|

Marzo 2018

“Invece di assumere un atteggiamento di decoroso e doveroso distacco, l’artefice della peggior Waterloo della sinistra italiana continua a voler dettar legge”. Un Piero Ignazi lapidario fotografa così la deriva del Pd e del suo segretario finto-dimissionario: immobilismo cadaverico. Martedì sera, durante la chiacchierata che il professore ha fatto al Cortile Caffè con tutto il gruppo degli amici del Tiro-magazine, la diagnosi era già uscita in modo chiarissimo. Chi perde deve avere almeno il buon cuore di star fermo un giro, avevamo detto. Il discorso vale per Renzi, prima di tutto. Ma anche per molti altri (Ignazi commenta i 7 punti persi da Renzi come un disastro; il segretario Calvano in Emilia Romagna ne ha persi 11, tanto per fare un esempio). Non c’è possibilità di ripensare la sinistra se non si chiude il ciclo renziano, ha ribadito il professore nell’articolo uscito sul numero di venerdì 30 aprile di Repubblica.  Ma il partito sembra “anestetizzato”. Lo è ai vertici, basta vedere come tutti, anche la cosiddetta minoranza, balbetta di fronte ai diktat del finto-dimissionario che continua a dare la linea Ma la cosa incredibile – ed è quello che il Tiro aveva già rilevato nelle analisi del voto – è l’assordante silenzio della base, dei quadri intermedi, dei segretari, dei consiglieri. Anche loro paralizzati dalla batosta. Incapaci di organizzare il minimo sindacale di chi milita in un partito: guardarsi negli occhi. Un partito dove non scorre più sangue nelle vene, avevamo scritto. Alla luce degli ultimi avvenimenti il silenzio è ancora più clamoroso. Il partito continua nella suo stato imbalsamato che – come spiega benissimo Ignazi – è l’unico modo per Renzi di mantenere quel po’ di potere residuo. Non un’analisi seria della sconfitta. Non una vera ricerca di cercare di riagganciare tutti quelli che se ne sono andati. Non un minimo accenno di abbandonare l’arroganza del renzismo (e dei renziani che è peggio di quella di Renzi). Anzi. Più i numeri demoliscono il castello costruito dal senatore di Scadicci, più aumenta quell’atteggiamento misto di superiorità, rancore e alterigia dei renziani che adesso è anche un po’ patetico. E la speranza di un sussulto, magari proprio dall’Emilia che era terra di un pragmatismo lontano mille mille dallo storytelling renziano, è sempre più lontano. Anestetizzato tutto il partito, spiega il professore. Qualcuno aveva sperato che sotto la lucida analisi di Ignazi partisse una raccolta di firme spontanea dei cittadini per dire davvero “grazie Renzi, ora si cambia”. Niente. Neppure quella. Se la sinistra vuol battere un colpo deve cominciare da qualche altra parte.

Mauro Alberto Mori

Senza sangue nelle vene

Era contendibile. Adesso è persa. Non serviva questa sommaria analisi sui singoli aspetti del voto del 4 marzo in Emilia-Romagna (cioè i tre capitoli precedenti del Tiro su “Come il Pd perderà…..”) per arrivare alla conclusione. Era chiara dalla stessa notte dei risultati. Il Pd in Emilia Romagna non è più il primo partito e, considerando che praticamente non ha grandi prospettive di alleanze, è addirittura terzo. Primo il centrodestra (se starà unito) con circa il 33 per cento, seguito dai grillini (27,6), poi il Pd (26,3). A voler essere rigorosi era chiara dal 23 novembre 2014 quando Bonaccini venne eletto con 535 mila voti (37% di votanti). A voler essere cattivi quello è l’appeal vero, lo “zoccolo duro” si sarebbe detto, dei Democratici in Emilia Romagna. In questa tornata il Pd ha perso 300 mila voti (politiche 2013-2018). Trecentomila: un terremoto. Roba da far intervenire la protezione civile. Invece quello che colpisce è l’assordante silenzio che si è levato dai circoli, dai militanti, dai dirigenti, dagli onorevoli. Mai una reazione vera, di cuore, di testa, di rabbia, di ammissione degli errori, di autoaccusa. Solo il solito rituale. Senz’altro la tristezza dei militanti, la preoccupazione dei dirigenti. Poi però sempre quell’aria di rituale stanco, quell’aria un po’ finta che rende il Pd poco credibile (vedi il discorso di Cuperlo). Addirittura qualcuno che parla del “modello Bologna”. Il modello Bologna sarebbe quello dei 300 mila voti persi in cinque anni. Poi gli slogan vuoti: seimila riunioni dei circoli….eccetera, eccetera. Quello che stupisce è che nessuno, in nessun circolo, in nessuna riunione abbia avuto una reazione vera: una richiesta di dimissioni, una offerta di dimissioni, una raccolta di firme. Dico una provocazione: l’occupazione di un circolo; una delegazione di iscritti che va a chiedere conto al segretario regionale. Di fronte al terremoto encefalogramma piatto. La triste impressione di un organismo, il Pd, nel quale non scorre più sangue nelle vene.

 

Per prima cosa, in questo weekend a chiaro/scuro per BasketCity, un in bocca in lupo grande come una casa a coach Boniciolli, il cui (lieve) malore nel prepartita di Forlì ne ha consigliato il ricovero precauzionale. Il coach rimane l’ultimo allenatore ad aver vinto un trofeo (trofeino?) internazionale a Bologna. Era il 2008/09 quando le Vnere (sponsorizzata LaFortezza e, in Europa, BolognaFiere) vincevano l’EuroChallenge battendo in finale Cholet (grande squadra quella, una squadra che, trasposta ad oggi, ad occhio e croce sarebbe da titolo certo; c’erano Sharrod Ford e Petteri Koponen, il nanone Boykins e Keith Langford, Vukcevic e Blizzard, Giovannoni e Lauwers, Righetti e Jamie Arnold e , toh, un Filippo Baldi Rossi giovane, imberbe e ultimo delle rotazioni e quel Federico Lestini pomo della discordia in casa Fscudata tra lo stesso coach e la Fossa un paio di stagioni fa).

Tornando al basket giocato oggi, esplicitiamo il chiaro/scuro dell’inizio.

Se la Virtus, infatti, batte (faticosamente? no, allegramente piuttosto) Brindisi per 94-85 con una prova maiuscola di AleGentile che, alla faccia dei soliti incontentabili da parterre, regala 31 punti con un 16/24 totale al tiro accompagnato da 6 rimbalzi e molti, succosi,  minuti giocati da 4 tattico avvalorando la tesi di una sua, inaspettata ma compiaciuta ed evidente, evoluzione tecnico/tattica. Un giocatore che potrebbe farsi bastare la quantità per spallare l’odierno basket e che, invece ormai, privilegia un gioco di squadra individuando lucidamente dove e quando e come colpire: un tiro quando serve, un’entrata se necessaria, e poi rimbalzi, assist, la propensione a giocare spalle a canestro per sfruttare mismatch tutti favorevoli. La partita, comunque, ha dimostrato come la vecchia Vnera possa, e sappia, giocare a più dimensioni. Contro Brindisi, vabbè non una delle più competitive ma là si era perso, è bastato giocare al corri e tira: il piano partita prevedeva tiri al limite dei 7 secondi privilegiando la velocità e la “frenesia controllata”, ma, inevitabilmente, si offriva al contropiede degli avversari (tra cui giganteggiava sotto le plance il solito, enorme Lydeka). E’ servita, allora, altra lieta sorpresa, la determinazione e la sfrontatezza del giovane Pajola: 18 anni e non sentirli, anzi. Con lui in campo, un vero mastino, la squadra acquista durezza e, forse, sicurezza. E poi i soliti Aradori e BaldiRossi, Lafayette il ritrovato Stefano Gentile. Con una menzione particolare al guerriero, capitan Ndoja: 10 punti ed il 50% al tiro, ma punti pesanti (anche nel basket ci sono punti e punti e quelli del capitano sono, spesso e volentieri, decisivi). Sbagliavo, però, a non citare coach ramagli. Dopo un periodo in cui, davvero, era impossibile non sollevare dubbi sull’operato dello staff tecnico, bisogna ammettere che la sua mano si sente, eccome. La squadra, questa squadra di giocatori che non avrebbero mai potuto giocare insieme, gioca davvero come una squadra, uno per tutti, tutti per uno.

Passando alla Fortitudo, del coach abbiamo detto, c’è una frase di Luca Bortolotti su “Repubblica” che fotografa perfettamente la situazione: “Senza tifosi, senza allenatore e, alla fine, pure senza una squadra in campo”. Disastrosa la trasferta a Forlì (91-67 per l’Unieuro Forlì). E, per favore, non si accampino scuse. I tifosi al seguito non c’erano, ma il  divieto generalizzato non era certo colpa del team forlivese; il coach è stato male nello spogliatoio, ma la squadra non è stata abbandonata a se stessa, anzi, visto che in panca si è accomodato quel Comuzzo reduce dal filotto da 5 su 5 che aveva portato la Fscudata in vetta al campionato ed era quindi lecito attendersi una reazione di cuore e … palle. Invece, invece l’Aquila si è sciolta al primo accenno di tempesta. Nulli tutti, dai califfi Mancinelli, Rosselli e Cinciarini ai veterani Gandini e Fultz, dai sempre più oggetti misteriosi McCamey ed Amici (ma chi, e soprattutto perché sono astati scelti) agli inutili Pini e Chillo (18 punti quest’ultimo, ma a babbomorto; ricordate il discorso sui punti che servono quando servono?). E va bene che, per fortuna, Trieste fa pari e patta andando a perdere a Jesi, ma dietro Treviso e Montegranaro sono lì a un passo, con la differenza canestri a favore quelli della Marca e Montegranaro domenica prossima al PalaDozza a giocarsi l’aggancio.

Le radici

Il 56,6 per cento di coloro che avevano votato Pd nel 2013 lo hanno rifatto. Solo il 56 per cento. Meno di uno su sei di quelli che lo avevano fatto nel 2013 ha dichiarato di aver ri-votato Pd il 4 marzo. Questo spiega l’Istituto Ixè nella sua analisi dei flussi elettorali (vedi tabella sotto “Politiche 2013 – Politiche 2018”). E ben il 15 per cento ha cambiato completamente campo votando i cosiddetti partiti populisti:  o Cinque-Stelle (7,2 per cento) o addirittura Lega (8,2 per cento). Detto che il tracollo elettorale dei Democratici non può assolutamente essere addebitato solo a Renzi. In questo dato indubbiamente c’è molto di Renzi. Ma, come si diceva, invece di cercare colpe personali, quello che balza in primo piano è lo scarsissimo appeal che il partito ha ritrovato dopo cinque anni di governo. Anche perché al 15% che abbiamo definito populista se ne aggiungono quasi altrettanti (14,2 %) che si sono astenuti. Possiamo dire il 30 per cento di voto “contro”. Contro il Pd, contro il sistema nella regione che era la roccaforte e dove l’amministrazione è ancora nelle mani Pd. Più di trecentomila emiliano-romagnoli (nel 2013 infatti il Pd raccolse quasi un milione di voti) il 4 marzo hanno detto: caro Pd mi hai stufato. Un dato di disaffezione molto consistente. Soprattutto un dato che dimostra, nel caso in cui ce ne fosse ancora bisogno, che l’elettorato anche in Emilia-Romagna è mobile. Il voto di appartenenza è ridotto. Sempre più ridotto. Lo zoccolo duro non c’è più da un pezzo. Ma adesso, dopo il 4 marzo in Emilia-Romagna – direbbe qualcuno in vena di battute – non c’è più nemmeno un infradito.

Fonte Dati: Istituto Ixé. Clicca qui per scaricare l’intero report. 

La Cineteca di Bologna, una delle istituzioni più importanti al mondo nel suo genere, non è solo cinema. O meglio: non si occupa di solo cinema, o almeno non se ne occupa solo da un punto di vista prettamente … cinematografico. All’interno delle attività della Cineteca, un ruolo di grande importanza lo riveste l’Archivio Fotografico (da ora in poi, per comodità, Fototeca) dislocato presso la Biblioteca “Renzo Renzi” di via AzzoGardino 65/b (responsabile Rosaria Gioia).

Per darne conto, per riuscire a rendere la grandiosità della collezione, si pensi che all’interno “… del cuore cinematografico della Cineteca …” sono custodite oltre un milione di immagini divise in divise in due macrosezioni: la prima, che rispecchia la volontà di documentare fotograficamente la storia del cinema, è composta da oltre 350.000 immagini di scena e lavorazione dei film, ritratti di attori e registi e tutti quei documenti visivi che fotografi e collezionisti hanno ceduto o donato alla Cineteca; la seconda, il cui meritorio scopo è quello di curare e rendere accessibile il patrimonio delle immagini storiche di Bologna, ingloba oltre 800.000 immagini realizzate tra il 1873 e il 2000 ed acquistate o donate alla Cineteca (le collezioni possono riunire l’intera produzione di alcuni fotografi, ma anche singoli scatti, piccoli fondi, album familiari, cartoline e stereoscopie).

Naturalmente, e non potrebbe essere altrimenti vista la verve che il direttore Gianluca Farinelli ha saputo e sa infondere alle attività della Cineteca, la fruizione di un archivio di tale spessore ed importanza non può, non deve, rimanere circoscritto alla stretta cerchia di studiosi, appassionati o curiosi. Ed ecco, infatti, che, “… a testimonianza del carattere dinamico che questo deposito vuole mantenere nel suo continuo dialogo con il presente, a scadenza regolari l’Archivio  Fotografico diventa curatore e promotore di una serie di mostre che di volta in volta si concretano su alcuni segmenti monografici, tematici o storici del mondo del cinema e sulla storia della città …”. Così, per questo motivo, perché sono un appassionato, e perché le tante critiche sentite tra chi diceva che c’era troppo freddo (e vorrei vedere, la mostra è nel vecchio sottopasso tra Rizzoli, il Pavaglione e palazzo Re Enzo e spero che nessuno pretendesse un impianto ad hoc per una situazione provvisoria) e chi ne contestava il buio (il bell’allestimento, completamente nero a completare una sorta di labirintico senso di straniamento ma al contempo di inclusione è, ovviamente, … nero), chi criticava che le foto non fossero originali ma copie (senza tener conto che è stato necessario scansionarle da foto antiche e quindi delicatissime perché il loro non rispondere a formati standard non ne avrebbe permesso l’allestimento in  una mostra “moderna”, ottimizzandone in tal modo il formato, la risoluzione e la luminosità per uniformarne la presentazione; lavoro importante, questo della scansione, iniziato da Angela Tromellini e Margherita Cecchini) e chi lamentava cattivi odori assortiti (fino a sentire, assurdamente, tanfo di, scusate, latrina), mi sembravano talmente pretestuose e ridicole da parere inverosimili, ho voluto visitare di persona prima che chiudesse (affrettatevi, manca una decina di giorni alla chiusura programmata, ma speriamo ci sia un’ulteriore proroga) la (bella, bellissima, diciamolo subito) mostra “Bologna Fotografata” allestita (e bene, benissimo, ripetiamo) nel già citato sottopasso Rizzoli (con un bel catalogo, “Bologna fotografata – tre secoli di sguardi” edito dalla Cineteca stessa).

Ma forse, al di là di ogni altra constatazione, è la sorpresa che mi ha accolto all’entrata che mi ha reso così felice. Sulla destra, appena entrati scendendo le scale e prima di iniziare il percorso della mostra vera e propria, c’è una sezione introduttiva intitolata “Bologna rifotografata” che accoglie gli scatti che Willie Ostermann, fotografo, stampatore fine-art e docente di fotografia al Rochester Institute of Technology produsse a fine anni ’90 in quasi un anno di lavoro certosino di ricerca e poi di riproposizione di vecchie fotografie di proprietà della Fototeca arrivando, in alcuni casi, ad aspettare ore per ricreare il momento preciso per avere le medesime ombre o la stessa tonalità di luce dell’originale. Un lavoro lungo e complesso che fu reso possibile grazie alla collaborazione preziosa di alcune, tante, persone tra cui mi piace ricordare Daniele Vincenzi (architetto conosciuto ed apprezzato ma più ancora sorta di agitatore culturale nonché memoria storica dell’esperienza esaltante che vide Dino Gavina protagonista) presente in una delle foto più iconiche del progetto (anche sulla copertina di “Deja View” il libro che testimonia il lavoro di Ostermann e che Pendragon pubblicò nel 2002) o Stefano “Lupo” Veratti. Un’esperienza di cui mi sento, in minima, minimissima parte, partecipe. Willie, infatti, lo conobbi a un seminario sulla stampa fine art tenuto da James Megargee (uno dei più grandi stampatori fine-art che Francesco Nonino, che lo aveva conosciuto durante un suo stage newyorchese, presentò a noi del RossBross, il gruppo di fotografi di cui facevo parte insieme a Willy Cremonini, Oscar Ferrari e Marco Lambertini) negli spazi del Centro Giovanile Rosselli cui allora facevamo capo.

Da lì, dal Centro Rosselli, James e Willie diventarono parte integrante per alcune stagioni del T.p.W. (il Toscana Photographic Workshop), la creatura di Carlo Roberti che, nel corso dei 25 anni della sua vita ha visto, e vede ancora, succedersi come insegnanti delle settimane toscane (i corsi che si svolgevano nei casali e nelle ville attorno Buonconvento, si contraddistinguevano come una delle esperienze artistiche più intense che fosse possibile vivere, fino a diventare negli ultimi anni circuitanti e spostandosi da San Quirico d’Orcia alla Sicilia, da Toledo a Venezia o, come cita il sito del T.p.W. all over the world) personaggi come Sarah Moon e Steve McCurry, Arno Rafael Minkkinen e Leonard Freed, Sally Gall ed Antonin Kratochvil, Douglas Kirkland e Greg Gorman, John Goodman e Gianni Berengo Gardin e tanti, tanti altri. Un’esperienza, quella del Rosselli prima e del T.p.W. poi che legò profondamente Ostermann alla realtà bolognese di quegli anni. E all’idea  di riscoprire le lastre dimenticate della Fototeca per riproporle in un lavoro unico che ben presto fu pubblicato nel bel libro edito da Pendragon di cui si diceva prima.

Tornando alla mostra vera e propria, che dire. È davvero molto bella. Ma più che bella, curiosa, interessante, importante, imperdibile. Per tanti motivi. Non c’è, chiaramente, tutto. Ma c’è di tutto. Chiunque, ma proprio chiunque, potrà trovarci motivi, i più disparati per appassionarsi; chi osserverà con curiosità, chi con interesse e ci sarà chi si emozionerà rivedendo se stesso (bè non proprio se stesso, ma alcune testimonianze di sé e del proprio tempo passato) o riconoscendo scene, persone, situazioni della propria memoria (a me, per dire, e scusate la banalità, vedere Serafini, Bertolotti e John “Kocis” Fultz affiancati nelle striminzite canotte e pantaloncini dell’epoca mentre il coach di allora, Nico Messina, li guarda da sotto in su, arrivava a malapena all’altezza dello sterno di “Gigione” Serafini, com’erano giovani i miei 14/15 anni all’epoca, era il tempo delle illusioni e della spensieratezza, ha fatto venire i lucciconi agli occhi).

Naturalmente, e doverosamente, altri momenti ed altre situazioni sono ampiamente documentate: felici (le ragazze in fiore diventate, per gli scatti di Antonio Masotti e gli scritti di Riccardo Bacchelli “Le Bolognesi”, bellissimo libro, mostra e testimonianza degli anni ’50), storici (i bombardamenti degli anni ’40), tragici (il 2 agosto), politici (il ’68 prima, il ’77 poi), sociali (le serie di Walter Breveglieri e Paolo Ferrari, Piero Casadei e Roberto Serra, Michele Nucci e Fulvio Bugani, Franco e Luca Villani,  Paolo Bettini e Primo Gnani e Arnaldo Romagnoli), artistici (gli scatti d’autore di Nino Migliori).

Ognuno, davvero, potrà trovare un motivo, un ottimo motivo, per apprezzare, e ricordare, questa bella mostra.

I giovani

Il Pd non ha futuro. E un anno in più (cioè il 2019, anno delle Regionali) vuol dire – solo per ragioni anagrafiche – almeno un 2 per cento in meno. Qua non siamo più neppure nelle proiezioni. E’ l’aritmetica dello stato civile. I giovani, non solo in Emilia-Romagna ma soprattutto in Emilia-Romagna, non votano Pd. E non votano neppure Lega (comunque meno rispetto alla media: circa il 14,5 per cento contro un risultato reale del 19). I dati, come sempre, sono quelli dell’Istituto Ixe (vedi tabella sotto). L’appeal dei Democrat, non solo tra i giovani (14,6 fino a 24 anni; 17,6 nella fascia 24-34), ma fino ai cinquantaquattrenni è da terzo partito. Si salvano, per modo di dire, con i prepensionati o pensionati. Quindi in prospettiva un disastro. (Simpatici i giovani pd di Pesaro che hanno “giustificato”, calcolando nascite e morti, il crollo Pd). Disastro doppio perché proprio dai numeri si capisce che comunque il Pd deve “sporcarsi le mani” con i grillini perché il popolo emiliano-romagnolo fino a 44 anni vota Cinque Stelle al 40 per cento almeno. Ma al di là delle strategie che qui interessano relativamente, è evidente che questo è un problema grande come una casa.

Ma il Partito Democratico non sono non ha una risposta, ma neppure ci prova. Anche in questo caso basta guardare i candidati che sono stati messi in lista. Notabili più o meno attempati. Non ce n’è uno che si possa pensare abbia qualcosa da dire a un diciottenne, a un ventenne. Per non parlare della linea e delle scelte politiche: i Democratici pensano solo ai garantiti, mentre hanno fatto negli ultimi anni scelte per garantire sempre meno persone. Amen.

Fonte Dati: Istituto Ixé. Clicca qui per scaricare l’intero report. 

Per le crescentine:

  • 500 g farina 00
  • 1 bustina di lievito di birra secco…
  • Olio evo 1 cucchiaio
  • Sale qb
  • Zucchero 1 presa
  • Latte g 250 (si può sostituire con acqua)

Olio di arachidi per frittura (la traduzione richiede la frittura con strutto…vedete voi)

Dopo aver impastato far lievitare una mezz’oretta, tagliare a losanghe e friggere in olio a circa 160 g

Potete accompagnale a piacimento con affettato misto ( crudo – coppa di testa – salame – mortadella- formaggi morbidi e stagionati , sottaceti )
Noi abbiamo abbinato anche il friggione tipico di bologna e una marmellata per i formaggi di pomodoro e zenzero

Friggione

  • 1kg di cipolla bianche
  • 150 g pomodori pelati
  • Sale un cucchiaino
  • Zucchero un cucchiaino
  • strutto un cucchiaio, (la ricetta originale lo richiede ) si può sostituire con un po’ di olio evo
  • Aceto di vino ( una spruzzata )

Tagliare le cipolle molto sottili , metterle in una ciotola con lo zucchero e il sale e lasciarle per qualche ora che facciano l’acqua.
Metterle poi sul fuoco lento a cuocere con lo strutto, mescolare continuamente dopo un oretta come minimo aggiungere i pomodori e continuare a cuocere un altra ora almeno. Deve risultare una salsa densa. Alla fine spruzzare leggermente con l’aceto. Spegnere e aggiungere un po’ di pepe.

Si può mangiare con tutto, sui crostini, con polenta, con la carne e volendo condire un buon piatto di pasta.

Confettura di pomodoro rosso e zenzero

  • 1 kg di pomodori
  • 300g di zucchero
  • 1 limone
  • Zenzero fresco un pezzetto a piacere ( dipende se lo volete più o meno accentuato come sapore )

Tagliare i pomodori a spicchi dopo averli lavati unite il limone spremuto, lo zucchero e un po’ di Zenzero grattugiato, coprire con una pellicola e lasciare marinare almeno mezza giornata.
Cuocere il tutto a fuoco lento per almeno 2 ore. Se si attacca al tegame aggiungere ogni tanto un po’ di acqua, passarlo leggermente con un mixer a immersione lasciandolo cmq grossolano, cuocere ancora almeno mezz’ora e unite un altro po’ di zenzero grattugiato. Deve risultare compatta e densa.

W le crescentine da G&G

Le donne

Le donne emiliano-romagnole non amano il centro-destra. Anzi, lo hanno clamorosamente bocciato. Le donne premiano, fatto il confronto con i maschi, il Pd. Ma il Pd dell’Emilia-Romagna non se n’è accorto. Anzi, proprio non ama le donne. Banale, sintetico, limpido. I risultati del 4 marzo, in Emilia-Romagna, dicono questo. Inequivocabilmente. Basta leggere i dati del voto per genere elaborati dall’Istituto Ixè (vedi tabella sotto). E’ addirittura eclatante il divario di voto per genere. La Lega prende quasi 10 punti in meno nel “l’altra metà del cielo emiliano”. Il Pd 4 per cento in più. Bocciata clamorosamente nelle urne dalle signore e signorine l’alleanza Salvini-Berlusconi. E non va meglio alla collega Meloni che, nonostante la solidarietà di genere, prende meno della metà dei voti ricevuti dai maschietti. Hanno le idee chiare, le donne. Anche nel decretare il trionfo dei Cinque-stelle: otto punti in più. Diciamo che guardando il voto delle signore si capisce ancora meglio la dinamica del 4 marzo. Soprattutto si capisce il fallimento della dirigenza Pd. Si vede che il cuore delle donne emiliano-romagnole tende, comunque e nonostante tutto, a sinistra. E il Partito Democratico dell’Emilia-Rogna cos’ha fatto: ha snobbato le donne. Anzi, peggio. Le ha messe in seconda fila. Su 18 eletti alla Camera solo 5 sono del genere femminile (alla faccia dell’alternanza eccetera eccetera). E al Senato su 8 eletti 3 sono donna.  Complessivamente, in Emilia-Romagna, otto elette su 26 seggi conquistati. Da notare che i tanto spernacchiati grillini hanno fatto quello che doveva fare il Pd: gli eletti sono metà donne e metà uomini. Non si tratta di quote (che peraltro non amo), ma di politica. Si dice una cosa e si fa il contrario. E il più bello è che, a cose fatte, cioè a frittata fatta con il clamoroso crollo elettorale del Pd in Emilia-Romagna tutti zitti. Peggio: tutte zitte.

Fonte Dati: Istituto Ixé. Clicca qui per scaricare l’intero report. 

A due minuti dal quarantesimo sembrava proprio che nulla sarebbe cambiato per le due bolognesi del basket rispetto alle ultime due settimane. Poi, un recupero di pura volontà di uno Slaughter che man mano che si avvicina il culmine della stagione mostra sempre più un pedigree da livello superiore e due liberi di un glaciale Aradori hanno sancito la vittoria della vecchia e gloriosa Vnera sul difficile campo della Leonessa Brescia (70 a 66). Prima, c’erano stati anche 12 punti di vantaggio, un incubo per chi, di punti di vantaggio, nel corso della stagione ne aveva dilapidati anche più. Ma questa era la sera della Virtus. Che ha vinto, per la prima volta in campionato, contro una delle magnifiche quattro (oltre Brescia, Milano, Venezia e Avellino) ed oltretutto in trasferta, su uno dei campi più caldi, anche se corretti, d’Italia. Certo, Brescia ha dovuto rinunciare all’ex, poco amato, Moss ma anche la Virtus, oltre il lungodegente Stefano Gentile ha avuto la sua defaillance dell’ultimo minuto: si è infatti fermato capitan Ndoja per un colpo fortuito ricevuto in allenamento alla stessa mano destra già colpita duramente durante la gara con Milano. E’ stata così la serata dei reduci (anche Brescia, come la Virtus, è corta rispetto alle altre corazzate), da una parte i terribili fratelli bolognesi (ma arruolati da Brescia) Vitali, uno Michele, con più punti nelle mani, l’altro, Luca, signore degli assist e un Hunt roccioso, spigoloso. A loro rispondevano Alessandro Gentile (12 punti nel solo primo quarto) un Umeh che il suo, quando chiamato a giocare, lo fa sempre (questa volta anche difendendo duro), un sontuoso BaldiRossi, un Pajola che non sembre più il cinno dei primi mesi ed anche, e questa è la migliore notizia della serata, un Lafayette che qualcosa del credito che unanimemente riscuote lo sta finalmente cominciando a mostrare. Che dire. Ci si aspettava una risposta dalla squadra. Una risposta per sapere se e dove fosse necessario intervenire sul mercato, un mercato decisamente negato, come impellente, dalla stessa dirigenza. E la risposta c’è stata. La squadra c’è, è viva, lotta e sembra poter sopperire alle assenze (come detto da coach Ramagli nel dopo gara, sono 8 partite che la Virtus gioca senza uno o due titolari). Basterà per un posto nei playoff, obbiettivo dichiarato di questa stagione? Sembrerebbe di sì, soprattutto se torneranno disponibili tutti gli infortunati. Poi che la squadra sia attrezzata per qualcosa di più, resta da dimostrarlo.

Sull’altra sponda di basket City, invece, il miniderby, o derby di chi non c’è, lo perde la Fortitudo.

Come dite? Non c’era nessun derby? Bè, questione di punti di vista. Questo Fortitudo/Treviso andato in scena nel rinnovato (e bello) PalaDozza, le aveva tutte per poter essere circoscritto nell’ambito della stracittadina. In primis, una delle due contendenti era la Fscudata. Ma, se anche dall’altra parte del parquet non c’era la Virtus, erano i giocatori presenti che potevano far pensare ad un derby di nemmeno tanti anni fa. A parte Rosselli, infatti, reduce della promozione bianconera della scorsa stagione, nei ranghi della DeLonghi, erede sulla carta e poco più (neanche il colore della maglia, passato dallo squillante verde trifoglio ad un banale azzurro o celeste mah) della Benetton di tante sfide gloriose, milita l’Imbrò ex capitano e meteorica promessa (l’altezza e la propensione a giocare sempre a testa alta nonché la inveterata lentezza, di gamba non certo di ragionamento, aveva indotto alcuni nostalgici a scomodare improbi paragoni nientemeno che con LeRoi Rigadeau) degli anni sabatiniani (anni sabatiniani che videro la scesa in campo del figliolo Gerardo, immerso a suo modo in un personalissimo derby personale avendo giocato anche con la canotta biancoblu dell’Aquila) nonché quel Bruttini che si erse a protagonista (il Jabbar virtussino, accodandosi alle facili iperboli di coach Boniciolli nei confronti del suo Gandini) delle finali playoff della scorsa annata. E vincono, quelli della Marca (82-78 andando così sul 2-0 negli scontri diretti, dato fondamentale in caso di arrivo a pari punti), sfruttando ciò che Boniciolli predica e vorrebbe dai suoi dall’inizio dei giochi: grinta, determinazione, mai sentirsi finiti. In una parola, quello che gli uruguagi definiscono garra e che gli uomini di coach Pillastrini (toh, un altro bi-ex che si iscrive a pieno diritto al derby di cui sopra) spargono a piene mani sul campo a partire da metà terzo quarto quando la F tocca il suo massimo vantaggio (+6). Da lì, da quel punto, i duri cominciano a giocare. Da una parte Rosselli (che si spegne a lungo andare) e Mancinelli (un leone, ferito, stanco, deluso forse, ma un leone; è lui l’ultimo a fermarsi ed allora la partita finisce). Dall’altra parte, si accendono i due mori, quel Brown già visto a Roma e il nuovo arrivato Swann che, con un gioco da 4 punti, che tanto ne ricorda un altro ben più sanguinoso, induce brutti pensieri, quei brutti pensieri che presto diverranno realtà. In  mezzo, o per meglio dire, a contorno, la gran prova sotto canestro di Jabbar/Gandini e i buoni punti di un McCamey finalmente sembrato a suo agio nel non dover portar palla (ma si sapeva, accidenti se si sapeva, già prima di prenderlo) e il tuttofarismo di Italiano (ma si devono anche tener presente i nulli o poco più dei vari Fultz, Amici, dello spaesato Okereafor e dell’involuto Cinciarini). Mentre dall’altra parte non si possono sottacere le doppie cifre del su ricordato Sabatini, di capitan Fantinelli e di un Lombardi dalla fisicità straripante. Passando agli staff tecnici, sembrerebbe averne di più quello trevigiano con un coach Pilla sereno e convinto così lontano dall’apparente stato di perenne sopraggiungente crisi di nervi di coach Boniciolli. Che però può trarre buoni auspici da questa partita: la squadra c’è, e quando tornerà il miglior Cinciarini e Okereafor avrà un po’ meglio capito dov’è capitato, chiunque vorrà assaporare il paradiso, dovrà fare i conti con l’Aquila scudata.

“Sovranismo economico; rifiuto dell’ingerenza della BCE sulla Banca Centrale e delle istituzioni europee nelle scelte economiche del Paese; rinegoziare al più presto le condizioni del debito pubblico rispetto alle regole dell’Europa; possibilità di sforamento del rapporto debito/PIL per sostenere le politiche di sviluppo; finanziare i più bisognosi (sussidi); sostegno del bilancio pubblico attraverso la persecuzione dei – soliti e inossidabili – grandi evasori”.

Boutade di Brunetta? Proclama di Di Maio? Editto di Grillo? Linea di Salvini? No. Si tratta del programma messo in atto da Varufakis nel 2015 in Grecia, un Paese europeo poco distante. Se non fosse per l’assenza della Flat Tax, è un programmino che somiglia moltissimo a quello propostoci dei partiti risultati più graditi agli italiani il 4 marzo scorso. Insomma, come accade da millenni, anche stavolta la cultura ellenica ha influenzato il continente ed ha anche evidentemente condizionato i programmi elettorali italiani. Vi ricordate come andò tre anni fa ai piedi del Partenone? Banche chiuse, bancomat inattivi, niente pensioni, niente stipendi e così via. Un ricco menu con contorno di manganellate in piazza. Il 4 marzo scorso in Italia, l’insofferenza verso un’Europa più finanziaria che sociale ha di certo prevalso sui contenuti. Ma chi può dire? Magari qua funziona. In caso contrario, sentiremo i biondi tedeschi ricordarci che “Wie man sich bettet, so liegt man” che grossomodo si tradurrebbe con “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

Massimo Mota

Cosa hanno rappresentato le elezioni del 4 marzo 2018 per la sinistra e per i suoi elettori? E’ questa la domanda che ci siamo posti all’indomani degli esiti elettorali e lo abbiamo fatto perché pensiamo che solo partendo da una riflessione attenta possa seguirne un’analisi e quindi una proposta.

L’esito delle elezioni del 4 marzo era prevedibile, non nella sua interezza certamente, ma negli ultimi mesi e nelle ultime settimane si era delineato un trend che poteva far presagire quel risultato, almeno per il campo del centro sinistra.

E dopo una sconfitta così bruciante occorre, come nello sport, tornare negli spogliatoi e capire cosa non ha funzionato e di conseguenza migliorare e se il caso cambiare gli schemi.

Più di 300 mila voti persi alla Camera nella sola Emilia-Romagna per i PD, mentre la Lega è passata da circa 70 mila voti nel 2013 agli attuali 417 mila, diventando così il terzo partito qui in Regione dietro Movimento 5 stelle e Partito democratico.

Interrogarsi su questa perdita di consensi porta ad un’unica conclusione: abbiamo smesso di rappresentare quelli che ci votano. La rappresentanza in politica è fondamentale e l’elettore deve identificarsi con l’eletto, sentire che lo rappresenta nelle scelte che come deputato o senatore è chiamato a fare. Se la sinistra non riesce più a fare questo significa che lo farà qualcun altro, che il nostro elettore si girerà da un’altra parte e si identificherà con un’altra forza politica. E molti dei vecchi elettori di centro-sinistra, stando ai dati, hanno già chiaro a quale forza politica guardare.

Se vogliamo che i cittadini ci ascoltino e ci votino dobbiamo ripartire dai temi. Il lavoro, in primis, perché se è vero che in alcune aree del Paese l’economia ha ripreso a crescere, c’è ancora un Sud Italia dove il lavoro continua ad essere un miraggio. E lavoro non significa solamente creare nuovi posti di lavoro, ma significa anche diritti. Diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, quei diritti che i governi degli ultimi anni hanno spazzato via, dall’abolizione dell’articolo 18 al Jobs act. Scelte che non hanno fatto che acuire le differenze sociali, facendo aumentare il divario tra i più che hanno sempre meno e i pochi che hanno sempre più. E una società sempre più divisa al suo interno, è una società che cerca risposte nella classe politica, quelle risposte che la sinistra ha il dovere di dare se non vuole perdere il proprio ruolo di rappresentanza dei ceti sociali più bisognosi.

Per questo è importante non solo ripartire dai temi, ma anche dai fondamentali: c’è bisogno di partiti che siano in grado di elaborare la realtà per dare delle risposte ai bisogni. Perché o li capiamo, o altrimenti non si capisce perché ci dovrebbero votare.

Durante la lunga esperienza maturata attraverso l’esercizio della professione è capitato spesso che il paziente, (su richiesta), mi riferisse di “stare bene”, di essere in “forma”.

Approfondendo l’indagine anamnestica scopro che tali espressioni andrebbero  indagate più a fondo per avere un quadro clinico completo della persona che mi appresto ad esaminare.

Cosa significa questa espressione (piuttosto comune), come si manifesta, quando si avvera concretamente nell’esercizio della professione?

É una situazione in effetti complessa, che comprende la sfera emotiva, quella intellettuale, gli stimoli sensoriali e sensuali, l’insieme di tutto questo e buone condizioni di salute competano il quadro di una persona ancora vitale.

La sensazione di “stare bene” ovvero del “benessere” include poi svariate e molteplici situazioni nelle quali la mutevolezza degli stati d’animo e dei sentimenti si coniugano con una soddisfazione attività fisico-motoria che consente all’individuo di svolgere una vita dinamica e partecipata.

Insomma un mix di sentimenti e di emozioni di difficile interpretazione, considerando che la nostra mente lavora incessantemente, creando immagini e pensieri e non si ferma neppure durante il sonno come ci ha insegnato l’interpretazione dei sogni attraverso lo studio della psicanalisi (Freud).

In tale contesto, la nostra mente può essere assimilabile ad un enorme calderone in continua ebollizione, in tale contesto nelle relazioni umane e sociali giocano un ruolo fondamentale sui nostri comportamenti condizionandone il “modus vivendi”.

L’insieme di tutto ciò rappresenta un perno sul qual ruota la nostra esistenza; considerando che non vi è un momento della nostra vita raffrontabile ad un altro, sebbene tutti  concorrano a rendere più viva e stimolante la maniera di interagire con le altre persone ognuna con le relative specificità.

Tornando al concetto originale, in particolare all’espressione “sentirsi bene” ovvero “lo stato di benessere” questo caratterizza solo alcuni momenti della nostra vita di relazione.

Non dimentichiamo che “questi stati d’animo” favoriscono  la concreta rappresentazione del mondo che ci circonda e del rapporto comunicativo con l’insieme delle persone.

Sottolineiamo che nessuna persona è raffrontabile ad un’altra sul piano somatico, culturale, ideologico e psico-comportamentale.

In effetti, ognuno di noi si porta dentro la propria cartolina “genetica” composta da tante faccette, ognuna delle quali costituisce l’insieme dei caratteri ereditati (il cosiddetto “corredo cromosomico”) che si completa e si integra attraverso le proprie esperienze vissute in contesti sociali diversi; nell’insieme tutto ciò favorisce la costruzione di una vita sociale maggiormente partecipata.

Quindi si afferma una filosofia di vita che ci spinge ad agire, secondo la propria coscienza, seguendo le regole che la società indica come linee di comportamento dettate da leggi di cui l’umanità si è dotata successivamente, tramandate da generazioni in generazioni.

Cosi si è formata una nuova cultura che si è diffusa nei secoli attraverso gli insegnamenti dei grandi filosofi e pensatori del modo antico, nello specifico originati dalla civiltà greca, ove circa 2500 anni avvenne una grande  rivoluzione culturale.

Nacque il pensiero filosofico che condusse a creare una visione scientifica e razionale del mondo, abbandonando ogni spiegazione mitica e religiosa  Basti citare tra i giganti dell’epoca Socrate, Aristotele e ricordiamo che fu il precettore di Alessandro Magno.

Questa rivoluzione culturale condusse ad organizzare democraticamente la vita politica nelle città (Polis), che vennero trasmesse nei secoli successivi a tutto il modo occidentale allora conosciuto.

Tornando al tema principale cosa significa “star bene”? Con tale espressione pensiamo ad uno stato che ci fa sentire “liberi” da ogni angoscia e preoccupazioni ed in piena salute.

Sottolineiamo che il “sentirsi bene”, appagato dal proprio lavoro e da un favorevole contesto familiare e sociale è una condizione transitoria che può interessare ognuno di noi, dalla quale è utile trarre positivi insegnamenti di vita.

In tale contesto coesistono delle realtà umane che godono di situazioni positive nel lavoro e nei rapporti umani che favoriscono l’instaurarsi uno stato di “benessere interiore” che si riflette in tutto il  nostro organismo.

In effetti questa felice condizione di pieno “benessere” cioè lo “star bene” interessa le persone che godono anche di buone condizioni di salute.

Dobbiamo considerare, comunque, che lo “star bene” ovvero “il benessere” è una  situazione transitoria  che si affievolisce gradualmente con l’avanzare dell’età e con l’intervenire degli inevitabili stati morbosi “Senectus ipse morbus” ammoniva Cicerone, tuttavia in questo contesto a farla da padrone è l’estrema variabilità delle condizioni di salute.

Nella mia lunga esperienza di medico ho potuto osservare soggetti anziani (sopra ai 70-75 anni) che trascorrevano una vita piena di interessi svolgendo attività loro confacenti, mantenendo relazioni sociali vive e vitali.

Diverse motivazioni stanno alla base di questo fatto ma tale argomento è stato già ampiamente trattato da autorevoli specialisti del settore geriatrico.

Citando Epicuro nella ”lettera sulla felicità” “…mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro”.

Questi  momenti di benessere si alternano a periodi temporali nei quali prevale un senso di inquietudine che interviene quanto meno te lo aspetti e ti fa sentire come se qualcosa dovesse capitarti da un momento all’altro e tu non sai il perché!

Ma nello svolgere del tempo con adeguati aiuti familiari e sociali l’animo si rasserena, tornano i momenti del vivere in pieno il proprio benessere; tale alternanza di sentimenti è connaturata alla nostra maniera di pensare e di agire.

Precedentemente ho citato Epicuro perché alcune sue frasi sono tuttora di valore universale. Epicuro ai suoi tempi ebbe fieri oppositori, odiato ed amato da molti. Un “uomo che pose l’amicizia al di sopra di tutto”.  Il suo pensiero turba ancora le coscienze di alcuni cristiani, dato che la sua filosofia  da ventitré secoli continua a trasmettere un messaggio “che non può esistere vera felicità senza il piacere”.

 

Marzo 2018

A cura del Dott. Giuseppe Pinelli

Già Primario del Dipartimento Cardiologico

Ospedale Bellaria

 

Ingredienti per la pasta

Farina 00 g 400
Burro freddo g 200
Sale (un pizzico)
Acqua freddissima g100

Per il ripieno
1 kg di mele renette o grand smitt
Zucchero di canna g100
Cannella un cucchiaio
Limone 1
Noce moscata un pizzico
Acqua un bicchierino
(un po’ di latte per pennellare )

Una tortiera diametro 24 possibilmente in ceramica

Procedimento
In una planetaria con il gancio a foglia mettere la farina il pizzico di sale e il burro a pezzetti freddo , azionare fino a far diventare sabbioso il tutto, versare L acqua ghiacciata e far andare qualche minuto ( sarà un impasto tutto sgranato )
Trasferire sul tavolo e lavorare a mano X 10 min massimo poi avvolgerlo nella pellicola e mettere in frigorifero

Pulire e Tagliare le mele a fettine di corsa 6 / 7 millimetri e metterle in una ciotola con acqua e limone x evitare che anneriscano ..
in una padella scaldate lo zucchero con gli aromi ( noce moscata e cannella ) unite il bicchierino di acqua e fate caramellare leggermente ( fino a fare le bolle ) a questo punto unite una noce di burro, le mele già scolate dall acqua e la buccia del limone grattugiato.
Cuocere il tutto per circa 3-4 minuti massimo e far un po’ raffreddare ..
A questo punto prendere la pasta, dividerla in due parti , una più grande e stenderla a cerchio , ( prima la grande )
Adagiarla aiutandosi con il matterello sulla tortiera facendola uscire dal bordo ..
Versare il ripieno tenendolo più abbondante al centro.
Ricoprire con l’altra pasta ben stesa ( circa 5 millimetri )
Togliere il bordo in eccesso e pizzicare bene tutto intorno x chiuderla bene.
Con un coltellino fare dei tagli centrali per far uscire il vapore in cottura.
Pennellare con il latte e infornate a 200 g (forno statico) per 15 minuti, pennellare ancora con latte e abbassando la temperatura a 180g cuocere ancora per 15 min, ripetere la pennellatura per l ultima volta è informata altri 10-15 min a 170 (deve risultare in cottura bella dorata).

Farla raffreddare in forno.
Servire con panna acida (1 vasetto di yogurt magro miscelato a 50 g di panna montata) o con panna montata.

Buona coccola a tutti i papà!!!!

Nel 2019 si vota per la regione in Emilia-Romagna. Ha ragione chi dice che ogni elezione fa storia a sé e che, dunque, è sbagliato trasferire meccanicamente i risultati di elezioni politiche nazionali a quelle regionali o comunali. Giusto. Si tratta di cose diverse, a partire dalla legge con cui si vota.  Tuttavia sarebbe un suicidio, da parte di tutte le forze democratiche, progressiste, di sinistra, non cogliere, ancora una volta, la portata di quello che è successo il 4 Marzo.  Minimizzare, sperare che si sia trattato solo di un voto di rabbia momentaneo, che in fondo l’Emilia-Romagna è diversa, che c’è una tradizione di buona amministrazione capace di riassorbire il malcontento, sono gli errori capitali da non fare.  Il Pd ha perso in Emilia-Romagna oltre 300mila voti. Un popolo. Ha perso il primato di principale forza politica a scapito dei 5 Stelle. Ha perso come coalizione nei confronti del centro destra. Liberi e Uguali non va molto più in là dei risultati di Sel. Troppo poco. Per la prima volta il problema non è che la regione sia contendibile, lo è sempre stata, è che andando avanti in questo modo è persa!  Non c’è molto tempo per raddrizzare la rotta. Ed in politica, come nella vita, i tempi sono fondamentali. Occorre da subito fare capire che si è capito. Le prime reazioni non sembrano andare, purtroppo, nella giusta direzione. E’ necessario, prima di tutto, riconoscere che occorre cambiare. E’ ora.

Spostandoci di pochi metri, siamo all’87/a di via Saragozza, rispetto alla “Pasticceria Neri” di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, troviamo la “Piccola baita”, una “… salumeria formaggeria enoteca nata  nel 1994 da un’esperienza del settore  che anno dopo anno in un continuo crescendo si è imposta come un punto di riferimento in Bologna per chi è alla ricerca della massima qualità …”.

La particolarità che subito salta all’occhio è il luogo stesso, volutamente grezzo, campagnolo, che privilegia un arredamento che ripropone stilemi e immaginari da malga di montagna. Eppure, siamo a pochi metri dai viali, appena superata porta Saragozza in pieno centro dunque. E, se lo scopo voluto era quello di allontanare l’ospite, almeno per la durata breve o lunga della visita, dalla città e dal suo tran tran, bè, l’intento è riuscito. Soprattutto se si pensa al contrasto, evidente, con la citata “Neri”, una realtà che sfiora il secolo di vita (è nata nel 1930) e che a un certo punto ha fatto per suo carattere distintivo un aspetto moderno e asettico mentre questa “Piccola Baita”, nata, come citato nella sua pagina web, all’alba del nuovo millennio rincorre un’immagine, ed un’idea, da albori del secolo scorso.

Scelte, diverse, che pagano in entrambi i casi. Perché se infatti la “Neri”, come dicevamo la scorsa puntata, ha mantenuto intatta la qualità e la calorosità di un‘accoglienza memore della squisitezza di anni assai lontani dalla apparente freddezza ed omologazione di un arredo elegante ma impersonale, questa “Piccola Baita” (che nasce, non dimentichiamo, come salumeria e formaggeria) ha saputo riproporre, in un ambiente, piccolo, piccolissimo, e tutto sommato gradevole ed accogliente, l’idea delle vecchie osterie di campagna di una volta. Privilegiando, memore dell’antico ed ancora frequentato mestiere, la qualità delle materie prime aggiungendo un tocco, indispensabile, di cucina. Sarà così possibile alternare (negli orari di apertura in cui sarà possibile accedere anche alle funzioni primigenie di compra/vendita  e cioè dal lunedì al sabato dalle 9,00 alle 15,00; dal lunedì al mercoledì anche dalle 17,00 alle 22,30 mentre dal giovedì al sabato la chiusura sarà posticipata alle 23,30; domenica dalle 10,30 alle 16,30), la sosta, golosa ancorché tipica e solita di simili situazioni, per un pranzo veloce, un aperitivo arricchito da un composito buffet o per una cena anche lenta per la quale, come d’altronde per il pranzo, si potrà optare, oltre sugli immancabili taglieri di salumi e formaggi di qualità (ed ottime tigelle) su pochi piatti caldi offerti a prezzi più che onesti (la pasta fresca, ad esempio i tortellini, è la stessa che può essere comprata al dettaglio) tra cui potreste trovare passatelli in brodo e gateaux di patate, zuppe di verdure o legumi o farro e risotto alla zucca, e qualche dolce (particolarmente goloso il tiramisu smontato) il tutto accompagnato da (in fin dei conti cerchiamo instancabilmente locali ove sia possibile TirarTardi piacevolmente sorseggiando un buon bicchiere) poche ma centrate etichette (più che discreta anche qualitativamente la scelta delle bottiglie mentre per i più esigenti potrebbe risultare un po’ risicata numericamente quella al calice, come d’altronde è però giusto che sia per una non enoteca intesa in senso stretto).

Un’ottima occasione quindi, anche se può suonare strano, di avvicinarsi ai sapori ed alle sensazioni che la campagna sa offrire senza, pigramente , muoversi dalla città.

 

Stefano Righini

Stefano Righini

 

Lo scorso 7 marzo la sezione lavoro del tribunale di Torino ha confermato il licenziamento di una dipendente della società Cidiu – che gestisce i rifiuti della zona Ovest di Torino – colpevole di aver “rubato” un monopattino tra i rifiuti per regalarlo al figlio di 8 anni.

Il giudice pur valutando il licenziamento della donna un “provvedimento eccessivo” e quindi non rientrante nella fattispecie della “giusta causa”, non ha disposto il reintegro al lavoro ma il semplice pagamento di un indennizzo di 18 mensilità applicando le disposizioni della legge Fornero in base alle quali anche se il licenziamento è senza giusta causa ma il fatto sussiste non è previsto il reintegro.

Una storia di quotidiana “ingiustizia” in un Paese dove anche il principio del “buon senso” spesso e volentieri viene interpretato alla rovescia.

Una storia difficile da capire e da digerire per diverse ragioni, ma che – a mio avviso – sintetizza in maniera esemplare e “tragica” uno dei principali motivi alla base della crisi che sta attraversando la sinistra in Italia e in Europa:  il totale scollamento con i valori, i principi, le problematiche e le persone che si ambisce a rappresentare.

Se una palese storia di ingiustizia sociale – un’intollerabile prevaricazione da parte di un’azienda nei confronti di una dipendente che dopo 11 anni di lavoro all’improvviso viene messa alla porta perché voleva regalare a suo figlio il “rifiuto” di qualcun’altro  – diventa “legale” grazie ad un provvedimento votato a stragrande maggioranza dal centro sinistra (e quello stesso scellerato principio – l’indennizzo che sostituisce il reintegro – viene ribadito e rafforzato all’interno della riforma del lavoro proposta e approvata dal governo e dalla maggioranza parlamentare del PD) allora si capisce bene che la sconfitta – oltre che politica – è prima di tutto culturale.

Si capisce che non è semplicemente una questione di “Renzi o non Renzi”, di “mucche nel corridoio” e “fagiani sul tetto”, ma si tratta di qualcosa di più profondo. Di qualcosa che, a pensarci bene, è più difficile da accettare che da capire.

Perché ci si può anche scandalizzare davanti il cinismo dei dirigenti della Cidiu, ma che credibilità si ha se quel licenziamento è reso possibile da una norma che tu hai votato? Cosa vai a dire ai lavoratori di quell’azienda?

La verità, purtroppo, è che da molto, troppo tempo, la sinistra in Italia e in Europa ha abdicato ai valori, ai principi e alle lotte politiche che da sempre ne legittimano l’esistenza e lo ha fatto in cambio della possibilità di sedere al “tavolo del governo”.

Ma che senso ha la “la Sinistra” quando smette di rappresentare “gli ultimi”, i più deboli, gli sconfitti dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale, quando smette di riflettere sul mondo che ha intorno e invece di proporre – o quanto meno provare a proporre – delle soluzioni per ridurre le crescenti diseguaglianze sociali si erge a stenua difensore dello status quo?

Prima dei nomi, prima del prossimo segretario, della prossima sterile conta interna, del prossimo movimento o partito, della prossima insensata lotta generazionale credo sia fondamentale ripartire da qui. Dal definire i “perché”. “Perché” facciamo politica? “Perché” si vuole competere per il governo del Paese, delle Regioni e dei Comuni? Per fare cosa? Per rappresentare chi? quali istanze? Quali idee?

E’ un lavoro lungo. E’ un lavoro faticoso. Ma è l’unica strada per ricostruire qualcosa di “sensato”. Di “credibile”.