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Febbraio 2017

Quante volte ho sospirato davanti alla richiesta dei miei genitori di andare a trovare i nonni. Di spendere un pomeriggio con loro. Quante volte avrei preferito essere altrove. Magari al mare con gli amici. Quanto darei ora per riavere un pomeriggio in loro compagnia.

Oggi guardo i miei genitori chiamare mia figlia con gli occhi lucidi davanti la telecamera di un tablet. Li vedo illuminarsi davanti la magia della vita, ai cambiamenti della crescita.

Oggi vedo mio padre – mio padre! – fare voci buffe, cantare stornelli stonati e produrre versi indecifrabili in cerca di un sorriso. Vedo mia madre allarmarsi per ogni suo piccolo starnuto, rammaricarsi per le “prime volte” perse, ringiovanire di fronte un suo gesto d’affetto ed in cuor mio l’unica cosa che dico è: “non ignorare tuo nonno! Sorridi a tua nonna! Fai un piccolo cenno, un verso…anche solo per fargli capire che li hai riconosciti. Che sono per te familiari.”

Guardo tutto questo, il passato, il futuro, le persone, i sogni e le amarezze che mi hanno plasmata e che mi accompagneranno nel sentiero che sto percorrendo. E ringrazio la Vita.

« I registi vengono assassinati, i poliziotti scrivono poesie, le case editrici diventano sale da ballo di musica popolare per gli intellettuali e la Grecia va tutta al diavolo.»

Leggo queste righe, le righe iniziali de “L’assassinio di un immortale” di Petros Markaris, e penso a quello che Pietro disse una volta (Pietro è la persona che frequento che più conosce la Grecia. Questione di affinità, elettiva; questione di passione; o anche solo lunga frequentazione, visto che ci passa almeno un mese all’anno, e questo da parecchi anni) e cioè che, per conoscere veramente la Grecia, per comprendere quello che vi sta succedendo, per capire, forse, quello che si potrebbe fare, più di tanti dibattiti, tavole rotonde, simposi di esperti o pseudo tali, basterebbe leggere un romanzo di Markaris.

Questo vale, naturalmente, anche se, come in questo caso, non si tratti di un romanzo, bensì di una raccolta di racconti. Una raccolta i cui racconti spaziano, come dice il sottotitolo, dalle rotte dei migranti alle indagini del commissario Charitos e non solo. Perché se infatti il primo racconto e l’ultimo (“L’assassinio di un immortale” che tratta appunto dell’omicidio di un immortale, un appartenente all’empireo degli scrittori greci, un eletto all’Accademia di Atene, come si può immaginare vero e proprio nido di vipere e malelingue e “Poems and Crimes”, ambientato nel mondo rutilante ma falso e velenoso dello spettacolo) vanno ad arricchire la saga del burbero commissario degno epigono di Maigret e riconosciuto compagno di viaggio di Montalbano, gli altri sei spaziano dalla ricostruzione storica (“Attentato in ritardo” che prende spunto dall’attentato ad Hitler del 20 luglio 1944 compiuto dal colonnello conte Von Stauffenberg) ad una denuncia dal forte impatto sociale (“L’arco di Pompei” in cui un prete ortodosso coraggioso, padre Ioannis Perdikis, non esita a rischiare in proprio opponendosi ad un sedicente Comitato di Lotta pur di aiutare i migranti novelli poveri tra i poveri), dalla narrazione, velata di malinconia e rabbia trattenuta, dell’epopea dei romei (ben tre i racconti che celebrano l’epopea nascosta e celata dei greci che abitavano nella Città, ovverossia Costantinopoli, ostaggi della storia e dei tanti ribaltamenti sociali e politici, due dei quali, “Tre giorni” e “Il cadavere e il pozzo” sono ambientati negli anni ’50 e l’altro, “Ulisse invecchia solo” ai giorni nostri) all’attualità contemporanea e metropolitana sempre permeata da una forte componente di minoranza (“In terre note” in cui un investigatore turco formatosi in Germania e che ha fatto di tutto per tornare a vivere e lavorare ad Istanbul, in visita al padre rimasto in Germania risolverà in un clima di tensioni e velato razzismo l’assassinio dell’amico più stretto del padre che voleva edificare una moschea).

Mai come in questo caso, mi sembra di poter affermare che Petros Markaris raccoglie in questo libro tutte le sfumature del suo Mediterraneo: il giallo, la critica sociale, il racconto autobiografico. Con la loro scrittura al contempo polifonica e dissonante, queste storie ci regalano situazioni al limite in cui eroi epici ma nel contempo umani, ognuno alle prese con un proprio bisogno profondo di risposte si muovono alla ricerca, una ricerca che richiederà abnegazione e sacrifici e per la quale varrà sicuramente la pena di battersi ostinatamente come novelli Ulisse dei nostri giorni, della verità della salvezza della giustizia

In ultimo, anche in questo caso, leggendo e lasciandomi trasportare dal suono e dal ritmo delle parole (« … Li guardo ballare e penso che noi greci abbiamo due movimenti sempre uguali per esprimere l’origine orientale delle nostre danze. Quando balliamo lo zeibèkiko allarghiamo le braccia e giriamo su noi stessi. E la danza si riduce a questo finché non termina la musica. E’ l’immagine che ci è stata appiccicata addosso dal film “Zorba il greco”, con quell’attore americano, anche se a dire il vero lui ballava una danza cretese e non un zeibèkiko …») non riesco ad esimermi dal focalizzare un quadro.

Che in questo caso non può che essere una delle roteanti Turcate di Mondino.

– 2 UOVA

– 130g FARINA 00

– 100g ZUCCHERO SEMOLATO

–  2 CUCCHIAI DI OLIO

–  5 CUCCHIAI DI MARSALA ALL’UOVO

–  UNA PUNTA DI LIEVITO PER DOLCI

– OLIO DI ARACHIDI PER FRITTURA

– ZUCCHETO VANIGLIATO PER TERMINARE

 

In una ciotola unire tutti gli ingredienti creando una sorta di pastella.

Aiutandosi con un cucchiaio versare uno alla volta i topini nell’olio caldo, aspettare che salgano a galla!

Girarli velocemente per far si che si colorino da entrambe le parti e toglierli.

N.B. Devono risultare con il cuore liquido, si consiglia la cottura di tre, quattro per volta.

Spolverarli con zucchero vanigliato e i Topini sono pronti.

 

VIVA IL CARNEVALE DA G&G

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L’ortica è una pianta di antiche tradizioni alimentari, fitoterapiche e tessili che dopo una lunga stagione di emarginazione sta tornando, prepotentemente, sulla scena sociale. La riscoperta e’ da ascrivere soprattutto alle sue naturali proprietà benefiche, in primis quelle depurative, diuretiche, emostatiche, astringenti, toniche, ipoglicemizzanti, antiasmatiche, antiemorragiche ed antireumatiche. Una pianta che favorisce il buon funzionamento dell’organismo non può che trovare impiego anche in cucina. È così nell’intento di unire l’utile al dilettevole la tradizione ha creato un’amplissima varietà di usi gastronomici dell’ortica: passati, zuppe, frittate, minestre, ripieni, risotti, sformati, cannelloni, tortellini, stufati, dolci. Poi c’è la produzione tessile, di cui esistono testimonianze risalenti addirittura all’Età del bronzo. Molti indumenti dell’esercito napoleonico furono realizzati con fibre d’ortica, così come quelli dell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale, e anche molti italiani, negli anni dell’autarchia fascista, vestirono d’ortica. Attualmente l’interesse sta rinascendo per via della crescente domanda di tessuti ipoallergenici ed ecosostenibili. L’ortica non necessita di trattamenti chimici ne’ in campo ne’ nella fase della estrazione della fibra. Infine e’ una ottima partner nella gestione dell’orto: regola il contenuto di ferro e di azoto nel terreno; ha effetti stimolanti sulla crescita delle piante ortive; le protegge dagli afidi; fornisce un portentoso concime liquido fogliare, il cosiddetto macerato. Questi, in poche parole, i motivi del ritorno in “societa'” dell’Ortica. Una pianta urticante, e perciò stesso evitata e malvista, ma indiscutibile dispensatrice di benessere e di vitalità, oggi come ieri, o meglio, oggi più di ieri. E alle straordinarie proprietà dell’ortica e alla sua attualità agronomica, alimentare, salutistica e tessile e’ dedicata ogni anno la popolarissima sagra di Malalbergo, importante Comune agricolo ai confini tra la provincia di Bologna e quella di Ferrara. Un evento unico nel suo genere generato dalla volontà di valorizzazione, dalla consapevolezza scientifica e dall’amore per le tradizioni degli “Amici dell’Ortica, una inedita Associazione di cultori appassionati.

Quello che manca a questo “Gli innamoramenti” ( un romanzo del 2012) di Javier Marías (figlio e nipote d’arte, suo padre essendo il fiolosofo Julián e suo zio il regista Jesús Franco), è un senso, un apriscatole, un’idea. O anche solo un perché. Perché, chi ha scritto, abbia scritto una cosa così. Perché questa cosa che è stata scritta dovrebbe interessare chi legge.

Ma  questo è solo un primo livello. Un livello, questo primo, che riguarda solo la storia scritta, la storia che, in quanto scritta, dovrebbe interessare chi legge, di solito interessato a leggere quello che è stato scritto.

E allora vediamola la storia, la sinossi, di questo libro che, scritto, dovrebbe interessare il lettore:

“… in un caffè di Madrid, ogni mattina María Dolz osserva due sconosciuti, un uomo e una donna, affascinata dalla loro felicità. Come se fossero personaggi amati di un romanzo, augura alla coppia «tutto il bene del mondo», spera che la loro storia sia felice. Ma la possibilità di un lieto fine viene spezzata in modo brutale dall’omicidio dell’uomo, Miguel Desvern, ucciso in modo a quanto pare del tutto casuale. Qualche tempo dopo, tuttavia, questa vicenda tragica ma apparentemente chiara, torna a coinvolgere María, facendo vacillare le sue certezze, spingendola a chiedersi se la realtà spiata da lontano in quel caffè non fosse che la maschera di un’altra, piú nascosta e sfuggente …”.

Un giallo, quindi. O quello che potrebbe diventare un giallo. Psicologico, magari, questo giallo. Un giallo il cui inizio lascia immaginare bene:

« L’ultima volta che vidi Miguel Desvern o Deverne fu anche l’ultima volta che lo vide la moglie, Luisa, il che continua ad apparire strano e forse ingiusto, dal momento che lei era questo, sua moglie, e io ero invece una sconosciuta e non avevo mai scambiato con lui una sola parola».

Anche alcune notazioni di minimo interesse per la storia, ma di acuta soggettività ( a pag.19 si legge ad esempio “… bisogna essere un po’ anormali per mettersi a lavorare a qualcosa senza che nessuno lo abbia ordinato …”) invogliano il lettore conducendolo giù per the-wilde-side, deviandolo dalla retta e lasciando intravedere quello che, invece, in realtà non c’è.

In effetti, in questa storia a lungo indecisa tra “Sex and the city” ed una qualche sfumatura alquanto sfumata sia del grigio sia del nero, nulla succede. Certo l’indefinitezza della trama, nell’immaginario molto deve anche al titolo, un titolo che così assonantemente richiama Alberoni ed il suo “Innamoramento e amore” che tanti guasti provocò, quanto?, una trentina e più di anni fa.

A difesa di Marias, debbo confessare che il malmostoso approccio qualcosa, se non molto, deve ai goffi richiami ai già citati “Sex and the city” e “50 sfumature di …” (perché se anche è vero che le “sfumature” quando il libro è stato scritto erano di là da venire, già ben sedimentato nei lettori e spettatori era “9 settimane e ½” suo antesignano e sicuro ispiratore con tutte quelle gonne sollevate, scarpe rimesse dopo aver tolto le calze e taxi chiamati dopo i rapidi amplessi. Nel caso poi di Carrie Bradshaw e delle sue amiche, se è vero che tipologie alla Carrie e Samantha la panterona mancano, di sicuro Maria e Luisa incarnano perfettamente ed alternativamente, i caratteri di Miranda la distratta disponibile e Charlotte l’ingenua pruriginosa. Per non parlare di Díaz-Varela, il pomo del contendere che altro non è se non un latino Mr.Big in sedicesimo.

Se poi ci metiamo che Rico, il professore suscettibile di verde vestito porta il nome del protagonista della storiella di RicoLeMagnifique che a Parigi rompeva le noci di cocco …

Fino qui, il soffermarsi su una storia che, tutto sommato, può anche starci. Quello che più stona, però, è la scrittura. Va bene che noi si legge in traduzione (e mai come in questo caso la cosa conta) ma l’escamotage, ineludibile a veder la trama, del narrare con gli occhi di una donna, si scontra, nel tentare di creare un romanzo al femminile, con una scrittura nettamente al maschile, non riuscendo a far proprie sfumature, sensibilità, pennellate tipicamente femminee (e, tornando alla traduzione, forse in questo caso sarebbe stato necessario affidarsi ad una traduttrice).

Non so spiegare, temo, la delusione, ma più la sensazione di inutilità, di spreco anche perché, dai, il romanzo non è brutto, è scritto bene, i personaggi, i loro caratteri, le loro motivazioni sono anche approfondite. Epperò è’ come vedere un bel quadro, un bel quadro di cui hai sentito parlare, che hai visto in decine di riproduzioni e poi, finalmente, eccolo, ce l’hai davanti. Lo vedi dal vivo ed è un po’ una delusione, non sapresti nemmeno dire il perché, ma c’è qualcosa che non torna, che stona, che pare falso. Senti che potrebbe essere, ma manca qualcosa, magari manca qualcosa di piccolissimo, ma quel qualcosa di piccolissimo manca e pure, se quel qualcosa di piccolissimo c’è, suona come falso. Un po’ come vedere dal vivo un quadro, magari un quadro di Jack Vettriano, “I ballerini” ad esempio: bello, sì, ma …

 

Prendiamola così, sul dantesco. Per arrivare a quel paradiso per bevitori del buon vino che è “Al Risanamento” (un nome un proponimento) qui in via Zamboni 57, scendendo verso la porta subito dopo Piazza Puntoni e l’incrocio con De’Rolandis, nei locali che una volta erano della cartotecnica Pitagora, bisogna attraversare l’inferno di Piazza Verdi.

Intendiamoci. Ben lungi dall’apparentarmi ai professionisti del facile lamento, sia esso dovuto a diatribe e polemiche su tornelli et similaria, la mia è la semplice constatazione di chi quella piazza, e i suoi dintorni, bene o male, la vive dalla metà dei ’70. Prima l’universitá (lettere) infine il lavoro (Teatro Comunale). In mezzo anche il militare (ma andiamo con ordine). E comunque, durante queste situazioni, amici e fidanzatine. Gli amici: Peppe e Franco stavano in De’Rolandis proprio all’incrocio con Zamboni di fianco al bar Floriano, le sorelle altoatesine in Petroni praticamente sopra l’enoteca Calzolari (altro bel posto per e da bere, peccato chiuda presto la sera e il nostro tirar tardi diventi pura utopia), Sandro abitava all’inizio di SanVitale, appena voltato l’angolo di Petroni verso la porta, uno dei primi due numeri, il 58 o il 60. Poi c’erano le fidanzatine. Credo di essere uno dei pochi a essere partito a milite che stavo con una ragazza (che abitava al 26 di BelleArti) ed essere tornato (vabbè, l’ho fatto a Bologna, e anche se nessuno ci crede fu solo un gran botta di … fortuna, ma comunque si dice sempre lo stesso così, tornare da militare) stando con un’altra che abitava in SanVitale (al piano terra del 58 o del 60, ed ecco perché mi confondo con il numero dell’amico Sandro detto il “cancellino”). Come sia, comunque, la zona l’ho, l’abbiamo, sempre frequentata. Da che mi ricordi il giornale l’ho comprato all’Edicola del Comunale (ora chiusa) in Zamboni; il primo bar frequentato da professionista è stato il “Bar di Legno” di fianco all’edicola (chiuso anch’esso); i primi apertivi, mischioni rossi dalla formula segreta, non potevano che essere dai “Pierini” (all’angolo BelleArti/Moline; qui hanno tirato giù la casa, adesso c’è un palazzotto moderno senza sugo). Certo. Ci sono stati anni belli (in  piazza ho conosciuto una ragazza di Venezia dai capelli biondi, e molti altri ne ho conosciuti, che la vivevano la piazza, e che adesso sono andati alcuni per età, alcuni perché già dottori … ). E ci sono stati anni bui (abbiamo visto i blindati invadere la zona; abbiamo vissuto le assemblee con strani personaggi venuti da fuori, da fuori città e da fuori facoltà, a farla da padroni; sapevamo dove andare a recuperare le biciclette che ci rubavano, ma non era un bell’andare; e abbiamo visto la Piazza diventare il coagulo di punkabbestia e tossici e spacciatori. Gli anni di adesso, però, sono un’altra cosa. Adesso la piazza, la zona, è una terra di nessuno, solo gente che si stona ed ogni motivo, ogni pretesto, ogni modo, è buuuono. Per bere. Picchiarsi a bottigliate in faccia e picchiare in cinque contro uno. Per fare casino, rubare e spacciare. Senza che nessuno intervenga. Senza che nessuno, di quelli che potrebbero, abbia voglia di recuperare la situazione.

Noi, però, che amiamo tirar tardi, in qualche modo superiamo l’impasse e arriviamo al “Risanamento”. Che è il miglior posto, davvero, dove si può bere vino, ottimo, in un ambiente accogliente, caldo, intimo. Il merito, come sempre quando si trovano situazioni come queste, è del patron, Francesco Barsotti. Sommelier discreto e preparato, distributore di vini conosciuto e ricercato, importatore, anche, curioso ed apprezzato, dopo anni di esperienze diverse (anche animatore con il fratello Lorenzo del mai abbastanza rimpianto ristorante “Barsotti” di Marzabotto) ha deciso di aprire un posto tutto suo dove poter soddisfare appieno la sua più che decennale passione creando un locale in cui è bello essere ricevuti come a casa di un amico, un amico vero e sincero che, in più, può proporti grandi assaggi. Al “Risanamento”, infatti (chiuso la domenica a meno di eventi particolari ed aperto dalle 11 alle 23 tutti giorni tranne il venerdì ed il sabato quando la chiusura preventivata sarebbe alle 24, ma si sa come vanno le cose quando si beve bene in buona compagnia) è possibile assaggiare, sia a pranzo che a cena, trippa e ribollita, salumi toscani e jamon serrano, foie gras e alici del Cantabrico, ostriche e lasagne e parecchio altro. Il tutto, naturalmente, accompagnato da una delle oltre mille (letto bene, sono proprio oltre 1.000) etichette diverse (con una grande attenzione riservata ai vini francesi, quelli veri, non quelli così facili da trovare in altri posti). Che altro dire per invogliare a tirar tardi se non prosit?

350g farina 00
100g zucchero vanigliato
50g di zucchero semolato
30g burro
Lievito X dolci mezza bustina
2 uova
Un bicchiere di san Marzano
Un pizzico di sale
La buccia di un limone grattugiata

Olio di semi di arachidi (per frittura)
Zucchero semolato (per ripasso finale)

Sul tagliere o tavolo fare la fontana con la farina setacciata e lo zucchero vanigliato, al centro unire gli altri ingredienti, il burro a temperatura ambiente, il lievito e impastare il tutto. Se dovesse risultare un po’ duro aggiungere un po’ di san Marzano.
Creare dei tubini con l’impasto e tagliarli della dimensione di 2 cm (tipo gnocco).
Intanto portare a temperatura l’olio ( abbondante per poter friggere al meglio).
Friggerle girandole qualche minuto per farle dorare.
Scolarle, asciugarle su carta assorbente e passarle in un recipiente con lo zucchero semolato ed impiattare.
Ed eccole pronte per essere gustate!

Tiro Pesante Rapido e’ il nome del Cavallo Agricolo Italiano. Un’animale imponente, di grande forza e potenza, facilmente adattabile ad ogni tipo di clima e di alimentazione, apprezzato per l’innata capacità di eseguire i lavori con un eccellente ritmo, impiegato nelle risaie, nei campi di grano e nel trasporto dei raccolti, e’ stato per decenni uno dei protagonisti dello sviluppo dell’agricoltura italiana. Ora è’ utilizzato come alternativa alle impattanti ed onerose macchine motorizzate nel lavoro boschivo e nella selvicoltura nelle zone di maggiore pregio ambientale,  nelle escursioni naturalistiche nei parchi e nelle riserve, come riproduttore per la selezione di muli pesanti, negli attacchi di carri e carrozze e nelle attività agrituristiche, dove si dimostra affidabile e docile. La storia di questo cavallo ” di razza” inizia a Ferrara alla fine dell’800 nel “Regio Deposito Stalloni”, una struttura del Ministero della Guerra per la selezione e la riproduzione degli animali di servizio dell’esercito. All’epoca in Italia esistevano 8 Depositi Stalloni e ciascuno di essi aveva uno specifico indirizzo ippico. A quello di Ferrara fu affidato il compito di selezionare e produrre un cavallo adatto alle artiglierie da campo, detto appunto Tiro Pesante Rapido. Dopo una fase iniziale di incroci con stalloni stranieri fecero seguito procedimenti selettivi mirati a delineare linee di sangue tutte italiane. Nel 1927 fu avviata ufficialmente la prima generazione di cavallo di tipo  “agricolo-artigliere“ che oltre a corrispondere alle richieste militari raccoglieva le istanze dei possidenti agricoli. Sul finire degli anni ‘50 con il venire meno dell’interesse militare i Depositi furono assegnati al Ministero dell’Agricoltura e fu istituito il Libro Genealogico del Cavallo Agricolo Italiano, in sostituzione del precedente controllo selettivo della produzione. Il Libro Genealogico oggi conta oltre 6.500 capi di cui 3.000 fattrici, raggruppati in oltre 1.000 allevamenti. Dunque una storia emiliano-romagnola che parla all’Italia e soprattutto una bella storia di riconversione postbellica e postmilitare che ha consentito ad una biodiversità di non estinguersi con l’estinguersi della sua iniziale missione.

Qui al numero 10/d di via Belvedere, un bar al servizio dell’adiacente Mercato delle Erbe (quello da cui si entra da Via Ugo Bassi e dalla stessa via Belvedere, per intenderci) c’è sempre stato. Presente uno di quei bar che aprono presto, e quando dico presto intendo proprio presto, al mattino e magari chiudono presto al pomeriggio dovendo adeguarsi al mercato che, come qualunque altro mercato al mondo, ha orari che sono decisamente diversi da quelli di chiunque altro. Naturalmente, come più o meno ogni bar od esercizio commerciale, anche questo “Caffè delle Erbe” ha avuto i suoi alti e bassi. Ha conosciuto momenti di gloria (alcuni tra i più vecchi, la connotazione è solo per l’anzianità di servizio ci mancherebbe, commercianti del mercato ricordano ancora i tempi in cui si poteva berci il migliore, e se non proprio il migliore uno dei, caffè della città) ed altri che meriterebbero l’oblio più assoluto.

I due titorari: Fabio e Cristian

Poi, i tempi cambiano, a volte più rapidamente di quanto si possa immaginare, e siamo all’inizio della seconda decade del nuovo millennio, la zona del Mercato delle Erbe conosce un rilancio, una bonifica verrebbe da dire, figlia soprattutto della volontà testardaggine lungimiranza di quei, pochi, gestori di locali allora presenti in zona.

Lo so, fa sorridere dire che solo una decina d’anni fa (ma anche molti meno) al posto di quella che è diventata una delle zone principi del pre/nightclubbing cittadino c’era una situazione, non dico di pericolo o di degrado, ma che sarebbe potuta facilmente trasformarsi in pericolosa e degradata.

Bene. Adesso la zona, ed il piacere di trascorrervi lunghe interminabili serate, la conosciamo tutti.

E naturalmente, anche il nostro “Caffè delle Erbe” non ha potuto far altro che cambiare pelle, trasformandosi in un  appuntamento irrinunciabile per chi ama bere, e bene, ottimi Martini.

Ma andiamo con ordine. Parlavo, poco fa, del 2010 o giù di lì. Ed è proprio in quel periodo che il nostro Caffè viene rilevato da Cristian, un vulcanico batterista di coverband fissato con il rock anni ’70 (quello vero, quello duro e puro; per intenderci, Beatles, Rolling, DeepPurple, Doors).

Naturalmente, è il periodo in cui non è ancora esplosa la Mercato/Mania, la densità cairota di bar in zona rende difficile riuscire a distinguersi e ad imporsi.

Ma, come si diceva, a volte le situazioni possono cambiare così in fretta da rischiare di non rendersene conto. La fortuna, ma più la lungimiranza di Cristian, fa sì che chiami a collaborare con lui prima Claudio, un nome conosciuto in tutti gli ambienti dove si beve, e si mangia, in città e poi suo fratello Fabio (chitarrista in alcune delle band di cui prima). L’intuizione, vincente, è quella di trasformare il, per certi versi fin troppo tranquillo “Caffè delle Erbe” (che nel frattempo ha anche mutato la propria fisionomia assomigliando sempre più ad una bar della swinging London degli anni ’70, e in ciò adeguandosi sempre più alla personalità degli stessi Cristian e Fabio) in un GinBar.

Certo, ciò non vuol dire rinunciare al servizio normalmente offerto da un bar normale (ed infatti, ad esempio, la colazione

Caffè delle erbe – il locale

è da provare potendo contare su di una pasticceria davvero  ottima). Semplicemente, viene dato maggior risalto alla scelta dei gin che serviranno a mescolare (non shakerare, occhio) indimenticabili Martini cocktail. La scelta si rivela subito vincente: dagli iniziali 10/12 gin ottimi ma abbastanza trovabili anche in altre realtà, si passa in breve tempo, grazie ad una certosina ricerca sia sul web sia tramite distributori ed importatori specializzati, ad una cantina che, ora come ora, offre una sessantina di gin a rotazione scelti tra i più esclusivi o semplicemente i più curiosi.

Se poi si considera che, assecondando le richieste di una clientela sempre più affezionata e  numerosa, ai gin si sono aggiunte una quindicina di vodka (il principio è sempre quello; a rotazione in modo da poter offrire ogni giorno qualcosa di particolare ed unico) si capirà come non ci si possa esimere dal contemplare il “Caffè delle Erbe” in un ideale tour dei locali dove si beve, e si sta, bene.

Stefano Righini

Ingredienti per le sfrappole:

  • 250g farina 00
  • 2 uova
  • 2 cucchiai di brandy
  • 1 fettina sottilissima di burro ( tipo una noce )
  • Per frittura olio di semi di arachide (per noi il migliore per i dolci di carnevale. Ovviamente ognuno è libero nella scelta).
  • Zucchero vanigliato per spolverizzare

Preparazione:
Impastare gli ingredienti insieme. Lavorare bene la pasta e farla poi riposare.
Tirare con il matarello una sfoglia il più sottile possibile (questo il segreto per una sfrappole friabile)
Tagliare delle strisce e dei rettangoli a seconda della dimensione che si vuole, fare un piccolo taglio al centro e procedere con la frittura. Olio caldo e pochi minuti girandole.
Farle sgocciolare e spolverizzare di zucchero vanigliato.
Le forme possono essere svariate, anche arrotolate, solo piegate in cottura su se stesse al centro o con il classico nodo , ma noi le preferiamo stese perché siano perfettamente friabili

Ingredienti Tagliatelline

  • 250g farina 00
  • 2 uova
  • 2 cucchiai di brandy
  • 1 fettina sottilissima di burro ( tipo una noce )
  • zucchero semolato
  • Buccia grattugiata di 1 arancia e di  1 limone (attenzione a non usare il bianco ) pelarle con un pelapatate

Preparazione
Una volta tirata la pasta, stendervi sopra lo zucchero fino a coprire tutto la superficie e aggiungere le bucce tritate. Lasciar riposare in modo che lo zucchero a contatto con l’acido della buccia si inumidisca un po’.
Arrotolare facendo in modo che attacchino bene bene e tagliare le tagliatelle larghe 8mm / 1 cm circa.
Friggerle tenendole girate e lasciando che lo zucchero caramelli bene.
Devono risultare belle dorate !

Buon inizio Carnevale da G&G

 

La Mora Romagnola non è, ovviamente, una avvenente signora dai tratti felliniani, ma il nome, ufficialmente codificato nel 1942, di una razza di suini dal pelo marrone scuro, tendente al nero, riconoscibile anche per il taglio a mandorla degli occhi, le zanne molto lunghe, simili a quelle dei cinghiali, il corpo allungato, altezza media 80 cm ( le scrofe sono più alte dei verri), un peso alla maturità di 250-300 kg. Una razza “pura” ed “autoctona” cioè unica nei caratteri distintivi e storicamente diffusa nelle sole province tra Ravenna e Rimini che dopo essere stata per secoli una fonte straordinariamente economica di grassi e proteine animali ha corso il rischio della definitiva estinzione. Nel 1918 i capi di Mora Romagnola risultavano 335.000; nel 1949 appena 22.000; alla fine degli anni ’80 non più di una qualche unità. Il loro posto era stato preso dalle nuove razze suine iperproduttive, selezionate per gli allevamenti intensivi. Quelli che per un tempo immemorabile erano stati i punti di forza della Mora, vale a dire la rusticità, l’attitudine alla vita all’aperto, al pascolo, l’elevata percentuale di grasso, si trasformarono, negli anni della cosiddetta rivoluzione verde, in altrettante debolezze e motivi d’abbandono. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi. La razza Mora Romagnola e’ stata miracolosamente salvata negli anni ’90 da un allevatore di Faenza, Mario Lazzari, che dopo una lunga ricerca riuscì a formare un piccolo allevamento di esemplari puri, 3 scrofe e un verro, da cui è poi ripartita la successione riproduttiva. Oggi sono 42 gli allevamenti e circa 1000 i capi allevati nelle province di Ravenna, Forlì, Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma. La rinascita, ancorché modesta nei numeri, e’ in atto, trainata sicuramente dalla consapevolezza del valore della biodiversità genetica ma, ancora di più, dall’inconfondibile sapore  delle carni, più selvatico e speziato rispetto a quello dei suini comuni,  apprezzatissime  nei salumi di pregio e nelle tradizionali cotture casalinghe.

Non è un racconto di Edgar Allan Poe e nemmeno una delle città invisibili di Italo Calvino, nessuna vita  letteraria per il castello che non c’è.  Anche perché qualcosa ne è rimasto:  basta percorrere via Indipendenza ed arrivare a porta Galliera volgendo lo sguardo verso la stazione della autocorriere e lì, a pochi passi dalla scalinata della Montagnola, entro un piccolo fossato sotto il piano stradale, svettano alcuni ruderi che sorvegliano la pensilina dell’autobus poco distante e il via vai affaccendato di chi corre in stazione o di, chi, più placidamente, va verso il mercato della Piazzola.

Se ci fermiamo ad osservare, capiamo che quella fu una costruzione fatta con la volontà di resistere al tempo, volontà sempre disattesa da chi, il popolo bolognese, quel castello proprio non lo voleva.

Proviamo a capire come e perché quei pochi resti di muraglia raccontano una storia ricca di colpi di scena.

Bologna in epoca medievale vantava una produzione industriale prestigiosa nel campo della manifattura di tessuti e i mulini giravano incessantemente sull’Avesa e sull’Aposa, azionando i torcitoi per i fili di lana e seta; il porto industriale del Cavaticcio, dove sorgevano forni e mulini e dove il canale di Reno compiva un salto di livello generando una copiosa cascata che aveva premesso la crescita di attività industriali, era il luogo da cui partivano le chiatte mercantili piene di merci, a risalire lungo i canali fino al mare e arrivando addirittura a Venezia. Bologna era una città ricca, geograficamente in un punto strategico tra la repubblica veneziana e la Toscana. Che poteva succedere se i veneziani e i bolognesi si fossero alleati per calare a Firenze e quindi a Roma? Questa spada di Damocle non poteva certo lasciare tranquillo chi governava Roma ed immaginava uno stato cattolico e apostolico in espansione. Insomma, il Papa teneva d’occhio Bologna e la immaginava asservita al potere papale, cosa che sarebbe accaduta solo nel secolo XVI ma a condizioni molto particolari, vedendo riconosciuto il suo senso di indipendenza civile.

Nel 1327, il cardinale Bertrando Del Poggetto entrò in città senza trovare troppe resistenze ma solo perché Bologna era in quel momento sotto schiaffo, temendo un’invasione militare da parte del regno di Baviera e le truppe papali potevano servire; fu Bertrando a far costruire per primo il castello-fortezza: siamo nel 1330 e già nel 1334 la costruzione venne distrutta dal popolo bolognese. Peccato perché la storia tramanda che all’interno del castello Bertrando avesse  alloggiato una pala commissionata niente di meno che a Giotto.  A Giotto, si badi bene, ad un fiorentino e non ad un pittore bolognese: questo la dice lunga su come la Chiesa intendesse sottomettere anche culturalmente un comune  ribelle come Bologna.

Con le varianti del caso, ovviamente dovute al cambiamento del quadro politico internazionale, la storia si ripeté altre quattro volte: nel  1330 il cardinale Baldassarre Cossa ricostruì la fortezza che solo quattro anni dopo il furore dei bolognesi demolì;  Cossa divenne papa con il nome di Giovanni  XXIII (in realtà fu un antipapa e per noi Giovanni  XXIII è tutt’altra storia) e ci riprovò ma il castello papale durò dal 1414 al 1416. Più fortunato fu papa Eugenio IV che riuscì a tenere in piedi la roccaforte dal 1436 al 1443 mentre il quinto ed ultimo castello si deve ad un papa guerriero come Giulio II della Rovere che lo ricostruì nel 1508, quando conquistò definitivamente la città e il suo territorio che da allora fecero parte dello Stato della Chiesa. Durò a lungo il castello? Macché, nel 1511 venne di nuovo abbattuto a monito di come, per tenere Bologna, il Papa doveva riconoscerne  almeno in parte l’autonomia. La perseveranza papale si era consumata, anche perché a Roma un tipaccio come Michelangelo, ne stava consumando un bel po’ con tutto quel tempo che ci metteva a dipingere la cappella Sistina!  Bologna, da quel momento seconda città dello stato della Chiesa, godette di privilegi che alle altre città dello Stato Pontificio erano preclusi: un governo autonomo, un cardinale Legato costretto a confrontarsi con il Comune e soprattutto, con i cittadini sempre pronti ad accendere la miccia della rivolta.  Giulio II secondo forse, tra sé e se’ avrà pensato se non riusciamo a combatterli, meglio farceli amici.

Del resto cosa mai potevano aspettarsi i pontefici romani da una città che già nel 1256 con il Liber Paradisus aveva liberato i servi della gleba, che viveva un sentimento civico fortissimo tanto da scrivere per ben due volte nel suo blasone la parola Libertas, che oltre ad abbattere cinque volte il castello papale non aveva esitato a radere al suolo anche la Domus Magna di quel Giovanni Bentivoglio che seppure fu Signore di Bologna, si era trasformato in tiranno? Così quando passate davanti ai resti della fortezza papale, sappiate che il castello che non c’è, in realtà è il monumento invisibile al senso d’indipendenza, alla forza e alla perseveranza di questa città nella ricerca della libertà civile.

 

La foto è di Elisabetta Bignami

 

 

Foto: “© European Union 2017 – European Parliament”

Da qualche giorno sta girando sui social un simpatico siparietto di cui si è reso protagonista l’attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker . Durante una conferenza stampa, alla domanda di un giornalista su chi – tra Trump e Putin – fosse  a suo parere la minaccia più seria per l’Unione europea, il nostro eroe ha risposto orgoglioso: “io”.

Non nego che dopo un breve momento di spaesata ilarità – dovuto all’oggettiva inopportunità da parte di un’alta carica europea di rispondere con una battuta ad una domanda sugli attuali equilibri internazionali (evidentemente al giorno d’oggi neanche la noiosa e grigia eurocrazia riesce più a garantire delle certezze di sobrietà) – il mio primo pensiero sia stato: “quanto ha ragione”.

Da mesi ormai – si è iniziato con la Brexit e si è continuato con l’elezione di Trump – autorevoli e stimati opinionisti ci spiegano come l’Europa sia ad un bivio. Di come sia fondamentale che l’Unione europea trovi le forze per reagire ai mutati equilibri internazionali e alla continua messa in discussione dello stesso progetto europeo da parte di molte forze politiche continentali.

Pur condividendo in linea di principio la necessità di un “colpo di reni” da parte dell’Unione, mi risulta piuttosto difficile comprendere a chi spetterebbe questo gravoso ed impegnativo compito.

Davvero c’è qualcuno che pensa che i tre presidenti delle istituzioni UE – Juncker, Tusk e Tajani  – anche volendo, avrebbero le capacità e le possibilità di far cambiare rotta all’Unione? (stendiamo un velo colmo di pietà per il Parlamento europeo che ad oggi sembra fungere esclusivamente da vetrina per le forze politiche euroscettiche).

Anche un neofita di politica europea capirebbe al volo che gli attuali vertici delle istituzioni europee sono stati scelti seguendo criteri di “fedeltà” piuttosto che di capacità. In altre parole sono stati messi lì con l’implicito e tacito accordo di restare buoni e al loro posto ed aspettare di volta in volta istruzioni.

Ma anche nel caso volessimo escludere questo dato e – ragionando per assurdo – ci trovassimo davanti ai nuovi statisti dell’Europa unita: quali possibilità avrebbero di incidere se non fossero supportati dalla maggioranza degli Stati europei ed in particolare dai tre grandi fondatori: Germania, Francia e Italia? Chiunque abbia letto qualcosa di sensato o semplicemente assistito alla storia europea degli ultimi 60 anni sa benissimo che anche grandi personaggi come Delors non avrebbero mai potuto avanzare alcuna proposta senza il via libera di questi 3 Paesi ed in particolare senza l’appoggio dell’asse franco-tedesco (durante la commissione Delors rappresentato dall’asse Kohl-Mitterand).

Ed è proprio dagli sviluppi politici che si avranno in questi tre Paesi che – a mio avviso – si avranno le risposte sul futuro dell’UE. Non è un caso infatti se l’unica proposta credibile ed interessante avanzata in questi giorni – quella dell’Europa a due velocità – sia arrivata non dai vertici delle istituzioni comunitarie, ma dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel.

In questo quadro, il 2017 rappresenta un anno decisivo, per il semplice motivo che almeno 2 di questi 3 Paesi (l’Italia come da tradizione nei momenti storici decisivi tende a tenersi aperte tutte le possibilità) andranno al voto. Un voto che più di altre volte sembra fondamentale e condizionato da fattori esterni.

La Francia sarà la prima ad affrontare le urne. Il 23 aprile si terrà il primo turno delle presidenziali e dopo gli scandali che hanno coinvolto il candidato dell’ UMP, François Fillon, sembra prospettarsi una cavalcata trionfale dell’estrema destra guidata da Marie Le Pen. I socialisti, almeno per il momento, non sembrano in grado di poter ricostruire qualcosa di presentabile dalle macerie provocate da 5 anni di presidenza Hollande. La vittoria di Hamon alle primarie sembra essere più un voto di protesta verso coloro che hanno portato il Partito alla rovina, piuttosto che un vero progetto politico e la presenza di outsider a sinistra come Macron complica ancor più le cose in campo socialista.

Scenario totalmente diverso invece in Germania, la quale, dopo 12 anni di regno Merkel, si appresta ad affrontare le decisive elezioni del prossimo 24 settembre con una novità senza dubbio interessante: i socialdemocratici infatti, dopo la candidatura dell’ex Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, sembrano essere in netta ripresa.

Nonostante i sondaggi positivi sarà durissima per Schulz sconfiggere Angela Merkel, ma il fatto che l’SPD dopo un decennio di subalternità alla CDU sia quanto meno della partita è già una notizia. Ed una loro vittoria potrebbe cambiare realmente le carte in tavola anche a livello europeo.

Infine l’Italia. Probabilmente – al netto del fatto che l’attuale legge elettorale ci consegnerebbe di nuovo un Parlamento senza una maggioranza e quindi senza un vincitore – anche il solo fatto che Francia e Germania si apprestano a votare tra pochi mesi, potrebbe essere un buon motivo per aspettare la scadenza naturale della legislatura e votare nel 2018. Ma si sa, la razionalità non è una dote apprezzata dalla politica nostrana. Roba da Cassandre greche, professoroni universitari e gufi rancorosi. Non vorremmo mai perdere l’occasione di creare un quadro  politico più caotico di quello che già è. Staremo a vedere.

Per quanto riguarda Juncker invece, a prescindere da lui, a prescindere dalla piega che prenderanno gli eventi, la sua Presidenza è destinata a rimanere nella storia come “l’Europa che fu”.

L’augurio è che “il Futuro” non ci costringa a sentirne la mancanza.