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Marzo 2017

E’ primavera, e’ tempo di fragole. Cinquant’anni fa i Beatles lanciavano l’indimenticabile “Strawberry fields forever” che nella poetica immaginifica del grande Jhon Lennon voleva celebrare gli infiniti campi di fragole della Liverpool dell’infanzia. Noi, più prosaicamente, proviamo di celebrare i non più infiniti campi di fragole dell’Emilia-Romagna. Per molti anni, in particolare a cavallo degli anni 60, la nostra regione e’ stata la prima produttrice nazionale di fragole. Poi, progressivamente, la fragolicoltura si è spostata nel sud del paese alla ricerca di manodopera a basso costo e di minori rischi climatici. Negli ultimi decenni però anche il sud è più in generale l’Italia hanno ceduto i primati produttivi ad altri paesi europei ed extraeuropei. Le ragioni, sempre le stesse: costi più bassi, condizioni climatiche diverse, coltivazioni in serra, migliore logistica ed  organizzazione commerciale. La fragolicoltura italiana e con essa quella emiliano-romagnola non si è però data per vinta. Da qualche anno punta tutto su una più alta qualità organolettica, su sapori, profumi e colori più netti e piacevoli e sulla diversificazione dei periodi di immissione sui mercati.  Oggi la fragola italiana è disponibile tutto l’anno al top della qualità, semplicemente sfruttando i diversi areali di coltivazione e la fortunata geografia del Paese. Si parte dal Sud con le coltivazioni precocissime e precoci per poi salire con le produzioni di Veneto, Emilia Romagna e Piemonte e proseguire con le colture di fragola in areali di montagna, dalla Sila alle Alpi per le produzioni tardive. Le varietà più apprezzate e rigorosamente italiane sono Candonga®, Sabrosa, e Melissa®. I positivi riscontri di mercato e l’apprezzamento dei consumatori ci dicono che il rilancio e’ servito.

In ogni sport ci sono giocatori destinati a dividere.

Tendenzialmente, si tratta di quegli elementi considerati imprescindibili, fenomeni capaci di risolvere una contesa con un colpo di genio, un’invenzione, e per questo soggetti ad amore incondizionato da parte dei propri tifosi, direttamente proporzionale all’antipatia (se non, addirittura, al vero e proprio odio di matrice sportiva) dei fedelissimi di opposta fazione.

Mattia Destro, all’interno della realtà bolognese, può essere considerato un caso ancora differente, se non altro per il fatto che a dividersi, stavolta, non sono tifosi rossoblu ed avversari, haters e fans, ma la piazza felsinea stessa.

Destro non può certo essere considerato un fenomeno nel senso stretto del termine, né dal punto di vista tecnico, né sotto il profilo del killer instinct sotto porta; non è in grado di svoltare una partita con un’intuizione fuori dal comune; non è in possesso di colpi di qualità abbacinante in grado di scardinare le fortezze difensive avversarie. Eppure, si tratta sicuramente del giocatore più discusso nella storia recente rossoblu, con la piazza divisa in due blocchi quasi da guerra fredda: strenui difensori del centravanti marchigiano opposti a critici più o meno duri nei loro giudizi.

Per una volta, non limitiamoci a sviscerare numeri e statistiche relative alla stagione del numero 10 bolognese, ma addentriamoci in un discorso puramente tecnico, colpevolmente tralasciato dalla stampa locale, da sempre molto più concentrata sull’atteggiamento e sul quantitativo di reti realizzate (o fallite) dall’attaccante rossoblu.

Destro è una prima punta, su questo ci sono pochi dubbi, ma probabilmente renderebbe maggiormente se supportato da un trequartista o comunque un compagno di reparto. Affiancargli un compagno d’attacco, però, significherebbe perdere un’ala e Donadoni sembra restìo a questa soluzione, considerando più efficaci le offensive portate sulle corsie esterne ad opera di Krejci e Verdi. Nonostante la squadra sia costruita con priorità assoluta verso gli esterni, inoltre, i cross che arrivano in area avversaria sono pochi, il che finisce inevitabilmente per penalizzare una punta statica come Destro, certamente abile negli ultimi 16 metri (e per una volta i numeri sono emblematici: tutti i goal stagionali di Destro sono arrivati dentro l’area di rigore), ma limitato se si trova a dover partire dalla trequarti o dall’esterno.

Aggiungiamo il fatto che raramente Destro, al contrario di inizio stagione, risulta incisivo sul mediano avversario in fase di non possesso palla, preferendo vivacchiare sulla trequarti in attesa di una transizione che, quando arriva, parte però molti metri più indietro.

Insomma, stiamo delineando l’identikit di un giocatore sostanzialmente incompleto, ma letale se ben servito dai compagni nella sua comfort-zone. il tema centrale è: il Bologna può permettersi, nel calcio del 2017, un attaccante, di fatto, monodimensionale e poco propenso al sacrificio in fase difensiva, a fronte di un innegabile istinto realizzativo sotto porta?

La risposta sarete voi lettori a darla, ma di una cosa siamo sicuri: al di là del vostro verdetto, Destro continuerà a dividere. Sarà il tempo, come al solito a risolvere l’enigma.

Nel frattempo, la guerra fredda in casa Bologna è destinata a durare.

Il 29 marzo è un giorno da ricordare con orgoglio:  la Camera dei deputati ha approvato la legge che va a riformare il sistema di accoglienza e protezione per i minori stranieri non accompagnati (MSNA).

I bambini e adolescenti che arrivano in Italia da qualunque paese estero senza essere accompagnati dalla famiglia, non potranno essere respinti, l’ accoglienza sarà integrata tra strutture di prima accoglienza dedicate esclusivamente ai minori, all’interno delle quali possono risiedere non più di trenta giorni, e sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati (SPRAR). Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, ogni Tribunale dei Minorenni dovrà istituire un albo di tutori volontari, i cittadini si potranno proporre e dopo specifica formazione, diventeranno una figura di riferimento per aiutare il minore a  compiere tutte quelle scelte che solitamente si fanno insieme come genitori, dall’istruzione all’assistenza sanitaria. La legge, inoltre, promuove l’affidamento familiare come strada prioritaria di accoglienza rispetto alle strutture. Per la prima volta sono sanciti anche per i minori stranieri non accompagnati il “diritto all’ascolto” nei procedimenti amministrativi e giudiziari che li riguardano e il diritto all’assistenza legale.

Quando si parla di minori stranieri non accompagnati spuntano cifre impressionanti: nel 2016 ne sono arrivati in Italia via mare oltre 25.800, nella nostra città – Bologna – gli ingressi sono stati oltre 500. A gennaio 2017 si è registrato una quantità di sbarchi di minorenni soli superiore del 24% rispetto a quelli dello stesso mese dell’anno scorso.

Un segno di civiltà e umanità: siamo il primo paese in Europa che sceglie di pensare ai bambini non più come emergenze, ma prima di tutto e sopra ogni cosa quali bambini. Orgoglio, sì, tanto!

Nella seconda giornata del Festival delle ocarine di Budrio la serata al Teatro Consorziale ha visto esibirsi nomi famosi come il violinista Marco Fornaciari ,Riko Kobayashi,Yuko Yamamoto ,Giorgio Pacchioni e in ultimo il Gruppo Ocarinistico Budriese che ,con la bravissima soprano Paola Cigna, hanno interpretato vari pezzi di Rossini. La tradizione musicale più che centenaria è egregiamente rappresentata dal Gruppo budriese che ha ormai effettuato oltre 1000 concerti.

Proseguirà il Festival anche oggi e domani.

Si sa che i dipinti si vedono meglio a qualche passo di distanza per coglierne al meglio la composizione, la pienezza della tavolozza e in fin dei conti per capire ciò che rappresentano. C’è un  elemento però che ci costringe a fare due passi avanti e aguzzare la vista: la firma dell’artista. Quando c’è, naturalmente e quando siamo in grado di riconoscerla come tale.  Ma in quanti e quali modi possiamo trovare come l’artista ha inteso tramandare il proprio nome? Le possibilità sono infinite: eccovi una carrellata che ne prende in esame alcune tra consuete e curiose.

Vitale da Bologna, san Giorgio e il drago

Cominciamo con un dipinto che abbiamo già visto nella nostra scorsa passeggiata in Pinacoteca: è San Giorgio e il Drago di Vitale degli Equi detto Vitale da Bologna. Sulla culatta del cavallo, animale che si associa al cognome del pittore, compare  un intreccio di lettere che compongono il nome di battesimo del pittore, Vitalis. E’ un monogramma, cioè un modo figurato per riportare un nome proprio usando lettere tra loro intrecciate o sovrapposte in maniera armonica e allo stesso tempo significativa.

Uno dei monogrammi più famosi è quello utilizzato da Albrecht Dürer. Per esempio nell’ Autoritratto con i guanti del 1498 egli si raffigura come un

Albrecht Durer, autoritratto con i guanti

gentiluomo elegante, il naso importante, la ricca capigliatura e, incise sul muro accanto alla figura, le parole “Das malt ich nach meiner gestalt / Ich war sex und zwenzig Jor alt / Albrecht Dürer” (Ho dipinto secondo le mie sembianze quando avevo ventisei anni. Albrecht Dürer) e sotto a tutto le lettere “AD” sovrapposte, che caratterizzano quasi tutte le sue opere, incisioni comprese.

La firma che Johannes Van Eyck tracciò sopra lo specchio convesso che si trova al centro del ritratto dei Coniugi Arnolfini è forse una delle più celebrate della storia dell’arte: con grafia elegante il pittore riporta nome e data d’esecuzione dell’opera (1434) ma quasi a siglare ulteriormente il dipinto, al centro dello specchio s’intravvedono due figure ed è legittimo pensare che una sia proprio quella di Van Eyck che ritrae se stesso dallo stesso punto di vista adottato per dipingere la scena. Le parole utilizzate per firmare il dipinto “Johannes de Eyck fuit hic” (Johan Van Eyck è stato qui) suonano quasi a conferma.

Dopo questo giro al Nord Europa torniamo più vicino e scegliamo la firma di un pittore bolognese, Bartolomeo Passerotti. Non accontentandosi di una sigla o di un monogramma sceglie un modo curioso per firmarsi: dipinge un passerotto in un angolo del quadro a richiamare il proprio cognome. Nella grande pala in san Giacomo maggiore, l’uccellino compare in basso a sinistra, accanto ai simboli di Sant’Antonio Abate.

Dosso Dossi, San Gerolamo

Molto particolare la scelta del ferrarese Dosso Dossi che nel dipinto con San Gerolamo del 1655, si firma utilizzando un rebus, dove la grande D rovesciata a terra è attraversata da un osso. Una scelta che rivela la propensione intellettuale al gioco colto e divertito.

Ma dalla chiave combinatoria del monogramma a quella più divertente dei simboli e dei rebus finiamo con una nota drammatica: la firma che Michelangelo Merisi da Caravaggio appone alla sua Decollazione del Battista dipinta per la cattedrale di Malta nel 1608. Nella cella buia di una prigione, il Battista giace a terra mentre il boia gli taglia la testa. Il fiotto di sangue che si riversa a terra dalla ferita, scorrendo sul pavimento, verga il nome dell’artista, Michelangelo.

Il segno di una premonizione che di lì a poco si trasformerà in dramma quando nel 1609,  Caravaggio, solo, disperato, di ritorno a Napoli, viene sfregiato in volto durante una rissa, per poi morire a Porto Ercole, assalito forse da febbri malariche e tormentato dal desiderio di rientrare a Roma.

Le Muse che sostano in questo corridoio sono spesso dispettose e così mi suggeriscono di lasciarvi con una firma misteriosa… io sono sicura che ognuno di voi saprà riconoscerla e se per caso non fosse… la soluzione alla prossima volta. Sempre che le Muse me lo permettano.

“… There’s a starman waiting in the sky / He’d like to come and meet us / But he thinks he’d blow your minds / There’s a starman waiting in the sky / He’s told us not to blow it / Cause he knows it’s all worthwhile / He told me: / Let the children lose it / Let the children use it / Let the children boogie …” (per una traduzione che dovrebbe, o potrebbe, essere: “… C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo / Vorrebbe venire e incontrarci / Ma pensa che potrebbe impressionarci / C’è un uomo delle stelle che attende in cielo / Ci ha detto di non distruggerlo / Perché lui sa che ne vale la pena / Mi disse: / lascia che i bambini lo perdano / lascia che i bambini lo usino / lascia che i bambini ballino …”)

In effetti non ho trovato nulla di meglio che il ritornello della indimenticabile “Starman” di Bowie per introdurre questo “L’uomo che cadde sulla terra” di Walter Tevis, splendido esempio di fantascienza NON tecnologica, una pura sintesi del genere che gli esperti definiscono fantascienza soft (dall’inglese soft science fiction, una fantascienza cioè che si concentra sui sentimenti umani piuttosto che sulla tecnologia o sulle scienze esatte e che si basa su discipline come la filosofia, la psicologia, la politica e la sociologia) e che a me piace definire anche come filosofica (ma anche religiosa: come non riconoscere in questo ascetico, dolente, umanissimo Mr.Newton/Rumpelstiltskin un moderno, modernissimo oltretutto, salvatore altro, straniero, migrante, venuto a portare luce sapere benessere e, nelle intenzioni, pace e amore? Come non pensare a lui come a un predestinato, soprattutto se si considerino i titoli originali delle tre parti in cui il romanzo è suddiviso: 1986 La discesa di Icaro – 1988 Rumpelstiltskin – 1990 L’annegamento di Icaro).

Eppoi, non ho trovato nulla di meglio, e in verità non molto ho cercato, perché mai come in questo caso basta il nome. Sfido chiunque, se si dice uomo che cadde sulla terra, a pensare al dimenticato romanzo edito nel 1963 (proprio in quesgli anni a San Francisco prima e in tutti gli States poi, scoppiò la bolla dell’hyppismo senza confini) dell’altrettanto poco ricordato Walter Tevis e non al film del 1976 di Nicolas Roeg con interprete, appunto, David Bowie (anche per questo l’immagine che mi viene da associare al romanzo non può che essere una delle bellissime fotografie di Brian Duffy scattate in occasione del lancio del disco “Ashes to ashes” nello specifico quella famosissima di Bowie/Pierrot).

Questo, naturalmente, non vuol essere un giudizio di merito sul romanzo o sul film, soprattutto non sul romanzo contrapposto al film.

Anche perché Tevis all’epoca dell’Uomo era già una piccola star. Aveva già scritto, infatti, “The hustler” che fu ben presto, alla fine degli anni ’60, trasposto in film da Robert Rossen con Paul Newman nella parte di Eddie Fast Nelson, the hustler appunto o “Lo spaccone” come lo definiva il titolo italiano.

Ma tornando a noi, e all’uomo che cadde sulla terra, c’è una sensazione che ho provato, forte, leggendo il romanzo (una lettura facile grazie ad una scrittura piana, veloce, che non indulge ad approfondimenti, che non si perde in rimandi o complicati intellettualismi, in cui nulla viene sotteso e tutto è lì sotto gli occhi del lettore. Tutto è lì. Apparentemente); ed è quella di una profondità, una attenzione, una malinconia venata dalla consapevolezza dell’impossibilità del vivere una vita normale: verrebbe quasi da pensare a “… quante cose, quante cose belle ci sono, si possono pensare, ideare, realizzare. Però, ci sarà sempre qualcosa, un qualcosa non dipendente da noi, dalla nostra volontà ad impedircelo o quantomeno a renderne difficoltosa la realizzazione”.

La vita stessa di Tevis, d’altronde, può apparire anch’essa piana, veloce, non complessa. Nato alla fine degli anni ’20, muore nell’84. In vita, fu alcolista e farmacodipendente. Come detto, raggiunse il successo subito, grazie alla trasposizione hollywoodiana del suo primo romanzo “Lo Spaccone”, ma viene ricordato, e rimpianto, soprattutto per i suoi tre romanzi di fantascienza: “L’uomo che cadde sulla terra”, e poi, dopo quasi vent’anni di silenzio, “Futuro in trance” (una sorta di riscoperta dell’umanità in un mondo reso sterile dalla volontà dell’ultimo esemplare di robot di generazione evolutissima) e “A pochi passi dal sole” (quasi una ripresa, possibilista questa volta, delle tematiche già presenti nell’uomo e che presenta non pochi punti di contatto con la vita reale dello stesso autore: dal titolo parafrasato da un verso di William Blake, autore amatissimo da Tevis, alla confessione di Benjamin, il protagonista, quando dice «Chemical euphoria was my real companion»). Infine, “La regina degli scacchi” (con il titolo originale, “The queen gambit” che ci riporta al gambetto di donna, una mossa fondamentale nel gioco degli scacchi, che permette, a chi l’effettua, un netto vantaggio strategico a fronte del sacrificio del pedone di donna) a suo modo autobiografico (quando la protagonista, Beth Harmon, che ha imparato a giocare a scacchi in orfanatrofio, diventa una campionessa in grado di sfidare e battere i grandi maestri russi, e in questo è facile riconoscere un omaggio a Bobby Fisher l’unico giocatore americano capace di diventare campione del mondo proprio in quegli anni, nasce in lei un desiderio smodato ed incontrollabile di bere) ed infine, nemesi della sua opera probabilmente non involontaria, “Il colore dei soldi” in cui uno stanco, sfiduciato e disilluso Eddie Felson ricompare per una suggestiva quanto dolente rivincita.

Nessuno di questi romanzi diventò mai un bestseller. Nessuno raggiunse le cime delle classifiche. Ma di questi sei romanzi, ben tre diventarono film: oltre ai già ricordati “Lo spaccone” e “L’uomo che cadde sulla terra”, anche “Il colore dei soldi” divenne un grande successo nell’interpretazione dello stesso, invecchiato, Paul Newman e di Tom Cruise per la regia di Martin Scorsese.

 

L’ultima pausa nazionale della stagione ci consegna un Bologna in striscia di successi e galvanizzato dall’ottima seconda frazione di gara disputata contro il Chievo Verona. Tante le note positive in casa rossoblu: Krejci devastante sulla fascia sinistra (quella di competenza, ormai sembra averlo definitivamente compreso anche Donadoni), Verdi su livelli azzurri, Dzemaili prorompente in mezzo al campo e mai cosi prolifico in carriera sotto porta, Di Francesco in netta crescita.

Oltre alle notizie liete, però, sarà importante per allenatore e società soffermarsi anche sugli aspetti negativi che hanno caratterizzato, fin qui, l’annata rossoblu. Vi sono almeno un paio di nodi da sciogliere, infatti, per chiudere al meglio questa stagione e gettare basi solide per la prossima, che dovrà necessariamente segnare un ulteriore step nel percorso di crescita progettato dai vertici felsinei.

Il punto maggiormente critico sul quale oggi vogliamo soffermarci riguarda l’aspetto tattico: da due stagioni a questa parte, mese più, mese meno, il Bologna interpreta costantemente lo stesso 4-3-3. Cambiano gli interpreti, non la sostanza (da Giaccherini/Mounier a Krejci/Verdi sugli esterni, da Diawara davanti alla difesa a Pulgar o Viviani, da Taider/Donsah a Nagy/Dzemaili come mezze ali). Di fatto, Donadoni raramente spazia su altri sistemi di gioco e quando questo avviene la squadra ne risente (basti pensare alla scoppola casalinga subita recentemente dalla Lazio, o al primo tempo di Domenica scorsa contro il Chievo, chiuso in svantaggio). L’imprevedibilità non è un’arma a disposizione dei rossoblu, stante l’assenza (ma forse no, come leggerete sotto) di un trequartista di qualità che permetta, per esempio, di virare su un 4-2-3-1. Non a caso, nel momento in cui il Bologna era chiamato a recuperare contro il Chievo, è stata proprio questa la scelta del tecnico felsineo, con il tris composto da Krejci, Verdi e Di Francesco alle spalle della punta centrale. Non stupisce il fatto che, appena tolti ai clivensi i riferimenti tattici su cui era stato impostato il match, i rossoblu abbiano rimontato e vinto una partita che sembrava scivolare loro dalle mani. L’intera stagione del Bologna è stata contraddistinta dalla ridondanza tattica con cui affrontava praticamente ogni appuntamento domenicale, apparentemente senza distinzioni circa l’avversario da affrontare. Sia che i rossoblu fossero chiamati ad una partita propositiva, sia che li attendesse, invece, un match improntato maggiormente alla fase di contenimento, il 4-3-3 è sempre stato una sorta di mantra.

Regalando più libertà a Verdi nella zona centrale del campo, invece, il Bologna ha (ri)scoperto un Di Francesco efficacie anche sulla fascia destra, oltre a sgravare il talento scuola Milan di faticose rincorse all’inseguimento dei terzini avversari. Le sue qualità, inoltre, possono esprimersi forse ancora meglio per vie centrali anzi che partendo largo, vista la sua propensione sia all’imbucata per il compagno accorrente (si pensi, per esempio, all’azione del gol del vantaggio bolognese in quel di Cagliari), sia al tiro da fuori, forse l’arma più devastante del suo (vastissimo) arsenale.

Insomma, il Bologna ha il trequartista giusto in casa, si tratta di instillare in Verdi la consapevolezza che, con le sue qualità, può risultare potenzialmente devastante impiegato in quella posizione.

I primi esperimenti in tal senso hanno funzionato.

Citofonare “Chievo Verona” per informazioni.

Stamattina a Londra c’era un bel sol,  e io neanche ci volevo andare alla marcia Unite For Europe. Quante cose si possono fare in una citta’ ricca di parchi bellissimi in una giornata di sole?

Vogliono uscire, che escano! E ricordategli di tirarsi dietro la porta. Io oramai la penso cosi. Non ne posso piu’ di  questo senso di superiorita’ che trapela  da ogni frase detta o scritta dai sostenitori della Brexit.  “We are British, sono loro che hanno bisogni di noi”, questo ripetono continuamente. Ed è su questa speranza,  o illusione spacciata per certezza da chi ha la responsabilità del governo,  che fondano tutte le  aspettative per la trattativa che si aprirà a giorni.

I cittadini Europei che risiedono qui potrebbero non avere piu’ il diritto di restarci? Pazienza,  dico io, andremo a pagare le nostre tasse altrove. Se la EU tiene ferma la sua posizione e chiarisce con i fatti che “si, sarebbe meglio trovare un accordo” ma che “no, poi non e’ che siate così indispensabili”, voglio vedere come ne esce questo geniaccio di Theresa May senza perdere quella faccia da Crudelia Demon che si ritrova! Che io neanche come vicina di casa la vorrei.

Gli inglesi importano milioni di  lavoratori europei, spesso giovani e specializzati. Esportano centinaia di migliaia di pensionati che vanno a invecchiare in Spagna o in Francia. I primi producono e usano poco o niente il servizio sanitario nazionale, per esempio.  I secondi prendono il sole e vanno dal medico tutte le settimane.  Sarebbe interessante fare i conti su chi costa di più a chi, ma lasciamo stare.

I miei amici hanno insistito, dicevo, e io alla fine alla marcia ci sono andato.  “Ci vediamo domattina alle dieci e mezza a Marble Arch” mi ha detto Martin salutandomi venerdì sera. “E mettiti un maglione blu”,  si è raccomandato.  Martin è un mio amico Inglese. E’ gay, ha 63 anni ed è sposato con il suo compagno spagnolo. Vivono e lavorano a Londra. Ci resteranno solo se potranno.  Tutti insieme eravamo un gruppo di otto. Sei Inglesi, un Italiano e uno Spagnolo. Tra i sei una coppia Inglese, sono pensionati e risiedono in Francia da anni.  Camminando mi hanno  detto  “Molti di noi sono andati  via perché scappavano da qualcosa. E’ per questo che l’idea di essere costretti a ritornare da dove ce ne siamo andati ci lascia “petrified”.

Io una manifestazione cosi’ British non l’avevo mai vista. Il programma diceva “comincia alle undici”. E alle undici precise e’ suonata una campana, e via è cominciata per davvero!  Boh, incredibile. Un corteo composto, ma mica triste. Ordinato. Un corteo educato, ecco! Coppie di poliziotti gentili in divisa ordinaria con il nome bene in vista sul petto  ad accompagnare  i manifestanti e assisterli al bisogno.  Nessuna presenza organizzata. Niente partiti, associazioni o sindacati. In altri tempi il Labour avrebbe fatto la parte del leone, adesso nulla. E vedrete che scoppola prenderà alle prossime elezioni. Ognuno per se’ con il suo cartello fatto in casa. Tanti giovani Inglesi ed Europei, identici in tutto e per tutto ai loro coatenei di tutto il mondo occidentale.  Tanti anziani Inglesi, chiaramente persone colte, curati, benestanti. Patrioti. E infatti sono  preoccupati per la tenuta della Gran Bretagna. Hanno il timore che la Scozia diparta, che scelga l’ Europa. “Ricchi e del Sud” direbbe  il mio amico Donald, lui che vive nel Nord povero, lui che  ha votato la  Brexit e che è  il solo a cui ho concesso di restare ancora amico mio. Gli altri affanculo! Lui dice che Londra e il Sud sono tutta un’altra storia.

Io la palma per il miglior cartello la darei  a una signora di mezza eta’  che camminava sola sola   e  marciava come un fante. L’unico momento di esitazione lo ha avuto a White Hall quando due ragazzi, quasi dirimpettai di Theresa May , dal balcone spalancato hanno sparato a palla “All you need is love”. You a EU in inglese suonano quasi uguale.  La marciatrice solitaria si e’ fermata un momento,   ha alzato gli occhi e ha sorriso.   Sul suo cartello  aveva scritto  “I AM QUITE CROSS” (Sono  piuttosto arrabbiata).

La quintessenza della Inglesitudine.

Ingrdienti:

  • 1 petto di pollo
  • 1 fetta di gorgonzola
  • 1 bicchierino di panna vegetale
  • riso basmati
  • un goccio di vino
  • verdure (scalogno, sedano, carota, zucchina e peperone) tutto tagliato a filange’

Procedimento:

Lavare e tagliare il petto di pollo a bocconcini piccoli, rosolarlo in una padella con un po’ di olio extra, intanto a parte sciogliere a bagno maria il gorgonzola con la panna.

Sfumare il pollo con il vino bianco, unire la crema fatta con il gorgonzola e panna ed ultimare la cottura.

In un altra padella saltare le verdure con un pò d’olio mantenendole al dente, lessare il riso basmati in un tegame coprendolo con  acqua, quando pende bollore, mescolare abbassare e portare a cottura fino alla completa scomparsa dell’acqua. In alternativa cuocerlo a vapore.

Saltare il riso insieme alle verdure e comporre il tortino in uno stampino.

Impiattare decorando con una fettina di gorgonzola, un filo d’olio e una macinata di pepe.

 

Buon Bocconcino da G&G

La canapa è una vecchia conoscenza delle campagne tra Bologna e Ferrara. Per secoli la fertile pianura alluvionale della “bassa” è stata una delle aree mondiali più vocale alla produzione di canapa di qualità destinata alla realizzazione di corde, canapi, vele da navigazione, telerie e materiali tessili. Lo testimonia un celebre dipinto del 1615 di Francesco Barbieri, detto il Guercino, che, con grande efficacia, raffigura la faticosa estrazione dei fasci di piante dal maceratoio e la loro collocazione in pile coniche ad asciugare. Una tecnica colturale descritta con grande puntualità da Vincenzo Tanara, il maggiore agronomo bolognese del Seicento, nel suo “Economia del Cittadino in villa”. Nel 1748 Beniamino D’Israeli, ebreo di origini spagnole ed importante commerciante di materiali a base di canapa, nonche’ nonno, omonimo, del futuro primo ministro della Regina Vittoria, emigro’ dalla nativa cittadina di Cento, epicentro della canapicoltura emiliana, nella grande Londra, per approvigionare direttamente la potentissima flotta inglese. All’inizio del 900 con la diffusione delle navi a carbone, la concorrenza dei meno costosi materiali a base di cotone e di juta e lo sviluppo delle fibre sintetiche la canapicoltura declinò irrimediabilmente. Nulla, però, fortunatamente, è per sempre. Gli ultimi anni hanno visto un rifiorire di interesse per la coltivazione, sottolineato anche dalla approvazione alla fine del 2016 di una apposita legge nazionale che semplifica le procedure autorizzative e che stanzia aiuti economici. La seconda giovinezza della canapa è trainata dalla scoperta dei suoi innumerevoli possibili impieghi “moderni” e “sostenibili”. In campo edilizio, ad esempio, offre la possibilità di realizzare “biomattoni” in grado di assorbire la Co2 e contemporaneamente di essere permeabili ai vapori ed isolanti termici ed acustici. Nel campo delle materie plastiche può sostituire quelle derivate dal petrolio attraverso l’uso della cellulosa per plastiche biodegradabili. Dalla stoppa e dalla parte legnosa della canapa dopo l’estrazione della fibra tessile o dei semi è possibile fabbricare sia carta di alta qualità che carta di comune utilizzo. Rispetto alla coltivazione del cotone richiede un impiego di pesticidi e di fertilizzanti decisamente inferiore. Dai fusti pressati ed assemblati della canapa è possibile ottenere tavole più leggere e flessibili rispetto a quelle in legno. La pianta puo’ essere utilizzata per la bonifica di terreni contaminati da metalli pesanti. Ma la canapa può essere tanto altro ancora: olio, vernici, saponi, cere, cosmetici, detersivi, pasta, birra. Senza dimenticare, naturalmente, i possibili ed importanti usi terapeutici.

Fra i tanti eterni ritorni e rimpianti del passato (non ultimo il sistema di voto proporzionale), uno resta poco annotato: la LEGA NORD è sparita!

Intendiamo quella delle origini: federalista, europeista, autonoma (e secessionista) dall’Italia, ma fortemente dentro la EU.

Ricordate  la Catalogna? e  poi i giochi celtici, i Paesi Baschi, la Bretagna, la Scozia, il Galles, l’Irlanda? E la Baviera? “La Padania da sola può rivaleggiare con il Land tedesco più ricco!

(En passant il primo riferimento alla Padania in ambito politico, a mia conoscenza, è nei discorsi di insediamento del primo governo regionale della Emilia Romagna da parte dell’ on Fanti. )

La Lega delle origini sognava, chiedeva e prometteva  il distacco dal Sud ma per immergersi (federalmente ) in Europa! Nel verbo di Bossi era  l’Europa delle Regioni. La stessa cosa da parte dei Catalani ieri e degli Scozzesi domani !

Oggi il nazionalista Salvini, senza che nessuno glielo faccia notare,  propone il rimpatrio dei ”poteri da Bruxelles”,il ritorno alle barriere nazionali, l’uscita dall’Euro, etc.

La UE è il nemico! e per questa nobile causa è disposto ad allearsi anche con i “Napoletani”.

Nel frattempo, in palese contraddizione col Capo, il pacioso governatore del Veneto, on. ZAIA, promuove un referendum per l’indipendenza del VENETO. Ma non dice (furbescamente) di volere uscire dalla UE. Vi immaginate la forza di un Veneto indipendente  e fuori dal mercato UE ?

Questo ritorno all’idea della identità (e dello stato) nazionale non è così naif come può apparire a prima vista.

Il muro di Trump, la Brexit, il successo della Le Pen contro l’UE, sono tutti fenomeni che si iscrivono anche nella rivolta contro istituzioni sovranazionali (l’UE , ma in USA il nemico sono:  il NAFTA , l’ONU , l’FMI , Wall Street , il Mercato , la Finanza ecc ).

Niente di nuovo. Mussolini inveiva contro i Complotti Giudaico Massonici (non gli volevano fare prestiti!).

Il primo Berlusconi nel ’94 portò il cambio col marco in pochi giorni da 750 lire a 1250 ( il fido Gasparri ritirò fuori la bufala dei Giudei che nella City cospiravano contro il legittimo governo italico ma fu messo a tacere).

Bossi capì la lezione e dopo pochi mesi li mandò a casa.

L’ultimo Berlusconi (2011 ) portò lo spread con il Bund tedesco a 650 punti e l’Italia ad un passo dal Fallimento (come l’argentina). Decise di mollare il governo  pur avendo una solida maggioranza in Parlamento (“Silvio pensa alle tue Aziende” lo implorò Doris per convincerlo alle dimissioni). Inizialmente se ne stette zitto ed approvo tutti i provvedimenti che Monti-Fornero dovettero prendere per porre rimedio ai  guasti dei suoi governi, poi passata la tempesta i  berluscones scoprirono un orrendo complotto ai suoi danni, imbastito dai mercati finanziari (sempre loro!), la Germania (odiosa), la BCE  e , udite udite , nientepopodimeno che il Presidente della Repubblica Italiana (roba da Corte Marziale!)

La destra nostrana forse e’ un po’ grossolana ma reagisce alla perdita di poteri da parte degli Stati Sovrani ed al prevalere dei Mercati (sempre, più globali) e della finanza internazionali con maggiore chiarezza di quanto non faccia la sinistra: torniamo indietro, usciamo dall’Euro, usciamo dalla UE, cacciamo gli stranieri ecc

La sinistra invece guarda al passato più per vagheggiare una comunità fraterna (mai esistita in realtà) e propone un qualche ritorno, ma  molto sfumato: ci sarebbe un Popolo di Sinistra ( notare che nessuno parla più di Operai), orfano, in attesa se non di un partito , almeno di leader e valori di sinistra ( ovviamente quella di una volta, modello “great again”  , Berlinguer essendo  diventato una specie di icona sacra da spendere di tanto in tanto ).

Non viene detto se questo ritorno sia possibile dentro l’EURO o sia necessario uscirne , dentro la UE si dice ( ma con altre politiche! ), rispettando i vincoli di Bruxelles oppure no ? ( che abbiamo deciso concordemente quando al governo c’erano i leader della sinistra vera- non l’odiato Renzi).

Ed in caso di mancato rispetto degli accordi come fronteggiare i mercati ? Risposte a questi banali interrogativi non vengono date , nella vana speranza che al Popolo della Sinistra questi argomenti non interessino.

Gli operai nelle fabbriche nei fatti  conoscono benissimo i legami internazionali di cui è intessuta la moderna economia ed i vincoli posti dai mercati. Ed i giovani ( di cui il PD colpevolmente si e’ dimenticato ) saranno così digiuni dei mercati del lavoro esistenti in Inghilterra, in Germania o in Belgio? Visto che a centinaia di migliaia si spostano da un paese all’altro ? Ed in una EU una persona che si sposta per lavoro dall’Italia alla Francia è un Emigrante o un cittadino Europeo che va dove vuole e può? Nessun leader per ora si azzarda a rispondere.

La realtà delle trasformazioni avvenute in questi anni si riflette nei nomi stessi dei partiti: non sono spariti soltanto i Socialisti, i Repubblicani, i Comunisti (nonostante Berlusconi li evochi disperatamente), i Liberali etc. con loro è sparito dal nome anche ITALIANO, quell’aggettivo che dava una dignità nazionale a partiti di ispirazione Europea ed Internazionale e che alla fine mettevano l’aggettivo ITALIANO .

Del resto chi era iscritto al PCI si teneva ben stretto l’aggettivo: si poteva restare comunisti nonostante il fallimento delle economie pianificate perché si era comunisti Italiani . Poi c’erano il Vietnam e Cuba a rafforzare il sentimento di adesione ad un  movimento internazionale ma senza quell’aggettivo sarebbe stato difficile professarsi Comunisti .

Con minore sforzo ma anche con maggiore enfasi Repubblicani e Liberali si potevano distinguere dalla DC (di cui giocoforza erano vassalli ) perché loro provenivano dal Risorgimento ed avevano fatto l’Unità d’Italia!!!

Oggi nessun Partito o Movimento politico mette più l’aggettivo italiano nel proprio nome ( solo Berlusconi per riequilibrare la Lega Nord e per attirare i voti dei tifosi delle varie nazionali aveva  chiamato il suo movimento Forza Italia , ma quando si tratta dell’ex Cavaliere tutti capiscono che l’ispirazione fondativa è il Marketing e non l’identità nazionale).

Fa una certa tristezza vedere affidata la rinascita dello Stato Italiano Sovrano alla Lega NORD.

Questo fenomeno è perfettamente in linea con le trasformazioni sociali, politiche  ed economiche  avvenute in questi anni ed i gruppi dirigenti si sono adeguati al ‘globalismo ‘ togliendo l’aggettivo Italiano dai nomi dei Partiti .

Il movimento 5 Stelle è andato oltre: è una s.r.l. , è di proprietà di un gruppo di “amici” o sodali (di più non e’ dato sapere), la responsabilità di ciò che dice, maledice, fa’ e disfa’  si perde nei meandri internazionali del WEB.

E’ un marchio! ! La proprietà non ti espelle,  ti toglie il logo  ….. hai vinto le primarie di Genova ma noi vai a genio al Capo , molto semplicemente ti toglie il LOGO !!  Il leader non viene eletto , dura fino a quando il marchio ‘vende’ , come qualsiasi prodotto monomarca .

Onorevoli , sindaci ecc sono dei rappresentanti del Marchio ed in quanto tali soggetti , giustamente , ad un contratto economico da codice civile.

Niente di scandaloso : è semplicemente l’adattamento alla prassi politica delle  ‘regole’ della nuova economia dispersa nella rete .

Se poi chiedete loro cosa faranno per l’Euro , per la UE , sui migranti ,perché hanno scelto Farage ,  se conoscono i vincoli posti dal mercato finanziario, dove troveranno i soldi per il Reddito di cittadinanza ecc vi rinvieranno a miracolose rivelazioni contenute nel Blog.

Non avendo eredità ideologiche si adattano al “mercato del consenso” del momento, così possono essere contro Bruxelles ed a favore,  a favore della Brexit ma non dicono se vogliono uscire dall’euro e dalla UE. Su migranti, confini, poteri dei governi nazionali ecc il silenzio è assoluto.

Ad es nessun giornalista ha mai fatto questa semplice domanda ad un pentastellato: quanto fa   10.000 euro l’anno ( 800 euro /mese x 12 o 13 mensilità) x 10 milioni di percettori ( stima prudenziale del reddito di cittadinanza )? Provate e nessuno vi risponderà ( siamo attorno ai 100 miliardi).

In definitiva, a parte il Nazionalista Salvini, unico ad avere chiarito la sua posizione, si spera che i futuri candidati a dirigere il Paese ( le elezioni sono vicine), tutti – destra, sinistra e centro – ci dicano se propongono il ritorno allo Stato Sovrano Nazionale?

Con la Sovranità estesa non solo alla protezione dei confini e della cittadinanza ma anche al bilancio dello Stato e della sua Moneta? Oppure è banalmente quello a cui assistiamo un balletto per dire che siamo contro queste politiche della UE  ma siamo a favore dell’Euro e della integrazione Europea ? Siamo a favore della libera circolazione delle persone ma , all’occorrenza anche no ? Siamo per la libertà di impresa e contro le lobby ma taxi e bagnini non si toccano?

Nell’idea del ritorno allo Stato nazionale sovrano non c’e necessariamente la richiesta di maggiore onestà, pulizia ed efficienza (le parole chiave che hanno dominato il discorso politico negli ultimi anni). Non c’è neanche la richiesta di abbattere le ingiustizie e le disuguaglianze .

E’ presente con forza un sentimento di identità e di paternità ( la Patria), la richiesta di Elites e governanti che ‘possano’. Datemi un governo , anche un governo che sbaglia ma un governo che possa fare, che abbia potere.

La sensazione diffusa (alimentata dagli alibi dei governanti) è che queste classi dirigenti  in realtà non contino niente. I governanti  rinviano le responsabilità ad altre e non identificabili entità sovranazionali ecc .

Trump ha detto: “io vi riporto indietro le fabbriche” , i trattati internazionali si possono infrangere ecc . Con me avrete un governo che PUO’. Sono io il Comandante , nessuno mi può sovrastare .

Come vedete nel populismo non si nasconde solo sfiducia verso i governanti e le elites, c’è anche la richiesta di avere classi dirigenti  che dicano “noi possiamo, siamo noi che abbiamo il potere di decidere”! Del resto le elites inutili sono sempre state spazzate via dalla storia. Anche questo non è nulla di nuovo.

Questa richiesta di ritorno agli Stati nazionali è forte ed è pericolosa, tuttavia almeno in Italia dove l’ombrello  e la cittadinanza europea hanno fatto molta strada, si può battere a patto di avanzare una idea di maggiore integrazione, maggiore cittadinanza europea, più federalismo e, perché no, anche più Europa delle regioni e minore dipendenza da Roma.

Il 21 marzo è una bella data per dare inizio a questa questa nuova esperienza. Il 21 marzo, oltre ad accogliere la primavera, è per noi una giornata di viaggio, nello spazio e nel tempo. Il 21 marzo è sempre stata una giornata di condivisione. Per anni abbiamo partecipato alle manifestazioni in memoria delle vittime innocenti di mafie, per anni abbiamo accompagnato bambini e ragazzi a quelle manifestazioni.
E ora? Ora continuiamo imperterrite a pensare percorsi di memoria ed impegno, dentro e fuori le istituzioni; siamo in marcia ogni giorno, spesse volte contro vento e contro luce. Ma insieme.
A volte è necessario procedere in direzione ostinata e contraria per riuscire a trovare verità e giustizia, ma lungo il cammino si incontrano sempre persone, luoghi e storie straordinarie capaci di ripagare tutta la fatica del viaggiare contro vento e di ricaricarci tenendo viva la motivazione a non arrenderci,  spingendoci d andare avanti, fino alla fine, fino in fondo.
Allora oggi qui iniziamo una nuova marcia, a nuovi viaggi e nuovi miraggi che ci porteranno talvolta lontane pur rimanendo l’una per l’altra ad un tiro di schioppo.

Dal virtuale al reale. Il Tiro ha tentato, con successo, questo delicato passaggio e venerdì 17 (una data, un programma) è passato dal clic al cin-cin, dal sito web al sito vero, dall’etere alla stretta di mano. Con questo video, realizzato dal mitico Officine Pi Greco, ci siamo presentati ad un folto gruppo di amici molto gentili e disponibili. E l’abbiamo fatto cercando di essere noi stessi: un bel po’ di ironia (soprattutto auto), tanta cultura, tanta curiosità, un pizzico di politica e, soprattutto la voglia di stare insieme. Sia sul web che per davvero.

Bologna forza quattro, Chievo demolito e una Domenica sera di gioia in casa rossoblu. Da troppo tempo la squadra di Donadoni non sfoggiava l’abito da cerimonia e contro i clivensi è andata in scena la sinfonia migliore della stagione felsinea.

Verdi e Dzemaili in copertina, certo, ma tutto l’undici rossoblu ha fornito una prestazione sopra le righe, dando continuità al successo di una settimana fa contro il Sassuolo ed aprendo prospettive tanto rosee quanto inaspettate per il finale di campionato, considerando il periodo buio che ha accompagnato il Bologna tra Febbraio ed inizio Marzo. La fascia di metà classifica è compatta e l’obiettivo, ora più che mai, deve necessariamente essere quello di terminare la stagione davanti alle dirette concorrenti: squadre che, al pari dei rossoblu, lotteranno per aggiudicarsi la miglior piazza possibile nel limbo che va dalla decima alla quattordicesima posizione.

Sicuramente la roboante vittoria contro il Chievo può far sorridere società, tifosi ed allenatore, ma è altrettanto importante sottolineare come, all’interno di una prestazione comunque molto positiva, nel primo tempo il 3-5-2 riproposto da Donadoni abbia incontrato difficoltà, specialmente a livello tattico e di equilibrio in alcune porzioni di campo: Krejci, nonostante un secondo tempo di qualità abbacinante, resta un’ala offensiva a suo agio nel tridente d’attacco, mentre come tornante nei cinque di centrocampo ha dimostrato di soffrire le incursioni degli esterni avversari, non riuscendo a costituire una cerniera mancina adeguata insieme ad Helander. Non è un caso che il Bologna abbia iniziato a macinare gioco ed occasioni da gol appena il tecnico rossoblu ha dato direttive al giocatore ceco di alzare la propria posizione, andando sostanzialmente a comporre un atipico 3-4-3 con Dzemaili decentrato sulla sinistra nella linea di centrocampo e Nagy a giostrare al fianco di Pulgar nella zona mediana.

Probabilmente, al di là di tre punti comunque importanti, l’indicazione migliore per Donadoni è stata proprio la poliedricità tattica della sua squadra, capace inizialmente di interpretare nuovamente un modulo che non aveva regalato particolari soddisfazioni contro la Lazio, poi di recepire correttamente in corso d’opera gli aggiustamenti di cui abbiamo parlato poc’anzi ed infine di ribaltare una partita che sembrava avviarsi su un binario avverso ai rossoblu, dopo l’iniziale vantaggio clivense. Se a tutto ciò aggiungiamo l’ottimo impatto sul match di Di Francesco (gol ed assist per lui), il quadro domenicale del Bologna risulta ancora più fulgido, capace di emanare quella luce salvifica al fine di uscire dal tunnel in cui i rossoblu sembravano essersi infilati.