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Settembre 2017

Sono trascorsi più di 20 anni da quando il Prof. Achille Ardigò promosse due importanti Seminari di Studio (giugno 95 – giugno 96) sulle metodologie e tecniche della telecomunicazione con la collaborazione del nuovo CUP, sotto la spinta culturale ed organizzativa del Direttore Scientifico Dr. Mauro Moruzzi.

Da allora lo sviluppo delle Reti di Telecomunicazione nella Città digitale si è arricchito di nuove esperienze; ricordiamo soprattutto il progetto europeo “Atlas” al quale siamo stati coinvolti nel giugno 1998, quale Struttura Cardiologia. In sostanza si trattava di attivare un sistema di telecomunicazione tra Ospedale e territorio con la finalità di trasmettere l’elettrocardiogramma e la possibilità di comunicazione tra il sistema di Emergenza-Urgenza 118 e la Cardiologia Ospedaliera di riferimento.

Tale modalità di trasmissione telematica ha consentito di intervenire tempestivamente nei casi di pazienti colpiti da eventi “critici” a rischio di sopravvivenza nello specifico l’infarto miocardico acuto, la perdita improvvisa di coscienza (sincope), le gravi crisi di insufficienza respiratoria e lo scompenso cardiaco acuto.

Situazione queste ove è ampiamente dimostrato dalla Letteratura che un intervento precoce ed efficace può salvare una vita da cui l’affermazione “non dare tempo al tempo”.

Pertanto l’applicazione della Telecardiologia con la trasmissinone dell’ECG ha consentito un vero e proprio “teleconsulto” tra il personale infermieristico del 118, medici del Dipartimento di Emergenza-Urgenza e lo Specialista Cardiologo.

In conclusione la “rete telecomunicativa” ha innescato un vero e proprio circuito virtuoso che sta producendo risultati clamorosi in termini di vite salvate e di sopravvivenza a lungo termine. Infatti una volta che il paziente giunge vivo in Ospedale potrà utilizzare efficacemente tutte le risorse tecnologiche e professionali in esso presenti.

Non ci sono parole per descrivere una giornata al pronto soccorso con paziente anziano in difficoltà. Due ore di attesa per l’arrivo dell’ambulanza, due ore per avere una parvenza di diagnosi (basata su ipotesi). Una tachipirina e 5 gocce di xanax e una nuova attesa di tre ore, dopodiché si prospetta un esame del sangue e una tac. Ovviamente altre tre ore di attesa.
Dalla mattina alle 21,30 di sera. Lascio poi immaginare l’odissea per andare a ritirare una persona dal pronto soccorso di sera in auto, pioggia a dirotto, sbarre abbassate…..

INGREDIENTI:

  • farina 300
  • zucchero 300
  • 6 uova
  • 1 limone
  • 1 bacca di vaniglia
  • 120 dl olio di semi
  • 200 dl acqua
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 1 bustina di cremore tartaro

PROCEDIMENTO:

Setacciare la farina in una ciotola insieme a tutti gli ingredienti secchi (zucchero, lievito, vaniglia e buccia di limone grattugiata).

Montare a neve l’albume con un pizzico di sale e la busta di cremore, i rossi d’uovo,l’acqua, l’olio e  il limone spremuto insieme.

Ora unire i liquidi dopo averli mescolati insieme ai secchi ed aggiungere poco alla volta l’albume mescolando poco alla volta l’albume mescolando delicatamente dal basso verso l’alto.

Versare nello stampo specifico (senza ungerlo) e infornare a 160gradi per 55/60 minuti.

Dopo aver fatto la “prova stecchino”, sfornare e capovolgere lasciando raffreddare nello stampo.

Si, può servire con una crema al limone ,neutra con solo zucchero a velo o farcita tipo torta compleanno

LEMON CURD:

Ingredienti: 

  • 2 limoni
  • 2 uova
  • 50 g burro
  • 100g zucchero

Mettere in un pentolino a bagno maria le uova, lo zucchero, il succo dei due limoni e buccia grattugiata. Aggiungere il burro sciolto e con una frusta lavorarlo fino a che diventi densa, la crema è pronta quando mescolandola non scivola più via dal cucchiaio, versarla in una ciotola e servirla.

ADDOLCITEVI da G&G

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.
(Nazim Hikmet)

Lontani dalla pazza folla. Mantenersi lontani da. Fuggire la. Evitare ogni situazione che potrebbe portare all’intruppamento nella. Ritardare il più possibile l’inevitabile rientro nella.

Tutte idee, consigli, proponimenti che forse possono aiutare a vivere al meglio questo affollato, affastellato, affliggente ritorno alla normalità post-vacanziera. Visto che però bere bisogna, e col bere mantenere anzi riallacciare i rapporti sociali, forse un buon consiglio per non farsi travolgere dal solito, sfinente nightclubbing, può essere quello di scegliere con cura locali un po’ appartati ma non avvilenti, riservati ma non desolati senza per questo rinunciare alla qualità ed alla piacevolezza di un ottimo bicchiere o un buon piatto in compagnia. A questo punto, se cioè vorrete seguire quanto sopra suggerito, un buono, anzi ottimo consiglio è il “Bar à vin” di via Nazario Sauro 10/B, una piccola, piccolissima enclave transalpina nel centro di Bologna. Più Provenza che Parigi, però (anche se alcuni bistrot come questo a saperli cercare lontani dalle rotte dei turisti mordi e fuggi, si possono ancora trovare anche nella caotica ville lumière). Le luci sono soffuse, ma non basse; i tavolini, ben distanziati, elegantemente tovagliati; il bancone (ineludibile fulcro d’interesse per noi, vecchi biassanot) è giustamente accogliente; anche il piccolo dehors, in uso fino a quando la stagione lo consentirà, offre comode sedute e piacevole frescura. E, poi, aspetto fondamentale, come in tutti i bistrot che si rispettino, e come d’altronde suggerisce anche la lavagnetta all’ingresso del locale (“… tante buone cose per una deliziosa cenetta in stile bistrot …”) Champagne (V.vePellettier), vini francesi (Sancerre, Chablis, Pouilly fumé, Sauvignon de Bordeaux, Sylvaner d’Alsace, Muscadet de la Loire, Bordeaux rouge, Côtes du Rhônes, Saint Emilion, Pinot Noire de Bourgougne), piccole delicatezze tra cui spiccano paté, chevre e viandes froides e naturalmente, per finire, Cognac, Armagnac e Calvados. A differenza di altri farlocchi bistrot similfrancesi purtroppo esistenti in città, qui la qualità e la genuina francesità dei prodotti, è garantita. Garantita dalla serietà e passione di chi, venti anni fa esatti esatti, apriva il primo bistrot francese a Bologna. Sto parlando di Angelo, il proprietario (uomo dalla ospitalità squisita, cordialità prorompente e una vita variegata e fortemente improntata all’amore per la France che, tempi della clientela permettendo, potrebbe fermarsi a raccontarvi), e dell’indimenticato Au Coq Qui Rit ristorante francese all’83 di via Fondazza dalla formula indovinata e dall’indimenticata séduction, vero e proprio progenitore di questo nuovo “Bar à vin” che troverete aperto dal martedì alla domenica (il giorno di chiusura è il lunedì). Ricordando che l’apertura è prevista dalle 18 all’1 di notte, noto con piacere come sia un orario più che consono al nostro tirare tardi. Bon appétit.

 

 

Stefano Righini

 

Dopo 20 anni di duro lavoro la sonda Cassini terminerà la sua missione disintegrandosi nell’atmosfera di Saturno . La missione  ha portato a casa 400000 foto e una infinità di dati sulla conoscenza dei mondi su cui potrebbe esistere la vita insieme ad una visione dei processi fisici alla base dello sviluppo dei sistemi solari. Ma perché farla disintegrare? La sonda è ormai quasi senza alimentazione: continuerebbe a viaggiare senza guida nello Spazio e, in quel sistema così affollato – con oltre 60 satelliti noti – probabilmente finirebbe per scontrarsi con una delle tante lune del gigante gassoso . Magari contaminandoli. Pare che batteri e spore terrestri possano sopravvivere anche nello spazio. Un altro è la natura della vicina luna Titano, che per come ci si presenta è definita anche Terra primordiale: ci sono cioè condizioni simili a quelle che hanno portato alla formazione delle prime forme di vita sulla Terra e non è intenzione della missione interferire in alcun modo.

Non possiamo tollerare che crollino interi paesi e  centinaia di persone restino sepolte sotto le macerie. Il terremoto è un  mostro, ma possediamo le tecniche e le conoscenze per proteggerci. Deve  entrare in modo permanente nelle nostre coscienze ancora prima che  nelle leggi, parlo del dovere di rendere antisismici gli edifici in cui  viviamo, così come è obbligatorio per un’automobile avere i freni che  funzionano. Nessuno si metterebbe in viaggio con una macchina che non  frena, invece tantissime famiglie vivono incoscientemente in zone  sismiche (lungo tutta la dorsale degli Appennini, la spina dorsale  dell’Italia da Nord a Sud) in case insicure. C’è qualcosa che non torna. Cosa fare? Rendiamo sicuro un patrimonio insicuro che sono le nostre  case.

Renzo Piano

Cerco una bottiglia di latte.

Possibilmente a lunga scadenza, Possibilmente di una marca di nicchia bio certificata, che viene distribuita nei migliori negozi albanesi.

Mi avventuro nel supermercato despar in un centro commerciale che potrebbe essere in Austria, Germania o in qualsiasi altro paese sviluppato e con alti standard di vita.

Una piazza del consumo, vasto come il Festival dell’Unità a Parco Nord: in una teoria di scale mobili, piani rialzati, parcheggi che salgono e scendono, sai dove entri e non sai dove esci.

E’ la prima volta in tanti anni che mi avventuro in un mega supermercato, forse perchè abituata a dipanare i miei bisogni alimentari in una catena di fornitori sotto casa, a brevissimo chilometro dalla produzione. Uova latte e il formaggio tradizionale molto simile alla feta greca o nella versione ‘ricotta’ sono talmente buoni che non possono mancare nei miei pasti spesso vegetariani e infatti il loro abbinamento con ortaggi locali maturati al sole mediterraneo e a spremute di gustosa frutta  colmano l’orizzonte della  mia fantasia gastronomica.

Ma oggi è il primo giorno di autunno, fuori  scrosci di pioggia minacciosa e quindi dal centro di Tirana, metropoli di 1.000.000 di abitanti e 3.000.000 di Suv – che spesso sollevano muri di acqua , decido di ripararmi in un centro commerciale.

Mi accompagna una collega di matematica da poco migrata da Brescia. E’ anche maestra di dolci.

Muta per lo stupore in quell’inatteso paradiso di fantasie alimentari.

Accanto a prodotti della grande distribuzione ci sono punti vendita di  prodotti locali organizzati con gran gusto in banchi e in spazi  esteticamente e igienicamente impeccabili, con ogni varietà di frutta fresca, secca glicò e caramellata.

Passeggiamo interminabili corsie dove non manca nulla, dove si trova tutto, ma ci sono pochi carrelli e anche quei pochi inspiegabilmente vuoti .

_Sto cercando solo un cartone di latte_.  Ripeto alla mia collega

_  da qualche metro sei nella corsia giusta- commenta ironica.

Metto a fuoco la visione di un allestimento che ricorda a prima visita  un ipermercato americano negli anni 80, con corsie in cui si poteva pattinare e studiare inglese in chilometri di pubblicità di marche sconosciute. Qui non abitano solo le migliori produzioni dell’Albania, un paese a vocazione agricola, ma tutto sommato piccolo: in questo supermercato di Tirana vedo un apparato commerciale di prima classe, con una vastità di scelta internazionale, che comprende l’Italia, i paesi balcanici limitrofi, sconfina nel Nord Europa ma propone  anche USA e Asia, naturalmente passando dalla Turchia e dalla Russia.

Le confezioni di latte made in Italy Parmalat, Granarolo, Buitoni, Scotti sono avvicinate a tutte le possibili varianti greche, macedoni, serbe, tedesche, francesi e americane. (vedi foto ), vegetali  di  riso, di mandorle, di soya e  di latte condensato.

A questo punto il mio comportamento ha una svolta  e decido di buttarmi in uno shopping  alimentare sfrenato.  In Italia guardo sempre le date di scadenza e confronto il prezzo nel piccolo espositore delle bottiglie del latte.  Qui posso praticare la novella arte di noi  anziani cultori del gusto e fare un’analisi sensoriale da grande intenditore. Latte al profumo di fieno, latte senza HD,latte di riso, latte alle mandorle turche, latte alla menta, allo youghurt, al kefir

Mi vien un dubbio:  forse il motivo per cui il latte è così popolare è perché l’Albania è a maggioranza musulmana?

Il carrello straripa e sono per caso prossima a una cassa.

Ma la prossima volta visiterò il reparto alcolici. E farò un video.

Henryk Sienkiewicz, polacco, nato nel 1846, giornalista, romanziere e vincitore del premio Nobel nel 1905 per il romanzo “Quo vadis” (esatto; proprio quello da cui fu tratto il filmone hollywoodiano interpretato da Charlton Heston con la famosa corsa delle bighe tra, appunto, BenHur e Masala) visse in prima persona la repressione russa che soffocò nel sangue l’insurrezione polacca del 1863. Non c’è da stupirsi, quindi, che tutta la sua opera, almeno quella non solamente avventurosa (vedi il già citato “Quo Vadis”), è incentrata ed ispirata al ricordo ed all’apologesi di quelle pagine, tra le più tristi della storia nazionale.

Non fa eccezione questo “Il guardiano del faro” in cui un settantenne ex militare, Skawinski, un reduce che può vantare una croce  avuta nel ’30 (nelle fila dell’esercito rivoluzionario polacco che nel 1830 combattè eroicamente per dieci mesi contro i russi) ed una spagnola della guerra coi carlisti (la guerra civile spagnola tra la reggente Cristina ed il pretendente Carlo del 1833/40) nonché una Legion d’Onore avuta in Ungheria (durante l’insurrezione ungherese del 1848/49 che l’Austria soffocò con l’aiuto della Russia) e che poi si è battuto negli Stati Uniti contro i sudisti ed ha attraversato a piedi le immense pianure tra NewYork e la California prima di imbarcarsi come fiociniere su una baleniera, si propone, in sostituzione di quello appena deceduto, come guardiano del faro di Aspinwall vicino all’istmo di Panama. E per avvalorare la sua richiesta, l’anziano avventuriero non si perita di confessare al Console degli StatiUniti, la persona designata a trovare il nuovo guardiano, che “… sono molto stanco, esausto, ne ho passate tante … questo posto è uno di quelli che più ardentemente ho desiderato … sono vecchio, ho bisogno di pace, di dire a me stesso qui finalmente potrai restare, questo è il tuo porto …”.

Ottenuto il posto, Skawinski si lascia trascinare dal lento e monotono succedersi delle alte maree, dell’arrivo giornaliero delle vivande, della sera che porta gli effluvi della vicina, eppur così lontana foresta e le luci della città altrettanto irraggiungibile, in un ipnotico e pacificante trantran. Tutto, quindi, sembra procedere come meglio lo stesso Skawinski non avrebbe potuto immaginare. Fino al giorno in cui, qualcosa, un plico misterioso, non lo costringerà a tornare col pensiero alla patria mai dimenticata e a fare i conti col proprio passato. Un passato che riassume in sé, nel proprio essere inevitabilmente esule, la vita e le parole di tutti gli esuli del mondo, di tutti coloro costretti a vivere lontani dalla terra d’origine. Non resterà, quindi, che riprendere, sorta di infaticabile ebreo errante con però una nuova luce, più scintillante, negli occhi,  il proprio girovagare per le nuove strade che la vita gli proporrà.

Henry James, statunitense naturalizzato inglese, è considerato dalla critica uno degli iniziatori del romanzo moderno. Probabilmente perché, risentendo della sua doppio status di americano e inglese, i romanzi di James spesso ruotano attorno alla contrapposizione tra il vecchio (un’Europa artisticamente raffinata, corrotta e affascinante) e il nuovo mondo (un’America aliena da false sovrastrutture, sicura di sé ma al contempo intrappolata nelle puritane convenzioni sociali), quasi un anamnesi del conflitto tra l’innocenza della giovinezza americana e la pericolosa decadenza europea. Un incontro/scontro che l’autore risolve introducendo nei suoi romanzi degli stilemi, come il monologo interiore e un’antesignana narrazione psicologica, modernamente rivoluzionari per l’epoca.

Perfetto esempio di quanto detto, questo “L’umiliazione dei Northmore”, una short stories in cui “… alla morte di Lord Northmore, il suo amico di lunga data Warren Hope, che ha partecipato al suo funerale, ne seguirà presto la stessa sorte. La moglie di Warren considera questa fine come l’ultima beffa di un rapporto sbilanciato: i due uomini avevano iniziato a lavorare insieme ma, mentre Warren, pur essendo il più intelligente tra i due, era rimasto nell’ombra e non aveva raggiunto alcuna gratificazione morale ed economica, Lord Northmore era diventato ricco e illustre. Mrs Hope vuole vendetta nell’umiliazione postuma di quella famiglia arrogante. L’occasione insperata le si presenterà grazie a un epistolario amoroso tenuto nascosto per molti anni …”.

La storia, banale se riassunta, si rivela invece al lettore avvertito, come una esemplare dichiarazione d’intenti della poetica di James: un continuo ed inesausto rincorrersi tra coscienza ed istinto, tra moralità ed invidia. Avvalorando la teoria secondo la quale in realtà i romanzi di James non parlano di persone ma di epoche, di culture, di sfere sociali. Valga da splendido ed eclatante esempio, l’intimo struggimento interiore di Lady Hope, vero e proprio dramma psicologico, nel momento della presa di coscienza della ineludibilità dell’imminente scontro con il proprio ambiente.

Questo afflato di modernismo, unito ad una prosa di raffinata leggiadria, ha fatto sì che le opere di James venissero copiosamente saccheggiate per trasposizioni cinematografiche dai più grandi registi. Ci limiteremo qui a ricordare “Improvvisamente, un uomo nella notte” di Michael Winner, “Daisy Miller” di Peter Bogdanovich, “Gli europei” e “I bostoniani” di James Ivory, “Ritratto di signora” di Jane Campion.

Guardare troppo lontano è un errore. Se uno guarda lontano, non vede quello che ha davanti ai piedi, e finisce per inciampare. Ma anche concentrarsi sui piccoli dettagli che si hanno sotto il naso non va bene. Se non si guarda un po’ oltre, si va a sbattere contro qualcosa. Perciò è meglio sbrigare le proprie faccende guardando davanti a sé quanto basta e seguendo l’ordine stabilito passo dopo passo. Questo, in tutte le cose, è il punto fondamentale.

Haruki Murakami – Kafka sulla spiaggia

Questa frase appartiene a Salvador Allende, il cui anniversario di morte è oggi, 11 settembre.

Era l’anno 1973, le forze militari guidate da Pinochet attraverso un colpo di Stato rovesciano il governo socialista di Salvador Allende, che muore durante l’assedio al palazzo presidenziale della Moneda.

Dal 1970, e per mille giorni, Allende cerca di far imboccare al Cile la “via del socialismo democratico”, un tentativo di riformare lo Stato attraverso cambiamenti radicali nel campo sociale, economico e di politica internazionale.  I primi interventi del suo governo sono volti alla ridistribuzione della ricchezza e a migliorare le condizioni dei ceti meno abbienti – ad esempio con la distribuzione di mezzo litro di latte al giorno a ogni bambino di età inferiore ai quattordici anni –  e dei lavoratori – ad esempio con l’aumento dei salari.

Con il golpe, Pinochet instaurò una feroce dittatura, di repressione, di un cruento bagno di sangue, che durò ben 17 anni.

Un po’ distante e un po’ scomodo, me ne rendo conto. Però, perdonate, appena tornato dalle vacanze non posso fare a meno di ripensare a un paio di settimane davvero rilassanti. E meravigliose sotto molti punti di vista. E dato che di far tardi ci occupiamo, è di cibo, e di locali, che vi parlerò raccontandovi di Hvar, l’isola croata davanti a Spalato, e dei locali che non dovrete perdere se mai vi capiterà di andarci.

Innanzi tutto, però, una precisazione. L’isola è abbastanza grande, è lunga quasi 70 kilometri, e quindi non l’ho potuta visitare tutta (chiaramente la priorità era il mare, un mare dai fondali subito alti, un mare trasparente, così trasparente da ricordare quello dei miei amati Caraibi; e le spiagge: calette isolate, celate dalla pineta e nascoste da rocce all’apparenza inaccessibili). Quindi le segnalazioni che vi darò non sono esaustive ma rispecchiano solo le esperienze personali vissute (o meglio dovrei dire … mangiate e bevute).

In primis, allora, Hvar, la città che regala il nome all’isola tutta (o che prende il nome da …). Città bellissima, veneziana nello spirito e nell’architettura, arroccata ai piedi della fortezza spagnola, che sorge sulle rovine del precedente fortilizio veneziano, del XII/XIV secolo: da non perdere le viuzze che partono dalla marina che ospita normalmente yacht e golette  da mille e una notte e che sono animate da locali, bistrot, cocktail bar e ristoranti che possono soddisfare tutte le esigenze e tutte le tasche.

Naturalmente, una controindicazione, e neppure tanto piccola, esiste. Hvar è nel circuito delle località estive più gettonate da quel turismo giovane e in cerca dello sballo a tutti i costi che, partito da Ibiza sta colonizzando pian piano tutte le località più trendy del mediterraneo. Discoteche, karaoke, pub aperti tutta notte. E questa quantità di giovani assai poco, o in minima parte, gourmet, si ripercuote sulla qualità dell’offerta. Intendiamoci: ristoranti buoni, anzi ottimi, esistono ma sono pochi, riconoscibili, e dai prezzi davvero molto alti (relativamente ed in assoluto). Meglio, quindi, per trascorrere una piacevole serata (da tener presente che siamo sempre dalle parti del sud del mondo, quindi i ristoranti tendono a riempirsi ad ora tarda e comunque, alla fine della cena, è piacevole rimanere a chiacchierare e sorseggiare magari una slivovitz o un liquore di prugne quando i turisti comuni se ne sono già andati e rimangono solo i locali o gli habitué) dirigersi altrove. Bastano pochi kilometri, circa 3, per arrivare a Milna, una piccolissima cittadina caratterizzata da una minuscola spiaggia attrezzata (una delle 2 o 3 dell’isola, ma attenzione, non aspettatevi nulla di romagnolo) e da una serie di ristorantini affacciati proprio sulla baia. Il migliore, o semplicemente quello che ci ha convinti di più è il MoliOnte (ristorante e pensione, tel. +385 21745025, www.molionte.com, e-mail moli.onte1@gmail.com) coi suoi tavolini avec le pieds dans l’eau, la cesta del pescato sempre fresco (raramente visti tanti branzini e dentici pescati alla lenza proposti tutti insieme) e l’esclusivo servizio di taxi boat che collega i grandi vascelli ormeggiati al largo o anche la stessa Hvar, che dista d’altronde poco più di un miglio nautico. Tra i piatti tipici della cucina dell’isola (noi ci siamo concentrati sul pesce, ma anche la carne, l’agnello soprattutto, è spesso presente nella dieta isolana): insalata di polipo, scampi e calamari sia grigliati sia alla buzara (una salsa a base di vino bianco ed aglio che può essere sia rossa, con pomodoro, sia bianca, cioè senza), mitili (cozze, vongole e tartufi) generalmente spadellati con vino ed aglio, pescato alla brace (e qui la differenza la fa la provenienza del prodotto) ecc… L’unica cosa che ci sentiamo di segnalare è che, visto che la stagione della pesca dei calamari va da gennaio a febbraio, tutti quelli che si mangiano in estate sono congelati: anche in questo caso, ça va sans dire, la differenza la fa la provenienza: da Dobrila (la generosa proprietaria del MoliOnte che parla anche un italiano corrente, cosa rarissima sull’isola), i calamari, pescati in stagione dagli stessi pescatori che provvedono al rifornimento giornaliero, vengono congelati in proprio garantendo in tal modo sulla provenienza e qualità degli stessi.

Spostandoci verso l’altro versante dell’isola, e cioè sulla costa che grosso modo guarda a Spalato ed al continente, arriviamo a StariGrad (porto d’accoglienza dei traghetti da e per Ancona). La cittadina è deliziosa, piccola, elegante, con una marina, frequentata da barche e vascelli di tutti i generi e gusti, lunghissima e contornata da locali e localini very trendy, piacevoli da frequentare e molto alla moda. Il turismo, però, non è quello caciarone ed invadente che ci si potrebbe aspettare a soli 17 kilometri (più o meno) dalla ben più mondana ed affollata Hvar. E i ristoranti rispecchiano questa riservatezza. È tutto più tranquillo, calmo, curato. Anche qui, però, si può mangiare meglio o peggio. E allora ecco i nostri preferiti, che sono due. Il primo Antika, restaurant & Cocktail bar (tel +385 021765479), si trova nella stradina, una volta la via principale, che corre parallela alla passeggiata a mare, nel cuore della città vecchia, una città vecchia che nasconde tesori architettonici inimmaginati e numerosi. Anche qui, volendo proprio cercare il pelo nell’uovo, la cucina locale è un po’ ripetitiva e mancante di immaginazione, almeno in questo periodo estivo, quando la parte del leone, colpa anche delle richieste turistiche (non stupitevi o scandalizzatevi, ma tutti, dico èroèprio tutti i ristoranti propongono anche gli spaghetti alla bolognese …), la fanno i piatti di pesce con gli immancabili calamari, scampi e muscoli proposti nelle solite due o tre versioni. La qualità, comunque, è garantita. Il secondo, forse il nostro preferito in assoluto, è Damira (tel +385 91 573 6376), proprio sul porto, dove finisce il lungo golfo che è il porto di StariGrad. Amici preziosi che amano svernare qui, lo indicano come l’unico ristorante aperto anche in inverno. E non è un caso, quindi che si possano trovare, ma non sempre, anche piatti più elaborati o semplicemente diversi da quelli abituali. Penso alla trippa, alla minestra di baccalà o alla peka una cupola di metallo o pietra sotto la quale vengono cucinate a bassa temperatura e per lungo tempo carne (agnello) o pesce (polipo) insieme a verdure varie (patate e zucchine), una sorta di tajne dalmata, quindi.

Rimane da parlare dei vini. Sapidi, metallici, terrosi, una terra intrisa da qualche goccia, poche, di nafta (sono quasi tutti biologici i vini tipici dell’isola). E sono molto varietali anche se le varianti sono davvero minime. Tra tutti, comunque, il preferito è stato il Carić, sia quello della cantina Posic che quello di Bogdaniuša. In ultimo, ma davvero in ultimo, non mancate, ma questo vale ovunque voi andiate in Dalmazia, di assaggiare lo squisito ed imperdibile prosciutto dalmata, sorta di anello mancante tra la cinta senese e lo spagnolo jamon serrano.

 

Stefano Righini

Ingredienti:

  • riso Venere
  • porro
  • zucchine
  • Ravanello rosso
  • 1 uovo
  • Erba cipollina
  • Gamberi
  • Zenzero fresco
  • Tabacco

Preparazione:

Per prima cosa pulire i gamberi, poi tagliare i porri a rondelle sottili e farle soffriggere leggermente in una padella (o wok) con un po’ d’olio extra vergine d’oliva, unire i ravanelli e le zucchine tagliate a listarelle sottili ed aggiustare di sale. Unire i gamberi e fare cuocere pochi minuti. Le verdure devono risultare al dente.

A parte strapazzare l’uovo ed aggiungerlo alla padella delle verdure insieme al riso dopo averlo lessato. Saltare il tutto per qualche minuto, insaporire con qualche goccia di tabacco, l’erba cipollina tritata è una grattugiata di zenzero!

Un piatto leggero e fresco per tutte le stagioni.

 

Buon Appetito da G &G

Per chi è cresciuto negli anni ’90, benché ora lo neghi, ha avuto un enorme mito infantile e quel mito era Silvio Berlusconi.
Potete negarlo, potete dirmi che no non è vero, che voi lo avevate capito prima di tutti gli altri, che voi negli anni ’90 eravate già pronti alla protesta, che voi “a casa mia solo la Rai”. Che voi che voi che voi. Sì, sì bravi tutti. Io no, io sono stata cresciuta da Silvio Berlusconi.
Come lo zio lontano, come Babbo Natale o la Befana, Berlusconi è entrato nella mia vita da che ho cominciato ad avere coscienza del mondo.
Chi ti fa compagnia il pomeriggio? Berlusconi!
Chi ti fa vedere Mila e Shiro? Berlusconi!
Chi ti dà Bim Bum Bam? Berlusconi!
Chi ti ha fatto innamorare per la prima volta di Marco Bellavia? Berlusconi!
E potrei continuare snocciolando ricordi bellissimi di un’infanzia sentimentale in cui la fuga dalla famiglia si chiamava televisione e la televisione, checché ne diciate, per un bambino degli anni ’90 era solo lui, Silvio Berlusconi.
Ecco, per esempio, se io ora vi dicessi “ma come è bello qui ma come grande qui ci piace troppo maaa” nella vostra testa si accenderebbe un “non è la Raaaaiii” automatico e certamente più automatico del “buongiorno” o “grazie”.
Non tutto bello, non tutto sano, eppure la televisione degli anni ’90 ha caratterizzato l’infanzia dei trentenni che ora hanno sviluppato la sindrome da “mancati anni ’80”, ovvero la consapevolezza che siamo cresciuti con degli orrori e che il buono era precedente a noi, dopo solo feccia da anni ’90, svariati “Vacanze di Natale a” e giustificazioni a non finire per tutto ciò che non è andato nelle nostre vite da precari infelici.

Eppure io a Silvio Berlusconi sento di dover rivolgere il mio grazie. Per i cartoni, per Bim Bum Bam (e Marco Bellavia ovviamente). Perché se io ora conosco più che a memoria “Scende la pioggia” di Gianni Morandi è perché Alessandra Pazzetta di Non è la Rai, a oltre vent’anni dall’uscita di quel disco, si dimenava tra un cruciverbone e la sua frangetta bionda a dirmi che “amo la vita più che mai appartiene solo a me voglio viverla per questo”.
Sotto un certo punto di vista, certamente più utile del mio elucubrare su un’infanzia di miti assolutamente non necessari, è interessante notare quanto ciò che di buono il mondo abbia creato sia pensato da me e dai miei coetanei antecedente o postumo alla nostra infanzia. Come se le cose interessanti fossero già finite, o in attesa di essere create. La sindrome da “mancati anni ‘80”, appunto.

Eppure io, classe 1985, di tutti quei ricordi voglio proporvi uno stringatissimo ma significativo elenco, in cui sono certa molti di voi si rivedranno. Con moltissime emozioni.

  • Non è la Rai, dicevamo: giovanissime adolescenti che tra gonnelline e balli organizzati, avevano sulla spalla sinistra un diavoletto rosso che votava Achille Occhetto e sulla spalla destra un angelo che votava Silvio Berlusconi. Orrore.
  • I bellissimi di Rete 4: nel periodo estivo la rete più pop della televisione italiana ci propinava film d’amore con bellissimi a petto nudo che riuscivano a far innamorare giovani principesse bellissime di uno sparuto staterello d’Europa. Piccolo grande amore, un classico.
  • Bettino Craxi, Antonio Di Pietro e il Gabibbo: ovvero lo Stato, la giustizia e la voce del popolo. Chi dei tre sia sopravvissuto non ci è dato saperlo. Ma così, a naso, il terzo è quello che ha fatto carriera, con un partito e un blog a farci compagnia.
  • La mafia: Maurizio Costanzo che intervista Giovanni Falcone, qualcuno che urla dal pubblico il suo dissenso e non ne capivamo il motivo. Al mito si applaude, e basta. Credevamo.
  • L’arrivo della Vlora ad agosto: ventimila migranti albanesi che a Bari incontrarono Don Tonino Bello. E basta. Erano frequenti, in quel periodo, i racconti dei contadini della provincia di Bari che al mattino, tra un ulivo e l’altro, non sapevano cosa fare di corpi ammassati alla ricerca di ombra.
  • Il Karaoke: ovvero l’inizio della sindrome da protagonismo televisivo. Vai nella piazza del tuo paese, ti piace cantare e un bel ragazzo con il codino e un futuro che poi decifrerai come devastato, ti dice che puoi essere protagonista dello show.
  • Beverly Hills 90210: giovani ricchi e bellissimi. Il mio preferito però era Brandon Walsh, meno ricco degli altri, bravo bello e politicamente impegnato che non disdegnava l’amore della più frivola delle ragazze. Un altro classico. In alternativa c’era Dylan McKey, giovane ricco e figlio di un mafioso. Distruttivo ma bello.
  • Sanremo: Pippo Baudo scopre Laura Pausini e Giorgia. Ce le portiamo ancora dietro.
  • Clinton e la Lewinsky: non ci erano ben chiari i contorni della vicenda perché l’età lo imponeva, ma che ci fosse qualcosa di torbido ci era chiaro. Chiarissimo.
  • Jurassic Park e la nascita dei parchi divertimento: da quel momento il budget mensile per i figli crescerà a dismisura.
  • Muoiono tutti: Freddy Mercury di AIDS, Kurt Cobain suicida e Mia Martini per, boh, forse tristezza. Nemmeno uno morto felice e contento, magari di vecchiaia.

Chiedo scusa, non volevo intristirvi, ma questi sono stati gli anni ’90. Ora, ditemi voi, davvero non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice?

Durante la seconda guerra mondiale, il porto di Shangai era l’unico luogo al mondo dove fosse possibile accedere senza un visto d’entrata. Fu così che nel distretto di Hongkou arrivarono migliaia di ebrei tedeschi ed est-europei in fuga dal nazismo. Per accoglierli, i giapponesi approntarono quello che pomposamente chiamarono “settore ristretto per rifugiati apolidi” ma che altro non era se non un ghetto, il ghetto di Shangai. A questi accadimenti, una realtà che abbraccia un lasso di tempo molto lungo sia prima dell’inizio che dopo la fine del conflitto mondiale, si rifà Roberto Paci Dalò con la sua opera (film e concerto) “Ye Shangai” composta nel 2012 e basata su materiali audio e video degli anni compresi tra il 1933 ed il 1949 (in particolare, l’atmosfera del tempo è resa tangibile dalla nota canzone cinese “Le notti di Shangai” interpretata da Zhou Xuan) che ha inaugurato ieri sera la rassegna JewishJazz! nel Cortile del MEB, il MuseoEbraico di via Valdonica.

La rassegna, entrata gratuita fino all’esaurimento dei posti disponibili, prevede altre due date. Sabato 9 settembre con la sonorizzazione dal vivo (Gabriele Coen al sax soprano e clarinetto, Michael Rosen al sax tenore, Francesco Poeti alla chitarra, Riccardo Gola al contrabbasso) di “Der Golem” film muto del 1920 di Paul Wegener; un modo per riprendere, questo, una consuetudine tipica delle origini del cinematografo, quando era prassi far accompagnare il film da musica dal vivo. E davvero, in questo caso, le composizioni di Gabriele Coen e John Zorn offriranno una affascinante tessitura musicale per quello che viene normalmente considerato un caposaldo dell’Espressionismo tedesco e l’ispiratore della letteratura fantascientifica sulla robotica almeno fino all’irrompere sulla scena letteraria di Isaac Asimov.

Mercoledì 13, invece, serata conclusiva della mini rassegna, il sassofonista clarinettista e compositore romano Gabriele Coen, dopo l’esperienza con i Klezroym e i lavori con la Tzadik, l’etichetta di John Zorn, presenterà (in sestetto con Lutte Berg alla chitarra elettrica, Pietro Lussu al piano elettrico, Marco Loddo al basso elettrico, Luca Caponi alla batteria, Arnaldo Vacca alle percussioni e Gabriel Zagni alla video-art), il nuovo album “Sephirot”, progetto ispirato alla simbologia dell’albero della vita secondo la kabbala e la mistica ebraica e al jazz elettrico tipico di Miles Davis ai tempi di “Bitches Brew” e“In a silent way”.

Buon jazz a tutti, quindi, a partire dalle ore 21,00

Stefano Righini