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Giugno 2017

Non c’e niente da fare: quando il caldo dice sul serio bisogna far scendere in campo la pesca. La sua polpa succosa aiuta a sopportare l’afa e a reintegrare i sali minerali, e’ buona, dissetante, rivitalizzante e ricostituente, ricca di sali minerali e vitamine, fa bene alla pelle ed aiuta l’organismo a liberarsi dalle tossine. Per meriti conquistati sul campo e per giudizio unanime dei consumatori-gourmet siede da tempo sul trono della Regina dell’estate. La sua pianta e’ originaria della Cina ma nel nostro continente e’ arrivata attraverso la Persia.

Si narra che il primo importatore fu, nientemeno che, Alessandro Magno che la conobbe, apprezzandola, nei giardini di Re Dario III, Imperatore dei persiani. Da allora l’albero e’ chiamato “Prunus Persica” e il suo frutto “pesca”, o “pesga” in bolognese. Il “Prunus Persica” e’ una vecchia conoscenza degli agricoltori bolognesi come testimonia l’antico toponimo dell’area rurale ad ovest di Bologna, “Persiceto”, voluto, si dice, dall’Imperatore romano Ottaviano Augusto per celebrare i numerosi persicheti-pescheti ottimamente cresciuti sui terreni bonificati e dissodati dai valorosi centurioni romani. L’Italia è uno dei maggiori produttori al mondo di pesche e nel nostro paese la produzione è seconda solo a quella delle mele, anche se la eguaglia per valore commerciale e la supera per superficie coltivata. Le varietà sono molte.

Le più famose sono le pesche gialle, quelle bianche, le pesche noci o nettarine, le percoche, le saturnine. Di recente la produzione italiana di nettarine, distinguibili per la caratteristica buccia glabra, ha sopravanzato per volumi la pesca-pesca. Le nettarine si coltivano soprattutto in Romagna, storica “culla” della peschicoltura italiana ed europea. Qui, tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900, si impiantarono i primi pescheti intensivi. Nel secondo dopoguerra la peschicoltura romagnola e’ salita stabilmente ai vertici mondiali della specializzazione e della qualità. Nel 1997 ha ottenuto dall’Unione europea l’Indicazione Geografica Protetta “Pesche e nettarine di Romagna IGP”.

I trentenni degli anni duemila sono per la maggior parte laureati. In tutto: lettere, ingegneria, beni culturali, farmacia e infermieristica. Abbiamo coperto tutto lo scibile umano noi trentenni, persino geografia non ci è sembrata un’idea poi così sbagliata. Io per esempio ho un amico laureato in geografia, lui è sensibile, lui è buono, lui studia sempre per tutto, anche alla Coop studia i prodotti, è intelligente lui, chiama le medicine con il nome del loro principio attivo di cui conosce perfettamente pro e contro, è sveglio lui e coraggioso. Il mio amico laureato in geografia con il massimo dei voti ha fatto il barista per anni, poi il cameriere, poi il distributore di bevande bio, poi il ragazzo sul cubo, poi di nuovo il barista.

Che fai oggi Filippo? Lavoro. E domani? Lavoro. Quando ci vediamo? Vienimi a trovare a lavoro.

Filippo dopo tanto lavoro ha deciso di fare il geografo non pagato, ha comprato una buona bicicletta, uno zaino da alpinista e una tenda da campeggio ed è andato. Bologna, Trieste, Balcani fino alla Grecia, e poi Turchia e fino a ieri Georgia, oggi Kazakistan. Obiettivo Asia, dice lui. Io dico che se continua così tra al massimo sei mesi a Bologna ci torna da ovest a botta di pedalate sull’Atlantico.

Ma torniamo alla laurea in geografia. C’è un concetto in geografia che a Filippo piace tanto: il “flaneur”. Dicasi flaneur passeggiatore svagato e a momenti curioso.

Spieghiamo meglio: quello scapestrato di Baudelaire introdusse il termine flaneur per indicare l’artista moderno immerso nel flusso della vita cittadina moderna, un esploratore della città. Poi i situazionisti ci misero il carico da novanta invitando i novelli flaneur a perdersi per le città, senza meta né orari, alzare lo sguardo e percepire lo spazio nel suo insieme.

Ora, nozioni a parte, Filippo deve aver preso alla lettera l’invito situazionista e ne ha fatto una regola di vita da qualche mese ad oggi, e sicuramente anche domani. Allora mi sono venuti in mente i titoli dell’Huffington Post della rubrica ‘Cambiare vita’:

Il principio è sempre lo stesso: giovani professionisti coraggiosi che mollano tutto e partono, e chiaramente trovano la felicità.

Sottotitolo: e tu pirla invece sei ancora qui a sperare nell’indeterminato per poter accedere al mutuo e quindi felice non lo sarai mai. Tiè!

Poi leggi l’articolo e scopri che il titolo era molto più bello della storia, che in realtà la cosa migliore che loro hanno fatto e tu non riuscirai mai a fare è mettere da parte tanti di quei soldi da aprire un bar alle Canarie e vivere felice. Sole tutto l’anno, una vita in ciabatte e un mojito fresco con il sole che tramonta.

Il sogno di una vita. La risposta al “chi me lo fa fare?”.

Mi sono detta: rispondi alla domanda…chi te lo fa fare?

Allora ho ripensato a mio padre e a mia madre, entrambi certi che la laurea avrebbe permesso a me e alle mie sorelle di avere un posto fisso, possibilmente pubblico, una casa, una famiglia, dei figli e la certezza che ricche forse non saremmo diventate ma avremmo ugualmente vissuto con dignità il resto della nostra vita, che il lavoro era ciò che ci avrebbe permesso di fare del nostro tempo libero esattamente ciò che volevamo.

Io ora ho un lavoro – e dico ora perché forse fra quattro mesi non ce l’avrò più – che mi fa tornare a casa ad orari indefiniti e alle 11 mi mette a letto. Il fine settimana, il tempo dello svago, lo dedico alla ricerca degli annunci di lavoro, le pulizie che in settimana non riesco a fare, e il pensiero alla riunione settimanale del lunedì con il capo a cui devo dar conto della settimana precedente. Una birra con gli amici e una volta al mese le fughe del weekend per evitare di diventar matta.

La fetta di tempo libero dunque si riduce a pochissime ore e questo non era esattamente ciò che si auguravano i miei genitori.

Immaginate allora un’intera generazione di trentenni, troppo giovani per costruirsi una famiglia e troppo vecchi per non pensare di farlo, immaginate lo sturm und drang di un giovane trentenne, tra le aspettative genitoriali e l’Huffington Post che racconta di trentenni che hanno abbandonato tutto e hanno trovato la felicità.

Allora immagino la reazione di mio padre all’annuncio “papà, vado a vivere a Tenerife e apro una focacceria barese. Ho fatto un business plan che credi? È tutto organizzato nei minimi dettagli. No no, non ti preoccupare ho soldi abbastanza per coprire il primo anno di attività in cui i guadagni saranno certamente inferiori alla spesa ma sai che salto di qualità avrà la mia vita? No papà che credi…ho pensato proprio a tutto. Papà cazzo, voglio essere felice!”.

(E su Spotify torna quel ritmo che da vent’anni mi accompagna “Ch-ch-ch-ch-changes don’t want to be a richer man, ch-ch-ch-ch-changes turn and face the stranger, ch-ch-changes just gonna have to be a different man, time may change me”).

Mio padre resta zitto per un po’, abbassa gli occhi e mi dice “se sei felice così…” e torna a fare i suoi conti di fine mese sulla poltrona della cucina, con la tv accesa e il volume basso, i capelli bianchi e il quaderno a quadrettoni in cui ad ogni casella corrisponde un numero delle spese sostenute e di quel po’ che resta per il giorno in cui il mio business plan avrà buchi così grandi da non star più nella riga del quaderno.

Ed è questo il motivo per cui odio l’Huffington Post.

Due grandi vecchi della letteratura mondiale (uno inglese, l’altro ebreo statunitense) si fronteggiano con due piccoli romanzi, entrambi di una decina di anni fa, entrambi che scavano nell’intimità più privata dei rispettivi personaggi.

Da una parte abbiamo Edward e Florence, i due teneri e ingenui, incongrui e assai mal assortiti, stupiti e tutto sommato stupidi protagonisti di “Chesil Beach” di Ian McEwan; dall’altra abbiamo il protagonista senza nome, l’ “Everyman” di Philip Roth, che parrebbe quasi, nel suo proporsi come ideale epigono dei tanti personaggi alterego dell’autore, dallo svedese di “Pastorale Americana” allo Zuckerman narratore e protagonista esso stesso di tanti altri sui romanzi, il già citato “Pastorale Americana” incluso, concludere la storia letteraria di Roth (ma nessuna paura, altro seguirà).

Piccoli romanzi li abbiamo definiti. E piccoli sono, ma solo perché, realmente, di un centinaio di pagine, poco più, ciascuno. In realtà, invece, quanta complessità, quanta ponderosità, in queste novel che, sì, di formazione si potrebbero definire. E se nel caso del primo, “Chesil Beach”, davvero si può parlare di formazione alla vita dei due innamorati confusi (siamo nel 1962 e la storia coglie Edward e Florence, storico appena laureato il primo, violinista di forte carattere e splendente futuro, ma ancora non lo sa, la seconda, durante la cena intima che conclude la giornata del loro matrimonio nello splendido ma decadente hotel vittoriano sulla spiaggia, appunto, di Chesil), nel caso del secondo, “Everyman” di Roth (non casualmente debitore del titolo ad una morality play inglese del tardo XV secolo) si può tranquillamente parlare di formazione alla morte.

Vita&Morte, dunque. E se non si può negare che in “Chesil Beach” ci sia, costante, un afflato forte e persistente alla vita (siamo nel 1962, ricordiamo, e la rivoluzione giovanile del ‘67/’68 pur ancora lontana ed inimmaginabile inizia comunque ad insinuarsi nei pensieri dei giovani d’allora, “… i conservatori ottusi, ancora impegnati a combattere l’ultima guerra, ancora pieni di nostalgia per la disciplina e le privazioni belliche, avevano fatto il loro tempo. La sensazione di Edward e Florence che un bel giorno non molto lontano il paese sarebbe cambiato in meglio, che nuove energie come vapore compresso premessero per venire a galla, si mescolava all’euforia della loro avventura d’amore. Gli anni ‘60 erano il decennio del loro ingresso nella vita adulta, perciò sentivano di appartenervi. I fumatori del piano di sotto, avvolti nei loro golf dai bottoni argentati, con in mano un doppio Caol Ila al malto, in mente i ricordi di campagne in NordAfrica e Normandia e sulle labbra calcolati residui di gergo militare, non potevano avanzare diritti sul futuro. Tempo scaduto, signori, prego! …”), altrettanto sarebbe impossibile non vedere come la morte sia presenza costante e ineluttabile del Joe Doe (così viene definito nel crudo gergo poliziesco statunitense lo sconosciuto vittima di crimine violento e di cui si ignora la vera identità) di Roth. Il romanzo, infatti, si apre con il funerale del protagonista, ed è pervaso da continui incontri con la morte: dal primo, sconvolgente, sulle spiagge idilliache delle sue estati di bambino, a quando, operato per un’ernia, vede, o meglio intuisce, morire il bambino ricoverato accanto a lui (“… voltandosi a guardare l’altro letto, vide che avevano tolto le lenzuola. Nulla avrebbe potuto illustrargli l’accaduto meglio della vista della fodera spoglia di quel materasso e dei cuscini senza federa accatastati in mezzo al letto vuoto …”); o quando ancora, ormai vecchio e straziato dall’osservazione del deterioramento patito dai suoi coetanei e dei suoi stessi tormenti fisici, vede scomparire prima Millicent, una sua allieva di adesso quando, ritiratosi in un esclusivo rifugio per anziani sulle spiagge della sua fanciullezza, si è inventato istruttore di disegno ( “… dieci giorni dopo Millicent si uccise con un’overdose di sonniferi …”) e poi i suoi vecchi colleghi dei tempi da pubblicitario di successo presso un’agenzia newyorkese (“…  il primo, Brad Kerr, era stato ricoverato all’ospedale per una depressione con tendenza al suicidio; il secondo Ezra Pollock a settant’anni aveva un cancro terminale; il terzo, aveva sofferto per anni di disturbi cardiaci e degli effetti di un colpo e lui rimase a bocca aperta davanti al suo ritratto nella pagina necrologi del Times: Clarence Spraco, innovatore della pubblicità, muore a 84 anni …”).

Però, esulando dal dichiarato, nel profondo dell’opera, lasciandosi trasportare dalle sensazioni della lettura, quello che emerge è una completa trasposizione, un’inversione, praticamente, di quanto appena detto. Quasi la morte, mai menzionata nel racconto delle disavventure dei due improvvisati innamorati di McEwan, aleggiasse con le sue ali nere, con la sua spettrale incombenza, sulle vite incompiute e immature di Edward e Florence. Mentre, dall’altra parte, è come se la vita, così messa in sordina da tutta la morte presente e presentata nel romanzo di Roth, volesse riprendere il suo ruolo, quasi a urlare “… non poteva andare via. La tenerezza che sentiva era incontrollabile. Come il desiderio irresistibile che fossero tutti ancora vivi. E che tutto potesse ricominciare da capo …”.

Vita&Morte, allora, magari intrecciate, ma sempre Vita&Morte. Ma anche Eros&Thanatos, a ben vedere.

È singolare, infatti, come i grandi scrittori, raggiunta la soglia della età matura (ben più che matura) arrivino tutti a dilungarsi, scoprendosi eccezionalmente prodighi di particolari pruriginosi e alquanto voyeur, su esperienze erotiche, ma più, su scene esplicitamente pornografiche, a volte, il più delle volte, del tutto astruse al divenire del plot narrativo, ma che tanta più significanza acquisiscono nel momento in cui, quasi fosse un deterrente l’ironia auto compiaciuta con cui il protagonista senza nome di Roth si autodefinisce ex serial husband, si parli di morte.

“Spigolare”, “spigler” in dialetto bolognese, e’ un verbo arcaico in disuso; un tempo molto conosciuto. Senza scomodare la Bibbia, secondo la quale Dio ordino’ ai proprietari dei campi di lasciare sempre qualcosa da “spigolare” agli indigenti o la  risorgimentale poesia del patriota Luigi Mercantini, “La spigolatrice di Sapri”, dove una giovane raccoglitrice di spighe viene chiamata addirittura a rappresentare la comunità nazionale che assiste dolente all’eroico sacrificio dei “trecento giovani e forti” di Carlo Pisacane, possiamo trovarne diretta testimonianza nei ricordi e nei racconti dei genitori più anziani o dei nonni. La pratica della spigolatura e’ infatti cessata all’inizio degli anni 60 del secolo scorso con l’introduzione della meccanizzazione agricola e il boom economico. Fino a quel periodo era normale vedere in campagna dopo la mietitura del grano, la vendemmia dell’uva o la raccolta della frutta e delle olive, drappelli di donne, bambini ed anziani “spigolare” le piccole quantità di prodotto rimaste sui campi o sulle piante. E, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, non era affatto considerata una “questua” invadente o  un’appropriazione indebita di prodotti altrui. La “spigolatura” era parte delle regole del gioco: gli agricoltori non la consideravano una sottrazione perché il recupero di quei residui di produzione avrebbe comportato costi e diseconomie per loro insostenibili; le autorità la guardavano di buon occhio perché consentiva ai più poveri di provvedere da soli al miglioramento dell magra dieta alimentare, infine, la società benpensante applaudiva al meccanismo solidale che consentiva di non sprecare sui campi una sola spiga, castagna, oliva o grappolo d’uva che fosse. Insomma un “last minute market” d’antan. Con la differenza che oggi si recupera a favore degli indigenti il cibo altrimenti destinato a diventare rifiuto perché alcune, poche, grandi catene distributive e industrie alimentari hanno deciso di darsi giustamente un codice etico di responsabilità sociale, mentre il resto della società continua egoisticamente a sprecare e ad ignorare i poveri. All’epoca della “spigolatura” le classi dominanti affamavano le popolazioni ma nelle comunità agiva un codice non scritto di piccola ma concreta vicinanza ai bisognosi.

Inizia sabato 24 la XXXI^ edizione de “Il Cinema Ritrovato”  la rassegna ormai appuntamento fisso dei cinefili in all the world che, “… sullo schermo del cinema più bello del mondo …” (Piazza Maggiore) sera dopo sera presenterà nuovi restauri e nuove esperienze di film indimenticabili. Ci saranno, ad esempio, la più trascinante sinfonia visiva sull’idea di rivoluzione, “La corazzata Potëmkin” di Sergej Ejzenštein accompagnata dalle musiche di Edmund Meisel eseguite dalla Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna diretta da Helmut Imig e preceduta dal prologo de “La Rue” di Abel Gange; e poi “The Patsy” di King Vidor una strepitosa commedia del muto americano con le musiche di Maud Nelissen eseguite da The Sprockets; ancora, “Steamboat Bill” del genio impassibile Buster Keaton con la partitura composta e diretta da Timothy Brock ed eseguita dall’orchestra del Teatro Comunale di Bologna; ed ancora “L’Atalante” di Jean Vigo forse la più toccante testimonianza sull’eterna giovinezza dell’amour fou, il memorabile documentario sulla summer of love “Monterrey Pop” di Pennebaker, lo struggente omaggio a Chet Baker di Bruce Weber “Let’s Get Lost” e l’ultimo capolavoro di Agnes Varda, “Visages Villages”, realizzato con il giovane artista JR.

Ci sarà, soprattutto, venerdì 23, la sera prima dell’inaugurazione quindi, quasi una sorta di ideale anteprima, “Il laureato” di Mike Nichols, che , tratto da un romanzo omonimo di qualche anno prima, uscì nelle sale cinematografiche esattamente cinquanta anni fa, diventando ben presto l’inno generazionale assoluto, in un periodo in cui la contestazione giovanile, espandendosi dai campus universitari dove era esplosa, iniziò a nuotare nel mare aperto della vita e del PeaceAndLove non accontentandosi più della piscina di Benjamin.

In Italia, causa una distribuzione complicata che lo fece vietare ai minori, “Il laureato” arrivò qualche anno dopo. Nel periodo felice che va dal 1974 al 1977 (parlo, ovvio, di tutti quelli che, ignari e spensierati, condividevano tempi luoghi amori piaceri interessi) la vita era scandita dai cinema. Decine di sale, decine di matinée, centinaia di film visti e rivisti e rivisti ancora. I cinema avevano nomi mitici, che risuonano ancora nella memoria (Admiral, Adriano, Alfa, Apollo, Embassy, Imperiale, Giardino, Metropolitan, Minerva, Nosadella, Olimpia, Rialto, Royal, Splendor: cito solo quelli scomparsi o che hanno, nel tempo,cambiato faticosamente essenza; al loro posto adesso ci sono negozi di scarpe, self-service, residence, supermercati, mercatini di parrocchia, mentre altri, invece, giacciono abbandonati, chiusi per sempre, senza nessuna idea, speranza, possibilità per il futuro).

Ognuno di quei cinema aveva le sue serate a tema, i cicli in cui potevi vedere tutto, ma davvero tutto, quello che era stato girato su quell’argomento, quel periodo, o filmato da quell’autore o interpretato da quell’attore.

Trovarsi al cinema, dopo una puntata al Sole (che allora alle 20 chiudeva, almeno per noi non notai, avvocati, professoroni di rango) e prima di finire la serata (la nottata) al Moretto o alla Fatica o in Broccaindosso o in Fondazza o in Mascarella, era la socialità, diffusa, di allora.

Succedeva spesso di incontrarsi, perfetti sconosciuti (ma poi bastava poco per diventare amici) a vedere, e rivedere, gli stessi film; sorta di gioiosa, ed inconsapevole, compagnia di giro che condivideva gli stessi gusti, la stessa contagiosa gioia di tirar tardi. Un po’ quello che succedeva già per “The rocky horror” e che sarebbe successo in seguito per “Frankenstein junior”: ci si ritrovava, al calar delle luci in sala, immersi in un mondo magico, un mondo di cui conoscevi già prima che si disvelasse, ciò che sarebbe successo ed era bello condividere e rimandarsi l’un l’altro le battute che si conoscevano così bene, che tanto si amavano, si detestavano, si piangevano.

Tra tutti, il film che non potevo assolutamente perdere, 27 volte spettatore pagante, era, appunto, “Il laureato” di Mike Nichols con Dustin Hoffman, Ann Bancroft e Katharine Ross. Il merito, grande, del regista fu quello di intuire che quel romanzo, scritto nel ’63 da Charles Webb un giovane ribelle ante litteram, (figlio di un facoltoso medico californiano aveva rinunciato all’eredità paterna per poter inseguir virtute e conoscenza) che aveva ceduto i diritti presenti e futuri della sua opera e di tutte quelle che ne sarebbero potute derivare per soli 20.000 dollari (vabbé, 20.000 dollari d’allora, ma pur sempre solo 20.000 dollari) e che nessuno prendeva sul serio, sarebbe assurto a  grande letteratura solo diventando cinema. Perché non c’è prosa paragonabile al viso di Anne Bancroft nell’età in cui comincia la sua perfezione ed alla calza che, già dalla locandina, avvolgeva Benjamin, il ragazzo di buona e ricca famiglia, imprigionandolo nel gioco dell’infelicità del piacere (e che differenza, di classe, di sexappeal, di rapacità tra la pelliccetta di coguaro di Mrs.Robinson e il sushi spalmato sulle forme sfatte della Samantha Jones di “Sex and the city”) e perché non c’è competizione possibile tra una prosa tutta dialoghi e l’immagine di quella donna infelice perché ben maritata, bellissima perché di mezza età, amara e alcolizzata, disillusa e perversa, composta e lucida e, soprattutto, non ancora salvata dalle femministe e perché, poi, c’è la grande invenzione del duetto rosso, l’ossodiseppia che corre quasi sospeso sul ponte, il duetto che divenne IL simbolo della libertà, dell’America che abbiamo solo intravisto in quell’infausto anno, il 1963, in cui il 28 agosto Martin Luther King urlava il suo I have a Dream al Lincoln Memorial e tre mesi dopo, il 22 novembre, John Fitzgerald Kennedy, il Presidente della Frontiera, del Sogno, veniva assassinato a Dallas, e che ancora stiamo cercando (they’ve all come to look for America). Ed infine, non c’è, non ci può essere competizione con l’immagine di Dustin Hoffman/Benjamin abbandonato sul sedile dell’autobus con accanto la sua bellissima e libera e coraggiosa Katharine Ross/Elaine mentre la corriera li porta via, sulle note struggenti di Simon & Garfunkel, lungo le strade d’America.

Cominciamo col dire che chi ama Bologna o anche solo sporadicamente si è interessato alla sua storia passata e recente, in questa mostra troverà immagini che ha già incontrato.

Sono le foto di una città raccontata da coloro che l’hanno guardata attraverso l’obiettivo, utilizzando tecniche via via più evolute, dalle lastre di Pietro Poppi alla velocità e rapida obsolescenza delle immagini di Instagram.

Materiali importanti, frammenti di un percorso che disposto lungo la linea del tempo permette di vedere, oltre all’evoluzione tecnica del mezzo – sottolineata dalla presenza di una serie di macchine fotografiche che dalle prime “campagnole” ottocentesche in legno porta fino alle moderne digitali – anche l’evoluzione urbanistica della città e soprattutto quella sociale, antropologica.

Possiamo stupirci nel vedere piazza Maggiore invasa dalle bancarelle del mercato alla fine dell’Ottocento, cercare di capire com’erano le ore passate in un rifugio durante la seconda guerra mondiale vedendo le foto dei cunicoli angusti e dei letti accatastati, sorridere nell’osservare la foto del sindaco Dozza a cavalcioni di un muretto mentre segue un evento sportivo, il tutto raccontato da fotografi illustri che per i bolognesi non sono solo un nome: Enrico pasquali, Antonio Masotti, Aldo e Paolo Ferrari, Walter Breveglieri, Enrico Scuro, Nino Migliori….

Potremmo proseguire ma ci fermiamo qui perché se sulla qualità delle foto esposte (o per meglio dire delle riproduzioni delle foto esposte perché gli originali sono conservati in Cineteca) non ci sono dubbi, mentre molte perplessità e qualche critica va riservata al luogo e all’allestimento.

E’ importante recuperare all’uso cittadino lo spazio altrimenti chiuso del sottopasso di via Rizzoli ma andrebbe fatto rispettando le elementari regole di un qualsiasi allestimento che deve garantire una fruizione facile dei contenuti e, potendo, anche guidare le emozioni del visitatore, arrivando a centrare un obiettivo che ci si era posti. Ogni mostra, così come ogni progetto, ha bisogno di un concept , una suggestione emozionale sulla quale costruire tutto il resto. Mi sembra che in questo caso sia clamorosamente assente.

Innanzitutto il luogo: essendo un sottopasso per sua natura è buio e su questo poco si può fare ma foderarne le pareti di colore scuro è una prima scelta che, a mio avviso, sarebbe da evitare. Anche l’apparato d’illuminazione (fili a vista, lampade spente) non brilla per qualità e per originalità, limitandosi a fornire luce sufficiente a non inciampare e a vedere quanto è esposto ma che non guida l’occhio sulle immagini in maniera appropriata e senza creare un clima emotivo. Spenderei una parola anche sulle colonnette spargi profumo (?!) collocate nelle sale, forse necessarie per cercare di annientare l’odore di salnitro e di chiuso (per non dire di peggio) che si annida nei meandri del sottopasso. Inutile dire che invece di coprire l’odore, vi si mischia, creando un insieme sottilmente nauseabondo. Altro elemento che ha qualcosa d’inquietante: nel tentativo di creare un’atmosfera evocativa è stata predisposta una “colonna sonora”, inserendo in alcuni punti degli effetti speciali imbarazzanti: il calpestio dei cavalli nel percorso delle foto dell’Ottocento, il sordo rombo dei bombardieri nella sezione sulla Seconda Guerra e nella parte riservata ad Antonio Masotti e alle sue “bolognesi” il ticchettio dei tacchi, qualche piccola risata e alcune canzoni in voga in quegli anni (le foto furono scattate tra 1958 e 1960) con risultato quasi ridicolo. Le foto stesse della sezione scorrono lungo le pareti in dissolvenza, occupando entrambi i lati dello stretto corridoio con il risultato di rendere difficile vederle alla giusta distanza e anche con quel po’ di necessaria concentrazione che sempre serve in queste occasioni.

Bologna Fotografata. Tre secoli di storia

sottopasso di via Rizzoli – 9 giugno / 30 settembre 2017

Così verso la metà degli anni ’90, scolpì Sasha Danilovic in uno di quegli aforismi che caratterizzavano i suoi momenti di trance dialettica che lo faceva così tanto amare a noi suoi tifosi ed altrettanto fortemente lo faceva odiare ai tifosi della tante squadre che, lui da solo, grazie allo strabordante ego ingombrante e magnetico, devastava con quel suo gioco semplice, poco appariscente, poco atletico ma straordinariamente efficace ed impossibile da marcare, rispondeva all’incauto cronista che probabilmente chiedeva cosa pensasse di quell’ennesimo trionfo: “… alla fine vince Virtus …”.

Lo so, può sembrare irrispettoso (per quella Virtus ma anche per questa) tirare in ballo la squadra dei trionfi, delle Champions, la squadra che sarebbe arrivata facile ai playoff NBA. Però, nel suo piccolo, anche questa Virtus operaia che ha trionfato a Trieste (un parquet dove nessuno vinceva da 22 partite, e non traggano in inganno i soli 6 punti di distacco, la partita è stata, se non dominata, comandata per almeno 38 minuti su 40), tornando in Lega1 solo 13 mesi dopo la vergognosa retrocessione dell’anno scorso, va celebrata. Va celebrata per l’impresa, certo, un’impresa che forse non sarebbe stata possibile senza l’intervento in corso d’0pera, corposo e vistoso, della nuova governance Segafredo, ma anche e soprattutto per il carattere, il cuore, la rabbia agonistica, la voglia e, perché no, anche per la tecnica che i meravigliosi protagonisti hanno dimostrato durante tutta l’annata sportiva che semplice, si badi bene, non è mai stata.

E ricordiamoli, allora, i protagonisti che fecero l’impresa. A cominciare, noblesse oblige, dal presidente Alberto Bucci, un uomo, un nome, che ha un suo personalissimo posto nel pantheon delle divinità cestistiche cittadine. Per continuare con il coach Alessandro Ramagli, contestato ingiustamente, ma ci sta quando la tensione, ed i sogni, cominciano a volare alti, quando l’ombra del fallimento con Verona di due anni fa si è fatto ombra pesante su una stagione fino a quel punto trionfante e lui ha risposto con il rigore, il lavoro, il metterci la faccia. Della governance, il patron in pectore Massimo Zanetti, e il suo delfino Luca Baraldi, abbiamo detto e forse, forse, la stagione non avrebbe avuto questo esito senza la sua forza economica, il suo spirito, il suo non accettare di non primeggiare. I giocatori adesso, i veri, gli unici, magnifici, protagonisti di quella che resterà un’impresa scolpita nel cuore e nelle menti al pari dei tanti altri trionfi passati (vabbè, lo scudetto con il tiro da 4, le due champions, quelli sono, e resteranno, ricordi altri, ma insomma …).

E cominciamo con i due mori, Michael Umeh e Kenny Lawson: con buona pace dei tanti milordini che a inizio anno storcevano un po’ il naso per la mancanza di pedigree dei due, a mio avviso, e senza dubbio, il miglior centro del campionato (Lawson) e la guardia che ha sempre saputo adeguare il proprio gioco alle esigenze del momento (Umeh); si riuscisse a tenerli…

Quelli che spesso e volentieri ho chiamato i veterani: Guido Rosselli, Klaudio Ndoja e Stefano Gentile: rispettivamente, un concentrato di classe, umiltà e forza d’animo forse inaspettate ma riconosciute da chiunque, compagni ed avversari; la grinta allo stato puro (e a volte impuro) una presenza costante, il terminale senza paura cui affidarsi nei momenti del bisogno; l’intelligenza maturata in tanti anni di splendente gregariato in team di alto, e a volte altissimo, livello condite da quella sagacia tattica e furbizia agonistica degne del blasone che il nome comporta.

I giovani che non ti aspetti: Marco Spissu e Gabriele Spizzichini: vorrei che ci fosse uno, uno solo, che si alzasse dicendo io lo sapevo che Spissu avrebbe potuto essere quel regista che si è dimostrato. Bravino, Sassari lo aveva rivoluto a campionato iniziato l’anno passato, ma l’annata deludente lo aveva ben presto rirelegato al ruolo di comprimario assoluto. Però Ramagli, e Bucci, hanno avuto buon fiuto a puntare su questo ragazzo che, all’arrivo di Gentile (stesso ruolo ma quanta esperienza in più) non si è disunito, anzi è riuscito a migliorare statistiche e, cosa ben più importante, leadership ed impatto; e mi piacerebbe altrettanto che un altro qualcuno dicesse che sì, su Spizzichini avrebbe scommesso: bravo, e bello da vedere, lo è, ma giovane, disabituato a livelli di questo tenore. Ed invece, con il passare delle partite, affidabilissimo sesto/settimo uomo, miglior difensore, una non banale propensione ad attaccare il ferro e buone, tutto sommato, percentuali.

I comprimari: mi perdonino il termine, ma i due veteranissimi Andrea Michelori e Davide Bruttini questo sarebbero dovuti essere; ed invece, minuti, presenza, impatto, voglia di sbucciarsi le ginocchia: chapeau.

I giovani giovani: quelli che, in momenti bui e difficili, quando sono mancati per i motivi più vari Ndoja, Bruttini, Gentile e Lawson, hanno fatto il loro, ma un loro molto più importante, per la squadra, di quello che sarebbe stato in momenti normali: e quindi un bravi grande così a Lorenzo Penna, Tommaso Oxilia, Alessandro Pajola, Danilo Petrovic.

Celebrati i vincitori, non rimane che godere questi momenti. Da domani (o più probabilmente già da oggi) c’è chi sta lavorando per la Virtus del futuro. Non resta che aspettare. Ricordando che, comunque, come diceva lui, “… alla fine, vince Virtus …”.

Un racconto fatto di immagini, una narrazione che vada oltre ai numeri, alle parole, che parli di cosa si percepisce ogni giorno nelle strade, nei luoghi che si frequentano, nel nostro quotidiano.
Questo l’obiettivo del progetto “Integr–Azione”, un laboratorio fotografico per raccontare l’integrazione dei migranti a Bologna, a cui ho partecipato.

Sono stati previsti quattro gruppi di partecipanti: operatori dell’accoglienza, richiedenti asilo, cittadini critici verso il sistema dell’accoglienza e cittadini favorevoli; io ho preso parte a quest’ultimo gruppo, il più numeroso (un dato interessante per future riflessioni).

Da aprile a giugno abbiamo scattato fotografie che rappresentassero la nostra idea di integrazione da 3 punti di vista: positivo, negativo, propositivo. Ad ogni incontro settimanale, sotto la guida di fotografi professionisti, ci siamo confrontati e scelto le immagini che avrebbero formato la nostra storia; scelta che ha sempre privilegiato ciò che lo scatto trasmetteva rispetto ad una perfetta messa a fuoco, ad una giusta esposizione (e scelta spesso sofferta per le tante foto da eliminare ogni volta)

I complessivi 40 scatti (10 per ognuno dei 4 gruppi) saranno presentati alla città in una mostra fotografica che domani, 20 giugno, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, sarà inaugurata presso il Cortile d’Onore di Palazzo d’Accursio alle ore 17.

Venite a vederla; è vero, non troverete scatti da professionisti, ma magari qualche spunto di riflessione.
La mostra rimarrà visitabile fino al 30 giugno.

11 settembre 2015, arrivano i 30 anni. Saranno uno spasso questi 30 anni – mi dicevo – un nuovo amore, finalmente un lavoro serio (sì ok, è part time, ma intanto), un gruppo di amici a cui affidarsi tutte quelle volte che l’amore ci abbraccia di dubbi, una specie di famiglia a molti chilometri di distanza ma perbacco, si è famiglia lo stesso. Festeggio, perbacco se festeggio.
Lista degli invitati: a quante persone voglio bene, ma bene bene bene? Lui sì per forza, lei beh sì lei è adorabile, lui c’è stato quella volta che, lei c’è stata quell’altra volta che. E lui? Ah lui sì, è il capolista. E lei? Eh, lei è la fidanzata di lui, che ci posso fare? E poi quelli del mio primo lavoro, e poi gli amici di sempre, e poi e poi e poi, siamo in 50. Vanno bene 50? Beh sì, se hai una porchetta utile a sfamare 50 persone direi che ci siamo. E il vino? È settembre, ci serve il vino. E allora l’amico pugliese sale in trasferta e porta 15 litri di vino da 14 gradi e il rosso della terra di Puglia ancora addosso. Basteranno? Ce li faremo bastare.

Evento su Facebook – e dove se no, compio 30 anni, sono una nativa digitale – organizzazione Filini. Da Bolzano a Castellana Grotte, da Milano a Modena, c’erano quasi tutti. Ho 30 anni, gli zii – mai invitati – rivendicano a gran voce il mio matrimonio, e 50 persone tra sposati e signorini che alle 20 di un venerdì sera sono in un parchetto bolognese con un panino e un bicchiere di vino. Siamo troppi? Perbacco no, l’affetto non è mai abbastanza.

Il giorno dopo di un venerdì da consacrare, ho guardato tutti i regali che nella boria della festa mi erano sfuggiti all’occhio. Un pacco di carta di giornale, lo scotch ramificato un po’ alla buona, un post-it con l’augurio e la firma. Un libro della Mazzantini. No, vi prego, la Mazzantini proprio no. Dobbiamo veramente star qui a perdere tempo con una che dà da vivere al marito? Ci ho provato anni fa con la Mazzantini ma no no, non è cosa mia. E allora perchè? Boh, sfoglio. E sfogliando l’occhio mi cade su questa frase qui: “c’è la mia vita fino a trent’anni. La guardo. Guardo quello che mi aspettavo ogni volta. Sono stata sola, ostaggio della mia volontà, mai all’altezza di niente, alla fine. Ballo nel buio. Sono malata d’incompletezza, di illusioni”.

Badabam! No allora, va bene tutto eh, va bene la nostalgia, va bene sentirsi impreparati ad accogliere ma davvero volete dirmi che i miei primi 30 anni di vita non mi hanno adeguatamente preparata alla felicità? Volete davvero dirmi che il mio primo trentennio di vita non è riuscito a impormi le giuste linee direttrici che al compimento dei 30 mi avrebbero portata al successo? Mica tanto – dico io – un lavoro, una persona che mi ami, un gruppo di amici a cui bussare, una famiglia che nonostante le assenze continua ad essere la prima istituzione che riconosciamo. Cosette, qualcosa per cui valga la pena vivere. No signori miei, non ci siamo. Cos’è questa tristezza? Cosa sta succedendo il mio primo giorno da trentenne? Ho davvero un carico di incompletezza così forte da non riuscire a rendere reale quel lavoro, quell’amore, quegli amici, quella famiglia?

Precari, ci chiamano precari. Oddio, a dirla tutta da qualche anno hanno cambiato registro. Ci hanno detto di tutto.
“Neet” che, per chi non lo sapesse, significa “not enganged in education, employment or training”, terribile insomma.
Ci hanno chiamati “Parasite single” o, come diceva l’ex Ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, “i bamboccioni” – e che tenero è stato.
Oppure ancora “Basement dweller” che, ohibò, suona quasi bene e invece fa schifo perché racconta di trentenni che passano il loro tempo nella casa genitoriale tra internet e poco altro.
Ora, il concetto è sempre pressochè lo stesso. La tristezza. Ci definiscono tristi e in crisi eppure reagiamo, viviamo o ancora meglio, sopravviviamo. Ci innamoriamo dell’idea assoluta dell’amore eterno, e spesso anche dell’uomo o della donna che ci capita di incontrare, a volte va bene, spesso va male. Lui o lei vanno via, perché non c’è una logica nei sentimenti e il volersi bene deve prevalere sul voler bene. “I’m mine” cantava Eddie Vedder nel 2002 e di quel bellissimo testo ci teniamo stretti quel “the ocean is full ’cause everyone’s crying/the full moon is looking for friends at high tide/the sorrow grows bigger when the sorrow’s denied/I only know my mind/I am mine”.

Però festeggiamo, nonostante tutto, con autoironia e profondissima dignità.

Ndr: il libro della Mazzantini è “Venuto al mondo”. Libro pazzesco, film parecchio meno pazzesco. Una bellissima storia in una Sarajevo bombardata e che mi ha fatto venir voglia di vivere altrimenti. Altrimenti da cosa? Eh, dal cuore. È chiaro, lo dice anche La Palice.

Ingredienti:

  • spaghetti di soya (la matassina della confezione e’ una porzione)
  • 1 scalogno/ 1 cipollotto
  • 1 carota
  • 1 zucchino
  • un po’ di cavolo capuccio affettato fine
  • germogli di soya freschi
  • gamberi 4/5 a porzione (se grandi si possono dividere a metà)
  • zenzero fresco
  • olio di sesamo
  • zenzero fresco
  • salsa di soya
  • 1 uovo

Procedimento:

Pulire e tagliare tutte le verdure a filange’ sottili, nel wok mettere a scaldare l’olio di sesamo (in mancanza di questo, tostare nell’olio ler alcuni minuti dei semi di sesamo poi toglierli)

Unire le verdure e saltare pochi minuti a fuoco vivo, aggiungere i gamberi (dopo averli puliti bene) un po’ di sale e pepe, grattugiare la radice fresca di zenzero un po’ di salsa di soya, i germogli freschi e alla fine l’uovo strapazzato a parte e se volete un po’ di peperoncino piccante a piacere.

Per cuocere gli spaghetti portare ad ebollizione l’acqua, unire il sale un po’ di salsa di soya, mettere gli spaghetti e spegnere il fuoco, coprire con il coperchio e lasciare tutto fermo per 5 minuti.

Scolare e saltare a fuoco vivo con tutte le verdure. Correggere di sapore se serve e farli diventare un po’ croccanti.

Sono ottimi serviti con il thé verde SENCHA giapponese  caldo.

Al posto dei gamberi, potete variare con bocconcini di pollo, straccetti di maiale o piccoli calamaretti oppure solo con verdure!!! Sono squisiti e leggeri!!!!

BUONO SPAGHETTO DA G&G

Due a zero e continuare. Detto così, sembrerebbe tutto facile e bello. Bello, sì, lo è stato (le partite) e lo è (la speranza);  facile, quello proprio no. Perché Trieste, pur soffrendo, pur dimostrando di essere inferiore, pur ritrovandosi in mutande al ballo del re, una squadra facile da incontrare (e battere) davvero non lo è.

Per dire; all’intervallo dopo il 1° quarto di gara 1 di finale tra Virtus e Trieste, agli amici attorno a me che si guardavano un po’ basiti  maledicendo che loro la mettessero sempre, ho risposto che non avrebbero potuto continuare così. Non perché io sia un divinatore, semplicemente perché un giocatore da solo, per quanto bravo, per quanto grande, per quanto fenomeno sia, non può vincere contro una squadra; soprattutto non può vincere una serie (LeBron contro i Warriors può servire da esempio, recente e lampante, ma anche il magnifico, ma solo, Green di gara 2 lo è altrettanto).  Poi, vero, se sei Sasha ti inventi il cesto da 4 e nel supplementare metti l’80% dei punti della tua squadra e vinci lo scudetto; ma anche allora, in quella partita benedetta e maledetta nella stessa misura, fin lì, fino al tiro che resterà per sempre nella leggenda, ti ci aveva portato la squadra. Se poi, come nel caso di Virtus/Trieste i fenomeni che non sbagliano mai sono Bravin e Baldasso …

Questo per dire che, una volta sfumati i refusi di entusiasmo e di adrenalina, quella che è rimasta, in entrambe le partite giocate al PiccoloMadison, è stata la squadra più squadra, quella che sa giocare insieme in una sorta di uno per tutti, tutti per uno da libro Cuore dei canestri e se poi quell’uno si chiama Umeh e segna 29 e 23 punti, oltre a mettere in campo una difesa asfissiante, mostrare un’intelligenza tattica fuori dal comune, oltre a saper caricare i compagni ed il pubblico, oltre a preservarsi dai falli e caricarne esponenzialmente gli avversari, rimane poco da dire. Poco da dire di una squadra, quella giuliana, che comunque non muore mai (il buon spirito carnico non tradisce), ha nel cuore il suo pregio maggiore e presenta almeno uno dei due mori (il già citato Javonte Green) in una forma smagliante. Certo giocare contro questi Lawson e Spizzichini, Rosselli e Spissu, Gentile e Bruttini fa dimenticare in fretta la serataccia confusa e nervosa di Ndoja in gara 2, altra partita comandata, segnata in lungo e in largo, sotto gli occhi adoranti di 5/6mila tifosi in festa, anche per la presenza del mito che molti non hanno nemmeno visto allenare, il CT, ancora per poco, Ettore Messina, il guru delle squadre che furono, il guru delle 2 Champions (o come volete chiamarle) dei 3 scudetti, delle 4 Coppe Italia (quella vera, quella che si gioca al piano di sopra).

Adesso si andrà a Trieste, il campo che più ha giustificato il termine fattore/campo con le sue 22 partite giocate dalla squadra di casa senza conoscere sconfitta. Finora, il confronto tra l’attacco e la difesa migliori della Lega ha visto prevalere, e di netto, l’attacco bianco/nero. Certo ci si aspetta che al PalaRubini le cose saranno differenti: la carica ambientale di chi non ha mai visto perdere la propria squadra (in casa, tranne una prima, lontanissima nel tempo e nei ricordi volta contro Treviso), l’orgoglio di un team che, comunque vada, ha già raggiunto un suo invidiabile primato, il cuore di chi non vorrà deludere i 6mila che si prevedono assiepati a urlare e incitare e tifare.

Però questa Virtus, questa Virtus vista fin qui, motivi per sognare ne ha.

Infine, una spiegazione sui 40 minuti del titolo. Che vogliono semplicemente significare come alla Virtus manchi una sola partita (40 minuti, appunto) per poter coronare il sogno promozione; per dire, a Trieste ne mancano 120, di minuti (tre partite). Questo chiarimento per spiegare che non si intendeva minimamente minimizzare l’impegno, difficilissimo ma stimolante, che attende la Vnera a Trieste.

Un elemento prezioso che collabora alla buona riuscita di una mostra è sicuramente il trasportatore di opere d’arte. Trasportare un’opera d’arte è un compito delicato che prevede una competenza specifica. Come potete immaginare le opere vanno imballate con cura certosina, avvolte in fogli di plastica pieni di bollicine d’aria che poi vi divertirete a far scoppiare tra le dita e quando necessario in una o due casse rivestite internamente di materiale che possa assorbire gli urti.

A me personalmente i trasportatori sono simpatici perché possiedono una rara qualità: qualunque sia la vostra richiesta (escluse le spedizioni su Marte ed altri pianeti meno conosciuti del sistema solare), risponderanno “non c’è problema”.

Che poi sia vero che non ci sono problemi oppure che sappiano risolverli tutti, non è detto, ma la frase, nel caos dell’organizzazione di un evento, è un balsamo, un’oasi di serenità, un momento di pace. Ovviamente è necessario assistere agli imballi, controllare che tutto venga realizzato secondo le norme di sicurezza e nel rispetto delle opere e questo consente di osservare con cura antropologica la categoria dei trasportatori di opere d’arte.

Questi possono essere omoni di mezza età grandi e grossi, dotati di pancia d’ordinanza e con dita come salsicce che non vi aspettereste mai che sappiano trattare con la delicatezza di una manicure ogni più piccolo oggetto. Incartano in punta di falangi, sollevano con cura, inseriscono le opere nelle casse o le estraggono con l’attenzione di un chirurgo che asporta un’appendicite. La variante è quella del giovanotto muscoloso e obbligatoriamente tatuato per il quale ogni lavoro è un’esperienza ginnica, una prova di valore personale e per il quale nulla, anche una statua di bronzo alta due metri, sembra essere pesante. Se vi capita di dire “Per questa cassa ci vorranno due uomini…” riceverete uno sguardo sdegnato come se aveste suggerito ad un gangster portoricano di dedicarsi alla danza classica. Con apparente semplicità solleverà il peso e vi guarderà come a dire “Visto?”.

Il tutto offre un valore aggiunto quando prestate voi l’opera che va recapitata in un altro museo e dovete seguirla per controllare lo spostamento: in genere il signore di mezza età, chiede “Viene in camion con noi?”. Che colpo di teatro entrare al museo in camion!

Quando il vecchio contadino emiliano voleva dimostrare all’ospite di “riguardo” amicizia o simpatia, la cosa più probabile che poteva accadere, era l’offerta e l’apertura di una bella bottiglia di Clinton o Clinto. Il gesto era accompagnato da espressioni ammiccanti e complici, perché, fin dal lontano 1931, la commercializzazione di questo vino in Italia era vietata, e il privilegio di berne qualche bicchiere doveva essere considerata una rarità e un onore, oltre che un piacere proibito.

In verità si trattava di un piacere assai modesto. Era un vino aspro, dall’aroma selvatico (foxy), di colore rosso intenso che lasciava macchie ovunque, profumatissimo, di bassissima gradazione alcolica, tra i 6 e gli 8 gradi in volume, e quindi poco conservabile, mai oltre la primavera successiva alla vendemmia. Tuttavia piaceva o aveva tanti estimatori. Il motivo? Forse il gusto forte e selvatico, l’origine americana (Clinton e’ una città dello Stato dello Iowa da cui provengono le prime barbatelle), il fascino del fuorilegge o forse le tre cose insieme . Ma perché il Clinton-Clinto era, ed e’ tuttora, fuorilegge? La ragione formale e’ che si tratta di una vite “selvatica” americana, estranea alla “vinifera”, la vite europea, che sola, per legge, può produrre vino dalla fermentazione del succo dei grappoli.

Quella sostanziale e’ la scarsa qualità del Clinton e il timore che in ragione della sua superiore capacità di resistere alle malattie della vite possa sostituire i meno resistenti vitigni di tradizione italiana ed europea, con gravissimo danno per l’enologia di qualità e per l’unicità dei territori del vino. Non trovano invece fondamento le leggende sui danni alla salute umana causati da supposti valori elevati di metanolo e tannino. Comunque, come molte altre cose di questo Paese, il Clinton pur essendo fuorilegge, e’ tra di noi. La legge ne consente infatti la coltivazione per il consumo familiare. Non si può acquistare ma, conoscendo qualche vecchio agricoltore custode della tradizione, possiamo sempre tentare di farcelo regalare!

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Il più grande e famoso barman italiano, Mauro Lotti (da cui ebbi l’onore di essere ringraziato durante una serata di degustazione/presentazione del gin Plymouth quando, in una platea di gallonati Aibes fui l’unico a riconoscere quale fosse, tra cinque possibilità, il gin a 47 gradi), lavorò a lungo al bar del GrandHotel di Roma contribuendo a farlo diventare, negli anni della DolceVita, il crocevia dell’internazionalismo elegante e lussuoso. Attori, capi di stato, artisti, intellettuali, politici: tutti passavano da Roma, tutti si fermavano al GrandHotel,  tutti bevevano le creazioni di Mauro Lotti. Non a caso parliamo di creazioni; fu lì, infatti, dietro il bancone del bar, durante quel momento della giornata che  lui definiva così “… il sole tramonta e comincia l’ora viola dei desideri …”, che inventò la sua creazione forse più glamourous e celeberrima, gli “Occhi di Soraya” dedicato, nomen omen, alla principessa ripudiata dello Scià di Persia Reza Pahlavi che si narra vorace bevitrice di vodka (il nome con cui tutti lo conoscono, questo cocktail predinner, è infatti VodkaImperiale).

Altri tempi, altri hotel, altre abitudini. Per non parlare delle grandi città internazionali, dove darsi appuntamento, trovarsi, incontrarsi nella hall dei grandi alberghi per poi recarsi nei bar degli stessi, era la prassi, un’abitudine ed una necessità di casta, di ruolo, di appartenenza (ricorderete gli appuntamenti tra Benjamin Braddock e Mrs.Robinson ne “Il laureato” che si tenevano, per l’appunto nel bar lussuoso, frequentato e perciò anonimo della città statunitense dove abitavano).

Anche in Italia, almeno nelle grandi città cosmopolite, Milano e Roma, Napoli e Torino in primis, negli anni ’60 era normale incontrarsi per l’aperitivo nei bar dei grandi alberghi. Poi, la consuetudine pian piano scomparve o quantomeno scemò. A Bologna, però, il ritrovarsi nei bar degli alberghi non è mai stata un’abitudine, quantomeno, non un’abitudine comune (c’erano le osterie, c’erano le birrerie aperte tutta notte, c’era il gran buffet della stazione). Nel corso degli anni, però, anche a Bologna si è provato ad aprire all’esterno quel luogo chiuso per definizione che è l’hotel ai non ospiti. Così, qualche tempo fa si poteva bere un ottimo Martini (agitato, non mixato, che altro) accompagnato da un impeccabile servizio allo StarHotelExcelsior proprio davanti alla stazione. Elegantissimo, ampi spazi, bel bancone con alti e comodi sgabelli, divanetti e poltroncine accoglienti e, appunto, un ottimo servizio. Il problema era che, per poterne godere, si sarebbe dovuti essere ospiti dell’albergo. Un paio di volte riuscì ad intrufolarmi grazie alla classica borsa da lavoro (ed alla prontezza, al momento della richiesta del numero della camera, che mi fece dire che avrei preferito pagare in contanti visto che non mi sarebbe stato possibile inserire in nota spese gli extra tipo il bar). Tutto andò bene finché,  alla terza o quarta visita, il concierge mi fermò sulla porta facendomi presente gentilmente come quella, naturalmente, sarebbe stata l’ultima volta che avrei potuto godere dei servizi dell’hotel.

Anni sono passati ed ora il bar dello StarHotel non è più quello, non è più nulla. Altri però si sono sostituiti ad esso (uno dei più belli, però piccolo, però interno) è quello dell’ex Baglioni (ora GrandHotelMajestic) in via Indipendenza. Visto però che siamo ormai in estate, come non consigliare la inaspettata terrazza dell’HotelSanDonato (catena BestWestern) in via Zamboni.

È proprio all’inizio, la bella facciata si affaccia sulla piazzetta della chiesa SanDonato e se si guarda in alto, sopra il torresotto che una volta era la porta di immissione al ghetto, si vedranno dei lampioncini e la punta di alcuni ombrelloni bianchi. Quella è la terrazza del secondo piano (ma ce n’è un’altra al quarto). Basterà entrare, dalle 18,30 alle 22, dichiarare alla reception di volersi recare a prendere un aperitivo al bar, salire con l’ascensore al secondo piano e si sarà arrivati. La location è strepitosa, incastrata com’è tra i tetti e le altane e le torri mozze di questa Bologna che, all’ora dell’aperitivo, si tingerà di rosso secondo un’antica tradizione. Qui si potrà ordinare il proprio aperitivo (lo confessiamo, si beve meglio, molto meglio altrove; però è davvero da apprezzare l’intenzione, la gentilezza e la possibilità di essere in un luogo unico) e scegliere, magari, di sorseggiarlo sulla terrazza al quarto piano, molto meno curata (si tratta in pratica di un enorme lastrico solare sul tetto più alto della costruzione) che però offre davvero una vista mozzafiato a 360° sul centro di Bologna e, per una spesa di 9 euro che comprende una delle bibite normalmente offerte in altri locali ai turisti ed abbondanti stuzzichini secchi, davvero non è possibile trovare una situazione più intrigante. E se una volta scesi dopo aver beato la vista ci si vorrà rifare anche la bocca, i locali dove bere bene nelle vicinanze non mancheranno (Santo Stefano e i nuovi Agricola&Vitale e CameraConVista è a un centinaio di passi).

 

 

“Avviso ai naviganti:  Prendo atto che è impossibile avere riunioni riservate con il gruppo dei consiglieri comunali del PD senza che l’esito di queste venga immediatamente divulgato alla stampa. Vorrà dire che da ora in avanti parteciperò a queste riunioni solo se saranno diramate in streaming… così almeno anticiperemo i tempi.”

Virginio Merola – 29 maggio 2017 21.26 – Facebook

Questo sfogo, se pur comprensibile, non dovrebbe essere pubblico. Amministrare una città come Bologna non è certo una passeggiata e necessita spalle forti e un gruppo dirigente che sappia intercettare i problemi e le opportunità traducendole nella propria azione di mandato… e fin qui siamo all’ABC. Personalmente do un giudizio positivo della giunta Merola, trovo che la città si sia mossa da quel torpore nel quale era avvolta fino ad una decina d’anni fa. Rimangono certamente tanti problemi sul campo ma non possiamo essere così ingenui da non capire che i cambiamenti più o meno radicali, come spesso viene chiesto, necessitano non di giorni, ma di anni.

È proprio qui che sta l’inghippo. La gestione e la comunicazione del quotidiano in relazione con la necessità di formare un gruppo dirigente responsabile che, al contrario dello streaming, sappia soprattutto non apparire e allo stesso tempo tenga a freno la sua voglia di visibilità mediatica. Certe attenzioni sono ancora più opportune in questi tempi dove, ahimè, la distanza tra il cittadino e le istituzioni non è mai stata così ampia. Questo messaggio del Sindaco, mette in luce alcune crepe nella selezione della classe dirigente da parte dei partiti.

L’impressione è che qualcuno sia stato selezionato più in funzione di quante puntate di House of Cards abbia visto nella sua vita, piuttosto che nel fatto di avere chiaro in testa cosa vuol dire far parte di un’istituzione, e quale responsabilità questo comporti nei confronti degli elettori e dei cittadini tutti. Leggendo i commenti sotto al post c’è chi richiama alla responsabilità politica e alla posizione che il Pd dovrebbe avere nei confronti dello streaming.  C’è un consigliere comunale, che a mio modo di vedere, in maniera maldestra (per usare un eufemismo) risponde al sindaco: “..Cmq mi dispiace Virginio, senza fiducia reciproca è difficile lavorare insieme..”, qualcun altro ricorda i problemi di incomunicabilità del comune con i cittadini. Ma il commento perfetto e che basterebbe a sintetizzare anche quest’articolo: ”Parlatevi magari” aggiungerei io a voce, e non tramite i social.

La mia proposta per alcuni di questi dirigenti politici, sarebbe cominciare con un bel corso di educazione civica e infine una spuzzata di buon senso, come se fosse uno Chanel n.5. Oppure come succede nel basket, quando un allenatore vede una cavolata enorme fatta da un suo giocatore in campo, richiamarlo, metterlo in panchina per un po’, e vedere se l’ha capita. Ma ahimè non è tutto cosi semplice.

Caro Sindaco, la prossima volta si sfoghi in una stanzetta chiusa o con una corsa all’aria aperta. Alla stessa maniera se proprio deve fare un cazziatone a qualcuno, non lo renda pubblico, svilisce il suo ruolo e da troppa importanza a chi forse un ruolo non lo trova. Facciamoci rincorrere come (quasi) sempre è stato nella tradizione amministrativa emiliana sui temi, lasciamo invocare lo streaming (per altro mezzo giurassico in termini di trasparenza) ai giustizieri da tastiera. Se ne faccia inoltre una ragione, qualche talpa (animale per altro simpatico) c’è sempre stata in politica, come nella vita ci sono gli amici pettegoli, le chiacchere da bar ecc… La prossima avventura amministrativa, basterà essere più attenti nella selezione dei gruppi dirigenti..

#Buon lavoro… e #occhioallatalpa.

“L’importante era che in finale ci fosse la Virtus, poi l’avversaria si prende quella che viene”, così l’allenatore virtussino Ramagli prima di scoprire che, asfaltata la Fortitudo nella 5^ e decisiva partita di semifinale, sarà proprio Trieste a contendere la finale alla sua Virtus in quella che ci si aspetta come una serie lunga, dura, combattuta (martedì 13 e giovedì 15 le prime due partite a Bologna; a seguire, lunedì 19 ed eventualmente mercoledì 21 a Trieste ed infine, fosse necessaria, venerdì 23 giugno a Bologna).

Per quello che conta, quest’anno la Virtus è in vantaggio sull’Alma per 2 a 1. Le squadre infatti si sono incontrate 2 volte in campionato ed entrambe le volte ha prevalso la squadra che ha giocato in casa (più risicata la vittoria di Trieste, ampiamente in controllo quella della Virtus) ed una volta in semifinale di CoppaItalia LNP, quando ha vinto Bologna approdando così a quella finale che avrebbe vinto contro Biella riaprendo in tal modo la bacheca dei trofei (un trofeo minore, per carità, ma come diceva quello, se giochi una finale, quale essa sia, meglio vincerla che perderla).

Naturalmente, i precedenti non servono minimamente a dare indicazioni attendibili per quello che verrà. Troppo diverse le squadre (entrambe hanno provveduto a rinforzarsi con due crac per la categoria, mettendo sotto contratto la Virtus Gentile e Trieste Cavaliero). Inoltre, adesso le partite contano davvero e il pallone a spicchi peserà sempre più.

Non è un caso, infatti, che Trieste si affidi ancora nella propria filosofia che divide equamente minuti e responsabilità su 11 giocatori, nei due fondamentali spot di play e centro, a due anziani mestieranti come Pecile e Cittadini, buoni comprimari in anni passati, ma che ora francamente non paiono competitivi, almeno non quando di fronte si troveranno due giocatori come Spissu e Lawson, tutti fosforo e talento. Il talento, appunto, è quello che sembra propendere nettamente a favore della V nera ma questa considerazione non basta a renderla LA favorita. Sull’altro piatto della bilancia, infatti, bisogna mettere una straripante fisicità, soprattutto dei due mori giuliani Javonte Green e Jordan Parks, uno guardia/ala e l’altro ala grande che dovrebbero incrociare le piste, il primo, di Umeh e/o di Spizzichini mentre l’altro sembra essere destinato ad incrociarsi con Ndoja. E proprio questo parrebbe essere il duello che potrebbe indirizzare le partite. Se infatti, sulla carta, il confronto Umeh/Green dovrebbe essere considerato alla pari, sarà proprio la capacità del guerriero bianconero di controllare e limitare il saltatore triestino e subito dopo attaccarlo nella sua metà campo e magari costringerlo a caricarsi di falli, a poter fare la differenza. Certo, i giuliani sembrano non avere la sagoma giusta per contrastare Lawson (con tutto il rispetto per il già citato Cittadini e per DaRos) e quindi, se si riusciranno a contenere i due colored in rosso …

In ultimo, piccole considerazioni sparse sul fallimento (perché non di altro si può e si deve parlare) della Fortitudo.

Si legge di “… ciclo finito …” o “… il gruppo ha dato tutto, ma ora occorre cambiarlo …” o ancora “… decideremo con la società se riprovarci già dall’anno prossimo (quando ci sarà ancora una unica promozione) o aspettare un anno ancora quando le promozioni saranno tre …”. Tutte esternazioni che dimostrano, a nostro avviso, una superficialità pericolosa in vista di una futura annata che dovrebbe certificare la tanto sbandierata grandeur raggiunta. Poche chiacchiere: quando da inizio anno dichiari di essere il favorito, o che “… quando giochi come sai, non ce n’è per nessuno …” e poi non raggiungi nemmeno la finale, anzi la partita decisiva nemmeno la giochi, qualcosa di sbagliato, profondamente sbagliato, a livello societario prima ancora che tecnico, c’è. E forse, se non si può disconoscere che sarebbe stato oggettivamente complicato per chiunque raggiungere l’unica promozione (su 32 partenti iniziali) con i vari Candi e Montano, Italiano e Raucci, Campogrande e Gandini, bisogna anche sottolineare come forse la guida tecnica non sia stata adeguata all’impresa. Partendo dalla constatazione che i vari Ruzzier (ininfluente e forse pernicioso ma nipote del coach) e Roberts (confermatissimo dal coach stesso che poi lo avrebbe rinnegato a campionato già iniziato, e che comunque sarebbe andato a giocare a Pistoia in LegaA) e poi il balletto della sua sostituzione, tutte cose che hanno fatto perdere partite e posizioni in classifica (e quindi le sterili e ridicole polemiche sulla composizione dei due gironi di playoff, oltre che inutili, rimarcano gli errori commessi) sono state farina del sacco di coach Boniciolli, uno che con squadre nettamente favorite ha perso due playoff consecutivi. D’accordissimo dunque sulla necessità di riformare il team, non sarebbe male, forse, ripensarlo a partire proprio dall’allenatore.

Al centro del Mercato delle Erbe, quello di via Ugo Bassi per intenderci, c’è un locale che si differenzia assolutamente da tutti gli altri della zona (e a dir la verità, da qualunque altro in città).

Entrando dall’ingresso monumentale di via Belvedere, sul muro di sinistra, tra la macelleria equina di Stefano Cossarini (“Il gusto del benessere”) e la salsamenteria “I Tipici” (prelibatezze sott’olio e sotto aceto, mille tipi di olive, barattoli di golosissime conserve e preparazioni gourmet), con ottima probabilità la più fornita di Bologna, c’è infatti “Maichan DimSum” una rosticceria/takeaway cinese. Attenzione, però. Definirla così non rende esattamente cosa sia Maichan (una parola sul nome, prima. In cinese, il dim sum sono quelle piccole preparazioni, una specie di finger food per intendersi, che vengono consumati preferibilmente i giorni di festa o come merenda, e non specificamente come pranzo principale: una sorta di tapas all’orientale, insomma. Maichan, invece, è una specie di acronimo giocato sul nome della titolare, italianizzato in Cinzia, che sarebbe Yuet Mei Chan dove Chan è il cognome, quello che noi intendiamo come, mentre Mei è il nome e Yuet è quello che potremmo definire un suffisso, sul tipo del nostro GianMaria; a questo punto, unendo nome e cognome si avrebbe MeiChan ma visto che suonava meglio MaiChan  …). Infatti non si tratta esattamente né di una rosticceria, né tantomeno di un takeaway, almeno non del tipo di quelli cui siamo abituati: la cifra distintiva del “Maichan”, infatti, è una cucina fusion, ma non una cucina fusion così chiamata tanto per dire, una vera e propria cucina fusion, una cucina fusion reale e ghiotta, vera ed inconfondibile.

Ma andiamo con ordine e, raccontando, riusciremo a spiegare. Bisogna però partire da lontano; la titolare, Cinzia, è l’erede di una dinastia antica di ristoratori, quella che creò, gestendolo nel tempo, uno dei primi e dei più gourmet ristoranti cinesi di Bologna, il “Fior di Ming” di via Morgagni. Buona scuola non mente e Cinzia, dopo varie avventure in altre direzioni (non ultima, è cotitolare con la sorella Sonia di una ben avviata agenzia viaggi in zona bolognina), ha pensato bene di riprendere la tradizione di famiglia, ma, appunto, adattandola e rendendola più vicina ai gusti e alle abitudini italiane (e bolognesi in particolare) inventando una propria via ad una innovativa cucina fusion.

Rifacendosi infatti alle tradizioni della sua terra d’origine (Cinzia è infatti nata, anche se è partita subito dopo, nella zona cantonese di HongKong) ha avuto un’idea, a pensarci adesso, geniale, coraggiosa ed innovativa: unire la tradizione della cucina cantonese a quella bolognese. E cosa c’è di più tipico, nella cucina cinese dei ravioli? E cosa, in quella bolognese, della pasta fatta in casa? Così, unendo le due tipicità, ed affidandosi ad un collaudato laboratorio di sfogline, ecco pronti i ravioli cinesi racchiusi da una sfoglia fatta in casa.

Naturalmente, se la cosa fosse rimasta fine a se stessa (giusto per dire “… guarda che cosa diversa …”, senza tener conto della qualità e del gusto), l’idea non avrebbe avuto il successo che invece l’accompagna fin dall’apertura (ormai sono tre anni). Il procedimento, infatti, ben lungi dal far perdere ai ravioli il loro gusto tipico (anche se, obbiettivamente, di umami, il 5° gusto che si accompagna ai più classici dolce, salato, amaro e aspro, bisogna scordarsi), li ha senz’altro alleggeriti di grassi e glutammato contribuendo così a creare un prodotto di qualità del tutto diverso da qualunque altro sia possibile assaggiare in città.

Naturalmente, il bel bancone moderno ed invitante non offre solo ravioli (sia alla piastra che al vapore, di carne o di pesce o di verdure), ma anche bao bun, nem sia di carne che di verdure, polpette al satay, gyoza, mantou, shiu mai, dumpling oltre agli immancabili involtini e spaghetti e gnocchi di riso.

Visto però che, generalmente, parliamo di locali in cui tirare tardi amabilmente accompagnati da un buon bicchiere, non si può tacere del fatto che il “Maichan” propone ottime birre giapponesi (Kirin)e thailandesi (Singha), italiane (Poretti e Menabrea) nonché quelle artigianali di Zimella e una discreta scelta di vini, soprattutto bianchi, tra i quali spiccano quelli della cantina Manicardi di Castevetro che potranno egregiamente accompagnare i sapori esotici del vicino oriente (più vicino di così: una cucina tradizionalmente cinese realizzata con il lavoro delle nostre sfogline …) seduti in uno dei piccoli tavolini che spunteranno come per incanto al momento del bisogno lungo le corsie che dividono i chioschi di frutta e verdura ancora presenti all’interno della vecchia e fascinosa struttura, escamotage questo che contribuisce senza dubbio  a creare un’atmosfera dichiaratamente barcellonese.

Si capisce quindi come sia altamente consigliabile gustare un goloso aperitivo o anche una cena veloce e diversa potendo profittare dell’apertura garantita almeno fino alla mezzanotte. E visto che di fusion si parlava, non stupitevi se a servirvi specialità orientali sarà Daniel, il marito keniano della vulcanica Cinzia …

La terra di Romagna vanta, tra le altre cose, un “gallus” autoctono: il pollo e la gallina di razza romagnola. La sua origine si perde nella notte dei tempi. Di certo popolava quelle terre all’epoca dell’Impero Romano. La sua caratteristica distintiva era la rusticita’, vale a dire una innata resistenza alle avversità metereologiche, una autonoma capacità di procurarsi il cibo, la capacità di alzarsi in volo, il razzolamento in grandi spazi liberi e l’uso degli alberi, soprattutto quelli alti, per il riparo notturno, al sicuro dalle aggressioni dei predatori. Per molti secoli queste caratteristiche gli hanno garantito un posto d’onore nei difficili contesti agricoli del tempo. Poi, con la comparsa degli allevamenti intensivi,  queste caratteristiche di rusticita’ sono diventate improvvisamente un problema irrisolvibile. Il pollo Romagnolo non riusciva ad adattarsi a quel particolare regime di clausura e, soprattutto, i suoi ritmi di accrescimento corporeo risultavano troppo lenti rispetto a quelli delle razze appositamente selezionate, dunque anti economici! È così nell’arco di pochi anni la razza romagnola si e’ ridotta a pochissimi esemplari. L’estinzione e’ stata evitata solo grazie alla ostinazione e alla passione di alcuni agricoltori romagnoli, cultori delle tradizioni e della biodiversità locale e agli apporti scientifici della Facoltà di Medicina Veterinaria di Parma. Adesso è il tempo del rilancio. Il pollo Romagnolo, proprio per le caratteristiche di rusticita’ che lo hanno reso a suo tempo inidoneo agli allevamenti intensivi, può oggi rilanciarsi come espressione di assoluta genuinità, di naturalità ed altissima qualità. Insomma, per chi lo sa apprezzare e per  chi non si rassegna all’omologazione del gusto, ecco a voi il Romagnolo, un pollo come lo allevavano e come lo mangiavano una volta.