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Gennaio 2017

Archiviato questo weekend denso di impegni ed aperitivi, party più o meno esclusivi ed appuntamenti imperdibili, concerti che sarebbero potuti essere spostati ad altra data e solitari lampadari falso rococò tristemente appesi in alto che più in alto non si può sui tiranti di portici sotto i quali mai nessuno alzerà gli occhi ma spacciati per elitari progetti di luce,  cosa resterà di questa 41^ edizione di ArteFiera, una delle più brutte che si ricordi? Innanzi tutto, però, sia perdonato il termine: definirla brutta, infatti, non è sufficiente a descrivere il velleitarismo di questa stanca kermesse che dimostra ormai tutta la sua età, un’età portata male, malissimo, e che farebbe propendere per una cadenza biennale, ma poi sai le lamentele, i j’accuse, l’orfanitudine dei forzati della mondanità ad ogni costo, quelli dell’aperitivo a sbafo, ma anche pagato, solo che sia champagne dozzinale e basico ma vuoi mettere, lì ad ArteFiera, con tutto il mondo, il bel mondo, che ti guarda e ti sgomita per sottrarti l’ultima tartina, l’ultima patatina, l’ultima nocciolina?
Comunque non c’è problema. Sulla stampa locale si possono già leggere entusiastici commenti su quanto è stata bella, su quanto è stata organizzata bene, su chi c’era (e chi non c’era? cioè quasi tutto il mondo artistico che conta?), e su come siamo contenti, noi galleristi, per questa rinascita, per questo nuovo inizio di un’avventura che sarà lunga, lunga e gloriosa e bla bla bla..
La realtà, una realtà percepita trascinandosi stancamente lungo i quattro lunghi corridoi (due per ogni padiglione) che fiancheggiavano gli stand, è stata di un’esposizione in tono minore. Tante, tantissime, forse troppe gallerie bolognesi con il loro afflato di déjà vu. Di davvero internazionali, invece, poche, pochissime, le solite.
Anche quelli che sarebbero dovuti essere i fiori all’occhiello della neo direttrice Angela Vattese, e cioè la fotografia e la sezione “NuevaVista”, hanno deluso.
Soprattutto la fotografia, curata dalla stessa Vattese, di una impalpabilità imbarazzante: solo una mezza dozzina di stand e se si escludono i classici Fink, la scuola italiana dei Basilico, Ghirri, Giacomelli, Migliori ecc, esposti dai soliti e benemeriti Contrasto e Damiani, davvero nulla sia come proposte, sia come novità. Certo, c’era Pierre Pellegrini dalle ripetitive sfumature pur sempre evocative; c’era, ancora e chissà fino a quando, Massimo Vitali e le sue figurine esili e colorate su sfondi bruciati ed inintelleggibili;
e c’era Irene Kung dalla materica imponenza. Ma se poi si vuole spacciare per nuova e significativa l’opera di Silvia Camporesi (praticamente ogni stand con qualcosa di fotografia appeso, aveva una sua opera. Il mercato, perché qui si tratta di mercato non certo d’arte, d’altronde si sa è strano: fino ad un paio d’anni fa, tutti pazzi, anch’io, per Samorì; sembrava che nessuna galleria potesse presentarsi sul palcoscenico di ArteFiera senza esporre un suo lavoro.
Quest’anno sembra sparito, ed ecco al suo posto la Camporesi, l’ennesima stanca ripetitiva inutile scolastica epigone di Candida Hőfer) …
Per il resto, il solito gigantismo di Mitoraj, qualche Schifano, i dervisci di Mondino, i tagli di Fontana e le mappe di Boetti, molto astrattismo già visto e digerito da tempo, stanchi tentativi di stupire (uno stand addobbato come per l’entrata in un circo), un altro, stand, che presentava solo Burri (uno dei SoloShow che avrebbero dovuto costituire un’altra delle novità di quest’anno) …
Resta quindi da raccontare quello che è stato l’altro, in una città sommersa dalle possibilità.
Qui, è chiaro, si va a sensazioni, ad emozioni. Personali, ça va sans dire.
Prima di dedicarmi a quello che una volta si definiva Off, mi piace però partire per questo breve excursus, cosa strana, dalla inaspettata mostra “Lotscucht” di Jonas Burgert al Mambo. La gestione di Laura Carlini Fanfogna, passata così inosservata, ha prodotto frutti copiosi. A prescindere dalla folgorante mostra su Bowie, è questa dell’artista tedesco ad essere veramente una mostra come a Bologna non si vedeva da tempo. Intensa, materica, esaustiva, impressionante se si
lascia passare il termine.
Per il resto, delle mostre “Kirakirà” di Murakami Takashi in galleria Cavour e “Lumen” di Nino Migliori presso l’Oratorio dei Battuti nel complesso di Santa Maria della Vita in via Clavature 8, così come della mostra “La seconda generazione”, la graphic novel di Michel Kichka al Museo Ebraico, abbiamo già detto.
Rimane giusto lo spazio, che come si sa è tiranno, per raccontare, o almeno citare, alcuni luoghi fascinosi una volta dimenticati ed ormai diventati abituali (come l’ExAtelier Corradi che ha presentato
“L’instabilità degli oggetti” installazioni di piccolo formato, video ed immagini a cura di Pietro Gagliano tra i quali spiccava “Il liocorno di Lescaux” di Luca Capuano o il complesso dei Bastardini nelle cui sale dall’atmosfera così pregnante, spiccavano le statue, classicamente senza tempo, di Decio Zoffoli e le incisioni certosine
di Francesco Casorati) o altri, altrettanto se non più ancora evocativi appena riscoperti e consegnati al pubblico (l’ex negozio Gavina di via Altabella ove erano esposte le “Causerie” di Calori&Maillard o l’ex laboratorio Elios che ha presentato “Memo/Box2, Elios drive-in, officina Giuliani”, le grandi sculture di Giuliano Giuliani per l’occasione riospitate negli spazi del celebre laboratorio eliografico da lui stesso creato a metà degli anni ’60).
In ultimo, non posso dimenticare il “Tributo al Caccia – Luigi Caccia Dominioni a Bologna” allestito in Corte Isolani.
Infine, e davvero in ultimo, per tornare all’istituzionalità, la mostra “Oltreprima – la fotografia dipinta” negli spazi della FondazioneDelMonte in via delle Donzelle e, tra le tante gallerie che hanno esposto il meglio di sé, quella che più mi ha colpito è la mostra “Testamentari, maschere senza volto” che la Galleria L’Ariete/artecontemporanea di via D’Azeglio ha dedicato ad un grande artista bolognese, Maurizio Bottarelli.

GUARDA LA GALLERIA FOTOGRAFICA DI ARTEFIERA 2017

Ingredienti:
1 Caspo di puntarelle
1 spicchio di aglio
1 manciata di pinoli
1 cucchiaio di pecorino romano
Qualche filetto di acciuga
Olio extra vergine di oliva
Qualche goccia di aceto

Preparazione:
Prima di tutto pulire e lavare le puntarelle. Tagliarle a fettine sottili nel senso  della lunghezza. Metterle per almeno un’  ora a bagno in acqua e ghiaccio in modo da farle “arricciare” un po’.
Nel frattempo nel mortaio (diversamente con un mixer a immersione ) mettere l’aglio con i pinoli, le acciughe e aggiungere un filo l’olio in modo da creare una crema, aggiungere poi il pecorino, mescolare ancora in modo da creare una bella crema.
Correggere eventualmente di sale se serve ( sia le acciughe che il pecorino sono ingredienti molto saporiti ) e unire la goccia di aceto.
Scolare bene le puntarelle togliendo l’acqua in eccesso e condirle con il pesto.

Per gustare a pieno il sapore lasciarle riposare per 10/15 min e servire decorando con qualche pinolo e qualche filetto di acciuga intero.
Si possono anche condire e mangiare immediatamente.

Buone puntarelle da G&G!

Se siete medici lo sapete meglio di me, ci sono alcune situazioni conviviali nelle quali è meglio nascondere la propria professione. Invitati ad una cena o ad un pic nic in campagna, riconoscerete subito il potenziale nemico. In genere è un signore petulante che ha già avuto da ridire sugli ingredienti della salsa conducendo la padrona di casa ad un’esasperazione tale da essere sicuri che nella salsa ci  metterebbe volentieri  anche lui, oppure è una signora lamentosa che nel presentarsi  affligge chiunque con i suoi problemi digestivi. Alla facoltà di Medicina insegnano come mantenere toni neutri, evitando di sbilanciarsi ed esprimendo opinioni  pacate su tutto come un democristiano del secondo governo Andreotti.

Ma prima o poi… prima o poi un amico incauto rivelerà che siete ortopedico oppure cardiologo e vi troverete una schiera di questuanti della diagnosi che v’inchiodano in un angolo, snocciolandovi i valori delle proprie analisi del sangue.

Che c’entra con la professione di storico dell’arte?! C’entra… c’entra…  Seppure voi alla cena o al pic nic di cui sopra, avete glissato tutta la sera sulla vostra professione, sarà un vostro ignaro amico a chiedervi “Sei stato alla mostra di Lucio Fontana a Milano? Bellissima vero?”

Tu ti strozzi con il budino mentre l’amico ha già ricevuto un potente calcio in uno stinco dalla padrona di casa, ma ormai è fatta.  Al signore petulante si sono già accesi gli istinti predatori, ha capito che siete una vittima perfetta.

“…e così lei s’intende di arte…” vi dice avvicinandosi con gli occhietti a capocchia di spillo che si fanno inquietanti mentre nella vostra testa parte la colonna sonora de “Lo squalo”.

Con la bocca piena di dolce accennate goffamente ad un “sì” mentre l’amico rimedierà un secondo calcio nello stinco dalla padrona di casa (Ferragamo tacco 12) subito dopo aver proclamato “ Ma certo, è uno storico dell’arte, lavora al museo di XY!”

E’ il momento nel quale nei romanzi ottocenteschi ricorre la frase “una mano di ghiaccio gli strinse il cuore”. Adesso sapete cosa si prova.

Il signore petulante  si rivela anche implacabile. “Quindi lei ritiene che tagliare la tela con un coltello sia vera Arte? Sa’ io non ci capisco nulla ma credo che non lo sia certo non nel senso più alto del termine!”

Qui le strade sono due, gli date ragione con sicurezza affermando vigorosamente che l’ultimo artista veramente tale è stato Pietro Annigoni (qui ve la vedrete con la vostra coscienza e con Gillo Dorfles che vi apparirà in sogno per almeno due mesi) oppure date battaglia.

“L’arte è complessa e soprattutto l’arte contemporanea richiede la conoscenza di un linguaggio specifico, di una retorica nuova alla quale ci si avvicina con la voglia di capire e non di giudicare secondo un metro obsoleto”.

Bravi, bel discoro ma il signore petulante si rivela MOLTO petulante . “Guardi io non ci capisco nulla” torna a ribadire “… ma ritengo che l’Arte debba comunicare immediatamente a chi guarda altrimenti non è Arte”.

“Infatti, ci si può anche far trasportare dall’emozione, intuire che dietro ad ogni gesto c’è un pensiero, un nucleo concettuale… E poi ogni opera va storicizzata, non si può giudicare astraendola dal contesto storico.”

Piero Manzoni – Merda D’artista_(196)

Se questa conversazione l’avete già sostenuta adesso sapete che il vostro nemico parte con la considerazione finale: “Voi intellettuali  avete una scusa per tutto e, pur non capendoci nulla, posso dirle che una cosa così la facevo anche io!”. Ecco l’ha detto, la frase topica, il nodo al quale si giunge sempre parlando di arte contemporanea : “questo lo facevo anche io”.

Come uscirne? Semplice, si beve l’ultima stilla di Porto nel fondo del bicchierino, si guarda negli occhi il signore petulante e gli si dice “Sa che ha ragione?! lei proprio non ne sa nulla e semmai le venisse l’idea di cagare in un barattolo ed esporlo al museo, sappia che è già stato fatto.”

Andatevene  teatralmente e lasciate tutti a concionare di quanti gli storici dell’arte siano antipatici.

Il primo a scriverne fu Cristoforo da Messisbugo, scalco alla corte estense, che nel trattato “Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio generale” del 1549, descrive la tecnica di insaccatura del salume con l’impiego del vino rosso per aromatizzarne le carni. Qualche tempo dopo lo storico Antonio Frizzi celebra la “salamina” con il poemetto giocoso “La Salameide”. Nel 1761, Don Domenico Chendi, parroco di Tresigallo, pubblica un manuale che riporta puntualmente le tecniche di lavorazione e di cottura, sostanzialmente le stesse dei giorni nostri. Pellegrino Artusi ne “La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene” (1891) la cita come specialità di Ferrara dal sapore “piccante ed appetitoso”. Riccardo Bacchelli nel romanzo “Il mulino del Po ” impernia sulla Salama da sugo la seduzione dell’inesperto Princivalle da parte di Snizia. Giorgio Bassani nel libro “Il giardino dei Finzi Contini” rivela che Giosuè Carducci era un appassionato estimatore del salume ferrarese, tant’è che su 15 lettere inviate dal poeta, premio Nobel 1906 per la letteratura, ai Finzi Contini “ben cinque di esse trattavano dell’unico soggetto di una certa Salama da Sugo delle nostre campagne che il poeta, ricevutola in dono, aveva mostrato di apprezzare altamente”. Ma quali sono le ragioni di tanta reputazione e longevità? Innanzitutto un sapore forte e, al tempo stesso, tra i più eleganti e suadenti. E’ un impasto di carne suina macinata con vino rosso, sale, pepe nero, noce moscata, cannella e chiodi di garofano e altri ingredienti che nessun artigiano è disposto a rivelare. Un ingrediente fondamentale e di pubblico dominio e’ invece il clima particolarmente umido della provincia ferrarese, terra di antiche bonifiche e di acque diffuse. Condizione che apporta benefici effetti sulla maturazione, sulle sue caratteristiche organolettiche, sulla morbidezza compatta e sull’aroma. La Salama da sugo viene stagionata per circa un anno e, proporzionalmente alla sua dimensione, cotta da sei a otto ore in acqua bollente. Come contorno ha bisogno soltanto di abbondante purea di patate o di zucca, che ben si abbinano alla polpa granulosa e al suo sugo piccante. Nel 2014 ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta (IGP) della UE. Rinomatissime le sagre di Bonacompra (Cento), Madonna Boschi (Poggio Renatico) e Portomaggiore. A Fiscaglia si concorre invece per il campionato mondiale della Salama da sugo.

Centosettantotto espositori. Centocinquantatre gallerie selezionate. Il tutto stipato, contenuto, compresso in due soli padiglioni a fronte dei quattro che solitamente ospitavano la manifestazione. Questi i numeri primi (nel senso di nudi e crudi) che accompagnano questa 41^ edizione di ArteFiera dal 27 al 29 gennaio presso gli spazi di BolognaFiere.

Certo, il raffronto con gli anni passati da un punto di vista meramente numerico, è cagionevole. Ma prima di pontificare dall’alto dell’antica professione della critica (d’altronde Bologna è pur sempre la città in cui se qualcuno ordina uno champagne qualcun altro immancabilmente dirà che sa di tappo) bisognerà aspettare di vedere i risultati.

D’altronde gli intendimenti sono pregevoli. Angela Vattese, la neo direttrice di ArteFiera, ha infatti chiesto a tutte le gallerie, a tutti gli espositori, allestimenti con pochi artisti in modo da poter presentare percorsi in qualche maniera leggibili e congrui. E alcune gallerie (diciotto per l’esattezza), stimolate dalla richiesta, hanno progettato addirittura una sorta di SoloShow, ovverossia un percorso dedicato ad un singolo artista.

Naturalmente sarà presente la fotografia, la cui sezione, si spera cospicua di numeri e significati, è stata curata personalmente dalla direttrice. Interessante, poi, e sperabilmente frequentata, la sezione dedicata alle nuove proposte, “NuevaVista”, che ospiterà autori nuovi (con questo aggettivo intendendo però non artisti giovani di età anagrafica, ma artisti giovani di intendimenti di tematiche di poetica, capaci cioè di rompere convenzioni a volte fin troppo cristallizzate).

Ad accompagnare la kermesse, poi, appuntamenti sparsi in tutta la città a toccare luoghi e spazi a volte dimenticati.

Sono infatti più di cento gli eventi ospitati da cinquantacinque location diverse.

Tra i tanti, le opere murali di Dynamo, le installazioni visibili a partire dal tramonto del collegio Venturoli, il progetto luminoso ON dei portici di via Zamboni, l’arte africana ospitata all’Opificio Golinelli, le fotografie al Mast, la mostra floreale di Joans Burgert al Mambo, Oltreprima la fotografia dipinta alla Fondazione del Monte, il lavoro di Calori & mallardo all’ex negozio Gavina.

Tra tutte quelle visitate in anteprima, però, ci piace citare particolarmente la mostra “Kirakirà” di Murakami Takashi in galleria Cavour, rientrante oltretutto nel programma del 150° anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia. Negli spazi del temporary store che l’anno passato ospitò la mostra di Warhol, sono esposte cinquanta opere di Murakami, un autore cresciuto ad anime & manga e poi affermato animatore di una factory (la Hiropon Factory ora trasmutata in Kaikai Kiki Co) che, nata sulla falsariga di quella warholiana, è un punto di riferimento imprescindibile per la scena underground e subculture giapponese integrando in sé pulsioni di un mondo intriso di tradizioni e culture pop e psichedeliche.

Più ancora, però, non possiamo non citare la bellissima “Lumen”, la mostra fotografica che Nino Migliori ha dedicato al “Compianto di Cristo” di Niccolò dell’Arca.

In uno del luoghi magici, magici e celati, magici e celati e sconosciuti che Bologna regala, il quattrocentesco (anche se ricostruito ad inizio 1600) Oratorio dei Battuti del complesso di Santa Maria della Vita in via Clavature 8, sono esposte una quarantina tra le varie centinaie di foto che il maestro ha scattato a lume di candela perseguendo una ricerca personalissima e stimolante riuscendo ad ottenere delle immagini realmente senza tempo.

E non c’è nulla di meglio, per descrivere le emozioni suscitate dalla visita che affidarci alle parole di Eugenio Riccomini: “… due o tre candele di notte, muovendosi tra una maddalena e l’altra … ha scoperto … il retro delle statue che è vuoto ch’è vuoto come in ogni terracotta e qui pare un’enorme e vuota caverna … talvolta la luce, nel gorgo del buio, s’impiglia nelle lettere latine incise nel nome di Niccolò  o sfiora il volto d’una delle Marie … a volta le candele possono essere più d’una e allora la luce pare rimbalzare su quei volumi, ora torniti, ora scabri, come pareti di roccia … Nino è l’erede di quei pittori che dipingevano su fondi di buio perché compito di chi ritrae il mondo è quello di illuminare ciò che gli occhi vedono. E così fa anche lui, con la candela in mano …”.

La lunga marcia di avvicinamento al 27 GENNAIO, “Giornata della Memoria” coincidente con  l’anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, è cominciata domenica 22 con l’inaugurazione, presso il Museo Ebraico di via Valdonica 1/5, della mostra composta da illustrazioni tratte da “La seconda generazione”, la graphic novel di Michel Kichka.

A presenziare all’evento (a proposito, davvero bellissime le tavole, un B/N corposo, pastoso, denso nel solco della miglior francese, anche se l’artista è di origine belga l’imprinting artistico è assolutamente quello della bande dessinée d’Oltralpe, che ha uno dei suoi massimi esponenti in Jacques Tardi), il sindaco Virginio Merola e il presidente della Regione Stefano Bonaccini nonché il presidente del museo Guido Ottolenghi e il presidente della comunità ebraica Daniele DePaz.

La mostra, presentata da un interessante intervento di Claudio Vercelli della Cattolica di Milano (a cui è seguito nel pomeriggio un dibattito/confronto, “Michel Kichka, quello che non ho detto a mio padre”, tra Vittorio Giardino, Guido Vitale e Ada Treves) resterà aperta fino all’8 marzo.

Ma naturalmente, altre iniziative si succederanno in attesa del 27 quando ci sarà l’intitolazione della piazza tra via Matteotti e via Carracci dove il Memoriale della Shoah è stato realizzato giusto un anno fa.

E così, tra proiezioni di film, “Il labirinto del silenzio” di Guido Ricciarelli e “Corri ragazzo corri” di pepe Danquart (entrambi al Lumiere in collaborazione con la Cineteca), una Seduta solenne del Consiglio Comunale (giovedì 26 nella Sala del Consiglio di palazzo d’Accursio) e, per il circuito di ArtCityBologna in occasione di ArteFiera, la premiere dell’opera collettiva “Le lacrime di Dio” di Ariela Bőhm (di fede ebraica), Elvis Spadoni (cristiano) e Sukun Ensemble (di ispirazione islamica), “… un’opera che tenta un ulteriore passo avanti sulla via del dialogo interreligioso nell’arte e nel solco della riscoperta di quella misericordia che è comune alle tre religioni monoteiste …”, si arriverà al momento clou con l’inaugurazione della domus romana scoperta ormai dieci anni fa durante i lavori di ristrutturazione della sinagoga di via Finzi, in questi anni meticolosamente restaurata, che diventerà una propaggine del Museo Ebraico e verrà inserita nel percorso archeologico cittadino pur rimanendo, almeno una volta alla settimana, luogo dedicato alle funzioni religiose.

Post fata resurgo”.

“Dopo la morte torno ad alzarmi”.

Il motto della fenice, leggendario uccello sacro simbolo della resurrezione, è probabilmente la frase che più di ogni altra si addice a Marios Oikonomou, calcisticamente “morto” più e più volte nel suo periodo all’ombra delle due torri, ma sempre capace di rinascere e ritagliarsi spazi importanti.

Fin dal primo anno in rossoblu, quando non partiva certo in testa alle gerarchie di Lopez, per poi proseguire al primo anno di Serie A, fino ad arrivare ad oggi, Marios ha spesso dovuto superare momenti di scetticismo generale nei suoi confronti, riuscendo puntualmente ad assicurarsi un posto in mezzo alla linea difensiva del Bologna: successe inizialmente nella vittoriosa trasferta di Terni, quando venne lanciato titolare per l’assenza di Maietta e ripagò la fiducia con il gol vittoria. Da lì in poi, un crescendo continuo che lo porterà a divenire titolare inamovibile e uomo mercato nell’estate della promozione.

L’anno scorso fu protagonista di una stagione altalenante, caratterizzata da prove incoraggianti intervallate da svarioni grossolani, evidenziando preoccupanti limiti a livello di concentrazione. Il mantra si ripeteva ancora una volta: perplessità della piazza e fiducia del tecnico ai minimi storici nei confronti del difensore greco, tanto che nel finale di stagione gli venne preferito Ferrari, rampollo di scuola rossoblu evidentemente acerbo per la Serie A ma ritenuto più affidabile da Donadoni.

Post fata resurgo”.

Sembra scaduto il suo tempo a Bologna, si parla di un’imminente cessione alla Sampdoria. Ed invece, dopo un avvio di campionato da mani nei capelli, Oikonomou si riprende il Bologna, in quello che, forse, è il suo vero capolavoro da quando veste la maglia rossoblu. Neanche il più ottimista tra i tifosi bolognesi avrebbe scommesso su una sua (ennesima) ripresa. Troppi gli errori, anche grossolani, del centrale greco, troppe le distrazioni costate punti importanti, troppo forte la sensazione che, semplicemente, Oikonomou non valesse la categoria. Niente di più sbagliato, per l’ennesima volta Marios risorge dalle sue stesse ceneri: da applausi la prova di Milano in Coppa Italia, probabilmente addirittura migliore quella casalinga contro il Torino. Complice l’assenza di Gastaldello, Oikonomou torna a mostrare le qualità che, due anni fa, avevano fatto ingolosire niente meno che il Napoli europeo: solidità difensiva, capacità non comuni per un difensore centrale in fase di impostazioni, tranquillità con la palla tra i piedi. Tutte doti che nel calcio moderno, caratterizzato da pressione asfissiante sul play maker avversario al fine di demolire fin dal principio le trame di gioco, possono fornire al Bologna la possibilità di avvalersi di un doppio costruttore della manovra: uno nella posizione di mediano classico, l’altro (Marios, appunto) che parte una decina di metri più indietro, abile nell’iniziare l’azione e nel guadagnare campo se libero dal pressing.

Post fata resurgo”. L’arte della resurrezione.

L’ennesima rinascita di Marios Oikonomou.

Soneri è un poliziotto in forza alla Questura di Parma che, non più giovanissimo, ama la buona tavola e il vino e cerca di allontanare da sé un passato sentimentale che si intuisce triste intessendo un rapporto assai irregolare con una brusca e focosa avvocatessa, Angela. Quando si trova alle prese con due morti misteriose in questo “Il fiume delle nebbie”, si troverà in realtà a dover scavare nella Storia (quella con S maiuscola) per tentare di dipanare la storia (mai come in questo caso le due storie, quella maiuscola e quella minuscola, si intrecceranno indissolubilmente) dei due assassinati, gli anziani fratelli Tonna, Anteo (il barcaiolo svanito nel fiume abbandonando la sua chiatta alla forza del Po in piena e ripescato cadavere nella golena allagata, quella terra di confine tra acqua e terra, tra sogno e realtà, tra nebbia e notte) e Decimo (l’altro, precipitato dalla finestra di un ospedale dove trascinava una vita elusiva e di contorno, quasi nascosta) entrambi con un sanguinoso passato ai tempi del fascismo e di Salò.

L’inizio, il capitolo iniziale con quella descrizione umida e fredda, viscida e nebbiosa, fangosa e ineluttabilmente conscia di quel che accadrà del grande fiume ingrossato che tutto porterà via con sé e tutto, al contempo, riempirà di sé medesimo (umida nebbia fangosa e fredda), è avvincente come una mano vischiosa ed invisibile che ti prende e ti stringe e struggendoti promette di non lasciarti più. Né il cuore, né l’anima, né il ricordo.

Poi, però, l’indagine, il dipanarsi della stessa tra le solite lentezze (complice anche l’inclemente meteorologia) incomprensioni (con il magistrato che deve autorizzare il caso) gelosie (di Angela) rivalità (un ramo dell’inchiesta, quello che promette più visibilità, in mano ai cugini carabinieri, Soneri non dimentichiamo è commissario di polizia) prende il sopravvento.

E tranne pochi momenti in cui l’atmosfera della bassa, i portici e le osterie, il fiume e la nebbia, tornano a riempire di sé le pagine dell’autore, il romanzo si perde. Si perde in una scrittura semplice, fin troppo semplice, affrettata e ripetitiva caratterizzata, ahinoi, da un susseguirsi di dialoghi al limite del ridicolo, didascalici e inadeguati.

Più di ogni altra cosa, però, è il decorso dell’indagine a essere raffazzonato così come non esiste filo logico nelle scelte e nei movimenti del protagonista. Tutto sembra avvenire per caso (e se anche questa potrebbe essere una scelta voluta, esempi alti ce ne sono di plot all’apparenza casuali ed invece fortemente causali, non sembra il caso di questo romanzo). I personaggi, a parte i pochi centrali ai quali bisogna riconoscere una buona caratterizzazione, compaiono e scompaiono senza lasciar traccia, inutili, buoni solo, forse, a riempire qualche pagina se non solo qualche riga consentendo così di arrivare alle fatidiche 250/300 pagine che garantiscono la pubblicazione.

Varesi, insomma, sembra più preoccupato a trovare il modo di parlare di qualcosa che gli sta molto più a cuore (e ci mancherebbe, gli argomenti suggeriti sono il ventennio, la resistenza, il triangolo rosso) a scapito, però, di quello che dovrebbe costituire la centralità del romanzo, e cioè l’inchiesta poliziesca.

E purtroppo, le duecentocinquanta pagine che ha scritto avranno coinvolto sì l’interesse dell’editore, ma non quello del lettore, non soprattutto con questa conclusione che conclusione non è. Ma non perché, rimanendo essa spiegazione finale, aperta, regali la possibilità di futuri scenari complementari, semplicemente perché, contraddicendo la regola aurea  che garantisce la corrispondenza nel rapporto scrittore (di gialli) / lettore (di gialli), regala un colpevole sconosciuto e stancamente romanticizzato.

Tranquilli, comunque; pur sovvertendo ogni logico pudore quando si parla di gialli, non ho anticipato nulla (nulla essendovi da essere anticipato) ed in ogni caso lascio la promessa di un ambience che vale da solo la fatica, piacevole, della lettura. Un ambience che per certi versi ricorda la folgorante (questa sì davvero da ricordare) opera prima di un autore che purtroppo ci ha abbandonati troppo presto. Sto parlando di Carlo Mazzacurati e della sua “Notte italiana”.

Ingredienti:

  • Calamari freschi
  • Cuori di carciofi freschi
  • 1 piccola cipolla bianca
  • Pane grattugiato q.b
  • Riso venere (e’ quello nero)
  • Menta fresca
  • Olio extra di oliva

Procedimento:

Pulire accuratamente i calamari e lavarli, procedere tagliandoli a listarelle (larghe un dito circa).

Pulire i carciofi utilizzando il cuore, per non farli annerire passateli leggermente con limone e poi tagliateli a fettine molto sottili.

Tritate la cipolla, fartela leggermente rosolare in una padella antiaderente con un  filo d’olio extra vergine d’oliva.

Unire prima i carciofi per qualche minuto a fuoco vivo e poi aggiungere i calamari e cuocere per altri 10 minuti massimo.

Aggiungere il pane grattugiato e da questo momento lasciare sul fuoco senza toccare per qualche minuto, in modo da far creare al pane una crosticina.

Intanto cuocere il riso venere in acqua salata, una volta pronto condirlo con olio messo precedentemente a marinare con la menta fresca spezzettata,versarlo in uno stampo un po’ unto per dare la forma.

Impiattare a piacere, tenendo un po’ di olio alla menta per guarnire ed una manciata di pepe per finire.

Buon Calamaro da G&G

Il clamore causato dal risultato sorprendente delle elezioni americane si è stabilizzato.

Ora, forse, è possibile cercare di capire meglio quanto delle varie interpretazioni e delle spiegazioni date regga alla verifica dei dati.

Inoltre è stata rilasciata una mole di nuove informazioni, scaturite da recenti ricerche che gettano nuova luce sul voto.

Questi i risultati delle ultime 4 elezioni USA in milioni di voti:

’16         Clinton     65,9                   Trump         63,0

’12         Obama     66,0                   Rommey     61,0

’08         Obama     69,5                   Mc Cain       60,0

’04         Kerry         59,0                   Bush            62,0

Come è facile rilevare, se si tiene conto del relativo aumento demografico intervenuto nel periodo di riferimento, l’elettorato Repubblicano è il piu’ stabile . (Il risultato del 2008 fu influenzato in modo straordinario sia dalle eredita’ negative della presidenza Bush che dalla “novita” perfetta della candidatura Obama).

Un altro dato di interesse è che la Clinton ha vinto di circa  6 milioni di voti su Trump  in California e New York, mentre è stata sconfitta di 3 milioni se si sommano a parte tutti gli altri 49 stati. Se si aggiunge la Citta di Chicago (Ilinois) ai primi 2 Stati i numeri divengono quasi 8 milioni  da un lato e circa 5 dall altro .

Veniamo ora alle letture del risultato apparse immediatamente dopo le elezioni. In questo articolo mi concetrerei su quella che ritengo più fuorviante:

A) I famosi sondaggi (tutti) hanno sbagliato in modo clamoroso la previsione

E siccome i sondaggi sono commissionati dal mondo dei grandi giornali metropolitani (una setta liberal) e commentati dagli specialisti della politica (establishment) ne conseguiva immediatamente un corollario :

B) I media, gli intellettuali e gli specialisti (alias i democratici) non azzeccano un sondaggio poiché hanno perso ogni rapporto con la realtà del Paese (la realtà del paese profondo, si usa dire)

Come stavano le cose :

Nell’ultima settimana prima del voto  i principali sondaggi convergevano su  proiezioni favorevoli alla Clinton tra il  2,5 ed il  3,5 % , con un margine di errore tra il 4% ed il 5%, il risultato finale, favorevole ad Hillary per  il 2,1% , sta ampiamente dentro le previsioni (scostamento prossimo all ‘ 1%).

Quindi i sondaggi in realtà hanno azzeccato le previsioni

Qualsiasi società di ricerca firmerebbe per una simile approssimazione.

Immediatamente dopo il risultato elettorale è partito l’attacco forsennato ai sondaggi (ed ai media che li pagavano e li diffondevano). In realtà il nuovo Gruppo di Comando del Partito Repubblicano non è interessato a migliorare le tecniche delle ricerche demoscopiche, quanto a continuare  la battaglia politico-culturale avviata durante la Campagna Elettorale con 2 obiettivi :

1) oscurare la sconfitta nel voto popolare di Trump (il peggiore risultato di un Presidente Eletto da 150 anni!)

2)  zittire i grandi giornali e ridurre all’impotenza le voci antiTrump.

Per fare cio’ è necessario accreditare una diversa verità.

La narrativa   vuole che i Democratici e l’establishment (in USA un epiteto che richiude in se’ scrittori, Università, giornalisti, attori, celebrità, ricchi, gay etc.) siano una unica Elite privilegiata, avulsa dalla realtà quotidiana e dai problemi della gente comune. Si vuole dipingere il mondo liberal come sordo al mondo del lavoro. Come se i 66 milioni di voti della Clinton fossero tutti “Establishment” (un establishment un po’ numeroso) ed i 63 milioni  di Trump di onesti  lavoratori impegnati a mantenere la famiglia, a pagare il mutuo ed a sventolare la bandiera a stelle e striscie.

Poiché viviamo in un mondo molto piccolo e le idee per divenire dominanti devono essere sbandierate di continuo fra le  due sponde dell’Atlantico, sarà opportuno non abituarsi a  questa retorica e reagire ogni qualvolta  ci verrà propinata questa falsa verità (e ciò capiterà spesso).

Qui da noi abbiamo già, e più volte, subito le berlusconiane “alla gente non interessa” e abbiamo già dato anche con il   ritornello delle “periferie dimenticate”; non ci verranno risparmiate le trovate Trumpiane contro le Elites!? (e soprattutto contro UE , Onu , le misure per contenere i cambiamenti Climatici, i migranti ,etc).

L’onda culturale contro ciò che appare consolidato e razionale è potente e di facile presa nel mondo dei nuovi media.

Spachettare l’elettorato democratico, frazionarlo, e soprattutto sminuirne l’influenza nelle università, nell’ industria cinematografica, nel mondo dell’informazione tradizionale, nei grandi colossi informatici che danno lavoro e ricchezza nelle due coste Americane,  sarà la principale preoccupazione dei Repubblicani nel prossimo futuro . E quanto più risulteranno incapaci di risolvere i problemi dei “bianchi incazzati senza titolo di studio” o di porre un rimedio alle “periferie dimenticate” tanto piu’ saranno (saremo) esposti alla tentazione della scorciatoia politica rappresentata dalla ricerca di un capro espiatorio come sempre hanno fatto i movimenti reazionari.

Parimenti da parte dei democratici sara’ importante ricercare nuove strade per allargare i consensi senza cedere alla tentazione di azzerare la coalizione maggioritaria costruita in questi anni .

Se non sono condivisibili le descrizioni che sono state fatte del risultato elettorale, lo sono tuttavia le conseguenze fin qui prospettate dai media USA.

Per i Democratici (e per i loro elettori) si tratta di una sconfitta grave e dalle implicazioni enormi.

Dall’accesso alla sanità alla scuola, dalla composizione della Corte Suprema agli accordi internazionali sul Clima , dalla Nato ai rapporti con la UE , una intera stagione di politiche e aspettative progressive verranno messe in discussione.

Analizzando le ricerche e gli studi usciti in occasione delle elezioni  non si puo’ individuare una sola causa della sconfitta di Hilary e del Progetto democratico. Si possono tuttavia vedere quali e quanti spostamenti siano avvenuti nell’elettorato americano, nella società e rintracciarne qualche causa nelle trasformazioni della struttura produttiva.

Qualcosa era gia’ stato anticipato un paio di mesi prima delle elezioni (i bianchi senza titolo di studio , citta’ vs aree rurali ), qualcosa d’altro è emerso ultimamente dai dati sul mercato del lavoro e dalla diversa distribuzione dei nuovi lavori tra uomini e donne.

Al riguardo vi daremo una rassegna di dati ed analisi usciti in USA nei prossimi articoli.

 

C’è stato un tempo in cui si pensava che mangiare Scalogno portasse male. Non per presunte proprietà malefiche o jattatorie del piccolo bulbo cipollino ma per la cinica e banale constatazione che chi ne faceva ampio consumo erano soprattutto i poveri e i poverissimi, cioè i più sfortunati. Da lì a definire scalognati gli sfortunati mangiatori di Scalogno il passo fu breve. Il miglioramento delle condizioni sociali della popolazione degli ultimi cento anni si è però incaricato di smentire questa leggenda e di ristabilire la verità: lo Scalogno e’ una fonte di sapori, di profumi e di proprietà nutrizionali assolutamente interclassista, cioè buona per tutti, ricchi, poveri e ceti medi. Anzi. Per la cosiddetta legge del contrappasso e soprattutto per il suo sapore, meno intenso di quello della cipolla, più aromatico e leggermente agliaceo, e’ diventato un ingrediente della cucina più raffinata  ed attenta ai gusti delicati, la cosiddetta cucina di tendenza. Nei secoli scorsi un’altra leggenda ha circondato lo Scalogno: gli antichi lo ritenevano uno stimolante delle funzioni sessuali. Ovidio lo cita come tale nelle sue lettere e molte leggende popolari delle campagne italiane gli attribuiscono proprietà afrodisiache. La Romagna, senza relazione alcuna con questa leggenda, e’ nel frattempo diventata uno dei territori più vocati e specializzati nella coltivazione del bulbo cipollino, al  punto da ottenere dall’Unione europea nel 1997 la tutela della sua unicità e il riconoscimento di qualità con la denominazione “Scalogno di Romagna IGP”. Ciò che caratterizza il prodotto romagnolo e’ la unicità di colorazione, profumi, sapori, aromaticità, finezza e un disciplinare di produzione che obbliga a tecniche di “produzione integrata”, cioè a minimo impiego di prodotti chimici, e al trascorrere di almeno cinque anni prima di riportare sul medesimo terreno la coltivazione.

La Fondazione lirica di Largo Respighi, infatti, sta vivendo il momento di più grande difficoltà nella sua più che bicentenaria storia. Entro la fine del mese dovrà infatti essere risolto il “nodo” dei cosiddetti esuberi che riguardavano inizialmente una trentina di lavoratori tra amministrativi (e cioè quelli che mandano avanti la complessa macchina burocratica/amministrativa) e tecnici (e tra questi, lo ricordiamo, macchinisti elettricisti attrezzisti sarti e calzolai teatrali dalle altissime specifiche professionalità).

Ma mentre tale scadenza si avvicina, è sul piano squisitamente artistico che, in questi giorni, il Teatro fa parlare di sé.

Sono appena terminate, infatti, le riprese di un film sceneggiato e diretto da Paolo Fiore Angelini sulla sua storia, sul suo essere, intimamente ed indissolubilmente, legato a doppio filo alla storia della città stessa.

Partendo da questi presupposti, un po’ di storia si rende necessaria.

Il 14 maggio del 1763 1.500 persone, in una città che ne contava appena 7o.000, parteciparono all’inaugurazione del Teatro Comunale realizzato dall’architetto Antonio Galli Bibiena con la rappresentazione de Il trionfo di Clelia, opera lirica scritta per l’occasione da Christoph Willibald Gluck su libretto di Pietro Metastasio. Negli anni, il Teatro Comunale si è affermato come crocevia centrale del mondo della lirica italiana, primo Teatro dell’opera ad essere edificato con denaro pubblico, primo in Italia a rappresentare l’opera di Wagner, ha accolto nel corso della sua esistenza artisti di fama mondiale come Verdi e Toscanini, Herbert Von Karajan e Claudio Abbado, Tito Schipa e Mirella Freni, Robert Wilson, Liliana Cavani e Werner Herzog. Un luogo, si capirà, che è impossibile raccontare senza affrontare tutta la sua complessità. Complessità che assume in sé sia l’aspetto drammaturgico dell’interpretazione musicale e vocale, ma anche quello fisico di chi al teatro offre il proprio corpo e tempo, nessuno escluso: interpreti, musicisti, scenografi, macchinisti, figuranti, artisti, tecnici, amministrativi, maestranze, uscieri, “… che nel ventre della macchina-teatro si muovono, anch’essi agiti da un vissuto personale, intimamente legato al loro essere qui ed ora …”.

Ma un teatro dedicato alla musica, lo si capirà, vive soprattutto per questo: la musica.

E così, in attesa dell’inaugurazione della Stagione Lirica di questa sera (è infatti stata scongiurata l’ipotesi di uno sciopero che avrebbe dovuto bloccare la soirée per tentare di sensibilizzare il pubblico sul problema esuberi) con “Il ratto dal serraglio” di Mozart, singspiel in tre atti coprodotto dallo stesso Teatro Comunale di Bologna insieme all’ Aix en Provence Festival e al Musikfest Bremen con la direzione musicale di Nikolaj Znaider, un allestimento che promette già di far parlare di sé, non fosse altro per l’ambientazione che il regista Martin Kušej ha trasposta ai giorni nostri e che prevede l’insistita rappresentazione scenica di turbanti, passamontagna neri, kalashnikov, teste mozzate e iconografia da contemporaneo macello terrorista sul quale comunque torneremo per raccontare le impressioni della première, lo scorso venerdì 13 gennaio al Teatro Manzoni c’è stata l’inaugurazione della Stagione Sinfonica (una stagione che alternerà i propri concerti tra l’Auditorium Manzoni stesso e la Sala Bibiena di via Zamboni)  con un concerto, bello e complesso che ha suscitato forti emozioni e che ha riscosso un notevole successo, affidato alla bacchetta del direttore musicale Michele Mariotti che ha diretto musiche di Franz Schubert e di Anton Bruckner.
Del viennese, Mariotti ha proposto la “Messa N. 6 in mi bemolle maggiore D 950”, un brano che costituisce una riflessione sulla spiritualità e che ha visto impegnato anche il Coro della Fondazione di piazza Verdi (preparato come di consueto da Andrea Faidutti) e un quintetto vocale composto dal soprano Alessandra Marianelli, dal mezzosoprano Raffaella Lupinacci, dai tenori Alessandro Luciano e Anicio Zorzi Giustiniani e dal basso Michele Pertusi.
Di Bruckner, invece, è stata eseguita la “Sinfonia N. 1 in do minore”, nello specifico la versione composta tra il 1865 e il 1866 ed eseguita per la prima volta nel 1868 a Linz, con il compositore sul podio.