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Aprile 2017

Nel 2006, poco più di 10 anni fa, l’Italia vantava 19 stabilimenti saccariferi, 233mila ettari coltivati a barbabietola, 1,4 milioni di tonnellate di zucchero prodotto, pari al 17% della produzione continentale e al 75% del fabbisogno nazionale. Lo scorso anno gli stabilimenti saccariferi italiani attivi sono stati due: Minerbio (Bo) e Pontelongo (Pd), entrambi della cooperativa di agricoltori Coprob. La produzione di zucchero è stata di  circa 300.000 tonnellate, quasi l’80% in meno del 2006, cosa che ha comportato un parallelo aumento delle importazioni dall’estero, visto che il consumo nazionale e’ stabilmente attestato su 1 milione e 700 mila tonnellate annue. Cosa ha determinato questa vera e propria debacle dello zucchero nazionale? Due concause: una riforma europea del 2005 finalizzata a ridurre l’eccessiva produzione continentale non esportabile e una dissennata spinta dell’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno allo smantellamento dell’industria saccarifera italiana in cambio dei milioni della UE per gli industriali rinunciatari e di una vaga promessa di riconversione degli zuccherifici dismessi in nuove attivita’ produttive. Il risultato e’ stato doppiamente fallimentare: le riconversioni, nella maggioranza dei casi, non si sono viste e lo zucchero italiano è diventato una rarità, mentre i paesi europei che prima della riforma producevano in eccesso rispetto ai fabbisogni, continuano a farlo, come prima e più di prima. Nel frattempo il prezzo mondiale dello zucchero e’ risalito, rendendo la produzione ovunque conveniente, e una realtà come la Coprob di Minerbio, italiana al 100%, che non si è mai voluta accodare alla corsa allo smantellamento e ha continuato ad investire sulla innovazione di comparto, ha visto in poco tempo incrementare del 50% la sua produttività media e, grazie alla cura e qualità delle barbabietole coltivate e del processo di trasformazione, accreditarsi come fornitrice privilegiata dei più rinomati marchi del Made in Italy dolciario nel mondo. Una bella soddisfazione per i testardi agricoltori-bieticoltori cooperativi che non si sono lasciati ammaliare dal canto di improbabili sirene ed una conferma: non sempre seguire la corrente porta lontano.

Tutto inizia da quella piccola scrivania dove, finiti i compiti di scuola, il giovanissimo Gianni con saldatore, pinze e isolanti comincia a costruire i suoi primi apparecchi elettronici.  L’elettronica, la passione che accompagnerà Gianni Pelagalli per tutta la vita, fino a diventare importante imprenditore del settore e poi grande collezionista.  La passione con cui adesso illustra la sua collezione di oggetti di Guglielmo Marconi (la più vasta al mondo), la passione con cui ci mostra i primi apparecchi “televisivi” (funzionanti), la storia della radiofonia, i telegrafi, gli strumenti meccanici. La passione con cui spiega le migliaia di reperti di suoni e voci del suo museo….

Come nella vita, anche nell’arte ci sono personalità fragorose che al loro apparire sono in grado di polarizzare l’attenzione e condensare nella loro opera  la natura di un periodo storico. Juan Mirò, Salvador Dalì, per citare due artisti presenti attualmente a Bologna con mostre molto pubblicizzate,  ne sono esempio.

Se il vostro palato si è già saziato di emozioni forti o se avete voglia di accostarvi ad una pittura appartata ma non per questo meno significativa e gradevole, la mostra di Giovanni Romagnoli a casa Saraceni, è perfetta per voi.

Faentino, classe 1893, Romagnoli nel 1906 arrivò a Bologna per iscriversi all’Accademia di Belle Arti diventando  allievo, fra gli altri, di Augusto Majani.

Il gruppo di artisti di cui si trovò a far parte contava tra gli altri Giorgio Morandi, Carlo Corsi, Guglielmo Pizzirani, Severo Pozzati,  pittori che a partire dall’insegnamento accademico sperimentarono strade diverse quasi tutti allontanandosi dalle polemiche furenti delle Avanguardie del Novecento per approdare a ricerche artistiche nel solco di una tradizione alla quale apportare opportuni tradimenti.

Romagnoli realizzò una pittura intimista, quietamente borghese senza essere stucchevole, utilizzando per lo più una tavolozza dai toni alti, privilegiando la rappresentazione di figure in un interno, quasi sempre ritratte in posizioni di riposo, di abbandono.

Mi piacciono le trine, i veli, le cose un poco scolorite dal tempo, il nudo di giovane donna, i fiori, e mi piace indugiare in queste preferenze oggi proprio nel tempo della pittura di violenza e di forza, nel tempo dell’urlo, dell’acciaio e della macchina“, in questa dichiarazione del pittore è tutta la forza della sua poetica intimista. Non crediate però che la pittura di Romagnoli riverberi sentimenti quasi gozzaniani, al contrario è una ricerca viva che a partire da Renoir, Vuillard e Bonnard conquista un linguaggio autonomo, sorretto da una grande capacità pittorica.

All’inizio degli anni Venti arrivarono a Romagnoli i riconoscimenti di pubblico e critica, fino a vincere, nel 1924, il secondo posto alla XXIII mostra del premio Carnegie al Carnegie Institute di Pittsburgh, negli Stati Uniti. Anno nodale per  Romagnoli, il 1924. E’ in quell’anno che incontra Zoraide Domenichini, la modella che per tutta la vita incarnerà il suo ideale pittorico di donna dal corpo morbido, burroso, la pelle lattescente, capelli e occhi bruni. Una bellezza romagnola anzi faentina che anche nella mostra presso casa Saraceni, dove sono esposte una parte delle 159 opere che la famiglia Romagnoli donò alla Fondazione Cassa di Risparmio alla morte dell’artista nel 1976, la figura di Zoraide spicca luminosa; basti il dipinto che da il titolo alla mostra “Notturno al chiaro di luna” dove la modella è sdraiata, il corpo luminoso che assorbe i raggi della luna che al di là della finestra splende quieta. Accanto al canapè dove giace la giovane donna, un violoncellista assorto, suona un pezzo forse malinconico e leggero al tempo stesso, quella leggerezza intensa, senza mai essere cupa che ogni dipinto di Romagnoli ci trasmette.

 

“Al chiaro di luna” di Giovanni Romagnoli (1893-1976)

Dipinti e disegni della Fondazione Carsibo

A cura di Angelo mazza

12 aprile – 4 giugno 2017

Casa Saracenni, via Farini, 15 – Bologna

Naturalmente sto (stiamo) scherzando.

A parte il linguaggio da comunicato volutamente virato sulla falsariga di un ipotetico volantino di quegli anni, allora, nel ’77, il Comunale, inteso come Teatro, era davvero visto un po’ come il centro di una cultura vecchia e polverosa che si ergeva in tutta la propria estetica conservatrice come estremo baluardo nei confronti di una cultura più giovane e viva che stava nascendo proprio in quegli anni.

Naturalmente, adesso, ripensare a quell’antica contrapposizione fa sorridere.

Comunque ecco, a sancire un riavvicinamento per una rottura che in realtà non c’è mai stata, la bella mostra curata da Enrico Scuro (con foto scattate, oltre che da lui stesso, da Giancarlo vitali Ambrogio, Fabio Pancaldi, Luciano Cappelli, Valerio Medica e Giuseppe Cannistrà) che fino al 28 aprile è visitabile proprio nel foyer Respighi del Teatro Comunale (entrata da Piazza Verdi) dal martedì al venerdì dalle 12,00 alle 15,30.

La mostra, come detto, è davvero molto bella (sempre che il termine non sia inteso in senso improprio come in effetti è). La forza di questo “Assalto al cielo – le immagini del ‘77”, non è tanto, infatti o non solo, nella bellezza delle foto esposte, che da un punto di vista puramente tecnico sono comunque belle con questo B/N denso e corposo che nulla ha perso della forza documentaria di allora, adesso anzi impreziosita da una patina di indiscutibile storicità così aliena alla frenetica sovrapposizione mediatica tipico di certo revisionismo tanto di moda nella ricerca di un consenso facile e superficiale che caratterizza questi nostri tempi.

Per questo motivo, bisogna ringraziare chi con serietà, senso di appartenenza, voglia e bisogno di non dimenticare ha condensato in questa mostra fotografie, con la complice sensibilità e lungimiranza della new governance del Teatro Comunale stesso, documentari e interventi (esplicativi gli abstract di Jimmy Bellafronte, Paolo Ricci, Valerio Minella, Luca Sorbo, Massimo Marino e quel “Un modo nuovo di fare comunicazione” di Roberto Grandi riferito all’esperienza di radio Alice che è ormai un piccolo classico) che offrono un quadro vivido e vero dei movimenti artistici culturali politici che, prima, portarono a quel sentimento unito e, dopo, si insinuarono forti nel tessuto connettivo stesso della percezione collettiva di chi, di lì a poco, sarebbe stato chiamato a far parte di una società civile che si sperava diversa (per tutti, il testo fondante di Franco Bifo Berardi: “… la notte leggevamo Majakovski e i suoi versi nella nostra mente evocavano screziature frivole e animali di cemento … poi venne il tempo dell’assalto al cielo … e tutto pareva possibile a partire dalla forza illimitata del sapere collettivo e dell’amore. Talvolta capitava di andare a letto tardi. Aspettando eccitati il risveglio mattutino. Recentemente … quella felicità si è fatta intermittente … sebbene non sempre ricordiamo il motivo per cui siamo stati felici, non possiamo dimenticare di esserlo stati …”.

Fotografie,  documenti e filmati (una miscellanea di quelli realizzati in quegli anni dai DodoBrothers di Andrea Ruggeri) che possono senza dubbio apparire distrofici se rapportati al comune sentire odierno quando venisse chiamato a raffrontarsi con allora, un allora venato, ancora ed ancora ingiustificatamente, di zone scure, zone d’ombra che più lineari e chiare, invece, non si potrebbe.

Così, d’impatto, se proprio una critica, un appunto, si volesse, si potrebbe fare alla mostra (mi rendo conto scrivendo che sono due), il primo è che sono state esposte troppe poche foto (ma lo spazio, si sa è tiranno; d’altronde chi allora c’era, di queste fotografie vorrebbe vederne ancora e ancora e ancora); il secondo è non avere privilegiato, come il titolo stesso della mostra suggerirebbe, le immagini solo del ’77, quelle degli scontri, quelle della città e dell’università, della cultura e della civiltà violate (molte immagini sono riferite infatti alla epocale manifestazione che si svolse l’anno dopo). Ma poi, ripensandoci, io, che quegli anni c’ero, ed è un triste pensare ai vent’anni di quarant’anni fa, e ne conservo gelosamente foto e ricordi, non posso che condividere la scelta fatta. Perché se è vero, com’è vero, che gli anni che seguirono furono, come da definizione, “di piombo”, è anche vero che da quella tragedia, da quelle esperienze di resistenza (o resilienza com’è così a sproposito di moda dire oggi ma che in questo caso è davvero vero) nacquero realtà espressive e creative che hanno segnato indelebilmente la società che è seguita (per questo forse, alla signora che mi si è avvicinata, chiedendo, quasi scusandosi e dandomi del lei, se non mi facesse tristezza vedere quelle foto, non ho potuto che rispondere: “… certo, tristezza; ma anche tanta allegria, anche se allegria non è il termine più giusto, tanto sollievo. Perché rivedo, in quelle immagini mai sbiadite, un senso di appartenenza, un senso del comune stare insieme alla ricerca di un comune bene, una comune verità, una comune giustizia che non può che farmi sorridere …”). Tante parole, me ne rendo conto adesso a distanza di qualche giorno, quando sarebbe stato così semplice definirla come partecipazione. Partecipazione: quella cosa di cui si riempiono la bocca certi politici quando devono giustificare decisioni dettate da vaghe unità d’intenti, ma che in quell’occasione fu realtà quotidiana, realtà vissuta giornalmente da tanti, compagni e militanti, gente comune e simpatizzanti, semplici studenti e docenti, e che da quel genio colpevolmente dimenticato che è Giorgio Gaber veniva identificata con un concetto bellissimo e terribile: libertà. Quella partecipazione che permise a me studente perditempo, di venire a conoscenza in tempo praticamente reale del fatto e di ritrovarmi, la sera stessa, asserragliato con gli amici di allora in un appartamento di via De’Rolandis e la mattina dopo, insieme a migliaia d’altri, al primo, intenso, numeroso, corteo. La stessa partecipazione che pochi, pochissimi anni dopo tornò a farla da padrone, a permeare di sé il tessuto vivo e vitale della comunità quando, un buio 2 agosto, la bomba esplose alla stazione di Bologna. Io all’ora dello scoppio ero in centro, e mezz’ora dopo ero in stazione ormai tutta transennata ed impossibile da raggiungere. Non c’erano cellulari, smartphone, internet o facebook, ma la città tutta era già lì, a cercare di capire, per essere testimone, a cercare di aiutare. Questi sono i tempi andati, quelli che ricordiamo, noi che c’eravamo e li abbiamo vissuti. I tempi che ci mancano. Certo, la giovinezza andata, trascorsa, perduta.

Ma dietro quel rimpianto ineludibile, un altro, altrettanto forte e doloroso ci attanaglia. Non è più tempo di partecipazione …

Ingredienti:

– 200 gr cioccolato extra fondente

– 50 gr di burro

– 50gr di panna da montare

– 2 uova

– 1 arancia

– un bicchierino di Grand Marnier

Procedimento:

Sciogliere a bagno maria la cioccolata,spegnere,ed aggiungere a ciuffetti il burro e mescolare fino

a a che sia completamente sciolto.

Pelare l’arancia e tritare la buccia molto fine,metterla a marinare con il grand marnier ed il succo dell’arancia.

Montare gli albumi a neve con un pizzico di sale,a parte montare anche la panna,poi procedere cosi’:

alla cioccolata sciolra precedentemente aggiungere un rosso d’uovo alla volta,l’albume mescolarlo

delicatamente,versare il composto del succo e ler ultimo la panna.

Versare poi nei vasetti monoporzione e mettere in frigorifero a riposare,(ne verranno circa 8-10)

Per le scorze d’arancio candite

Ingredienti:

-2 arancie

-100 gr di zucchero

-zucchero semolato per decorazione

Tagliare le arancie a spicchi, sbollentarle per tre volte in acqua (cambiando l’acqua ogni volta) la quarta

aggiungervi lo zuccheroe un po d’acqua da coprire, cuocere poi fino a che sia addensato,togliere gli spicchi

e adagiarli sulla carta forno fino a che siano freddi e passarli nello zucchero semolato.

Viva la Mousse da G&G

Il riso costituisce la principale fonte di alimentazione per circa la metà della popolazione mondiale. Il 92% della produzione e’ realizzata in Asia. L’Italia e’ il ventisettesimo produttore nel mondo ed il primo in Europa. La risicoltura nazionale e’ storicamente concentrata nel cosiddetto  triangolo “d’oro” Vercelli-Novara-Pavia, con una importante eccezione: l’area del Delta del Po, tra le province di Rovigo e Ferrara. Qui la coltivazione del riso e’ documentata fin dal XVI secolo. Una presenza correlata alle prime grandi bonifiche dei terreni paludosi e alla necessità di colture agrarie in grado di valorizzare immediatamente quei grandi areali prosciugati. E il riso consenti’ di accelerare il processo di utilizzazione dei terreni salsi da destinare poi alla rotazione colturale, come testimoniato da una legge della Repubblica Veneta del 1594 che autorizzava la coltivazione del riso solo «per valli ed altri luochi sottoposti alle acque, stimati impossibili di asciugarli in tutto e di rendersi ad alcuna cultura». Ma se la relazione tra le terre prosciugate del Delta del Po e la risicoltura fu dettata inizialmente da ragioni di utilità spicciola, una sorta di “matrimonio d’interesse”, il tempo e la inevitabile profondità dell’accoppiamento, hanno poi generato valori nuovi ed unici, da cui sono scaturite, negli anni recenti, le ragioni di una tutela europea di unicità, l’IGP (indicazione geografica protetta) “Riso del Delta del Po”. La salinità dei terreni, ad esempio, ha conferito a questo riso una sapidità particolare. I terreni alluvionali, dotati di un’elevata fertilità minerale, in particolare di potassio, una maggiore resistenza alla cottura ed un elevato tenore proteico del chicco. La vicinanza al mare, con brezze costanti, minore umidità relativa, contenute variazioni di temperatura, piovosità generalmente ben distribuita nell’arco dei mesi, un microambiente  più che favorevole alla coltivazione. Le varietà coltivate e contemplate dal disciplinare IGP sono Carnaroli, Volano, Baldo e Arboreo. Le ultime tre varietà si prestano per la preparazione di ottimi risotti, timballi e supplì, mentre il Carnaroli è indicato per i piatti dell’alta ristorazione.

Sarà questa febbre fredda, gira la testa e le gambe tremano ma la temperatura rimane bassa, ma ho passato la sera a smanettare compulsivamente sul telecomando.

Capito su Canale5, c’è il serale di Amici, e mi accorgo subito che sta succedendo qualcosa di epocale.

Ora una piccola divagazione si impone. “Amici” è un tutorial,  qualunque cosa questo significhi. In sostanza, ci sono due squadre di aspiranti artisti, cantanti ballerini attori ma soprattutto cantanti, seguiti, ma più guidati, da un coach (mental coach?) che si avvale di una squadra di consulenti/esperti/assistenti per le prove e la preparazione miranti alla sfida serale; già, perché il giochino si basa su una sfida ad eliminazione, uno di ogni squadra, uno contro l’altro, si esibiscono secondo le proprie capacità (di solito ballerino/ballerino o cantante/cantante, ma può capitare anche ballerino/cantante), sfida nella quale i ragazzi verranno giudicati da una giuria di esperti.

Almeno questo è quello che ho capito (riconosco la mia deficienza in merito: “Amici di Maria DeFilippi”, va in onda da qualche lustro quindi se non conosco il meccanismo la colpa è solo mia).

Ora, visto che siamo su Mediaset e una ospitata non si nega a nessuno, nei team delle due squadre si riconoscono il figlio di quello che fa promozioni televisive e la coreografa di cui nessuno ha mai ballato nulla,  mentre nella giuria c’è la ex ragazza che ripeteva le battute che ascoltava nelle cuffiette, quello uscito dal Grande Fratello e l’attore (attore?!?!) da serie televisiva tutta cuore amore pinzillacchere. Ma il vero punto di forza sono, dovrebbero essere, i due coach. E se uno è la cantante, italiana, che però canta in inglese altrimenti “non riesce ad esprimere la propria poetica”, l’altro coach è Morgan (non sto nemmeno a dire chi sia Morgan, tanto internazionalmente noto esso sia).

Adesso. Invitare in una trasmissione televisiva, a qualunque titolo, Morgan, ricorda quando Costanzo (toh, il marito della DeFilippi, sarà un caso?) ospitava in trasmissione Sgarbi sapendo che ogni puntata sarebbe terminata con una querela.

Detto questo, il clou della serata è stato tutto nello scontro tra i componenti della squadra bianca, quella di Morgan, e il coach Morgan stesso. I ragazzi, stanchi dell’assolutismo del loro mentore (o quello che sarebbe dovuto essere il loro mentore) che pretende di assegnare loro le canzoni da interpretare durante le sfide dedicando comunque loro pochissimo del suo prezioso tempo hanno deciso di sfiduciarlo, chiedendo più libertà e più autodeterminazione nella scelta delle canzoni che dovrebbero dare respiro alla loro arte.

Certo mi rendo conto di come ci siano cose più importanti cui pensare: basterebbe seguire lo scenario che prefigura una possibile futura guerra atomica atta a placare i feromoni del medesimo machismo declinato in salsa hamburger e kimchi. Però, caspita, si potrebbe anche pensare. Una mozione sindacale (soprattutto artistica) nel tempio del nulla televisivo, della massificazione assurta a concetto, della standardizzazione al ribasso delle proposte. Non sarà il materialismo dialettico di hegeliana memoria, però …

A questo punto, non riesco ad esimermi dal guardonare le confessioni, le istanze, le richieste dei tre baldi ed arditi rivoluzionari.

Peccato che ben presto a venir esternate in tutta la loro ridicolaggine, siano solo i rancori, le frustrazioni, le arroganze di tre ragazzotti di poco talento ma tanta presunzione.

E se le frasi ricorrenti sono: “… nelle canzoni che ci vuole far cantare Morgan non mi ci riconosco …” (ma che cavolo vuol dire, qualcuno spieghi loro che se vuoi essere un interprete, quello devi fare,  è interpretare) o “… se devo uscire, voglio uscire dopo aver fatto vedere chi sono …” (un arrogante,  appunto), il leitmotiv che le unisce è “… come è possibile aver perso due gare di seguito …”.

E dire che basterebbe così poco a darsi, come direbbe Marzullo, una risposta: non può essere che gli altri siano stati più bravi (o forse solo meno presuntuosi?)

L’Actinidia chinensis è una liana rampicante originaria della valle del fiume cinese Yang-tse. Il suo frutto era considerato una prelibatezza già alla corte del Gran Khan più di settecento anni fa. All’inizio dell’Ottocento arrivò in Inghilterra e, nel Novecento, in Nuova Zelanda, dove furono selezionate le prime varietà per la coltivazione intensiva, ribattezzate, arbitrariamente Kiwi, dal nome dell’omonimo uccello, simbolo della Nuova Zelanda. In Italia l’Actinidia e’ arrivata nei primi anni 70. La coltivazione ha preso piede dopo il 1985 in concomitanza con una delle prime, pesantissime, crisi da sovraproduzione delle pesche. In pochissimo tempo il Belpaese e’ diventato il secondo produttore mondiale di Actinidia, alle spalle della Cina. L’80% delle superfici coltivate si concentrano in 4 regioni: Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Un primato all’epoca assolutamente imprevedibile per la mancanza in Italia di un clima idoneo alla coltivazione. L’abilità degli italiani e’ consistita nel riprodurre “tecnologicamente” le condizioni necessarie. Da un lato si sono adottate reti per l’ombreggiamento della pianta allo scopo di ricreare la ridotta insolazione del clima piovoso estivo cinese; dall’altro si è garantita adeguata umidità tra le foglie con la nebulizzazione; infine con l’irrigazione a goccia si è’ assicurato l’approvvigionamento costante di acqua alle radici della pianta, per lo più superficiali. L’exploit della produzione nazionale è stata trainata da una concomitante e crescente domanda di consumo, interna ed internazionale, indotta dalle numerose benefiche proprietà del frutto. Possiede un contenuto molto alto di vitamina C, superiore addirittura al limone, all’arancia e al peperone; svolge funzioni antisettiche e antianemiche, rinfrescanti e diuretiche; potenzia le difese immunitarie; protegge la parete vascolare, regola la funzionalità cardiaca e la pressione arteriosa. Infine ha un contenuto calorico molto basso: 44 kcal in 100 gr.

AGNELLO BRODETTATO AL TIMO

Ingredienti:

– agnello ( coscia o spalla)

– 1 cipolla

– 1 spicchio d’aglio

– vino bianco q.b

– brodo per cottura q.b

– 1 rametto di timo fresco

– succo di 2 limoni

– 1 uovo

 

Procedimento:

Tagliare e lavare l’agnello.  Imbiondire cipolla e aglio tritati fini con un filo d’olio extra, aggiungere l’agnello,  sale, pepe e fare rosolare da entrambe i lati.

Sfumare con un po’ di vino bianco facendolo evaporare, continuare a cuocerlo aggiungendo un po’ di brodo,  fino alla fine della cottura, unire ancora qualche rametto di timo.

Per la cottura ci vorranno almeno 45 minuti.  Togliere i pezzi d’agnello e metterli nel piatto,   aggiungere  al sugo l’uovo stemperato con  limone, senza cuocerlo,  poi ancora qualche foglia  di timo fresco.

Tutto deve risultare una crema omogenea.

Versarla poi sull’agnello e spolverare con una grattugiata di noce moscata.

Noi abbiamo abbinato patate a spicchi con salamoia al rosmarino.

 

BUONA PASQUA DA G&G

In questi giorni ripenso al titolo di un convegno per operatori del sociale di alcuni anni fa: “Ricamare comunità”. Lo trovai non solo bellissimo, ma anche azzeccato. E lo penso ancora oggi.

In un tempo di grandi fragilità sociali, di impoverimento delle relazioni, dove il culto dell’individualismo consumista troneggia quale orizzonte di felicità, è sempre più forte il bisogno di tornare a sentirsi comunità, se vogliamo salvarci davvero.

Riattivare senso di appartenenza concreto e generativo, costruire legami di solidarietà affinché le nostre città, i nostri quartieri, diventino luoghi solidali e coesi, ancora una volta capaci di accogliere, sostenere e dare valore alle persone.

Fermiamo la lenta corrosione culturale e umana, non facciamoci ingannare da un potere politico spesso arrogante che distrugge tutto ciò che è baluardo morale, civile e sociale.

Riprendiamo ago e filo “ricamiamo comunità”, ne siamo capaci……

Buona Pasqua!

Esistono concetti che espressi magari una volta sola e pertinenti ad una situazione allargano la loro esistenza e diventano, come si dice oggi, virali, e arrivano a identificare cose che sono ben lontane dal punto di partenza.

E’ una frase oscura? Cercherò di chiarirla: un giorno che si perde nel tempo e nello spazio, qualcuno a proposito di un museo ben definito (nessuno ricorda più quale) disse, magari a ragion veduta, il deposito del museo conserva il materiale più interessante che il visitatore non vedrà mai.

Questa frase ha funestato e funesta tuttora i direttori e i funzionari museali perché da quel luogo particolare è tracimata a definire tutti i musei e i depositi, almeno italiani. Come se i direttori di museo facessero parte di una setta di masochisti che tramano per negare al loro museo qualità e bellezza.

Capita che il turista occasionale, durante una visita guidata, se ne esca con la frase belle le opere ma chissà…chissà…cosa tenete dei depositi! esclamato con voce tonante e sorrisetti complici ai compagni di passeggiata.

Non si contano le telefonate degli studenti: vorrei fare una tesi sul museo però vorrei vedere le opere dei depositi.  E la voce tradisce l’impellente necessità di una scoperta che farà fare alla cultura occidentale un decisivo passo avanti.

E’ vero che a volte i depositi riservano sorprese, che un’opera considerata meno importante può essere rivalutata e giustamente attribuita magari ad un pittore di primo piano, che nuovi assetti critici possono portare a identificare quello che fino a quel momento era stato giudicato un dipinto poco interessante ma credetemi, più spesso di quanto pensiate, il deposito conserva opere conosciute, studiate e che a turno vengono esposte secondo un criterio di rotazione che ha necessità conservative e di offerta sempre nuova al visitatore oppure entrano a far parte di un percorso di mostra.

Com’è fatto il deposito di un museo? Al pari delle sale ha criteri di conservazione che hanno come elementi importanti la giusta umidità dell’aria e la schermatura dalla luce. I dipinti sono appesi in griglia, le sculture appoggiate in scaffale, i disegni in cassettiera orizzontale ed ogni opera  con il suo bravo cartellino che la numera. Vi si respira un’aria tranquilla perché molte opere sono rassegnate a non essere mai esposte: il ritratto settecentesco di qualche contessa dipinta da un nipote, pittore principiante che ne ha evidenziato il naso bitorzoluto, il paesaggio marino dell’allievo, di un allievo, di un allievo del grande artista a cui sono arrivati degli insegnamenti di quarta mano, una scena d’Arcadia con alcune pastorelle così sgraziate da far paura al gregge che custodiscono… insomma, una carrellata di opere modeste per le quali però ogni conservatore ha un pensiero pietoso e affettuoso.

Ogni tanto le va a trovare, le guarda, pulisce le cornici da un velo di polvere, porta dal restauratore una tela che si è un po’ allentata perché tutto, anche quello che grande opera non è, ha diritto ad essere conservato. Poi a volte accade di non aver tempo o denaro per tutto e allora, con pazienza le opere modeste dei depositi aspettano.

Non ci sono misteri degni di Belfagor, quello solo il Louvre se lo può permettere, e raramente appaiono dei Raffaello nascosti. Se qualche rumore arriva dalle griglie e dagli scaffali o trapela dalla cassettiera, non vi preoccupate è la contessa settecentesca che chiacchiera con le pastorelle, sono le onde che si frangono sulla spiaggia del paesaggio marino o stormi di angeli di lapis che, come passeri in un frutteto,  si alzano dai fogli da disegno stipati nei cassetti.

Non sono pazza, lo so che non è vero e che i rumori sono gli scricchioli del legno delle cornici o il vento che s’insinua da sotto le porte ma a me piace pensare che le opere dei depositi vivano una loro vita segreta che i dipinti in galleria, le star del museo, non possono permettersi perché sotto gli occhi di tutti, devono rimanere impassibili. E’ la loro segreta rivincita.

Ingredienti:
Riso carnaroli
Brodo vegetale
Asparagi
1 bicchierino di vino
1 cipolla piccola
1 noce di burro
Parmigiano reggiano qb
1 rosso d uovo
1 bicchierino piccolo di panna

Procedimento
Pulire e tagliare a fettine gli asparagi a fettine sottili tenendo alcune punte a parte (da sbollentare in acqua per la decorazione )
Preparare il brodo vegetale. Tritare la cipolla e farla imbiondire in un tegame con un po’ di olio extra vergine, unite il riso, tostate pochi minuti, bagnate con una spruzzata di vino bianco, far evaporare e proseguire aggiungendo il brodo poco alla volta mescolando sempre.
A metà cottura aggiungere gli asparagi e cuocere il riso fino a cottura.
Spegnere il fuoco . Unire la noce  di burro mescolando.
Poi aggiungere il rosso d’uovo avendolo prima mescolato con la panna e il parmigiano.
Continuare ad amalgamare bene.
Lasciare riposare qualche minuto ed impiattare.

Buon risotto da G&G