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Gennaio 2018

A B0logna a metà anni ’70 e per tutti gli ’80 un locale specifico era la meta fissa di golosi di passaggio, signore in pausa tra uno shopping e l’altro, ragazzi e ragazze dal promettente avvenire e anche, perché no, studentelli sfaccendati (come me) che cercavano di capire la città.

Un posto, rinomato ed elegante in cui gli anziani, almeno all’epoca mi sembravano anziani, camerieri così riconoscibili nei loro lunghi grembiuli neri sopra un’immacolata camicia bianca volteggiavano sorreggendo enormi vassoi traboccanti tazze fumanti per la clientela impaziente che si accalcava nei pochi tavoli disponibili all’interno e in quelli del minuscolo dehors esterno, proprio sotto il portico e che un po’ sporgevano verso le vetrine del contiguo negozio di giocattoli (Bergamini, credo che fosse) mentre altri clienti attendevano pazientemente il proprio turno lanciando occhiate cariche d’invidia ai fortunati che li avevano preceduti.

Sto parlando, ovvio per chi a Bologna in quegli anni abitava, del “Bricco d’Oro” di via Farini 6 e dell’allora imperdibile, un vero must, cioccolata in tazza (la ricetta si favoleggiava fosse segreta) che i più golosi assaporavano con una generosa porzione di panna montata al momento.

Gli anni poi sono passati, il momento della pausa pomeridiana a base di cioccolata anche, altre mode ne hanno preso il posto spostando tutta la socialità fin allora riservata a quel momento verso l’ora dell’aperitivo e oltre.

Intendiamoci, il “Bricco d’Oro” come locale è sempre rimasto, un bel bar discreto e riservato, colazioni, pranzi e qualche aperitivo potendo contare anche sulla nuova clientela arrivata dopo il trasferimento del Tribunale in via Farini 1, praticamente di fronte. I bei tempi gloriosi, che tanto somigliavano a quelli di locali di città con molta più tradizione in proposito, però sembravano un po’ passati.

Adesso, da pochi mesi, il locale è stato rilevato da due vecchi amici del liceo, Alessandro e Stefano, trentenni o giù di lì, con una grande voglia di proporsi, e bene, sul nuovo (e per certi versi selvaggio) mercato cittadino.

I punti di forza del locale sono stati mantenuti (i fornitori storici della gestione dei fratelli Lorenzo e Giorgio Baccolini, ad esempio)

come per risolvere l’annoso problema del sovraffollamento, soprattutto all’ora di pranzo, è stata ampliata la bella, silenziosa, riservata e quasi sconosciuta saletta del 1° piano. Inoltre, e questo certifica la serietà e la correttezza del progetto, è stata mantenuta inalterata la storica ricetta della cioccolata in tazza che assaggiata adesso, a distanza di anni, non fa minimamente rimpiangere quella di allora (e un altro punto di forza che viene dal passato è il tè freddo alla pesca, una ricetta australiana anche questa tramandata da una gestione, intelligente, all’altra).

Come si diceva, però, i tempi sono cambiati, lo “struscio” elegante e modaiolo si è spostato più verso l’ora dell’aperitivo ed allora anche il ““Bricco d’Oro” (per ora aperto dalle 7,00 alle 21,00 con orario continuato) si è dovuto adeguare  su questo versante. Dietro il banco a supportare Alessandro (Stefano ha infatti più un ruolo manageriale) ecco quindi Barbara, gentile, efficiente e davvero brava nella preparazione dei cocktail che non possono mancare ad un aperitivo di moda (personalmente, ho provato il mio solito MartiniCocktail che, al di là dell’apparente facilità di preparazione, rimane sempre il banco di prova principe di un barman, e devo dire che, nonostante la esigua scelta di gin disponibili, Tanqueray e Larios, me ne è stato servito uno davvero impeccabile) che viene accompagnato, valendosi della ottima qualità dei prodotti scelti nel corso di anni di esperienza, da più che buoni apetizer.

Non rimane quindi che consigliarla questa sosta golosa al “Bricco d’Oro”, e non solo, ovvio, per la classica cioccolata in tazza.

Stefano Righini

Stefano Righini

Questa seconda parte continua con un paio di domande a Bovini, il quale ha raccontato in maniera profonda le dinamiche del “cambiamento” che la nostra città sta attraversando.

Quanto ha pesato la crisi sul nostro territorio in termini di occupazione? Quali sono state le categorie più penalizzate?

“Bologna come tutto il Paese durante la crisi ha attraversato difficoltà, che si sono manifestate anche nel tasso di disoccupazione. Dopo anni di crescita però, a partire dal 2015, questa tendenza si è invertita. Attualmente il tasso di disoccupazione sia a livello regionale, ma soprattutto a livello di città metropolitana sta pian piano tornando su livelli accettabili, attorno al 5%. Non possiamo parlare di piena occupazione, ma è sicuramente un dato molto più basso rispetto a quello nazionale, che purtroppo è ancora intorno all’11%. Nei dati comparativi tra città metropolitane, Bologna, presenta tassi di occupazione sia maschili che femminili più elevati. Rimane un problema aperto su quella che è la qualità di questi rapporti di lavoro: dal punto di vista della durata temporale, ci sono molti contratti a tempo determinato e ancora troppi lavori con corrispettivi bassi, i quali non garantiscono certamente una tranquillità socio economica adeguata. Se poi parliamo di stabilità, anche nella nostra realtà, non mancano i cosiddetti “working poors”, cioè persone che pur lavorando si trovano a rischio povertà e in una forte condizione di disagio socio economico.”

Un altro dato importante, portato all’attenzione da Bovini e che meriterebbe da solo un’altra serata, indica che la città metropolitana di Bologna rappresenta il 2% della popolazione a livello nazionale ma pesa per l’11% nel fatturato nazionale relativo all’export.[NdR]

 

In Emilia Romagna, dalle sue ricerche, emergono due temi molto interessanti: l’invecchiamento della popolazione e la crescita esponenziale delle persone anziane. Dati alla mano, conquiste civili e sociali importantissime, siamo nella media nazionale oppure questi fenomeni sono più marcati nella nostra regione? Necessariamente qualcosa dovrà cambiare nelle politiche di welfare adottate fin qui o siamo già sulla strada giusta?

“Questo è uno dei temi decisivi della demografia. Bologna insieme a tutta l’Italia, condivide con il Giappone, il primato mondiale della longevità. Siamo i paesi al mondo in cui si vive più a lungo, dato estremamente positivo soprattutto se accompagnato da una buona qualità della vita. C’è un tema quindi che non va sottovalutato: quanto si vive e come si vive.

A Bologna il dato è altissimo, mediamente gli uomini vivono 81 anni e le donne fino 85, c’è ancora un vantaggio da parte delle donne, anche se il divario si sta restringendo. Va soprattutto sottolineato che parliamo di una grande conquista storica. Negli ultimi quarant’anni la vita media degli uomini, si è allungata di nove anni e la vita media delle donne si allungata di sette anni, quindi c’è stato un miglioramento di questo parametro che ha del clamoroso. Abbiamo già guadagnato un anno di vita ogni cinque anni, va evidenziato che riguarda tutti non solo una piccola élite di persone. Questo è il lato “bello”, poi ci sono due aspetti che non vanno sottovalutati: il primo aspetto è di carattere storico, è una sfida inedita. Nella storia mondiale non è mai esistito, su dimensioni collettive così ampie, un fenomeno simile legato alla longevità. Non sono mai esistite popolazioni con una presenza di anziani così elevate, molto sopra gli 80/85 anni. La sfida è sicuramente inedita, quindi va affrontata con spirito, attenzione e grande innovazione. Ci vorrà una grossa capacità e una grossa fantasia su come affrontare questi problemi per la prima volta. La sfida molto impegnativa, anche perché sappiamo di fronte alla longevità, qual’è l’alternativa. Vivere a lungo però, vuol dire che statisticamente una quota di popolazione superata una certa età, incontra problemi di salute, che in alcune situazioni sfociano nella non autosufficienza fisica e/o psichica. Dobbiamo essere consapevoli sia livello individuale, ma soprattutto a livello collettivo, che purtroppo aumentando la quota assoluta e relativa di popolazione sopra i 85 anni, la probabilità di avere anche un numero di persone non autosufficienti è alta. Questo sarà uno dei grandi temi della Bologna del futuro: come assicurare un welfare adeguato a centinaia di migliaia di persone del territorio metropolitano, considerando che la popolazione anziana verrà a toccare le 300mila persone? Per affrontare questa sfida, dovranno essere coinvolti più soggetti, perché da solo il pubblico non basterà, bisognerà compiere nuove azioni, che io chiamo “imprenditoriali” e bisognerà conseguentemente “inventarsi” nuovi servizi e nuove forme organizzative per la realizzazioni di queste. A mio avviso, dovremmo mettere al centro un patto tra generazioni, per affrontare questa sfida, e credo che una quota significativa delle occasioni lavorative del futuro in quest’area sarà legata ai bisogni delle persone anziane. Dotarsi e attrezzarci per una nuova e vera innovazione sociale [NdR]. Esatto. Un welfare di comunità, dove deve rimanere in campo quello pubblico, modificato e rafforzato, insieme ad un intervento privato in senso ampio, molto esteso che affronti questi problemi con intelligenza.”

Durante la serata, in merito a possibili interventi su questo fronte, è emersa anche una proposta (non l’unica per altro) da parte dello stesso Bovini, quella di attuare un grande piano d’investimenti in ascensori su edifici pubblici e privati. Per dare un altro dato, a Bologna il 70% dei condomini con quattro piani e quasi la totalità dei palazzi con tre piani ne sono sprovvisti.

 

I temi discussi e ancora da discutere, a livello demografico e statistico, sono tantissimi. Nella serata organizzata dal Tiro ne sono stati trattati solo una parte. Gli scenari futuri, demografici piuttosto che economici, sono legati a previsioni e trend non sono profezie. Questi dati non vanno presi sottogamba se vogliamo stare al passo con i “cambiamenti” che ci circondano. Bovini ha ci ha mostrato una bella foto, facciamo in modo di non dimenticarla in qualche cassetto.

Quanto risulta utile oggi parlare di stato moderno senza comprendere in esso la dimensione inconscia dei codici affettivi-familiari?

Sia inteso come modello di stato-famiglia, sia concepito come giusnaturalismo o contratto sociale, lo stato moderno necessita di condividere quella realtà che nella psico-politica è stata definita democrazia affettiva. Essa, per adottare le parole di Franco Fornari, si fonda sull’«integrazione armonica dei diversi codici affettivi che informano la struttura del potere familiare» (F. Fornari-C. Riva Crugnola-L. Frontoni, Psicoanalisi in ospedale. Nascita e affetti nell’istituzione, Milano, Raffaello Cortina, 1985). In altri termini, l’idea sociale di democrazia affettiva vuole alla sua radice la rimozione del grande problema dell’essere prevenuti o preconcetti, dando la possibilità ai cittadini di sentirsi comunità, nonché di appropriarsi di un codice veritiero dei fatti istituzionali, tramite la comunicazione, il dialogo e la parola comunitaria.

Educare, informare, dialogare con ragione e civiltà, ri-trovarsi nella logica degli eventi, della contingenza del presente e del bene futuro, sono questi i paradigmi che caratterizzano l’idea alta della democrazia affettiva. Quest’ultima ricordata anche da Gianluigi Bovini con la menzione dei fenomeni sociali odierni della “rivoluzione demografica”, della famiglia e della precarietà cronotopico-lavorativa.

L’etica insita nell’alta idea associativa di democrazia affettiva consente di dare nuova linfa al nostro sistema identitario, culturale e comunitario, isolando la forma asettica o sterile dell’individualismo, per valorizzare quel nobile grano umano della cooperazione sociale, che prevede la costruzione e il benessere dei singoli tramite la mano tesa dell’Altro.

L.V.

“… il profilo emozionante di uno stadio, il Littoriale di Bologna, con le sue prospettive di gloria presente e futura e un inquietante monumento equestre; la squadra di calcio, una seconda famiglia da condurre al successo con polso ed umanità; l’idea del pallone come materia di passione e di studio; lo sport ed i suoi simboli, territori di festa popolare ingenua ed intensa. Sono i respiri di un’esistenza baciata dal lavoro e dal talento. Il cielo però a poco a poco si annuvola , il regime che vuole i bambini in divisa e pronti alla disciplina militare, coltiva spietato l’intolleranze e l’ingiustizia.
Finché una vita serena, tante vite serene, scivolano nell’assenza e nella tragedia. Non resta che la mano di un bambino a scriverne da lontano, da una città straniera che una crudele follia trasforma in una zattera in rotta verso il nulla, irrimediabilmente nostalgica di un passato felice …”.

Si parla di libri ed è bello che per una volta, parlando di libri, riesca a coincidere una grande passione (la letteratura, o i libri per l’appunto), un affetto duraturo (il Bologna inteso come squadra di calcio) ed il civismo. Perché infatti in questo incipit, allo stesso tempo poetico e tragico, si compendia la parabola umana di Arpad Weisz, l’allenatore ebreo ungherese che tra il 1935 e il 1938 traghettò la squadra bolognese nell’empireo dello sport nazionale guidandola alla conquista di due scudetti consecutivi ed al trionfo nel 1937 in quella che si può definire la Champions di allora, la Coppa del Trofeo dell’Esposizione di Parigi. E non è certo un caso che a ricordarlo, in occasione del 27 gennaio Giorno della Memoria, il Museo Ebraico di Bologna abbia deciso di organizzare una mostra incentrata sulle tavole della bella graphic novel di Matteo Matteucci “Arpad Weisz e il littoriale” edita dalla casa editrice bolognese Minerva. Un libro e una mostra, quindi, per cercare di far rivivere alcune delle pagine più gioiose e far riflettere su quelle contemporaneamente buie della storia sportiva, e non solo, cittadina. Il libro, infatti (presentato domenica 21 gennaio nelle sale dello stesso Museo in occasione dell’inaugurazione della mostra “Arpad Weisz dal successo alla tragedia” da Carlo Felice Chiesa ed Emilio Varrà che ne hanno parlato con l’autore) racconta le vicende calcistiche e storiche di Bologna tra gli anni Venti e Trenta, a partire dall’inaugurazione dello stadio avvenuta nel 1926 (sotto l’egida di Leandro Arpinati allora potentissimo podestà di Bologna) alla presenza dello stesso Mussolini, per passare agli anni nei quali la squadra del Bologna all’epoca vincente in Italia ed in Europa e … che tremare il mondo fa …, , è guidata dall’ungherese Weisz, se non l’inventore, colui che sdoganò, apportando le modifiche necessarie per essere assorbito e giocato da una squadra italiana (prima l’Internazionale, poi il Bologna) il famoso modulo magiaro, il WM, fino ad arrivare al momento in cui, nel 1939, a seguito delle leggi razziali dell’anno prima, i Weisz sono obbligati a lasciare l’Italia e cercare riparo a Parigi prima e in Olanda, nella cittadina di Dordrecht, poi (per approfondire le vicende personali di questo interessante personaggio che fu Arpad Weisz, calciatore in anticipo sui tempi, allenatore colto e carismatico, arguto scrittore e teorico del calcio, viaggiatore e poliglotta, un vero uomo di mondo insomma, si può leggere il fondamentale “Dallo scudetto ad Auschwitz” di Matteo Marani ed edito da Aliberti nel 2007).
La mostra, invece, che resterà aperta fino al 18 marzo, comprende fotografie, documenti inediti, oggetti e memorabilia legati a Weisz e alla sua famiglia, al Bologna calcio e ad alcuni dei suoi protagonisti del tempo (tra cui l’ostacolista bolognese Ondina Valla prima italiana a vincere un oro olimpico a Berlino nel 1936 sugli 80 ostacoli) e presenta anche una graphic animation di Pier Paolo Paganelli prodotta da GenomaFilms (per il trailer di presentazione, https://www.youtube.com/watch?v=Se1ITdc4Eyk).
Naturalmente, le manifestazioni organizzate dal Museo Ebraico in occasione del Giorno della Memoria sono molteplici.

Ecco le più importanti:
Lunedì 29 gennaio ore 9,00: cinema Lumière proiezione de “Il labirinto del silenzio” di Giulio
Ricciarelli
Martedì 30 gennaio ore 9,00: cinema Lumière proiezione di “Europa, Europa” di Agneszka Holland
Giovedì 1 febbraio ore 18,00: Museo Ebraico di Bologna: presentazione della ristampa anastatica
del manuale di Aldo Molinari ed Arpad Weisz “Il giuoco del calcio” (Minerva 2018)
Giovedì 8 febbraio ore 17,00: Museo Ebraico di Bologna: presentazione del volume di Adam
Smulevich “Presidenti. Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e
Roma”.
Giovedì 8 febbraio ore 20,30: Museo Ebraico di Bologna: “Arpad Weisz: prima fui calciatore, poi
allenatore” con interventi di Gabor Andreides, Gianluca Battacchi, Davide Gubellini e Stefano
Salmi.

Ingredienti per 4 persone:

  • 250 g di fagioli borlotti freschi( essi in ammollo la sera prima) se trovate i fresco ancora meglio
  • 1 spicchio d’aglio
  • Prezzemolo tritato
  • 50 g di pancetta fresca ( rende la pasta e fagioli più gustosa,ovviamente dipende dai gusti
    alimentari)
  • 2 cucchiai di concentrato di pomodoro
  • 100g di maltagliati freschi

Procedimento
Dopo avere lasciato i fagiolini ammollo tutta ala notte, cuocerli in un tegame coperti di acqua e salarli solo alla fine.
Tritare l’aglio farlo leggermente soffriggere con olio ed aggiungere il prezzemolo, il concentrato di pomodoro ed acqua . Cuocerli fino a che non diventa un bel sugo ristretto, versarlo, poi nei fagioli già cotti, mescolare bene e passare il tutto con un mixer ad immersione e dopo con il passaverdura se dovesse essere ancora grossolano. Tornare sul fuoco facendo attenzione a mescolare continuamente, cuocervi poi i maltagliati freschi per pochi secondi e lasciare riposare prima di servire. Correggere di sale ed impiantare arricchendo con un filo d’olivo eco, un po’ di parmigiano ed una macinata di pepe o pepe o peperoncino piacere.
Per preparare i maltagliati 1 uovo e 100g di farina!

BUONA PASTA FAGIOLI DA G&G!

Belle le storie che si ripetono uguali, nel tempo, quasi il tempo non esistesse, un tempo che scandisce gli anni, la vita che passa, quello che è stato e mai più sarà. Questa, quella di questa settimana, è una storia di queste, una di quelle che narrano un tempo che sta fermo, non passa, si ripete. E ti riporta, sempre e comunque, al tempo iniziale.
Una premessa, però. Collaboro ormai da tantissimi anni a riviste e quotidiani soprattutto con rubriche che si interessano al mondo del cibo e del bere (da ben prima che ne esplodesse la moda). Così, volendo questa settimana raccontare uno dei posti che più amo, l’Osteria del Sole di vicolo Ranocchi (un luogo magico le cui origini risalgono al 1459), ricordo di averlo già fatto almeno un paio di volte.
Cerco l’articolo, lo trovo, lo rileggo e non è affatto così datato (nonostante risalga ai primi anni di questo millennio) come si potrebbe pensare, anzi, è ancora assolutamente attuale. Ed eccolo allora, lo stesso articolo di allora con alcuni, minimi e riconoscibili aggiornamenti.
Piazza Maggiore è bella di giorno, il sole che illumina il crescentone e la facciata del Palazzo, ed è bella di sera, le ombre e la nebbia che si inseguono tra i portici del Pavaglione. Lasciando la piazza e prendendo via Orefici (o via Pescherie Vecchie), fatti pochi metri, sulla destra (o sulla sinistra, dipende dalla via presa) c’è vicolo Ranocchi. Qui, non importa il numero civico, lo stradello è lungo pochi metri, c’è l’Osteria del Sole (aperta tutti i giorni dalle 10,30 alle 21,30 domenica esclusa). Ricordate, prima di entrare , di fare un doveroso pellegrinaggio in una delle ottime botteghe dei dintorni (siamo in pieno quadrilatero, il mercato antico di Bologna, così suggestivo e particolare) . Fermatevi da Tamburini o da Melega per qualche gourmenderie golosa ed introvabile altrove, da Simoni per uno strepitoso insaccato o alla Baita per un imperdibile formaggio, non rinunciate ai pani preziosi di Atti o alle ghiottonerie di
Gilberto (adesso che il quadrilatero si è evoluto, emancipato, modernizzato, tra le tappe imperdibili non si possono tacere le carni di Zivieri preparate in tanti modi diversi da Romanzo o i prodotti del forno di Calzolari nella nuova struttura del mercato di mezzo o le preparazioni freschissime della Pescheria del Pavaglione di via, nome omen, Pescherie Vecchie). Dopo, solo dopo aver ottemperato alla funzione della spesa, varcate la soglia del Sole. Qui, in un ambiente che più affascinante non si può immaginare, gli osti Chiara, Nicola, Stefano e Federico (i successori di Luciano, il primigenio oste vero e proprio maitre a vivre che tutti i frequentatori ben ricordano) vi serviranno i vini della cantina: dignitosi bianchi e rossi toscani, emiliani, veneti e altoatesini (Soligo, Tramin, via de Roamns, Rodaro), buone bollicine italiane, prosecco (soave) o metodo classico (Antica Fratta) o lambrusco (Battagliola), e clamorosi champagne (Roderer, Ruinart, Heideseck). Proprio su questi, gli champagne, si impone una doverosa digressione. Perché la leggenda, che leggenda non è, vuole che Mr. Krugg, scoperto che il maggior cliente in regione non era un ristorante stellato ma una sconosciuta, per lui, osteria bolognese venne in visita (esiste foto, appesa alle pareti, della limousine marchiata Krugg posteggiata davanti, o quasi, alla porta del Sole) rimanendo piacevolmente e cameratescamente coinvolto in una colossale bevuta; d’altronde, la maison non è nuova ad avvenimenti del genere: basti pensare a quando, non molti anni fa, la VeuveCliquot, in occasione della presentazione europea di una sua couvèè special edition non trovò miglior location che la nostra tappa odierna per non parlare di quando, ma gli anni passati sono davvero tanti, Luciano mandava fuori noi, giovani studenti senz’arte né parte per riservare l’osteria ad avvocati e notai, industriali e professori che si giocavano mezzine di champagne in interminabili partite di carte. Il risultato, a fine serata, erano cataste di cassette di mezzine marcate “VeuveCliquot per Osteria del Sole, Bologna” ammonticchiate davanti alla porta. Tornando a noi, ed ai consigli per la sosta, una volta riempito il bicchiere al banco, attenzione non c’è servizio al tavolo, potrete sedervi ad uno dei lunghi tavoloni che fiancheggiano le pareti ingiallite dall’età (in realtà è appena stata effettuata una scrupolosa ripulitura conservativa, mantenendo tonalità e colori del tempo) e degustare le vostre leccornie, magari dividendole o scambiandole con quelle del casuale vicino di seggiola (successo di scambiare sushi con ostriche o prosciutto con un formaggio casereccio con una
signora che lo aveva portato, come ogni sabato, per venderlo direttamente in qualche bottega del quadrilatero) . E sì, perché in questa enclave miracolosamente (in realtà volutamente, ed è una lunga storia che per essere narrata richiederebbe spazi e tempi propri) salvata di gusto e cultura e civiltà, il bello è sedersi l’uno di fianco all’altro come si faceva in tempi più gentili, lasciandosi pian piano invadere e permeare dal piacere della rilassatezza, dal bello della chiacchiera informale, dalla musicalità dei dialetti, dalla gioia che si può leggere negli occhi di chi sta scoprendo (soprattutto i molti turisti che sempre più frequentano questa cattedrale della bolognesità ormai introvabile altrove) un modo diverso e meno volgare di vivere la città. Una sola, sentita raccomandazione, prima della vostra visita. Avvicinatevi asl Sole con il rispetto e la gratitudine che si merita. Non è un posto qualsiasi, non offendetelo con una visita banale.

Bologna è una città che ha davvero bisogno di ascensori. Non è uno scherzo. Una popolazione che invecchia deve vivere in un ambiente privo di barriere, altrimenti la città diventerà per tantissimi, una prigione. Da noi il 70 per cento degli edifici da quattro piani in su, non ha l’ascensore. Non sarà un fenomeno solo bolognese, ma così stanno le cose. Ci si aspetterebbe allora che in campagna elettorale qualcuno, magari pochi, due o tre, anche solo uno dei candidati, avesse una proposta in merito. Niente. Con un buon grado di certezza pare che potremo invece contare sulle dentiere. Caccia via. La promozione di una buona masticazione avrà un sicuro impatto elettorale. Trionfa così in via definitiva il vecchio ma sempre valido motto del Guicciardini “Francia o Spagna, purché se magna”. Ascensore Vs Dentiera 0-1. Palla al centro.

 

Liquidiamo subito la Fortitudo, che ne prende 23 a Jesi ( con tutto ilo rispetto a Jesi, non a Istanbul o Madrid o Atene) dove hanno appena arruolato il vecchio guerriero Marquez Green in uscita da Venezia ed a lungo in predicato di vestire la canotta bianco blu dell’aquila non fosse che il gran capo Boniciolli ha pensato bene di continuare a preferirgli un McCamey da 4-punti-4 con 3 su 11 al tiro con nessuna regia e nessuna difesa pensando che chili e stazza alla fine pagheranno più di fosforo e voglia. Ma si sa, Boniciolli è così, lo si prende o lo si lascia e se molti in società e sugli spalti lo lascerebbero volentieri, a lui non importa, lui tira dritto per la sua strada fatta di sceneggiate stucchevoli e scioperi repentini in panca, lasciando allo sbando per tutto il secondo tempo una squadra costruita in estate volutamente vecchia sulla falsariga della Virtus vincente e convincente della stagione scorsa proprio per far sì che l’esperienza portasse ad evitare cortocircuiti mentali come quelli di cui troppo spesso, quando il gioco si fa duro, sembra patire la Fscudata. Se infatti il migliore (l’unico salvabile dell’allegra compagnia di giro) è, sempre con tutto il rispetto dovuto, un Chillo in doppia doppia e alla sua migliore partita coincidente con quella peggiore della squadra, qualcosa che non va, nella costruzione del roster bisogna senza dubbio segnalarlo.

La Virtus adesso. Che vince contro una Trento avvelenata riuscendo perfino nell’impresa di ribaltare il passivo scialato nella partita inaugurale (i 7 punti di vantaggio del finale 82 a 75 scavallano infatti i 5 subiti là). In una serata in cui i migliori sono stati il solito Aradori, un BaldiRossi che si dimostra partita dopo partita quell’ottima addizione che non tutti forse si aspettavano ed un sontuoso Slaughter che contro i pari stazza diventa davvero inarrestabile, la vera nota negativa è stata la rissa scoppiata a babbo morto, con la Vnera sopra di un ventello ed in assoluto e tranquillo controllo. Tutto nasce da un rimbalzo conteso in area bianconera. La palla sfugge di mano all’attaccante trentino, il pallone scivola a terra nel solito groviglio di giocatori che cercano il possesso. Dal mucchio di maglie che strisciano, se ne alza una bianca (quella di Gutierrez di Trento) che molla un cazzotto in faccia a Stefano Gentile ormai in possesso di palla. A quel punto è il farwest. I giocatori si inseguono alla ricerca di un avversario da colpire. I più accaniti sono il fratello Alessandro, cui balena l’istinto di una vendetta rusticana per Bologna e, più sporchi, lo stesso Gutierrez che continua a tirare colpi alle spalle e, dalla panchina, Sutton per Trento. Dopo momenti da vera rissa, l’esito è scontato: espulsi tutti e tre (il guaio, per Bologna, è che il più giovane dei Gentile dovrà scontare la squalifica che sarà inflitta avendo già convertito una giornata in multa, non tanto casualmente, proprio dopo la partita di andata). Neanche il tempo di gioire della bella e corroborante vittoria visto che, a causa della contemporanea assenza di capitan Ndoja alle prese con la rottura della mano destra, la Virtus, una Virtus che in ogni caso pare compattarsi sempre più ogni partita che passa, dovrà affrontare i prossimi impegni in emergenza numerica tentando comunque di superare al meglio questo nuovo ed inatteso banco di prova.

 

Jorge Amado è uno degli scrittori più amati e conosciuti nel panorama sterminato e dai fortunatissimi riscontri della letteratura sudamericana. I suoi “Gabriella, garofano e cannella”, “Donna Flor e i suoi due mariti” e “Teresa Batista stanca di guerra” (personalmente, anche se a nessuno interesserà, uno dei tre libri che porterei nella famigerata isola deserta, essendo gli altri “Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano e “Fuga senza fine” di Joseph Roth) hanno indirizzato pesantemente l’immaginario di almeno un paio di generazioni di lettori affamati di novità, esotismo e di quella nouvelle écriture che andrà conosciuta (mettendo nello stesso calderone i brasiliani Garcia Marquez e Amado, gli argentini Cortázar e Puig, i messicani Taibo ed Esquivel, i cileni Fuguet ed Allende e tanti altri) come realismo magico.

Per affrontare questo “Tempi difficili” (primo titolo della trilogia che va, insieme ai successivi “Agonia della notte” e “La luce in fondo al tunnel”, tutti titoli ampiamente esplicativi degli intenti dello scrittore bahiano, sotto il nome de “I sotterranei della libertà”) credo sia però necessario inquadrarlo nel contesto storico che lo caratterizza. Quando Jorge Amado si dedica alla ricostruzione del periodo buio e traumatico del colpo di stato del 1937 che ha gettato il paese tropicale nel maelstrom del cosiddetto Estado Novo del dittatore fascistoide Getúlio Vargas, vive già da una quindicina d’anni, tranne una breve parentesi tra il ’45 ed il ’48 quando fece ritorno in patria eletto rappresentante del Partido Comunista Brasiliano all’Assemblea Costituente, in esilio prima in Argentina ed Uruguay, poi in Francia ed ora, siamo nel ’52, in Cecoslovacchia.

Sgombrato così il campo dalla incombenza più ostica, quella della storicizzazione del contesto letterario, onde evitare lunghe e pelose elucubrazioni credo che il modo più semplice per analizzare questo romanzo sia il porsi due semplici domande: mi è piaciuto? mi ha interessato?

Alla prima, è facile rispondere. No, non mi è piaciuto. E non mi è piaciuto perché la scrittura risente, troppo, dell’intento che, a quel momento, stava a cuore all’autore. Un intento propagandistico, politico, per certi versi antistorico, quello del narrare il periodo più buio del suo tempo e del suo paese tentando di mantenere, anzi anticipare, quelli che poi sarebbero stati i tratti salienti e precipui della sua scrittura: l’affabulazione continua ed eterogenea di personaggi che si susseguono, alcuni inseguendosi, alcuni schivandosi, in un tourbillon di situazioni, sentimenti, storie che assomigliano più ad un paso doble che a una vera e propria denuncia non riuscendo però a liberarsi dall’ansia del narrare spiegando e dando vita così ad una riflessione che purtroppo non è né carne né pesce, né libello agit prop né saggio storico e nemmeno profonda riflessione politica o, tantomeno, romanzo libero e felice di formazione.

Rispondere alla seconda domanda (mi ha interessato?) può risultare più complesso. O meglio, e visto che la risposta non può che essere sì, sì mi ha interessato e molto, può risultare complesso spiegare il motivo, o i motivi come sarebbe più esatto dire, di questo interessamento.

Il primo, e non potrebbe essere altrimenti, è un interessamento storico. Difficilmente sarei venuto a conoscenza della dittatura fascista e filonazista del caudillo Getúlio se non avessi avuto l’opportunità di leggere il libro di Amado, una conoscenza che mi ha spinto ad approfondire l’argomento.

Il secondo è letterario. Parte della critica, ha sottolineato come questo trittico abbia segnato una sorta di inizio, o di primigenio riconoscimento, dell’importanza dell’influsso della cultura africana e del meticciato nella società e nella cultura brasiliane. Una piacevole constatazione, quella della contaminazione cultura africana / cultura sudamericana, per me che l’avevo ampiamente riscontrata anche nella scrittura della mia nuova passione José Edgardo Agualusa, il più importante scrittore lusofono (usando il termine per indicare uno scandaglio che comprende Portogallo, Brasile, tutti i paesi dell’Africa lusofona come Capoverde e i luoghi di presenza portoghese in Asia come, ad esempio, Goa) contemporaneo, arrivando ad apparentarlo, più che all’onnicitato Garcia Marquez, proprio al nostro Amado. Una piccola rivincita personale, devo ammettere. Come devo anticipare come “Quando Zumbi prese Rio” o “Barocco tropicale” dell’appena presentato Agualusa siano davvero altre storie. Altre, bellissime, storie.

Ingredienti per il panino (così ne vengono circa sei)

  • 500 g farina di cereali (varie marche in commercio)
  • 10g di sale
  • 12 g di lievito fresco di birra.
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • Un pizzico di zucchero
  • 200/250 g di acqua per imparare
  • Semi di zucca

Per la farcitura

  • tante fette di zucca quanti sono i panini da farcirci da cuocere in forno con sale profumato( salamoia) in una teglia con un po’ d’acqua (poca)coperta con coperchio per 30/40 min, gli ultimi 10 scoperta.
  • 1 vasetto di yogurt greco da condire con un pizzico di sale, olio 1/2 spicchio di aglio tritato e un po’ di prezzemolo fresco.
  • Radicchio di Chioggia tagliato molto sottile e condito a piacere

Preparazione

Impastare il pane con tutti gli ingredienti, fare dei piccoli taglietti sopra, pennellarli con un po’ di olio ed un leggero velo di albume per fare aderire i semi . Disporli su di una leccarda da forno, farli lievitare ben coperti con pellicola in forno spento luce accesa. Trascorso il tempo di lievitazione (di almeno due ore ) cuocerli a 180 gradi circa per 20/25 minuti.

Tagliarli a metà, spalmare nella parte sotto un po’ di salsa  yogurt, la zucca cotta, un altro po’ di salsa, il radicchio e chiudere il panino.

Noi lo abbiamo accompagnato con delle patate cotte con la propria buccia ben lavata con bicarbonato, tagliate a spicchio e cotte in forno con olio, salamoia, fettine di aglio e rosmarino fresco. Per accelerare la cottura potete prima sbollentarle un po’ dopo  averle tagliate in acqua e sale.

BUON SUPER PANINO DA G&G

Nell’anno in cui ricorre l’80esimo anniversario dalla promulgazione delle leggi razziali, è una bella e significativa notizia la nomina del Presidente Mattarella di Liliana Segre Senatrice a vita. E’una dei 25 bambini sopravvissuti all’Olocausto, in totale erano 776 gli italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati nel campo di concentramento di Auschwitz.

Già dall’età di 8 anni è vittima delle leggi razziali del fascismo, quando è costretta ad abbandonare la scuola elementare, iniziando così la terribile esperienza della persecuzione. Il 30 gennaio 1944 all’età di 13 anni viene deportata ad Auschwitz; diventa il numero 75190, come da “marchiatura” sull’avambraccio.

Una volta liberata per molti anni non volle mai parlare della sua esperienza, poi nel 1990 si rese disponibile a partecipare ad alcuni incontri con gli studenti di Milano. Da allora sono diventati migliaia gli studenti che ha incontrato, a cui ha raccontato l’esperienza, terribile, di una bambina ebrea negli anni 40.

In questo periodo storico dove sempre più assistiamo a forme e manifestazioni di razzismo, odio, intolleranza, rigurgiti neofascisti, c’è bisogno di coltivare la memoria, di farlo seriamente, altrimenti di ciò che la storia ha catalogato come errori e atrocità, si espone la società a pericolosi ritorni

Tutti noi abbiamo l’obbligo morale, etico, di non dimenticare.

Dobbiamo essere tutti orgogliosi di questa scelta.

(Il titolo è una citazione di Luca Bravi)

Per chi non lo avesse ancora capito, noi del Tiro, con entusiasmo e senza paracadute abbiamo deciso di organizzare una serie di iniziative, presso il Cortile Cafè di Via Nazario Sauro. La prima, per altro molto partecipata, si è concentrata sui movimenti demografici della Città Metropolitana di Bologna. Da questi dati possiamo quasi certificare che Bologna  non non è più quella di una volta, almeno nei numeri, certamente l’immigrazione interna ed estera, l’invecchiamento dei propri cittadini e al distribuzione dei redditi, sono in continua mutazione nel bene e nel male. Queste indicazioni ci danno la possibilità ragionare e consegnare al mondo politico e socio economico alcune riflessioni, per affrontare un futuro pieno d’incognite, ma sicuramente di sfide interessanti nel campo dell’innovazione sociale. Abbiamo snocciolato dati, cifre già sul nostro blog nel corso della serata e abbiamo consegnato alcune riflessioni sui temi trattati. Ci pareva però opportuno fare una chiaccherata (ripresa in due parti) anche con il protagonista della serata: Gianluigi Bovini, demografo e storico dirigente dell’ufficio di programmazione e statistica del Comune di Bologna.

Bovini, dalle sue ricerche possiamo dire che Bologna e la città metropolitana sono in continuo movimento demografico, quindi siamo ancora, nonostante la crisi che ha attraversato il paese, un territorio attrattivo?

Si assolutamente, una delle componenti fondamentali della dinamica demografica di Bologna, è il movimento migratorio. Quando una città attrae in modo consistente persone significa che il tessuto sociale ed economico è attrattivo. Vuol dire che Bologna offre dell’opportunità. Ogni anno in città ufficialmente trasferiscono la propria residenza 15.000 persone: di cui 9000 italiani, il 60%, i quali vengono soprattutto di altre regioni soprattutto meridionali e insulari, mentre gli altri 6000 sono stranieri.

Un altro fenomeno in aumento è sicuramente l’immigrazione dei cittadini stranieri, con tratti singolari, come le 150 etnie diverse sotto le due torri. Il tema è complesso, i cittadini stranieri sono il 15% in città. Come sono distribuiti e da quali paesi prevalentemente si spostano per venire a risiedere sul nostro territorio? 

“Bologna per l’effetto del succedersi di questi flussi ha visto la popolazione straniera residente superare le 60.000 unità in città, che sono il 15%,  mentre nella città metropolitana gli stranieri sono 118.000 (circa il 12%), percentuale comunque consistente.

Questo dato presenta un’articolazione geografica molto ampia. Sono rappresentati tutti i continenti: la nazionalità maggiormente rappresentata è quella rumena con 9.500 unità, quindi europea, mentre la seconda nazionalità è asiatica e sono le Filippine, poi a seguire le altre comunità più numerose sono quella moldava, ucraina e il paese africano più rappresentato è il Marocco, mentre per quel che concerne il Sud America è il Brasile.

A Bologna non c’è, a differenza di altre realtà, una comunità quantitativamente superiore ad altre, i numeri tra comunità si distribuiscono in maniera abbastanza omogenea, questo ci distingue da altre città e da altri processi migratori con una maggiore complessità culturale e linguistica molto accentuata.

Bisogna essere consapevoli che la popolazione bolognese senza movimento migratorio – italiano e straniero – invece di aumentare calerebbe e la struttura per età sarebbe ancora più sbilanciata. Dobbiamo, inoltre sapere che una quota significativa di questo movimento migratorio straniero è stata alimentata dalla domanda delle famiglie perché a Bologna il 52% degli immigrati stranieri sono donne e in larga parte lavora come assistente familiare degli anziani.

A sua volta il tessuto economico in alcuni comparti come le costruzioni, alcune attività industriali e dei servizi, hanno assorbito molte di queste figure e dobbiamo essere consapevoli che alcuni settori di mercato del lavoro funzionano grazie alla presenza di queste persone. In più – l’altro aspetto da considerare nel dato dei 60.000 cittadini stranieri – sono compresi anche migliaia di ragazzi e ragazze di età inferiore ai 18 anni che anche se formalmente risultano stranieri all’anagrafe – perché hanno entrambi i genitori stranieri – in realtà sono nati a Bologna e hanno vissuto tutta la vita Bologna o sono nati in altri comuni italiani.

Quindi non bisogna interpretare il dato della popolazione straniera in modo solo aritmetico, ma bisogna andare a vedere cosa c’è dietro quei numeri, perché dietro abbiamo importanti settori dell’economia che hanno alimentato questa domanda.

L’attuale legge sulla cittadinanza – che richiede lunghe permanenze – sta in ogni modo consentendo a molte persone di acquisire la cittadinanza italiana e mediamente negli ultimi anni a Bologna oltre 1500 persone, prevalentemente giovani, hanno seguito un percorso di naturalizzazione, cioè di acquisizione della cittadinanza italiana.”

 

In questa prima parte d’intervista, si potrebbero aprire spunti o veri e propri spin off , per altre riflessioni inerenti alla politica nazionale, dalla mancata approvazione dello Ius Soli alle continue dispute sul tema dell’immigrazione. Il nostro obiettivo si limita, senza alcuna presunzione, a consegnare riflessioni sulle dinamiche sociali che saranno necessariamente la base per politiche socio economiche del futuro a Bologna.

“… sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta,
ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta
qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore
e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po’ peggiore …

… qualcuno è andato per formarsi, chi per seguire la ragione,

chi perché stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore …”

 

Così (negli anni in  cui Bologna era Bologna e tutto era più umano, ovattato, piacevole) cantava Francesco Guccini contribuendo a creare il mito della Bologna città delle osterie, del buon vivere e dei biassanot. Di quei tempi, adesso, ben poco è rimasto. In realtà, le vecchie osterie, alcune, ci sono ancora. Ma se davvero la gente che ci andava non c’è più, non è più quella, sono proprio loro, le osterie nella loro essenza e nelle proposte che vengono proposte ad essere cambiate, a non essere più quelle, sull’onda lunga di una moda globalizzante ed appiattente nella sua omologante ripetitività che tutto riduce a mero rimasticamento senza che nulla si elevi a proposizione di novità e/o non allineamento (ricordo ad esempio, e sto parlando di quello che per lunghi, piacevoli anni è stato il locale di riferimento in una Bologna che si stava svegliando, secondo alcuni, cercando di raggiungere i ne-fasti della MilanoDaBere, l’IndeLePalais della gestione di Michele D’Oria, di averci portato un amico, uomo di grande ironia e possibilità, ampie vedute, un vero bon vivant esempio di internazionalismo colto e curioso, case in Canada, Parigi e NewYork, fabbrichetta nel nordest e filiali e succursali  in mezza Europa, e di avere ascoltato i suoi complimenti al succitato lounge che, a suo dire e per personale esperienza, non avrebbe sfigurato a Miami come a Londra come a Dubai. Sul momento non ci feci caso, anzi fui felice per quello che, Michele, era e rimane un amico. Ma qualcosa sarebbe dovuto scattare nella mia testa, una sorta di avvertimento su come, e quanto, le cose sarebbero mutate. In fretta ed ineluttabilmente). Adesso, sentire pronunciare parole come SpritzAperol, SpritzCampari, mix-BarTender, Beverage Manager, drink cost, aperitivo food cost, mixology (per carità, tutte terminologie che, soprattutto per chi ama tirar tardi sono ormai, più per moda e comodità che per reale necessità, diventate di uso e sentire comune) in quelli che un tempo erano i templi della socialità regala un senso di straniamento diffuso.

Dopo questa premessa, non aspettatevi chissà che, tipo macchina del tempo, se andrete da “Mario” in via SanFelice 137, nella parte di strada che va da RivaReno alla porta. Anzi, chi conosceva e magari amava quella conosciuta come l’Osteria di quello che non sopporta le donne, potrebbe non riconoscercisi. Del buio buissimo, infatti, che era la cifra caratterizzante del locale, così come le cataste di cartoni e cassette di vino e liquori, il fumo basso e denso, il bancone sulla sinistra appena entrati dietro il quale torreggiava per personalità il vecchio Mario, non è rimasto nulla. Eppure un senso, un segno del tempo che fu, sì, quello permane: perché Michele Mazzacurati (il nuovo oste proveniente da esperienze assai diverse, ed almeno all’inizio della sua avventura questa per certi versi improvvisazione si avvertiva) ha avuto il grande merito di recuperare tutti gli arredi, le bellissime lampade in vetro di Murano, le affiches e i quadri, gli ammennicoli e le suppellettili esistenti come la particolare vetrata a vetro impiombato e di riuscire con gusto e capacità a regalare una nuova vita, moderna ma antica al tempo stesso, contemporanea ma con quel tocco vintage che fa tanto elegante e ricercato senza essere stucchevole, ad uno dei veri simboli e ricordi della vecchia Bologna. Che poi la proposta di cibo non sia particolarmente stimolante, i ricarichi sui vini siano relativamente elevati, che il servizio sia a tratti un po’ andante, non importa. Godiamoci, godetevi, questo spicchio di bolognesità. E teniamocela ben stretta questa piccola, minuscola enclave di resistenza che ancora resiste.

 

Stefano Righini

Stefano Righini

Oltre 4.000 persone lasciano Bologna ogni anno per andare a risiedere negli altri comuni, solamente 2.900 fanno il percorso inverso, certificando così un saldo negativo nei confronti della città.
Il futuro economico e sociale di Bologna sarà sempre più segnato e attraversato da questo movimento migratorio interno.
Il capoluogo della nostra Regione dovrà ridefinire una capacità attrattiva proiettata al futuro, in una logica di fulcro del sistema regionale.
Un luogo capace di dare prospettive e opportunità.
I profondi cambiamenti sociali da tempo in corso, i processi migratori, l’allungamento della vita, il sostegno all’occupazione per le fasce più giovani della popolazione (oggi precarizzate ed escluse), porteranno a ridefinire in chiave moderna un nuovo senso di comunità.
Un sfida importante per la nostra città.

La popolazione bolognese cambia pelle da secoli. Da secoli arrivano genti da fuori e da qui ne partono. Un dato recente: 15.000 nuovi arrivi all’anno negli ultimi anni. Di questi, 9.000 sono italiani e per quanto riguarda il resto del gruppo, la parte del leone la fanno i rumeni. Quindi, una buona notizia per i cittadini facilmente suggestionabili: a Bologna la razza bianca non è a rischio estinzione. Sappiamo che la cosa può suscitare stupore e disorientamento in tanti cittadini, ma il nostro compito è anche quello di affrontare argomenti scabrosi, senza paura.

Mamma mia quanto si gioca male a BasketCity.

E che poi, per una volta, il dio imperscrutabile dei canestri volga un occhio benevolo ad entrambe le cittadine, bè, questo non può far dimenticare tutto d’un colpo le magagne (in un caso) e le pochezze (nell’altro) che affliggono sia la Vbianconera sia la Fbiancoblu.

Le partite, comunque.

Vince, dopo un avvio shock che ha fatto dichiarare a coach Ramagli come sia stata necessaria una robusta dose di valium all’intervallo, la gloriosa Virtus dei tempi che furono grazie all’aiuto di tutti, ma proprio tutti i giocatori. A partire da quelli dell’anno passato, i più stupidamente e sconsideratamente contestati (e a dir il vero pure tartassati da una gestione a volte cervellotica e senza attributi dello stesso coach toscano) passando al totem del nuovo corso, troppo ingombrante ma anche troppo gregario secondo alcuni (i milordini da parterre senza conoscenza alcuna del gioco giocato e non solo lumato da una poltroncina troppo glamour) ed arrivando all’ultimo arrivato, il sostituto del non sostituito transfuga Rosselli. Per una volta, quindi, sugli scudi Umeh, Slaughter e BaldiRossi a prendersi la ribalta solitamente riservata ai vari Gentile (Alessandro) ed Aradori che il loro, come sempre, hanno fatto, ma per una volta, una volta almeno, è bello ritrovare lassù, negli inni di un popolo ringiovanito e galvanizzato, vecchi e nuovi eroi accomunati dallo stesso spirito e, si spera, destino. E se poi l’approdo alle final eight di Firenze al MandelaForum del prossimo 15/18 febbraio coincide, come orgogliosamente riporta la chiosa dirigenziale di fine partita, con il 60% del tempo giocato giocato da giocatori italiani, ben venga il ritorno dell’orgoglio bianconero.

Passando all’altra sponda, vince, dopo aver sofferto fino a metà del 3° quarto, la Fortitudo appena ripudiata dal vecchio emiro che tanto fece ed altrettanto disfece al tempo dei suoi tempi gloriosi.

E vince nonostante la peggiore di capitan Mancinelli (che ha tirato troppo fin qui ed il dovere adesso di un coach come sempre troppo troppo debordante, e sarebbe ora di finirla, risulterà quello di tentare di preservarlo per quando, davvero, servirà e cioè a primavera), nonostante il solito e perpetuo disorientamento di un McCamey che come sempre sembra capitato lì per caso, alla pochezza (quella che si diceva prima) di un pacchetto di lunghi che griderebbe vendetta, non fosse che le altre squadre del lotto non sembrano messe molto meglio, per tacere dell’ennesima scommessa persa, e quanto malamente, da Coach Boniciolli, ovverossia quell’Amici che, nonostante a suo dire sia da serie superiore, sembra davvero essere pernicioso perfino in questa. Vince, invece, grazie ad un ritrovato Legion (suo il malloppo più vistoso in termini di punti, leadership, pericolosità e personalità), alla caparbietà di Fultz (alla sua migliore partita in stagione) e all’iniezione di classe del solito Rosselli.

Per la pessima gestione del quale quelli del piano di sopra dovrebbero recitare profondissimi mea culpa.

Ingredienti:

  • 1 cipollato
  • 1 pezzo di porro
  • 1 carota
  • 1 costa di sedano
  • 1 patata
  • 1 zucchino
  • Mezzo finocchio
  • Piselli freschi
  • Qualche pomodorini
  • Un po’ di zenzero fresco
  • Brodo vegetale
  • Burgul
  • Crostini a piacere

Preparazione:

Dopo avere tagliato a piccole rondelle il cipollotto, anche la parte verde e il porro, fateli stufare leggermente con un filo d’olivo evo, aggiungete il brodo o acqua e sale, unire poi tutte le altre verdure tagliate a piccoli quadrettini. Fate cuocere fino a metà cottura, in quel momento aggiungete il Burgul che dovrà cuocere non più di 15 min. Regolarsi con il quantitativo di liquido, deve risultare una zuppa di densità media, fare riposare qualche minuto.

Correggere di sale e servire calda con una spolverata di zenzero fresco ed un filo di olio crudo.

A parte i crostini.

Pane fresco (noi usiamo un toscano) tagliato a cubetti è fatto crostate in forno o in una padella antiaderente.

Buona Zuppa da G&G

Potrebbe sembrar strano dover entrare in una macelleria per passare una delle esperienze più alcoolicamente friendly di Bologna. Ed invece è davvero in quella che era una macelleria all’11/A di via Belvedere che adesso è aperto “SaràVino”, un delizioso, piccolo bistrot a vin gestito con invidiabile verve e competenza da Sara Feligiotti (da lei il nome del locale). Quello che si può trovare da Sara (non per niente lei è tra gli animatori di A.M.O., l’Associazione Mescitori Organizzati che sotto il motto “Good Wine is good Life” riunisce alcune delle realtà più stimolanti, si va da Via con me a Camera a Sud dalla Vineria alle Erbe a Miles dalla Vineria Favalli all’Enoteca Zampa da Faccioli a Tempesta dalla Cantina Bentivoglio a Francesco e Accà Vineria, presenti a Bologna, locali, cioè, che propongono con manifestazioni ed incontri, seminari e degustazioni il buon vino in città e non solo), sono bottiglie di piccole cantine, piccole ma preziose, molte delle quali dedite ai vini naturali, ma non temete: ormai sono passati i tempi in cui dire vino naturale significava parlare di vini difficili, difficili da realizzare, va bene, ma più ancora da bere (odori sgradevoli di idrocarburi e sapori duri e acerbi, con troppo scomposto spessore e poca armonia). Fortunatamente, da qualche tempo naturale fa molto spesso rima con qualità e tipicità. E i vini che potrete trovare qui da “SaràVino” rispondono tutti pienamente a queste categorie: qualità e tipicità. Ma la ricerca di Sara, una ricerca che ne certifica la passione genuina, non si ferma al beverage; un punto di forza del piccolo locale (piccolo lo è davvero: due tavolini per un totale di una decina scarsa di posti a sedere ed altri quattro/sei posti al bancone; ma c’è anche un bel dehors esterno stretto tra quelli degli adiacenti “Pastis” e “SenzaNome”) è la qualità delle piccole preparazioni e dei formaggi e dei salumi offerti in taglieri di varie dimensioni o che possono riempire veraci piade e una squisita focaccia marchigiana (Sara è originaria di Fano ed ecco perché la proposta di vini, salumi e formaggi ruota molto attorno a piccoli produttori, già di culto per appassionati ed intenditori, del centro Italia) che in realtà è una sorta di torta al testo, originaria questa, del perugino.

Un’ottima idea, quindi, per ricominciare a uscire e bere dopo l’ordalia di cibo e bevande del periodo natalizio lasaciandovi coccolare dalle prelibatezze e dalla simpatia e cortesia di Sara stessa e del suo giovane e preparato staff, Tania, Paola e Kouhei. Bella la storia di quest’ultimo: arrivato in città per vacanza/studio ha conosciuto Sara e il suo locale e … non si è più mosso. Attenti che non succeda anche a voi.

Stefano Righini

Stefano Righini