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Agosto 2017

Forse quello più celebre è quello dell’assessore di collegio Kovalyov che, secondo l’invenzione di Gogol, se ne andava in giro in città da solo, in carrozza, spacciandosi per consigliere di Stato; non da meno quello di Cleopatra che deve alla leggenda della sua perfezione l’ipotesi di aver cambiato il corso della Storia; per Cyrano de Bergerac era invece un cruccio che impediva il realizzarsi della sua storia d’amore. Avete già capito che stiamo parlando del naso. Tutti, in genere ne abbiamo uno, ma esiste a Bologna un uomo con due nasi. Ecco, adesso state pensando che il Corridoio delle Muse è vittima di un’insolazione ma vi ricrederete.

Basta andare all’Archiginnasio, entrare al Teatro Anatomico e lì osservare per bene le statue lignee che occupano le nicchie delle pareti. L’ultima a sinistra entrando è il nostro “uomo con due nasi”.

Per chi non lo sapesse, il Teatro Anatomico si trova all’interno del palazzo dell’Archiginnasio, costruito nel 1563 per volere di Carlo Borromeo, all’epoca Cardinale Legato di Bologna. Il suo vice legato Pier Donato Cesi, presiedette alla costruzione di quella che sarebbe stata fino ad inizio Ottocento, la sede dell’Università di Bologna.

Gli studi di medicina e chirurgia erano una delle punte di diamante della didattica dell’Alma Mater e così nel 1637, venne costruita una sala anatomica su progetto di Antonio Paolucci detto il Levanti, allievo della scuola dei Carracci ed esperto scenografo. Focalizzano lo sguardo le figure dei due spellati scolpiti da Ercole Lelli nel 1734 e posti come colonna a sorreggere il baldacchino della cattedra del Lettore, ma nelle nicchie disposte a corona attorno alla sala, sono nel primo ordine dodici figure di medici famosi e nell’ordine superiore venti anatomisti. Le trentadue statue lignee vennero scolpite nel 1734 da Silvestro Giannotti detto il Lucchese, molto attivo anche a Bologna, come la statua del puttino che corona la cattedra del lettore. Anche qui una piccola curiosità: la piccola figura di putto stringe tra le dita non una rosa ma un femore.

Torniamo al nostro uomo con due nasi, al quale non resta che dare un nome: Gaspare Tagliacozzi, l’inventore della moderna rinoplastica.

Nel suo “De curtorum chirurgia per insitionem” del 1597, da’ conto della tecnica da lui elaborata per far ricrescere naso, labbra e orecchie che a quel tempo venivano sconciato spesso dalla sifilide e da altre malattie che attaccavano tessuti molli, mucose e cartilagini. Il protocollo messo a punto da Tagliacozzi consisteva nel saldare la parte ferita opportunamente trattata, al braccio del paziente mediante una serie di strisce di tela. Quando il processo di ricrescita della pelle sulle parti mancanti era a buon punto, i lembi veniva staccati chirurgicamente e il naso, le labbra o le orecchie, ricomposti.

Ci fermiamo qui con gli aspetti medico-chirurgici e torniamo a guardare il nostro uomo con due nasi e rimaniamo ammirati dall’elegante gesto di grazia tutta settecentesca, con il quale regge il naso tra due dita. La capacità dello scultore ha modellato naturalisticamente la rigida gorgiera, così come la morbida pelliccia di ermellino della cappa professorale e il viso di Tagliacozzi, il suo sguardo dritto e sicuro che sembra guardare lontano, verso il futuro della chirurgia.

COOKIES (Biscotti americani)

Ingredienti per 20/25 biscotti

  • Farina 00,    250 gr.
  • Bicarbonato, un cucchiaio
  • Zucchero semolato, 110 gr.
  • Zucchero di canna, 110 gr.
  • Goccie di cioccolato 300 gr. (o cioccolato fondente sminuzzato grossolanamente)
  • 1 uovo
  • Burro 125 gr

Procedimento

Sbattere l’uovo un po’ energicamente con la forchetta, unire il burro e lo zucchero, prima quello di canna, mescolare bene, poi quello bianco.

Amalgamare bene, aggiungere la farina ed il bicarbonato avendoli prima setacciati. Per ultimo la cioccolata. Fare quindi delle palle tonde della dimensione di una noce circa, posizionarle sulla teglia con carta da forno tenendole un po’ distanziate. Cuocere in forno a 180 gradi per 10 minuti, toglierli e farli raffreddare. In uscita vi risulteranno morbidi, ma è normale.

Per ripartire ci vuole energia, questi biscotti sono quello che ci vuole!!!

BUONA RIPRESA

DA G&G

 

Siamo amiche da tredici anni io e Flavia. Amiche sin dai primi giorni dell’università, siamo state spensierate diciannovenni che salutano la mamma e il papà e corrono a Bologna per studiare. Sì, per studiare, ma non solo. Per innamorarci, per fare cose, per andare ai concerti, per non sentirci pigre, per le nottate di bagordi, per il non dover dare spiegazioni, per poter tornare al paesello e sfoggiare con orgoglio la maglia dei Ramones e dire a tutti “sì, l’ho comprata in Montagnola”, per i pasti senza orario, per quel senso di libertà che la città più giovane d’Italia era in grado di garantirci.
Lei dal nord, io dal sud, abbiamo fatto tutto ciò che ci eravamo prefissate a 19 anni, quando con la valigia in mano siamo salite su un treno che ci avrebbe portate a Bologna. Oggi a 32 anni ci ritroviamo al solito bar, con la solita birra e il nostro discorso inizia con “When I was young”.

A vent’anni credevamo che a trenta saremmo state il risultato di ogni scelta fatta nei dieci anni successivi. Gli studi, la laurea nel minor tempo possibile, le scelte amorose, restare o andare, a volte decidere di tornare da dove si è venuti, o almeno conservare il diritto di provarci.
Tecnicamente avevamo ragione su tutto, quasi tutto. Non avevamo però considerato che a volte la vita si mette di mezzo e tu non puoi fare niente per fermarla.

A vent’anni avevamo già visto “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino, film mediocre che racconta la crisi dei trentenni. In breve: un gruppo di amici prossimi al compimento dei trent’anni riflettono sulle loro vite e si accorgono di avere paura di restare incagliati nelle logiche del lavoro, della famiglia, dei doveri. La vicenda si concentra su Carlo, ventinovenne con un ottimo lavoro, una bella casa e una bellissima fidanzata di nome Giulia da cui aspetta un figlio. Lei pronta alla maternità, lui un eterno Peter Pan. Lui tradisce lei, lei lo scopre e non troppo cordialmente, lo caccia di casa. Lui capisce che ha sbagliato e, a fatica, riesce a riconquistarla.
Epilogo: nasce la bimba, sono una famiglia felice, borghese nel senso più classico del termine, apparentemente serena, belli anzi di più, bellissimi.
Scena finale: lei che fa jogging e incrocia lo sguardo di un bel maschio alfa che le sorride. Il regista ci lascia intendere che anche lei, la bella Giulia vittima del tradimento del redento Carlo, si lascerà andare a chissà quali piaceri e malizie.
Battuta clou del film: “siamo fuori tempo massimo…venti sono pochi, quaranta sono tanti. Adesso è il momento giusto”.

Ora, film a parte, quel ritratto lì di Muccino era esattamente ciò che a vent’anni credevamo che saremmo diventate a trenta.
Un lavoro, una persona con cui vivere, una macchina, l’idea di un mutuo per comprare casa, ottima salute, gli aperitivi con gli amici, le gite fuori porta, la libertà di poter offrire una cena ad un amico, la libertà di poter comprare dei mobili, i weekend al mare, i weekend in montagna, le sere a casa con un buon vino, la possibilità di scegliere il vino, imporre i propri sì e spiegare in tranquillità i propri no. Una vita normale, una vita da trentenni.
Ciò che però non avevamo considerato è che la generazione raccontata da Muccino –  disincantata, tutto sommato benestante e terribilmente annoiata – aveva a che fare con il benessere del 2001, anni in cui con una laurea in mano e una discreta forza di volontà potevi essere un Carlo qualunque che può permettersi il lusso di annoiarsi.

Noi, ci diciamo sempre con Flavia, invece non ci annoiamo mai. Tra l’ennesima ricerca del lavoro, l’ennesimo rapporto andato male e il non poterci permettere una casa tutta nostra, camminiamo sempre sul filo del funambolo. Passo dopo passo, poggiamo con paura un piede dopo l’altro sulla corda tesa, “non guardare mai giù” ci hanno consigliato, fidati della corda e vai avanti.

Amore è il bambino che con noi fiata forte, amore è il bambino che sbaraglia la morte” (William Blake).

Le favole, spesso, servivano a far apprendere ai giovani ascoltatori (le fiabe ai loro bei dì, venivano rigorosamente raccontate oralmente dalle nonne o dai nonni ai nipoti ed alle nipotine nelle sere più scure) cose della vita che altrimenti sarebbe stato difficile, per non dire sconveniente, potersi permettere di esplicitare altrimenti. Questo è uno dei motivi per cui le favole, più che apparentarsi a piacevoli intrattenimenti per bambini viravano spesso e volentieri le proprie narrazioni verso il gore, il granguignolesco, l’orrore più o meno direttamente mostrato e raccontato.

Una certa parte della cosiddetta letteratura per ragazzi (o per l’infanzia) odierna, ha fatto proprio questo stilema (raccontare scuro, per dire altro). Ottimo esempio, è questo “Skellig” di David Almond edito da Salani nel 2009. La storia, che potremmo sintetizzare in Bambini che Accudiscono Merli, Gufi che accudiscono Angeli, Angeli che accudiscono Bimbi che soffrono, e che curiosamente sembrerebbe riprendere i temi di tanta letteratura adulta, mette a confronto le certezze della vita quotidiana e la scoperta del diverso, dello sconosciuto, dell’altro. In un crescendo, ed un susseguirsi, di prese di coscienza e di disvelamenti che non possono non ritrovarsi nella lettura e nell’interpretazione degli accadimenti di questa nostra contemporanea società.

Altro classico senza tempo, questo “Memorie di un giovane libertino” di Guillaume Apollinaire (Edizioni Clichy, 2016). Un classico, sì, ma un classico maudit. Uno di quei libri che, ai tempi dell’autore, un periodo che si può circoscrivere alla fine dell’800 e all’inizio del secolo breve, veniva letto e passato di mano in mano di soppiatto nei circoli e nei bistrot sollevando risolini imbarazzati e alzate di sopracciglio e, nel caso fortuito della presenza di una signora, rossori, soffioni e, in casi estremi, mancamenti. La storia, quella dell’iniziazione amorosa e ripetutamente incestuosa del giovane Roger, è nulla più che il racconto di un’iniziazione che, travalicando subitaneamente la propria essenza, diventa un vero e proprio romanzo di formazione, la storia di un adolescente che diventa, grazie alla ripetitività della pratica sessuale, uomo. Un libro sorprendentemente crudo nel lessico e spudorato nelle situazioni, tanto da essere stato, come detto, per lungo tempo considerato proibito e relegato ne “L’enfer de la Bibliothèque” (l’inferno dei libri) come era chiamata la Sezione della Biblioteca Nazionale di Parigi riservata ai testi proibiti e pornografici e che ospitava tra gli altri volumi, le perversioni del marchese DeSade così come i versi di Baudelaire e Verlaine. D’altronde cosa attendersi dall’autore delle “Undicimila verghe”, uno dei romanzi più scandalosi della prima metà del ‘900?

Solitamente, ma naturalmente non di una regola immutabile si tratta, è il secondo romanzo quello che può risultare ostico per un autore che ha stupito al suo esordio.

Di Wajdi Mouawad avevamo letto, e consigliato, il bellissimo (oddio, bello è un aggettivo del tutto inappropriato per un romanzo sanguinosamente duro ed al contempo algidamente puro, scarnificato e scarnificante, urlato ed urtante, eppure intimo, racchiuso in se stesso e, per certi alienati versi, romantico) “Anima”.

Ma “Anima”, per la succitata regola non scritta e che come in questo caso viene prontamente disattesa, non era il primo romanzo dell’autore libano/canadese bensì il secondo, il primo essendo questo “Il volto ritrovato” (Fazi, 2017). Le storie, ed i loro divenire in primis, sono diversissime, distanti nella costruzione, e dissonanti nelle conclusioni con solo una insistita esegesi a fare da trait d’union, se non assimilando i plot tout court, almeno avvicinando l’assunto di partenza, il coté dell’ambientazione, l’humus dei sentimenti e delle ossessioni. Eppure, a ben vedere, l’universo di Mouawad è già tutto in questo suo primo romanzo: il trauma di una guerra indicibile, la ricerca di un’identità negata, la dolorosa lotta contro i fantasmi dell’infanzia, la necessità di raccontare, e raccontarsi, l’inconfessabile.

Il mondo degli scrittori è quanto di più vario e composito si possa immaginare. Ci sono scrittori che pubblicano e scrittori che non riescono a farlo; scrittori che per imperscrutabili motivi vengono sopravalutati al di là di ogni oggettiva loro capacità e scrittori che, pur confortati da ottimi numeri di vendita, vengono considerati poco più di onesti mestieranti; scrittori che, pur di promuoversi, impiegano tutto il tempo tra un’ospitata, un talkshow, un’intervista e non trovano più tempo per scrivere e scrittori che si rinchiudono in una personalissima torre d’avorio, sicuri di se stessi ed indifferenti al mondo tutt’intorno; scrittori che scrivono e scrittori che raccontano di scrivere. In Italia, poi, tutto questo è portato all’eccesso e, visto che in Italia ci troviamo, naturalmente, gli scrittori più incensati, riconosciuti, considerati sono anche quelli che meno avrebbero da dire. Esempi ce ne sono a iosa: ad esempio, per l’appunto, qualcuno ha letto, e nel caso ricorda, Nicola LaGioia, autore del dimenticato e dimenticabile premio Strega 2015, “La Ferocia”, e oggi direttore del Salone del Libro di Torino? Certo, non tutti possono vedere ricompensata la propria arte in maniera talmente vistosa (soprattutto se non si può contare su uno sponsor eccellente), Ma comunque, niente paura; se va proprio male, si può sempre ripiegare su un contratto di collaborazione con uno dei due grandi quotidiani nazionali, Repubblica e Corriere: è il caso del vincitore dello Strega 2017, Paolo Cognetti (“Le otto montagne”) e dello sconosciuto, prima che il mercato dei grandi editori decidesse essere arrivato il momento di un nuovo, ennesimo ed effimero, caso letterario, Luca D’Andrea autore dell’ormai datato “La sostanza del male”. Visto però che il discorso era partito, per poi perdersi in mille rivoli inafferrabili, dagli scrittori molto tenuti in considerazione pur non avendo nulla, o quasi, a giustificare tale nomea, il caso più eclatante (secondo me; ogni opinione e parere discordante è altrettanto stimabile) è rappresentato da Marcello Fois, uno scrittore da sempre in lotta con se stesso nella ricerca di quello che vorrebbe essere il perfetto G.R.I. (Grande Romanzo Italiano). Tutte le strade, le scritture, sono state esplorate per perseguire questo obbiettivo: il giallo (che appena regalatogli una minima riconoscibilità, è stato prontamente declassato come incidente di gioventù), la scrittura a più mani, il romanzo diaristico, quello storico, quello dialettale (nel suo caso, il sardo, assai inflazionato).
Lampante esemplificazione di quanto espresso, questo “Del dirsi addio“ appena edito da Einaudi.
La storia, riportando dalla 4^ di copertina “… un bambino di undici anni sparisce nel nulla in una Bolzano diafana. Intorno a lui, scheggiato e vivo, il mondo degli adulti, in cui nessuno può dirsi innocente e forse nemmeno del tutto colpevole. Al commissario Sergio Striggio per inciampare nella verità sarà necessario scavare a fondo dentro se stesso, ed essere disposto a una distrazione ininterrotta. A vivere appieno i sentimenti che prova, per una donna e soprattutto per un uomo. A stilare un elenco di cose bellissime. Ad accompagnare un padre ingombrante nel suo ultimo viaggio e a ripensarsi bambino. Perché solo imparando a cambiare punto di vista è possibile chiudere i cerchi e non farsi ingannare da un gioco di specchi …”. Come si vede, e nonostante il buon lavoro degli esperti di marketing, tutto già letto, già digerito, già dimenticato. In più, di suo, Fois ci mette una pesantezza di fondo che, ben lungi dal coinvolgere il lettore stimolandolo a cercare percorsi di lettura alternativi, si rivela tristemente per quello che è: un escamotage non riuscito che a malapena riesce a mascherare una mancanza di idee e di motivazioni indiscutibili.
Certo, a molti lettori improvvisati, quelli per intendersi che acquistano lasciandosi sviare dalla posizione privilegiata negli scaffali delle librerie o dalle recensioni prezzolate su settimanali, quotidiani e media in genere (per non parlare di quelle del web …) piace, inconsapevolmente certo, farsi prendere in giro. Il problema, per Fois, è che continuando a costruirsi come il futuro G.S.I. (Grande Scrittore Italiano) e a sforzarsi di scrivere di conseguenza (se sei il Musil de “L’uomo senza qualità” ogni lungaggine sovrastrutturale ci sta; se sei Fois e per la descrizione di un qualunque banale accadimento impieghi pagine e pagine …), l’unico che rischia di essere preso in giro dai suoi romanzi è lui stesso.

E se di classici si parla, ecco che un altro libro, una raccolta di racconti, si propone prepotente tra le novità (Rizzoli, 2017) di questa calda estate: “Per te morirei” di Francis Scott Fitzgerald. Si tratta di short stories (e di alcuni trattamenti per l’industria hollywoodiana) pubblicate singolarmente, negli anni Trenta, da diverse riviste e testate. Sorta di compendio di quanto scritto nei comunque ben più compiuti “Grande Gatsby” e “Di qua dal paradiso”, e sorta di prova generale per “Tenera è la notte”, illustrano perfettamente, con le storie di giovani uomini e giovani donne che parlano e pensano una lingua nuova per l’epoca, la nascita di un comune sentire senza censure, senza limitazioni, un comune sentire che fa risultare normale discutere apertamente e senza falsi pudori di matrimonio, di amore, di sessualità, ma anche di sanatori e cliniche psichiatriche, le stesse strutture che ospiteranno Zelda nell’ultima parte della sua vita e della guerra civile ritenuta momento fondante della storia americana, delle montagne del North Carolina, che l’autore frequentò a lungo e l’amatissima NewYork, una NewYork, quasi periferica e pertanto tanto più vera; e c’è anche il mondo del cinema, un mondo scintillante ma non immune alle malinconie che si scontra con il lento incedere dell’America dei diseredati, degli hobos senza speranza, i poveri tra i poveri resi sempre più poveri dalla Grande depressione.

Confesso. Pennac, e il suo, anzi i suoi, Malaussène, li ho letti tardi. Questione di feeling, di snobismo, di insopportazione. Di tutto quello che nasce come fenomeno di massa (scrittura e cinema, soprattutto) non mi fido. E non ho voglia di unirmi alla massa degli osannanti senza ritegno e senza ripensamenti. Sbagliato, questo atteggiamento? Può essere, ma almeno mi ha fatto evitare, nel corso del tempo, di prendere cantonate tremende e difficilmente digeribili (dopo l’entusiasmo iniziale, sai che dolore dover ammetterne l’infondatezza?). Quindi, la tribù Malaussène in quel di Belleville, l’ho conosciuta tardi. E, tardivamente incontrata, qualcosa dell’entusiasmo contagiante degli inizi si era perduto. E quindi, a me, la saga dei Malaussène non è piaciuta.
Ora, complice l’estate, Feltrinelli edita questo “Il caso Malaussène”, che mi sono affrettato a comprare. Il giudizio, però, rimane lo stesso: un tardivo tentativo dell’autore di rinverdire i fasti di una serie che, oramai, mostra crepe evidenti di inventiva ed originalità (d’altronde, è lo stesso autore che dichiara di aver scritto questo ennesimo, stanco, capitolo dopo che “… un’anziana signora mi ha chiesto se avrebbe ancora sentito parlare della tribù Malaussène. Aveva letto i romanzi su consiglio della nipote, una ragazzina venuta a farsi firmare tutti i titoli della serie per il fidanzato. A sua volta, lei li aveva letti su consiglio della madre, alla quale erano stati suggeriti dal compagno dell’epoca, diventato poi suo marito. Avevo le tre generazioni davanti agli occhi: la figlia, la madre e la nonna. Tutte e tre mi chiedevano ardentemente notizie di Malaussène. Ho promesso che gliele avrei date. Quelle tre lettrici mi hanno fatto scattare il desiderio di sapere che fine avessero fatto Verdun, È Un Angelo, Signor Malaussène e Maracuja …“).

Arrivo a Bologna e non conosco nessuno. Ho fatto tutte le scuole fuori, prima Pescara e poi Perugia e adesso sono tornato giusto in tempo per l’università e non conosco nessuno. E poi è estate, sono tutti al mare, ma chi sono poi questi tutti che non conosco? E non è neanche vero che la città sia deserta perché, invece, la sera, c’è un sacco di gente in giro. Solo che non conosco nessuno e, quindi, per me sono tutti al mare. Spieghiamo. I miei sono al mare, loro sì. Io sono rimasto a Bologna perché, neanche il tempo di ambientarmi, e qui, c’è questa strana consuetudine di fare, chi può, la campagna dello zucchero. Io non sono in uno zuccherificio dei dintorni, sono negli uffici della ANB (anni dopo mi piacerebbe stare in quelli della NBA, ma …) in via D’Azeglio e sarò qui tutta l’estate (e anche un po’ di autunno) giusto il tempo che l’università cominci. Così, ricordo, che la sera, quando uscivo, ero solo, ma non era un problema. C’erano tante, ma proprio tante arene, ma sì, i cinema all’aperto e così ogni sera c’era un film nuovo (o anche vecchio). E poi, poi c’erano le baracchine dei gelati sui viali. Ogni porta, praticamente, aveva la sua. E io me le ricordo. Mi ricordo Mario a Porta D’Azeglio (adesso c’è un giornalaio) e mi ricordo Oliviero a Porta Saragozza (adesso, dove c’era lui non c’è nulla, forse due vespasiani) e c’era sempre un sacco, ma proprio un sacco di gente e automobili e moto e davvero davvero tanta tanta gente. Adesso Oliviero è sullo stradone dalle parti della Certosa e ci andrà anche tanta gente anche adesso, ma non è più la stessa cosa di allora.

E poi c’era l’Agnese (in realtà no, l’Agnese era la baracchina che vendeva i cocomeri di fianco alla baracchina dei gelati in Piazza Trento&Trieste) che era quella, forse, che a me piaceva di più anche se, visto che ero appena arrivato a Bologna ecc … (ma questo l’ho già detto) non avevo una “mia” baracchina preferita finché, finché cominciò l’università. E all’università, si sa, si conosce gente, si fanno amicizie, ci si ritrova per studiare. E così c’era questa ragazzina (no, non era la ragazzina dai capelli rossi) che mi piaceva molto e a lei mi portava in una baracchina in particolare, io non sapevo nemmeno che esistesse, una baracchina dove andavamo a prendere un frappè al cioccolato dopo aver passato tutto il pomeriggio, uno di quei pomeriggi caldi ma ventilati, soleggiati ma senza foschia, il cielo azzurro e l’erba verde, uno di quei pomeriggi di una volta, insomma, a studiare sdraiati sull’erba del parco di Villa Ghigi. E così che mi sono affezionato a questo chiosco che non ha nome, ma che tutti, molti almeno, conoscono come il chiosco di Villa Ghigi (perché è in San Mamolo all’altezza dell’ingresso del parco; arrivando dalla porta c’è la fermata dell’autobus e poi un giornalaio e subito dietro eccola). Già perché la baracchina dopo tutti questi anni c’è ancora e continua a fare ottimi frappè (a me continua a piacere quello al cioccolato) e ottimi gelati. Adesso, da poco, ha cominciato a fare anche le granite, granite che più che granite sembrano grattachecche. E saranno i ricordi, sarà che è tutto buono, sarà che c’è un piccolo giardinetto sotto gli alberi che è sempre fresco anche nei giorni più caldi o sarà, soprattutto, che quando il gusto più strano che trovi nella lista è la crema al croccante o lo zabaione montato, bè secondo me vuol dire che qualcuno, chi sta dietro il banco a fare i gelati, non mi sta prendendo in giro, ma per me è davvero un posto per certi versi magico, inaspettato quanto meno. E dove si sta bene, rilassandosi, al fresco. Un ottimo posto, per chi è ancora a Bologna in questa lunga estate calda, per tirare tardi, per una volta, mangiando un gelato.

CREME CARAMEL AL CARAMELLO PROFUMATO AL LIMONE

-1 litro di latte

– 200 g di zucchero ( altri 50/100 per caramellare lo stampk o monoporzione)

– 5 uova intere

– scorza di limone

– ¼ di panna liquida

PROCEDIMENTO

Fare bollire latte, scorza e zucchero riducendolo della metà. A parte mescolare le uova con la panna, unire il latte ristretto ed intiepidito, togliere la scorza di limone.

Versare il tutto nello stampo caramellato filtrando con il setaccio, lasciare riposare 15 minuti e cuocere i forno a bagno maria 180 gradi per 40/45 minuti o fino a che il dito non si attacca più alla superficie.

BUON FERRAGOSTO DA

G&G

Siamo in estate. Non fosse stato il caldo soffocante dei giorni scorsi a ricordarcelo, per rendersene conto basterebbe sfogliare un qualunque quotidiano (nessuna notizia di politica, nessun riferimento a casi di nazionale necessità, nessun allarme sull’andamento della borsa e di uno dei suoi incomprensibili indici; persino le notizie di cronaca nera latitano, quasi assassini, stupratori, truffatori, ladri fossero andati anche loro in vacanza). E se poi ci si collegasse ad un qualunque social, le cose non cambierebbero di un ette; anche lì, infatti, i politologi e i tuttologi di cui il web normalmente straripa, sempre così pronti a pontificare, spiegare, instillare dubbi, sobillare (come se qualcuno potesse essere convinto dalle loro profondissime e strabilianti riflessioni) sono improvvisamente scomparsi: nessun commento, nessun hate, niente di niente, quasi la canicola abbia dissolto le tastiere oltre che le menti (ahi, quanto ci manchi Napalm51…).
Restano così solo notizie sparse, inconcludenti nella loro futilità, alcune delle quali, però, significative dell’arroganza e della protervia di chi, a torto o a ragione (ma quando mai può essercene ragione), si crede un VIP.
Ne abbiamo estrapolate tre, tre storie del tutto dissimili tra loro, del tutto imparagonabili. Ma che, tutte, testimoniano della tracotanza di chi si ritiene nonostante tutto al di sopra di tutto.
La prima, non può che riguardare la fidanzatina d’Italia (l’ennesima, sono tutte fidanzate d’Italia, quando vincono) Sara Errani. Che, giocandosi una credibilità ed un rispetto che si credevano ormai assodati, e lontanissima dalla sua immagine tutta sport e salute, si è fatta beccare con le mani immerse nello sterminato vasetto dei dopanti sportivi.
Fin qua, niente da eccepire: ti dopi, ti beccano, ti squalificano. Non contenta però di essere stata sospesa dalla propria federazione per pochi mesi (a differenza di un collega maschio, squalificato per lo stesso motivo per due anni), la Errani si ricorda di essere italiana e, organizzata una conferenza stampa per commentare l’accaduto, cosa c’è di più italiano di una bella lacrimuccia (molte lacrimucce) mentre le domande infuriano? Non contenta, ecco il coup de theatre italiano per eccellenza: spunta la mamma. Una mamma malata (attenzione, su questo fatto, sul fatto che la signora sia malata, NON si possono e devono sollevare dubbi o facili ironie) che, distratta, lascia cadere nell’impasto della sfoglia per i tortellini che sta preparando per la golosissima figlia una pastiglia della sua cura. Una pastiglia dimenticata che cade nella farina con cui si sta preparando la sfoglia? Rendendosi conto dell’enormità della scusa (e dopo che il web ha riempito pagine e pagine di battute la più clemente delle quali è: “… dai Sara, te l’avevo detto di non farti preparare i tortellini dalla mamma di Lance Armostrong …”), la tennista si ricrede e dichiara che, in fondo “… il letrozolo (un trattamento adiuvante del carcinoma mammario) non è doping per le donne …” opportunamente dimenticando, però, che una pesista coreana è stata squalificata per quattro anni per lo stesso motivo (si vede da una federazione meno compiacente). Della serie quando un bel tacer non fu mai scritto …
La seconda storiella riguarda un uomo politico, un sindaco. Il sindaco di Viareggio, Giorgio del Ghingaro (nomen omen?). Se qualcuno non sapesse chi è costui, Del Ghingaro è un esperto tributario membro della Commissione Ministeriale per gli Studi di Settore presso il Ministero delle Finanze; transfuga dal PD, è stato eletto sindaco di Viareggio a capo di una coalizione di cinque liste civiche. Fin qui, il profilo (è un grande fruitore dei più diffusi social, FaceBook innanzi tutto) ufficiale. Ai più, però, può giovare, per identificarlo, ricordare come, in questa estate infuocata anche al mare, sia stato il promotore di un’ordinanza secondo la quale ogni ragazza che passeggi sul lungomare in bikini può essere multata (come pure i ragazzi che le imitano passeggiando in costume e a torso nudo). Giusto? Sbagliato? Non importa, non è questa la sede per discuterne. Quello che importa, importa a noi, è che a Viareggio, imposta da Del Ghingaro, c’è una regola (giusta o sbagliata, ripetiamo, non importa) e la regola va rispettata.
Tutto bene? Non proprio: infatti, un paio di giorni fa, Del Ghingaro denuncia, sul suo prediletto FaceBook, la grave umiliazione subita quando è stato allontanato dal ristorante del Circolo velico Versilia.
Il perché? Semplicissimo: il non rispetto di una regola. Una regola, anche questa giusta o sbagliata non interessa, che impone ai frequentatori del locale un preciso dress code che esclude i bermuda. L’allontanamento sarebbe cioè scattato quando alcuni altri avventori (honny soit qui mal y pense) avrebbero fatto notare all’imbarazzato personale di sala l’inadeguatezza della mise del sindaco che, appunto, vestiva in pantaloncini corti.
Ora, a parte che dalle foto prontamente postate sembra davvero che si sia vestito al buio, l’arroganza, la protervia, l’italica tentazione del lei non sa chi sono io, fanno prontamente capolino dalle dichiarazioni dello stesso quando si è precipitato a dichiarare che l’umiliazione è stata gratuita, visto che non era davvero vestito male, elencando, a suffragio della sua tesi, il costo dei vari capi d’abbigliamento (camicia 250€, scarpe 350, i famigerati bermuda 250). Confermando in tal modo non certo l’ingiustizia del suo allontanamento (siamo al mare, a Viareggio, sul porto, vorrei vederli gli elegantoni che frequentano il Circolo velico) che sa tanto di ripicca, ma perdendo un’ottima occasione di tacere sulla propria cafonaggine ed arroganza.
Per ultimo, ma non certo ultimo, della serie, abbiamo tenuto il non plus ultra dell’italica propensione ad incensare parvenues di ogni ordine e grado. Ora, Gianluca Vacchi non è certo un parvenue, un arricchito (anche se ne mantiene ed anzi ne ingigantisce la propensione alla cafonaggine sguaiata e ridicola). Erede dinastico di una delle grandi famiglie dell’imprenditoria bolognese, è azionista e consigliere di IMA, la multinazionale del packaging … anche se non ha deleghe e non si occupa direttamente della gestione aziendale …: insomma, una sorta di Emiro (proprio lui, quel Giorgio Seragnoli che venne tenuto lontano dalle aziende di famiglia interessandolo al giochino Fortitudo di inizio millennio) moltiplicato alla enne.
Ma perché parliamo di Vacchi, l’uomo enjoy per antonomasia? Perché l’uomo crionico (pare che per mantenersi in forma si iberni giornalmente a -110°; una pratica non così inusuale in atleti e superatleti che la praticano non più di un paio di minuti sotto stretto controllo medico; lui, invece, nel giardino di casa, da solo ed anche per 6/7 minuti …), saputo del pignoramento di beni per 10 milioni di euro ottenuto da Banco BPM, pignoramento che riguarda il suo megapanfilo, alcune ville di proprietà, tutta una serie di macchine di lusso nonché azioni e quote del Golf Club di Castenaso, cosa fa? Si fa immortalare nell’ennesimo video enjoy subito postato sugli immancabili profili social per la gioia dei suoi 10.000.000 (diecimilioni) di followers su Instagram e 1.650.000 (unmilioneseicentocinquantamila) su FaceBook, mentre sale su un jet privato dando a tutti appuntamento a Ibiza dove suonerà (lui è un, pare apprezzato, dj) per il modico compenso di 24.000 (ventiquattromila) euro all’ora …
In realtà, se si cercasse una morale, la morale non c’è. D’altronde, come non capire (non giustificare attenzione) e forse un po’ invidiare, la massa che segue personaggi del genere? Personaggi che sono senza dubbio arroganti, in malafede, cafoni. Ma se gli stupidi non fossero loro?

Oxfam Italia, che aderisce alla confederazione internazionale Oxford Commitee for Famine Relief, il movimento globale di persone che si impegnano per trovare soluzioni idonee per vincere la povertà e l’ingiustizia, nei mesi scorsi ha lanciato il concorso fotografico “Contrasti”, con l’obiettivo di raccontare la povertà e la marginalità nel nostro paese.

Nel 2016 la ricchezza dell’1% più ricco degli italiani era più di 30 volte la ricchezza del 30% più povero della popolazione nazionale e ben 415 volte quella che resta al 20% più povero dei nostri connazionali. Nel nostro paese la quota della popolazione a rischio povertà è maggiore dei paesi europei più avanzati.

Attraverso le immagini raccolte dal concorso vengono messi in luce momenti di vita quotidiana, rappresentazioni del vissuto di questo nostro tempo, un tempo che riproduce meccanismi di esclusione, di emarginazione.

E’ importante tenere presente che quando si parla di disuguaglianza non si tratta solo di ricchezza, ma anche di accesso ai servizi, di lavoro, di opportunità per le giovani generazioni, di genere, e il primo modo per combatterla è conoscerla, documentarla, denunciarla, anche attraverso un concorso fotografico.

A questo link https://contrasti.oxfam.it/ si possono vedere le immagini vincitrici e l’intera galleria fotografica.