|

Home2018Febbraio

Febbraio 2018

Settimana diacronica per le bolognesi. Già entrambe non hanno giocato, la Virtus ferma per la sosta concomitante agli impegni della nazionale (alla quale, come noto, non parteciperanno le due punte di diamante Aradori e Gentile, Alessandro) la Fortitudo che, in campionato, tornerò solo l’8 marzo.

Non rimane, per il punto sulla situazione, che rifarsi alle ultime partite giocate. La Virtus impegnata alla riconquista, rivelatasi utopica, di un posto al sole nella final eight di CoppaItalia fiorentina, la Fortitudo che, avendone l’occasione, ha coronato l’inseguimento alla lepre impiccata Trieste nel mini derby con Imola al piccolo Madison.

La Virtus allora. Che ha giocato, e perso male, malissimo, il suo quarto con Brescia. Dominata dall’inizio (e poco contano le fiammate d’orgoglio, rabbia nervosa e trance agonistica che più volte l’hanno portata a contatto con una Leonessa che gioca sul canovaccio di schemi assorbiti nel dna di una squadra che vede il miglior play (di gran lunga) italiano, Luca Vitali, smazzare assist e giocate (e all’occorrenza produrre in proprio) per il miglior giocatore dello scorso campionato, l’atipico se ce n’è uno Landry, per l’italiano più migliorato dell’ultimo biennio, il fratello Michele, per il folletto imprendibile Moore, per l’immortale Moss, per l’utilissimo Sacchetti. Già vista così, si capisce quanto difficile si presentasse l’impresa. Se poi alla Virtus togli il capitano della nazionale Aradori e, dopo 16 scarsi minuti in cui si era dimostrato il più vispo sul parquet, quell’Alessandro Gentile che tanti, troppi, continuano a snobbare e criticare quando, insieme al succitato Aradori forma la miglior coppia di guardie dell’intero campionato (e non ci sono americani o lituani o … marziani che tengano, carta e statistiche docet), si capirà come già all’intervallo lungo ci si sarebbe potuti dedicare ad altro. A questo punto si impone una dolorosa riflessione. Che coinvolge, e non potrebbe essere altrimenti, la gestione tecnica del team. E per gestione tecnica intendiamo non solo un, una volta di più, impresentabile a questi livelli coach Ramagli (troppo emotivo, troppo succube degli eventi, non, cioè, in grado di prevenirli o avversarli con un’invenzione o un’intuizione; certo, nelle condizioni di cui sopra, senza i due terminali designati, era oggettivamente difficile, ma quello che manca a questa squadra, appunto, is a kind of magic). E qui, inevitabilmente, si innesta la riflessione negativa su chi, questa squadra ha costruito, ha difeso, non è e non è stato in grado di cambiare, Julio Trovato. La sensazione di impotenza deflagrata nella partita contro Avellino, in cui tutti i mismatch erano negativi (troppo grossi, troppo alti e troppo tanti i lupi in verde) si è dimostrata non una sensazione, ma un triste, incontrovertibile dato di fatto anche contro una Brescia che era più grande, grossa e pesante in tutti i ruoli (Alessandro Gentile escluso, chiaro, il quale però spesso viene utilizzato da 4 tattico ed allora …). Per dire: il più giovane dei Vitali, Michele, che nell’anno disgraziato della retrocessione sembrava, ed era, il cinno del gruppo, commoventemente piccolino com’era, venerdì, al cospetto di Lafayette, sembrava un colosso. Ma a parte la stazza, è il numero che deficita. Non puoi, a questi livelli e puntando a quello cui punti, giocare in 7 o 8. Si continua a parlare di un innesto, ma ne servono almeno due (forse tre se si riuscisse a traslare uno dei contratti inutili che ancora zavorrano la squadra). Soprattutto, non ad un altro tiratore accentratore bisognerebbe guardare, ma a una mente ragionante possibilmente alto e grosso e a un lungo atletico e verticale. Gli ideali? Quando l’ennesima Milano sconclusionata di questi anni mollerà definitivamente la Champion, si potrebbe, forse, attingere ai tanti esuberi che inevitabilmente ci saranno. Per dire, l’Andrea Cinciarini tutto fosforo e il M’Baye saltatore sarebbero gli ideali. Ma è solo per fare dei nomi, definire uno, anzi due, profili. Ma anche il Wright che molte sirene tentatrici danno in fuga da Reggio potrebbe riempire il vuoto sotto canestro saltando e segnando. Ripetiamo, sono solo parole, e nomi, in libertà. A decidere, e spendere, saranno altre persone. Poi, chiaro, si può continuare a tergiversare, ma poi sarà un peccato non arrivare in fondo come successo per questa Coppa Italia, una coppa vinta da una Torino squassata da dissidi e faide interne, ma che, arrivata al punto, ha acquistato, e bene. Cambiando il proprio destino e il proprio futuro.

La Fortitudo adesso. Per la quale è arrivata, puntuale, la quinta vittoria (su cinque) della gestione Comuzzo. Troppo facile, okkey, dare a lui tutto il merito, ma se la cara biancoblu ha cominciato e continua a vincere senza praticamente americani (anche se i veri stranieri qui sembrano essere i mai così giovani Cinciarini e Mancinelli), un po’ di merito al manico bisogna pur riconoscerlo. E certo che si giocava contro una Imola da metà classifica in giù ma ritrovarsi al giro di boa dell’intervallo lungo ad inseguire con uno scarto di una decina di punti, solo qualche settimana fa avrebbe potuto produrre un corto circuito nervoso deleterio (situazione da cervello saltato circoscritta, invece, in questo caso al solito ingiustificabile Amici); questa volta, invece, si è risposto con un terzo quarto da 30-punti-30 e una proiezione sull’intera partita di 120. Pensiero cattivello alquanto: convincere coach Boniciolli a prendersi ancora qualche giornata di recupero no, eh?

Siamo alla fine anche di questa campagna elettorale, per la verità non molto entusiasmante. In certi momenti (molti), la potremmo definire brutta sia nei toni sia per l’apparente vacuità degli argomenti affrontati, volti quasi esclusivamente a solleticare la pancia degli elettori. Abrogazione ed esclusione sembrano le parole d’ordine di questa campagna, in bilico tra nostalgici rigurgiti neofascisti e la cancellazione del passato più recente. Raramente abbiamo sentito parlare d’inclusione e innovazione, proposte reali e non parole vuote usate solo come ornamento dialettico. Chi può aiutarci a navigare tra “Sondaggi e Miraggi”(titolo della seconda iniziativa del Tiro del 20 febbraio) sono sicuramente Roberto Weber, grande esperto di campagne elettorali, nonché fondatore di SWG e Alex Buriani suo collaboratore all’Istituto Ixè. 

Weber, lei ha seguito tante campagne elettorali, come sono cambiate e quali sono i tratti distintivi che magari differenziano questa dalle altre?

Ho seguito le campagne elettorali dal 1987/8, il cambiamento principale è legato all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, il secondo cambiamento è certamente legato al progressivo indebolirsi della forma partito e questo cambia completamente i fattori in campo.  Questa campagna elettorale la ricorderemo principalmente per due aspetti: per la prima volta i partiti non hanno soldi. Il fatto che non ci siano soldi è percepibile dal numero di manifesti che non si vedono, dei colori che non ci sono, degli ordini e degli amori che non ci sono. Non ultimo quello che questi manifesti suscitavano e che non troviamo. Secondo dato, questa è una campagna in cui la chiave programmatica è, a mio parere, assolutamente molto piatta. Certo ci sono tratti caratterizzanti nel centrodestra che raggiungono un’epitome di racconto non fondato, queste componenti però le troviamo anche a sinistra e nel centrosinistra. Le componenti programmatiche hanno via via perso peso. Penso al tema della formazione scolastica, dell’investimento in tutta quell’infrastruttura culturale che ha fatto di questo paese quello che è, penso al tema dei giovani e del non lavoro. Su queste tematiche non c’è da parte dei partiti, qualcosa di sostenibile e comprensibile, penso al deficit pubblico enorme nessuno pensa di toccarlo (cosi come l’evasione fiscale n.d.r.). L’idea di redistribuzione, che pure ha occupato tanta parte dell’analisi degli ultimi due anni, l’idea di una concentrazione della ricchezza sempre maggiore, l’idea di un progressivo impoverimento del ceto medio e di quelli sotto, non c’è nulla o poco in questo senso.  

Le regionali del 2014 in Emilia Romagna, con un’affluenza del 37,7% rispetto al 68% delle precedenti, hanno evidenziato come anche questa regione abbia introiettato “il germe” della disaffezione politica, dato assolutamente nuovo e allarmante per certi versi in questi territori?

Questo è assolutamente pesante per alcuni motivi: perché sappiamo che la Regione Emilia-Romagna vanti ad oggi una performance dal punto di vista della ripresa, molto più spinta che nel resto del paese, quindi non vengono intaccati certi elementi legati alla qualità, agli standard di vita. Stiamo parlando di una delle regioni più ricche d’Europa e conseguentemente del mondo. Il fatto indiscutibile è che l’esito delle elezioni in questa regione sia fondamentale, più dal punto di vista simbolico che dal punto dei vista dei numeri. Il dato delle regionali scorse, a mio avviso, è stato poco letto, poco introiettato e credo che queste politiche ci daranno dei risultati inattesi.

Buriani, in questa campagna elettorale, i social media stanno avendo un ruolo determinante come in altre campagne, pensiamo a quelle negli Stati Uniti da Obama in poi o siamo ancora poco influenzabili?

In realtà la campagna qui da noi è ancora molto tradizionale, gran parte dell’elettorato la segue ancora in televisione, anche perché buona parte dell’elettorato è anziano. I social media sono importanti anche se, un esempio sono i numeri dei followers gonfiati (per approfondimenti si vedano l’indagine e i dati Cnr e Policom pubblicati da La Repubblica), forse più importanti per gli attori politici che per l’elettorato. Mentre considerando l’esplosione del Movimento 5 Stelle degli ultimi anni e il suo consolidamento sicuramente in alcune fasce, soprattutto under 50, hanno un rilievo molto certamente importante.

Mentre le fake news quanto hanno inciso o stanno incidendo sul voto?

B: Secondo quanto si può vedere, a nostro parere, sui social media indubbiamente è necessario esserci. Ma per quanto riguarda le fake news, queste non spostano grandi pezzi di elettorato, ma consolidano quasi esclusivamente chi è già schierato.

 

A questo punto non rimane che aspettare l’esito di questa campagna elettorale senza sondaggi, ma con molti miraggi.

Tom Hanks non è solo il meraviglioso attore  che da corpo al personaggio del capitano JohnH.Miller in “Salvate il soldato Ryan” o il tenero, commovente Forrest Gump del film omonimo; e nemmeno il dolente killer solitario, Michael Sullivan, di “Era mio padre” né lo stralunato professor G.H.Dorr di “Ladykillers” e nemmeno il picaresco Viktor Navorsky de “The terminal”. Si potrebbe, naturalmente continuare all’infinito (o quasi), con il Robert Langdon della serie tratta dai libri di Dan Brown “Il codice da Vinci”, “Angeli e demoni” e “Inferno” o il grigio, spento ma determinato James Donovan de “Il ponte delle spie” o il naufrago Chuck Noland di “Cast away” o il determinato e combattivo avvocato Andrew Beckett di “Philadelphia”. E non è nemmeno, o solo il produttore, il regista e lo sceneggiatore di “Polar express” o “Band of brothers” o “Il mio grosso grasso matrimonio greco”. Tom Hanks è anche l’autore di questo “Tipi non comuni”, scritto con una vecchia macchina da scrivere della sua collezione (così dice la leggenda e si sa, quando a Hollywood, come nel vecchio west, la leggenda incontra la realtà, è la leggenda che vince).

Diciassette racconti, schegge, piccole storie di amarezze ed ambizioni, di fatiche e desideri e di tanta, a volte liberatoria, a volte inconsapevole, comicità. Diciassette frammenti di un’America dolente e periferica, storie di persone, non personaggi, comuni, persone sconfitte, dalla vita, dall’amore, dalla guerra. Diciassette istanti di vita vissuta, istanti di vita non vissuta, di vita che si vorrebbe vivere, ma non si riesce. Perché la vita è così, è qua, ti sembra di toccarla, di poterla conquistare, manca così poco, così tanto poco. Ma quel poco è infinito, può diventare invalicabile, un muro che non si vuole fare scalare e che ti respinge, duro, ripido, aspro.

Certo, si resta colpiti, dalla capacità, facilità e felicità di scrittura di quello che abbiamo sempre visto come e solo un grande interprete. C’è molto della grande scuola minimalista, quella di Raymond Carver per intendersi e dei suoi migliori epigoni (soprattutto l’Anne Beatty di “Gelide scende d’inverno”), nella mise-en-scène di questo teatro della vie humaine. E c’è tanto, tantissimo, della nuova letteratura statunitense (pensiamo all’Edward Williams di “Stoner” o all’Evan S.Connell di “Mrs.Bridge”, ad esempio) nei suoi personaggi, incolori, dimessi, o anche brillanti, a loro modo, ma di quel brillante da apache di balera di periferia, da frequentatore di motel sperduti nel grande nulla delle praterie del west, da bagnante di spiagge desolate e inquinate. C’è il reduce di guerra (che guerra, non importa, ma siamo nel ’53 e dev’essere la seconda), storpiato nel fisico e nell’anima, c’è il modello miracolato che si ritrova attore di successo abbandonato nel beo mezzo del suo tour promozionale europeo; c’è il giornalista deluso protagonista (protagonista?) di più racconti quasi fosse il trait d’union che tiene legato il tutto) e il surfer adolescente che vive la scoperta della vita da adulto; c’è la divorziata ancora attraente che, is a kind of magic, ha visioni sul suo futuro alle prese con un trasloco che cambierà la vita sua e dei suoi figli e ci sono i quattro amici che rappresentano perfettamente il meltingpot emozionale e sessuale degli States che si inseguono raccontando se stessi ed il loro circoscritto mondo in più momenti.

Personaggi che non ci stupiremmo di vedere prossimamente interpretati sul grande schermo dallo stesso Hanks; ma anche persone, che non fatichiamo a riconoscere in tanti personaggi già interpretati dallo stesso attore in tanti movies di successo. Personaggi, e persone che vivono la vita, questi minimi segnali di vita, con ottimismo, allegria e consapevolezza che la vita può sì essere difficile, ma che sia anche possibile viverla con serenità, curiosità e, perché no, allegria.

Britt-Marie sussurra “Ha” ed esce”. In realtà Britt-Marie non ci abbandona mai in questo libro. La sua presenza silenziosa e discreta ci accompagna per tutta la lettura pagina dopo pagina e, anche dopo aver letto l’ultima riga, abbiamo la sensazione che davvero Britt-Marie sia stata qui con noi.

Fredrik Backman riesce a rendere il personaggio di Britt-Marie reale. Ci colpiscono la fragilità e la forza di questa donna che, abbandonata da un marito poco incline alla fedeltà coniugale, decide di rimettersi in gioco. Ma il mondo, dal quale il suo Kent l’ha sempre protetta, è un mondo dove Britt-Marie è quasi un’aliena. Lei che trascorreva le giornate a riordinare la casa, a stirare le camicie di Kent, a preparare la cena per Kent e che senza di lui si sente alla deriva. Le manca di più la sua casa o suo marito? Ha nostalgia delle sue abitudini, del suo balcone con i vasi di fiori o della sua vita coniugale? Le mancano le sue abitudini, questo sì, e non è capace di leggere il mondo reale che sta intorno. Ma soprattutto non sa come comportarsi con le strane persone con cui deve imparare a convivere quando, dall’oggi al domani, si ritrova a vivere una nuova vita in un paese, Borg, sperduto nella campagna inglese. In realtà Britt-Marie ha il dubbio che si tratti effettivamente di un paese: in un paese ci sono l’ufficio postale, un supermercato, la farmacia, la scuola e qui non c’è nulla di tutto questo. Solo uno spiazzo dove i bambini giocano a calcio e un piccolo negozio intorno al quale ruota tutta la vita dei bizzarri personaggi di questo romanzo.

E saranno la squadra di calcio di Borg, di cui lei diventerà allenatrice, e l’amicizia con alcuni bambini del paese a cambiare la vita di Britt-Marie e a lasciare un segno indelebile nella piccola comunità.

BISCOTTI

  • 300 g di farina di farro
  • 2uova
  • 200g di zucchero
  • 100g di burro
  • buccia di limone grattugiato
  • mezza busta di lievito per dolci
  • 2 cucchiai abb. di curcuma in polvere
  • 2 cucchiai di semi di chia (uno per impastare e uno per decorare)

Procedimento

Fare la fontana sul tagliere con la farina, unire le uova ed il burro a temperatura ambiente tagliato a pezzetti, lo zucchero il lievito la curcuma ed un po’ di semi.

Impastare il tutto lavorando velocemente, farlo riposare in un sacchetto per 30min, dopodiché stendere la pasta, fare i biscotti tondi con spessore di 3mm e diametro di 5 con circa.

Con una forchetta rigare il biscotto per creare un effetto, pennellare con un po’ di latte, una spolverata di zucchero es un altro po’ si semi. Cuocere in forno a 180 gradi per 10 min.

Buoni in qualsiasi momento della giornata.

PANINI

  • 500g di farina
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di zucchero
  • 15g di lievito di birra
  • 200g di acqua tiepida
  • 1 cucchiaio di curcuma
  • 1 cucchiaio di semi

Procedimento

Impastare,  mettendo i semi nella farina, tutti gli ingredienti, sciogliendo sale, zucchero e lievito nell’acqua.

Creare delle piccole palline ed appoggiarle su di una teglia con carta forno, pennellarle con olio ed aggiungere qualche seme sopra, coprire con pellicola e lasciare lievitare per due ore nel corso spento con luce accesa.

Cuocere poi a 170gradi per 10/15 minuti. Fare intiepidire e farcire a piacimento, i nostri sono con formaggio morbido, olio, menta e zucchine grigliate.

Buon Spuntino da G&G

Sembra davvero l’ingresso di una cave parigina dei tempi d’oro del jazz quello de “Il Cortile Café” di via Nazario Sauro 24 proprio di fianco alla “Biblioteca d’Arte e Storia di San Giorgio in Poggiale”. Coperto di manifesti e locandine, una pesante tenda nera che cela la visione dell’interno. Poi basta spostarsi di un paio di passi e le ampie vetrine di fianco permettono di farsi un’idea di quello che ci aspetta all’interno. Una ampia sala, un bel bancone dietro cui troneggia Roberto Prosperini, l’oste patron che tutti a Bologna conoscono ed apprezzano come Titti, tavolini accoglienti e sul lato un piccolo palco che poi è il punto focale del locale. Un palco su cui, quotidianamente (il “Cortile” è aperto dal martedì al sabato dalle 18,00 alle 3,00), si esibiscono band e cantanti che contribuiscono a farne probabilmente l’unico vero live pub di Bologna con una programmazione ampia ed articolata che va dalle nuove proposte alle cover band ai tributi ai grandissimi. Per dire, in questa settimana c’è stato il secondo appuntamento con il “Club 27” dedicato al chitarrista che ha cambiato la storia del rock e della chitarra elettrica, Jimi Hendrix, uno dei maggiori innovatori di tale strumento durante la sua parabola artistica, tanto breve quanto intensa e che rientra a pieno titolo nel club di cui sopra (Club 27 è infatti un’espressione giornalistica che si riferisce agli artisti, in prevalenza cantanti rock, morti all’età di 27 anni conosciuto anche come la Maledizione del J27 visto che molti tra gli artisti deceduti recano spesso la lettera J come iniziale del nome oppure del cognome: oltre a Jimi, ne fanno parte infatti Brian Jones dei RollingStone, Jim Morrison, Janis Joplin ed anche, a pieno titolo anche se mancanti della fatidica J, Kurt Cobain e Ami Winehouse).

Certo, il “Cortile” è anche conosciuto come ricercato appuntamento per l’aperitivo e la cena, ma ovviamente ciò che lo distingue dagli altri locali con simili velleità è il susseguirsi di appuntamenti musicali (ricordiamo che è offerta musica dal vivo tutte le sere). Tra i concerti che si succederanno sul piccolo ma vitalissimo palco del Cortile, ci sembra particolarmente accattivante quello di Sabato 24, “Buena vista social night live”, una serata dedicata, ovviamente, al mitico Buena Vista Social Club, il club attivo a L’Avana dal 1932, riservato ai neri durante gli anni della dittatura Batista, in cui Los Pimientas (Carlos Ortega e Pino Iasella alla voce e chitarra  e ElPlastino alle percussioni) riporteranno sul palco del Cortile il meglio del son cubano, attingendo alla tradizione musicale dell’isola e di quei musicisti che ne hanno fatto la storia, da Ibrahim Ferre a Compay Segundo, riportati in auge dal film e successivo disco “Buena Vista Social Club”.

Da non perdere, poi, anche il “Tutto DeAndrè live” (mercoledì 28) una serata dedicata a Faber (il cantautore genovese che ha raccontato la storia degli ultimi, dei reietti, di drogati e prostitute) in cui le sue musiche saranno proposte da Gio Marinelli, Davide Fasulo e TheWineMan e soprattutto , sabato 3 marzo “Piazza Grande omaggio a Lucio Dalla live”, un vero e proprio viaggio attraverso la musica e la poesia di Lucio rievocando le atmosfere live dei suoi concerti con DeGregori (BananaRepublic e Work in progress). Progettata da Stefano Fucili, la serata prevede  la lettura dei testi poetici da parte di Fabrizio Bartolucci e le canzoni interpretate dallo stesso Stefano Fucili, Tommy Graziani, Carlo Simonari, Tommy Baldini e Roberto Panaroni.

Stefano Righini

Stefano Righini

Ingredienti

  • 1kg patate
  • 1pugno di spinaci
  • 300 g di farina
  • parmigiano qb
  • 1 uovo
  • sale
  • noce moscata

Per condimento

  • 1filetto di merluzzo(con pelle)
  • 1 scalogno
  • 1 pugno di capperi
  • qualche pomodoro secco
  • 1 bicchiere di Martini dray

Per decorare

  • merluzzo pastellato e fritto
  • pastella con acqua, farina di riso, un filo d’olio

 

Procedimento

Cuocere le patate con buccia e gli spinaci separati, dopo avelli strizzati bene e tritarti finemente.

Pelare le patate, passarle con passaverdura, creare una fontana ed impastare con farina, uovo,  parmigiano e correggere di sale.

Creare dei tubini che poi taglierete a chicche ( consigliamo, prima di provare a cuocerne uno, devono essere sodi ma morbidi all’interno)

Tagliare a bocconcini il merluzzo con pelle, tenendone un pezzo da pastellare e friggere ed pezzo di pelle da sola da abbrustolire.

In una padella sfumare leggermente lo scalogno tritato, unire i bocconcini di baccalà e cuocere pochi minuti a fuoco vivo.

Bagnare con Martini, aggiungere i pomodori secchi tagliati. Cuocere le chicche in acqua salata, passarle nel condimento con un goccio di acqua di cottura. Friggere a parte il bocconcino di baccalà intinto nella pastella e fare delle striscioline per decorare.

Impiattare e decorare completando con olio crudo, macinata di pepe e cappero tritato.

 

Buon Appetito da G&G

Due fratelli a passeggio sul lungo molo del porto canale che divide Cervia da Milano Marittima. Non è stagione, non è stagione di altoparlanti e di avvisi e pubblicità, non è stagione di abbronzanti e creme solari non è stagione di bambini urlanti e gelati che si squagliano, ma per loro, i due fratelli, è la stagione giusta per far maturare un’idea che hanno da tempo. Io non sono con loro, non posso sapere cosa si dicono esattamente, ma il senso, dei discorsi, dei sogni, di quello che hanno visto e gli è piaciuto, quello sì, lo so, lo posso intuire.

D’altronde siamo in Romagna, e loro, i romagnoli, sono così bravi. Bravi e divertenti. Riescono ad inventare cose, situazioni, belle e coinvolgenti. Ed è di questo che i due fratelli, Alessandro ed Antonio, stanno parlando, di qualcosa che hanno visto e hanno trovato così loro che lo vogliono replicare, per loro e i loro amici, a Bologna. E visto che a loro interessa il vino e tutto il mondo che ruota attorno al vino, non può trattarsi che di un locale. Niente di che, chiaro. Niente pub laccati, bistrot falso francesi, whiskyteche improbabili, winebar per turisti (è l’altro aspetto della Romagna, bellezza, quando la stagione inizierà, le decine di migliaia di turisti massivizzati arriveranno e aspettando di trovare esattamente quello che si aspettano). Ma in Romagna, di nuovo, sono bravi e per loro, per i romagnoli, sanno creare qualcosa che valga la pena. Una vecchia bottega, una cantina, pochi scaffali, niente comodità, ma vino, vino buono e amici. Cosa di meglio.

E allora i due fratelli lo cercano un posto da mettere a posto così, una bottega, una cantina, vecchi scaffali, niente comodità e quelle poche … scomode, ma vino, tanto vino, buono, e amici. Nasce così, in Piazza della Pace 8/A l’Enoteca dei Pigri che è davvero quello che è uscito dalla testa, dalla fantasia, dal piacere di fare dei fratelli Bandiera.

Già la location (che brutta parola, ma è il dare l’idea che vale, no) così defilata, sotto il portico di questo palazzone anonimo da architettura utopicosocialista anni ’60 in una piazza abbandonata, di sera, a se stessa e vabbè che hai lo stadio di fronte e proprio davanti la Torre di Maratona ma insomma …

Comunque, il progetto parte. Aprono, questa piccola (piccola è proprio davvero piccola) enclave di allegria, amicizia, risate. E a suo modo anche “sociale”. La vendita di vino d’asporto infatti prevede, almeno inizialmente, i  tetrapack (niente a che vedere, almeno qualitativamente, dai tristi Corovin di militare e memoria) da  3 litri a prezzi che vanno dai nove ai dodici euro. Certo, esistono anche bottiglie che vengono aperte a seconda delle richieste di chi si intrattiene, fa amicizia, ride e scherza. E non ci si faccia ingannare dall’aspetto; cercando, ma mica poi tanto perché qui è tutto esposto sulle vecchie mensole (ricordate), trovi anche bottiglie, ed etichette, importanti: lo champagne “740” di Jacquesson o il “Brut Nature Premier Cru” di Georges Laval, ad esempio o anche il Borgogna “La Prétière” di Aurèlien Verdet e altri, tanti altri (poi, il vino in box, come si chiama, è rimasto, ma va di pari passo, visto che Bologna è un grande paesone dove chi si muove trova, all’amicizia, all’unità di intenti e a volte di vini con i ragazzi di Sbando del mercato di via Albani, ricordate?). Le cose, naturalmente e come giusto che sia, sono cresciute, i clienti, l’abitudine della gente dei dintorni a servirsi di un prodotto comunque di qualità e la piazza ha acquistato un altro aspetto, nel piccolo che un locale piccolo come i Pigri può consentire e contribuire a fare) e contemporaneamente sono implose. C’è sempre qualcuno, infatti (i soliti vicini astiosi) e non si capisce perché, ma tanto succede ovunque, che si deve mettere di traverso, contestare, brontolare, accusare quasi preferisse il degrado, silenzioso (ma dove e quando?) a questa oasi di allegria rumorosa (ma si chiude alle 21 e allora il rumore, ma dove e quando?).

Comunque, tempo un paio di mesi (avevo detto che intanto all’interno del gruppo si è inserito Andrea, che tutti, ma proprio tutti, a Bologna, conoscono come DjScandella? bè, se non l’ho fatto prima ve lo dico adesso) e i Pigri si sposteranno, in un luogo più adatto, che più sembra già apprezzarli. Dove? Di fianco, due vetrine più in là, e così non ci sarà stacco, in un posto più grande dove poter continuare a fare le cose che piacciono loro come piacciono a loro potendo contare solo su più spazio per gli amici che continueranno ad andarli a trovare. Intanto, però, i Pigri originali restano aperti e ci aspettano tutti i giorni, esclusa la domenica, dalle 10,30 alle 13,00 e dalle 17,00 alle 21,00.

Stefano Righini

Stefano Righini

Pillo: Oh Fefe, c’hai tempo per un’ora sulla play station?

Fefe: Pillo, guarda che c’ho da fare. Stamattina non ce la facevo ad alzarmi e nel pomeriggio vorrei mandare un po’ di curriculum. Son sei mesi che li mando ma non si trova nulla. Ma tu non stavi lavorando?

Pillo: Si, ma ho finito…. Comunque 8 euro l’ora per portare a spasso i cani due ore al giorno era comunque una miseria. Io di curriculum non ne mando più. Non trovi tu che sei ingegnere, figurati io che son laureato in archeologia.

Fefe: Ma allora sei un neet.

Pillo: un che?

Fefe:  un “not engaget in education, employment or training”

Pillo: Ah si, ho capito, uno sfigato! Mentre te che mandi ancora i curriculum sei un neet come me, ma un po’ meno sfigato. Guarda che per essere un neet basta che non studi e non guadagni. Mica ti pagano per mandare i curriculum. Sai cosa ho pensato, e se facessi il servizio civile?

Fefe: Così non ti mettono nelle classifiche degli sfigati o ti ci mettono ugualmente?

Pillo: non lo so, ma almeno faccio qualcosa. Quando facevo l’Università non ci credevo davvero che non avrei trovato niente. Mi sembrava un lavoro figo fare l’archeologo. Mi piaceva davvero. Ho pure fatto un master all’estero che i miei si sono svenati per mantenermi. 

Fefe: lascia stare, quando ci penso mi sento in colpa. Oh, hai visto la Zollani  sui giornali? E’ entrata nel Consiglio di amministrazione della ditta di famiglia. E pensare che a scuola era una capra. 

Pillo: Se! Ma poi ha fatto la Bocconi e dopo è stata a Londra per un pezzo, non so a specializzarsi su cosa. Qualcosa avrà imparato.

Fefe: Io son sempre stato un secchione e per laurearmi mi son fatto un culo tanto. Ma te, se nascevi nella famiglia giusta, chissà cosa diventavi. La testa ce l’hai sempre avuta. Ma perché cazzo ti sei messo a studiare archeologia? Sei proprio uno sfigato.

Pillo: Ma dai, che siamo ancora giovani. A 26 anni mica ci possiamo buttare giù così. Dice che siamo usciti dalla crisi e che finalmente l’economia riparte. Vedrai che prima o poi si trova lavoro. Giannetti il lavoro l’ha trovato subito per esempio, lui lavora già da tanti anni. L’ho incontrato l’altro giorno, dice che vive da solo da due anni e che sta risparmiando per comprarsi un miniappartamento con la sua tipa.

Fefe: Ah Pillo, ma Giannetti non ha mica fatto l’Università. I tecnici li chiamano subito in fabbrica a lavorare. Io non lo so mica se mi piacerebbe fare quel lavoro per tutta la vita. Bisogna esserci tagliati. 

Pillo: E allora che si fa?  

Fefe: Mah. Sta storia che sono un neet comunque mi sta sui coglioni un bel po’. Sai che ti dico? Passo da te per la partita con la Play e poi vediamo.

Le bufale, o fake news come spesso vengono chiamate oggigiorno, sono sempre esistite e molte si tramandano da secoli e fanno parte ormai delle nostre convinzioni storiche. Maria Antonietta di Francia disse veramente “Se non hanno pane, che mangino brioche!”? E nel 1947, i militari USA effettuarono davvero un’autopsia di un alieno a Roswell?

Se in passato le bufale potevano circolare per decenni e per secoli, oggi le bufale hanno vita più breve. Ma spesso possono provocare danni ben più gravi.

Soprattutto in periodo di campagna elettorale, le bufale/fake news possono giocare un ruolo importante e orientare l’elettore a scegliere un partito o un candidato piuttosto che un altro. Se da un lato internet ha il potere di amplificare le bufale, dall’altro ci dovrebbe aiutare a smascherale con più facilità. O almeno così dovrebbe essere.

Un ruolo fondamentale nella diffusione di bufale o notizie spesso poco attendibili viene giocato dai social media, che sono il vero amplificatore delle fake news. E’ come una catena di Sant’Antonio che si alimenta attraverso il passaparola.

Ma come capire se una notizia è vera o si tratta di una bufala? All’origine delle fake news c’è la disinformazione, quindi va da sé che il modo più pratico per capire se una notizia è vera o falsa è informarsi. Certo nella giungla di internet non è sempre facile orientarsi, ma ci sono molti siti che possiamo utilizzare per verificare l’attendibilità o meno di una notizia.

Partiamo da due esempi: “Emergenza sbarchi” e “Invasione di migranti”, uno dei temi al centro della campagna elettorale in queste settimane.

Sul dizionario della Treccani tra le varie definizioni della parola emergenza ce ne sono 2 cha hanno attirato la mia attenzione: 2. a. Circostanza imprevista, accidente; 2. b. Sull’esempio dell’ingl. emergency, particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato, soprattutto nella locuzione stato di emergenza (espressione peraltro priva di un preciso significato giuridico nell’ordinamento italiano, che, in situazioni di tal genere, prevede invece lo stato di pericolo pubblico).

Viene da chiedersi? Gli sbarchi di profughi e migranti economici sono davvero una circostanza imprevista e imprevedibile? Costituiscono davvero un “momento critico”? O sono piuttosto una realtà con cui dobbiamo fare inevitabilmente i conti, da non gestire più come un’emergenza ma come un fenomeno che ormai dura da parecchi anni e che durerà per chissà ancora quanto?

In secondo luogo, si tratta davvero di un’invasione? A guardare i dati dell’ Istat, della Fondazione Migrantes, dell’UNHCR verrebbe da dire di no. Ma si tratta piuttosto di un flusso costante, con picchi dovuti alle varie guerre e carestie che spesso divorano l’Africa subsahariana e alcune zone del Medio Oriente, con il quale volenti o nolenti dobbiamo fare i conti.

Ecco, credo che il vero antidoto contro la disinformazione e le bufale sia l’accesso a un’informazione corretta e precisa ma anche un maggiore investimento, partendo dalla scuola, su un’alfabetizzazione digitale durevole, fondamentale per costruire le coscienze dei cittadini.

Racconto lungo questo di questa settimana. Tre partite da narrare, due F, ed una V.

E cominciamo con quella che potrebbe essere definita la madre di tutte le partite (così la Fossa è contenta). Giovedì la Fortitudo ha sfidato, e battuto, quella che, che vergogna, viene indicata come la più forte del lotto, quella Trieste che ha perso le ultime cinque (diconsi 5) trasferte consecutive (e se a Bologna magari ci sta, a Imola, dai non scherziamo se vuoi scalare la vetta per il piano superiore). La F, quindi, che ha vinto una brutta partita, giocata alla morte, giocando male. Ma nel basket, come in tutti gli sport, conta vincere, altroché partecipare (alla faccia di quello, De Coubertin). Non si scandalizzino e si infurino i tifosi e pensino: chi di loro avrebbe scommesso su un Gandini MVP in puro stile Jabbar (in sessantaquattresimo, vabbè) o sull’allenatore per necessità Comuzzo alla terza vittoria su tre rivoltando (se non la differenza canestri) almeno l’inerzia immediata del campionato?

La Virtus, adesso, che ha giocato all’ora di pranzo della domenica. E altroché guarita. Ha ricominciato a perdere da dove aveva abituato, e cioè in volata: grande vantaggio, anche più sedici, e poi, piano piano si è fatta rimontare perdendo, nel garbage time di 8 punti che, se pure non pareggiano lo scarto dell’andata, larghe macchie di perplessità non possono non lasciare. E va bene l’infortunio patito da Aradori, a quel momento il migliore almeno balisticamente dei suoi, a fine primo tempo, ma dopo il mini filotto con le ultime della fila che tanto aveva fatto enfiare il petto ai facili adulatori, ci si aspettava, eddai tornati pure al completo contro un’annunciatamente dimessa Sassari, più che una prova di carattere (no non di carattere che quello c’è spesso ma da solo non serve), una dimostrazione di forza del tipo hey, ci siamo anche noi, siamo arrivati e adesso sono cavoli per … la Virtus per la quale non si vede cura. E non basta, non è bastato e non siamo sicuri basterà, il rientro di Ale Gentile (comunque autore dei 19 punti che a lingo hanno tenuto a galla il disalberato veliero virtussino), né il ritorno di un Ndoja necessariamente a corto, di fiato e di abitudine. Uno, due giocatori necessitano (da sempre e alla faccia di chi certifica la completezza della rosa) garanti di fosforo e atletismo. E i nomi che circolano (dal Cinciarini, Andrea, surplus di una Milano che come sempre spande e sperpera nel peggiore dei modi, al Wright in uscita da Reggio, sembrerebbe, al grande ex, ma in che condizioni chissà, Langford) sono tutti buoni e servirebbero, eccome se servirebbero. Ma poi? Il tempo per assemblarli ci sarebbe o stiamo già parlando di innesti per la prossima annata? E a capo, Ramagli? O chi per lui? Domande. Senza risposta per ora. Chi tifa vedrà. Manca così poco, d’altronde, allo stop per le final eight e per la Nazionale. Dopo, dal 3 marzo, tutto sarà più leggibile.

Infine, la seconda Fortitudo, quella che vede Verona e la espugna lasciando agli scaligeri, reduci dalla striscia vincente più lunga della lega, la miseria di 54 (avete letto bene, cinquantaquattro) punticini che non basterebbero al minibasket, figurarsi contro questa F che nobilita la altrimenti giornataccia della Bologna dei palloni. Il migliore? Fultz con l’incredibile doppia tripla (3 su 3) sia da due che da tre. Eppoi il Cinciarini (Daniele, che tra poco non ci sia un derby in famiglia?) lentamente ritrovatosi e sempre più indispensabile per punti e presenza.

Infine, una provocazione. Visto il filotto da quattro su quattro del traghettatore coach Comuzzo, chi tra i tifosi non si augurerebbe (nonostante le smentite dei correttini noiosetti alquanto che mentono sapendo di mentine e nonostante non sia bello, né elegante né corretto se per quello, scherzare sui malanni altrui) una volta guarito l’head coach Boniciolli, al quale vanno, sia chiaro, i più sentiti e veri auguri, gli capitasse una cosa da poco, che so un giradito, un’unghia incarnita, un brufolo sul naso, un bruscolino nell’occhio, in modo da poter continuare a sognare una squadra finalmente equilibrata, motivata, non stressata? Che se poi chi di dovere azzeccasse pure due mori appena appena decenti …

Ha incantato tutti, sbattendo in faccia non solo ai presenti all’Ariston ma ad oltre mezza Italia seduta comodamente sul divano il dramma dei migranti. Il monologo di Pier Francesco Favino tratto da “La notte prima della foresta” di Bernard Marie Koltès parla di un uomo che descrive la condizione di chi deve solo subire, sempre e comunque, anche solo per volersi sdraiare sull’erba. Una storia di estraneità ed esclusione, un dramma che quotidianamente, e da tanto tempo, stanno vivendo molte persone.

Un testo assolutamente attuale, politico, in cui essere stranieri, significa essere soli.
Grazie quindi a Favino per averlo portato sul palco del Festival di Sanremo abituato da 68 anni a lusso e lustrini.

Per evitare che questo momento venga troppo presto archiviato, ma soprattutto perché è storia che riguarda tutti noi, il bisogno dello stare insieme, leggiamolo attentamente oggi, facciamone tesoro……

 “Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio

quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così

che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.

Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’.

Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano.

Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là

vai laggiù, leva il culo da là

e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte,

sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare,

non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è

il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’.

A calci in culo ti manderebbero via, il lavoro sta là, sempre più lontano, fino in Nicaragua.

Se vuoi lavorare, ti devi spostare, mai che puoi dire ‘questa è casa mia e ti saluto’

tanto che io quando lascio un posto ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia,

sempre di più di quello in cui vado a stare.

Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo

là dove te ne vai sei sempre più straniero, sempre meno a casa tua.

E quando ti prendono a calci in culo, tu te ne vai di nuovo

quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto.

Fermiamoci una buona volta e diciamo ‘Andate a fanculo’

io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire

se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo tutto il tempo

che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaragua

che ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri

ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli, tutto quello che ci dobbiamo dire

allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.

Io mi sono fermato, ho ascoltato, mi sono detto: ‘Io non lavoro più’

finché non ve ne frega un cazzo di me.

A che serve che quello del Nicaragua viene fino qua e che io vado a finire laggiù

se da tutte le parti la stessa storia.

Quando ho lavorato ancora, ho parlato a tutti quelli presi a calci in culo che sbarcano qua

per trovare lavoro e loro mi sono stati a sentire.

Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che mi hanno spiegato com’è da loro

Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notta al bordo di una foresta

gli portano da mangiare perché non si deve spostare

che spara su tutto quello che si muove

gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.

Mi parlavano di un generale coi suoi soldati che circondano la foresta

tutto quello che si muove diventa un bersaglio

tutto quello che compare al bordo della foresta

tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi

e che non si muove allo stesso modo

Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa

più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero

loro finiscono qua e io finirò laggiù

laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne

Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro

se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più

Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba

l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.

Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,

ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così

almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.”

(la foto è una scultura di bronzo di Mauro Catalano)

C’è un momento ne “La gatta sul tetto che scotta” (il film di Richard Brooks del 1958) in cui Jack Carson (Cooper “Gooper” Pollitt) parlando a sua mamma, nel film, Judith Anderson (Ida “Big Momma” Pollitt) di suo fratello, sempre nel film, Paul Newman (Brick) mentre su tutti loro aleggia la presenza di Liz “Maggie la gatta” Taylor, dice più o meno: “… papà ha voluto che studiassi e io ho studiato; ha voluto che diventassi avvocato, e io sono avvocato; ha voluto che mi sposassi e avessi dei figli ed io mi sono sposato e ho dei figli. Ma lui ha sempre avuto occhi solo per Brick che ha sempre e solo giocato a football …”.

Esattamente come il Cooper del film di Richard Brooks che si è fatto avvocato, marito e padre per compiacere la presenza/assenza di un padre troppo preso da altro, così Stella, la protagonista del libro di Marina Visentin, si è fatta moglie e madre per compensare l’assenza/presenza di una madre scomparsa presto, troppo presto.

In fondo anche Stella, nella sua vita da adulta, nella scelta del marito, nella costruzione della vita stessa, non ha fatto che replicare un’idea di perfezione e di felicità in gran parte fondata sul non detto, quando non addirittura sulla menzogna. Una vita che oscilla, dunque, proprio come oscilla (che in questo caso uso non in accezione negativa ma volendo rendere il senso di un qualcosa che oscilla, ogni momento differente da quello che l’ha preceduto, offrendo continuamente angolazioni e punti di vista a volte anche discrasici) questo “La donna nella pioggia”  tra noir, introspezione psicologica e romanzo di formazione (ma perché costringere questa bella storia in una categoria che, in fondo, nulla vuol dire e nulla può dare, semmai togliere, alla sua compiutezza).

Certo, all’inizio è difficile sopportarne la lettura (punto di vista da maschio, probabilmente) con la mise en place di questo squallore tipico di un certo modello di famiglia (mogliettina, maritino, madre, bambine, casina, amiche/serpenti: quanti danni fa il MulinoBianco), poi, tempo di ingranare, di terminare la presentazione dei personaggi e dell’ambiente (presente quei film con un prologo troppo lungo di cui non si riesce ad afferrare bene il meccanismo né il perché, poi arriva una battuta, un’immagine che appiana il non detto e partono i titoli di testa?) e tutto si fa logico e consequenziale, avvincente e necessario.

“… pensavo di conoscere il posto di ogni cosa, il nome di ogni strada, la mappa della mia vita. Invece …” così confessa la protagonista (e siamo all’inizio). Ed in questa presa di coscienza della propria sconfitta, in questa disperata richiesta di aiuto (ma un aiuto che non da altri se non da se stessa potrà mai venire) sta il succo, uno dei, del narrato.

Perché poi, come in ogni scritto pensato e sofferto (se ne vede di sofferenza in questo), il modo di leggerlo, il livello di lettura può, e deve essere, molteplice.

Ed infatti tutto è uno e trino in questa storia. Il processo di crescita della protagonista (prima c’è la descrizione della depressione da vita mutuata su schemi imposti; a questa fa seguito la presa di coscienza di sé, del proprio fallimento od almeno inadeguatezza; per arrivare, infine, dopo un processo doloroso, sia fisico che interiore, alla liberazione). Ma trine sono anche le situazioni che Stella deve via via affrontare e superare: l’ignoranza (di sé, della propria storia), la rivelazione (che può esserci, se cercata e trovata, qualcosa che darà un senso al vissuto), infine la conoscenza (che arriverà, ma solo dopo aver provato, sofferto e capito). Non a caso, ai tre stati d’animo fanno da contraltare tre situazioni ben distinte che segnano la vita stessa della protagonista: all’intimità dell’inizio, infatti (una vita scandita da regole ferree, orari da rispettare, una casa confortevole ma non a caso situata in una strada a fondo cieco) fa seguito una apertura (alla curiosità, al mondo, alla vita, ben caratterizzata dal viaggio a Torino e sul Lago Maggiore) che si concluderà e troverà la propria giustificazione nella scoperta del mondo e della storia (che qui si intreccia strettamente alla Storia) di sé e della propria famiglia, scoperta che, come in un romanzo d’antan, non potrà che avere la propria disvelanza negli spazi aperti e senza tempo della Patagonia e di Ushuaia, luogo mitico se ne esiste uno nel sentire avventuroso di un paio almeno di generazioni di lettori (“… Ushuaia appare all’improvviso … la città più a sud del mondo, ma in realtà una volta arrivati qui scopri che non c’è niente di così strano … il porto, il mare, le stradine in pendenza, le montagne intorno, imbiancate e frastagliate. Però qui davanti c’è CapoHorn, anche se non si vede, un isolotto roccioso battuto dai venti e dalle onde, sospeso fra l’Antartide e la Terra del Fuoco, dove le acque dell’oceano Atlantico si mescolano con quelle del Pacifico. Uno di quei posti dove le navi andavano a morire. Ancora oggi la gente ci arriva solo per poter dire: io ci sono stato, ho doppiato CapoHorn …”.

E se per riuscire ad arrivare a questo risultato bisognerà superare il riconoscimento del fallimento di moglie (del marito che le rinfaccia continuamente come sia sempre e tutta colpa sua, Stella pensa “… cambiava tutto quando mi fissava serio, concentrato su qualcosa che non mi riguardava, una delle tante cose di cui non aveva voglia di parlare … in quei momenti le sue labbra si ritiravano fino a scomparire … ancora adesso dopo 12 anni, mi capita di guardarlo e chiedermi: perché l’ho scelto? Perché mi sono innamorata di lui? E soprattutto, come l’ho potuto trovare bello, un uomo senza labbra? … il padre delle mie figlie avrebbe potuto essere un altro? Sì … anche se dirmelo non mi piace. Però è così: non sono mai riuscita a vederci niente di necessario nel rapporto con l’uomo che ho deciso di sposare …”), la lontananza da ciò che più caro si ha (“… che ci faccio qui? Così lontana dalle mie bambine! Mi mancano così tanto. Mi manca il loro odore, sentirle respirare, vederle sorridere. Le vorrei qui, in questo istante. E stringerle. Forte, fortissimo. Non riesco a trattenere le lacrime. Mi sento perduta …”), affrontare il passato, un passato fatto di storia e di sangue, un passato, e una storia e un sangue, che avrebbe potuto dipingere le pareti della Casa Rosada “… mescolando calcina e sangue di bue. E così diventava anche impermeabile. Immagino che il sangue non lo utilizzino più da un pezzo per fabbricare colori, altrimenti non avrebbero dovuto fare altro che raccoglierlo da terra, in Plaza de Mayo …” fino ad arrivare alla fine del mondo, in un  luogo, Ushuaia, in cui “… non ci venivi in vacanza. Ci venivi perché ti costringevano. I criminali più pericolosi li spedivano qui. Gli assassini di cui nessuno voleva più sentir parlare. Arrivavano per scontare la loro pena, e qui venivano dimenticati. Di soito ci morivano. Senza che nessuno se ne dispiacesse. Assassini …”, tutto ciò, dicevo, non importa. Perché si è disposti a pagare qualunque prezzo, qualunque, per riuscire ad assemblare, novella QueenOfTheRoad (sia concessa la parafrasi di “Im lauf der Zeit” di Wenders) il “… racconto dei nostri ricordi, molto più di una semplice somma la cui identità è inevitabilmente il risultato di tutto ciò che è accaduto nel passato, sia a me personalmente sia alla mia famiglia, compresi eventi accaduti anche molti anni prima della mia nascita …“. Con la consapevolezza, nuova e dolorosa che tornare è sì possibile, ma “… Volver, ritornare. Se vuelve al primer amor. Tornare al primo amore. Davvero? Davvero c’è un tempo dove tornare? Dove si può avere voglia di tornare? …”.

Ingredienti

  • 500 g farina
  • 200 g zucchero
  • 150 g burro
  • 3 uova
  • 1 busta di lievito
  • un po’ di latte

Per farcia alla crema

  • 2 rossi d’uovo
  • 100 burro
  • 100 g zucchero

Per farcia cioccolato

  • 1 ganache fatta con
  • 100 g cioccolato fondente e
  • 100g panna liquida
  • alchermes
  • Zucchero semolato

Procedimento

Nella planetaria o in una ciotola fare impasto per pesche con tutti gli ingredienti elencati. Tenere solo il latte da aggiungere se l’impasto risultasse troppo duro (deve essere morbido da potere lavorare con le mani senza che si attacchi).

Creare delle palline tipo noce ed appoggiarle distanziate tra di loro nella teglia da forno foderata con la carta. Cuocere a 160 gradi per 10/15  minuti (devono  essere cotte ma rimanere chiare) nel frattempo preparare la farcia.

Per quella della crema nella planetaria montare insieme i rossi d’uovo, lo zucchero a velo ed il burro fino a che non risulti una bella crema omogenea. Per quella al cioccolato sciogliere a fuoco lento, mantenendo mescolato il cioccolato e la panna creando la ganace e farla raffreddare.

Farcire una pallina spalmando la crema, nell’altro spalmare la cioccolata, attaccarle insieme poi immergerle nell’alchermes e dopo nello zucchero,

Buon Carnevale da G&G