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Novembre 2017

Certo non è la stagione migliore per poter godere di quello che può essere ritenuto l’atout più significativo di questo, bellissimo e nuovo, “Agricola e Vitale”. Stiamo parlando del meraviglioso dehors vista SantoStefano, per personalissimo parere una delle piazze più belle d’Italia e di conseguenza del mondo, che ancora per qualche rara occasione permetterà comunque di essere vissuto ed apprezzato.

Certa però è anche un’altra considerazione e cioè che in ogni modo “Agricola e Vitale” costituisce comunque una delle novità più stimolanti per chi, come noi, ama il buon bere e la buona compagnia possibilmente immersi in un’atmosfera raffinata ma al contempo accogliente e, quasi, familiare. E non è un caso se uso questo termine, familiare. Perché in questo locale elegante senza essere stucchevole, e che proprio grazie a questa impronta moderna non sfigurerebbe in una qualsiasi delle location più glamour del nightclubbing internazionale, quello che più colpisce favorevolmente è questa sua aria, questa sua atmosfera di già vissuto, di conosciuto. La spiegazione, come spesso accade, è semplice e logica al tempo stesso. Il padrone di casa, la persona cioè che accoglie il visitatore con la sua professionalità all’apparenza understatement ma al contempo calda e suadente è quel Davide Gaetani che molti, moltissimi, a Bologna conoscono per esser stato prima l’inventore dello “Zelig” di via PortaNova, il primo locale a rinnovare, anche se non soprattutto fuori Bologna, il tempo delle osterie una volta cantate da Guccini, e poi, per anni belli e vissuti intensamente, del “Solferino” nell’omonima via. Luoghi in cui il radicalismo chic di certa borghesia illuminata si incontrava allegramente con l’intellighenzia colta e trasversale che così tanto caratterizza la città dell’ateneo più antico del mondo e il glamour di soubrette e star del varietà ben si sposava con la musica di gruppi ancora da scoprire, djset di grande suggestione e piccole, preziose mostre di artisti giovani, se non di età, almeno di espressività. Il tutto, come si conviene, sotto la supervisione di chi, dietro un bancone o in sala (oltre lo stesso Davide bisogna almeno ricordare Lisa e Luca) metteva tutti a proprio agio con un’affabilità figlia di antica consuetudine.

Le stesse atmosfere, o almeno le stesse persone e lo stesso spirito, si possono incontrare qui, in via SantoStefano 13/A, dentro stanze che furono antiquarie ed ora ospitano un bar tropicale, e giovani e valenti barman che possono offrire cocktail classici ed inventivi, ed un ristorante elegantemente bric-a-brac dove è possibile gustare pochi ma ricercati piatti che comprendono sia la tradizione, sia il pesce sia il vegetariano. La cantina, che presenta non tante etichette, è comunque dimostrazione di una ricerca attenta e non banale.

L’apertura, che fa rientrare a pieno titolo questo “Agricola e Vitale” nel novero dei locali ove tirar tardi diventa un piacere, va dalle 17 all’1,30 e dal martedì alla domenica.

Stefano Righini

Nella giornata in cui la Virtus non perde (per forza, non ha giocato per la contemporanea “campagna” della nazionale a caccia della qualificazione ai prossimi mondiali) e la Fortitudo perde di 6 (70 a 76) contro l’Orasì Ravenna dilapidando un vantaggio che è stato anche di 28 punti a 13 minuti dalla fine e che è stato recuperato quando il coach ospite Antimo Martino ha deciso di lasciar andare la partita relegando in panca i cosiddetti califfi a vantaggio delle terze e quarte scelte, per dire l’attesissimo e temuto ex Montano ha prodotto una partitaccia da 2-soli-punti-2, scelta, questa, che forse ha scombussolato il piano partita, ma più il precario equilibrio psichico dell’Aquila bolognese) bisogna necessariamente attuare una seria riflessione, o quantomeno cercare di capire cosa stia succedendo nelle segrete stanze di BasketCity.

E già, perché, inutile negarlo, entrambe le squadre, costruite per vincere, o quantomeno provarci, nelle rispettive categorie, stanno deludendo. Problemi di strutturazione dei roster in estate, sicuramente, ma anche il ripetersi di vecchi e mai dimenticati processi che fatalmente si trasformano in ossessioni, intemperanze, sovrapposizioni di idee e di uomini.

Per la Virtus il problema sembra essere quello di una non convinta, ma obbligata (per un senso sbagliato di gratitudine, e per non voler passare per decisionisti freddi ed attenti solo alle copertine) continuità seguendo la quale si è voluto proseguire, anzi iniziare, un percorso che si voleva glorioso mantenendo il medesimo organigramma tecnico della precedente, e vincente, stagione quando, forse se non sicuramente, la fiducia nell’head coach Ramagli era ai minimi termini. Una scelta che ha generato frizioni di mercato (Aradori sì o no, prima, e poi, una volta arrivato Aradori, la telenovela Gentile, Alessandro, fortemente voluto dalla governance per ovvi motivi di audience e visibilità oltreché tecnici ma di cui, siamo certi, Ramagli avrebbe volentieri fatto a meno trovandosi a dover gestire, con il suo arrivo, situazioni e minutaggi fattisi improvvisamente stretti per i califfi dell’anno precedente (specificamente per Rosselli ed Umeh) per la cui conferma erano state spese parole ed impegni. Per carità, aggiungere buoni, anzi ottimi giocatori, è una cosa che tutti gli allenatori (ed i tifosi, in primis) vorrebbero poter provare. Ma probabilmente non era questa (un allenatore confermato per opportunità più che per convinta scelta tecnica, e di conseguenza garante di una metà sola della squadra, e quella ritenuta meno importante dalla dirigenza) l’ambiente più adatto a far partire un progetto ambizioso e necessario invece di serenità, pazienza e sintonia nella pluralità di professionalità messe in campo. Problemi questi, che hanno portato prima alla mancata definizione del roster (cui è stato negato fin dall’inizio l’acquisto di un’ala grande e la frettolosa definizione del play titolare, con la scelta caduta frettolosamente su un Lafayette che, pur ottimo giocatore, tutto può essere considerato ma non certo quel play di cui invece ci sarebbe bisogno), poi alla rottura annunciata con capitan Rosselli nel momento in cui si è visto utilizzato solamente come cambio dei lunghi  vedendo snaturato il suo gioco e le sue possibilità di incidere fuori e dentro lo spogliatoio.

Passando alla Fortitudo, invece, il peccato capitale che si può imputare alla società è il solito. Una strana, perversa per certi versi, ed endemica propensione a volgere in psicodramma freudiano degno del teatro dell’assurdo di beckettiana memoria ogni accadimento che riguardi la squadra. Non si spiegherebbero altrimenti il ripudiare dalla sera alla mattina il tanto decantato progetto giovani per attivare un progetto gerontocratico che ha portato a sostituire i vari e promettenti Candi, Montano e Campogrande con stagionati comprimari come Bryan, Fultz, e Cinciarini affidando tutto il peso dell’estemporaneità ad Amici (oltreché al sempiterno capitan Mancinelli). La ciliegina, la corsa al Rosselli fuggitivo dall’altra sponda cittadina. Sia chiaro, un colpaccio, se avverrà, per la categoria essendo, e da anni, considerato il miglior giocatore della lega cadetta. Ma un’aggiunta forse inutile in un ruolo in cui la F può già contare su Amici, Mancinelli stesso ed Italiano (ed anche il moro Legion gioca più o meno nello stesso ruolo) quando invece l’aggiunta forse necessaria sarebbe, anche qui, in regia  perché per McCamey vale infatti la medesima considerazione fatta per Lafayette: ottimo giocatore, perfetto per la categoria e forse pure qualcosa di più, ma non è un play ed affidarsi per quel ruolo al veterano Fultz, pare davvero un azzardo. Né si spiegherebbero altrimenti le sceneggiate di coach Boniciolli, eterno scontento, eterno brontolone, eterno incompreso. Esternazioni che hanno come unica conseguenza quella di scaldare gli animi dei soliti facinorosi che trovano facile giustificazione alle proprie imbecillità nelle parole fuori quadro del coach giuliano (non è certo un caso se sono due anni che la squadra deve cominciare il campionato con il campo squalificato grazie alle intemperanze di una parte dei suoi pseudo tifosi). Come non è un caso ciò che è accaduto ieri sera in un’osteria del centro; stavo chiacchierando con l’amico dietro il bancone e qualcuno ha detto che la Fortitudo aveva perso. Quando ho chiesto se fosse vero, una voce proveniente dalle mie spalle, la voce di uno mai visto prima, ha detto con intenzione: “… sempre meglio che la Virtus …” (un’imbecillità gratuita, visto che la sua odiata Vnera non aveva giocato) ed aggiungendo subito dopo “… e meno male che c’è la nazionale …” assommando in tal modo imbecillità ad imbecillità visto che in nazionale giocano (e sono stati anche i migliori, almeno nella partita contro la Romania) Aradori e Alessandro Gentile, i giocatori più rappresentativi proprio della Virtus …

Una politica che non rappresenta più del 40 per cento del corpo elettorale – quando va bene – ha un problema serio. Tanti uomini politici proclamano con aria preoccupata che “è un campanello di allarme” ma pare che poi nessuna ricetta messa in campo dia i frutti sperati. Il Movimento 5 Stelle è cresciuto proponendosi come interprete dei non votanti, ma anch’esso inizia a perdere questo ruolo a giudicare dalle recenti elezioni siciliane.

L’astensionismo è enorme e nessuna democrazia europea può permetterselo a questi livelli. Siccome più che di un campanello d’allarme, ritengo si tratti di una sirena di quelle che precedono i bombardamenti, mi interrogo spesso sui motivi della defezione.

Le motivazioni che si sentono le conosciamo. Colpa dei politici di qualunque cosa non funzioni, colpa dei costi della politica, la politica si é costruita il suo mondo dorato a scapito dei cittadini e così via. Un misto di cose vere e non vere, accuse generiche e acritiche, ma che dopotutto le abbiamo sempre sentite, anche quando votava l’80 o il 90 per cento degli aventi diritto.

A ben guardare invece, si vede bene che oggi queste accuse sono solo la parte finale di un sentimento più profondo e legato alla vita reale, un sentimento che nasce dal senso di tradimento di cui effettivamente la politica italiana è responsabile verso i cittadini.

Negli anni novanta la crisi di “mani pulite” ha rappresentato lo spartiacque nella storia della nostra politica. Chi si ricorda quel periodo ricorderà più che altro immagini televisive. Infatti era già iniziata allora la ritirata della politica dalle strade, dalle sezioni, dai luoghi della presenza fisica dell’organizzazione della politica. Ad una società sempre più individualista e alla rincorsa del successo, dove il rampantismo era il valore delle nuove generazioni, non serviva più una politica strutturata, piena di passaggi complicati, di liturgie assembleari, di segretari di sezione, vicesegretari, responsabili giovanili e così via. La televisione era la soluzione. La politica entrava in casa dalla tv e ciascuno se la declinava a proprio piacere e per la propria convenienza. L’importante era non doversi più rapportare con quel mondo vecchio, polveroso e anche opprimente.

Per un ventennio tutta la politica si è adeguata a questo modello. L’idea dell’inutilità dei corpi intermedi è stata diffusa a piene mani. Grazie alla moderna comunicazione, il leader interagisce direttamente con me, il resto non conta. Il migliore dei politici in questo gioco sappiamo chi è stato, ma ancora oggi si continua. Non si può nemmeno fare altrimenti perché l’infrastruttura di un tempo è stata in gran parte dissolta o delegittimata. Mi pare di poter dire che anche recenti pallidi tentativi ferroviari dimostrano che non è facile recuperare il rapporto col territorio senza una forte organizzazione intermedia.

Così, dopo un ventennio, ma forse anche meno, i cittadini hanno iniziato a guardarsi attorno, scoprendo che oltre ai vecchi rompiscatole che ti vendevano la tessera, erano spariti anche i punti di riferimento della vita sociale e politica, quei luoghi e quelle persone che facilitavano la relazione dei cittadini con i livelli della decisione, quei luoghi e quelle persone che legavano i cittadini favorendone l’incontro. I cittadini, davanti ai problemi, non riescono più a trovare aiuto dal rapporto con la politica. Nasce un senso di abbandono, di distanza. Un senso di tradimento che ribolle dentro ogni volta che si pensa alla politica, o la si guarda in tv. Si perché sappiamo che il lavoro del politico continua, ma è come se non ci riguardasse. Se chiedete in giro “Cosa fa per te la politica?” la risposta è scontata.

La distanza tra cittadini e luoghi della politica che un tempo era gerarchica, ora è diventata una semplice e incolmabile lontananza, per di più acutizzata dall’individualismo che finché tutto andava bene era un valore ma che ci ha messo poco a diventare solitudine.

L’esame di coscienza collettivo non si fa mai. Si fa fatica anche a fare quello individuale. Qui però non si tratta di trovare il colpevole bensì i motivi. Ebbene credo di poter dire che l’evoluzione della società, dei valori e del modo di vivere, ci ha portati fin qua. Insomma, la politica ha assecondato la società. Poi però la politica ci ha messo anche del suo, quella italiana in particolare, quella con la “p” minuscola, con poca autorevolezza, quella politica che affida ai governi tecnici le decisioni e a quelli elettivi la gestione, quella lì alla fine si paga.

Lungo la strada si sono così consumati altri “tradimenti”, o meglio scelte percepite come tradimenti. La lista è lunga: le riforme delle pensioni, la disoccupazione giovanile, le politiche per la casa, i rapporti di lavoro, l’accesso ai servizi della salute, alle scuole e via via tutto quanto sappiamo. Spesso poi ce l’ha “chiesto l’Europa”, luogo mitologico governato da altri perfidi individui, di solito biondi, dove la nostra politica non sa farsi valere, ma deve solo subire. L’Europa, dove ci danno i voti e i compiti e i nostri rappresentanti chinano la testa, ma sempre ben pagati.

Ci sentiamo più poveri ma soprattutto ci sentiamo incapaci di trovare soluzioni con i nostri mezzi. La crisi del 2008 e le sue conseguenze hanno fatto il resto, accendendo la miccia ad un ordigno che era già lì ed aspettava solo l’innesco.

L’insicurezza genera istintivamente paura negli individui.  Ora pensiamo un po’ ad una società parcellizzata, fatta di uomini spaventati da un futuro incerto, pensiamo a famiglie che si sentono vulnerabili perché vedono dissolversi le tutele acquisite. “Traditi”. Questo tipo di società, quando viene chiamata ad esprimersi in occasione delle elezioni, secondo voi cosa fa? Cambia fede politica? No. Semplicemente volta le spalle, con rabbia.

 

“… Wollaing è una piccola città del Nord della Francia afflitta dalla disoccupazione. Qui, mentre i bambini sognano di diventare calciatori o pop star, le madri non hanno di che pagare le medicine e i padri si spaccano la schiena nelle segherie che stanno trasformando la zona in un grosso deserto, arrotondando lo stipendio con qualche lavoretto saltuario, spesso legato ai traffici di droga. Quando una giovane tossicodipendente, Pauline, viene ritrovata morta in un terreno abbandonato, la città punta subito il dito contro le banche e lo stato che hanno spremuto fino al midollo la cittadina. La faccenda, però, è più complicata di quello che sembra e il comandante della polizia locale, Erik Buchmeyer, lo sa bene. Perché a Wollaing non vivono solo persone per bene schiacciate dalla miseria, ma anche una serie di personaggi oscuri e violenti …”. Questa, a grandi linee, la trama tratteggiata dalla quarta di copertina de “I bastardi dovranno morire” il più bel polar (attenzione, non a caso uso il termine polar e non giallo, poliziesco, noir, thriller e così via, tutti termini che, stiracchiandoli, si potrebbero, ciascuno, attenere alla storia raccontata; la differenza, sottilissima, che intercorre tra tutti non è così banale e di poco conto come si potrebbe a torto ritenere (un po’ come ci si trovasse a doversi districare tra le infinite nuances di rouge per unghie o labbra: vero, tutti rossi sono, ma differenze, anche enormi, di riflessi, intensità, consistenza, pastosità e quanto più ci si voglia addentrare nel merito tanto più lo si può fare, ci sono e sono fondamentali), anche se la critica francese parla disinvoltamente di thriller e noir («I bastardi dovranno morire è un libro sbalorditivo, che rompe le frontiere del genere e spazia dal giallo al thriller psicologico passando per il romanzo d’inchiesta»Le Figaro), letto nell’anno che sta terminando.

Fossimo negli states, e si parlasse di cinema, ci troveremmo immersi nel più classico dei buddy-movie (letteralmente, un film che narra la storia e le avventure di due amici, solitamente diversissimi tra loro: eclatante esempio, la serie ArmaLetale con il nero anziano pacato e riflessivo Danny Glover / Roger Murtaugh ed il bianco giovane aggressivo ed istintuale Mel Gibson / Martin Riggs). Ma siamo in Francia, e allora la storia della difficile convivenza e collaborazione tra Saliha Bouazem, la poliziotta del Maghreb appena arrivata in questo nord inventato ma talmente vivido nella descrizione da rasentare la veridicità della Yoknapatawpha County di faulkneriana memoria, e la cialtronaggine picaresca e accattivante del suo capo Erik Buchmeyer, fumatore, bevitore, macho, spocchioso, assolutamente no polically correct (geniale e folgorante la sua, sul momento anonima e sconosciuta, presentazione), ma così abile nel suo lavoro, assume via via connotati sociali e politici che squarciano il velo di autoassolutorio benpensantismo in una Francia messa in ginocchio dalla disoccupazione, dai debiti e dai signorotti locali della droga.

E così, brevemente, ecco spiegato il perché della riuscita di questo romanzo: al di là di una storia bella ed avvincente sorretta da una scrittura di grande vivacità e solidità, due personaggi vividi e reali che danno vita ad un’accoppiata troppo umana, simpatica, coinvolgente e vera per non risultare vincente.

Ingredienti

  • 450 g farina 00
  • 2 uova
  • 150g burro
  • 1 cubetto di lievito di birra fresco
  • 50 g zucchero
  • 50 dl latte
  • un pizzico di sale
  • 1 barattolo di Nutella da 450g
  • per lucidare un po’ di latte ed un uovo sbattuto

PROCEDIMENTO

Impastare (anche con planetaria) farina, uova, burro, lievito, zucchero, latte e sale. Creare un palla e fare lievitare in una ciotola coperta da pellicola in un luogo tiepido oppure nel forno spento con luce accesa. Quando sara’ raddoppiata di volume, dividerla in tre parti e creare tre belle palle.

Stenderle ogni palla  a rettangolo di cm 20 x 30, spennellare con la nutella cercando di lasciare circa un centimetro di bordo poi arrotolare tenendo la parte finale sotto. Appoggiarle direttamente sulla teglia con carta forno e fare la treccia, rimettere a lievitare altri 30minuti sempre coperto con pellicola. Pennellare bene con uovo e latte sbattuti insieme, infornare a 170/180gradi a seconda del forno e cuocere per 20/25 minuti. Sempre prova stecchino. Servire tiepido con un po’ di zucchero vanigliato!

BUONA COLAZIONE O MERENDA da G&G

Capita. Le cose che più ti sono care sono dentro di te, le porti sempre con te e non ti viene in mente di parlarne, decantarle, suggerirle. È normale, capita con i libri, i film, la musica, con i luoghi della tua infanzia, con quelli delle prime vacanze solo con gli amici (e le amiche). E capita con i locali che frequenti e che sono talmente importanti per te che ti pare impossibile che altri non li conoscano e li apprezzino come, invece, accade a te.

Così nell’elenco dei locali da non perdere nel nostro girovagante nightclubbing, finora non ho mai citato il BarMercato di via Belvedere, proprio davanti l’entrata posteriore (se si considera quella di via UgoBassi come la principale, del Mercato delle Erbe. Locale culto di una zona in breve tempo inventata (e proprio per la perseveranza dei suoi gestori) come votata ad una movida intelligente e non caciarona, anche se in questi ultimi tempi per insipienza dell’amministrazione comunale, condivisa dalla mancanza di prospettive e progettualità da parte del CdA del mercato stesso (ma sono stati tempi di cambiamenti strutturali, speriamo nel nuovo corso) l’allure della zona un po’ ne ha risentito (bisogna però ringraziare quegli imprenditori che continuano ad investire, vedi la recente inaugurazione del bellissimo Bizzare cocktail bar per eccellenza di cui, presto, avrete notizie più precise), il BarMercato è il vero e proprio punto d’incontro storico di chi ama bere bene in buona, se non ottima, compagnia. Da sempre, ritrovo e rifugio di professionisti e studenti, professori ed artigiani, operatori del vicino mercato e semplici appassionati e sfaccendati, regala, e non importa se gli anni passano e i frequentatori si succedono, un’atmosfera da vecchia osteria quasi di paese, quelle osterie che hanno vissuto la storia, con quell’arredo datato ma di vera ed incomparabile eleganza donata dagli anni passarti e dai tanti frequentatori che, in questo posto per certi versi magico, hanno lasciato qualcosa di sé, quasi fosse possibile che queste vecchie mura abbiano assorbito lo spirito, la personalità, le risate e le discussioni di chi, e sono tanti, tantissimi, hanno frequentato le antiche sale. Certo, a dare questa sensazione contribuiscono anche i ritratti dei vecchi e nuovi e consueti frequentatori che ornano le pareti, tutte. Opera di un fedele amico, artista per caso e passione ed ormai scomparso che così ha voluto immortalare i tanti che del Mercato (come tutti lo conoscono) sono stati anima e corpo, semplici comprimari o primattori riconosciuti. E il merito di tutto questo, l’aver preservato ed anzi implementato i ricordi e la piacevolezza del posto va ascritto per intero al patron Claudio, un personaggio conosciuto e benvoluto da chiunque, e non potrebbe essere diversamente, ed al suo staff (tra i molti, Steve, figura carismatica ed impossibile da non ricordare per la professionalità e la cortesia o anche solo perché è stato, in tempi diversi, l’anima di locali storici e rimpianti come il Moretto o il primo Banco del Vino dove tutti, tutti, siamo stati almeno una volta) ormai familiare a tutti quelli che non possono esimersi dal fare almeno un passaggio perché tanto qualcuno di conosciuto, qualcuno con cui è sempre bello bere un bicchiere o fare due chiacchiere e scambiare opinioni e frecciatine, a volte anche velenose, a volte anche contradittorie, al Mercato lo troverai di sicuro. Detto, e per certi versi è la nota più importante, che la cantina può veramente accontentare tutti i gusti (non è il solito modo di dire: qui si va dai grandi, grandissimi champagne ai vini più umili ma comunque sempre migliori di quelli che si bevono nella maggior parte dei locali anche molto celebrati) e che chi è dietro il bel bancone non disdegna di proporre alcuni, pochi, quelli classici, quelli veri, cocktail, non mi resta che consigliare vivamente di non perdere questa piccola, ma accogliente, enclave di un tempo che fu, un tempo che però si rinnova, giornalmente (attenzione, domenica chiuso) per chi abbia voglia di provarlo.

Stefano Righini

“Ragazzo, avrai diritto di parola quando ti saranno cresciuti i peli sull’alluce”: tradotta in italiano suona più o meno così la battuta con cui mio nonno liquidava le osservazioni dei “più giovani”.

A me questa frase ha fatto sempre ridere e riflettere. Ridere perché immagino le reazioni dei possibili interlocutori e riflettere perché racconta involontariamente una realtà e una società – con i suoi valori e le sue regole – che ormai non esistono più.

In cui la parola dei più anziani era quella che contava. Difficilmente modificabile, sicuramente non discutibile una volta espressa.

Un elogio dell’anzianità che troncava sul nascere ogni pretesa “giovanile” e che poggiava sui principi di una società contadina nella quale l’esperienza e la conoscenza acquista negli anni erano il vero valore aggiunto per garantire – o quanto meno provare a garantire – il pane alla propria famiglia.

Le giovani braccia erano necessarie, anzi fondamentali per l’economia familiare (e la nascita di un figlio maschio era vissuta – da bravi proletari – quasi come una benedizione) ma la guida era saldamente nelle mani dei più “esperti”. Erano loro che decidevano i tempi della semina e del raccolto. Erano loro che trattavano l’acquisto o la vendita di bestiame. Erano loro che si facevano carico della sicurezza e del benessere della famiglia.

Chiariamoci. Nessuna nostalgia o voglia di tornare al passato e ad un modello patriarcale e assolutamente rigido e iniquo.

Quello che è accaduto negli ultimi settant’anni nel nostro Paese è storia: quel modello sociale è stato messo in crisi nelle fondamenta dal sopraggiungere dell’industrializzazione e della meccanizzazione di quasi tutti i processi produttivi, dallo sviluppo urbano e dall’aumento di importanza dei settori secondario e terziario, dalla crescita di una piccolo-media borghesia urbana con interessi e problemi differenti che si è fatta promotrice di istanze di emancipazione e affermazione dei diritti civili, politici e sociali su cui si basano gli attuali sistemi democratici liberali.

Un modello che l’attuale rivoluzione digitale ha in qualche modo definitivamente “archiviato” estremizzando al massimo l’”atomizzazione” sociale e capovolgendo in modo risolutivo l’assunto: “anziano = esperto”.

Il “vecchio” è diventato così qualcosa da cui fuggire con tutte le forze (nei casi peggiori da “rottamare”). Sinonimo di mancanza di flessibilità, di incapacità di cambiamento, di lentezza nell’utilizzo e nella comprensione delle nuove tecnologie e quindi della “realtà”. Un qualcosa di intrinsecamente noioso e “fuori dalla storia” che si contrappone alla giovinezza, che al contrario viene vissuta come un valore in sé. Un paradosso non banale per un Paese e un Continente tra i più vecchi al mondo (e che probabilmente trova giustificazione proprio da questo: solo un Paese e un Continente di anziani possono identificare nella gioventù un valore).  

Nell’epoca dei social network, dove tutto scorre veloce, dove ogni giorno è possibile trovare tutto ed il contrario di tutto, dire qualcosa di innovativo è difficile. Forse impossibile.

Si potrebbe provare partire da qui: dal chiarire che l’età oltre ad essere un dato, non può costituire né una colpa, né un valore. Dal farsi promotori di un patto sociale che trovi fondamento sulla collaborazione tra generazioni e che ponga l’accento sull’eguaglianza. Sull’assunto che abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri perché uguali. Portatori di una dignità che non può essere calpestata. Neanche in nome della libertà.

68-62 e 75-79. Cominciamo questo settimanale sproloquio sul basket cittadino dando i numeri. Tranquilli, non siamo impazziti (anche se). Sono semplicemente i punteggi raccolti dalle due squadre cittadine nell’ultima tornata dei rispettivi campionati.

Cominciamo, more solito, dalla vincente. Una scialba, e ci spiace non poter dire scintillante, Fortitudo che ha regolato, pur subendo di tutto, una imbarazzante Bergamo grazie, soprattutto, alla prova monstre dei due mori, Legion e McCamey (ripetiamo, vere armi illegali per la categoria). Ma la cosa migliore e più produttiva della giornata, al di là dei due punti che permettono all’aquila di tenere il passo di una Trieste scatenata, è che finalmente, per una volta, anche coach Boniciolli ha visto la stessa partita che hanno potuto “ammirare” tutti. Un Boniciolli che nelle consuete interviste di dopogara non si è potuto esimere da un “… ho sentito anch’io la puzza, ma mi tengo stretto il risultato …” sancendo con queste parole la consapevolezza che, forse, non è tutto oro quel che luccica.

Come, d’altronde, ed in maniera a questo punto ben più vistosa, è definitivamente sancito che non era certamente tutto oro quel che ormai non luccica, semmai ha luccicato, sulla sponda virtussina. Attenzione. Al di là di un risultato negativo, che ci sta, ci può stare nel basket come in qualunque altro sport e forse è anche più naturale che ci stia (si parla sempre di una neopromossa rifondata profondamente in estate e che ha avuto poco, pochissimo tempo, per problemi vari per compattarsi), è il trend che viene ormai percepito come ineluttabile che invece non è più accettabile. Scremando le situazioni, assai diverse tra loro invero (una cosa è perdere con la Milano costruita per vincere il Italia ed in Europa pagando dazio negli ultimi sessanta secondi ad una superiorità fisica e numerica inconfutabile, un’altra completamente differente è perdere da una Brindisi ultima in classifica e, prima del salvifico arrivo delle Vnere, prossima allo sbando tecnico e forse societario), una situazione appare chiara ed incontrovertibile. Questa squadra non è capace di gestire non dico i finali di partita, ma le fasi di gioco tecnicamente convulse. Non si spiegherebbe altrimenti l’incapacità di gestire partite vinte (cosa accaduta 5 volte su 6, e benedicendo l’insipienza ancor maggiore dimostrata da Sassari nel finale della partita vinta, l’unica, dalla Virtus dopo averla largamente maramaldeggiata ed averla, naturalmente, persa a più riprese). Si sente addossare da più parti la colpa ai giocatori: ci sarebbe una fazione, quella dei veterani della sfolgorante scorsa stagione, che non si sarebbe amalgamata (giusto per utilizzare un gentile eufemismo) con quella degli sfavillanti acquisti di questa stagione. Una teoria; suffragata dalla vicenda Rosselli, ma pur sempre, e solo, una teoria. Io non credo, non voglio credere forse, che professionisti affermati e tutti, chi per un motivo chi per l’altro, in cerca di conferme, visibilità e gloria si perdano in stupide ripicche e personalismi che non potranno, a gioco lungo, che ritorcersi contro loro stessi. Soprattutto se, a inizio stagione, come sembra evidente sia accaduto, i vertici societari sono stati chiari sui singoli impieghi, minutaggi e responsabilità. D’altronde, se in squadra prendi un Gentile (Alessandro) o un Aradori, sai benissimo cosa possono darti e, contemporaneamente, cosa invece non devi pretendere da loro. Nel bene e nel male. Forse c’è stata un po’ di sufficienza nel costruire la squadra. Troppe figurine messe insieme senza tener conto delle rispettive adattabilità. Io non credo nella incompatibilità tra Gentile ed Aradori (abbiamo visto giocare insieme Danilovic e Moretti e Rigadeau e Abbio tutti insieme; altri tempi, certo, ed altri personaggi con in panchina Ettore Messina, l’allenatore che “… non poteva guadagnare meno di un suo giocatore …”, Danilovic escluso ça va sans dir, e in spogliatoio un deterrente come Zoran Savic, ed è tutto dire). Ed ero tra quelli che pensavano che alla mancanza di un’ala grande di ruolo, per il momento, si potesse sopperire con il gioco e un po’ di sacrificio da parte di tutti (in questo sono stato disatteso, è vero). Però ho anche sempre pensato come mancasse un play di ruolo. Un play vero, uno che conoscesse bene, e sapesse gestirli, i tempi nei momenti critici. Proprio quello che è mancato in tutti, e sottolineo tutti, i finali di partita (anche domenica, ad inizio ultimo quarto i bianconeri erano in vantaggio). Lafayette, sia chiaro, è un ottimo giocatore, ma non è quel ragionatore che manca (né lo è Gentile, Stefano, anche lui play più da combattimento che di pensiero), uno alla Poeta dei suoi bei dì, per dire.

Cosa resta, dunque, dopo questa disamina? Dispiace dirlo, per antica gratitudine e per rispetto di un uomo mai sopra le righe, grande lavoratore ed ottimo parafulmine quando ce n’è stato bisogno, ma forse la guida tecnica non sembra essere in grado di intervenire in maniera adeguata in quei momenti in cui, invece, servirebbe come il pane. Forse, e dico forse, coach Ramagli soffre i momenti caldi della partita (è successo anche nei playoff dello scorso campionato, quando seppur vinti con grande brillantezza, si sono perse due partite, in casa, contro squadre nettamente ed evidentemente inferiori ma combattive, mai morte, disposte a soffrire, e far soffrire, fino alla fine). E dispiace fare questi discorsi perché, come logico, a questo punto della stagione, cambiare tutta la squadra non si può ed allora l’opzione più facile ed indolore sembrerebbe essere quella del cambio tecnico. Sperando che non si arrivi a questo (non dimentichiamo come manchino due giocatori fondamentali, uno da quintetto ed uno potenzialmente da sesto uomo ai quali, domenica contro Brindisi si è assommata il forfait del play di riserva, Gentile febbricitante), spereremmo in un intervento del Bucci presidente e, magari, nella rapida individuazione dei giocatori mancanti. Tempo, grazie alla sosta, ce ne sarebbe. E sarebbe bene non continuare a sprecarlo.

Contemporaneamente a questo “Il responsabile delle risorse umane” leggevo, come spesso mi accade, altre cose, per l’esattezza tre libri. Il primo, un romanzo molto bello (vabbè, bello, non esageriamo), “La donna nella pioggia” di Marina Visentin, una sorta di giallo psicologico, almeno così definito dalla critica che però, secondo me, è tutt’altro e che consiglio vivamente in special modo alle lettrici. Un romanzo denso, storico e personale che, partendo dalla crisi depressiva da famigliola del  mulino bianco della protagonista arriva a raccontare con toni scarni ed accorati la immane tragedia dei desaparecidos argentini. Diviso in tre parti, rappresenta appunto tre fasi, seppur assai ravvicinate della vita della protagonista Stella ed al contempo … (ma questa è un’altra storia che, non siate impazienti, arriverà). Il secondo, una raccolta di articoli dell’autore della millenium trilogy Stieg Larsson (“La voce e la furia” di cui abbiamo parlato una decina di giorni fa), un compendio degli articoli scritti nel decennio o poco più che va dagli ultimi anni del secolo scorso alla sua morte e che più rappresentano la sua vena di giornalista d’assalto impegnato a svelare le trame nere, a volte nerissime, che intersecano l’internazionale dell’ultra destra a partire dai movimenti dell’area scandinava per arrivare alle connessioni con il revanscismo dei fascismi nel resto d’Europa con un occhio particolare alle connessioni, complicità e assistenze con l’italiana ForzaNuova. Infine, il terzo, il resoconto del processo ad Adolf Eichmann svoltosi a Gerusalemme nel 1961 e che qui viene rievocato in un’intervista all’autrice Hannah Arendt da parte di Joachim Fest sotto il titolo felice di “Eichmann o la banalità del male”.

Si capirà, o forse no, ma per me è stato così, come la lettura del romanzo di Abraham B.Yehoshua (“Il responsabile delle risorse umane”, appunto) sia stata vissuta prima come una presa in giro (uno scherzo mal riuscito), poi come una sensazione sgradevole che ha mutato la propria essenza in un fastidio sempre più aggressivo sfociato, in breve, in un sentimento di insofferenza totale, quasi la segnalazione ricevuta fosse stata un’offesa imperdonabile.

Esagero? Forse. Ma forse no. Colpa dello scrittore (o più facilmente della traduttrice Alessandra Shomroni) e del suo scrivere (o essere tradotto) semplice, piatto, incolore, inodore, insapore, uno scrivere avulso dalla realtà del comune parlare e che sfocia in dialoghi risibili (quando ad esempio il responsabile incontra il serpente, il giornalista che, scrivendo un articolo su una donna senza nome vittima di una strage, ha creato un caso nella azienda di cui il responsabile è, appunto, responsabile: “L’avverto … non si azzardi … stia attento a non pubblicare un’altra bastardata sul suo settimanale del cavolo …” – Ma perché se la prende? E che le importa del settimanale? Lo legge poi?” – “Mai. La prima cosa che faccio il venerdì mattina è buttarlo nella pattumiera senza nemmeno aprirlo.” – “ … mi creda però, si perde degli articoli interessanti. Proprio perché sappiamo che la maggior parte dei lettori non cerca sul nostro settimanale notizie fresche, ma solo annunci di appartamenti in vendita e di auto di seconda mano, di tanto in tanto ci permettiamo di pubblicare servizi sorprendenti …”) ma che comunque ben si adeguano ad una vicenda che pretendendo di farsi metafora di un mondo sospeso tra cruda realtà ed una sorta di insipiente irrealismo che si vorrebbe magico ingrigisce tristemente nel prosieguo della narrazione trovando una seppur minima parvenza di giustificazione nell’escamotage (seppur già visto, già letto, già digerito: Kafka e Pirandello occupano un posto di rilievo nella personalissima biblioteca di ognuno di noi) dell’anonimato dei personaggi (ci sono, oltre il protagonista responsabile delle risorse umane, il direttore, la console, il serpente, la rappresentante del ministero dell’immigrazione, il dirgente, il padre spazientito, il sergente,  …) contrapposto, in un impeto di afflato emozionale, al disvelamento del nome della vittima: “ … Julia Regajev, Julia Regajev – esclama d’un tratto una voce limpida nella stanza vuota – Julia Regajev, Julia Regajev – compiacendosi dolorosamente della morte di una bella donna, più anziana di lui, passatagli davanti senza che lui nemmeno si accorgesse del suo sorriso affascinante …”.

Ingredienti (per 6-8 persone)
6 uova
80 g di farina
150 g parmigiano reggiano
Noce moscata qb
Sale (se serve)
40 g burro
Un pizzico leggero di bicarbonato
Brodo di carne

Procedimento
Rompere le uova in una ciotola e unire uno alla volta tutti gli ingredienti avendo cura di far ammorbidite il burro prima.
Una volta creato un impasto stenderlo su una teglia da forno e cuocerlo a 170/18O g per circa 15/20 min.
Tagliare a quadretti piccoli e servirlo con brodo di carne bollente.

Buon appetito da G&G

 

Di certo una delle vie più trendy del momento è via Santo Stefano. Intendiamoci, in questo ambito, quello del mixing, del buon vino, del piacevole rilassarsi ed allungare le serate, il pezzo di strada che ci interessa è quello che va da Piazza della Mercanzia a Piazza Santo Stefano vera e propria.

Partendo dalla Mercanzia, infatti, abbiamo sulla sinistra, per giovanissimi il “Bar della Mercanzia” seguito dal “Pappagallo”, il vecchio e storico ristorante per anni simbolo della bolognesità trasformato, grazie ad una spregiudicata ristrutturazione in un bistrot specializzato, che gran novità, in taglieri. Continuando, subito dopo questo chiaro dedicarsi ad un turismo un tanto al chilo, altri due locali giovanilisti e similmente turistici: il “Bolpetta” e il nuovissimo “Stix” i cui de hors fanno da contraltare a quello, sotto il portico, di “Colazione da Bianca”. Fino qui, niente di che (nulla cioè che valga la pena essere frequentato), ne convengo. E’ da qui, però, che le cose si fanno interessanti. Dopo Bianca, infatti, all’angolo con via Sampieri, c’è il “Caffè SantoStefano”, antica pasticceria ben conosciuta da bolognesi e no che ha scoperto una propria vocazione all’ora tarda allargandosi in un discreto dehor sotto il portico che giusto lì inizia ad allargarsi ed offrendo, se non indimenticabili bevute, se non altro ottimi apetizer. Subito dopo, la “VineriaFavalli”, buona scelta di buoni vini a prezzi interessanti. L’accoglienza è un po’ così, informale diciamo, ma è da non scartare l’offerta di un piccolo, intimo dehor sia sotto sia davanti il portico. Ma è quello davanti alla Vineria (subito prima di arrivare alla piazza ed ai bellissimi, e nuovi, “Camera con Vista” di cui abbiamo già parlato su queste pagine lo scorso luglio ed “Agricola e Vitale” di cui, già visitato più volte, parleremo ben presto) il locale che ci interessa proporre quest’oggi. Sto parlando dei “TreSanti”, un nome relativamente nuovo per un locale che fu un luogo culto per chi ama il vino e il buon bere, quando Marco Panichi e Piero Tantini, esportando l’esperienza del “GodotWineBar” di via Cartolerie, aprirono il “GodotWineStore” affidandone la gestione a Fabio Giavedoni coadiuvato da Francesca Gori (sono tutti nomi noti, notissimi, del beverage cittadino, infaticabili e benemeriti scopritori, promotori e divulgatori, e a volte importatori, di cantine ed etichette che tutti, o almeno molti, abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare grazie a loro).

Certo, le cose da quei tempi sono cambiate. Ognuno di loro, pur continuando ad occuparsi di vino, ha affrontato sfide e percorsi diversi (ma queste, come ovvio, sono, sarebbero, altre storie).

Quello che ci interessa, invece adesso, è questo “TreSanti”. Dopo la chiusura del Godot, infatti, svariate gestioni si sono succedute, nessuna riuscendo a rinverdire i fasti del tempo.

Intendiamoci; nemmeno quella attuale riesce a riproporre in toto quel tempo felice.

Però Alessandra, la gentilissima, deliziosa, titolare ha un che, una spinta, un savoir faire davvero avvolgenti. E non è un caso il francesismo usato. Una lunga, familiare, frequentazione con la Francia, e Parigi, in particolare, le ha permesso di conoscere, assaggiare ed apprezzare i vini francesi, lo champagne in particolare, per poi riversare questa sua predilezione e conoscenza nel procurare al suo locale un buon Pascal Cheminon, naturalmente un petit producteur che però, a differenza dei tanti piccoli produttori che normalmente vengono proposti in tanti falsi bistrot cittadini, offre davvero un’ottima bevuta. Non è certo l’unica possibilità offerta (a me è piaciuto molto anche un blanc de blanc millesimato di Deutz), però questo merita davvero un assaggio. Magari accompagnandolo con uno dei pochi ma gustosi piatti che è possibile ordinare per una cena, il locale apre alle 17,30 e sta aperto fino a tarda notte,  veloce ed informale (friselle, insalate, taglieri: una proposta purtroppo imprescindibile per la tipologia di clientela, turisti in primis, che ormai invadono, gioiosamente s’intende, la città).

Stefano Righini

Il 15 novembre del 1960 prese il via “Non è mai troppo tardi”, il programma Rai del maestro elementare Alberto Manzi. Un esempio avanguardistico di televisione pubblica in un tempo in cui era in bianco e nero e un italiano su dieci non sapeva né leggere, né scrivere.
Di fatto una sorta di scuola serale, durata 8 anni, nei quali un milione e mezzo di adulti sono riusciti a conseguire la licenza elementare.
Un signore alto e garbato, controcorrente, che utilizzava un metodo d’insegnamento decisamente particolare, oggi lo definiremmo “multimediale”: filmati, supporti audio, una lavagna luminosa e quel blocco di carta montata su un cavalletto dove, coi gessetti, scriveva parole semplici accompagnate da un disegno.
Nel 1965, al Congresso mondiale degli organismi radio-televisivi la trasmissione ricevette, su indicazione dell’Unesco, il premio dell’Onu come uno dei programmi più significativi nella lotta contro l’analfabetismo. 
Rispettare il bambino era un fondamentale principio per il maestro Manzi, che in più di una occasione lo portò a scontrarsi con le autorità scolastiche. Infatti fu sospeso più volte dall’ insegnamento per il rifiuto di etichettare gli scolari, soprattutto i più difficili, con un voto. Tanto da consegnare le pagelle tutte con identico giudizio: “Fa quel che può, quel che non può non fa”.
Durante le sue lezioni ha cercato di aprire la mente delle persone, dando dignità a chi non aveva possibilità di studiare.
Il suo impegno è importante testimonianza che una continua ricerca pedagogica e didattica sono fondamentali per migliorare la qualità dell’istruzione a partire dai soggetti più deboli, più fragili. Ed è proprio così…..non è mai troppo tardi per provarci, per imparare qualcosa di nuovo.
“Educazione, ma che cos’è? Potrei rispondere con le parole dei saggi, con le parole dei pedagogisti, Io, chiedendovi scusa, risponderò con parole mie. Educazione potrebbe semplicemente significare: abitudine a osservare, riflettere, discutere, ascoltare, capire […]. Detto più semplicemente, prendere l’abitudine a pensare.”

Tutto normale all’ombra delle DueTorri. La Fortitudo Consiltinvest che, seppur faticando a Faenza contro una mai doma AndreaCosta, vince la sua sesta partita su sette (ha perso infatti solo contro la ancora imbattuta Alma Trieste: e se i rumors che si susseguono impetuosi si riveleranno veritieri, l’approdo giuliano del Rosselli esautorato dalla Bologna bianco/nera, chissà chi potrà batterla) ed issandosi al secondo posto della classifica parziale in compagnia di una forse inaspettata Extralight Montegranaro ostentando l’argenteria di casa (Cinciarini, Legion e Mancinelli) mentre la Virtus Segafredo perde per l’ennesima volta, 4su4, in volata. E se le prime tre sconfitte di misura sono state ad opera della Trento finalista l’anno scorso, della Venezia campione in carica e della Milano pronosticata urbi et orbi tra le favorite in Italia ed in Europa (ma qui si rasenta la fantascienza), questa volta a violare il sacro parquet di PiazzaAzzarita è stata la non blasonata ma splendida Germani Brescia di coach Diana e dei fratelli Vitali.
Della Fortitudo, quindi, che dire? Che ha una classe diffusa ed una stazza talmente preponderante, rispetto al lotto delle comprimarie entro il quale bisogna necessariamente inserire la volonterosa Imola, da potersi permettere di cincischiare in attesa del momento in cui piazzare, appunto, la spallata decisiva. Cosa che, puntualmente, è accaduto anche in questo frangente, nel corso del secondo quarto quando, grazie all’accelerazione impressa al gioco dai vari Legion e Cinciarini, ha toccato anche i 15 punti di vantaggio. E se poi gli avversari dovessero, come in questo caso, prodursi in una non sempre agevole rimonta, basterà
affidare la palla che scotta ad uno dei califfi, come accaduto con l’ultima tripla affidata ad un sempre più
convincente capitan Mancinelli.
Passando invece alla Virtus, non ci si può esimere da un altrettanto esplicito che dire? Quella che poteva sembrare una pecca risibile di gioventù (non riuscire a gestire i finali di partita) sta diventando una perniciosa abitudine. Anche domenica sera, infatti, un vantaggio cospicuo di una dozzina di punti verso metà ultimo quarto è stato dilapidato in un amen. E non si può certo dare di questo la colpa all’inesperienza di giocatori che, come Ndoja, Aradori, Lafayette, Slaughter e i due Gentile, sono anni che giocano a questi livelli in Italia ed in Europa. Ciò che si evince dalla sfida fratricida con Brescia (doppia sfida fratricida: allo scontro tra fratelli, i Gentile a Bologna, gli splendidi Vitali, virtussini DOC mai profeti in patria che probabilmente non vedremo più su questi parquet con la V stampata sul petto, si sovrappone quella mia personale: al fantabasket, infatti, ne ho tre di Bologna, Ale Gentile, Umeh e Lawson e tre di Brescia, Luca Vitali, Lee Moore e Landry) è che però, forse e ripeto forse, si dovrebbe cominciare ad analizzare la gestione tecnica della squadra. Non è un attacco a coach Ramagli, ma se così tanto sembra non funzionare (in un ottica puramente sportiva, sia chiaro) dal punto di vista tecnico, forse qualcosa da raddrizzare sul piano societario ci sarebbe. Un’impressione, questa, avvalorata da ciò che è successo in settimana quando Rosselli, il capitano, il giocatore simbolo della roboante promozione di appena sei mesi fa, è stato allontanato dalla squadra per motivi extratecnici. Una squallida conclusione di un rapporto mai chiarito in estate quando la gratitudine nei confronti dello zoccolo duro e puro della squadra ha fatto sì che venissero confermati gli uomini simbolo della stagione senza, probabilmente, credere più di tanto in loro. A quel punto la faraonica campagna acquisti, pur non avendo completato la squadra, ha creato aspettative prematuramente gloriose mentre l’approccio alla serie A si è dimostrato più impervio del previsto per una neopromossa, seppur di lignaggio, alla quale sono state somministrate nelle prime sette partite le 5 squadre più forti del lotto, cosa che ha messo dolorosamente in chiaro come alcuni giocatori non siano pronti al livello di gioco necessario
per suffragare le ambizioni della dirigenza.
Il guasto capitale, però, è stato peccare di supponenza (ma la dirigenza, in questo, è stata in ottima compagnia: chi avrebbe pensato ci sarebbero state così marcate difficoltà, infatti?). A questi livelli, è assodato, non puoi competere con soli 3lunghi3 anche se questi si chiamano Slaughter Lawson e Ndoja.
Questione di numero. E così, rimandando all’infinito una querelle che si sarebbe potuta rivelare nulla se fin dall’inizio si fosse puntato ad un ultimo acquisto (quel Burns di cui si vocifera adesso ma che da italiano costerà infinitamente più di quanto, ad inizio campionato, sarebbe costato da americano in attesa di) ci si è trovati ad avere una squadra squilibrata tra un reparto bassi completo e sufficiente formato da sei giocatori diversi tra loro per caratteristiche ma complementari tra loro, e quello lunghi deficitario e bisognoso di supporto. Così, capitan Rosselli si è trovato a giocare lunghi minuti da ala grande non avendone la stazza ma più la propensione e la voglia. Una scelta che ha indebolito sia l’un reparto che l’altro (per dire: quando Brescia manda in campo Bushati da 3 e Bologna risponde con Rosselli, dei due chi dovrebbe preoccuparsi di più è la leonessa, non certo la Vnera, ma se Rosselli deve giocare da ala grande, ecco che devi continuare a far gioicare senza ricambi gli stessi creando un handicap di impossibile soluzione). Purtroppo, questa situazione mai chiarita, e sulla cui soluzione ci si è colpevolmente attardati ha portato di fatto ad indebolire in maniera vistosa la squadra. Se anche si arrivasse in tempi brevi al tesseramento della tanto agognata ala grande, a questo punto mancherà un sesto giocatore tra i bassi. La coperta, cioè, resterà corta e bisognosa di intervento. Tutta la vicenda denota chiari sintomi di incapacità decisionale e, forse, ha svelato la punta dell’iceberg di una frattura allora (in estate) embrionale e che ora si sta facendo pericolosamente eclatante tra la parte tecnica e quella dirigenziale della società. Prima però di fasciarsi la testa o farsi prendere dall’ansia bisogna considerare che la strada da compiere prima di raggiungere o fallire gli obbiettivi di minima prefissati è ancora lunga, e che comunque le capacità economiche della dirigenza e le potenzialità della squadra sembrano, in questo basket odierno, praticamente infinite. Tempo e modo, cioè, per aggiustare ciò che non va c’è.

Sono le 22.19 di lunedì 6 novembre 2017. Il voto amministrativo in Sicilia si è chiuso da più di 24 ore e lo spoglio delle schede – nonostante l’affluenza si sia fermata al 46,76% degli aventi diritto – è ancora in corso.

Basterebbero questi due dati: l’astensione record e “lentezza burocratica” per fotografare lo stato di una regione amministrata negli ultimi 5 anni da un governatore e una maggioranza di centro-sinistra. Basterebbero questi due dati per capire che qualcosa proprio non va. Che abbiamo perso tutti. Che nei fatti, in troppe realtà, non siamo riusciti ad essere alternativi alla destra. Che non siamo riusciti a farci portatori di quel “mutamento” (di mentalità, di comportamento, di capacità) tanto sbandierato, né della voglia di riscatto (che pure esiste) che ha permesso – suo malgrado – una storica vittoria alle regionali di 5 anni fa.

Rosario Crocetta, il sindaco di Gela, simbolo della lotta alla mafia, governatore della Sicilia. Quanti titoli di giornale. Quante speranze. A pensarci oggi sembra passata un’era geologica.

Oggi il PD raggiunge il 13% mentre Fava (candidato MDP) il 6,1% e un solo seggio al prossimo consiglio regionale.  Anche uniti non avrebbero potuto rappresentare un’alternativa credibile a destra e M5S.

Dati che se analizzati fanno capire bene quale potrebbe essere il trend anche alle prossime tornate elettorali: il centro-destra vince mantenendo quasi inalterati i propri consensi: nel 2017 Musumeci conquista 830.821 voti, mentre se nel 2012 la somma dei voti dei candidati Musumeci e Miccichè era 833.134. Il M5S raddoppia: Cancellieri passa da 368.006 a 722.555 preferenze. La lista M5S da 285.202 a 513.539.

MDP si sostituisce in termini di peso elettorale (e molto probabilmente anche di elettorato) a quello della c.d. “sinistra radicale”: nel 2012 la Marano appoggiata da IDV, Rifondazione Comunista, SEL e Verdi, conquistò 122.633 voti. Fava oggi ne ottiene 128.157.

L’area del centro sinistra, capitanata dal PD, perde oltre 200mila voti sul presidente (Crocetta ottenne 617.073 preferenze contro le 388.886 di Micari), mentre sulle liste la flessione è meno marcata ma cmq consistente: circa 100 mila voti. Si passa da 583.547 del 2012 a 488.939 di oggi. Voti che con ogni probabilità sono stati intercettati dal candidato e dalla lista M5S.

Il Dato siciliano fa male per più ragioni: perché, come già detto, era una regione amministrata dal centro-sinistra, perché – come ad Ostia – relega le forze di centro sinistra ad un ruolo di irrilevanza politica e perché arriva dopo una serie di altre sconfitte elettorali pesantissime come Torino, Genova, Venezia, Roma e la Liguria.

A questo va aggiunto che le tensioni e le divisioni nel campo del centro-sinistra sono evidenti. Macroscopiche. Non risolvibili nel breve periodo ed anzi più accentuate dopo ogni sconfitta.

Non si vince con Renzi ma nessuno nel centro sinistra al momento è in grado di sfidarne la leadership. Un bel dilemma. Un “problema”, che a mio avviso si risolve ricominciando a fare politica. A confrontarsi sui problemi e sui temi fondamentali della nostra società, della nostra democrazia, della nostra comunità. Rifiutando l’attuale impostazione plebiscitaria e unendo interessi, persone, progetti, speranze e ripartendo dai valori fondamentali che si vogliono perseguire attraverso l’azione politica. Perché, per quanto possa sembrare banale, per tornare ad essere percepiti come “utili” bisognerà ricominciare proprio qui: dai valori e dalle idee. Perché facciamo politica? Per ottenere cosa? Per “difendere” chi o cosa?

La crisi della “sinistra” non è solo italiana. In tutta Europa le forze progressiste arrancano. Alcuni partiti socialisti storici come quello francese e tedesco, versano in crisi profonde. Davanti una realtà “globale” sempre più difficile da capire, interpretare e spiegare, e a sfide enormi come la gestione dei flussi migratori, la lotta al terrorismo, le criticità di un sistema capitalista globale e “digitale”, la sinistra appare “spaesata”. Incapace di comunicare efficacemente le proprie posizioni sui grandi e piccoli problemi che condizionano la quotidianità delle persone.

È per questo motivo che è diventato prioritario e fondamentale ricominciare a confrontarci sul nostro presente e futuro. È per questo motivo che è arrivato il momento di rifiutare la banalizzazione continua dei problemi, il ridurre tutto alla scelta di un leader, ed immergersi nella complessità della realtà per cercare soluzioni ed idee innovative in grado di rilanciare sul serio un progetto progressista e di sinistra credibile e perché no, “votabile”.

Bologna da sempre – per la sua storia, la sua vitalità civica ed accademica – rappresenta un laboratorio incredibile di idee, proposte e innovazioni non solo in campo scientifico ma anche politico e sociale. Ci piacerebbe fare la nostra parte. Ripartendo da qui. Con l’ambizione di allargarci presto ad altre realtà europee in grado di darci una visione, un’energia e una prospettiva che non guardi esclusivamente a ciò che accade nel giardino di casa.

Ingredienti:    

  • gnocchi
  • Zucca elle lunghe (500 gr cotta)
  • 500 gr patate
  • Parmigiano 100gr
  • 1 uovo a piacere
  • 200 gr farina
  • Noce moscata
  • Salsiccia
  • Amaretti
  • 1 cipolla

Procedimento:

Pulire e tagliare la zucca togliendo i  semi (tenerne una fetta cruda da usare dopo) cuocerla in forno con un po’ di sale e acqua qb, una volta cotta pelarla. Cuocere a vapore le patate. Quando sono cotte entrambe, schiacciarle con lo schiaccia passatelli ed impastare con forma uovo e noce moscata. Se rimane molto appiccicoso aggiungere ancora un po’ di farina. Preparare gli gnocchi creando dei piccoli tubi e tagliare delle piccole chicche. Intanto tritare la cipolla e farla soffriggere in padella con poco olio, aggiungere la salsiccia e la fetta di zucca tagliata a piccoli quadratini, correggere di sale.

Dopo aver cotto gli gnocchi in acqua salata, versarli nel condimento, aggiungere a piacere un po’ di parmigiano e qualche foglia di salvia. Impiattare  e completare con amaretti sbriciolati ed una macinata di pepe. Noi abbiamo decorato il piatto con un po’ di zucca al forno.

W GLI GNOCCHI da G&G!

Quando Bologna, molto prima di Milano, era una città da bere, quando i biassanot (letteralmente, colui che biascica, il biascicatore delle notti bolognesi, il tiratardi che girovagando per osterie tutta la notte rimanda il più possibile il momento di “andare al cinema Bianchetti”, ossia, altra perla gergale, andare tra le lenzuola) oltre le tanto decantate, giustamente, osterie di dentro e fuori porta, la notte dei viveur era costellata di fermate nei tanti american bar che aprivano le proprie porte a chi proprio non aveva voglia di finire ancora la giornata.

Lo dico subito: un po’ per età, un po’ perché tornato a Bologna quando ormai l’era gloriosa degli american bar (e delle sottostanti tavernette, sogno proibito di tutti gli adolescenti dell’epoca che immaginavano chissà quali paradisi di piaceri perversi) era al tramonto, non ho potuto, appunto, vivere quelle emozioni. Un paio di questi locali, però, li ho visti, passandoci davanti, più volte immaginando, anch’io, chissà quali avventure mi venissero negate. Uno, il TioPepe, poi diventato Woodpecker (ma la memoria non aiuta, forse era prima Woodpecker e poi TioPepe) ed infine Cabala di Strada Maggiore, era il regno incontrastato di Giorgio Guida (esatto, proprio lui, il papà della mitica Gloria delle nostre infanzie brufolose), un monumento, un barman che lavorava all’Hotel Gran Bretagna di Bellagio sul lago di Como (ebbene sì, Bellagio dove tiene casa un altro famosissimo Giorgio, o George, Clooney, naturalmente) e all’Hotel Dolomiti di San Martino di Castrozza, da Zanarini quando Zanarini era Zanarini (da qualche anno, grazie ad un altro grandissimo professionista, Michele Doria, fortunatamente Zanarini sta tornando ad essere quell’espressione del buon bere e del buon vivere che la città merita) e all’Hotel Bauer Baviera di Merano e poi in tutti i più importanti circoli e club cittadini: il Central Club, il Jolly Joker Club, il Giampy Bar, ma soprattutto un barman che vinse il mondiale I.B.A. del 1976 con un pre-dinner cocktail (che mi piace raccontare, anche se non soprattutto, per evidenziare le differenze tra i gusti di 40 anni fa e quelli odierni: 1/4 Whiskey Oldcrown, 1/4 Royal Stock Brandy, 1/8 DiSaronno 1/4 Campari 1/8 Carpano White Special Vermouth guarnito con cocktail cherry e lemon peel e servito in un cocktail glass, la banale coppetta da Martini).  L’altro imprescindibile luogo di perdizione dentro il quale si lanciava sempre un’occhiata passando sperando di cogliere una fugace visione di quel mondo parallelo a noi giovincelli vietato, era il Rivoli Café in via dell’Orso 5 (il ricordo, più che su audaci scollature, vertiginose minigonne e sorrisi ammiccanti, si focalizza più che altro su pantaloni di velluto a zampa di elefante, chiome cespugliose, camicie con lo jabot, basettoni d’ordinanza).

Adesso che gli anni sono passati, e quanti, il Cabala è diventato un ritrovo di ragazzotti chiassosi e di ovvio, banale beverage. Il

Rivoli Café, invece, dopo anni di trascurate gestioni prefallimentari, è stato riportato a nuova, gioiosa seppur differente, vita da un personaggio solare e generoso che a Bologna sono in pochi a non conoscere, Stefano Camisa. Intendiamoci. Della vecchia atmosfera nulla è restato. Ma il locale di adesso, rinnovato dal vulcanico proprietario, è accogliente e frequentatissimo (sarà la centralità della location, via dell’Orso è la stradina che unisce Indipendenza con Galliera proprio affianco all’antico cinema Metropolitan adesso convertito in Zara, sarà la presenza dell’hotel Metropolitan, o dell’Orso 6, proprio lì di fronte) da una clientela festosa e cosmopolita, giovane e competente che si compiace della calorosa accoglienza che Stefano riserva a nuovi e vecchi frequentatori, un’accoglienza che risente di quella bonomia, arguzia e savoir-faire per cui Bologna era famosa e celebrata in tempi non poi così distanti. Detto che la scelta dei vini è più che discreta e perfetta per accompagnare veloci pranzi o discrete cene con pochi, curati piatti della tradizione, che i cocktail proposti non hanno nulla da invidiare a quelli che si possono bere in locali ben più celebrati e che gli stuzzichi sono decisamente buoni, non  mi resta che augurarVi bon appetit.

Stefano Righini

Per parlare di questa Milano/Virtus (gli 8 punti di distacco a favore di Milano sono, almeno per quello visto ieri sera, bugiardi, esagerati, irreali) voglio cominciare parlando di arbitri. E già che ci siamo, parto da lontano, dal calcio. Bonucci, ad esempio, dopo anni in cui alla Juventus ha potuto fare quello che gli pareva potendo contare su un’impunità smaccata ed esasperante (per gli avversari), una volta passato al Milan (al Milan, non al Roccacannuccia) sta pagando sulla propria pelle il fatto di non essere più un intoccabile. Un altro esempio, eclatante ma meno vistoso, e che comunque esemplifica alla perfezione il grande potere degli arbitri è un altro. Ieri pomeriggio, poco oltre la metà del primo tempo, la Juventus stava perdendo in casa contro il Benevento. Evento impensabile alla vigilia e tutti, spettatori commentatori  tecnici aspettavano solo il momento in cui la vecchia signora avrebbe ribaltato il risultato. Momento che, però, tardava ad arrivare. Allora ci ha pensato l’arbitro inventando una punizione a favore di Dybala quando, invece, lo avrebbe dovuto ammonire per simulazione. E se anche lo stesso argentino ha sparacchiato contro la barriera, è il messaggio quello che è stato chiaro e che ha spezzato le energie al Benevento: guarda che non hai scampo; invece di ammonire Dybala per simulazione, gli permetto di fare quello che vuole, regolati, questo è quello che ti aspetta. In casi del genere, contro una squadra già inferiore nettamente, il concetto che passa è devastante: tutto quello che faccio è inutile, non ho speranza, non gioco contro 11 avversari, ma contro 11 avversari e contro chi, invece, dovrebbe tutelarmi. Non è un caso che poi la Juve, in una ventina di minuti abbia ribaltato il risultato. Certo, sarebbe successo lo stesso, forse, troppa la differenza in campo, ma forse è stato più facile giocare contro una squadra demotivata e già convinta del proprio ruolo sacrificale. VAR o non  VAR.

Tornando al basket, un discorso analogo bisogna ampliarlo agli arbitri italiani, che sono tra i peggiori in Europa, tra i più assoggettabili e che più di altri peccano di mancanza di personalità. Rispetto ai loro colleghi del calcio, sono avvantaggiati dalla diversa tipologia di gioco. Il basket è gioco più fisico, nel senso che ad ogni azione si contano o si possono contare contatti fisici tra giocatori giustificando e a volte re3ndendo necessario praticamente ad ogni azione l’intervento arbitrale. Inoltre, un eventuale sbaglio non risulterà così determinante come, ad esempio, sarebbe un rigore decretato all’ultimo minuto di gioco. Ma non per questo, i loro errori sono meno sanguinosi. Per dire, nel match tra Milano e Bologna, non chiamare l’antisportivo sulla cintura di Theodore su Lafayette in un momento di grande difficoltà per Milano e, viceversa, di spumeggiante verve virtussina può (come ha sottolineato anche il Pittis telecronista; no, dico, Pittis uno SuperBologna se ce n’è uno …) può invertire o quantomeno spezzare l’inerzia che la partita sta prendendo. Ancora, non fischiare la mazzolata su Aradori in attacco e nell’azione nata da quel fallo non rilevato fischiargli contro un sospiro, vuol dire indirizzare lentamente, nascostamente la partita in una manciata di minuti e con un paio solo di chiamate. Certo si tratta solo di un paio di possessi, ma se la partita è giocata punto a punto e, soprattutto, se tutte le situazioni dubbie vengono registrate in questo modo e nelle stessa direzione …

Dopo questo sfogo, e tornando al basket giocato, ovvio, Milano adesso è più forte. Un più forte che vuol dire più profonda, non certo migliore o con giocatori così più performanti. Da qui, per giocare a questi livelli, alla Virtus manca qualcosa. Dispiace per Rosselli e Ndoja, gli antichi eroi della risalita, ma un 4 di ruolo, fisico e verticale (un 4/5 piuttosto che un ¾ come si sente dire stiano cercando, uno alla M’Baye milanese, per dire) manca. Questione di atletismo, di velocità. E forse anche solo questa aggiunta, andando a sollevare il meraviglioso Slaughter (anche questa domenica il migliore dei suoi con una prova maiuscola fatta di rimbalzi, giocate spettacolari e tantissime cose che magari non fanno copertina ma sono utilissime nel contesto della partita) potrebbe davvero azzerare l’handicap nei confronti delle altre pronosticate protagoniste (oppure si volesse perseguire la ricerca di un ¾, inutile francamente, bisognerebbe poi inserire un lungo vero di rincalzo, magari un tipo alla Cusin,a proposito, mai visto così fisico, magro, reattivo o anche solo alla Zerini). Perché il reparto esterni è completo e competitivo già così, considerando anche che un altro lungo permetterebbe a Rosselli di tornare a giostrare da ala piccola (potendo sopperire con la classe e la stazza alla mancanza di velocità) consentendo in tal modo di allungare le rotazioni permettendo momenti di pausa ed eventualmente  riflessione a tutti i protagonisti. Difficile infatti contestare o criticare gente come Lafayette e Stefano Gentile: certo ce ne sono di migliori in circolazione, ma non nella stessa squadra e poi qui hanno trovato un amalgama, un modo di stare insieme che sopperisce alle eventuali mancanze dell’uno o dell’altro. Impossibile poi prescindere da Umeh, devastante attaccante che paga solo una cattiva stampa (nel senso che non viene considerato per quello che è, finora il miglior sesto uomo della lega) o Aradori (che se migliorasse in difesa sarebbe, di gran lunga, il fattore più importante del basket italiano) o Alessandro Gentile, il piccolo Barkley, come l’ha definito il solito Pittis (sperando solo che non faccia come il Barkley vero, uno dei pochi grandissimi, tra gli altri non posso non citare Pat Ewing, a non aver mai vinto l’anello) meraviglioso giocatore cui manca forse un po’ di testa (ma se l’avesse sarebbe suo padre Nando e giocherebbe di là dall’oceano).

La Fortitudo, adesso. Che ha spazzato via Verona e ci sta con il contributo del solito Mancinelli e del miglior Cinciarini mai visto da queste parti. Qualcuno tra i lettori, ce ne sono anche se può sembrare strano, lamenta una presunta maggior attenzione rivolta alla Virtus. Banalmente, questione di piano. Alto in un caso, basso nell’altro. E questione di pathos. Se in LegaA abbiamo una situazione fluida che vede Milano battere la Virtus e prenderne 20 da Sassari che a sua volta è stata rivoltata dalla stessa Virtus, la quale ha perso di 1 con Venezia che a sua volta ha perso in casa da Torino sempre di 1 battendo però Trento anche qui col minimo scarto e tutto questo per lasciare sola al comando la splendida Brescia non diagnosticata da alcuno ad inizio campionato, in Serie 2 abbiamo invece  una corsa a due, Trieste e Fortitudo (una corsa cui forse si aggiungerà Casale dall’altro girone, quello storicamente delle sorprese). A parte questo, mentre si può trovare parecchio da dire e analizzare su una Milano/Virtus che è stata una delle partite più intense degli ultimi tempi, non altrettanto ci si può dilungare su Fortudo/Verona se non per dire che ci mancherebbe altro non vincesse il team che può contare su un giocatore come Legion (uno che come classe e fisico ma forse non testa è da quartieri alti in Europa) mentre dall’altra parte trovi sì sei-giocatori-sei di colore quattro dei quali, però, sono italiani di nemmeno vent’anni e che come prospettiva immediata hanno quella di non potersi nemmeno illudere di muoversi dal proprio giardinetto di periferia.

Doppia sconfitta per le bolognesi domenica scorsa. Certo entrambe giocavano contro le più forti, o presunte tali, dei rispettivi campionati: contro Venezia, vincitrice dell’ultimo scudetto, la Virtus; contro Trieste, finalista degli scorsi playoff di Lega2 e sconfitta proprio dalla Bologna bianco/nera, la Fortitudo. Questa, però, la forza delle antagoniste di giornata, l’unica similitudine tra le due sconfitte. Perché se anche la Virtus, giocando in casa, non ha saputo approfittare del fattore campo, un PalaDozza soldout che potrebbe davvero rappresentare in futuro un valore aggiunto di indiscutibile spessore, ha comunque dimostrato una saldezza davvero stupefacente se solo si pensa ai tanti problemi affrontati in preseason. Poi, è vero, la perniciosa abitudine a partire sparati per poi farsi risucchiare lentamente fino ad arrivare a scoraggianti finali punto a punto (fin qui regolarmente perduti, prima di 4 con Trento ed ora di 1 con, appunto, Venezia) nonostante aver comandato anche con doppia cifra di scarto fino ai fatidici 5 minuti dal fischio finale, è un qualcosa che bisognerà correggere. In fretta, certo, ma l’analisi della partita contribuisce ad essere ottimisti: nove giocatori in campo per un utilizzo che va dai 15 minuti di Stefano Gentile ai 33 di Aradori e i 32 del più giovane dei Gentile’s brothers sintomo di un’ottima distribuzione delle forze e di un consolidato affiatamento tra quelli che dovrebbero essere, e saranno, i principali punti di forza della squadra (oltre lo stesso Aradori, appunto Alessandro Gentile e Slaughter). Quello che manca, forse, oltre un nuovo numero 4 di ruolo che, però, per dare veramente qualcosa in più a questa squadra non dovrà essere di solo complemento e che comunque dovrà adeguarsi ad una realtà bella e consolidata, è il tempo. Per quello, non ci sono mercati possibili; bisogna solo aspettare. D’altronde, come dice un grande della pallacanestro mondiale, il guru Gregg Popovich dei San Antonio Spurs, si vince in primavera

Diversissimo il discorso in casa Fortitudo. Va bene giocare a Trieste contro quella che unanimemente (tranne che da coach Boniciolli) viene considerata la più seria candidata all’unica promozione (già detto che prevedere una sola promozione dopo una riffa che coinvolge ben 32 team è una cosa insensata?), ma prenderne 25 (ed aver disastrosamente perso la guerra ai rimbalzi) contro una Trieste priva del suo, di gran lunga, miglior giocatore e rimbalzista, è sinceramente troppo. L’analisi degli esperti si è soffermata a lungo sulla sudditanza a rimbalzo. E se aiuta la considerazione che di altre squadre attrezzate come Trieste francamente non se ne vedono in giro, bisogna ammettere che aver disegnato una skyline composta da Chillo, Gandini e Pini e rinforzata solo all’ultimo dallo stagionato e non fenomenico Bryan, sa tanto di azzardo.

 

“Il bistrot del Caminetto d’oro” così è scritto sull’insegna del “TwinSide” in via de’Falegnami 6. Chi mi conosce sa quanto non mi piaccia il termine bistrot, soprattutto usato a sproposito da tutta quella serie di localetti sorti come per incanto tra gli Orefici e le Clavature (cattiva deriva della insipida operazione puramente commerciale e falsamente gustativa del “Mercato di Mezzo”), localetti grandi come scatole da scarpe che, magicamente, vorrebbero far credere di poter preparare e somministrare decine di piatti ai turisti boccaloni ed inavvertiti che, puntualmente, si lasciano irretire da ammiccanti insegne e fantasiose proposte che nulla hanno a che fare con le vere ristorazione ed accoglienza (a questo punto si impone una considerazione; come fare a riconoscere o quantomeno poter pensare di riconoscere i posti da evitare? Una volta un amico cuoco raccomandò a noi che lo ascoltavamo, di fuggire quei locali che propongono decine di portate, le più diverse ed incompatibili tra loro: una quantità di pizze; innumeri primi indistintamente divisi tra pesce, carne e magari verdure; secondi che spaziano tra mare e monti e, per finire, carrellate di dolci più simili a sampuru, pur senza averne né la classe né la sostanza, che a dessert da gustare. Ma soprattutto, proporzionare l’ampiezza del locale, e quella conseguente della cucina, con il menù proposto. Per cucinare, diceva, serve spazio, e tanto più si cucina tanto più spazio occorre. La regola, quindi, dovrebbe essere: una ventina di piatti in totale, qualcuno in più se il ristorante è di un certo livello. A questo basico elementare consiglio, ne aggiungerei un altro, personale, estrapolato da lunghi anni da cliente professionale: diffidare, diffidare e diffidare ancora dei camerieri, la colpa non è loro lo so, in camicia nera e sgargiante cravatta fluo: se uno, il titolare, non ha gusto nel vestire il personale, come può averne nel creare cucina?). Bistrot, quindi, un termine che va tanto di moda ma improprio e fuorviante. Non, però, nel caso del “TwinSide”. Che del bistrot mantiene le caratteristiche principi partendo, ça va sans dire, dalla qualità della variegata proposta.
Una proposta differenziata a seconda delle varie fasce orarie e, per occasioni speciali, studiata appositamente (per dire: in occasione della biennale Arte-Fotografia viene presentato un toast di pan brioche con cotto di mora romagnola della macelleria Zivieri, fontina d’alpeggio, cetriolini in agrodolce e senape). Certo, sostanzialmente, il “TwinSide” è un ristorante (e come dicevo le proposte del pranzo e del pomeriggio variano rispetto quelle della sera quando interviene in aiuto la cucina del contiguo “Caminetto d’oro”), però è anche un bistrot e come tale può essere usato, e questo è quello che ci interessa, come bar a vin usufruendo della fornitissima cantina (una delle più interessanti in città) che permette una scelta a calice eterogenea ed interessante, scelta tra cui sarà possibile orientarsi affidandosi ai consigli e alla calda professionalità di Francesca, vero e proprio deus ex machina del Twin, che saprà consigliarvi al meglio. Certo, nel canonico orario della cena, la priorità del servizio (in sala la gentile ed attenta Sofia) sarà rivolta ai clienti del ristorante, ma tempo e modo di un gustoso aperitivo (o di un altrettanto soddisfacente dopo cena) magari accompagnato da uno dei golosi piatti infaticabilmente preparati dalla giovane e brillante chef Angela nella bella cucina a vista, è sicuramente possibile.

Un locale, quindi, che coniuga al meglio la tradizione dei bistrot francesi alla tipicità di certi locali italiani, ad esempio i bacari veneziani. E a proposito di questo connubio, ecco un appuntamento da non perdere.
Il prossimo MARTEDI’ 7 novembre, infatti, il “TwinSide” ospiterà i fratelli Spezzamonte di “Estro” a Venezia per proporre una serata di veri cicchetti (tradizionali piccole preparazioni che nei bacari veneziani accompagnano le ombre), pesci di laguna e ombre naturali.
Sarà così possibile assaggiare, tra i cicchetti, le Polpettine di baccalà mantecato con crema di patate o le Guance di coda di rospo in saor con insalatina di songino e chip di polenta o ancora le Seppioline grigliate con crema di zucca al rosmarino senza dimenticare il Tramezzino uova, uova, uova e acciughe mentre, come piatti principali, verranno proposte una Zuppa di pesce di laguna (con crostini di focaccia) e il Baccalà alla vicentina (con polenta biancoperta e radicchio di Treviso al forno). E per terminare quella che si prospetta come una serata assolutamente da non perdere, la Pincia veneziana (dolce tipico dell’epifania solitamente fatto con la mollica del pane avanzato) o la Bussola forte (dolce natalizio di Burano). Raccomandando la prenotazione, non rimane che augurare, a tutti voi, bon appétit.