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Luglio 2017

Il nightclubbing dei golosi e degli amanti del tirar tardi bolognesi sembra non conoscere requie. Ogni giorno, quasi ogni giorno, nuovi locali aprono, nuove situazioni si portano, nuove abitudini si radicano per quel poco che possono radicarsi. Seguendo questo inesausto ed inesaustibile percorso, il nuovo “distretto” imperdibile e assai trendy, sembra essere diventato, sta diventando, Piazza Santo Stefano (o almeno la parte di via Santo Stefano che unisce la Mercanzia alla Piazza vera e propria). In realtà, nulla di nuovo. Da tempo esistono in zona punti fermi dell’ora dell’aperitivo cittadino. Cominciò, il primo, tanti anni fa, il mai abbastanza rimpianto GodotWineBar. Dal momento della sua improvvisa chiusura, varie gestioni si sono susseguite, nessuna delle quali, però, è riuscita a rinverdire le piacevolezze, le scoperte, gli entusiasmi regalati da quella primigenia. Tralasciando le catene di fastfood tipo Bolpette o il nuovo arrivato Stix, soffermandoci solo sui locali che offrono la possibilità di bere bene magari diversificando le scelte, non si può non citare la “Vineria Favalli”, buon posto per bere bene, anche se qualcosa che stona c’è: per me, l’aria dimessa del locale, un po’, un po’ molto, tirata via, tanto da far pensare che o i prezzi sono troppo alti per il locale, o il locale è troppo andante per i prezzi praticati (siamo d’accordo, si beve bene, però anche l’occhio vuole la sua parte e le sensazioni sono importanti: un servizio abbastanza frettoloso e sufficiente, nel senso che ti guardando e ti ascoltano con sufficienza, non ha, non può avere la stessa rilevanza, significata anche dai prezzi praticati, di chi ti accoglie e ti coccola e ti vizia solo pochi metri più in là).

Naturalmente, in questa Bologna che più che da bere sta tristemente ed inopportunamente diventando da mangiare (infestata com’è da troppe, troppe false trattorie, ridicoli bistrot, vinerie e winebar, localini falso francesi e catene di pizzerie e cibi pronti dalle discutibili provenienze la cui unica mission sembra essere quella di prendere i soldi, ai turisti gonzi, e scappare), locali anche belli, locali anche davvero azzeccati, alle volte non ce la fanno e scompaiono. Proprio io, soltanto l’anno scorso, consigliavo, in questa stessa zona, due locali che amavo molto e che davvero credevo potessero dare una svolta, così eleganti, così raffinati, così alla moda, al malcostume dei tanti bar e (vedi sopra) che snaturano l’anima ludica e gourmet della città. Sto parlando di Peacock che era in Santo Stefano dove ora è aperto il già ricordato Stix e di Giacchero in Corte Isolani che oltre alle stupefacenti volte affrescate all’interno del locale offriva anche un dehors dalla vista inimitabile essendo proprio sotto il portico prospiciente il complesso delle 7 chiese.

Non tutto, però, soprattutto le esperienze passate, si perde. Così almeno mi piace immaginare; ed allora, sempre in questa zona, ecco che hanno appena aperto due locali che, visto l’abbrivio preso, avranno tutto il tempo di segnare il loro tempo ed indirizzare i gusti di chi ama il momento dell’aperitivo.

Per ovvi motivi di spazio, quest’oggi ne citerò uno solo, “Camera con vista” che sorge nei locali che furono dell’omonima galleria antiquaria, galleria antiquaria che a sua volta prese il posto della Galleria d’Arte di Paolo Nanni, indimenticabile agitatore artistico ben conosciuto ed apprezzato.

Ma bando ai ricordi, questa nuova “Camera con Vista” non mente certo sul suo nome facendo balenare fallaci promesse: i tavolini del dehors, infatti, affacciano, se non direttamente sulla piazza, sull’ultimo scorcio della via prima di; siamo cioè già sui ciottoli che cominciano quando la strada si allarga, sorta di imbuto che sfocerà sulla piazza digradante, una delle viste davvero più suggestive ed evocative che si possano immaginare.

Il locale, come si conviene, è elegantissimo; gli arredi scuri, la boiserie, il grande specchio anticato che riflette una scelta davvero importante di bottiglie ed etichette (tra le vodka spicca la Beluga mentre tra i rum il Kraken da Trinidad e lo Zacapa Xo guatemalteco, il Brugal dominicano e il Plantation XO dalle Barbados e tra i whisky, oltre all’altrove introvabile Bulleit sia Rye che Bourbon, sono presenti tutti i più famosi, dal GlenMorangie al CaolIla, dal Talisker all’Oban, dal Lagavulin al Laphproaig) ben si sposano alla discrezione, al contempo presente e sollecito, del servizio. Si può fare colazione, pranzare, fermarsi per una pausa tè e naturalmente, cosa più importante per noi, profittare dell’aperitivo, della cena (pochi, curatissimi piatti, tra i quali potreste trovare tataki di manzo, foie gras o gazpacho tra gli antipasti; tagliatelle prosciutto e limone o tagliolini con fegatini di pollo e kumquat o ancora ravioli aperti con funghi e crema di provola tra i primi e tra i secondi melanzane glassate e burrata affumicata o costine di vitello tonnato ed insalata o ancora lechon asado e patate mantecate alla senape per finire con, tra i dolci,0 spuma di caffè, pesche caramellate e zabaione alla prugna o mousse di cioccolato bianco e fava tonka e frutto della passione) e del dopo cena. Il locale, aperto dalle 10,30 alle 24,30 prevede infatti il pranzo a partire dalle 12 fino alle 14,30, l’aperitivo a partire dalle 17,30 (sfiziosi apetizer accompagneranno la sosta) e la cena tra le 20,00 e le 22,30.

Dopo, sarà tempo di chiacchiere e dolci bevute sullo sfondo incantato della piazza.

Stefano Righini

Ingredienti
Tropea
Sedano
Finocchio
Pomodorino
Zucchino
Peperone
Papaya
Lime

Insalatina misticanza
Semi di girasole
Lamponi
Olio extra vergine
Tabasco ( poche gocce )
Pane nero con cereali

Procedimento
Dopo aver pulito e lavato tutte le verdure tagliarle a piccoli quadrettini ..fare la stessa cosa anche con la papaya
Mettere il tutto in una ciotola e condire con un po’ di sale , olio..e qualche goccia di tabasco

Preparare una emulsione con il lime spremuto un pizzico di sale , un cucchiaio di olio e i lamponi frullando il tutto con il braun a immersione , deve risultare abbastanza densa , aggiungerne un po’ nelle verdurine per insaporirle..

Tostare il pane ai cereali ..

Impiattare usando il coppapasta , versare le verdure al centro riempiendo tutto il cerchio e lasciare un po’ compattare poi togliere il disco
In un cucchiaio l emulsione al lampone .. la misticanza aggiungendo qualche lampone intero ,i semi di girasole condendolo a piacere..
Un piatto semplice da preparare e molto fresco..
Noi lo abbiamo abbinato a un infuso freddo di zenzero e lime , facendo proprio bollire L acqua con lo zenzero fresco a fettine per 10 min ..il lime a freddo sia spremuto che a pezzetti e a piacere zucchero di canna !!!!

Buona estate a tutti
Da G&G

#vivalacampagna va in pausa estiva!

Un anno fa scrissi che la campagna italiana non era più quella descritta dall’impetuoso Nino Ferrer, nell’inno ecologista degli anni 70, “viva la campagna”. La diffusione dell’agricoltura industriale super produttiva con l’introduzione dei ripetuti trattamenti chimici, di nuove razze animali e varietà vegetali iperproduttive, l’abbandono di quelle tradizionali, lo sfruttamento intensivo dei suoli e delle risorse naturali, l’esasperata meccanizzazione, la globalizzazione delle malattie animali e vegetali, aveva nel frattempo alterato pesantemente i residui equilibri naturali dell’habitat contadino, come testimoniato dalla scomparsa delle lucciole, delle rondini, dei pipistrelli, delle rane e di tante altre sentinelle ambientali. Dopo il boom iniziale, tuttavia, anche l’agricoltura super produttiva ha conosciuto una crisi di rigetto: è cresciuta la domanda di biologico e di prodotti naturali, della tradizione e della biodiversità, le grandi catene distributive pretendono prodotti vegetali a residui zero, l’UE ha imposto forti limitazioni nell’uso dei pesticidi e ha finalizzato gli aiuti agricoli comunitari a politiche di “greening”, si incentivano le rotazioni colturali e l’incremento della sostanza organica nei terreni, il risparmio irriguo, l’efficentamento energetico, ecc. In altri termini e’ in atto un tentativo di riconversione verde dell’agricoltura europea trainata soprattutto da una nuova consapevolezza dei consumatori e dei media.

La nostra rubrica nel corso di questo primo anno ha cercato di contribuire a questa indispensabile riconversione raccontando i prodotti agricoli ed agroalimentari della tradizione e della biodiversità emiliano-romagnola; quelli, in sostanza, che nonostante tutto non si sono omologati e hanno conservato nel tempo il rispetto per gli equilibri  ambientali e la dignità delle persone.

Speriamo di esserci riusciti e di poter tornare a cantare, magari in coro, perché attuale, la vecchia e simpatica canzonetta di Nino Ferrer “viva la campagna”.

La letteratura è affascinante anche – se non soprattutto – perché regala possibilità di espressione infinite (a chi le voglia cogliere, beninteso).

Si prenda ad esempio un dipinto del 1434 (un periodo buio, soprattutto per quanto concerne la reperibilità storica di fonti autorevoli e certe), un dipinto di un autore di cui si conosce a malapena il nome, Johannes de Eyck (Jan van Eyck per noi moderni), di cui si conosce l’abitudine a firmarsi Johannes de Eyck fuit hic (Giovanni di Eyck è stato qui) ma di cui si ignora quasi ogni altra cosa, a partire dal luogo e dalla data di nascita certe, se cioè fosse sposato, dove vivesse, quale fosse esattamente il suo ruolo presso il suo mecenate, il duca di Borgogna Filippo III detto il Buono (varlet de chambre sarebbe stato il suo titolo, un titolo che lo metteva nella condizione di pittore di corte, di grande dignitario, con appannaggio annuale considerevole e riconoscimento di grande autonomia anche nel ricevere commissioni da altri committenti; però per il Duca, Johannes sembra facesse anche misteriose spedizioni diplomatiche in sostituzione del Duca stesso; noto e documentato, tra tutti, il viaggio del 1428/29 in Portogallo per ritrarre la futura sposa del Duca, Isabella. Insomma, questo pittore, cartografo e scienziato, potrebbe essere arrivato in Boemia, in Russia, forse anche a Bisanzio. Sono viaggi non documentati naturalmente, ma che si possono ipotizzare alla luce della lettura dei suoi dipinti nei quali si riflette l’arte di Magister Theodoricus che lavorò a Praga e nel vicino castello di Karlstein, qualche decennio prima di lui, e di Andrei Rubliev, quasi suo coetaneo, che realizzò splendide icone per le chiese di Mosca e per i grandi monasteri russi. In più, nei suoi dipinti appaiono anche elementi naturalistici che testimoniano la sua conoscenza del paesaggio e dei colori che potevano appartenere solo al mondo mediterraneo, un mondo che gli si sarebbe aperto in occasione, ad esempio, di un viaggio in Italia. Di certo, di van Eyck, si può dire che non fu l’inventore della tecnica della pittura ad olio, che gradualmente sostituì in Europa l’uso del colore a tempera, come invece dichiara il Vasari chiamandolo Giovanni di Bruggia, ma che è certamente colui che la perfezionò con il sapientissimo uso dei pigmenti e dei leganti).

Si prenda, dunque, il “Ritratto dei coniugi Arnolfini” dipinto, come detto, da van Eyck nel 1434. E si prenda un letterato/medico colto ed arguto come Jean-Philippe Postel. Ecco allora che avremo questo interessantissimo pamphlet edito da Skira quest’anno, “Il mistero Arnolfini”, un mistero che partendo dalla non conoscenza più assoluta, cercherà di far luce su un mistero che permane tale da quasi sei secoli grazie ai procedimenti ed agli stilemi di una vera e propria indagine poliziesca, l’indagine su un’opera di Jan van Eyck. La posizione fondamentale da perseguire da parte di chi legge, allora, sarà prima quella di lasciarsi andare alle ipotesi (chi sono l’uomo e la donna al centro del dipinto? soprattutto, che cosa stanno facendo? il mercante lucchese Niccolò Arnolfini, che si è creduto vi fosse raffigurato assieme alla prima moglie, negli altri suoi ritratti coevi non mostra alcuna somiglianza fìsica con questo dipinto), allo scorrere della storia, e che storia (nell’inventario del 1516 della raccolta di Margherita d’Austria, il dipinto, custodito nel castello di Malines nelle Fiandre, è descritto come “… un grande quadro che chiamano Hernoul- le- Fin con la moglie dentro una camera da letto …”), e poi di farsi prendere dal susseguirsi dei colpi di scena (l’olio su tavola, dopo essere scampato nel 1734 all’incendio dell’Alcázar di Madrid, ricompare a Bruxelles nel 1815 a casa di James Hay, ufficiale inglese ferito nella battaglia di Waterloo. Da qui il trasferimento a Londra e alla National Gallery, che lo espone dal marzo 1843, quando inizia il gioco delle interpretazioni del soggetto. La prima ipotesi è che si tratti semplicemente del pittore e di sua moglie: la accoglie anche John Ruskin, teorico del movimento dei preraffaelliti. Sono poi gli storici dell’arte Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle, nel 1857, a legare il dipinto agli Arnolfini: traslitterando così il nome Hernoul- le- Fin con cui viene indicato nei vecchi inventari e che curiosamente si riferisce al santo dei cornuti, Sant’Arnolfo) che, proprio come in un romanzo sherlockiano d’antan, condurranno lungo le impervie vie del ragionamento logico a conclusioni che però del tutto concludenti non saranno (per 150 anni quasi tutta la storiografia, senza alcuna prova, sostiene che si tratti del mercante Giovanni di Arrigo Arnolfini, originario di Lucca ma operante a Bruges, e della moglie, Giovanna Cenami che però lui sposa tredici anni dopo la data riportata sul dipinto e sei dopo la morte del pittore del luglio 1441. A questo punto, scavando ancora nell’albero genealogico degli Arnolfini, l’identità che fa più al caso è quella di Giovanni di Nicolao, imparentato con i Medici. Ma sua moglie, Costanza Trenta, nel febbraio 1433, un anno prima della realizzazione della tavola, risulta già morta).

Ed è qui, a questo punto, che la magia della letteratura fa sì che si possa ipotizzare un mondo altro, un mondo in cui gli incontri tra i vivi e i revenant (coloro che ritornano) siano possibili. Il tutto, naturalmente, parafrasando e facendo proprio il motto con cui Jan van Eyck era solito firmarsi: Als ich can (come posso).

Santiago Calatrava Valls (Valencia, 28 luglio 1951) architetto, ingegnere e scultore spagnolo naturalizzato svizzero. Lo stile di Calatrava combina la concezione visuale dell’architettura all’interazione con i principi dell’ingegneria: i suoi lavori spesso sono ispirati alle forme ed alle strutture che si trovano in natura. Ha inoltre progettato numerose stazioni ferroviarie (compresa quella “Mediopadana” dell Alta Velocità di Reggio Emilia e i collegati ponti sull’A1). Sue opere acclamate sono anche la realizzazione del progetto della World Trade Center Station per l’anniversario dell’11 settembre 2011, la città delle arti di Valencia, il complesso olimpico di Atene, il Museu do Amanhà di Rio de Janeiro e l’Auditorium di Tenerife.
In foto, il controverso ponte della stazione a Venezia

Io ho una cerchia di amici, e conoscenti più o meno intimi, “piuttosto abbondante”. Trentenni, anno più anno meno, lavoratori precari, lavoratori stabili ma non troppo, sposati, single, genitori e quelli che “un figlio mai nella vita”.

Di questi un numero che potremmo definire considerevole è in psicoterapia.

Di questi un numero altrettanto considerevole fa uso quotidiano di psicofarmaci.

Di questi, e in parte anche dei precedenti, un numero che potremmo definire addirittura corposo fa uso quotidiano di alcol e – o – sostanze psicotrope di natura illegale.

C’è nella cerchia qualcuno che non rientra in nessuna delle tre categorie ma, vi prego di fidarvi, sono gli stessi a cui ho dato da tempo il numero della mia adorata psicologa.

Dunque un’intera generazione di giovani-non giovani che da soli non ce la fanno e si affidano a questo o quello per sentirsi meglio, a volte migliori, o comunque diciamocelo, non così di merda.

Se la depressione è stato il male oscuro della “Generazione X” degli anni ’90, cresciuti a suon di Nirvana, camicie a quadri, le prime morti per eroina e “Trainspotting”, la generazione successiva – i nati negli anni ’80 e divenuti grandi nei 2000 – l’hanno chiamata “Generazione Y”.
Caratteristiche: giovani cresciuti nella frenetica rivoluzione digitale, con perdita di interesse nei confronti di ideali politici e sociali (altro che sessantottini!), globalizzazione, identità individuale schiacciata da una dimensione troppo vaga del mondo globale, incapacità di credere in un futuro prossimo e sentirsi in grado di costruirlo. Ansia, fortissimo e viralissimo male, la patologia della Generazione Y.

Dal dizionario: affannosa agitazione interiore provocata da bramosia o da incertezza.
Incertezza, appunto.

La recente indagine 2017 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa pubblicata dalla Commissione ci ha risollevato il morale: l’Italia è il paese nel quale è più alto il numero di giovani tra i 20 e i 34 anni che né studiano, né lavorano, né sono in formazione. I NEET, appunto.
Tutti coloro che, invece, riescono ad entrare nel mercato del lavoro hanno contratti precari, atipici, occasionali e tutto ciò che sappiamo.

Ansia? Sì, ansia.

A Bologna – come probabilmente in tutto il resto d’Italia – un lavoratore che vuole prendere una casa in affitto, il più delle volte deve presentare al proprietario la busta paga e un contratto di lavoro stabile al punto che il proprietario possa dormire sogni tranquilli. In assenza di questo, il giovane lavoratore digita il numero di telefono di casa e chiede ai genitori di garantire per sé, solo per avere un tetto sulla testa.
Poi ci sono le caparre, solitamente un paio, che il giovane difficilmente riuscirà a pagare d’un colpo e quindi grazie mamma e papà per avermi permesso di accedere ai vostri risparmi.

Un’adolescenza che si protrae fino ai 40 anni, insomma.

E poi a 30 anni sei nato in piena rivoluzione digitale e, in quanto nativo digitale, devi abituarti ai ritmi del web. Quel tool di Google di cui non si può fare a meno, quella nuova funzione di Facebook che ti fa il caffè tutte le mattine, quel nuovo modo di acquistare on line che se non ti piace chi se ne frega, toh riprenditelo. Le professioni del web in cui tutti, più o meno improvvisati, si sono cimentati. Social Media Manager, Content Editor, Seo Specialist, Google Analyzer e bla bla bla. Una rincorsa, e che affanni, a cercare di diventare una di queste cose qua anche con una laurea in filosofia.

“Non riuscirò a trovare niente con la mia laurea, tanto vale buttarsi sul web, pare che funzioni”.

La scena è pressoché la stessa per tutti.

Piacere, Patrizio Ansaldi, user experience designer”.

Me cojoni, bello! Ma perché lo fai?

Perché non avevo niente da fare”.

…Psicologia no, eh??

Gentile Direttore, Le scrivo rifacendomi all’articolo sul cosiddetto Guasto Village dello scorso 19 luglio in cui l’estensore dello stesso riportava accuratamente la situazione venutasi a creare con l’allestimento e la messa in opera dei container/bistrot. Naturalmente, l’articolista, e Lei nemmeno, poteva sapere che la sera stessa il previsto concerto dei Téte de Bois, organizzato dal Teatro Comunale nell’ambito della rassegna Comunale Music Village previsto in Piazza Verdi, non si sarebbe potuto tenere e sarebbe stato spostato all’interno del Teatro Comunale stesso. Il motivo? La mancanza di alcuni permessi delle Belle Arti riguardanti la torre di illuminotecnica che sovrastava il palco (per questo sì che esistevano i relativi permessi) perché la domanda e la documentazione della stessa era arrivata con “soli” 3 giorni lavorativi di preavviso. Il problema, di pura lana caprina come Lei capirà, riguarda sì le strettoie burocratiche in cui gli amministratori ed i privati che con loro si trovano a dover interagire, si devono dibattere. Ma riguarda (o dovrebbe riguardare) anche, se non più, un problema di coesistenza tra strutture moderne e palazzi storici; un problema che riguarda il “bello” dunque, il concetto di “bello” quantomeno, con tutti i problemi che la definizione del termine comporta.

Ora, notizia di stamattina, domenica, la stampa cittadina riporta un concetto espresso dall’assessore Lepore in cui non solo prevede il procrastinarsi a tempo indeterminato dell’esperienza “container” in piazza Verdi, ma anzi ne auspica la riconversione in altri luoghi della città a partire da piazza San Francesco (un altro dei gangli vitali della movida serale).

La domanda che sorge spontanea è: come potranno, secondo i canoni così spesso invocati come filologici dalla stessa Sovrintendenza, coesistere i container con la piazza già così violentemente deturpata dai nuovi (ed anonimi) arredi urbani che lungi dal riqualificarla l’hanno solamente equiparata ad uno di quei non-luoghi così cari a Gianni Celati?

La ringrazio del tempo che ha voluto perdere a leggermi e La ringrazio caramente per l’esperienza che, quotidianamente, Lei e i Suoi collaboratori Vi ingegnate di farci vivere.

«L’Emilia non più rossa», il titolo del dibattito di giovedì sera al circolo la Fattoria del Pilastro, sempre più laboratorio politico con “Etica”, festival della responsabilità civile. Fotografia di una sinistra in cerca di autore. Filo rosso, che anche in queste terre, può diventare nero, piegato ai civisimo di destra che fa del razzismo la propria indentità. Spunti e appunti per una analisi più facile della sintesi. Ne hanno parlato, davanti a un centinaio di persone Nadia Urbinati e Piero Ignazi, che la politica la studiano, il sociologo Fausto Anderlini, l’ex pd Salvatore Caronna, Stefano Brungnara dell’Arci, sollecitati dalle domande del giornalista Mauro Alberto Mori. Incontro organizzato dall’Associazione “Il Tiro”.”

Inizia così l’articolo di Andrea Chiarini sulla nostra iniziativa dell’altra sera. Un resoconto preciso di una serata dove molti temi si sono intreciati, anche se a volte non c’è stato il tempo per sviluppare fino in fondo i temi di riflessione.

Ora – spiega Caronna – si impone un lavoro lungo fatto di «pensiero politico, pazienza e idee» per recuperare il cuore dello zoccolo duro che è stato a casa alle elezioni……Quanto a Renzi, continua Piero Ignazi «è stato travolto dal successo con l’illusione ottica che il suo Pd sia quello del 40% delle Europee». «Un leader dall’io ipetrofico, il quale però – è la sua analisi – si è mosso in un solco rinnovatore partito da lontano, da D’Alema alla vocazione maggioratria di Veltroni». Cosa c’è oltre o dopo Renzi? Nel Pd non ci sono alternative, fuori ci sarebbe Pisapia anche se Urbinati, che si definisce dissillusa. e che torna sulla disaffezione al voto, l’astensione vista «non come tutti al mare», ma essa stessa opzione politica di testimonianza e ribellione». Sotto il Pd non c’è, secondo la docente, più nulla, non più quel tessuto associativo solidale e inclusivo che dava linfa e coraggio, ma solo un vuoto pronto a essere coperto dal populismo grillo-leghista, dalle liste civiche che nascono sul no all’immigrazione. Un problema reale, dice Brugnara, quello del razzismo, che avverto anche tra i soci dei nostri circoli». Come se ne esce? Se se ne esce? Per Urbinati solo da una sconfitta che faccia toccare il fondo al centrosinistra può nascere qualcosa di buono. Per Caronna la sinistra deve ritrovare il suo comune denominatore europeo, su lavoro, diritti, accoglienza”.

L’articolo poi conclude: “Anderlini osserva che ormai nel Pd «persiste solo un sostema di potere, una struttura disconnessa al consenso». Quei masi chiusi, «federazioni solo concentrate sulle carriere personali e sulle carriere personali» che hanno portato alla situazione attuale. È sulla creazione letteraria consegnata agli amici di Facebook del “cammello-porco”, figura mitilogica e mutante, rottame che ha resistito alla rottamazione e che cerca di sopravvivere, nelle intenzioni del suo autore, tra le rovine del centrosinistra. La metafora della diaspora a sinistra delle sinistre sotto varie forme e sigle travolte dal renzismo, amato e odiato. E alla fine della discussione anche le cicale del parco della Fattoria per un istante si zittiscono,.

Con il termine “frutti di bosco” si indicano vegetali di diversa classificazione botanica accomunati da un unico ambiente di crescita: il bosco e le macchie di vegetazione selvatica, quasi sempre di collina e montagna, qualche rara volta di pianura. In questi contesti la loro crescita e’ spontanea. Nei dintorni vengono invece coltivati. La domanda di mercato e’ in forte crescita e gli impieghi sono molteplici. Sono ricercati ed apprezzati per il sapore, il colore e il profumo e per le note proprietà terapeutiche o benefiche. Svolgono infatti un’importante azione antiossidante, depurante e dissetante, nota fin dall’antichita’. Già gli antichi romani usavano decotti di foglie di more e lamponi per far cicatrizzare ferite, guarire infiammazioni della gola, combattere la stitichezza. Nel Medioevo le emorroidi venivano curate con le foglie di mirtillo. Le virtù delle more vennero descritte da Baldassarre Pisanelli nel 1583 nel trattato di medicina sulle proprietà benefiche degli alimenti (Trattato de’ cibi e del bere).

Negli anni 50 del 900 il medico belga Pol Henry, inventore della gemmoterapia, una forma di cura che si basa sull’uso di gemme e giovani getti macerati in alcol e glicerina, ricchi di fattori ormonali vegetali, indico’ nella famiglia dei frutti di bosco, quella più importante per questa specifica fitoterapia. Infine alcuni brevi flash: i Lamponi hanno sapore dolciastro, colore rosso-giallastro, proprietà diuretiche ed antiossidanti, i germogli e le foglie proprietà astringenti; i Mirtilli sono di colore nero e contengono alte concentrazioni di potenti antiossidanti che migliorano la circolazione sanguigna rinforzando le pareti capillari; le More hanno sapore dolcissimo e colore totalmente nero, contengono importanti antiossidanti, le foglie e germogli sono usati per curare le faringiti; le fragoline di bosco “selvatiche” contengono anch’esse antiossidanti; il Ribes ha polpa dolce-acidula e svolge un’azione diuretica ed altamente antiossidante.

I giovani neo-elettori non sanno neppure di cosa stiamo parlando. Per gli altri è un ricordo (buono o cattivo a seconda della sponda da cui si guarda). Regioni rosse addio. L’impietosa analisi di Fausto Anderlini guarda all’ultima tornata elettorale come all’ennesima conferma di una tesi che il sociologo bolognese ha da tempo messo a fuoco: “Le regioni un tempo rosse non fanno più la differenza, Anzi ! La conversione renziana ne ha dissolto l’humus identitario per consegnarle al M5S o alla destra legoide con una sistematicità ancor più ferrea che altrove”. Il campanello, dentro il Pd, era suonato da tempo (Bonaccini eletto in una tornata dove è andato a votare il 37% degli aventi diritto; Merola costretto al ballottaggio a Bologna nonostante la debolezza degli avversari; grossi comuni dell’hinterland persi a raffica dai Democratici), ma nessuno ha azzardato una riflessione, tanto meno un tentativo di mettere in campo qualche rimedio. Noi ci proviamo, insieme a tutti quelli che, nonostante luglio (o proprio grazie al luglio sonnacchioso), avranno voglia di esserci. Giovedì prossimo 20 luglio alle ore 21 al Circolo La Fattoria (via Luigi Pirandello, 6 Bologna) Il Tiro e l’Arci Bologna hanno organizzato un dibattito che ha proprio questo titolo: “Le Regioni (non più) Rosse”. Sarà un modo, leggero (senza pesanti relazioni di fantozziana memoria né propaganda partitica spicciola) di discutere di un tema serio e importante. Ad introdurci in questa riflessione appunto il sociologo Fausto Anderlini, Nadia Urbinati (politologa, docente alla Columbia University), Piero Ignazi (professore ordinario a Scienze Politiche di Bologna), Stefano Brugnara (presidente dell’Arci Bologna), Salvatore Caronna (Il Tiro). Modera il giornalista Mauro Alberto Mori.

Uno dei luoghi più “abbandonati” di Bologna è, da sempre, la cittadella universitaria che si raccoglie attorno a PiazzaVerdi. I motivi sono millanta, su tutti, però, è sempre prevalsa la volontà ferma ed inesplicabile di voler mantenere lo status quo; questione di opportunità e di sicurezza è sempre stato detto. A nulla, nel corso degli anni, sono servite le iniziative, pur lodevoli, dei comitati vari (quello di PiazzaVerdi, quello del GiardinoDelGuasto, quello di ViaPetroni) che hanno cercato di riappropriarsi del territorio. Inutilmente, però. Da quest’anno, forse, qualcosa, finalmente sembra possa cambiare. Una maggiore sensibilità (o forse una logica e semplice constatazione: in una città ormai diventata fulcro e tappa irrinunciabile del turismo regionale, si poteva continuare a tenere Piazza Verdi e il Teatro Comunale che su quella piazza si affaccia in balia del più sfacciato e violento degrado urbano?) ed un novello impegno da parte dell’amministrazione comunale unito all’inaspettata disponibilità dello stesso Comunale hanno fatto sì che si potesse creare un evento (strutturato su più appuntamenti) che coinvolgesse sinergicamente tutte le potenzialità operanti nei dintorni per far sì che la piazza (e tutta la zona) tornasse a essere quello che sarebbe dovuta essere da sempre: un fiore all’occhiello per, soprattutto, gli abitanti e poi per gli studenti che gravitano nelle varie facoltà umanistiche della via ed infine per i tanti turisti che, logicamente, vengono attirati da uno dei teatri lirici più antichi, belli e rinomati d’Italia.

Tutto bene, quindi? Non proprio. Perché, visto che siamo a Bologna, città dove la res publica a volte è gestita in maniera non proprio pubblica, quello che è nato è una sorta di giungla che comprende le iniziative più diverse e percorsi (culturali, artistici, gastronomici) a volte stridenti tra loro.

Ma andiamo con ordine, o almeno tentiamo di.

Il Teatro Comunale ha organizzato una manifestazione, ComunaleMusicVillage che prevede dal 18 al 25 luglio (con ingresso gratuito alle ore 21,30) una serie di concerti nel palco montato in piazza Verdi prospiciente l’ingresso del Comunale stesso. Dopo l’inaugurazione di ieri sera con il pianista prodigio Alexander Romanovsky, il programma prevede questa sera 19 i londinesi “The Sterritorio. nere lo staus quo. wingle Singers” con un programma ispirato a rituali e melodie orientali, mentre il 20 sarà la volta dei “Tète de bois”, gruppo di punta della canzone folk/rock italiana; a seguire, il 22 ci sarà il grande concerto sinfonico diretto da Wayne Marshall che vedrà sul palco l’orchestra del TCBo per seguire, il 23 con il jazz di Omar Sosa & il suo Quartetto Afrocubano e terminare, il 25, con la rivisitazione jazzistica di pagine operistiche del Play Verdi Quartet.

Contemporaneamente, e sempre ad opera della Fondazione Lirica, continuano fino al 29 luglio le aperture della Terrazza (un luogo bellissimo, dal fascino straordinario che, chissà perché non è stata aperta prima al pubblico) che offre un servizio bar e ristorazione e una serie di appuntamenti musicali nel foyer con una rassegna di jazz, etnica, pop d’autore, musical e poesia (il 21 con il duo latino As Madalenas, il 24 con I lunedì letterari, il 26 con il concerto di Roberta Giallo, il 28 con quello di Sara Loren per finire il 29 con il Cordas Jazz Trio).

Fin qui, tutto bene. I problemi però iniziano con la sovrapposizione (non dimentichiamo che la volontà era quella di coinvolgere quante più realtà possibili) di iniziative a volte discordanti tra loro. E se il lunedì c’è il mercato contadino a km 0 (ma quanti ce ne sono di mercatini a volte fasulli e dalla dubbia qualità, ma tutti a km 0, che spuntano come funghi; non dimentichiamo che, sempre il lunedì, c’è anche quello della cineteca in Azzogardino, quello che una volta si chiamava Mercatino della Terra …), la pietra della discordia è quello che ha rappresentato l’intervento più vistoso e corposo dell’estate bolognese (e che ha coinvolto organizzativamente Università, Comune e Teatro): il GuastoVillage, una decina di container adattati alla bisogna che ospitano mostre, bistrot, birre artigianali, musica e guardie giurate a presidiare da eventuali ospiti molesti le entrate (sottolineate da archi di lampadine in puro DeLuca style) e che fa tanto periferia di Berlino Est, quando l’Est ancora esisteva o, quantomeno, subito dopo l’annessione; ricongiungimento sarebbe più politically correct, lo ammetto) di questo budello di strada, via del Guasto, percorso da una teoria di, appunto, container adibiti a piccoli, e a volte suggestivi, ritrovi con i tavolini e le sedute ricavate da pallet e i muri e le uscite laterali del Teatro ingentilite e ricoperte da murales ora festosi ora aggettivanti rimandi vari. Intendiamoci, nulla da obbiettare su atmosfere che ricordano tempi di musiche ed artisti felici (Lou Reed e David Bowie, Richard Avedon e Bruce Weber, Wim Wenders e Rainer Werner Fassbinder, Pina Bausch e il Living Theatre) anche se nessuno, credo, dei frequentatori odierni sa di cosa, e di chi, io stia parlando.

Il problema, vero, è che siamo a Bologna. E come sempre, e per non farsi mancare nulla, questa kermesse ha attirato, come riportato dalla stampa cittadina, l’attenzione, e il lungo occhio indagatore, di più di una persona, soprattutto per quel che riguarda l’assegnazione all’associazione che ha vinto l’appalto per la gestione del GuastoVillage ed in subordine anche della Terrazza del Comunale (un appalto che, riguardando una cifra assegnata superiore a quella che consente l’affidamento diretto, avrebbe dovuto essere sottoposto a gara o, quantomeno, alla valutazione di offerte alternative).

Allo stato attuale, ipotesi, illazioni, accuse forse strumentali e che forse lasceranno il tempo che avranno trovato, ma che insinuano, forte, la sensazione (o la certezza?) che leggi, ordinanze, pastoie burocratiche ci siano e valgano per tutti. Per tutti, ma non per tutti.

 

Stefano Righini

Stefano Righini

Tutt’altra cosa dal romanzo di Connelly di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, questo “Che i cadaveri si abbronzino” di Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid.

Il romanzo, pubblicato nella Série Noire nel 1971 (inedito in Italia fino a questa edizione del 2017 delle Edizioni del Capricorno) fu la prima prova di Manchette (scrittore, sceneggiatore, critico letterario, traduttore e jazzista francese, utilizzava anche lo pseudonimo Pierre Duchesne) nel genere polar. Gli riuscì così bene che si svincolò subito dalla fratellanza di scrittura con Bastid per dare vita ad una vera e propria reinvenzione del genere noir degli anni ’70.

Le sue storie, una dozzina in uno spazio di una decina d’anni, analizzano a fondo la condizione umana e la società francese dell’epoca, ed hanno ridefinito il concetto stesso di genere letterario. Sono storie, e testi, violente, dure, costruite intorno a uno stile diretto ma raffinato, scandito da un ritmo implacabile, inconfondibile, di chiara ispirazione jazzistica.

Politicamente di sinistra, nei suoi romanzi Manchette rispecchia il suo pensiero politico attraverso l’analisi delle posizioni sociali e culturali dei suoi personaggi. Processo che puntualmente avviene anche in questo “Che i cadaveri si abbronzino” in cui appare in tutto il suo nitore la volontà di mettere sotto accusa una società, quella futilmente borghese degli anni Settanta, nel momento in cui stavano per saltare i fragili equilibri che seguirono la deriva libertaria figlia di quell’esplosione sociale che fu il maggio francese.

Un piccolo villaggio abbandonato spazzato dal sole a picco, nel profondo Sud della Francia. Luce, l’eccentrica proprietaria del villaggio, cinquantenne pittrice anarcoide, alcolizzata, ricchissima, ci passa le vacanze coltivando con cura il rimpianto per la giovinezza perduta ospitando amici (Max), amici degli amici (Rhino, Gros e Jeannot), nuovi e vecchi amanti (Brisorgueil) e tutti coloro che si presentano nel villaggio (Melanie e Pia). Senza fare troppe domande. Neppure quando, a 10 chilometri da lì, 250 chili d’oro scompaiono durante un cruento assalto a un furgone portavalori. E quando un’ignara coppia di gendarmi (Lambert e Roux) sale fino al villaggio, tutta la sua bizzarra e inconsapevole popolazione si ritrova coinvolta in un’orgia di violenza, alla fine della quale non resterà che contare i cadaveri.

Tutto accade in un lasso temporale che viene scandito praticamente in tempo reale dai vari capitoli con un taglio cinematografico che privilegiando inquadrature già cinematografiche.

Anche questo escamotage è un segno, forte, di innovazione, così come lo sono la presentazione e l’approfondimento psicologico dei vari protagonisti.

Uno stile inconfondibile, uno stile cui attingeranno copiosamente anni dopo registi come i Cohen e Tarantino.

Alla ricerca di fresco in queste serate afose di un’estate appena cominciata, il vecchio nighclubber si dirige in posti che conosce e che, sempre, sono stati fresca oasi di vita, musica, compagnia.

Una delusione cocente, come se ce ne fosse bisogno, frustrerà però le mie aspettative.

La prima tappa è al “Bolognetti”, il quadriportico appunto di vicolo Bolognetti, che nel corso degli anni ha sempre rappresentato un approdo sicuro per spettacoli e musica e ristoro a chi in estate lo cercasse.

Quest’anno, a parte che le serate sono drasticamente calate di numero, l’accoglienza è a dir poco triste. Uno sparuto baretto accoglie chi è appena entrato, nel grande spiazzo centrale c’è un palco davvero minuscolo, e i tavoli, che fino all’anno scorso avrebbero potuto ospitare svariate decine di ospiti, quest’anno sono solo 4 o 5.

Questa triste accoglienza fa contrasto con la programmazione delle serate che è tutto sommato di discreto livello e con l’impegno profuso davvero encomiabilmente da chi si affanna a cercare di ricreare un’atmosfera che, purtroppo, miopi politiche hanno provveduto a disperdere.

I concerti, si diceva. Ne rimangono veramente pochi, ma quei pochi non fateveli scappare, se riuscite.

Rassegna CrossOver, fino al 21 luglio nel quadriportico di VicoloBolognetti:

 

19 luglio, mercoledì: Fuorionda 128, GiuseppeLuzzi e Clowns from other space

20 luglio, giovedì: FabrizioLuglio e Biff

21 luglio, venerdì: PersianPelican e C+C Maxigross

Nemmeno la seconda tappa del mio peregrinare, però, riesce a risollevare la serata. Arrivo al “Botanique”, i giardini di via Filippo Re dove i cartelloni promettono che IL ROCK RESPIRA. Anche qui, però, è l’atmosfera quella che manca. Chi ricorda le belle serate piene di gente che chiacchierava al fresco sotto le ampie chiome di alberi secolari, con filmati che scorrevano in loop sul grande schermo che fa da sfondo al palco (a dir la verità, palco e schermo ci sono ancora) dove gruppi e solisti si alternavano, una socialità frenetica e vitale, resterà ancor più deluso. I chioschi non ci sono praticamente più (e meno male che resiste quello dell’Enoteca Bar Des Arts di via SanFelice, sicuro approdo per chi voglia mangiare e bere (e chiacchierare, certo) in allegra e simpatica compagnia. Se fossimo in una fiaba, direi che anche qui è come se la mano di una strega cattiva (o forse semplicemente incapace o presuntuosa) fosse passata a spargere una polverina magica per far scomparire la voglia di stare insieme seppellendola sotto un grigio mantello di noia e rassegnazione. Ed è un peccato, perché la professionalità, e l’entusiasmo, di chi impegna tempo lavoro e risorse meriterebbe senz’altro essere considerata ed apprezzata in maniera maggiore di quanto, invece, non è avvenuto quest’anno.

Comunque, anche al Botanique, ci sono ancora poche serate (a cura di Estragon e PierFrancescoPacoda) per poter dire di esser stati presenti

Sabato 15: The Toasters

Martedì 18: per la rassegna Musica e Stili di Vita: Fela Kuti e James Brown – Afrofunk e orgoglio nero

Mercoledì 19: Kamasi Washington (ingresso € 20)

Venerdì 21: Kocani Orkestra

Sabato 22: Hugolini

Stefano Righini

Stefano Righini

Ingredienti:

– 1 confezione di Burgul (e’ un cereale, precisamente un grano cotto al vapore spezzato è fatto essiccare, poi rimacinato tipo cous cous)

Per Verdure:
– Tropea, sedano, rapa, carota, finocchio,peperone rosso e giallo, ravanello.
– Qualche fico
– 1 limone
– olio extra vergine
– curcuma fresca da grattugiare (diversamente quella in polvere)

Lavare il burgul e lessare in acqua salata (considerando il doppio di acqua rispetto al Burgul) almeno per 15 minuti. Scolare e fare raffreddare a temperatura ambiente.
Intanto preparare le verdure, dopo averle lavate, tagliarle tutte a quadretti uguali, condire con sale, pepe, olio, unire il limone e lasciare marinare almeno per mezz’oretta.
Condire il burgul con le verdure marinate, aggiustare di sapore, unire i fichi a pezzetti, la curcuma (quella in polvere richiede un po’ più di olio.
Impiantare ,una manciata di pepe e completare con semi di sesamo.
Essendo un piatto leggero può anche essere abbinato a carne o pesce( come il più conoscouto causa cous) Altrimenti come piatto unico vegetariano!!

Buon Burgul da G&G!!!!

Ferruccio Lamborghini, il creatore delle supercar sportive più affascinanti e desiderate, era uomo di solide radici agricole. Il suo cognome figura nell’elenco delle famiglie della Antica Partecipanza Agraria di Cento (dove peraltro e’ registrato anche quello dei Rabboni), sorta intorno all’XI secolo per bonificare i terreni di proprietà del Vescovo di Bologna, che li concesse in enfiteusi ai soli abitanti di Cento, con due precise clausole: quella di migliorare i terreni e quella di risiedervi stabilmente. Ferruccio Lamborghini, nato nel 1916, invece, appena gli fu possibile, lascio’ la terra natale per inseguire il sogno motoristico. Un sogno che realizzo’ come nessun’altro al mondo, ispirandosi costantemente all’iniziale imprinting agricolo. Nel 1946 dopo alcuni anni di esperienza nella motoristica militare mosse i primi passi imprenditoriali acquistando veicoli militari in disuso per trasformarli e rivenderli come macchine agricole.

Dopo 2 anni, nel 1948, fondo’ la Lamborghini Trattori scegliendo come logo aziendale il Toro, suo personale segno zodiacale e nello stesso tempo animale agricolo che, più di altri, trasmette forza, caparbietà e prorompente potenza sessuale. Negli anni cinquanta e sessanta e’ uno dei più importanti costruttori italiani di macchine agricole. Nel 1963 esordisce nelle auto sportive di lusso e nel 1966 stupisce il mondo con la fantastica Miura. Anche in questo caso l’origine agricola si rivela determinante. La leggenda vuole che tutto abbia inizio da una lite con Enzo Ferrari a cui Lamborghini rimproverava alcuni presunti difetti delle Rosse di Maranello. Il Drake chiuse bruscamente la discussione sentenziando: “La macchina va benissimo. Il problema è che tu sei capace a guidare i trattori e non le Ferrari”. Lamborghini non la prese bene. Nacque così la Lamborghini Auto per dimostrare che anche “chi guida i trattori” può, se assistito dal genio, criticare e, soprattutto, realizzare macchine da sogno, come e meglio di altri. E per rimarcarlo decise che ogni modello della “Lambo” avrebbe avuto il nome delle razze taurine più prestigiose: Miura, Islero, Marzal, Jarama, Jalpa, Urraco, Diablo. Nel 1972, dopo avere ceduto tutte le attività industriali, chiuse il cerchio agricolo iniziato nelle campagne di Cento, reinventandosi vitivinicoltore in Umbria. Produsse per diversi anni un ottimo rosso denominato Colli del Trasimeno ma conosciuto da tutti come Sangue di Miura.

“In questo cimitero hanno trovato sepoltura un numero imprecisato di donne e uomini morti nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo, unica via per cercare la possibilità di futuro. La quasi totalità delle tombe non ha un nome e le uniche notizie che è stato possibile recuperare delle storie di queste persone riguardano le circostanze della loro morte o del ritrovamento dei loro corpi. Ma tutti loro hanno vissuto. Hanno gioito e sofferto, hanno sperato e lottato e qualcuno gli ha attesi e pianti. Nella consapevolezza che ogni frammento di storia sia capace di produrre una crepa in quel muro che divide gli uni dagli altri e nella speranza che la memoria di queste vite non vada persa, occorre continuare a raccontare affinché si raggiunga una moltiplicazione delle voci, tale da essere assordante.”

Queste sono le parole che si leggono all’ingresso del cimitero di Lampedusa; parole scritte su una targa con la cornice fatta con il legno di una imbarcazione utilizzata per chissà quale traversata. Appena ho varcato la soglia il respiro è cambiato – mi capita sempre al cimitero – ma qui è stato diverso, una sensazione strana, un pugno nello stomaco! E’ la testimonianza toccante della più grande tragedia dei nostri tempi. Ricordarli è un atto di umanità, continuare a raccontare, affinché non siano cancellati dalle nostre coscienze.

Questo piccolissimo lembo di terra affronta un grande compito, tendendo ogni giorno la mano a chi chiede aiuto. Le morti del Mediterraneo sono un fatto politico, la prova tangibile della distanza che l’Europa misura dai suoi valori ideali. Auguriamoci che dopo il delirio di queste settimane, tra esercito, porti bloccati, muri, si “sblocchi” volontà di affrontare insieme il fenomeno delle migrazioni, che resteranno il tratto distintivo del nostro tempo.

Estate. Tempo di ombrellone, spiaggia rovente, piña colada, lunghe nuotate al largo e romanzi gialli. Se poi siete per abetaie e cascate, bastoni da trekking e pedule, il risultato non cambia. Una volta arrivati al rifugio, un bel libro giallo è il miglior compagno.

Questo nell’immaginario collettivo, almeno. Perché poi è vero, c’è anche chi non ama il genere, ma, soprattutto in estate, una trasgressione alle proprie monolitiche convinzioni è più facile permettersela. Anche perché, vero, ci sono gialli e gialli e alcuni sono, sicuramente, più colorati di altri.

Michael Connelly (curioso personaggio: nato in Florida, ingegnere, appena assunto come giornalista criminologo dal LosAngelesTime, riesce a comprare la casa, vera, un avveniristico attico su palafitta raggiungibile solo con un panoramicissimo ascensore, che fu di Philip Marlowe nel più straziante film tratto da un romanzo a lui dedicato, “Il lungo addio” di Robert Altman con protagonista Elliott Gould), ad esempio, è il classico produttore seriale di blockbuster editoriali. Merito dei suoi due personaggi principi, soprattutto: Hieronymus “Harry” Bosch e Michael “Mickey” Haller. Detective del LAPD il primo, avvocato penalista il secondo, sono entrambi protagonisti di due serie distinte di romanzi che li riguardano anche se, in alcuni casi, le loro strade sono destinate ad intrecciarsi. Anche perché i due, Harry (sarà un caso che si chiami come il dirty Harry di eastwoodiana memoria?) e Mickey sono fratellastri e anche se si trovano ad agire nella sterminata LosAngeles …

È il caso di questo “Il passaggio”, diciottesimo romanzo nella serie dedicata a Hieronymus Bosch (non vi state sbagliando, si chiama proprio così, come il pittore olandese).

Un diciottesimo romanzo in cui troviamo un Harry Bosch in pensione (in realtà forzata) che per la prima volta nella sua vita non dovrebbe più occuparsi di indagare, accumulare lentamente prove e alla fine fermare il criminale di turno. Dovrebbe, abbiamo scritto. Perché infatti ben presto si troverà nuovamente invischiato nella sua vita di sempre, solo dalla parte non più garantita di chi porta un distintivo, ma da quella avversata da chi, appunto indaga per l’accusa, quella del difensore di un accusato. E sarà stato proprio il fratellastro Mickey Haller a coinvolgerlo: un suo cliente (un ragazzo nero ex membro di una gang) ritenuto colpevole dell’assassinio di una donna (una funzionaria di alto livello a Los Angeles), sta per essere processato per omicidio e questa combinazione (accusato nero e delinquente, vittima bianca e donna) rende il caso ancor più esplosivo.

Al di là degli stereotipi narrativi del genere hard boiled, Connelly è particolarmente attento a far emergere l’evoluzione psicologica dei suoi protagonisti, differenziandosi in tal modo dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi ed epigoni intenti solo a dar prova di adrenalico machismo letterario.

 

Dal libro Debito di sangue è stato tratto l’omonimo film diretto da Clint Eastwood. Con molta ironia lo scrittore nel successivo romanzo Il poeta è tornato ha fatto commentare causticamente il film ai suoi stessi personaggi in un piacevole intreccio tra realtà e finzione

 

Terrell “Terry” McCaleb ex agente FBI ed ex amico di Bosch;