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Maggio 2017

Pietro Marcolin, faceva parte del Gruppo di Lettura (GdL) della bilbioteca Borges di Bologna. Con loro condivideva la passione per la lettura e quella per il confronto. E con loro ha dialogato, via mail, fino a sabato scorso. Questo è il commosso e commovente ricordo di Pietro scritto da una delle componenti del GdL.

Non ci sarò perché parto. Ma ti manderò il mio commento su Missiroli e leggerò ciò che riporterà Stefano”.

Era cominciato così lo scambio di interventi in punta di fioretto con Pietro, a cui piaceva immaginarmi rosicchiare il cappuccio della bic, intenta a rispondere. E allora torno alla bic stasera. Non la Cristal doppia punta fine che Orlando Pezzoli aveva chiesto di usare per rendere decifrabile la mia grafia da elettrocardiogramma. Questa è una biro normale, che fatica a lasciare scorrere l’inchiostro sul foglio già riempito di pensieri. La mail al gruppo di lettura è di sabato. Oggi sulla mia di Libero ho trovato e letto quella di venerdì, ed è stato surreale. Tra noi una condivisione intensa in poco tempo, uscendo quasi subito allo scoperto:

-Sei disposto a sperimentare letture diverse dai tuoi gusti? -Certo che lo sono…Ma tu perché me lo hai chiesto? E conversazioni prima, dopo, nei passaggi in biblioteca, perché non bastava l’appuntamento mensile del gruppo. Ci spingeva l’interesse per la scrittura nelle sue varie forme: il foglio Bar Margherita, il Tiro, il blog del Magazine, le mail (se scrivi, quando vuoi: io ci sono, mi hai detto), e la lettura nei suoi vari generi. E i confronti sulle scelte dei titoli e le sue preferenze: –Lo voglio leggere. Ho deciso. Ho tutta l’estate per farlo. Parto solo con quello -Niente libri che tornano a casa?

L’allusione era alla sua modalità di lettura estiva. I libri che durante l’anno accumulava, scelti o consigliati, li portava in Grecia. Gli altri diventavano libri “che tornano a casa”.

Non questa volta. Questa volta a partire con Pietro è stata “Horcynus Orca”.

Una lettura ponderosa, milletrecento pagine che D’Arrigo ha impiegato venti anni a scrivere. Un romanzo ambientato nella Sicilia all’alba dell’otto settembre, a metà tra lo storia e il mito sul mare e il marinaio. E “Horcynus Orca”. Che per il destino che si fa beffe della vita ricamando coincidenze, nel romanzo simboleggia proprio la svolta più drammatica, fondendo il presentimento della morte e il sentimento della vita. Un romanzo di cui Pietro conosceva il contenuto, e di cui prima di partire mi aveva parlato come di una sfida: “Bisogna vedere se ritorna a casa” aveva detto. Perché tutto ciò sembra chiudersi in una allegoria assurda?

Non vuole saperne di seguire queste traiettorie la bic che sto usando. Trattiene l’inchiostro e la tristezza resta dentro, tra le righe nere irregolari e dense sulla carta. Allora riporto sul foglio elettronico le parole di Pietro cariche di affetto: “Un po’di sana, vivace, costruttiva polemica! Un confronto di idee e di opinioni contro l’omologazione piatta a cui ci stiamo abituando contro la becera discussione in cui nessuno ascolta l’altro. Mi vedo Silvana che, mordicchiando la punta della bic, pensa alla frase da scrivere. Sì, lo so, usa la tastiera ma a me piace immaginarla così. Il potere della fantasia, che si scatena ad esempio quando sono stimolato da una buona lettura. Cosa che non è capitata nel Senso dell’elefante. Ma questo vale per me. Quando sarà letto il commento di Sonia, oggi pomeriggio sarà evidente la nostra diversa percezione. (…) Per cui ben venga anche la lettura di Missiroli, serve a conoscere lui ed altre realtà, serve, quando succede, a condividere la scoperta di una piccola “gemma” sconosciuta, un libro di un autore non premiato ma meritevole di attenzioni. E condividere è la parola giusta per il nostro gruppo.

a testimonianza che il bello è la discussione e in attesa di spedire la mia risposta alla tua lettera, ti invio l’intervento che Sonia avrebbe voluto fare.

Leggilo tu per cortesia, domani.

Saluti a te da Tino. Con affetto, Pietro”

Silvana R. del GdL

Il filmino di Pietro è finito. Pietro ci ha lasciati, per sempre, improvvisamente, nella notte, mentre era in vacanza in Grecia. E ha lasciato Paola, “la Diversi”, come con complice finto distacco amava chiamare la sua compagna. Pietro era un grande nella sua normalissima vita. Non bisogna essere famosi, noti, conosciuti per essere dei grandi. Pietro lo era nella sua assoluta normalità. Un generoso, un appassionato, un curioso, un colto compagno di viaggio per chi lo ha conosciuto. Sicuramente per noi del Tiro. Le “Officine Pi greco”, il nome e il logo con il quale, già da tempo, firmava i suoi lavori sul sito, hanno fermato i motori. Così come i suoi trenini con i quali viaggiava con la fantasia. Per dire quanto fosse coinvolto nella nostra avventura basti ricordare che si era portato computer e macchina fotografica in Grecia per poter mandarci i suoi film. Stava preparando un servizio sui liutai bolognesi. Era pronta per la pubblicazione una risposta alla recensione del libro di Missiroli. Addirittura aveva raccolto testimonianze per il pezzo “diverdeinverde” dell’anno prossimo. Questa è dedizione. Questo era Pietro, nella sua meticolosa, intelligente, stimolante e, ma sì diciamolo, anche un po’ pedante testardaggine. Questo è Pietro, perchè per noi (e non solo per noi) è insostituibile. Un vuoto, terribile, che avvertiamo già adesso, dopo poche ora dalla terribile notizia. Non sarà mai più come prima. Stringiamoci accanto a Paola e a tutti i suoi cari. Stringiamoci tra di noi nel ricordo di Pietro Marcolin, alias Officine Pi greco.

Hey, Peter.

Che razza di scherzo ci hai tirato.

E proprio adesso. Adesso che avevamo tante cose in ballo, con IlTiro, i violini di Cremona, ad esempio, che poi abbiamo scoperto  non essere poi tanto di Cremona ma arrivare dritti dritti da Piazza Santo Stefano. E poi ci mancavano ancora un sacco di musei e giardini e aperitivi e ricette e filmini e ristoranti da visitare provare filmare raccontare …

Hey, Peter;

Che razza di scherzo hai tirato ai ristoratori di Bologna e dintorni (già li sento, tutti lì a lamentarsi che così non si fa e capperi e adesso …). Eccerto, il GiovedìDiForchetta, senza te, non sarà più quello; siamo rimasti solo in tre e sai come diceva Modugno, siamo rimasti in tre, tre somari e tre ghiottoni …;

Hey Peter.

E il GdL? Proprio adesso che, giustificato per carità, mi avevi lasciato solo a scornarmi su Missiroli epperò è andata bene, non sai le risate che ti saresti fatto, e poi adesso, da adesso, sarò solo, proprio adesso che le ragazze ci avevano sdoganati … ma quanto siamo simpatici e bravi e dopo un impatto un po’ rude (e qui me lo vedo quel tuo ghigno buono sopra il pizzetto) come ci siamo ambientati bene … e lo so, dai, lo sai anche tu, che è stato tutto merito tuo e io ne ho goduto, a rimorchio (e mannaggia mannaggia, ‘sto cavolo di WhatsApp che mi è rimasto nel cellu e ti avrebbe detto le stesse cose che ti sto raccontando adesso);

E poi, hey Peter.

Ma c’era proprio bisogno di voler raggiungere Mauro così presto, così troppo presto? Potevi, dovevi aspettare un po’, almeno un altro molto po’, tempo ce n’era, ce ne sarebbe stato ancora, davvero, che fretta c’era;

Hey, Peter, dai.

Scusami se dico stupidate, ma proprio non mi riesce di parlare di cose serie, troppe, troppe ce ne sarebbero e non è qui, non è ora, il momento arriverà, ma non è proprio davvero il caso adesso;

Ed hey, Peter.

Scusami se ti sto, ti stiamo rubando agli affetti più cari, alle cose vere che mancheranno, a te, e agli altri, a quelli più vicini, a quelli lontani, anche. E scusami anche se non riesco a parlare della Paolina, ma è troppo, troppo il dolore, lo strazio che immagino;

E adesso, e infine, hey Peter.

Ma quanto cazzo mi mancherai, Peter, quanto ci mancherai.

Ingredienti:
– fettine di lombo di maiale
– uovo
– pane grattugiato
– pomodorini
– basilico
– cipolla tropea
– patate
Procedimento
Battere la carne sottile con il batticarne, con il coltello creare una forma a mandorla, mettere un po’ di sale e passare su un piatto con un po’ di parmigiano, immergere poi nell’uovo a seguire nel pane (una sola volta).
Friggere nell’olio a vostro piacere, noi lo facciamo in quello di arachidi (c’è chi preferisce olio d’oliva o burro, come richiederebbe la cotoletta).  Adagiare su una carta assorbente, tagliare i pomodorini a quadretti e insaporirli con olio, sale, qualche goccia di limone e basilico.
Per le patate:
Lessarle leggermente a vapore, tagliarle a fettine un po’ spesse e passarle in padella con un po’ di olio in modo da farle crostare, salare con la salamoia (sale profumato)
Impiattare facendo due strati: cotoletta, pomodorini, cotoletta e completare con qualche fettina di cipolla Tropea, (per gli amanti si può aggiungere qualche scaglia di grana), un filo di olio crudo e una macinata di pepe ed è fatta!
Buon appetito!
W LA COTOLETTA DA G&G!

Nel dialetto del Dottor Balanzone il suo nome è “Mugnega”, storpiatura dell’antico nome scientifico latino “prunus armeniaca”. Nella lingua italiana e’ Albicocca, dalla parola arabaal-barqūq”. La differenza si spiega con la storia del frutto: gli antichi romani lo importarono dall’Armenia; gli arabi reintrodussero la coltivazione nel bacino Mediterraneo attorno al X secolo. E’ un frutto estivo ottimo per la salute del corpo e della pelle, altamente digeribile ed ipocalorico. Una porzione da 100 g di frutti freschi apporta solo 30 kcal. Nello stesso tempo è tra i frutti che contengono le dosi più elevate di potassio e carotene; di vitamina A, B, C e PP e di diversi oligoelementi (magnesio, fosforo, ferro ecc.). 200 g di prodotto fresco forniscono il 100% del fabbisogno di vitamina A di un adulto, ideale per chi ha carenza di questa vitamina con conseguenti problemi agli occhi, alla pelle o all’intestino. La mugnega-albicocca e’ particolarmente appprezzata nel consumo fresco in ragione del suo sapore dolce, del profumo e del colore accattivanti; della facilità con cui può essere trasportata e gestita anche nelle situazioni extra domestiche. Una parte importante della produzione e’ destinata alla realizzazione di prodotti conservabili: frutta essiccata, sciroppi, lattine, buste congelate, confetture, succhi, gelatine. Nel mondo i principali paesi produttori sono la Turchia, l’Iran, l’Uzbekistan e l’Algeria. L’Italia si colloca al quinto posto, con due regioni che concentrano la maggior parte della produzione: Campania ed Emilia Romagna, rispettivamente con il 35% ed il 31% del dato nazionale. Nella nostra regione e’ l’area tra Castel San Pietro Terme e Cesena a fare la parte del leone. Una specializzazione che risale ai primissimi anni 60 quando intraprendenti agricoltori della valle del Santerno e dell’imolese (Castel del Rio, Fontanelice, Borgo Tossignano, Casalfiumanese, Imola e Dozza) avviarono, tra i primi in Italia, la coltivazione intensiva dell’albicocca. All’epoca la principale varietà coltivata era la “Reale di Imola», di probabile origine locale, conosciuta anche con il nome di «Mandorlona».

Prete spretato ritrova il figlio “del peccato” in una Milano sospesa nel tempo e nello spazio. In un divenire debitore a Fellini, si arriverà ad un finale che anziché catarchico sembra appiccicato lì per la  serie “… come cacchio la finisco ‘sta cosa …”. E l’elefante, che notoriamente non ha capelli, viene tirato nella storia dalla proboscide.

 

Il bello è che a me questo “Il senso dell’elefante” di Marco Missiroli non è dispiaciuto. Non del tutto almeno.

Non è mica granché, anzi (e ci torneremo), però ha una scrittura affastellata, ridondante, anzi ritornante, viene detta una cosa, viene espresso un concetto e subito dopo la stessa cosa, lo stesso concetto viene ripetuto; non necessariamente pedissequamente, ma tutto viene ripetuto. È uno stile vecchio che fece la fortuna, in anni passati (era il 1981), di Andrea DeCarlo; il romanzo era “Treno di panna” che a sua volta era il plagio di “Agenti segreti” (datato 1976) di Furio Colombo. Questo per dire che il tanto premiato Marco Missiroli, premiato per la novità del linguaggio, scrive copiando gli stilemi narrativi in auge 40 anni fa.

Con ciò inducendo una banale considerazione sulla perniciosità dei premi letterari che vengono destinati, almeno quelli importanti (vedi Campiello, Strega, e similari, vabbè anche il  Mondello) solo ed unicamente per il peso politico delle varie case editrici.

Tornando al romanzo, dicevo che non mi è dispiaciuto. Anche perché soffro da sempre di una qualche forma di rispetto, ed invidia, per chi, raccontando il nulla (o non avendo nulla da raccontare, che è lo stesso) riesce a metterci 235 pagine per raccontarlo (o non raccontarlo, a seconda dei punti di vista: sto parlando sempre del nulla, ovvio). Sarà che sono nato con le short stories e che i miei maestri predicavano, se non la sobrietà, quella proprio no, la capacità del taglio: tagliare, tagliare e poi tagliare ancora e quello è rimasto il mio karma. Per dire (e scusate il personalismo). Quando ero bravo, ma bravo davvero, ci fu un momento in cui subii una fascinazione per Max Aub e i suoi “Delitti esemplari”: avanguardismo, surrealismo, ermetismo, realismo, tutto questo c’era, e c’è, nella sua opera. Fu sulla spinta di quel suo testo, che scrissi un racconto, a suo modo, e nella sua imperfezione, perfetto. Un piccolo, breve racconto che, pur nella sua brevità, comprendeva una motivazione, un inizio, uno svolgimento, un finale. Un breve, brevissimo, racconto che faceva: “La ucciderò. D’altronde, perché non farlo?”. Ma sto divagando. Sarà dovuta a questo, dicevo, la mia incapacità a concepire un romanzo in cui nulla succede (o quel poco che succede potrebbe essere condensato in 3 righe), un romanzo lungo 235 pagine, che l’elefante non mi è dispiaciuto. Al di là di questa considerazione tutto considerato scherzosa, devo ammettere che l’ho trovata una lettura inutile, insipida, esageratamente costruita (questo escamotage di chiamare i protagonisti con il loro appellativo e non con il nome, il prete giovane, il dottore, l’avvocato, la strega, Biancaneve, il ragazzo strambo) e falsa.

E poi, c’è un’altra cosa che davvero mi fa imbestialire. Una cosa che tocca nel profondo il perché stesso dell’essenza di uno scrittore. Sto parlando di sciatteria, superficialità, disinteresse. Sto parlando di quegli sbagli, di quelle inesattezze che, pur non inficiando il divenire della storia (ove la storia ci fosse), infastidiscono e fanno cadere l’attenzione sull’arroganza di chi, scrivendo, assai poco si preoccupa del futuro potenziale lettore.

Due esempi, i più eclatanti, sono uno a pag. 158 quando, subito dopo la morte del bambino Lorenzo, “… Pietro uscì dalla villa liberty prima di Luca …”, ma immediatamente dopo “… salì in macchina, Luca era già dentro …” mentre a pag.216 parlando di Fernando, dice “… con la schiena minuta per il montgomery abbondante …” e subito dopo, parlando sempre di Fernando “… gli massaggiò le spallone …”.

Sciatteria, non saprei come altro definirla.

 

In ultimo, l’immagine ispirata, è tratta da “La prima notte di quiete” film del 1972 di Valerio Zurlini ambientato in una Rimini invernale e desolata, una Rimini in cui si svolge una delle scene che si vorrebbero maggiormente esplicative del romanzo.

Gentile Direttore,

Le scrivo perché seguo il Suo, forse dovrei dire Vostro, blog e mi piace molto. Certo, alcune rubriche le trovo meno interessanti di altre, ma questo rientra nell’ordine naturale delle cose. O delle preferenze personali, se preferisce. Giusto per presentarmi, sono un ricercatore. Parecchi anni fa arrivai a Bologna, come molti per frequentarne l’Università, e finii per fermarmici riconoscendone la centralità comoda e del tutto adeguata ai miei spostamenti lavorativi ed anche per la vita che si respira nella città. Le osterie, il mito dei vecchi biassanot (spero si scriva così), la goliardia.

E visto che seguo particolarmente la rubrica “Tiriamo Tardi” anche se i locali presentati non riscuotono in pieno i miei favori (forse troppo, come dite qui, “fighetti”?), Le scrivo per offrire un mio piccolo contributo alla querelle seguita all’ordinanza che ha stabilito la chiusura anticipata della cosiddetta zona della movida del Mercato di Via Ugo Bassi. Tale ordinanza, come Lei saprà, prevede per tutti i locali della zona la chiusura inderogabile allo scoccare della mezzanotte. Con ciò contraddicendo una precedente ordinanza che prevedeva la chiusura alla mezzanotte dei dehors e all’una quella dei locali. Tale ordinanza, arrivata “come un fulmine a ciel sereno” (credo si dica così), proprio all’inizio della stagione dei dehors, e si può immaginare il danno economico procurato dalla scelta, è stata presentata come l’unico modo per garantire pace e tranquillità vista l’alta rumorosità riscontrata dai controlli effettuati.

Non voglio certo sottostimare il diritto degli abitanti della zona, ma resto perplesso sull’opportunità e sulle modalità di un simile decisionismo (ancorché la chiusura anticipata sia prevista per ora solo fino al prossimo 10 giugno). Se l’ordinanza infatti riguarda solo una strada, cosa succederà nelle strade adiacenti che saranno la prossima meta di chi cercherà locali aperti per finire la serata? Altra considerazione e motivo di perplessità è quanto segue.

Venerdì scorso, passata la mezzanotte, ho fatto un lungo giro per la città. La giornata era stata bella, calda, e la sera dolce e tiepida. Ebbene, questo è quanto ho visto.

A soli 50 metri di distanza dal Mercato, davanti a un pub presente all’angolo di via San Felice e via Ugo Bassi, decine di ragazzini molto giovani e molto ubriachi occupavano la sede stradale rendendo difficoltoso il passaggio dei veicoli con grave rischio proprio e di chi guidava. Ancora. In via Maggiore, un bar ospitava un concerto dal vivo: certo, solo voce, chitarra e piano elettronico, ma amplificato. Sempre in Via Maggiore, dalle porte aperte di un altro Caffè, che era vuoto, fuoriusciva a fortissimo volume musica techno così come dall’interno di un altro Caffè, strapieno di gente vociante, davanti alla Mercanzia.

Risalendo per piazza Santo Stefano, la piazza stessa era tutta piena di tavolini e clienti che bevevano e chiacchieravano. Ed anche via Orefici era piena di dehors da via Archiginnasio fino a via Castiglione e di giovani e di gente che parlava e beveva. Questi naturalmente, sono solo esempi, ma credo siano significativi di una confusione che ha generato una situazione incomprensibile (perché ciò che è permesso in un posto a distanza di 50 metri non lo è più?).

Con questo la saluto, scusandomi del tempo che Le ho rubato e ringraziandoLa ancora per l’impegno che Lei e tutti i Suoi collaboratori mettete nel Vostro lavoro.

 

Con cordialità,

Glauco G.

Io sono un po’ fighetto (solo un po’? vabbè, sono un bel po’ snob).

Per dire, da ragazzo, da studente, schifavo le biblioteche. Posti vecchi, polverosi, per gente vecchia, polverosa. Così le vedevo all’epoca. Fighetto com’ero, se mi incuriosiva un libro, romanzo saggio di qualunque tipo si trattasse, me lo compravo (ancora adesso ho una biblioteca personale varia e variegata, credo molto interessante). Perfino i libri di studio, all’università, compravo (e poi, una volta usati, una volta studiati, mi seccava rivenderli). Sarà che li avevo personalizzati, sottolineati, evidenziati (gli unici libri, e nemmeno tutti, quelli di studio che rovinavo segnandoli; gli altri, i saggi, i romanzi, libri di foto, testi teatrali, una volta letti e se piaciuti riletti e letti ancora, potrei riportarli in libreria e sostituirli tanto intonsi paiono). Solo l’Archiginnasio, per ovvi motivi, frequentavo non riuscendo a trovare altrimenti certi testi, non potendo consultare altrimenti certi volumi. Di quegli anni per me felici conservo credo la libreria non universitaria più completa  dedicata al teatro tedesco da fine ‘800 fino agli anni trenta/quaranta del ‘900. Piacere, passione, utopia di tramutarle, il piacere e la passione, in qualcosa di più, in professione magari.

Con gli anni, qualcosa, molto, è cambiato. L’ipotizzata professione non si è concretizzata e gli anni sono passati, ma la, anzi le, librerie in casa sono aumentate e aumentate e aumentate ancora. Finché lo spazio è diventato quello che è, insufficiente a permettere il continuum dell’accumulo (certo, il fattore economico ha avuto un peso, ma non è solo questo).

Poi, una volta inaugurata, come tutti ho cominciato a frequentare la SalaBorsa. All’inizio per curiosità, poi perché, oggettivamente, mi permetteva di soddisfare quelle curiosità momentanee senza dover necessariamente acquistare il libro che tale curiosità aveva suscitato (una delle librerie di casa, stracolma, è dedicata ai libri comprati per una qualche forma di curiosità, curiosità che non è stata soddisfatta o è rimasta delusa, lasciandomi, appunto, una libreria di libri che non mi sono piaciuti, che non ho nemmeno terminato, che non ho proprio letto; e che, come detto all’inizio, non riesco a vendere, regalare, buttare). Con il tempo, un tempo brevissimo in verità, mi sono accorto che la SalaBorsa non faceva per me, troppo troppo impersonale, troppo troppo casino condensato in una struttura asettica, farmaceutica direi. E il personale, non tutto chiaro, ma in larga misura disinteressato, scorbutico, senza la più pallida idea di cosa stesse catalogando o dovesse consigliare. Epperò, la scoperta della biblioteca, il poter soddisfare ogni curiosità liberamente senza impegnare spazi e risorse, mi aveva contagiato. Ecco quindi che cominciai a frequentarle, le biblioteche. Quelle di quartiere trovando, nella maggior parte dei casi almeno, competenza e curiosità, stimoli e disponibilità, possibilità di confronto e consigli (perché in fondo è questo quello che si dovrebbe chiedere ad un bravo bibliotecario, una consulenza, un consiglio, o la pazienza di soddisfarli. Per questo, la curiosità, la voglia di raccontare, il piacere di condividere, ho scoperto questo scrittore, Guus Kuijer, olandese, classe 1942 che debuttò come autore per ragazzi negli anni ’70, quando i libri per bambini erano considerati una via per costruire un mondo migliore. Da ricordare, tra i tanti titoli, soprattutto la serie (“Per sempre insieme, amen”, “Mio padre è un PPP”, “Un’improvvisa felicità”, “Con il vento verso il mare” più un quinto non ancora edito in Italia) incentrati sulla figura della piccola Polleke, dodicenne olandese alle prese con i problemi tipici della propria età, ma non solo.

Una lettura piacevole, piatta, tranquilla, senza tante sovrastrutture, senza alcun bisogno di dimostrare, di dichiarare. Ma anche una scrittura profonda ed intensa, sentita e partecipe. La dimostrazione dimostrata che non è necessario parlare difficile o alto per raccontare di cose importanti come razzismo e integrazione, religioni e sessualità, scomparsa delle persone care ed ecologismo, natura e civiltà.

Per questo motivo, la scoperta di un autore che valga la pena leggere o quella di un personaggio per certi versi indimenticabile, bisogna essere grati ai bibliotecari, quando i bibliotecari sono curiosi, quando sanno, conoscono e consigliano assaporando il piacere di consigliare.

Per questo motivo, la scoperta di Kuijer, un autore che parla ai bambini c0n schiettezza, ironia e profondità e che incanta il lettore adulto con l’intelligenza e la pulizia della scrittura e quella di Polleke (una protagonista che attraversa le difficoltà dell’adolescenza con leggerezza e poesia, regalando a tutti il segreto di una vita felice), delle sue amiche Consuelo (messicana in fuga da orrori irracontabili) e Caro, del fidanzatino marocchino Mimun,  della sua famiglia allargata e difficile (il babbo Gerritt/Spik, la mamma Tina, il maestro Walter, il nonno e la nonna, la giovenca Polleke anch’essa), sono grato, davvero grato, agli amici bibliotecari della biblioteca “Borges”.

Tre a uno. E ricominciare.

Le due squadre si inseguono, si studiano, si squadrano.

Stesso percorso, all’incirca.

Entrambe sul 3 a 1, entrambe perdono una partita in casa, ma la genesi, se non proprio opposta, è davvero diversa.

Combattente, questa Virtus. Due palle così. Non vince bene, non vince facile, non lo potrà, forse, mai fare. Ma non si arrende mai. Gioca sempre, sicura di sé, delle sue idee, del suo gruppo.

Si fa violentare nella prima partita (in casa) permettendo tre-tiri-tre ad ogni azione agli avversari rosetani (tiro sbagliato, rimbalzo in attacco, tiro ancora sbagliato, altro rimbalzo, tiro e canestro: con il 30% si segna in qualunque oratorio, figurarsi in Lega2 …).

Poi, tre vittorie (due in trasferta) completamente diverse l’una dall’altra. La seconda in casa, dura, sporca, cattiva. E bruttissima. La prima a Roseto. Dopo una partenza così, da padroni, dura per chiunque rientrare anche se gli squali quasi ci riescono. La seconda sempre a Roseto, dominata dall’alto di una classe, una freschezza, una dominanza, se mi si permette il termine, imbarazzante. Tre vittorie diverse e tre protagonisti diversi. Nella prima, Gentile: palle, durezza, regia, ritmo, personalità per un sedicesimo, o forse sessantaquattresimo, del grande babbo Nando, italiano in Grecia (nel Pana) e vincitore, da capitano, di campionati e champions. Nella seconda, Lawson: tiri, percentuali, anche rimbalzi; in una parola, ed in attacco, un’arma letale, immarcabile, illeggibile per la difesa avversaria (in difesa rivedibile, ma finché il do ut des è così tanto positivo …). Nella terza, Umeh. State buoni per favore: giocasse sempre così, non sarebbe qui ma al di là dei Pirenei, al di là dell’Adriatico, al di là, semplicemente; giocasse sempre così i sardanapali greci e turchi, i caudilli spagnoli, gli avvocati della NBA, se lo sarebbero già preso (e se lo terrebbero). Conclusione: godiamocelo così, qualche partita la sbaglierà, la potrà sbagliare ancora, ma quando serve …

E poi, ci sono gli altri.

A partire da Michelori e Bruttini: servono, eccome se servono. Minuti, botte, rimbalzi, gioco sporco: ma si sa, quando il gioco si fa sporco, i duri (e sporchi) cominciano a giocare.

Eppoi Spizzichini, fisico, testa, voglia; tenerlo, farlo crescere, arriverà.

Spissu: fisico (ci fosse); perché la testa, quella, è da piano di sopra, la mano anche, tenerlo magari puntando non solo lui come regista, ma come cambio o insieme ad uno più grosso, più alto. Si potesse, rapirlo a Sassari, nasconderlo, e farlo ricomparire all’improvviso all’inizio del prossimo campionato.

Ndoja: Conan il barbarico, duro, duro, duro; e mano, mano, mano. Senza paura, senza pause; un grande acquisto.

And last but not the least, Rosselli: l’ho definito, a questi livelli, Danilovic. Sbagliavo: del serbo non ha la voracità del lupo alfa anche se ne mantiene la leadership e la credibilità. È più, però, un Rigadeau meno regista, un Kosic (attenzione, qui si toccano i miti) con tanti centimetri in meno (e tanta tanta classe in meno, ovvio). Però, davvero, fa tutto: difende, porta palla, prende rimbalzi, segna. E in campo tutti lo rispettano (e lo spot più bello dei playoff e, direi, di tutta questa annata di basket, lo riguarda. Fine di gara 3 a Roseto, la Virtus ha vinto sbattendosi e soffrendo; i giocatori, straniti, in mezzo al campo; Amoroso, per me il miglior giocatore italiano da molti anni, avesse avuto più testa, si avvicina a Rosselli, appunto, e i due, complici e avversari di cento battaglie, si abbracciano, pacche sulla schiena, sorrisi: chapeau, lacrimuccia, rispetto).

La Fortitudo, ora.

Sbaglierò, ma è in maschera. Si tiene, si defila, gioca a nascondino.

Prime due a Treviso, due a zero Aquila. È vero, 4 punti di distacco in totale, ma è 2 a 0.

Poi, terza al PalaDozza. E vince Treviso, di due, ma vince Treviso. Si dirà: ehi, 6 punti di scarto totale in 3 gare, quanto equilibrio … Non scherziamo. Dai, davvero qualcuno può credere che un trio di volonterosi giovanotti e poco più come Ancellotti, Fantinelli e Malbasa possano pasteggiare in testa ad uno come Knox, che non sarà Jabbar e nemmeno Howard ma in questo contesto sembra Dwayne “TheRock” Johnson? E Legion? Davvero qualcuno può credere che sia quello distratto e annoiato che si guarda intorno con la faccia di chi pensa “… ehi, io giocavo a NY, che cavolo ci faccio qui …”. Certo, di là, nella DeLonghi (la ex Benetton dei bei tempi andati) c’è Perry che è un ottimo americano, ma è una guardia o un’ala piccola? Peccato che qui giochi da ala grande: classico esempio di giocatore incompiuto e non determinabile. L’Europa che non conta ne è piena, poi qualcuno può esplodere e lui potenzialmente lo può. Ma è solo (Moretti, il tanto decantato figlio di Paolo, del padre non ha la classe, né la freddezza, né il fisico: sarebbe un ottimo giocatore anche in Lega1, ma partendo come numero 9 o 10, non certo titolare e nemmeno primo cambio). Zoltan Perl, poi. Sarebbe l’altro straniero, è ungherese, giovanissimo, bravino, piccolino, magrino: dalle grandi potenzialità, forse; ma non metteva piede in campo a Capo d’Orlando (no dico, Capo d’Orlando, non Milano e nemmeno Reggio o Sassari o Venezia …).

I soliti beneinformati dicono che ci fosse bisogno di un incasso cospicuo, ed eccolo qua. Gara quattro, un Piccolo Madison strapieno e si arriva in semifinale con un roboante ventello (o poco meno) in saccoccia.

E quindi, adesso, vinte le serie con il medesimo 3 a 1, la Virtus aspetta Ravenna con cui ha perso due volte e forse non è un male (come quando nuoti in mare e ti urtica una medusa; se non sei scemo non succederà più), e la Fortitudo Trieste. Trieste che, zitta zitta, sembrava, e lo ha confermato, la più forte del lotto (escluse le due bolognesi, ovvio) e si è pure rinforzata con un mulo doc come Cavaliero (altro crac per la categoria, ma vale Gentile e Cinciarini, non certo di più).

Se tutto va come dovrebbe, e tutti ci aspettiamo/speriamo, le due squadre dovranno finire di guardarsi a distanza e pesarsi. Dovranno incontrarsi. Ed allora, ne resterà una sola.

Lasciate passare le prime due giornate, venerdì e sabato, domenica mattina mi obbligo a fare un giro per i giardini che aderiscono alla manifestazione.

Premetto. “Diverdeinverde” è stata una grande idea: riscoprire, anzi far riscoprire ai cittadini i giardini dimenticati della città. Fin qui, tutto bene. Ma, come detto poco fa, è stata.

Quello che è cambiato dalle prime edizioni, è sicuramente un gigantismo che, se non potrà che far piacere agli organizzatori, penalizza però il senso più vero della manifestazione.

A parte il ticket di partecipazione (criticabile per iniziative di questo tipo), il proliferare di giardini inseriti nel circuito che, però, così inaccessibili non sono (la metà dei quali tranquillamente visitabili in un giorno qualsiasi senza biglietto e senza file) è l’essenza stessa di questo gigantismo che va ad assommarsi al malcostume, ormai dilagante, delle giornate dedicate a svilirne l’essenza più vera.

Spiego facendo un esempio. La prima domenica di ogni mese l’ingresso ai musei statali è gratuito. Ed ecco file interminabili di masse bovinamente disinteressate che sembrano doversi sottoporre a una simile impresa solo perché così si fa. Quasi fosse un bisogno indotto quello che spinge queste persone, alcune di queste persone perlomeno, a fare le cose insieme, sentire, cioè, di appartenere ad un consesso, un consesso di perfetti sconosciuti che però permette di sentirsi vivo anche solo per il fatto di scoprirsi appartenenti ad un qualcosa di numeroso, quasi si avesse paura di vivere individualmente esperienze e situazioni potendo goderne appieno, senza distrazioni né condizionamenti (e voglio fermamente credere che il problema non siano i pochi euro che, in un giorno qualunque, costerebbe il biglietto d’ingresso a quel museo).

Praticamente, vivere le cose, ogni cosa, ogni situazione, ogni museo, ogni giardino va bene, ma mai da soli, quasi un’esperienza individuale non avesse valore, acquistandone solo se vissuta in compagnia (e non importa se il vivere l’esperienza in gruppo, ed in certi casi grupponi, svilisce l’essenza stessa della cosa per il troppo casino, il troppo caos, il troppo rumore, la troppa indifferenza generalizzata). Quasi l’unica importanza sia poter dire, c’ero e il fatto che c’ero può essere testimoniato da altre centinaia di persone delle quali, per contrappasso, io stesso potrò testimoniare la presenza.

Parlavo di malcostume. Forse esagerando. Ma anche, e soprattutto, si può parlare di occasione, culturale ed umana, sprecata.

Distorcendo il discorso, ciò che succede in tanti viaggi quando, una volta raggiunta Parigi o Venezia (si fa per dire) e faticosamente (fermate e fermate di metrò) la tour Eiffel o (spintoni su spintoni) il Ponte dei Sospiri, la vacanza sarà testimoniata dall’immancabile selfie con sullo sfondo, appunto, la fantasmagorica invenzione fin de siècle di Gustave Eiffel o i merletti barocchi che centinaia d’anni fa imprigionarono il Casanova (e il resto sarà un AngusBigMac al McDonald’s dietro l’angolo o un panino fattoria mangiato sui gradini della stazione di Santa Lucia).

Con buona pace del viaggio e dei suoi significati più profondi e veri.

Una differenza che Bruce Chatwin esemplificava in quella che corre tra un turista ed un viaggiatore.

La risposta di Stefano Righini alla lettera di Silvana. Che strani i casi nella vita.

Sono qui che sto guardando questa bruttissima Roseto / Virtus, 3^ partita dei quarti di finale dei playoff di Lega2 (è una bruttissima partita, ma quanto si gioca male nel Basket italiano attuale e in Lega2 in particolare, ma lo faccio per “lavoro”, il blog aspetta le mie sciocche considerazioni e domani mi toccherà anche la Fortitudo; lo so, lo so, è uno sporco lavoro, ma quando il lavoro si fa duro, i duri cominciano a … lavorare) e nell’intervallo apro la pagina de “IlTiroMagazine” (oggi non l’ho ancora fatto). Che emozione … la prima immagine che mi colpisce è un viso che conosco bene, davvero bene. Ha i capelli lunghi, neri, fermati da una fascia bianca ed anche la canotta che indossa, con una grande, grande V nera incisa sopra, è bianca. E’ lui, è davvero lui, John “Kocise” Fultz, il mito, il mio mito da giocatore mai arrivato di basket. E’ stato lui, sono stati i suoi capelli lunghi, la bandana ante litteram, i suoi movimenti fluidi, lenti e compassati, il suo tiro mancino speciale e mortifero, è stato quando quel … di Kenney lo ha abbattuto, Fultz lanciato in contropiede contro Milano. E’ stato il fatto che anch’io sono mancino, e tiravo chiaramente di sinistro; è stato che anch’io avevo i capelli lunghi (che strano crederlo, vero?) e fermati da una fascia spugnosa; è il fatto che anch’io giocavo con il numero 11 e nei campetti (campetti, i playground sono arrivati dopo, molto dopo) di Perugia e dintorni di mezza Umbria, mi chiamavano “il figlio di Fultz”. Sarà per uno solo, o per tutti, questi motivi, che io tifo Virtus, se si parla di basket ce l’ho proprio nel sangue, la Virtus (pensate anche che allora, si parla dei favolosi, per alcuni, anni settanta, l’unica squadra che giocava in A, di cui era possibile seguire qualcosa in un mondo orfano ed ancora inconsapevole di Internet, Facebook, Twitter, Instagram ecc…, era la Virtus ed io, da bravo bolognese lontano da casa, prima Pescara, poi Perugia, non potevo che seguire, e amare, la squadra della mia città …).

Naturalmente, abitavo a Perugia quando lui, John, era il califfo più califfo di tutti: lui e la sua Harley, lui e il camper che usava per spostarsi in cerca di campetti (il preferito era ai Giardini Margherita o sotto il ponte di via Libia) dove giocare, libero e selvaggio, come il suo sedicesimo di sangue nativo americano imponeva.

Naturalmente, quindi, non l’ho visto giocare dal vivo praticamente mai. In Tv qualche volta, e si parla di sfide epocali come quella contro Milano quando quel … di Kenney …

Lui però, era John, era “Kocise”, era John “Kocise” Fultz e non mi importava vederlo dal vivo, bastava saperlo giocare e saperlo giocare con e per la Virtus.

Poi, anni dopo, tornato a Bologna, e provato a giocare a basket anche qui (e resomi conto amaramente che, a Bologna, il basket giocato era tutto un altro sport da quello che avevo praticato fino ad allora), mi capitò di vederlo John Fultz (ormai, gli anni d’oro del gioco erano passati, solo Fultz, non più “Kocise”).

Viveva a Bologna allora, una città che gli era rimasta nel cuore, e capitava spesso di vederlo in giro, in giro per la città, in un bar (ricordo di averlo incontrato più volte all’allora “LaRaquette” di via Rizzoli o all’adesso scomparso “Tiffany” all’angolo tra Rizzoli e Oberdan) ma più spesso al “Moretto” la bella vecchia storica, allora, osteria fuori porta D’Azeglio. Lo incontravo e dopo un po’ diventammo non dico amici, ma conoscenti, compagni di un caffè o una birra. E di chiacchiere, chiacchiere di basket, di quello che era stato per lui e di quello che aveva regalato a me, a noi, ai suoi tifosi.

Che bei ricordi, Silvana, grazie.

E allora, per finire, finendo mi ricollego in qualche modo alla tua lettera. C’è un Fultz che gioca stasera, gioca negli squali di Roseto, ma non è John (che oggi avrebbe 69 anni, ma gli anni, si sa, i miti, non li compiono mai; restano sempre giovani e belli); è Robert, suo figlio.

Mercoledì 17 maggio la Camera dei deputati ha approvato in maniera definitiva la proposta di legge relativa le “disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyber bullismo”.

Il provvedimento, che si compone di sette articoli, ha visto la luce dopo 2 anni di discussioni (il Senato approvò la prima formulazione il 20 maggio 2015) e quattro letture parlamentari.

Ma quali sono le novità introdotte? Cosa dice il testo del provvedimento? Cosa si intende per cyber-bullismo?

A rispondere a quest’ultima domanda è lo stesso testo di legge che definisce il cyber bullismo come “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. (art.1)

Grazie alla legge appena approvata, da oggi in poi, il minorenne (maggiore di 14 anni) vittima di cyberbullismo (o i suoi genitori) può rivolgersi al gestore del sito Internet[1] o del social media per ottenere l’oscuramento, la rimozione e/o blocco di qualsiasi altro dato personale del minore diffuso su Internet (con conservazione dei dati originali) entro 48 ore. In caso di mancata rimozione, la vittima può rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali che deve provvedere, in base alla normativa vigente, entro le successive 48 ore (art.2).

Il provvedimento prevede poi l’istituzione di un tavolo tecnico che dovrà provvedere alla strutturazione di un piano di azione contro il cyber bullismo, che anche avvalendosi della collaborazione della Polizia Postale e dovrà realizzare un sistema di raccolta di dati finalizzato non soltanto al monitoraggio dell’evoluzione dei fenomeni, ma anche al controllo dei contenuti per la tutela dei minori (art.3).

Parallelamente il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) dovrà realizzare delle linee di orientamento per l’adozione di misure di contrasto in ambito scolastico che dovranno prevedere:

  • la specifica formazione del personale scolastico, con la partecipazione di un referente per ogni autonomia scolastica che dovrà collaborare con le Forze di polizia e con le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio;
  • la promozione di un ruolo attivo degli studenti (oltre che ex studenti già opportunamente formati all’interno dell’istituto scolastico) nella prevenzione e nel contrasto dei cyberbullismo;
  • la previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti;
  • un sistema di governance efficace, diretto dallo stesso Ministero dell’istruzione.

Vengono inoltre previsti:

  • L’obbligo da parte del dirigente responsabile dell’istituto – solo per i casi che non costituiscono reato – di informare tempestivamente i genitori (o i tutori) dei minori coinvolti e di attivare adeguate azioni educative;
  • la pubblicazione di bandi per il finanziamento di progetti di particolare interesse elaborati da reti di scuole, coinvolgendo altri soggetti come le prefetture, gli enti locali, le Forze di polizia e ogni altra istituzione, ente o associazione competente in materia;
  • la promozione dell’educazione all’uso consapevole della rete Internet e ai diritti e doveri connessi all’utilizzo delle tecnologie informatiche da parte di ogni scuola, nell’ambito della rispettiva autonomia;
  • specifici progetti personalizzati ad opera dei servizi territoriali (non solo sociali), finalizzati al sostegno dei minori vittime di atti di cyberbullismo ed alla rieducazione, anche tramite attività riparatorie, dei minori artefici di tali condotte;
  • l’ammonimento del questore, il quale – in mancanza di querela o presentata denuncia per i reati di ingiuria[2], diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali – potrà convocare il minore responsabile (insieme ad almeno un genitore), ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge;
  • il rifinanziamento del Fondo per il contrasto della pedopornografia su Internet con 203.000 euro per ciascun anno del triennio 2017-2019.

Si poteva fare qualcosa di più?

Probabilmente si. Innanzitutto si poteva tenere l’ impostazione originaria del ddl che riguardava non solo i casi di cyber-bullismo, ma anche quelli di bullismo. Un impianto volto a garantire una cornice normativa unitaria che si è persa con le ultime modifiche del Senato.

Il testo inoltre appare troppo sbilanciato su un’impostazione esclusivamente “preventiva ed educativa”, senza fornire anche strumenti efficaci di sanzione e recupero dei soggetti che portano avanti atti di “cyber-bullismo”.  Anche in questo caso, le ultime modifiche del Senato hanno eliminato lart.8 del provvedimento che prevedeva anche strumenti di natura penale.

Nonostante questo la norma approvata questa settimana è senza dubbio un passo in avanti. Va a riempire un vuoto normativo importante e da una prima risposta ad un fenomeno che con i moderni strumenti di comunicazione ha trovato forme e livelli nuovi di violenza.

 

 

[1] L’articolo 1 definisce, inoltre, quale gestore del sito Internet il prestatore di servizi della società d’informazione, diverso da quello degli articoli 14, 15 e 16 del decreto legislativo n. 70/2003, che sulla rete Internet cura la gestione di un sito in cui possono manifestarsi fenomeni di cyberbullismo. Appaiono sostanzialmente esclusi dalla definizione di “gestore del sito Internet”, e quindi dall’ambito di applicazione del provvedimento, gli access provider (cioè i provider che forniscono connessione a Internet, come Vodafone o Telecom Italia), nonché i cache provider, cioè i provider che memorizzano temporaneamente siti web, e i motori di ricerca. Rientrano invece nella definizione di “gestori del sito Internet” tutti i prestatori di servizi che curano la gestione dei contenuti di un sito dove si riscontrano condotte di bullismo informatico.

[2] L’ingiuria costituisce attualmente illecito civile che obbliga, oltre che al risarcimento del danno all’offeso disposto dal giudice, anche al pagamento di una sanzione pecuniaria civile (da 100 a 8.000 euro), da versare all’entrata del bilancio dello Stato.

Spaghetti integrali pesto, avocado, mazzancolle e pomodorini.

Ingrdienti

Per pesto:

– avocado maturo

-olio extra d’oliva qb

-mezzo spicchio d’aglio

-anacardi 30g

-parmigiano 1 cucchiaio piccolo

– limone mezzo (succo)

– menta (da emulsionare con un po d’olio)

– mazzancolle

– poco Martini dry

– pomodorini

– spaghetti integrali

Procedimento:

Per preparare il pesto mettere nel mortaio l’avocado pulito e tagliato a pezzetti,il succo di limone,l’aglio

lavorare fino ad ottenerere u a crema omogenea aggiungendo un po d’olio alla volta,il parmigiano e gli

anacardi un po tostati prima (in forno o in padella) tritati ed aggiustare di sale?

Pulire e tagliare le mazzancolle a meta'(se di misura media si possono lasciare intere,comunque una o due

per il decoro servono intere con codina e carapace).

Soffriggere velocemente con pochissimo olio,sfumare con Martini,aggiungere i pomodorini e spegnere.

Dopo avere cotto gli spaghetti,condirli aggiungendo il pesto a crudo insieme alle mazzancolle e pomodorini,

se serve diluire ed amalgamare con un poco d’acqua di cottura.

Impiattare e decorare a piacere,terminando con una macinata di pepe ed u a piccola emulsione d’olio alla menta.

Buona Spaghettata da G&G

Cominciati i quarti di finale dei playoff di LEGA2 di basket, al termine delle prime due partite, i giochi paiono fatti.

Si parla della Fortitudo, ovvio. Sbancato due volte il PalaVerde, non si vede come la DeLonghi Treviso possa riuscire ad invertire la tendenza (oltrettutto con due partite da vincere nella roccaforte del PalaDozza, campo ostico per chiunque grazie anche agli oltre cinquemila tifosi urlanti e festanti che supportano dal fischio iniziale a quello finale la squadra). Certo, nel Basket, sport in cui la palla è notoriamente rotonda, nulla può dirsi deciso fino a quando non suona la campana dell’ultimo quarto.

Il fatto è che le squadre sembrano, anche se le partite sono rimaste pericolosamente in bilico fino all’ultimo tiro, assolutamente distanti come classe dei singoli, tonnellaggio, altezza e profondità. Tutto, naturalmente, a favore dell’Aquila bolognese. Aquila che, finalmente, sembra davvero rispecchiarsi nelle certezze, a volte arroganti, che per tutto l’annata il coach Boniciolli ha sparso a piene mani.

Ciò che offre sicurezza, poi, è che la squadra sembra davvero aver raggiunto un amalgama forse insperato nei larghi tratti delle due fasi del campionato in cui sembravano prevalere, sempre anche in occasione delle vittorie, individualità, supponenza, indolenza.

 

Tutto da rifare, invece, sul versante Virtus.

Siamo di nuovo sull’ 1/1, questa volta con Roseto, ma a differenza della serie con Casale (in cui, anche nelle due iniziali partite una vinta con fatica e l’altra persa, non si era mai avvertita la possibilità che la serie potesse finire in maniera differente), le due imminenti trasferte al PalaMaggetti di Roseto paiono ben più pericolose. Questione di entusiasmo, degli avversari. E questione di classe e forza dei singoli. A un rinato Fultz e al solito e a volte incontenibile Amoroso, gli squali possono sommare due signori giocatori come gli U.S.A. Smith e Sherrod.

Certo, se si giocasse come in gara 2, non ci sarebbero problemi, ma quella che per un lungo, lungo campionato è sembrata la più equilibrata tra tutte le formazioni iscritte a questa Lega2, si lascia prendere da una pericolosa deriva quando le partite diventano da vincere a tutti i costi. Nulla più di una sensazione, e comunque una giustificazione c’è (i molti giovani impegnati a lungo durante le partite, l’arrivo di un giocatore ingombrante come Gentile, non al meglio della condizione, solo all’ultimo momento, la stanchezza, giusta e comprensibile, che alle volte affiora prepotente in chi ha tirato la carretta nei momenti più impegnativi). Ma la classe, l’esperienza e la cattiveria agonistica dei califfi (Rosselli e Ndoja su tutti) lasciano ben sperare per il futuro della stagione.

Una cosa è certa. Per questa Virtus, andare avanti non sarà MAI una passeggiata.