); il secondo, quello della cena vera e propria, propone, a 40€, Sushi Ball, degustazione di mini tartine di tonno, salmone ed orata, ricciola in salsa BBQ su purea di patata americana e come dessert rocher di gianduia con tartare di frutti rossi e crema di cioccolato bianco.

 

A questo punto, oltre al tradizionale bon appetit, non mi resta che augurare Buon Natale a tutti.

Stefano Righini

E’ notizia che sta tenendo banco in questi giorni l’ordinanza del Sindaco di Como che impedisce ai senzatetto di “occupare” e chiedere l’elemosina nel centro storico della città e ai volontari di portare loro la colazione. Per la “tutela della vivibilità e il decoro del centro urbano”, nel periodo dello shopping natalizio, il primo cittadino sceglie di mettere la polvere sotto il tappeto.

Una superba strategia politica della durata di 45 giorni – questa la validità dell’ordinanza – che fonda le sue radici nel non voler turbare la serenità e la voglia di acquistare regali da parte dei cittadini “che non hanno problemi” e dei turisti che decidono di trascorrere le vacanze natalizie a Como.

Poi, dall’ 11 gennaio 2018, può riprendere tutto come prima…..E il decoro è salvo.

 

Un’altalena. i risultati che le due formazioni maggiori di BasketCity ottengono settimanalmente, sembrano essere dettati dall’andamento ondivago e casuale di un’altalena cui nessuno riesca, o sappia, regolare.

La settimana prima perde malissimo la Virtus a Cantù e la Fortitudo vince, male e di fortuna, con Forlì in casa. La settimana dopo, vince, malino la Virtus con Torino e perde, malissimo a dir poco, La Fortitudo a Montegranaro.

Fatta la tara delle rispettive competitor, la derelitta Cantù senza stipendi, la Forlì comprimaria annunciata, la Torino improponibile seconda in campionato o la Montegranaro del doppio ex Amoroso (che servirebbe eccome, sia all’una come all’altra), resta forte il dubbio che entrambe non siano da corsa, o almeno non così da corsa come ci si era illusi ad inizio campionato.

 Ma se per la Virtus l’entusiasmo di una serie cadetta vinta, anzi stravinta, alla grande e non da favorita annunciata (tutt’altro), ha in qualche modo giustamente comportato un’euforia supportata da una campagna acquisti tutta grandi nomi, per la Fortitudo gli squilli di facile ed inevitabile vittoria finale lanciati a più voci da una dirigenza inadeguata (per non dire inesistente) ed un coach troppo, troppo, loquace, hanno contribuito allo stato attuale delle cose, creando, cioè, una discrasia tra la squadra, le sue possibilità reali, e le aspettative surmontate della tifoseria.

Tecnicamente, giusto per semplificare, non sembra che coach Boniciolli (si parla della F ex scudata) sia il miglior viatico per gestire una squadra formata da 12 (dodici) elementi più o meno dello stesso, abbastanza scarso, livello. E a nulla valgono le lamentele postume sull’aver dovuto rinunciare a giocatori tipo Italiano e Bryan perché numericamente eccedenti quando in campo hai comunque potuto mandare atleti di pari valore (ripetiamo, assai scarso come d’altronde le carriere degli stessi Italiano e Bryan stanno a dimostrare) soprattutto contando che l’addizione del miglior, incontrovertibilmente, giocatore di Lega2, il Rosselli transfuga dai cugini bianconeri, non sembra finora aver apportato quelle migliorie necessarie e da tutti attese.

Non meglio le cose, e le considerazioni, sull’altra sponda. E se pure una critica prezzolata lauda le scelte della società e di coach Ramagli, magnificando la ormai raggiunta lunghezza e completezza della rosa, non ci stancheremo mai di ricordare come, numericamente, la Vnera era formata da 9 giocatori 9 che tali sono rimasti dopo il rimpasto che ha visto l’uscita di capitan Rosselli e l’ingresso di BaldiRossi. Qualcosa ancora manca all’amalgama della squadra. Un qualcosa, l’amalgama appunto, che non si può comprare al mercato come invece credeva il mai abbastanza compianto presidente ascolano Rozzi, ma che bisogna costruire, provandola lungamente, in palestra. La ritrovata serenità e disponibilità di Alessandro Gentile così come la crescita in regia del fratello Stefano sembrano essere di buon auspicio. Ma la grande, vera crescita, della squadra parrebbe poter dipendere dal finalmente tentato impiego di Lawson nel ruolo di 4. Tutti, credo, ne eravamo convinti. Speriamo che dopo domenica lo sia anche coach Ramagli.

Un altro salto in libreria per suggerire altri titoli che faranno più bello il Vostro Natale.

Tom Hanks non è solo il meraviglioso attore  che da corpo al personaggio del capitano JohnH.Miller in “Salvate il soldato Ryan” o il tenero, commovente Forrest Gump del film omonimo; e nemmeno il dolente killer solitario, Michael Sullivan, di “Era mio padre” né lo stralunato professor G.H.Dorr di “Ladykillers” e nemmeno il picaresco Viktor Navorsky de “The terminal”. Si potrebbe, naturalmente continuare all’infinito (o quasi), con il Robert Langdon della serie tratta dai libri di Dan Brown “Il codice da Vinci”, “Angeli e demoni” e “Inferno” o il grigio, spento ma determinato James Donovan de “Il ponte delle spie” o il naufrago Chuck Noland di “Cast away” o il determinato e combattivo avvocato Andrew Beckett di “Philadelphia”. E non è nemmeno, o solo il produttore, il regista e lo sceneggiatore di “Polar express” o “Band of brothers” o “Il mio grosso grasso matrimonio greco”. Tom hanks è anche l’autore di questo “Tipi non comuni”, scritto con una vecchia macchina da scrivere della sua collezione (così dice la leggenda e si sa, quando a Hollywood, come nel vecchio west, la leggenda incontra la realtà, è la leggenda che vince) per rispondere ad una semplice ma basilare domanda: cosa rimane dell’America? La risposta è in questi diciassette racconti, piccole storie di amarezze ed ambizioni, di fatiche e desideri e di tanta, a volte liberatoria, a volte inconsapevole, comicità.

“Souvenir” dopo “Buio”, “Gelo”, “Cuccioli”, “Pane” è il quinto capitolo della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. È un romanzo nostalgico, malinconico ma di una nostalgia ed una malinconia quasi piacevoli, in cui è facile rifugiarsi e perdersi grazie ad un tempo, ottobre, ancora indeciso; un giorno fa caldo, quello dopo il freddo e l’umidità ridestano la gente dall’illusione di una vacanza perenne e la riportano alla realtà e ad un incontro (quello con una vecchia diva hollywoodiana che abita a Sorrento: “… dicono sia meglio vivere di rimorsi che di rimpianti. Non è vero. Lo dicono quelli che fanno del male. Per due come noi, Mimí e io, restano solo i rimpianti, perché sono quelli che ci fanno sognare come sarebbe andata la vita se avessimo compiuto scelte diverse …”.

Sembra un romanzo d’avventura, o un diario ritrovato nei bauli di Pieve Santo Stefano o ancora la sceneggiatura di un film, un bel film neorealista degli anni ’60. E invece questo “Pietro Ingrao, mio fratello”, è un ritratto di famiglia, quasi fosse un album di fotografie in bianco e nero che si tingono gradualmente di colori. Un romanzo a più volti che a più voci racconta, oscillando tra memorie e tempo presente, la vita di un uomo, Pietro Ingrao, lunga, la vita, un secolo. Conosceremo così la sua infanzia nell’antica casa di Lenola, la frequentazione del Centro sperimentale di cinematografia, la poesia e ancora l’avvento del fascismo, la guerra, la Resistenza e l’Italia repubblicana. E nella sua storia, si compendierà la storia di ognuno di noi, la Storia del nostro paese. Con le istantanee in B/N che compongono l’album che si dipingono di rosso, il colore della sua passione politica, di una militanza scomoda, tormentata, segnata da conflitti e incertezze, da onestà e coraggio.

Roberto Costantini è ingegnere e docente alla Luiss Guido Carli di Roma. Ed è nato a Tripoli ad inizio anni ’50. Il fatto che sia nato in Libia è fondamentale nei suoi romanzi. Perché, oltre a narrare con dati di fatto difficilmente confutabili (sebbene romanzati) una pagina sconosciuta, volutamente, della storia patria (una storia che inizia con la conquista imperiale del 1922 per proseguire con la nazionalizzazione gheddafiana del 1973 a seguito del colpo di stato di 3 anni prima per finire con l’abiura da parte del colonnello ormai generale di una nazione considerata non più amica del 1986) è la patria d’origine (di nascita e di convinzioni etiche e personali) del suo personaggio principe, il commissario Michele “Mike” Balistreri, uno dei personaggi più interessanti, veri, romantico e vero figlio di puttana, malinconico e tenerissimo macho. Un perdente, dunque, ma un perdente di cui è impossibile non innamorarsi. Nonostante il suo fascismo di fondo. Nonostante il suo cinismo disturbante e disturbato. Nonostante, o forse proprio per questo, la sua umanità. Leggetelo, Balistreri, nella cosiddetta trilogia del male (Tu sei il male”, “Alle radici del male”, “Il male non dimentica”) e magari tralasciate, per ora, l’ultima puntata della saga “La moglie perfetta”. Concentrandovi magari su “Ballando nel buio” appena uscito in libreria che si propone come il punto di sutura, o congiunzione, tra il passato tripolitino da apache metropolitano dell’adolescente Mike e la presa di coscienza romana dell’ormai ventenne Michele.

La fama di Giorgio Scerbanenco (nato a Kiev, vissuto in Italia, generalmente conosciuto come creatore della “Milano calibro nove” dal titolo di un suo fortunatissimo romanzo noir), volutamente circoscritta da una critica cieca e infingarda al genere (poliziesco, giallo, noir), non fa giustizia a quello che fu indubbiamente uno dei più importanti scrittori italiani del ‘900. Scrisse infatti un numero immenso di romanzi e racconti di tutti i generi. Fortunatamente per chi non lo conoscesse (pochissimi, spero) Sellerio presenta in questi giorni due sue raccolte di racconti. Una, “Nebbia sul Naviglio e altri racconti gialli e neri”, compendia una ventina di racconti pubblicati su giornali e riviste tra il 1936 e il 1948 e mai apparsi in volume che testimoniano le diverse “fasi” dello scrittore (a partire dalle fulminanti gangster stories in puro stile hardboiled quasi fossero soggetti per un film di Abel Ferrara o Quentin Tarantino degli anni ’30 per arrivare alle cronache della periferia milanese del dopoguerra) mentre il secondo “Uomini ragno” raccoglie quattro racconti pubblicati nel 1946 e ambientati negli anni feroci, tra il 1936 e il 1944: storie di tedeschi e di partigiani, di coraggio e tradimenti, storie vere o comunque attinte dalla realtà. Un’ottima occasione, davvero, per avvicinarsi ad uno scrittore che tutti dovrebbero conoscere.

 

La Bolognina è un quartiere meraviglioso. Interetnico, tribale, multiculturale. Certo, abitarci, viverlo nella sua interezza facendone convivere le diverse anime e doversi confrontare quotidianamente con un altro da sé, ammetto possa essere a volte difficile. Ma è la vitalità stessa del quartiere ad aiutare questa sorta di immersione totalizzante in una Bologna diversa da quella stereotipa cui siamo abituati e che alberga nell’immaginario collettivo.

Immaginate, chi ha avuto la fortuna di viverla, una sorta di piccola Parigi all’inizio degli anni ’70, quando, salendo dai meandri del metro in Place d’Italie ti ritrovavi proiettato come per incanto in un  suk mediorientale o nel bel mezzo di un mercato berbero e piratesco di spezie e tessuti e frutta tropicale. Non certo la edulcoratamente visionaria Belleville di Pennac, ma un quartiere vivo, vero, anche duro. La Place d’Italie d’allora, la Bolognina di adesso. Un quartiere dove scendendo verso Corticella, per quello che possono contare le distinzioni in questa città nella città che ha fatto della fusion la propria essenza di vita, trovi sulla sinistra rimandi e ricordi alla grande madre Africa e sulla destra la nuova chinatown. Ma mai classificazioni, inquadramenti, divisioni sono state fallaci come questa. Perché qui è fusione, commistione, difficile integrazione la parola d’ordine. Capita allora di trovare fianco a fianco il negozio di sfogline “LaBolognina” di via DiVincenzo (tra l’altro, in pieno periodo natalizio merita dirlo, tortellini tra i migliori della città) e negozi che paiono bazar e che vendono prodotti per capelli in fantasmagoriche confezioni dai colori dell’arcobaleno per principesse nubiane dagli sgargianti caffetani che incedono con passo elegante mentre scultorei nuba masticano qualcosa che nessuno potrebbe stupirsi se scoprisse essere foglie di qat. D’altronde basta poco, allontanarsi un centinaio di metri ed attraversare la strada, via di Corticella, per trovare, volendolo, un ristorante, più ristoranti, che sembrano usciti dritti dritti da una location di John Woo; ristoranti dove, nel parcheggio, l’auto più tranquilla è una Camaro Chevrolet e al cui interno nessuno, dico nessuno, parla italiano, i menù sono in cinese e davvero tu entri in questa enorme sala illuminata a giorno da neon che sembrano essere stati inventati per fare luce sulla notte più nera e ti siedi su di una poltroncina rivestita di raso blu con un’enorme fiocco giallo proprio sotto i palloncini che recitano uno sciocco e scontato e stranito HappyBirthday e ti assicuri di avere le spalle al muro, lo sguardo sulla porta e la mano all’interno della giacca sulla Heckler&Cock Compact .40 (sto scherzando, naturalmente, ma non poi così tanto) perché tanto lo sai, tra poco o tra molto, entreranno da quella porta un paio di bodyguard vestiti come le iene in un film di Tarantino e, dopo che questi si saranno assicurati che tutto vada bene, farà il suo ingresso questo signore orientale, elegante e discreto che si farà accompagnare nel separé giù in fondo, sulla destra.

La Bolognina, allora. Che a parte le suggestioni, i tentativi di racconto, le battute e le estremizzazioni, rimane, se non il, uno dei cuori pulsanti di questa Bologna malinconicamente avviata a diventare solo da mangiare. Attenzione, però; c’è mangiare e mangiare e c’è bere e bere. E visto che a noi, soprattutto il bere, interessa parecchio, non possiamo far passare sotto silenzio l’apertura, negli spazi dell’antico mercato di Via Albani (uno spazio che nei desiderata dell’amministrazione comunale dovrà, dovrebbe, diventare una nuova sintesi di socialità e rivitalizzazione per una zona troppo spesso marginalizzata nell’immaginario quotidiano) di “Sbando”, un progetto di Fabio Giavedoni, nome importante e portante del mondo vinicolo e di tutto quello che attorno ad esso ruota (prima creatore di locali e winebar, quando ancora né il termine né l’idea erano inflazionati, che hanno fatto la storia, piccola fin che si vuole ma sempre storia, del bere bene a Bologna ed ora, tra le altre cose, curatore di Slowine e della “Guida ai Vitigni d’Italia”). Naturalmente, un simile progetto non poteva accontentarsi della riproposizione di stanchi cliché seppur rivisitati. E quindi “… la formula dell’aperitivo serale da Sbando differisce dalla tradizione bolognese o milanese, dove il bicchiere di vino costa parecchio e ci si può servire gratuitamente dal buffet di cibo più o meno edibile. Da noi il vino costa poco ma si pagano, se uno vuole stuzzicare l’appetito, i cicheti – come nella tradizione dei bacari veneziani, o dei locali da tapas spagnoli …”. Un esempio? La sera che l’abbiamo provato (dopo essere stati ospiti della vivace inaugurazione del 30 novembre) dietro il bancone c’era Francesca una delle socie del locale, il piccolo menù comprendeva tra le tapas o cicheti baccalà mantecato, caponatina siciliana, friggitelli e gorgonzola, storione fumè e panna acida, gorgonzola e crema di broccoli e piccola degustazione di formaggi (tutti a 1 euro) mentre tra i piatti diciamo così forti, si poteva scegliere tra zuppetta di pesce fresco con verdure e crostini, seppie polipo e patate, panino al carbone con spalla cotta e kren o panino ai grani antichi con polpettine di lenticchie, yogurt alla senape e insalatina (con prezzi compresi tra i 5 e i 6 euro). Detto che la scelta al bicchiere dei vini (esiste comunque una carta di buona rilevanza) è, come si conviene, varia ma che più ancora presenta scelte decisamente interessanti, e comprende una dozzina abbondante di etichette suddivise tra bianchi rossi bolle e, novità praticamente introvabile altrove, macerati (bevuta un’ottima Vitovska di Skerk) con prezzi compresi tra i 3 ed i 6 euro e che c’è la possibilità di scegliere tra una piccola ma qualitativamente buona varietà di birre artigianali, non rimane che rimandare ai WikiWine (l’aperitivo guidato, o piccole degustazioni mirate e guidate, tenuto dallo stesso Fabio a prezzi variabili tra i 12 ed i 14 euro) che si alterneranno il lunedì ed il martedì (una mezz’ora di chiacchiere su vitigni e terroire particolari con relativo assaggio di 4 diverse tipologie del vino trattato) e che per ora prevedono i seguenti appuntamenti: lunedì 18 dicembre i Territori del Nebbiolo, martedì 19 la Ribolla Gialla, lunedì 8 gennaio il Negramaro, martedì 9 l’Etna, lunedì 15 il Friulano (il mai abbastanza rimpianto Tocai o, come lo chiamano quelli della cantina Radikon lo Jakot), martedì 16 il Sangiovese in Toscana, lunedì 22 il PinotNero, martedì 23 i Vini del Carso, lunedì 29 il Riesling e martedì 30 il Franciacorta.

 

Stefano Righini

Finalmente la stucchevole telenovela ha raggiunto la logica conclusione. Regalando l’uomo giusto al posto giusto. Ma contemporaneamente negando l’uomo che sarebbe stato giusto nel posto che sarebbe giusto. Si parla, ovvio, di Guido Rosselli, l’ex capitano delegittimato come da lui dichiarato, della V nera ed ora punto imprescindibile (presto per dirlo dopo una sola praticamente anonima partita? non diremmo e si vedrà perché) della F scudata. E anche se può sembrare incongruo analizzare l’ennesima sconfitta virtussina (una novità però in questa debacle canturina c’è ed è costituita dalla totale abulia dimostrata dalla squadra) e la faticosa vittoria fortitudina quando sarebbe stato giusto aspettarsi una prova di carattere in grado di fuggire i dubbi e le perplessità di questa prima parte di stagione, riportando il significato del contesto ad un solo, unico, giocatore, così non è.

Perché se nella vittoria dell’aquila (grandissimo capitan Mancinelli; non è la prima volta che “cava le castagne dal fuoco” per la squadra e ancora non si è capito del tutto se questa sua propensione possa essere considerata un’aggiunta determinante e non, piuttosto, un peso pensando a quando i giochi si faranno duri e la squadra, la squadra non il singolo seppur carismatico e fortissimo, dovrà cominciare a giocare da dura) l’innesto di Rosselli, uomo di mille battaglie e di giocate e carisma unici nel panorama del campionato cadetto, si è dimostrato subito determinante (la sua prima azione, un’assist coast to coast per un Mancinelli che, conoscendolo dai tempi felici di Torino, era già scattato in contropiede) condendo la prestazione con sapienza e capacità, nella sconfitta della squadra cara all’avvocato Porelli si è dipanato il solito, e ormai inevitabile (sembrerebbe) canovaccio (gioco affrettato, poca o nulla intensità, pericolosità alterna in attacco) con in più, e speriamo non sia il segnale di uno scollamento irreparabile all’interno dei meccanismi di interazione tra i giocatori, la marcata abulia di quelli che, fin qui, sono stati i pilastri della squadra. Uno Slaughter che fa 0/5 al tiro da sotto e si fa soggiogare da Crosariol, così come l’identico 0/5 di Aradori al tiro pesante (la prestazione insignificante di Lafayette, purtroppo, rientra appieno nella normalità), fanno sorgere retropensieri non piacevoli.

Così, se è facile pronosticare come serva solo tempo per cementare il nuovo amalgama (sperando anche che coach Boniciolli smetta una volta per tutte la propria propensione al lamento fine a se stesso) all’interno di una Fortitudo che si propone davvero come una se non la candidata alla promozione, individuare un percorso sicuro per uscire dalle pastoie di una classifica che magari prima dell’inizio del campionato sarebbe stato sottoscritta ma che dopo lo sfavillante avvio aveva fatto balenare prospettive meravigliose agli occhi di chi segue la squadra bianconera, sicuramente è cosa più complessa. Certo, la soluzione cui tutti spingono adesso sarebbe la sostituzione dell’allenatore (che di colpe, e belle grandi, ne ha). Il problema sembrerebbe essere rappresentato però dalla mancanza di tempismo che la governance virtussina ha fin qui mostrato. Per dire; fosse arrivato qualche settimana prima BaldiRossi o chi per lui, forse Rosselli sarebbe ancora qui a completare una squadra che giusto di carisma, esperienza, forza d’animo avrebbe bisogno (e naturalmente di un play vero, uno di lotta e di governo compendiate nello stesso giocatore). Quindi, se allenatore nuovo dev’essere (da brivido i nomi che si susseguono nei rumors cittadini, ma d’altronde quelli pochi, pochissimi, bravi già sono accasati e chi ce li ha se li tiene ben stretti) che allenatore nuovo sia. Ma in fretta.

Una carrellata tra le ultime uscite in libreria per una serie di consigli natalizi. E a tutti, naturalmente, auguri di buone letture.

Tornano, in questo “Bastardi in salsa rossa” di Joe R.Lansdale, i detective più picareschi della storia della letteratura. Oltre il genere, oltre lo stereotipo delle buddy/stories, l’ennesima indagine (tra battute fulminanti e caratterizzazioni di ambienti e personalità miniate con rara maestria) su un omicidio a sfondo razziale che minaccia di far esplodere l’EastTexas di Hap&Leonard, i due leggendari personaggi che hanno fatto dire a Dean Koontz “… leggere Lansdale è come ascoltare uno zio simpatico che ha la rara capacità di raccontare storie …”. Per sorridere, ridere e stare bene con se stessi.

 

Terza avventura per l’improbabile ma formidabile detective privato Neal Carey nato dalla fantasia sfrenata e affascinante di Don Winslow. In questo “Nevada connection”, Neal, tornato da quella che sembrava essere stata la sua ultima missione (“China girl”) deve ritrovare un bambino rapito dal suo stesso padre. E per farlo dovrà infiltrarsi in un gruppo di suprematisti bianchi violenti e selvaggi che hanno scelto come base logistica la neve, il fango e la polvere che caratterizzano le desolate TerreAlte del Nevada. Un bel personaggio per una bella storia che fa riflettere su un’utopia (quella del razzismo e del superomismo) così pericolosamente vicina.

Nel 1978, nel pieno della stagione bella e perdente che può essere ricordata come quella della fantasia al potere, uscì “La gloria” di Giuseppe Berto (“… ho scritto un romanzo ambizioso e bellissimo pensando ai giovani e a tutti coloro che non credono in Dio, ma sentono l’angoscia di non crederci …”), uno scrittore che incarnava tutto ciò che la controcultura dell’epoca aborriva e riteneva deleterio per il proprio stesso divenire. Adesso, a quasi 40 anni da quella prima pubblicazione, esce una nuova edizione a cura di NeriPozza di quello che viene considerato uno dei grandi romanzi del ‘900 italiano. Ed è l’occasione buona per avvicinarsi al monologo di  un Giuda Iscariota che ha travalicato il confine tra la vita e la morte e ”… conosce l’intero corso della storia successivo al tempo della predicazione di Cristo …”. Un libro bello e importante che aiuta a capire come le distanze di allora si siano dissipate con il tempo e la maturità.

Romain Gary è lo pseudonimo (uno dei tanti) di Romain Kacew. A trent’anni è un eroe di guerra, e scrive un romanzo “Educazione europea” che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza. È poi ambasciatore francese negli States e nel ’56 vince il Goncourt con “Le radici del cielo”. Nel ’62 sposa Jean Seberg e nel ’75 pubblica con lo pseudonimo Emile Ajart “La vita davanti a sé” con cui vince (unico nella storia) un secondo Goncourt. Nel 1980, subito prima di uccidersi con un colpo di pistola alla testa, pubblica per Gallimard questo “Gli aquiloni” adesso presentato da NeriPozza in una nuova edizione. E se a incuriosire non basta la sintetica ed incompleta biografia, forse aiuteranno i commenti entusiastici che hanno accompagnato questo romanzo denso e appassionato: “Il romanzo più bello di Gary – Eshkol Nevo”, “Che miniera d’oro – Jean-Paul Sartre”, “Un romanzo straordinario e delizioso – James Laughlin”, “Romain Gary ha creato una galleria di eroi che sono disposti a morire per la libertà – Time”.

Un viaggio in tre puntate nell’immaginario di una donna alla ricerca difficile e pericolosa di se stessa, del proprio passato, di quello che potrà essere il proprio futuro. Ma non solo; perché, come sempre nelle storie belle e complesse, i livelli di lettura, e comprensione, sono molteplici. Interessantissimo esordio narrativo di Marina Visentin, questo “La donna nella pioggia” si propone come perfetto esempio di una narrativa che “… certamente flirta con i generi – dal thriller al giallo al noir – ma nei suoi esempi migliori è capace di andare al di là di cliché e meccanismi per scavare più in profondità per andare alla ricerca di qualche verità sul senso della nostra vita, verità provvisorie, certo, ma non per questo inutili …”. Da sopportare, all’inizio, da lasciarsi prendere, in mezzo, e non riuscire più ad abbandonare, alla fine.

Il perfetto romanzo western. Al tempo della rinascita del genere, come e più dei vari “Il figlio” di Philipp Meyer o “Butcher’s crossing” di John Edward Williams o della cosiddetta Trilogia della Frontiera (“Cavalli selvaggi”, “Oltre il confine”, “Città della pianura”) di Cormac McCarthy, questo “Lonesome dove” di Larry McMurtry edito da Einaudi, è, pur senza raggiungere le vette struggenti e poetiche di Elmore Leonard o Joe R.Lansdale, il compendio esaustivo tra leggenda e realtà, eroi e fuorilegge, indiani e pionieri in un’odissea che attraversa le GrandiPianure “… regalando la malinconia di un’epoca al tramonto e l’eccitazione dell’ultima cavalcata selvaggia che non finirà mai …”. Per sognatori ancora in grado di commuoversi.

“A caccia nei sogni” di Tom Drury, continuazione ideale de “La fine dei vandalismi”, si concentra su un frammento, un solo weekend, nella vita della famiglia Darling, in cui gli eventi si dilatano come nei sogni e i protagonisti rivelano tutta la loro umanità. Un libro “… per chi viaggia di notte, in compagnia di una luna inclinata e luminosa, per chi ha trovato un baule in soffitta pieno di cappelli scarpe e vestiti, per chi si sente a suo agio con i fantasmi e le idee insolite, e per chi capisce sempre troppo tardi quali sono le persone che vuole avere vicino e come fare per non perderle …”.

Da mangiare, utilizzare come decoro per albero di Natale, come segnaposto o semplicemente da regalare.

INGREDIENTI:

  • 300 g farina 00
  • 100 g burro a temperatura ambiente
  • 1 uovo
  • 75g zucchero semolato
  • 75g zucchero di canna
  • 50g di miele
  • Mezza bustina di lievito per dolci (oppure 1 cucchiaio di bicarbonato)
  • 7g di zenzero in polvere
  • 5g di cannella in polvere
  • Una spolverata di chiodi di garofano tritati
  • Una grattugiata di noce moscata
  • Un pizzico di sale

Per la ghiaccia reale da decoro:

  • 150g di zucchero vanigliato
  • 30g circa di albumi
  • Qualche goccia di limone
  • pasta di zucchero di vari colori
  • Smarties e caramelline per caramelline a piacimento

PROCEDIMENTO

Creare con la farina una fontana, unire gli altri ingredienti e lavorare velocemente fino ad ottenere un buon  impasto omogeneo. Farlo riposare un ora in frigorifero, procedere poi stendendo la pasta, fare le forme desiderate con gli stampi da biscotti,ricordandosi di fare un buco con cannuccia se li si vuole appendere. Infornare e cuocere per circa 10 min a 180 gradi.

Fare raffreddare e con apposito collante alimentare decorare con la pasta di zucchero(si possono attaccare anche con la ghiaccia reale, colorandola a piacere con colorante alimentare)

Per la faccia di Babbo Natale utilizzare uno stampo a cuore (poi da capovolgere) e preparare ghiaccia per la barba montando gli albumi in una planetaria con lo zucchero ed il limone e lasciare montare finché non risulti compatto. Con una tasca da cucina decorare il viso e farli asciugare prima di utilizzarli.

Buon Dolce Lavoro da G&G

Quanti libri sono stati scritti per descrivere pregi e difetti del modello occidentale? Moltissimi. E quante lotte di idee e di armi ci sono state per conquistare quella democrazia di cui andiamo così orgogliosi? Di più. Ogni tanto però viene da chiedersi se i risultati sono acquisiti oppure se il tempo non ha cambiato il valore ed il senso alle parole.

Capita allora che ancora una volta la cronaca ci ricorda che le conquiste vanno difese. La storia invece da sempre ci insegna che un buon modo per difendere i traguardi raggiunti è quello di non abusarne, né di darli per scontati.

Un caso di attualità è il valore dello sciopero come forma di protesta a difesa di un diritto sancito o rivendicato. Negli anni ’70 non passava settimana senza uno o due scioperi. Essi erano più frequenti delle uscite in edicola di Topolino. L’abuso del mezzo ha fatto sì che dagli anni 80 e fino ad oggi, lo sciopero ha assunto nell’immaginario collettivo della società post industriale, una connotazione dubbia, non di rado lo sciopero è stato inteso come utile protesi del week end. Se questo spettacolo lo vedessero i nostri antenati di fine ottocento ci prenderebbero a schiaffi per aver sprecato tanto del valore di una conquista che costò un prezzo altissimo. Così può succedere che nell’Italia del 2017 i dipendenti di una multinazionale dell’e-commerce scioperino per le loro condizioni di lavoro nell’indifferenza più o meno generale. Può succedere anche che nella stessa indifferenza gli scioperanti siano sostituiti da lavoratori interinali. Poveri disgraziati anche questi ultimi, esattamente come i vituperati crumiri di fine ottocento. Quello che è cambiato nel tempo è la sensibilità ai fatti e di conseguenza, la disponibilità all’accettazione da parte degli italiani, di questi fatti stessi. La storia intanto se la ride.

Un altro caso su cui riflettere? Pare che l’azienda della mela elettronica abbia accantonato una cifra pari o superiore a 250 miliardi di dollari nel paradiso fiscale di Jersey, isola del Canale della Manica. Nessuno scalpore. Nessun titolone. Una notizia di un giorno e finita lì. Reazioni nemmeno lontanamente rapportate alle cifre di cui si parla. Apple sul punto si difende e dice che i sistemi fiscali sono così complicati che occorrerebbe renderli più semplici. Insomma, diciamolo! A questo mondo è più semplice progettare l’iPhone del futuro che pagare le tasse. Considerazioni a parte, ce n’è per fare riflettere tutti e non solo chi fa il ragioniere. Si perché dopotutto la sproporzione tra i problemi di tanta parte dell’umanità e la disponibilità finanziaria immobilizzata da quest’azienda è tale da mettere in dubbio che esista la democrazia, così come ce l’eravamo immaginata.

La società che avevamo in mente non era quella sovietica dove nessuna Apple avrebbe mai visto la luce, ma nemmeno questa. Era una società democratica, cioè oltre che in grado di garantire l’espressione di tutti, anche tesa ad equilibrare i rapporti economici tra i cittadini nell’intento di permettere a tutti un equo accesso alle possibilità, a cominciare da abitazione, istruzione e salute. Una società che dava a tutte le aziende la possibilità ed il sostegno per crescere e di arricchirsi. Una politica che, pur con declinazioni diverse, chiedeva a queste stesse aziende di contribuire proporzionalmente alla tutela dei diritti di cittadinanza.

In teoria sarebbero ancora queste poche e chiare regole di principio condivise a costituire quel campo di gioco su cui si dovrebbe svolgere il confronto democratico. Chi ne sta fuori, chi boicotta, chi evade, dovrebbe essere condannato, se non dal tribunale, almeno dalla società, moralmente.  Qui mi sa che non accadrà niente del genere. Parliamo molto di più delle ultime mirabolanti funzioni contenute nel prossimo smartphone. Non è sbagliato, ci mancherebbe, solo uno sciocco lo penserebbe. E’ solo la constatazione che nel rumore vuoto dell’informazione moderna, tutto, buono o cattivo che sia, si trita e sparisce nel giro di pochi istanti, per lasciare spazio ad altre “news”.

Come tutte le favole che si rispettano, anche quella di “Bizarre”, la nuova e bella cocktail boutique inaugurata recentemente in via Belvedere 4/A, in piena zona movida/mercato delle erbe, inizia con il canonico “… c’era una volta in via Belvedere una piccola bottega chiamata Bizarre. Era un luogo segreto, con luci soffuse e un via vai di persone che si accomodavano su alti sgabelli di fronte a un bancone di legno dove due amici, Enrico e Antonio, vendevano pozioni magiche che avevano il potere di rallegrare chiunque le assaggiasse. Dopo lunghi anni di prove e ricerche riuscirono a scoprire la formula segreta della felicità. Nel loro retrobottega studiavano e mischiavano sapientemente liquidi dai colori e dai sapori differenti. Riuscirono ad inventare tredici pozioni, ognuna con un nome diverso. Nove di queste potevano essere bevute solo all’interno del locale, affinchè nessuno potesse portare via con sé la formula segreta. Le altre quattro venivano vendute, da una piccola finestra che dava sulla strada, a tutti coloro che volessero conservare quella piccola felicità per un secondo momento …”.

Più prosaicamente, e assai meno poeticamente, a noi interessa soprattutto tastare quel nome, cocktail boutique che, più che un nome, pare una vera e propria dichiarazione di intenti che, in sintesi, si riassume in un ambiente intimo più che raffinato (troppo spesso, nel corrivo uso contemporaneo, raffinato fa rima con affettato, ostentato e manierato e non è questo il caso), soli dodici i posti a sedere, con pochi ma indovinati pezzi di modernariato a ricomporre un’atmosfera di tempi passati in cui ci si aspetta esattamente quello che si trova: un ambiente che permette di poter dedicare il proprio tempo al godimento della riscoperta di una mixology di qualità.

A questo punto una premessa è doverosa. Non amiamo perché troppo, vedi sopra, manierato, esagerato non necessario, tutto quello che, troppo spesso ormai, sta dietro il bancone di un bar, soprattutto se di tendenza. Siamo della vecchia guardia, cresciuti nel mito, e con le prelibatezze, della vecchia scuola. I Lotti, i Guida, gli Orlandi prima; i Pitucci, i DiPancrazio, i Buresta della generazione di mezzo; i D’Oria, i Salmi della penultima. Adesso, con la nuova ondata, ci sono molti, forse troppi, giovani leoni che vogliono prendere il posto, nell’immaginario, di quelli che furono (e sono ancora). A volte esagerando con effetti speciali che di speciale, davvero nulla hanno. Non è questo il caso di Enrico Scarzella, già vincitore della Bologna Cocktail Week, creatore del Rialto, animatore del ReSoleL’IndeLePalais ed ora vero e proprio deus ex machina del progetto “Bizarre”. La sua è una ricerca attenta e interessante, sotto alcuni punti di vista improba, mirata allo studio ed alla sperimentazione di prodotti di qualità, alla ricerca del mix perfetto (per quanto di perfetto può esserci nella creazione di un prodotto che, comunque, dovrà incontrare e cercare di soddisfare palati abitudini ed esigenze le più diverse tra loro).

Il risultato di questo inesausto e lungo e faticoso lavoro è ora disponibile nel menu di questo concept che è sì una scommessa, ma al tempo stesso è anche una risposta a chi si chiedesse se sia possibile coniugare al meglio ricerca, sperimentazione, ostentazione e qualità. La risposta, contenuta appunto in una carta che propone per ora nove creazioni (ne verranno a breve introdotte almeno un altro paio) dai nomi altamente evocativi (ad esempio Il Conte è libero con vermouth bianco, bitter verde, gin smoke e zucchero filato al Fernet o Un bel vedere con vermouth rosso, mix di bitter 2.0 e birra o ancora il Fatti più in là che, reinterpretando il classico MoscowMule, lo rende più piccante con l’uso di uno speciale sciroppo di zenzero home made mentre la freschezza è data da foglie di basilico fresco che rilasciano tutto il loro profumo al liquido) da gustare comodamente seduti in uno dei soli dodici posti di cui dicevamo e quattro, i Cocktails to go da, per così dire, asporto: quattro rivisitazioni di quattro classici intramontabili come il Gin Tonic (Ginotto), il Margarita (Altro? Che Margarita), il Negroni (Negroni torbato) e l’Americano (Americano Bizarre) è certamente positiva e, per certi versi, può lasciare stupefatti.

Naturalmente, tornando allo scopo iniziale, testare un locale nuovo dall’immagine accattivante, bisogna dire come ad accompagnare le creazioni di Enrico ed Antonio (ma si possono gustare anche i classici cocktail, pre ed after dinner, internazionali: io ad esempio ho bevuto un ottimo CocktailMartini, Hemingway, con uno strepitoso gin giapponese di cui avevo solo sentito parlare e che qui ho potuto apprezzare, il KyotoDryGin KiNoBi), sarà possibile assaggiare una serie di tartare (niente piatti cucinati) e Scatolette del Gusto (sulla falsariga di quelle di Moreno Cedroni un tempo servite da Camera a Sud e come quelle proposte AlRisanamento da quel grande uomo di vini che è Francesco Barsotti) servite con burro e pani tostati (tra le altre, acciughe, sardinillas, pulpo a la gallega) e che per chi preferisce il vino, è presente una scelta ristretta di buone etichette (champagne Jacquart, bianchi di H.Lun, rossi locali della cantina romagnola Celli). A questo punto, a tutti, non rimane che consigliare una visita.

Stefano Righini

E adesso la crisi (crisetta, vabbè) di BasketCity è certificata.

Certo ci sta perdere (la Fortitudo) in casa di Treviso, ad inizio campionato accreditata come una delle tre squadre (le altre essendo l’ancora imbattuta Trieste e, appunto, la F bolognese) che si sarebbero giocata l’unica promozione ed invece reduce da un campionato, fin qui, al 50% (5 vinte ed altrettante perse, con questa vittoria). E certo è endemico ritrovarsi col braccino (prendendo in prestito il termine al tennis) nei finali di partita per la Virtus, che ha ancora rischiato di perdere anche dopo aver condotto anche di 11 con Cremona (ma, per fortuna e senza voler offendere nessuno, Cremona non è Venezia o Milano e neanche solo Brindisi e così si è riusciti ad interrompere la serie negativa vincendo di 1 solo punto grazie ai 2 liberi segnati praticamente a babbo morto da un eroico Slaughter; e meno male che Milbourne, fin lì implacabile, ha sbagliato il più comodo degli appoggi in puro Rivers style).

La crisi, quella di cui parlo, è una crisi più profonda, più virale ed in quanto tale più rischiosa e più difficile da debellare. Perché la crisi di cui parlo riguarda le società ed in particolare le due dirigenze. Due dirigenze che, per le proprie interferenze con il settore tecnico, rischiano di essere il vero motivo destabilizzante delle rispettive formazioni.

Partiamo dalla Fortitudo, una squadra che ha una dirigenza inesistente che delega la rappresentanza della squadra al comparto tecnico, in particolare a coach Boniciolli, un allenatore, ed un uomo, che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Per l’esplosività del personaggio, sempre oltre ogni riga, per l’estemporaneità delle battute, per quell’essere sempre e comunque controcorrente, contro tutti e contro tutto, anche contro ogni logica, a volte (vorrei qui prendere a prestito alcune frasi di Andrea Barocci di Stadio: “… oltre 5000 persone accorse al PalaVerde per la sfida tra Treviso e Fortitudo. Hanno vinto i padroni di casa che schierano, per scelta, un solo americano e che a differenza dei bolognesi giocano di squadra, si passano la palla … merito di Stefano Pillastrini, allenatore che ha il brutto difetto di non amare esternazioni e dichiarazioni ad effetto, ad uso e consumo di tifosi e stampa compiacente e che non si è mai sognato di chiedere a se stesso ed agli altri perché anni fa non è stato chiamato lui, e non Pianigiani, sulla panchina dell’Italia …”. E che, indiscutibilmente, ha una gran parte di colpa nella costruzione di una squadra che, tecnicamente, non ha né capo né coda. Manca un play vero e manca un centro che si possa definire tale. McCamey è ottimo, ma è una guardia con punti nelle mani e tra i vari Chillo, Gandini, Bryan e Pini non se ne fa uno non dico buono, ma nemmeno accettabile. Ma comunque i tifosi della F possono stare tranquilli: arriverà il Rosselli appena ripudiato dall’altra sponda di BasketCity (e pagatelo sto benedetto buyout se davvero siete convinti dell’acquisto) e nulla si risolverà. Rosselli, sia chiaro, è un ottimo giocatore, forse il migliore o quantomeno quello di maggior peso specifico in un campionato come quello di Lega2 che lui ha vinto 3 volte negli ultimi 4 anni. Ed avrà una voglia matta di far ricredere chi non ha (sbagliando) creduto in lui. Ma è simile, troppo simile a tanti che già allegramente soggiornano sulla panca dell’aquila, i vari Italiano, Amici, Mancinelli, lo stesso Legion: tutti giocatori che più o meno, con una classe ed un atletismo più o meno simili, giocano in un ruolo simile a quello che andrà ad occupare il nuovo arrivato (a meno che il coach non voglia stupirci con effetti speciali …).

La Virtus, adesso. Che ha una dirigenza fin troppo invadente e che ha portato la guida tecnica della squadra ad una sorta di delegittimazione creando un’impasse tecnico/tattica dalla quale, francamente, crediamo sarà difficile uscire. I fatti sono noti: un allenatore (che si sarebbe voluto sostituire già in corso d’opera durante gli scorsi playoff promozione) e tenuto solo perché acclamato vincitore dal popolo dei tifosi; lo zoccolo duro della squadra confermato per lo stesso motivo, ma senza troppo credere in loro; una campagna acquisti scoppiettante ma più attenta al nome che alla effettiva necessità tecnica. Poi, chiaro, avere avuto in dote Aradori e Alessandro Gentile, Slaughter e Lafayette (tutti giocatori di primissimo livello e protagonisti in momenti e team diversi in Europa ai livelli più alti) è tanta roba. Ma anche in questo caso, si è peccato di un peccato capitale. Il nome prima del ruolo: anche in casa Vnera manca un play di ruolo (Lafayette è un ottimo attaccante, ma come ragionatore, l’esperienza milanese lo testimonia, non vale una LegaA di alto o medio/alto livello) e manca (mancava) un cambio dei lunghi; qui si inserisce una necessaria riflessione. Non si creda che aver aggiunto BaldiRossi (sfortunatissimo, appena entrato e già infortunato) abbia risolto i problemi: certo lui è un 4/5 di ruolo e non adattato come Rosselli, ma il cambio Rosselli/BaldiRossi, appunto, lascia comunque scoperta una pedina: nove si era prima e nove si rimane adesso. Per poter ragionevolmente pensare a vincere e non a non perdere come dichiarato dal presidente Bucci, servirà altro.