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Settembre 2017

Tra il 1931 e il 1972 Georges Simenon pubblicò 76 romanzi e 26 racconti dedicati alle inchieste del commissario Maigret. Questo “Il cliente del sabato” (la storia di un uomo, Léonard Planchon, che scoperto il tradimento della moglie “… una volta, circa due anni fa, sono tornato a casa all’improvviso e ho trovato mia figlia da sola in cucina … mi sembra di rivederla … era seduta per terra… le ho chiesto dov’è la mamma? … lei ha risposto, indicando la camera da letto di là! … aveva solo cinque anni … loro due non mi avevano sentito arrivare e li ho trovati mezzi nudi … Prou sembrava scocciato … mia moglie, invece, mi ha guardato dritto negli occhi … ecco! Finalmente lo sai! ha detto …” cerca nel commissario una via tra il conforto e l’assoluzione per l’insano proponimento covato di uccidere la donna ed il suo amante) è del 1962, e si svolge a Montmartre dove, “… all’altezza di rue des Abbesses, rue Lepic fa una curva a gomito, mentre rue Tholozé si inerpica dritta e ripida per poi incrociarla all’altezza del Moulin de la Galette …”. Data, l’inizio degli anni ’60, e luogo, quel “… di fronte all’insegna del Bal des Copains, un cortile lastricato, in fondo al quale c’era un villino in pietra, una costruzione a due piani già scolorita e vecchiotta , le persiane pitturate di fresco di un azzurro che faceva a pugni con tutto il resto …” proprio così vicino a quel Moulin de la Galette che dopo aver offerto rifugio alla banda degli impressionisti alla fine dell’800 era stato il coacervo degli esistenzialisti e della generazione dorata negli anni ’20, che permettono ancora di “… assaporare sensazioni e struggimenti di quando Montmartre era ancora un paese …”. Perché nella scrittura di Simenon, ed in particolare proprio nelle inchieste di Maigret, è questa la cifra distintiva più distinguibile: saper ricostruire, con poche, sapide, pennellate ambienti ed atmosfere davvero dense e che sottolineano prepotentemente un tempo ed identità sociali non solo di facciata o di costume, ma che arrivano direttamente “… dal popolo nudo, dall’uomo che viene alla luce dietro tutte le possibili maschere …”.

Anche quest’anno, come ogni settembre, il Festival Danza Urbana invaderà pacificamente e spettacolarmente il centro di Bologna. Inizia infatti questa sera (e durerà fino a sabato 9) la XXI edizione di quello che, a dispetto delle difficoltà e dell’ostracismo incontrati nel corso degli anni, si è via via affermato come uno dei appuntamenti più creativi ed interessanti del panorama cittadino.

Variegato, come si conviene, un programma che centra la sua attenzione su realtà assai dissimili da quelle che solitamente vengono analizzate e percorse.

Un’attenzione particolare, infatti, verrà riservata agli Young Arab Choreographers un progetto nato con l’obiettivo di facilitare la mobilità, il dialogo interculturale e lo scambio di pratiche performative tra gli artisti arabi e le realtà del territorio italiano, realizzando momenti di incontro, sessioni di lavoro e serate di spettacolo. All’interno della XXI edizione di Danza Urbana, verranno presentati i lavori di Mounir Saeed, “What about Dante” venerdì 8 settembre, alle 18.00, in replica alle 19.00, al Collegio D’Arte Venturoli. Lo spettacolo “To be…” di Sharaf Dar Zaid sarà invece in scena alla Pinacoteca Nazionale, sempre venerdì 8 settembre alle 18.00, con replica alle 19.00. Venerdì 8, alle 18.00 con replica alle 19.00, al Collegio D’Arte Venturoli, sarà la volta dello spettacolo “Tu meur(s) de terre” di Hamdi Dridi, mentre in Piazza Scaravilli alle 18.30, con replica alle 19.30, verrà presentato “Under the Flesh”, di Bassam Abou Diab. Gli incontri di approfondimento saranno due: una conferenza spettacolo mercoledì 6 alle 18.00 e un aperitivo con gli artisti giovedì 7 settembre alle 19.30.

Altro momento di grande importanza sarà Masdanza Platform, la sezione del festival Danza Urbana dedicata alla promozione delle creazioni vincitrici del Solo contest e del Choreography contest di “Masdanza – international contemporary dance festival of the Canary Islands”, uno dei più significativi e interessanti concorsi coreografici internazionali, che presenta gli autori emergenti della danza contemporanea, provenienti da differenti parti del mondo. All’interno della XXI edizione di Danza Urbana, verranno così presentati i lavori di Caterina Basso, “Il volume com’era”, e di Irene Russolillo “Strascichi”, giovedì 7 settembre, dalle 18.00 al Museo Civico Medievale. Sabato 9 settembre, alle 18.00 al Parco 11 Settembre 2011, sarà la volta invece di Jain Souleymane Koné con “Lego de l’ego” e di Joseph Toonga & Dickson Mbi con “It’s Between Us”.

Naturalmente, e tornando alle origini, il punto di forza del Festival è la promozione, la diffusione e la visibilità di creazioni concepite per spazi e formati non teatrali. Per questa XXI edizione di Danza Urbana – festival internazionale di danza nei paesaggi urbani, verranno presentati martedì 5 settembre alle 18.30, in Piazza Nettuno, gli spettacoli e performance: “Re-garde”, della compagnia italo-francese Compagnia MF, e Kill your darlings” di Joshua Monten.

Infine, molta importanza verrà data alla sinergica collaborazione con l’artista (danzatore, coreografo, cantante) della Costa d’Avorio Gérard Diby il cui eccezionale percorso (la danza afro-contemporanea nasce dalla contaminazione tra danza africana tradizionale e danza contemporanea, con una forte componente teatrale ed espressiva che si estrinseca in una gestualità dinamica, radicata nel suolo, che trae energia dalla terra per ripercuoterla in ogni movimento del corpo. Uno stile molto energico che implica un buon lavoro aerobico, fluidità degli arti superiori e un’ampia mobilità del bacino che trovano propulsione per il movimento nel forte rapporto a terra) si concluderà con un flash mob nel centro storico della città sabato 9 settembre alle ore 19.00 e da un Laboratorio di Danza Afro contemporaneo (livello intermedio/avanzato) – venerdì 8 e sabato 9 settembre.

Dando il programma completo di oggi, consigliamo comunque, per saperne di più, approfondire le varie sezioni e conoscere nel dettaglio il programma completo, di collegarsi a: http://www.danzaurbana.eu/festival/.

Martedì 5 settembre:

Collegio d’Arte Venturoli / Via Centotrecento 4 – 18.00 (replica alle 19.00): “DEWEY DELL and A Dead Forest Index

“Deriva Traversa”

Piazza del Nettuno 18.30: Joshua Monten “Kill your darlings”

Piazza del Nettuno 18.30: Compagnia MF “Re-garde”

Parco 11 settembre / Via Azzo Gardino 18.00: Jain Souleymane Koné “Lego de l’ego”

Parco 11 settembre / Via Azzo Gardino 18.00: Joseph Toonga e Dickson MBI “It’s between us”

C.S.I. (Crime Scene Investigation) è una conosciutissima serie TV statunitense. Nella serie originale, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2015, “… che seguiva un team di investigatori in cooperazione con la polizia scientifica le cui indagini hanno un solido punto di partenza nella scena del crimine, dove raccolgono ipotesi e prove da analizzare in laboratorio, grazie a cui riusciranno a ricostruire il quadro completo delle loro indagini …”, la sede del team era LasVegas. In seguito, visto i buonissimi indici d’ascolto raggiunti, vennero formati nuovi team in altre grandi città come Miami e NewYork e in ultimo l’ibrido ed internazionale Cyber. Il format è sempre il medesimo: un gruppo di analisti scientifici che lavora a stretto contatto con una squadra ristretta di investigatori per risolvere, ogni puntata, due omicidi basandosi, appunto, più sull’intellettualità dell’investigazione scientifica che sul machismo di quella poliziesca (anche se colpi di scena e sparatorie non mancano di certo, soprattutto nella serie Miami nella quale un luciferino David Caruso nella parte dell’ispettore Horatio Caine sembra procedere continuamente sulla linea di divisione dalla zona oscura alla ricerca di un, improbo, riscatto). La serie, anzi LE serie, diciamolo, sono tra le migliori tra le innumeri, tutte più o meno simili, realizzate in questo ultimo ventennio. Merito della scelta degli interpreti (oltre David Caruso nella serie Miami, soprattutto William Petersen nella parte di Gil Grissom, Marg Helgenberger, Paul Guilfoyle, Lawrence Fishburne, Ted Danson ed Elisabeth Shue in LasVegas, Gary Sinise in NewYork e Patricia Arquette e James Van Der Beek in Cyber). Ma merito, anche se non soprattutto, del fatto che Anthony E. Zuiker, il creatore dei characters, è uno scrittore da best seller, autore  della serie “Level26” e dell’introduzione, ogni ventina di pagine del romanzo, del cyber-bridge, un filmato di tre minuti con attori di fama internazionale cui il lettore potrà collegarsi ed in cui i personaggi prenderanno vita, i particolari della scena del crimine balzeranno fuori dal monitor, e il sito web potrebbe persino chiedere un numero di telefono al quale l’assassino possa contattare personalmente il lettore. Fuffa? Probabilmente, ma un’idea nuova che in qualche modo ha svecchiato, giustificandola, l’ennesima avventura alla ricerca di un inafferrabile serial-killer.

Non è un caso, quindi, che a scrivere i romanzi usa e getta tratti dagli script originali delle varie serie, siano stati chiamati, di volta in volta, autori già affermati, in qualche caso famosi ed in uno, in particolare, un maestro del genere. Parlo di Stuart M.Kaminsky uno dei più imprevedibili, geniali, divertenti, dissacranti, interessanti scrittori, sceneggiatori e giornalisti statunitensi. Nei suoi romanzi, caratterizzati da un umorismo sottile e un’ambientazione storica ricostruita nei minimi dettagli, agiscono di volta in volta personaggi picareschi e sui generis  come Porfirij Rostnikov, un ispettore della polizia sovietica, Abe Lieberman, un sergente di polizia di Chicago, Lew Fonesca, ufficiale giudiziario e detective in Florida e Jim Rockford dell’Agenzia Rockford e Toby Peters, uno scalcagnato investigatore privato della Hollywood degli anni d’oro, specializzato in gente del cinema con quest’ultimo alle prese con casi ambientati nell’epoca d’oro di Hollywood e riguardanti spesso e volentieri i grandi della mecca del cinema (Marlene Dietrich e Gary Cooper, Bela Lugosi e Salvador Dalì, John Wayne e Peter Lorre, Clark Gable e Bette Davis) che interagiscono con l’investigatore in una sorta di autofiction antelitteram.

Questo “Morte in inverno” ispirato alla serie C.S.I. NewYork (altri ne ha ascritti sempre da questa serie) non aggiunge certo nulla alla grandezza dello scrittore Kaminsky. Ma nella storia di questo Charles Lutnikov, un distino signore di mezz’età che viene ritrovato riverso nell’ascensore di un elegante palazzo dell’Upper East Side a New York che si intreccia a quella di Alberta Spanio, testimone chiave e sotto scorta nel processo a un esponente dalla malavita locale che viene uccisa nella sua camera d’albergo con un coltello conficcato nel collo, si intuisce molto più della ripetitività bastante a scrivere un romanzo traendone la trama da una sceneggiatura. Echi della passata grandezza, dell’antica ironia, della indiscussa bravura. Un ottimo, ottimo modo per passare un pomeriggio distensivo e rilassante. E se si cerca qualcosa di non troppo impegnativo, magari sdraiati su un lettino davanti ad un mare appena appena mosso, davvero non riesco a pensare di meglio.

Questo Luca D’Andrea, autore de “La sostanza del male”, è uno di riconoscibili, ancorché buone, letture (Altieri, soprattutto, e poi la scuola dell’hard boiled americano con McBain in prima fila e sicuramente il Jean-Christophe Grangé de “I fiumi di porpora” e naturalmente il Salinger che regala il nome, anzi il cognome, al protagonista; e in fondo in fondo, perché no, anche un qualcosa dell’Evangelisti dell’inquisitore Eymerich). Ed è certo anche un guardone curioso e rigoroso del grande cinema di evasione se al ridondante orrore con cui conclude il capitoletto iniziale, così debitore alla chiusa dell’“Apocalypse now” di Coppola, fa seguire continui riferimenti e successioni temporali scandite sulla falsariga di quelle de “Il patto dei lupi” di Christophe Gans (e quante apprensioni simili generano l’assillante presenza/assenza della Bestia del Luberon in quello e dello Jackelopterus Rhenaniae in questo) mentre l’ambientazione montanara e la caratterizzazione dei suoi abitanti e delle loro condizioni socioculturali non può che rimandare a ”Shining” di Kubrik, allo stesso “I fiumi di porpora”, la pellicola di Mathieu Kassovitz, e a tutta una serie di film in cui l’horror latente, nonostante l’ambientazione in grandi spazi aperti, risulta claustrofobico (e il cui capostipite indiscusso è senz’altro il “Tranquillo weekend di paura” di John Boorman anche se in questo forse esagero, essendo D’Andrea giovane, forse troppo giovane) nonché, naturalmente, quel “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” di cui D’Andrea saccheggia il titolo originale (“Jeremiah Johnson”) per regalarne il nome, Jeremiah, al proprio protagonista (Jeremiah Salinger per l’appunto).
Ma se anche le fonti ispiratrici possono sembrare promettenti, il fatto che editori di tutta Europa se ne siano assicurata l’edizione con aste anche economicamente sanguinose, la dice lunga sullo stato comatoso e pernicioso dell’editoria italiana in particolare ed europea in generale.
Intendiamoci. Scritto, il romanzo è scritto anche bene (anche se). Il plot denota discreta inventiva (anche se). Certa caratterizzazione dei personaggi è interessante (anche se). Rimangono, però e per l’appunto, tutti quei anche se.
Certo, le sensazioni che regalano le descrizioni della montagna, del suo ergersi a forza ancestrale ed indomabile, sconosciuta ed incombente o quelle della vita in paesini ancora adesso isolati nello spazio e nel tempo, o quelle infine del percorso sotterraneo di rancori, gelosie, cattiverie, fobismi assortiti, razzismi e speculazioni che conducono e governano la vita dei pochi ed inselvatichiti abitanti, sono forti e regalano pagine di vibrante e sanguigna letteratura. È tutto quello che ci sta attorno che è ridicolo.
A partire dai personaggi principali, incredibili e tutti sopra le righe. In primis, lui, Salinger, il protagonista che parla, e ragiona, come fosse in un comics impegnato nella parodia del badboy di un Tvmovie; ed anche gli altri personaggi, con il divenire della storia e l’approfondirsi degli stereotipi, risultano smaccatamente non verosimili, non credibili (fatta salva la figura di Clara, la figlia cinquenne, tratteggiata con bella profondità e partecipe empatia).
Per continuare con la storia e il suo dipanarsi, troppo insistita tanto da risultare appiccicata, un pretesto, in pratica, per raccontare quello che si vorrebbe ci fosse, ma in realtà, alla fin fine, non c’è.
E poi la pomposità dell’assunto, il credere quasi che ogni frase detta possa risultare l’ultima, quella finale, conclusiva e decisiva, la frase definitiva che farà comprendere, o implodere, questo mondo autoreferente e concluso in sè stesso.
Ma la cosa peggiore, sono i ripetuti coup de théâtre quasi la lezioncina appresa non fosse stata ben assimilata. Spiego. Nelle scuole di scrittura creativa, almeno quelle che avrebbero dovuto insegnare a scrivere per la TV, trama, soggetti, trattamenti, oppure romanzi d’avventura o gialli o, veniva insegnato (e forse ancor oggi) che a cadenza regolare dovesse essere previsto un colpo di scena che in qualche modo concludesse quanto accaduto fino a quel momento e al contempo preludesse a ciò che sarebbe successo di lì a poco. Ed è a questo punto che D’Andrea deve essersi distratto. Perché praticamente ad ogni fine di capitolo (capitoletto, in verità, e sono davvero tanti) c’è l’insinuazione di quello che lui crede essere un, ma che diventa uno stanco refrain. E se questo meccanismo venisse adottato per la spiegazione finale (anche quella appiccicata a posteriori, parrebbe) andrebbe anche bene, ma se ciò che dovrebbe attivare l’attenzione e spingere a proseguire con ansia la lettura lo inserisci alla 3^ pagina, e poi alla 5^, all’8^ ecc…
La critica, comunque, è unanime nell’incensare “… il trentaseienne Luca D’Andrea che per scrivere “La sostanza del male” ha avuto il coraggio di scalare (arrivando a essere venduto in ben trenta Paesi), armato di piccozza, le pareti della letteratura di suspense internazionale. Munito di ramponi da ghiaccio, si è portato dietro chiodi e corda imparando il linguaggio della gente di montagna. Ha sfidato la diffidenza delle piccole comunità e ne ha svelato i cupi segreti avendo il coraggio di lanciarsi nel vuoto e di urlare nonostante il rischio di valanghe. La Natura prende la Natura dà, dice uno dei personaggi di Siebenhoch, e lascia aperto il dubbio se si tratti di una formula di pace e conforto o invece di una maledizione. E la Natura è la vera protagonista, una natura che si incarna nel Bletterbach, una gigantesca gola nei cui fossili si può leggere l’intera storia del mondo (è come se in quel luogo si fosse risvegliato qualcosa di spaventoso che si credeva scomparso, antico come la Terra stessa), una natura incombente, indomabile, in bianco e nero proprio come i film di montagna che Luca D’Andrea pare conoscere molto bene …”.
Parole in libertà, che si inseguono come formulette di un teorema indimostrato e indimostrabile. Ma che forse possono incuriosire. Sarei curioso. Che qualcuno legga e dopo mi faccia sapere.