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Ottobre 2017

Lo dovevo. A lui, a Lansdale che è un grandissimo. A me stesso, lui è uno dei miei tre autori preferiti. A un amico cui lo avevo promesso e non ho fatto in tempo a mantenere la promessa.
Joe R.Lansdale, allora. L’autore della picaresca serie con i due protagonisti più eccitanti della letteratura di genere (anche se, non mi stancherò mai di dirlo, c’è genere e genere, e quello di Lansdale, tutto è fuorché genere), Hap & Leonard, ormai arrivata, la serie, ad una dozzina di titoli. Ma anche autore di fantascienza di culto (la trilogia del Drive-In) e di una sterminata serie di romanzi e racconti di formazione e di riscoperta di un mondo, quello degli anni della rinata consapevolezza di una nazione, gli StatiUniti. Ed autore, anche, percorrendo i sentieri tracciati da MarkTwain e da Cormac McCarthy, da Louis L’Amour e da Elmore Leonard, di western, western classici e western sui generis come, sui generis, è, per l’appunto, questo “Paradise sky”, il cui protagonista, all’indomani della Guerra Civile americana quando i bianchi del Sud sconfitti non avevano ancora digerito quello che ancora oggi sta sullo stomaco di molti di loro, e cioè che gli afroamericani erano sono e saranno uomini (e donne) come loro, è Nat Love che all’inizio si chiama Willie Jackson e alla fine avrà un altro pseudonimo ancora, Deadwood Dick. E la molla che fa scattare il tutto è da repertorio perché se sei nero come Nat gli errori del passato non smettono mai di darti la caccia come segugi assetati di sangue: senza neanche accorgersene (e forse senza averlo fatto materialmente) il giovane ha guardato una donna bianca, moglie di uno di quegli uomini bianchi da niente che, proprio per la propria nullità razzista furente e testarda, inizierà una caccia all’uomo tenace e senza fine.
Il romanzo, oltre che essere un racconto di formazione (Willie troverà un mentore, primo di una serie di altri personaggi tutti fondamentali nel suo crescere, che lo trasformerà in Nat), cavalca voluttuosamente tutti gli archetipi dell’avventura ed è una spietata messa in scena dei sentimenti alla base della tragedia umana (l’amore e la vendetta). E’ un omaggio appassionato al west, il west della sua (di Lansdale) ma anche della nostra infanzia, di quando le storie che guardavamo al cinema ci riportavano all’essenza (quella che allora credevamo fosse l’essenza) della vita: azione, morte, amore, buoni, cattivi, duelli, sangue, sogni. Ma è anche una presa di posizione forte e civile (in barba alla patetica posizione di chi vede in Lansdale, istruttore di arti marziali e intimamente legato a quel profondo sud, a quel Texas da lui definito “uno stato mentale”, nulla più di un reazionario fascistoide): in un momento in cui riesplodono scontri razziali, tensioni sociali e l’american way of life si rivela essere costituita una volta di più da quella materia di cui sono fatti i sogni, Nat, il suo protagonista, è nero, intelligente, astuto e colto. Ed è realmente esistito, così almeno narra la leggenda (e nel west, si sa, quando la leggenda incontra la realtà, vince la leggenda). Ha combattuto con Custer (ma non, per fortuna sua e nostra, al LittleBigHorn), ha cavalcato con PatGarret & BillyKid, ha sparato con WildBillHickok e ha lavorato nel circo di BuffaloBill.
Il romanzo ha il respiro lungo delle grandi saghe, siamo tra il Quentin Tarantino degli “Hateful eight” e il Kasdan di “Silverado”, tra il Fred Zinnemann di “Mezzogiorno di fuoco” e il Dick Richards di “Fango, sudore e polvere da sparo”, tra l’ Arthur Penn de il “Piccolo grande uomo” e il Sam Peckinpah di “Pat Garrett & Billy the Kid” e, mentre le pagine scorrono, le immagini iniziano a danzare davanti agli occhi come in un sogno avvolgente e si sentono gli spari, il soffio caldo del vento e il gelo della luna nel deserto, ecco, a scandire la vita, e la morte, dei personaggi, le battute secche e definitive che sarebbero piaciute al più grande creatore di dialoghi di tutti i tempi, Elmore Leonard: “… stiamo tranquilli, gli indiani hanno una pessima mira …” dice uno prima di essere colpito a morte da un pellerossa.
“… si saranno esercitati …” è l’orazione funebre di Nat Love.

A Ginevra davanti al Palazzo delle Nazioni Unite svetta una sedia decisamente particolare; imponente – alta 12 metri – che poggia solo su tre piedi, il quarto è spezzato, esploso a mezz’aria.

Sì, esploso, perché questa opera chiamata Broken Chair, è un appello per ricordare la sorte delle vittime delle mine antiuomo ed esortare i Paesi ad impegnarsi in favore della loro proibizione.

Nel 1997 il premio Nobel per la pace è stato conferito alla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo ed alla sua portavoce Jodie Williams.

Uno dei risultati più importanti della Campagna è stata proprio la pressione effettuata su un grande numero di Nazioni per stimolarle a firmare un trattato internazionale sulla messa a bando delle mine antiuomo, e nel dicembre del 1997 ad Ottawa si è tenuta una conferenza nella quale è stato raggiunto questo accordo e predisposto un specifico trattato.

La parte iniziale del preambolo recita: “Gli Stati Aderenti sono determinati a porre fine alla sofferenza ed agli incidenti provocati dalle mine anti-persona, che uccidono e feriscono centinaia di persone ogni settimana, perlopiù innocenti e civili senza difese e soprattutto bambini, impediscono lo sviluppo economico e la ricostruzione, inibiscono il rimpatrio dei rifugiati e degli sfollati all’interno di un Paese, e comportano ulteriori gravi conseguenze anni ed anni dopo il loro utilizzo”.

Spiega molto bene la portata di questa viscida violenza studiata per ferire, mutilare o uccidere, una violenza di cui si parla pochissimo, che non fa notizia. Eppure gli effetti di queste eredità dei conflitti sono importanti: ogni anno, nel mondo, 15mila persone rimangono mutilate o uccise. I più colpiti dei civili uccisi sono bambini (circa il 47%).

Questa “sedia rotta” di grande effetto, invita ad essere fotografata, ma soprattutto è concettualmente potente, posizionata davanti alle bandiere del mondo ci ricorda la brutalità di questa violenza, a non dimenticarla, ma innanzi tutto a rifiutarla per il bene della pace.

Il nostro Paese proprio poche settimane fa ha approvato una legge per contrastare i finanziamenti alle società che producono o vendono mine antiuomo o bombe a grappolo (cluster bombs).  Finalmente, dopo un lunghissimo iter di 7 anni e due legislature (!!!), un principio netto e giusto contro la violazione dei principi umanitari.

Ė sempre bello quando un vecchio amico torna, dopo lunga assenza, in circolazione così da poterlo incontrare di nuovo per chiacchierarci insieme magari ricordando il tempo che fu. Quando poi la persona in questione è uno dei grandi barman, uno di quelli della vecchia scuola, quella dei Franco Di Pancrazio, dei Michele Doria, dei Celestino Salmi, degli Antonio Pitucci (ma barman forse è riduttivo, patron sarebbe termine più indicato per ciascuno di loro, professionisti che hanno fatto dell’accoglienza, della cortesia, della gentilezza e della discrezione il proprio biglietto da visita) di Bologna, il piacere è ancora maggiore. Sto parlando di Franco “Frenc” Buresta che, dopo un lungo, lungo periodo, torna ad allietare i suoi tanti aficionados in un locale nuovo di zecca, un po’ fuori mano per chi è abituato alla movida centraiola, ma che ha una sua giustificazione avendo preso il posto di una storica pasticceria della zona (stiamo parlando di Toscana/SanRuffillo). Il nuovo locale si chiama “Mangiare sulla 117^” e si trova ca va sans dire al numero 117 di via Toscana. Per intenderci, all’incrocio con via dell’Angelo Custode e davanti a quello che fu il glorioso “Cafè Praga”.

Chi conosce Franco (anzi, Frenc come lui stesso preferisce essere chiamato), non si stupirà della quantità e qualità degli apetizer né dell’accoglienza sempre amichevole, della scelta qualitativamente discreta dei vini proposti o della inappuntabilità dei miscelati. E chi non lo conosce, pur restando inizialmente sorpreso, non potrà che apprezzare il trattamento ricevuto. Perché questo è Frenc al meglio della sua ospitalità. Soprattutto come in questo caso, quando la sua fantasia e disponibilità possono contare su di una cucina dedicata e su uno chef (sia perdonato il termine, ma cuoco ormai sembra non si possa più usare) a disposizione. Quantità, quindi, mai disgiunta naturalmente da una qualità che risente di anni di esperienza e di professione.

Certo, sono lontani i tempi gloriosi e fiammeggianti del “Vertigo” o del “Cabala” (giusto per citare due tra le innumeri avventure inventate, iniziate, portate avanti tra problemi e successi e poi terminate per logica consunzione, dal nostro vulcanico amico). Ma questo “Mangiare sulla 117^”, se vi fidate, ha tutte le stimmate per proporsi come un piccolo, discreto, appartato futuro punto di riferimento per i pochi, rimasti, nostalgici biassanot. Bon appétit.

 

Stefano Righini

Una partita come questa Virtus/Sassari (89-72 per le Vnere), una partita vinta poi buttata via poi rivinta e poi rigettata ancora fino a che, a 3 minuti dalla fine uno strappo di Umeh (sicuramente il miglior sesto uomo della lega) ha fatto chiarezza su quale fosse, almeno oggi, la squadra più forte in campo, impone qualche riflessione. La prima, per tacitare le solite lingue parlanti (lingue, non menti) che pronosticavano cupi equilibri tra il più giovane dei fratelli Gentile e il resto della truppa, in primis con l’altra punta designata Aradori. Basta vederli giocare i due, con quanta voglia, gioia, altruismo si cercano, si aiutano, si abbracciano appena se ne presenta l’occasione per rendersi conto che le cassandre, almeno in questo caso, hanno sbagliato sapendo, forse, di sbagliare. La seconda considerazione riguarda i fratelli Gentile. Stefano, appena tornato dall’infortunio che gli ha fatto saltare le prime tre gare di campionato, ha dimostrato quella cazzimma che da lui ci si attendeva. Tosto, fisico, tonico. E una faccia tosta davvero tosta. L’altro, adesso, Alessandro. Se un giocatore di questa forza, capacità, classe non gioca ai livelli più alti (sto parlando di quelli proprio alti, anche dall’altra parte dell’oceano, perché no), qualcosa di errato nel sistema basket c’è. La testa, direbbe qualcuno, non aiuta. Può darsi. Ma vederlo giocare con questa intensità, disponibilità, intelligenza (anche il tecnico rimediato in un momento di involuzione totale della squadra, anche se probabilmente non cercato, è servito, eccome se è servito, a rimettere lì con la testa non solo lui ma anche tutti i compagni) è davvero una gioia per gli occhi (e per il cuore dei suoi tifosi). La terza considerazione che si impone, riguarda la squadra (di Umeh insostituibile sesto abbiamo detto; di Slaughter che rinverdisce i ricordi mai sopiti dell’altro omone Griffith, e di Lafayette che dispensa sapere cestistico a piene mani, diciamo adesso; né si possono certo dimenticare gli eroi della passata stagione, Lawson dalle mani morbide, Rosselli che non si vede ma fa tantissimo e tutto bene, soprattutto Ndoja vero collante senza incrinature nei momenti più difficili). Una squadra, oltretutto, che, nel momento di massima espressione cestistica, schiera quattro giocatori italiani in campo, fa bene non solo a se stessa, ma a tutto il movimento.

Questo per dire che italiani buoni ce ne sono, basta metterli al centro del progetto, creare un sistema che ne esalti le qualità e non ne sottolinei le carenze (certo, se i giocatori sono bravi è tutto più semplice; ma quanti avrebbero scommesso sul ritorno di Alessandro Gentile, sulla sua convivenza con Aradori, sulla affidabilità dell’altro Gentile, Stefano?). Infine, da questa considerazione, ne scaturisce un’altra. Che riguarda direttamente, e non potrebbe essere altrimenti, l’allenatore Ramagli. Un allenatore cìhe i soliti milordini di gazzoniana memoria sarebbero stati ben disposti a sacrificare sull’altare di qualche nome più altisonante, ma altisonante solo di miracolati e non veritieri trionfi. Un allenatore che, e non era scontato, sta conducendo con piglio, nerbo e sicurezza una squadra che al via del campionato era una scommessa. Certo, una scommessa stimolante e fascinosa, ma pur sempre una scommessa. E vabbene che si è solo alla quarta partita, e, certo, di difetti, di pecche, questa squadra ne ha, e forse ne ha tante. Ma ci sarà tempo, se ci sarà, per intristirsi. Per adesso, si goda di uno spettacolo che mancava in questo palazzo (a proposito, che bello il PalaDozza tornato ai suoi fasti) da anni.
La Fortitudo, adesso. Che ha strapazzato (76-67, il punteggio è bugiardo, nel senso che non c’è mai stata partita) Orzinuovi nella seconda, e ultima, partita casalinga riminese (la seconda giornata, cioè, giocata sul neutro di Rimini a causa della squalifica comminata alla fine della scorsa stagione per l’imbecillità di qualcuno che si definisce tifoso fortitudino) grazie alla prova monstre di capitan Mancinelli (16 punti e 15 rimbalzi) ben coadiuvato dal solito Legion e dall’inaspettato, a questi livelli, Italiano (anche loro in doppia cifra). Un po’ sottotono, invece, il play McCamey e Cinciarini, costretto ad uscire nel finale per una brutta caduta (e a rischio per lo spareggio di domenica prossima a Trieste). Una buona prova, quindi, che sembra corroborare la convinzione di coach Boniciolli che, incurante della cabala, continua a ripetere come la F sia la favorita per la promozione.

Ingredienti:

  • 1 kg di zucca
  • 1 bicchiere  latte di cocco
  • curcuma
  • 1 cipolla
  • parmigiano
  • Semi di zucca per decorazioni

Procedimento

Lavare e tagliare la zucca a pezzi lasciandole la pelle e cuocendo in forno q.b

Fare intiepidire, spolparla, mettere in un tegame con il latte di cocco la cipolla trattata è fatta imbiondire, un po’ di curcuma, mescolare il tutto e frullare con il braccio ad immersione.

Deve risultare una crema compatta, se troppo densa aggiungere un po’ di brodo vegetale.

Aggiustare di sale, nel frattempo in forno preparare delle piccole cialde di parmigiano mettendo dei  ciuffetti di parmigiano grattugiato su di una teglia con carta da forno mescolati con un po’ di farina di cocco.

Impiantare sistemando le cialde da decorazione e terminare con un filo d’olivo pepe e semi di zucca tostati.

Pronti per Halloween !

Buon Appetito da G&G

È dai tempi del “BarDiLegno” di via Zamboni (proprio di fianco al giornalaio che da circa un anno ha chiuso anche lui), con Franco dietro il bancone e la scaletta stretta che portava al piccolissimo intimo soppalco, che in zona universitaria (quella per intenderci delimitata dal triangolo che grossolanamente va da SanVitale a BelleArti e dalle Torri alle porte relative) non si beve più bene. Qualche rara eccezione, naturalmente, c’era e c’è ancora. Mi viene in mente la “DrogheriaCalzolari” di via Petroni dove Stefanino e Sauro continuano imperterriti con la loro formula bicchiere di vino – chiacchiere potendo contare su uno zoccolo duro di docenti ed affini che, quasi fossero tanti novelli pifferai magici, si portano dietro stuoli di studenti affascinati (purtroppo, però, la “DrogheriaCalzolari” rimane, appunto, quello che è: una rivendita con gli orari scanditi ed impostati su quelli che sono gli orari di un negozio). Ancora, ricordo, un ricordo che dura il tempo brevissimo di un inverno o poco più, la bolla alcoolicamente felice di un bar in Belmeloro (la brevità dell’esperienza dovuta alla pochezza della richiesta ed all’accontentarsi della clientela fa sì che, nonostante il grande riscontro e i buoni mixed, nemmeno mi ricordi il nome). Per il resto, i mille posti di via Petroni è meglio lasciarli perdere come quelli in Zamboni, in Respighi, in Castagnoli e nelle Moline. Ed anche in Belle Arti, strada di mille pizzerie, baretti, pizzerie ecc …, la qualità è davvero pessima (anche dalla storica “AnnaMaria” adesso si mangia turistic style ed è un mangiare un po’ peggiore, anche se questa è un’altra storia). Si salvano giusto il “ToSteki” di Nicos, lo storico ristorante greco in Respighi o ancora la “Pasticceria delle Arti”, che sorge all’incrocio tra Moline e BelleArti dove una volta c’era il Bar dei Pierini che è ottima anche lei, ma si tratta, appunto, di un ristorante e di una pasticceria.

Il risultato quindi è che per bere bene, bisogna necessariamente spingersi al “Risanamento” di Francesco Barsotti, ma qui siamo quasi alla porta, zona degrado free, e poi si beve solo vino, mentre stavamo parlando di cokctail, aperitivi ecc …).
Da pochi mesi, però, una novità c’è. Certo è presto per dire se la tendenza stia cambiando, ma è incoraggiante sapere che qualcuno, più coraggioso o temerario o disperato di chi è aperto vicino a lui, sta provando a proporre qualità. Sto parlando dell’ “Emporio 1920” (via Castagnoli 2, proprio di fianco all’armeria) che, aperto tutta la settimana tranne il lunedì dalla mattina a tarda sera, propone ottimi cocktail (tra gli altri, un Negroni con il tartufo davvero notevole). Il segreto del giovane e dinamico staff, è di essersi specializzato nella miscelazione avanzata (sostanzialmente un insieme di tecniche di miscelazione molecolare e di miscelazione di prodotti alternativi come spezie, erbe, fiori, marmellate yogurt nonché una prassi che permette di realizzare i principali ingredienti home made risalendo in tal modo a sapori più veri che permettono di lavorare con una qualità superiore). Un’altra caratteristica dell’Emporio, è di avere puntato sulla Tequila nel cui corner dedicato si possono trovare proposte varie etichette. Da non dimenticare anche la grande varietà di rum da abbinare a cioccolate e sigari.
Certo, il locale è minimo, ma curato ed il dehor, che offre pochi posti in più, è praticamente rubato al parcheggio selvaggio che contraddistingue la zona. Ma l’atmosfera che si respira, le piccole attenzioni di cui si è circondati, la qualità dignitosa delle proposte, particolarmente degli apetizer di accompagnamento, sono tutte cose che contribuiscono a fare dell’Emporio una piccola oasi alcoolica felice nel deserto di gusto e qualità che oramai imperversa nel quartiere. Un indirizzo, quindi, da non dimenticare se ci si dovesse trovare in zona.

Lui un rosso impetuoso dal gusto intenso e generoso.

Lei effervescente naturale. Bionda e un po’ fatale.

Il matrimonio è stato felicemente celebrato 16 anni fa quando Concetta, napoletana di origine, dagli occhi verde mare, ha incontrato il signor Çobo, erede di un famiglia di avventurosi enologi e viticoltori della zona di Berat, il cuore verde dell’Albania, molto simile alla nostra Umbria, ma vicina al mare e addolcita dal suo clima.

Un luogo antichissimo dove i millenni sono scivolati senza alterare l’amenità del paesaggio e il carattere accogliente degli abitanti da sempre dediti ad un’attenta produzione di olio, viti, fichi, mandorle e agrumi. Negli ultimi decenni un progetto agricolo nazionale ha piantato 1.500.000 ulivi Kanina, un cultivar locale simile a quello di Salerno, che produce frutti sia da tavola sia per un ottimo olio delicato, che contende a quello di Elbasan, più simile all’olio umbro dal sapore intenso e fruttato,  il favore dei consumatori.

Berat  città di pietra dall’incredibile fascino ora dichiarata patrimonio Unesco è vicina al Tomorri, montagna da sempre considerata sacra. Adagiata sulle sponde del fiume Osumi e all’ombra di un immenso castello illirico, etrusco, bizantino, e ancora prima con tracce di mura pelasgiche è da secoli suddivisa in due eleganti quartieri  disegnati in modo armonico e suggestivo.

Insomma Berat  intriga con le sue vicende scritte e rivisitate da tanti autori e da genti di culture diverse, ma tutte attratte da un ambiente favorevole e forse affascinate  dall’ebbrezza del vino che qui ha sempre abitato la Storia.

Vini da millenni amati e allevati in vigne che appaiono opere artistiche a scena aperta, dove il sole matura e dona un sapore di terra sana e profumata. La terra  si chiama Tosk, come la Toscana, e forse i signori Tosk parenti degli Etruschi erano, come loro coltivatori di negrettino, antenato italiano di Sangiovese, Chianti  e Brunello di Montalcino che da sempre a Berat si è chiamato Sheshi e Zi ( Vino rosso) mentre Sheshi e Bardhe è il bianco simile all’Albana romagnola ( ma guarda che strana somiglianza con Albania….. ).

Dopo questa digressione nelle comuni radici storiche, lasciando agli archeologi l’interrogativo di quale popolo  sia andato o tornato per primo da quale sponda dell’Adriatico con i vitigni in barca, magari in compagnia di quel piccolo cane peloso portafortuna molto popolare già ai tempi romani in tutto il mediterraneo, che  si chiama Bolognese, si ripete il ritornello popolare dalle mie parti….”Signora gradisce un po’ di bino rosso? (e Kuqe) …”No grazie io preferisco il bianco ( e Bardhe)”!

 La festa  della vendemmia è cominciata.

E  che festa!

Quattrocento invitati vip da tutta l’Albania e oltre, amici di famiglia coltivatori e ambasciatori.

Tutti rigorosamente armati di un rosso contenitore di terracotta per i doverosi assaggi sono accolti personalmente dal signor Çobo e signora Çobo in abito tradizionale bordato d’oro zecchino. .

La festa sul far della sera si è snodata nei vigneti fra musiche popolari e carri trascinati da buoi, è proseguita nella Kulla, un edificio preposto alla raccolta dei prodotti agricoli per continuare con gare di pestaggio nei tini e interminabili danze circolari balcaniche fra orci e botti usati come tavolini.

I proprietari della cantina Çobo producono vino da  numerose generazioni, ma con alterne vicende dovute alle declinazioni politiche che hanno curvato il paese per parecchi decenni.

Il comunismo nel 1945 causò una sosta forzata quando prese il potere perchè le imprese private non erano legali. Ma Mehammer Cobo dopo aver imparato raffinate tecniche di miglioramento dei vitigni in Italia ha coraggiosamente ripreso una piccola produzione che ha attualmente raggiunto le 100.000 bottiglie.

Tutto il vino è prodotto e imbottigliato in Albania da cinque tipologie: Merlot, Trebbiano, Kashmer, Shesh i Zi e Shesh i Bardhë (il Bianco di  Berat), a cui si aggiungono due grappe raki, quella alle noci e quella pura.

No questi non sono vini in purezza perché Kalmet è l’incontro di uve Cabernet  e Merlot e il Kasher di Cabernet e Shirah; ma come sempre nei Balcani le scale da percorrere per risalire alle origini sono lunghissime e con tanti incroci.  A Vinitaly,  la fiera superstar di Verona, occorrerebbe creare una sezione speciale per i vitigni balcanici e i loro prodotti perché i criteri di qualità vivono qui addizioni e contaminazioni che forse ci riportano ai metodi usati nei tempi antichi e alcuni paradigmi dei sommelier verrebbero corretti o contraddetti.

E comunque dissertando sulla questione della degustazione  la differenza fra Vere bardhe e Vere e Kuqe l’ho imparata subito, anche perché il legame che lega noi padani emiliani con i cugini etruschi albanesi  forse è un segreto molto misterioso, ma questa festa ricorda tanto le nostre felici saghe d’autunno dove piace viaggiare di vino in canto.

 

Ura Vajgurore
Berat, Albania

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Immagini che si accavallano volendo suggerire antiche emozioni. Suggerimenti che tardano a farsi sensazioni. Sensazioni, quando arrivano, che regalano un senso diffuso di incompiuto. Eppure c’è tutto. E forse, senza forse, c’è troppo. C’è Harrison Ford imbolsito (e l’idea di fare di lui un novello Marlon Brando/Kurz, il suo nome, Deckard, invocato per tutto il film, quasi la sua sola presenza/assenza potesse risolvere quello che da risolvere non c’è, e poi, quando arriva in scena, una decina di minuti di cui la metà passati legato ad una poltrona mentre attorno a lui il mondo dovrebbe salvarsi, dai non è una cosa seria). C’è il suo erede, l’agente K, Ryan Gosling, che alle signore potrà anche piacere ma poi non critichino con aria di sufficienza i compagni che sbirciano le scollature di Belen. C’è Wallace/Jared Leto (Jared chi?) con la sua faccina da testimonial di Gucci che si ispira al Lambert Wilson (Lambert chi?) del matrixiano Merovingio e quando prende tra le mani la testa del malcapitato di turno, è un colpo al cuore (Rutger/Roy dove sei? dov’è la tua vita bruciata da entrambi i lati della candela? e dov’è il tuo edipico padre Tyrrell). C’è persino una replicante (no, forse non è una replicante, ma non importa, per la non importanza di quello che fa, non importa) bionda, bionda con la frangetta (McKenzie Davis/Mariette) ma Daryl/Pris era davvero un’altra cosa. E poi ci sono, sparse, una dottoressa carina e sfortunata (Carla Juri/Ana Stelline un personaggio così simile alla Samantha Morton/Agatha dell’altrettanto dickensiano “Minority Report”) che non sa quanto importante sia sarebbe sarà; una capitana, Joshi, domina e assetata di vodka e non solo (Robin Wright non più, mai più, Penn o anche quando la classe e la sensualità non sono acque fresche); un ologramma, carino, struggente, morbido e impalpabile (Ana De Amas/Joy, scommetterei su di lei, se potessi) ed una cattiva che più cattiva non si può: replicante ma padrona del proprio destino, Sylvia Hoeks (ci fate caso? quando il mondo è in pericolo, qualsiasi mondo o qualsiasi cosa si intenda per mondo, i cattivi, quelli che potrebbero diventare i padroni del nuovo ordine mondiale, sono sempre pochissimi, e Luv è sola) è il paradigma di questo “Blade Runner 2049”, un paradigmatico vorrei ma non posso anche se in realtà avrei potuto, eccome se avrei potuto, ma non ho voluto o, peggio, non ho saputo. Perché va bene (va bene?) che la pioggia insistita, perpetua, abbia lasciato posto ad acquazzoni tropicali e ad un nevischio, una neve sporca piuttosto, che scivola via le coscienze di chi la coscienza dovrebbe avere ma anche la pazienza di chi, paziente, ha aspettato anni questo sequel che non avrebbe MAI dovuto essere. E va bene (va bene?) che gli eroi, e gli attori che li interpretano, invecchino, ma dai, una marchetta rimane una marchetta, Harrison/Deckard allora ERA, adesso Ѐ una macchietta (e non basta fargli rubare una battuta, qui “… io so la verità …”, là “… io so chi sono …”, all’Harry Angel/Mickey Rourke di “Angel Heart” il bel film di Alan Parker quasi coevo di quello per riportarne in vita il personaggio) e riproporre Rachel/Sean Young adesso, anche lei bolsa e invecchiata con le meraviglie che ci hai mostrato inutilmente fino lì a ridarcela come allora una di più non avrebbe guastato, ed anzi (l’unico, ma davvero, che davvero fa piacere incontrare di nuovo, è il vecchio Gaff/Edward James Olmos che passa ancora il tempo, quel poco che resta a lui e a noi, ad intrecciare, e a regalarti, quei suoi strani origami a forma di unicorno).

Il problema, allora, forse non è nel film in sé, ché anzi, averne. Il problema è che l’avresti potuto chiamare in qualunque altro modo e a nessuno mai sarebbe venuto in mente di lamentarsi. Perché, ripeto, lo spettacolo, un po’ lungo un po’ ripetitivo e un po’ noioso, è garantito. Ma con quello di allora, 35 anni fa, questo non ha nulla a che vedere. È un escamotage, per riprenderne le fortune (ma se chi rimane più impresso è il vecchio wrestler Bautista/SapperMorton dei primi 5 minuti di azione …). O forse, solo, è un’operazione nostalgia. Esisteva, allora, un regista giovane ambizioso e ancora considerato di nicchia (nonostante “Alien” e non fate i saputelli: so anch’io che c’era stato prima “I duellanti” ed appunto parlavo di nicchia, mentre “Alien” era stato un successo di pubblico che aveva crepato la nicchia) che aveva bisogno di farsi conoscere ed apprezzare dal grande business. Ed era stato scelto un autore ancor più di nicchia per saccheggiarne l’utopia letteraria. Di quell’autore, adesso, tutto è stato letto, riscoperto, sceneggiato. E di quel regista adesso produttore, della sua visionarietà coraggiosa e spericolata non rimane che un’accademica maestria. Del regista titolato di questo pateracchio non si parla, nulla essendo rimasto (soggiogato dalla personalità di Ridley Scott forse vero e reale punto di riferimento del personaggio di Wallace) dell’altrove interessante Denis Villeneuve.

Ingredienti (per circa otto stampi a seconda della misura che usate):

  • 500 dl latte
  • 50 g di burro
  • 60 g di farina
  • 150 dl di panna liquida
  • 4 uova ( due Inter e due solo Rossi)
  • 50 g di parmigiano
  • 1 mozzarella
  • 50g di fontina
  • 50 g di formaggio olandese
  • Funghi porci freschi
  • 1 cipolla
  • Qualche foglia di salvia
  • Prezzemolo tritato.

PROCEDIMENTO

Fare una besciamella facendo bollire il latte, scaldare il burro e quando è sciolto aggiungere la farina, cuocere un po’ il roux  e versare il latte, riportare a bollore e unire i formaggi tagliati a piccoli quadretti, il parmigiano grattugiato e far sciogliere bene.

A parte sbattere le uova con la panna. Versare nella besciamella i formaggi (senza tornare sul fuoco) e con un mixer ad immersione amalgamare ed eliminare gli eventuali grumi.

Deve risultare una bella crema liscia, aggiustare di sale e noce moscata.

Versare negli stampi monoporzione leggermente unti  e cuocere a bagnomaria per 40/50 min a 150° circa, controllare con il dito e quando non si attacca più e’ pronto.

Per Salsa:

Soffriggere leggermente la cipolla tritata in un po’ di olio extra vergine con le foglie di salvia, unire i funghi precedentemente puliti e tagliati a fettine molto sottili. Fare cuocere pochi minuti, correggere di sale.

Capovolgere il flan nel piatto ed aggiungere da un lato i funghi un filo d’olivo extra crudo ed una manciata di pepe e appena una spolverata di prezzemolo.

Buon Flan da G&G!

Un bel modo di riaprire al pubblico dopo la relativa stasi di questa lunga ed anomala estate che tarda ad abbandonarci, è sicuramente quella pensata, organizzata e proposta da Nicola Castellucci della Vineria Alle Erbe  (“Vineria alle Erbe – Vini & Sfizi”, via Ugo Bassi 23 nel Mercato delle Erbe, entrata da via San Gervasio).

Intendiamoci. Non è che ci sarebbe davvero bisogno di un evento particolare per riempire di nuovo i bei banchi della Vineria, luogo must della movida bolognese, uno dei più attrezzati per far bere bene i propri clienti coccolandoli al contempo in un’atmosfera calda ma internazionale, consueta ma innovativa (merito indiscutibile dei vini e dei prodotti proposti ma anche della cortesia, simpatia e professionalità dello staff). Il fatto è che Nicola, vulcanico patron anche de “La Cantina” in via Toscana 105, non è nuovo ad esperimenti di fidelizzazione della clientela che, golosamente, seguo e perseguo da tempo (un attimo di pazienza e racconteremo).

Questa sua ultima idea, ad esempio, prevede una serie di incontri, quattro per la precisione, che allieteranno, uno per, le serate di metà settimana durante tutto il mese di ottobre.

Cominciati giovedì scorso con “Ostriche ubriache”, una serata a base di, appunto, ostriche (meravigliosamente gustose e sapidamente ciccione, d’altronde non sarebbe potuto essere altrimenti visto che a sceglierle è stato Lionel  Joubaud, patron e chef dell’adiacente Banco32, sempre all’interno del Mercato delle Erbe, e sodale dello stesso Nicola nell’avventura della Vineria) e  champagne Breton Fils, Oyster Martini e spizzichi vari, gli incontri proseguono stasera, mercoledì 11, con “Romagna, ma in odor di Toscana”, una presentazione di vini della Cerreta, azienda a cavallo tra Romagna e Toscana che saranno accompagnati da crostini salumi e formaggi tipici. In degustazione si troveranno oltre al Bianco Virana, un Forlì bianco IGT da uve Malvasia/Chardonnay/Moscato, il Villa Canovetti, un Forlì rosso IGT da uve Sangiovese 100%, il Marzolo anch’esso Forlì rosso IGT da uve Cabernet 100% ed infine un altro Forlì rosso ma questa volta da uve Cabernet/Merlot/Sangiovese, il Tremendi. Naturalmente, per consentire di accontentare nel migliore dei modi la clientela, la prenotazione (a proposito, il costo della serata è di 18€ a persona) è vivamente consigliata, per non dire obbligatoria.

Come detto, gli incontri autunnali proseguiranno poi con altri due appuntamenti. Giovedì 19 sarà la volta di “Verziere d’autunno”, tre entrée con declinazione di verdure di stagione e vini abbinati mentre Giovedì 26 “Transumanza d’Abruzzo” farà incontrare i vini abruzzesi della cantina I Fauri con salumi e formaggi tipici.

Come però detto all’inizio, Nicola, vero frullatore di idee, non è nuovo ad esperimenti di questo genere. Personalmente, infatti, lo avevo conosciuto, lui e la sua Cantina, in occasione di una degustazione offerta un sabato sera.

Della serie appuntamenti da non perdere, e continuando con  questa golosa tradizione, sabato prossimo, il 14 ottobre, presso La Cantina di via Toscana 105/D, dalle 17.00 in poi, sarà possibile partecipare alla degustazione di vini della cantina Masciarelli (in degustazione il Villa Gemma Trebbiano d’Abruzzo, il Villa Gemma Cerasuolo di Montepulciano DOC, il Marina Cvetic Chardonnay Colline Teatine IGT ed infine il Marina Cvetic Montepulciano d’Abruzzo DOC). La degustazione, gratuita, sarà accompagnata da un assaggio gastronomico dei prodotti della Dispensa di Amerigo 1934.

Stefano Righini

 

Comincia (per la Virtus) e continua (per la Fortitudo) in maniera assordante il campionato delle bolognesi.

Dopo aver perso in maniera rocambolesca la gara di esordio a Trento sul campo della finalista, sconfitta e sfortunata, della passata stagione, la Virtus inaugura il PalaDozza, sua nuova, ma al contempo storica, casa rifilando quasi quaranta punti a quella Capo D’Orlando che solo qualche giorno prima era riuscita nella eroica impresa di qualificarsi per i gironi di Champions League (la raffazzonata competizione targata FIBA in contraddittorio con la ben più qualificante e probante EuroLeague) contro Saratov (sarebbe interessante analizzare perché l’organismo europeo che dovrebbe fare di tutto per promuovere lo sport cestistico nel vecchio continente, si adoperi invece in maniera così evidente per ridicolizzarlo). Nulla contro Capo D’Orlando, sia chiaro, ma se una squadra che dovrà lottare per il massimo titolo europeo, targato FIBA vabbè ma sempre roboante almeno nel nome, ne prende quaranta da una neopromossa, sia pur essa una Virtus da tutti facilmente ed inevitabilmente pronosticata come mina vagante del campionato se non addirittura facile finalista o quantomeno semifinalista, qualcosa di errato nelle scelte del massimo organismo europeo si potrebbe pensare ci sia.

Ma torniamo alla partita che ha entusiasmato i tantissimi tifosi bianconeri (Palazzo soldout già in abbonamento, lo ricordiamo). Un capolavoro di diplomazia di coach Ramagli (e supponiamo del presidente Bucci) ha interrotto sul nascere le voci che vorrebbero già dilaniato lo spogliatoio virtussino. Troppi galli nel pollaio, si sussurrava, tra Gentile (Alessandro), Aradori e la pattuglia dei vecchi eroi della stagione della immediata risalita (con il guerriero Ndoja in testa). Bene, se uno spogliatoio diviso porta ad un avvio travolgente con i primi sette punti siglati dal più giovane dei Gentile (alla fine autore di una doppia doppia che mancava nel suo personalissimo tabellino da un paio d’anni nonché di una bomba, lui che di tiri da tre non è certo uno specialista) seguito da una prova di squadra che ha via via permesso a tutti i giocatori di ergersi protagonisti (persino il giovane Pajola autore di 5 punti in 18 minuti di grande sostanza) e che ha visto la propria sublimazione in un terzo periodo in cui sono stati concessi solo 4 (quattro) punti ai siciliani, allora dicevamo ben vengano le divisioni. Forse la squadra isolana non costituisce un esame troppo probante per questa Virtus rinata e che guarda con ottimismo, misto ad un sano realismo ci mancherebbe, un futuro che pare meno lontano da quello che tutti si sarebbero aspettati. Ma quello che rimane negli occhi, è che la squadra è una squadra. Giocano tutti, e giocano tutti tanto: nove giocatori hanno messo piede in campo e ognuno di loro per una ventina di minuti (si va dai 17 giocati da Ndoja, che lo ricordiamo aveva una maschera protettiva a seguito della frattura del naso subita in allenamento, ai 28 di Gentile) e tutti hanno segnato secondo le proprie caratteristiche e capacità. Una bella soddisfazione, ed un bel viatico, per i cinquemila del Palazzo.

La Fortitudo, adesso. Che ha vinto, soffrendo e con uno scarto ridotto sul neutro di Rimini contro Jesi. Filosofia completamente diversa quella di coach Boniciolli che ha spremuto i senatori Cinciarini, Mancinelli, Legion e McCamey per quasi 35 minuti di media a testa. E dovendosi affidare per riuscire a portare a casa la partita ai chili e alla stazza dell’ultimo arrivato, il 36enne dominicense naturalizzato italiano Sylvere Brian visto che la pattuglia di lunghi italiani faticosamente assemblata in estate (Pini e Gandini con Chillo ancora ai box per infortunio) non sembra in grado di fornire quelle garanzie di atletismo e solidità necessarie a corroborare le ambizioni del team dell’aquila e che Boniciolli stesso ha sottolineato ancora una volta (“… al completo siamo i favoriti …”). Parole che sembrano inadeguate a questo punto del torneo, solo due le partite vinte ed entrambe con vantaggi bassissimi, soprattutto pensando all’ambiente cui sono dirette: un ambiente di certo entusiasta ma altrettanto facilmente infiammabile (è già il secondo anno di seguito che per la F il campionato casalingo inizia in trasferta per la squalifica del campo dovuta alle intemperanze della frangia più esagitata del tifo bianco blu). Anzianità e pressione interna: speriamo non risulti un mix troppo esplosivo.

Ma voi ci credete agli angeli? Gli angeli, non quelli biondi e trinaricciuti che circondano Crozza nel suo spot del caffè, ma quelli veri, quelli con le ali, quelli che ci proteggono (solo quelli custode, però), quelli che inneggiano al signore in un coro di suoni e un tripudio di luci che solo in paradiso.

Io non so se ci credo. So che a volte, tante volte, mi è capitato di parlare a qualcuno che non ero io e che non era nessuno, lo faccio quando sono triste, solo, e alla fine; lo faccio per un consiglio, per sfogarmi, per imprecare e bestemmiare anche, ma più per chiedere perché. Succede sempre quando c’è qualcosa che non va, quando qualcosa non so o non riesco a spiegarmelo. Oppure quando sono felice, quando sono proprio felice, anche allora mi capita di parlare da solo, ma poi non è come fossi solo veramente, è più come ci fosse qualcuno con me, qualcuno che nemmeno io vedo, ma è come lo sentissi, è come lo percepissi, qui, o lì, vicino a me, in grado di sentirmi, capace di capirmi, ma non come Clarence Oddbody, l’angelo di 3^ classe interpretato da Henry Travers ne “La vita è meravigliosa” di Frank Capra (il film di Natale per eccellenza ché, da quando non lo trasmettono più, Natale è un po’ meno Natale), che per aver compiuto la sua missione di custodia nei confronti di James Stewart/ George Bailey riceverà le ali quelle di 2° grado ed allora “… la campanella suonerà …” e nemmeno come Bruno Ganz/Damiel e Otto Sander/Cassiel de “Il cielo sopra Berlino”, così eleganti, così ieratici, così stilisticamente irraggiungibili. Ė qualcosa di più intimo, molto più intimo, qualcosa che viene quando hai bisogno, e che quando è finita, ti lascia, mi lascia, un che di sereno e di compiuto. Certo, spiegazioni scientifiche, ma più psicologiche, per questo tipo di sentire ce ne sono. In fondo siamo tutti, o almeno sono io, cattolici e per vecchie abitudini familiari siamo stati battezzati, confessati, cresimati, comunicati (e qualcosa della antica mistica sarà rimasto). Non so, non ho la capacità, la cultura, l’istruzione specifica per entrare nel dettaglio.

Adesso, un’amica, Elena Boscos, mi ha regalato un suo piccolo libro, “Angeli in controluce” edito da Pendragon, e in qualche minimo modo mi ci ritrovo, o almeno ritrovo qualcosa di quello che ho cercato di descrivere. Intendiamoci. Io non so nemmeno di cosa stia parlando. Lei, Elena, invece lo sa bene. Ha attraversato il mondo per studiare, per capire. Parla il greco, il tedesco, l’inglese, lo spagnolo. In Germania si è laureata e si è avvicinata alle scienze Sacre, la storia delle religioni, tutto ciò che fa parte di un orientamento olistico della persona e si è specializza in Radiestesia e Angelologia. È stata in India e Nepal per approfondire tecniche di meditazione orientale. È andata negli Stati Uniti per perfezionare il linguaggio corporeo e meditativo occidentale, seguendo stage di teatro sperimentale, meditazione, yoga e rilassamento. Raggiunto il titolo di Master Reiki lavora come libera professionista in relazioni di aiuto con consulenze individuali e lavori di gruppo concentrando i suoi interventi sulle energie sottili che condizionano l’essere umano e analizzando le eredità ancestrali e le situazioni create dai pensieri e dalle azioni della persona autonomamente. Con questo suo Angeli in controluce”, che tutto è tranne che un trattato di teologia, ma piuttosto un compendio che aiuta ad avvicinare il suo pensiero, ha voluto testimoniare come gli angeli, che sarebbero dappertutto attorno a noi, abbiano il compito di facilitarci il cammino, aiutandoci a vivere nel modo più gioioso e armonioso possibile, nel benessere e nella tranquillità aiutandoci ad allontanarci dai ritmi compulsivi del mondo contemporaneo, dominato dai falsi idoli del denaro e del potere. Sicuramente una visione, ed una lettura, spiazzanti, e non certo per la qualità della scrittura che, anzi, è piana e piacevole e scorrevole, quasi ipnotica. È l’essere posti di fronte a se stessi, un se stessi oramai dimenticato, e a ciò in cui credevamo o in cui credevamo di credere tanto tempo fa, che crea uno strano stato di sazietà mentre si procede nella lettura. E anche se, come avverte l’autrice, credere in loro, negli angeli, pur restando un presupposto importante non è una condizione necessaria ai fini della lettura, bè riuscire a raggiungere un livello di purezza del cuore, e della mente, come quello di quando si era bambini, sono certo aiuterebbe.

Non c’è Berberé, non c’è MozzaBella, non c’è PizzaArtist, non c’è O Fiore Mio che tenga. Non ci sono Scalinatella, BellaNapoli, Pummà o Reginella che possano nemmeno avvicinarcisi. La pizza a Bologna si mangia, si dovrebbe mangiare, al “Banco del vino”. Che prima era in via Mentana ed ora è in via Goito 3/G. Poche decine di metri di distanza, e come diceva più o meno Machiavelli, tutto è cambiato affinché nulla cambiasse. I due soci, Manuel e Maurizio, sono sempre loro ed è anche tornato Rocco ad occuparsi della parte, diciamo così, alcolica del locale. In realtà, in questi due o tre anni intercorsi da un’esperienza all’altra, tutti loro hanno avuto altre, gratificanti, esperienze. Se Manuel e Maurizio, infatti, sono stati tra gli artefici della rinascita della zona del Mercato delle Erbe di via Belvedere/SanGervasio con la loro Pescheria San Gervasio, il primo format fish&chips (riducendo l’effettiva portanza dell’idea) cittadino, anche Rocco ha contribuito, e non poco, all’affermarsi di quel fenomeno di costume aperitiv/seral/mondano, sempre in zona Belvedere, che è stato Pastis. Ora, però, ricompattata la squadra, si è tornati a far sul serio e cioè ad offrire, senza ombra di dubbio, la pizza migliore di Bologna. Si parla di qualità abbinata a gusto (quante volte vi sarà capitato di mangiare una pizza orecchiata come buona, anzi buonissima e sicuramente di eccellenti componenti e trovarla magari un po’ stopposa, legnosa quasi, sicuramente leggera e digeribile, ma di gusto …).

Ecco, qua al Banco, non si corre questo rischio. Le materie prime sono tutte certificate, di sicura provenienza e capaci di soddisfare in pieno il gusto del cliente anche più esigente. Merito dei pochi, pochissimi tipi di pizza proposti, tutti caratterizzati da una costante ricerca e sperimentazione di materie prime e presidi di assoluta e comprovata eccellenza. Adesso, dopo l’estate, alle classiche Banco (prosciutto di Modena dop o Parma dop riserva 20/24 mesi servito a parte, burrata pugliese e mozzarella), Bufala (mozzarella di bufala campana dop, pomodoro e basilico), Napoli 2017 (acciughe, capperi, mozzarella di bufala campana, pomodorini arrostiti e pomodoro), Mister Pig (pancetta piacentina lunga stagionatura, parmigiano reggiano 24 mesi, radicchio, pepe sarawak e mozzarella) e Caprino (fagottini di bresaola punta d’anca farciti con caprino, melanzane arrostite, mozzarella e pomodoro) ne sono state aggiunte tre, la Fossa & Funghi (formaggio di fossa dop, funghi arrostiti, mozzarella, trito di erbe e pepe sarawak), la in Langa (fiocchi di salsiccia di Bra macerata nel Nebiolo aggiunta cruda all’uscita, formaggio primosale e rucola) e la Baita Reale (speck riserva da macelleria trentina affumicato a legna, funghi arrostiti e formaggio d’alpeggio). Detto che esistono anche la margherita classicamente con mozzarella e pomodoro, la Salsiccia & Pesto con salsiccia da macelleria, pesto senza aglio, mozzarella e pomodoro e la 20miglia come la precedente ma senza salsiccia, non resta che parlare dei vini l’essenza più vera del nostro tradizionale tirar tardi. E anche per quanto riguarda la scelta enologica, un’attenta ricerca ha portato a selezionare alcune cantine, biologiche e no, soprattutto italiane, francesi e slovene.

La lista, abbastanza corposa, può davvero soddisfare ogni voglino e sarebbe davvero troppo lunga da illustrare. Amandole particolarmente, ci soffermiamo solo sulle bollicine per dire che è possibile scegliere tra bollicine classiche (le trentine Pojer&Sandri e MasoMartis o la francese Barbichon o ancora la slovena Slavcek), metodo Martinotti (Miotto e Frozza dal Valdobbiadene o la salentina Archetipo) o sur lie (Franciacorta 1701, Crocizia o Gradizzolo). E se proprio dovessimo citare un vino in particolare, ecco che la scelta ricadrebbe sull’ultimo bevuto, un ottimo sauvignon blanc SaintBris del DomaineBersan fresco ma di corpo sia nell’annata 2015 che, seppur presentando maggior sapidità e persistenza, in quella 2014.
Non resta che ricordare i giorni d’apertura (dal lunedì al sabato e la domenica stranamente, per un locale adiacente a Indipendenza, chiuso) e gli orari (dalle 18 alle 24 con la cucina che chiude doverosamente una mezz’ora abbondante prima) ed un consiglio: il lunedì, giornata classicamente morta, in cui siamo tornati a testarlo per l’ennesima volta, il BancoDelVino alle 21 era strapieno …