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Aprile 2018

“La mafia non è un fenomeno di classi subalterne destinate a ricevere e non a dare la legge, e quindi escluse da ogni accordo di potere, ma è un fenomeno di classi dirigenti. L’incessante ricerca del collegamento della mafia con i pubblici poteri presuppone, inoltre, l’ipotesi e l’interpretazione che non ci sia solo nella mafia un bisogno di stabilire collegamenti con i pubblici poteri, ma anche un bisogno dei pubblici poteri a stabilire collegamenti con la mafia. Cioè, tra le due parti vi è un rapporto di reciprocità.”

 

Questo scriveva Pio La Torre in “Critica della relazione Antimafia” sui Quaderni Siciliani del 1975.  Oggi, 30 aprile, ricorre il 36esimo anniversario della sua morte per mano della mafia a Palermo.

Pio La Torre è stato il primo parlamentare ucciso da Cosa Nostra, un politico che ci ha lasciato un’eredità immensa: come componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia è stato promotore e primo firmatario della legge 646/82 meglio conosciuta come legge Rognoni – La Torre che sancisce in modo definitivo il carattere illecito dell’associazione mafiosa e introduce l’articolo 416-bis del Codice penale che tratta del reato di associazione di stampo mafioso, fino a quel momento non passibile di condanna.

 

Purtroppo non ebbe la soddisfazione di vederla approvare, perché quattro mesi prima, il 30 aprile 1982,  un commando lo raggiunse in moto insieme all’autista Rosario Di Salvo, colpendo entrambi con una sventagliata di mitra.

 

Oggi ricordare Pio La Torre significa fare tesoro delle sue idee e del suo impegno politico e sociale per dedicarsi con maggiore forza a liberare il nostro Paese dalle mafie e dalla corruzione, perché il progetto di una società che si regga sulla giustizia sociale è più attuale e più importante che mai.

 

C’è un momento in “Leopardi” (Hugo Pratt, Lizard editore) in cui David Brukoy, alias BigTamTam) dice a Corto Maltese: “… noi uomini leopardo siamo la giustizia africana. I nostri popoli, le nostre tribù, anche se sono nemici tra loro, riconoscono l’autorità degli uomini-leopardo. Noi ci occupiamo dei crimini commessi fra gli africani contro di loro … se c’è stato un delitto fra gli amazulu nell’Africa del sud e il responsabile fugge in Kenia, saranno gli uomini-leopardo del Kenia a fare giustizia … noi siamo ovunque … in Congo ci chiamano uomini-simba o uomini-leone, sulle sponde dei grandi fiumi siamo gli uomini-coccodrillo … gli amministratori coloniali sono bianchi e i bianchi non hanno mai capito nulla dell’Africa … hanno portato le loro leggi, ma non sanno che esiste la legge africana, la nostra legge, la vera … in Europa o in America, ovunque ci siano degli africani noi siamo presenti ma in mezzo ai bianchi è una faccenda politica, noi difendiamo il nostro popolo …”.

Pensavo a questo, alle parole di Pratt, uno che l’Africa l’ha conosciuta, vissuta, amata quando … ci arriverò. Prima, però, … molto tempo prima che Lucarelli diventasse quel fenomeno mediatico che è ora (stava giusto giusto pubblicando la 1^ avventura del commissario De Luca, una delle figure più belle e compiute della giovane narrativa italiana). Molto tempo prima che Rigosi anche solo pensasse di poter scrivere, tra una corsa in bus a l’altra, le sue storie metropolitane e prima che Fois partisse per il suo personalissimo viaggio alla ricerca di una difficile interazione con la tradizione orale sarda. Molto tempo prima che tanti figli di papà editassero con il proprio nome romanzi scritti da genitori importanti. Molto tempo prima, che quello che, a volte, impropriamente viene definito come noir diventasse fenomeno talmente diffuso che chiunque provi a scrivere, ormai, scrive noir. Prima che il genere divenisse di dominio pubblico e, inevitabilmente, sputtanato da serie TV che paiono piuttosto stanche riproposizioni di telenovelas da repubblica delle banane. Prima, molto prima, di successi editoriali da decine di migliaia di copie tutti uguali, prevedibili e ridicoli. Prima di Vichi e Manzini, prima di Carboni e Marzocchi, di Carlotto e Carofiglio, di Varesi e D’Andrea, prima, molto prima anche di Costantini (ma lui è diverso, è bravo, e merita). Molto tempo prima, dunque.

Era il 1990 ed usciva per Mondadori un folgorante noir italiano, duro, spietato, cinematografico (guardandolo, pardon, leggendolo, si ha l’impressione di essere dalle parti del prologo di “Nikita” di Luc Besson).

L’autore si chiamava (si chiama) Francesco D’Adamo ed il titolo del romanzo, vero e misconosciuto capostipite di tutto un movimento in seguito tanto fortunato, era “OVERDOSE” (non cercatelo, è fuori catalogo, ma se davvero volete ne esiste una copia abilitata al prestito presso la Mediateca di San Lazzaro).

Poi, dopo questo esordio dirompente, l’ho perso nel nulla del nulla pubblicato arrivando, perfino, a supporre che, in puro stile eroe maudit ottocentesco, fosse stato travolto dalle esperienze che descriveva in maniera così sentita.

Ed invece. Dopo tutti questi tanti anni, l’ho ritrovato. Come si ritrova un vecchio amico, una mattina assolata tra un acquazzone e l’altro di quel pazzo inverno che non si decideva a far posto alla primavera.

Solo che ora scrive romanzi per bambini (adolescenti, ragazzi???). E vince premi su premi, anche in giro per il mondo. E non ha niente da invidiare ad autori più fortunati, ad esempio Pennac al quale “Bazar”, una deliziosa pantomima ambientata in un quartiere assai multietnico dove il collante tra le tante realtà è una sorta di felice e demenziale joie de vivre, può tranquillamente apparentarsi (e che l’autore abbia dato una lettura e forse amato “La vita davanti a sé” di Romain Gary/Émile Ajar si può tranquillamente  ipotizzare). E che non ha dimenticato, anzi, l’ha ampliata, una specie di ribellione alle ingiustizie sociali quando, come in “STORIA DI IQBAL” (storia vera di Iqbal, ammazzato a 13 anni dalla mafia dei tappeti pakistani perché assurto a icona della lotta mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile) mette l’accento sul valore della libertà e della memoria che a tutti i costi va salvata perché senza memoria non c’è speranza di futuro o come in “STORIA DI OUIAH CHE ERA UN LEOPARDO” (da qui, la pratica di drogare i giovani schiavi per far loro credere di essere leopardi o altri nobili animali prima di sacrificarli nel calderone di sanguinosissime guerre tribali, il richiamo all’incipit) un romanzo commosso ed indignato in cui si avvicina, per raccontarla, alla immonda pratica del rapimento di bambini per farne tagliagole alla corte dei vari signorotti della morte nell’Africa nera obliata e sfruttata che vive in stato di guerra permanente trovando il modo e la indignazione per raccontare i grandi guasti che i rimasugli di un colonialismo selvaggio continuano a perpetrare nell’abbandono e nell’indifferenza di un occidente cinico e baro nelle culture e nelle vite di tanti ultimi del mondo.

Un autore variegato e forsennato nato urlando del disagio giovane e irrazionale di chi tutto ha, avrebbe, ma non riesce a farselo bastare e che si è trasformato in un autore vero, antico e commosso che urla ancora, ma sommessamente, del disagio giovane di chi nulla ha e quel nulla (la vita stessa, ça va) vogliono fartelo pesare, vogliono rubartelo, vogliono annullartelo.

Così, per quel che conta, per quel che posso, Francesco, non posso che, prendendo ancora a prestito le parole di Pratt, urlarti forte “… buona caccia, fratello …”.

Ingredienti per circa 4 persone

  • 200g spaghetti
  • 4 uova
  • 50 g di pecorino romano
  • 100 g di scamorza affumicata a strisce
  • 2 zucchine di media grandezza
  • 1 busta di zafferano (o qualche pistillo)
  • 1 bicchierino di latte
  • qualche foglia di menta

Procedimento

Per prima cosa lessare gli spaghetti normalmente in acqua leggermente salata, intanto in una ciotola sbattere le uova e aggiungervi zafferano, menta e gli ingredienti restanti, zucchine tagliate a fettine sottili crude, pecorino, scamorza affumicata, correggere di sale e pepe ed infine gli spaghetti con un po’ di latte. Mescolare bene il tutto e versare in una padella antiaderente leggermente unta ben calda. Cuocere da entrambi i lati a fuoco medio per non bruciarla, facendo fare una bella crosticina.

Noi l’abbiamo preparata da tagliare a spicchi ma si può fare anche monoporzione.

Buon 1° maggio da G&G

Circa 400 anni prima della nascita di Cristo, il primo documento scritto di medicina che ci è pervenuto lo si deve ad Ippocrate. Si tratta, in sostanza, di una sorta di giuramento che il medico si impegna a rispettare nei confronti del malato.

Questo documento si fonda, sostanzialmente, su due princìpi dell’etica medica: il primo, il principio di “beneficienza” (cioè l’obbligo di agire per il bene del malato); il secondo, il principio di “non maleficenza” (cioè l’obbligo di non arrecare danni al malato).

Trascorrono molti secoli, si aprono nuove prospettive di studio e di ricerca; clamorose scoperte avvengono nel campo della medicina; in particolare quella sull’origine delle infezioni puerperali, causa sino all’ora di un’ elevatissima mortalità delle partorienti (la febbre puerperale).

Inizia l’era delle vaccinazioni per merito degli studi di Louis Pasteur; si assiste, di conseguenza, ad una drastica riduzione della mortalità nelle terribili infezioni, come il vaiolo, al quale fanno seguito altri tipi di vaccinazione contro le infezioni letali o altamente invalidanti (come la poliomielite). Inizia così in maniera spettacolare l’epoca delle vaccinazioni di massa; di conseguenza, tante vite umane vengono salvate e continuano ad essere salvate (nonostante le inutili, dannose e ottuse polemiche dei nostri giorni sulle vaccinazioni!). Arriviamo così all’epoca della lotta contro le infezioni: la seconda guerra mondiale apre la strada ad una grandissima scoperta per opera di Sir Alexander Fleming: la terapia con la penicillina che salva milioni di esseri umani dalle infezioni batteri che causate da ferite, ulcerazioni, fratture ecc. contrastando così la vera e propria epidemia causata dalla seconda guerra mondiale

Frattanto la ricerca avanza prepotentemente e si estende all’area chirurgica: nel 1967 a Città del Capo, in Sud Africa, assistiamo al primo trapianto di cuore per merito del Prof. Christian Barnard, che dà impulso e sviluppo all’era dei trapianti di organi; contestualmente sorgono i reparti di terapia intensiva e di rianimazione che ben presto vedono questi reparti specialistici affollarsi di malati gravissimi, molti dei quali in stato di coma e mantenuti in vita artificialmente, grazie a sofisticate apparecchiature e alle capacità professionali di un personale tecnico-infermieristico altamente specializzato e dedicato espressamente a quella che possiamo definire una vera e propria missione.

Mentre avvengono queste trasformazioni sul piano tecnologico-organizzativo nell’assistenza di questi malati altamente critici, si apre e si sviluppa un ampio ed articolato dibattito (talora molto aspro!) che vede coinvolti il mondo della scienza, quello cattolico, l’opinione pubblica di ogni ceto, le associazioni laiche, i sindacati e le forze politiche.

Il tema principale viene a focalizzarsi sul problema etico della “sopravvivenza a tutti i costi”; un dilemma con molte sfaccettature ed implicazioni morali e religiose che turbano le coscienze dei cittadini e dell’opinione pubblica in generale. Il paradigma di questa problematica (vita/non vita?), diventa il “caso Englaro” e coinvolge in modo empatico tutta la società. Noi tutti conosciamo come è andata a finire!! Il coinvolgimento delle coscienze diventa perciò globalizzato; ogni persona sente, dentro di sé, un conflitto etico e nel proprio intimo si chiede: “se accadesse a me, cosa farei?; come si comporterebbero i miei figli, i miei genitori, le persone a me più vicine?”.

Al piano etico individuale si aggiungono anche le implicazioni medico-legali di non secondaria importanza che stimolano le Istituzioni ad attivarsi tanto è che vengono promulgate alcune leggi, ma il problema della “sopravvivenza a tutti i costi” rimane nelle coscienze della gente e sembra non avere mai una conclusione certa e definitiva.

Nel frattempo il progresso scientifico prosegue: si aprono nuovi campi di investigazione, sopraggiungono nuovi studi in aree come la genetica e la biologia molecolare.

Il medico, di fronte a queste complesse problematiche si trova come in un labirinto nel quale non riesce ad individuare una via di uscita, anche se continuano i tentativi in tutti i Paesi civilizzati di offrire risposte praticabili sul piano etico e legislativo.

Questo dilemma che presenta le tante sfaccettature prima accennate, turba le coscienze delle persone.

Certamente il problema di questi esseri umani costretti alla più tetra immobilità, anche se assistiti globalmente nei più moderni reparti di terapia intensiva e rianimazione, continua ad opprimere le nostre coscienze.

Illuminante, a questo proposito, un articolo di Adriano Sofri del 18 ottobre 2006 su “La Repubblica” che denominò questi esseri umani delle “vite sospese” che coinvolgono tutto un mondo che ruota intorno a loro.

 

Medicina moderna, seppure antica

 

Un po’ di respiro dopo il terribile, angoscioso quadro prima descritto delle “vite non vite”; torniamo perciò alla nostra realtà di vita di medici che, seguendo i canoni “dell’arte della medicina”, si occupano di malati sottoposti alla nostre cure le cui patologie offrono delle possibilità di cura e, quindi, di guarigione.

Bisogna perciò non trascurare i dettami della “medicina clinica”, la quale poggia i suoi fondamenti prioritariamente, con attenzione e con sommo raziocinio, sulla storia di un malato che si apre all’ascolto del medico con fiducia, serenità e speranza. Il medico dovrà avere la massima cura di scegliere ciò che nel racconto del paziente è importante, sfrondando quel racconto dai dettagli inutili e fuorvianti (ci vuole tempo, pazienza ed empatia!). Le parole divengono così lo strumento più efficace che il medico possiede per capire, interpretare e decidere quale strada percorrere per la migliore e più efficace strategia terapeutica della persona che si affida alle sue cure.

Quindi, le parole divengono un’arma potente che comunque bisogna sapere utilizzare con il massimo giudizio, con molta attenzione nella scelta delle stesse, con molta umanità nell’approccio alla persona malata.

Procedendo con tale metodo di investigazione potremo non solo fare il bene del malato ma anche (visti i tempi che corrono) risparmiare esami costosi e spesso inutili a vantaggio dei tempi di attesa e dei bilanci della sanità pubblica.

Infatti, a questo proposito, viene spesso raccomandato dai nostri amministratori che i medici prescrittori si attengano, nella scelta degli esami diagnostici, al criterio di appropriatezza. In tale maniera si potrebbero ridurre anche i tempi di attesa (spesso lunghi e stressanti), evitando così di dover ricorrere ai costi delle prestazioni della sanità privata. Questo problema delle liste di attesa è divenuto un punto cruciale del Servizio Sanitario che crea malumore, insoddisfazione e acredine da parte del cittadino nei confronti della Sanità pubblica in generale e dei suoi operatori, ai quali non si dovrebbe mai attribuire alcuna colpa per i lunghi tempi di attesa.

Probabilmente questa è la ragione per la quale “il patto non scritto tra medico e malato” in questi anni si è piano piano affievolito e sfilacciato, a causa della perdita delle relazioni umane che sono state soppiantate dalla commercializzazione della pratica medica, dalla crescita incontrollata delle richieste di esami diagnostici non giustificati da un quesito clinico definito ma, anche, dovute ad un eccesso di consumismo causato dal diffondersi della cosiddetta medicina difensivistica.

Tale problematica, soprattutto in questi anni recenti, è stata spesso all’attenzione del mondo della sanità, da parte di politici, amministratori, sindacati, associazioni di categoria, ecc ….

Nel frattempo si è sviluppata una crescente insoddisfazione degli utenti ed, in generale, nell’opinione pubblica (con le dovute differenze tra i diversi sistemi sanitari regionali, perché esistono differenti modi di gestire, organizzare ed amministrare i servizi sanitari).

Infine, non dobbiamo dimenticare che il progresso scientifico procede egualmente rivelando ogni giorno campi di esplorazione sino a non molti anni fa ancora da indagare. Così è cambiato anche il rapporto tra medico e malato che, con una bella espressione, può essere definito come: “quella particolare relazione che si instaura tra una persona ed un medico a partire da uno stato di malattia”, dimenticando, spesso, nella medicina moderna che “guarire è un arte”.

E via così, continuiamo a farci del male (farci fare del, sarebbe più onesto). Altre due sconfitte, identiche nel senso di impotenza espresso, assai diverse nel contenuto per il prosieguo della stagione (della post stagione, in realtà), per le bolognesi del basket. Ma andiamo con ordine, partendo, noblesse (della categoria) obblige, dalla vecchia (in tutti i sensi) Virtus che da squadra completa così com’è (dirigenza dixit) e che arriverà (sembra debba succedere per grazia ricevuta) a quello che viene ritenuto l’obiettivo di minima, l’ingresso ai playoff (magari se qualcuno spiegasse a cosa servirà, se servirà, giocare una postseason che, allo stato attuale dell’arte, vorrebbe dire offrirsi vittima sacrificale di una delle squadre che hanno fin qui sempre e dolorosamente battuto la Vnera) e dopo l’illusoria vittoria contro una stonata Torino, ecco che si regala l’ennesima sconfitta casalinga (e contro una diretta, anzi la più pericolosa tra le dirette concorrenti al fatidico posto playoff) questa volta con Varese. Varese che, sotto di 12 all’intervallo lungo ed ancora in ritardo di 5 a inizio ultimo quarto, si è vista letteralmente regalare la partita da una Virtus stanca, sfiatata, ed in netta inferiorità numerica visto che l’ha giocata con soli 7 uomini (di cui uno, Pajola e senza volergli togliere nulla anzi, fino a tre o quattro settimane fa non metteva mai piede in campo): anche Lawson, infatti, non l’ha praticamente giocata causa un malore di cui si è saputo solo nel dopogara. Poco importa, a questo punto, se poi il migliore è stato proprio Pajola, insieme al solito Aradori (anche domenica 20 punti e 3 assist: a questo punto si merita un monumento) e l’altro Gentile che, in quanto a cazzimma non ha bisogno di imparare nulla da nessuno.
Certo troppo facile sarebbe far ricadere tutta la colpa sull’immobilismo della dirigenza in tema di rinforzi dal mercato. Ma, come già detto ripetutamente, vedere squadre molto, moooolto più in bolletta (per usare un’espressione cara ai bolognesi) che continuano a contrattualizzare giocatori che alla prova del campo si dimostrano funzionali al progetto, fa male. Non tutti fenomeni, ovvio, ma buoni, a volte ottimi, giocatori di sistema, utili, anzi utilissimi a far svoltare una stagione. Un disinteresse, quello della dirigenza, che lascia adito a cattivi pensieri quasi la governace bianconera avesse deciso di accompagnare l’attuale management tecnico ad un allontanamento che avverrà per consunzione, senza offrir loro (allenatore, direttore sportivo, ecc …) alcuna possibilità di poter svoltare sportivamente e professionalmente il loro futuro. E l’annuncio dell’ingaggio ormai avvenuto di Jamil Wilson, discreta ala vista a Torino un anno fa, un giocatore da circa 13 punti, 6 rimbalzi e 2 assist a gara, non può certo, vista la tempistica (ma non si poteva proprio firmarlo in tempo almeno per Varese?), far cambiare opinione.
Passando alla Fortitudo, la partita di Mantova non valeva niente, e vabbene.
Il migliore però continua a essere Mancinelli (e un monumento se lo merita anche lui) e dagli altri, come da troppo avviene, poco o niente si è ottenuto, se non dal nuovo Okereafor (mica fuochi d’artificio, ma almeno una sufficiente dimostrazione di attenzione e voglia di svolgere il compitino). Se poi McCamey, dunque, offre il solito nulla e tra Pini, Chillo, Italiano e Gandini non se ne fa uno, il Rosselli distratto e disinteressato, il Cinciarini che litiga col tiro e il Fultz che paga pegno ai sui anni e ai suoi acciacchi dimostrano una volta di più come , per andare avanti, la Fbiancoblu abbia bisogno di tutti i suoi veterani. E tutti insieme.
Infine, attenzione cara Fortitudo. Forse, prima della partita (e sulla carta soprattutto) era questa la posizione di classifica cui volevi arrivare. Ma, ripeto, attenzione. Certo, dalla parte opposta, a scornarsi tra loro, ci sono Trieste e Treviso insieme a Scafati, Montegranaro e Biella e a quella Treviglio che per alcuni potrebbe rappresentare la scheggia impazzita del girone. Però dopo Agrigento ci sarà, presumibilmente, Verona che è squadra tosta e poi, sempre stando alla logica della carta, o Udine o la favorita forse più accreditata, Casale Monferrato che ha dominato il suo girone e che potrà avvalersi del fattore campo. La via alla finale annunciata ed auspicata con Treviso (o Trieste) potrebbe rivelarsi più accidentata del previsto (o prevedibile).

Originaria di una famiglia contadina di idee socialiste, dopo l’8 settembre del 1943 Gabriella – assieme al marito Bruno Reverberi, cascinaio comunista di cui condivideva le idee – aveva trasformato la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. La giovane donna aveva anche partecipato ad azioni di sabotaggio e, soprattutto, si era molto impegnata (benché avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio), nell’organizzazione dei primi “Gruppi di Difesa della Donna”. Fu proprio grazie all’opera di convincimento dei GDD che, nelle giornate del 13 e del 29 luglio del 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. In quelle occasioni, essendo Gabriella a capo delle manifestazioni, fu minacciata di morte dall’impiegato comunale fascista Reggiani. Per contrastare l’irrobustirsi delle organizzazioni della Resistenza nella zona, nel dicembre del ’44 i fascisti locali, in accordo con i tedeschi, sfruttarono le indicazioni di alcuni delatori e, avvalendosi dell’intervento diretto delle SS, attuarono un grande rastrellamento. Nel primo pomeriggio del 13 dicembre, Gabriella Degli Esposti è catturata, nella sua stessa casa, da un gruppo di SS comandato dall’ufficiale Schiffmann. Benché incinta, viene prima picchiata sotto gli occhi di Savina (una delle due figlie), poi è minacciata di morte perché non dice dove si trova il marito (uno tra i primi organizzatori del movimento partigiano locale), quindi viene portata via. Il giorno successivo, il 14 dicembre, quattro gruppi di SS, agendo contemporaneamente nelle campagne circostanti e nel paese, arrestano una settantina di persone. I rastrellati sono trasportati nella casa di Enea Boni, in località Corona di Castelfranco. Le SS sono collegate telefonicamente con l’Ostkommandatur di Castelfranco, che si è installato in casa Monti, in via Emilia Ovest. Da casa Boni a casa Monti i tedeschi trasmettono le generalità dei fermati, che spie fasciste si premurano di identificare se considerati antifascisti. Sono questi che vengono trasferiti nei locali dell'”Ammasso canapa” di Castelfranco Emilia. Per alcuni giorni i prigionieri sono sottoposti a stringenti interrogatori e a torture. Il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di martirio sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e uccisi (i corpi di altri due vennero trovati in un’altra località). Prima di essere fucilata, Gabriella era stata seviziata orrendamente. Il suo cadavere viene ritrovato privo degli occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. Il supplizio di Gabriella, che è stata proclamata Eroina della Resistenza, induce molte donne della zona a raggiungere i partigiani. È così che si costituisce il distaccamento femminile “Gabriella Degli Esposti”, forse l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

 

La motivazione della Medaglia d’oro concessa a Gabriella Degli Esposti Reverberi dice: “Due tenere figliolette, l’attesa di una terza, non le impedirono di dedicarsi con tutto lo slancio della sua bella anima alla guerra di liberazione. In quindici mesi di lotta senza quartiere si dimostrava instancabile ed audacissima combattente, facendo della sua casa una base avanzata delle formazioni partigiane, eseguendo personalmente numerosi atti di sabotaggio e contribuendo alacremente alla diffusione della stampa clandestina. Accortasi di un rastrellamento, riusciva ad allontanare gli sgherri dalla propria casa per breve tempo e, incurante della propria salvezza, metteva al sicuro le figliole ed occultava armi e documenti compromettenti. Catturata, fu sottoposta alle torture più atroci per indurla a parlare, le furono strappati i seni e cavati gli occhi, ma ella resistette imperterrita allo strazio atroce senza dir motto. Dopo dura prigionia, con le carni straziate, ma non piegata nello spirito fiero, dopo aver assistito all’esecuzione di dieci suoi compagni, affrontava il plotone di esecuzione con il sorriso sulle labbra e cadeva invocando un’ultima volta l’Italia adorata. Leggendaria figura di eroina e di martire.”

 

Il 22 aprile 2006, sul greto del Panaro, in località Ca’nova di San Cesario – dove furono ritrovati i corpi di Gabriella Degli Esposti e dei suoi compagni di lotta e di martirio – è stato inaugurato un monumento, realizzato con una pietra tipica della zona dai ragazzi dell’Istituto “Pacinotti” di San Cesario sul Panaro.

 

I giornalisti tedeschi Udo Guempel e René Althammer hanno realizzato un filmato dedicato alla ricerca dei colpevoli dell’uccisione di Gabriella: http://www.rbb-online.de/kontraste/ueber_den_tag_hinaus/diktaturen/ss_verbrecher_unbehelligt.html [in tedesco, con trascrizione]

Uno dei monumenti piu’ belli da vedere a Bologna è l’arca di San Domenico custodita nella basilica omonima. E’ un opera d’arte unica al mondo e purtroppo poco valorizzata e conosciuta. Oltre ad essere stata realizzata da grandi artisti come Nicola Pisano (duomo di Siena, duomo di Lucca, battistero di Pisa ecc..), Nicolò dell’Arca e Michelangelo contiene ed esemplifica il passaggio dal punto di vista artistico fra il medioevo ed il rinascimento.

L’arca che contiene i resti mortali di San Domenico morto a Bologna nel 1221 è stata realizzata in tappe successive dal 1221 al 1503 per la difficoltà a reperire i finanziamenti. Questa difficoltà materiale si è però rivelata come il fattore generatore dell’unicità che caratterizza l’opera. Infatti l’Arca di San Domenico proprio a seguito di questa lenta realizzazione rappresenta la sedimentazione dell’opera di Nicola Pisano che è stato uno dei principali maestri del gotico europeo, di Nicolò   dell’Arca che è stato uno dei principali scultori del 1400 e di Michelangelo che è stato il piu’ grande artista del rinascimento.

E’ poi di un certo interesse il percorso che ha portato Michelangelo a completare l’opera. Nel 1492 alla morte di Lorenzo il Magnifico, Michelangelo che essendo di una famiglia poverissima dell’alto appennino toscano perse il sostegno che aveva ricevuto dai Medici.  Decise allora di recarsi a Venezia per trovare lavoro, passò la Futa e attraverso il Navile raggiunse Venezia dove ebbe poca fortuna e non trovò alcun lavoro. Il diciannovenne Michelangelo Buonarroti nel 1494 senza un soldo decise di cercare migliore fortuna a Bologna. Dato che allora per entrare nel territorio di Bologna gli stranieri dovevano pagare un dazio di 50 bolognini, cifra che Michelangelo non aveva, provò ad entrare nel territorio di Bologna clandestinamente e fu arrestato. Per fortuna sua e nostra quel giorno passò dal punto di confine il Senatore bolognese Aldrovandi che s’impietosi di quel giovane toscano. Il Senatore pagò per Michelangelo la tassa d’entrata e lo assunse come lettore delle opere di Dante e Petrarca. Durante il soggiorno nella casa degli Aldrovandi Michelangelo ebbe modo di dimostrare alcuni dei suoi talenti artistici. Quando pochi mesi dopo nel marzo del 1494 Nicolò dell’Arca che stava completando l’Arca di San Domenico finanziata dal Senato bolognese mori’ il Senatore Aldrovandi propose di farla completare a Michelangelo. Cosi’ il giovane Michelangelo scolpi le tre statue ancora mancanti: un angelo, San Procolo e San Petronio.Lo stile e la qualità elle opere di quel giovane scultore destò grande attenzione e da Bologna Michelangelo decollò verso Roma dove era Papa Giulio II…

Chissà cosa sarebbe successo se il Senatore Aldrovandi non avesse pagato quella multa e poi accolto nella sua casa quel giovane straniero che parlava un’altra lingua rispetto al bolognese di allora… Un motivo di piu’ per visitare la basilica di San Domenico e godersi l’Arca .

 

Giovane. Molto giovane. Giovane lo staff. Giovane il concept che sta dietro al “Rude” di via Rialto 10. Giovane e piacevole, accogliente, riposante. D’altronde è tutto il quartiere, quel mini comprensorio formato da via Rialto e via Orfeo (almeno fino all’incrocio con via Degli Angeli/via De’Coltelli) che propone locali davvero interessanti, un piede nel passato ed uno nel futuro, indecisi come sono tra arredamenti vintage e location iper razionali e atmosfere da vecchi circoli anni ’70 e pub da ultimo millennio. Ma, soprattutto, lontani, lontanissimi, dagli standard troppo omologati dei format che sono diventati il palcoscenico principe della movida del centro e dei suoi mercati. O ancora, per semplificare, più Blundstone e DrMartens e meno tacchi 12 o, ancora, più Erasmus e meno futuri avvocati (si generalizza, ovvio, le singole individualità non sono contemplate in questo appena detto).

Unica concessione alle mode del momento, una spiccata attenzione alla mixology servita, però, mantenendo lo stesso spirito informale e comunque coinvolgente che è un po’ la cifra complessiva del “Rude”. Ottima la scelta, per dire, dei cocktails, la loro presentazione, le variazioni offerte. Ed ottima, la preparazione (ne fa fede, ad esempio, quella del Martini Cocktail, che come è universalmente noto costituisce da sempre il vero e proprio banco di prova di qualunque barman o bar tender che dir si voglia). A dimostrazione che, al di là della fuffa che troppo spesso si crede indispensabile per stare dietro un bancone, la serietà e la preparazione sono caratteristiche che pagano sempre. Le piccole preparazioni di food, quelle che possono accompagnare le bevute (a proposito, oltre i molti miscelati, alcuni anche rari e ricercati, le birre , una golden ale, una apa ed una blanche, sono fatte in casa mentre sono presenti una decina di discrete bottiglie di vino tra bianchi, tra cui un’unica bollicina, un  prosecco, e rossi), seguono la stessa linea. Poca scelta, cioè, per una ristorazione veloce che però privilegia sempre la qualità delle materie prime.

In sostanza, ed in un’immagine (che comprende quella del bel dehors su via Rialto, una delle vecchie, storiche, affascinanti, piccole vie del centro storico), un ottimo biglietto da visita, questo “Rude”, per un quartiere da riscoprire, ma con cura e rispetto, e tenersi caro.

 

Stefano Righini

Stefano Righini

Bologna per quattro secoli, fino alla metà  del 1700  fu la capitale europea della produzione della seta. Il nome del portico piu’ famoso di Bologna il Pavaglione è collegato a questa produzione. Il portico e la piazza antistante, ora intitolata a Galvani, ospitavano i banchi della fiera annuale dei bachi da seta, da qui il nome di palazzo dei Banchi, quello che guarda piazza Maggiore, mentre la tesi piu’ accreditata per il  portico del Pavaglione sostiene che derivi il suo nome dal padiglione in legno che era costruito nella piazza antistante per ospitare la fiera  dei bachi da seta ( pavillon in francese e pavajon in dialetto bolognese). Altri sostengono invece che il termine derivi dal latino papilio-onis (farfalla) ossia il portico delle farfalle.

Ma perché a Bologna si cominciò a produrre la seta?

Fu una scelta del Comune di Bologna, a partire dal 1230, con un’originale politica tesa ad assicurare lo sviluppo della città, s’incoraggiò l’immigrazione di comunità e gruppi di artigiani con elevate capacità tecniche in particolare nella produzione della lana e della seta.  A coloro che si fossero trasferiti a Bologna per fondarvi un’impresa il Comune prometteva: due telai in regalo, l’uso gratuito di casa e bottega per otto anni; un mutuo senza interesse di 50 lire bolognesi per cinque anni; l’esenzione delle imposte per 15 anni e la concessione della cittadinanza. In poco piu’ di un paio d’anni si trasferirono a Bologna che allora non aveva piu’ di 20.000 abitanti circa 600 persone. L’operazione fu compiuta in seguito piu’ volte. La maggior parte degli artigiani che emigrarono a Bologna provenivano dal settore laniero ed erano di origine veronese, mentre alcune decine che producevano la seta provenivano da Lucca. Uno dei discendenti delle famiglie lucchesi stabilitesi a Bologna, Bolognino da Borghesano di Lucca applicò ai filatoi lucchesi l’energia idraulica ottenuta dai canali che scorrevano in città. Questa innovazione tecnologica, poi perfezionata ed ampliata, diede alla seta bolognese un vantaggio di prezzo e qualità che fece diventare Bologna la capitale europea della produzione della seta. Sul finire del 1500 all’interno delle mura della città si contavano 119 mulini, 300 filatoi ed almeno 20.000 abitanti dei 60.000 che allora popolavano Bologna erano collegati alla produzione della seta.

Quelle scelte compiute a Bologna nel 1200 forse potrebbero insegnarci qualcosa anche oggi…

Sei punti ad un’inguardabile Piacenza e la Fortitudo completa, dopo Virtus e Bologna (in puro ordine cronologico: la Virtus sabato sera, il Bologna domenica nel primo pomeriggio e la Fortitudo, appunto, domenica in serata), il perfetto weekend sportivo bolognese. Una triplice vittoria che non usciva da tempo sulla ruota arrugginita della riffa cittadina. Come dite? Che le avversarie di turno non erano granché? Vero. La Torino battuta di due da una Vnera incerottata veniva da cinque sconfitte consecutive (e ora sono sei). Ma è pur sempre la vincitrice della Coppa del Nonno (pardon, CoppaItalia) di un paio di mesi fa. Per vincere la quale non ha badato a spese cambiando in pratica mezza squadra (meraviglie o porcate, fate voi, di un regolamento che sembra stilato da uno che, fuggito da un centro di recupero per alcolisti, si ritrovi per miracolo catapultato in una distilleria clandestina in cui trova un taccuino su cui traccia, tra una bevuta e l’altra, i capisaldi del, appunto, regolamento) firmando perfino quel Vander Blue che sarebbe dovuto e potuto essere il più grande colpo di mercato delle ultime stagioni (il pedigree e lo status di ex NBA giocata e non passata a sventolare asciugamani lo avrebbero lasciato supporre come, d’altronde, ha indotto la solita critica demenziale a votarlo MVP di una competizione, la Coppa, giocata così così. Mai previsione, però, fu meno azzeccata: il giocatore è una vera ciofeca, fidatevi di chi, astutamente, lo ha preso al fantabasket).

Passando al calcio, e al Bologna, è vero anche in questo caso che il Verona è veramente scarso. Forse la peggior squadra del lotto, e il fatto che abbia così tanti punti più del Benevento, costituisce uno di quei misteri assai poco gloriosi che fanno la storia di quello che alcuni vorrebbero il gioco più bello del mondo.

La Fbiancoblu, infine. Di Piacenza, si è detto, inguardabile; e quindi sì, forse è vero, se non le peggiori del lotto, dei rispettivi lotti, forse le bolognesi hanno davvero incontrato alcune delle, o quelle che più lo sembrano in questo momento. Epperò, è anche vero che spesso, troppo spesso in stagione, partite simili, contro avversarie simili, assai abbordabili sulla carta, si sono rivelate insormontabili e si sono perse anche in maniera sanguinosa.

Passando alle disquisizioni tecniche, il Bologna lo lasciamo a chi ne capisce, di football. Ohi, non che di basket noi se ne comprenda, ma la presunzione è tale e tanta.

Quindi, la Virtus vince ergendosi a grande solo dopo aver concesso di tutto, e a tutti gli avversari, per almeno un quarto in cui il divario di soli 8 punti al primo stop non deve trarre in inganno. La colpa, o la fortuna, è imputabile solo alla pochezza di Torino che, oltre ad una ordinaria ma sterile supremazia a rimbalzo, offre ben poco altro. Dal secondo quarto (+7) in poi (terzo a +4 fino al +2 finale per il conclusivo 67-65), la Virtus sarà sempre in vantaggio stringendo le maglie difensive e mostrando qualità da mastini in Umeh (peraltro alla sua peggiore al tiro per un totale -3 di valutazione), in Pajola (che se c’è da sporcarsi nel gioco sporco si fa trovare sempre pronto) e di Gentile (Stefano chè Ale lo rivedremo solo tra un paio di settimane e già le sento le Cassandre da parterre: senza di lui 3 vinte su 3 e la squadra gioca meglio – ma Aradori no, senza Ale tutti lo braccano ed è più dura – e bla bla bla …). Se poi aggiungi Ndoja che non c’è al tiro ma la grinta, quella, non la fa mai mancare e Lawson al suo massimo in LegaA (18 punti), ritrovi il quintetto dell’anno scorso (chiaro, Pajola per Rosselli) e questo la dice lunga sulle qualità, mancanti, di Torino. Degli altri, che vanno a sprazzi, Aradori ne fa una buona ed una no (per dire, la palla persa che potrebbe riportare avanti Torino ma anche il tiro libero all’ultimo secondo che definisce il punteggio), Lafayette difende ma insomma …, e Slaughter non è pervenuto. E per una volta tanto, anche coach Ramagli sembra un vero coach. Gli manca la star e lui convince i comprimari a fare i … comprimari: palle (e non metaforiche), sudore e gomiti sbucciati. Con Torino è bastato. In futuro vedremo.

Ora, la Fscudata. Che parte male, malissimo (9-28 il primo quarto per Piacenza) ma rimedia subito (già 30 punti nel solo secondo quarto). Da qui in poi, e fino al 76-70 finale (che le consegna il primo posto seppur in coabitazione con la Trieste sconfitta da Udine), sarà sempre avanti avendo, come migliori in campo Mancinelli (punti) e Rosselli (fosforo e regia occulta) accompagnati, questa volta, da un Fultz che, almeno domenica, sembrava non sentire gli anni che sono passati. Degli altri, al solito, uno dei peones si esalta (questa volta è Pini a segnare 14 punti con buone percentuali) mentre gli altri, tutti gli altri, non si capisce a che gioco giochino.

In ultimo, un pensiero a coach Pozzecco. Senza infamia e con qualche lode è a 3 vinte su 3 giocate. E a questo punto si può solo provare a immaginare cosa potrebbe fare con due americani che, insieme, ne facciano almeno uno invece dei due che si è trovato in eredità dalla passata gestione (McCamey spettatore pagato in campo, e non è una novità, e Okereafor che non si capisce cosa potrebbe, ne potrà, dare).

Lo avevo letto, e studiato, al tempo della sua prima pubblicazione a fine anni ’80 a cura dei tipi de IlMulino. Riproposto adesso in una accattivante veste editoriale dalla Cuepress, non ho potuto esimermi dal procurarmelo immediatamente. E com’è naturale che sia, appena  ho sfogliato questo “Brecht regista – memorie dal Berliner Ensemlbe” a firma Claudio Meldolesi & Laura Olivi, mi è tornata in mente una nota del 17 settembre del 2009. Avevo appena avuto una notizia che aveva suscitato un dolore enorme e questo è ciò che scrissi: “… infine, un saluto a Claudio Meldolesi. Casualmente, quasi un presagio, quasi un omaggio inconsapevole, lo scorso numero è stato monograficamente dedicato all’edizione 2009 di “Danza Urbana”. Teatro, dunque. Per chi non lo abbia conosciuto, Claudio è, era, è stato, uomo di cultura (professore di “Drammaturgia” e di “Storia dell’attore”, preside del DAMS, diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, accademico dei Lincei, tra i fondatori delle riviste “Teatro & Storia” e “Prove di drammaturgia”, e del Centro la Soffitta) e uomo vero (agitatore culturale, riformatore teatrale, appartenente, per dirla con Fausto Lupetti,  a quella “… generazione che ha tentato di dare l’assalto al cielo …”). Ma oltre a tutto questo, più ancora di tutto ciò, Claudio è un vecchio amico e un antico maestro. Che mi/ci ha lasciati da soli uno di questi piovosi giorni di metà settembre. E il cielo del Teatro, quel cielo che provò ad assaltare, d’ora in poi sarà un po’ meno brillante …”.

Naturalmente, altre cose ho trovato, leggendo questo testo, un testo che mi ha riportato ad anni passati, anni in cui quei nomi di autori, attori e registi che amavo, mi avevano fatto pensare a come sarebbe stato bello se il teatro, e quel teatro in particolare , potesse diventare la mia vita. Vita che, invece, mi dimostrò il contrario …

Ma soprattutto ho ritrovato le parole e la statura intellettuale, il rigore scientifico e la passione di chi, a lungo, fu per me un maestro. Strutturalmente, chiaro, il testo non dice nulla di nuovo (e per descriverlo non trovo parole migliori di quelle estrapolate dalla prefazione di Marco DeMarinis, che servono anche a concludere un percorso nella memoria squisitamente personale: “… questo volume ricostruisce in maniera vincente, ma in realtà ci fa rivivere, una delle avventure più straordinarie del Novecento teatrale: quella che ebbe per protagonisti Bertolt Brecht, in veste di regista oltre che di autore, e la compagnia del Berliner Ensemble a Berlino Est fra il 1949 ed il 1956, anno della morte del grande drammaturgo …”. Erano, si nota, gli anni difficili del dopoguerra, quelli della nascita della cosiddetta guerra fredda, della morte di Stalin, dell’effimera stagione delle primavere di alcuni regimi comunisti europei che verranno soffocate dal maelstrom della sanguinosa repressione della rivolta ungherese. Nel teatro, è il periodo faticoso del passaggio dalla stagione rutilante dei padri fondatori della regia (Erwin Piscator e i due Max, Vallentin e Reinhardt  e l’unico che ancora rimane in vita, Gordon Craig) a quella del Nuovo Teatro (che arriverà solo dopo qualche tempo ancora) già anticipata, però, in qualche modo dai protagonisti dell’Assurdo (da Jarry a Beckett, da Ionesco a Schehadè, da Pinter a Vian e Genet).

Ma altrettanto indubitabilmente, conferma una volta di più,se ce ne fosse ancora bisogno, come l’avventura umana e teatrale del drammaturgo Bertolt Brecht che volle farsi regista costituisca una delle parabole  artistiche di più fondante importanza nella storia del teatro moderno. Ad avvalorare questa mie parole, il concetto espresso allora dallo stesso Meldolesi: “… il nuovo caso Brecht che sta montando negli ambienti culturali potrà comportare una più dettagliata intelligenza problematica … guardando agli interessi della cultura, oltre che a quelli dello scrittore di drammi, direi che scopo primario della reinassance dovrebbe essere di arrivare a un riconoscimento senza reticenze di Brecht come maestro di teatro che, come tale, incise e continua ad incidere nella vita culturale …”.

Una conferma, per me e molti altri che come me non abbiano perduto il gusto dello scandaloso ricordo. Per gli altri, i tanti altri che questa perversione non possono permettersela, una scoperta fulminante.

 

Ingredienti

  •  10 foglie di verza ( la parte più interna e chiara)
  • 2 etti pane grattugiato
  • 150g frutta secca mista (noci anacardi mandorle e nocciole)
  • 150g di parmigiano
  • Pugno di prezzemolo
  • Pugno di scaglie di mandorle
  • Cucchiai di salsa di pomodoro

Procedimento:

Pulire e lavare la verza dopo averla fatta sgocciolare bene. Preparare l’impasto per la farcia unendo insieme gli ingredienti (la frutta secca prima di tritarla va tostata un attimo in forno)

Aggiungere sale, pepe e olio d’oliva.

Riempire ogni foglia con un cucchiaio abbondante di impasto.

Chiudere arrotolando, stringendo un po’ il fagottino per poi girare le estremità laterali.

Posizionare i fogottini in una teglia da forno unta, aggiungere sale, pepe e un filo d’olivo anche sopra e cuocere in forno per mezz’ora.

Se serve aggiungere un po’ di brodo vegetale.

In una padellina tostare le mandorle a scaglie, impiantare mettendo come base un po’ di crema di pomodoro, il fagottino e qualche scaglia di mandorle.

Buon Appetito da G&G

Molti anni fa Bologna, soprattutto per me che tornavo da Perugia, città bellissima ma un bel po’ morta all’epoca, era vissuta un po’ come il paese dei balocchi. Davvero, in ogni cantina si poteva nascondere un mondo incantato, fatto di incontri, di musica, di spettacoli, di voglia di vivere e stare insieme. I portoni dei palazzi, tutti, erano aperti, e si poteva tagliare da una strada all’altra scoprendo itinerari diversi e percorsi magici e incantati che attraversavano una città sconosciuta, una città verde ed ombrosa, celata eppure lì a portata di mano se solo si avesse avuto la voglia di lasciarsi perdere nelle notti a volte nebbiose come un batuffolo di cotone a volte terse come certi cieli di Finlandia.

Non si pensi all’omologazione di questa Bologna di adesso, una Bologna in cui il solo mondo possibile sembra essere quello del food, un mondo artefice di una convivialità forzosa e standardizzata, massificata e globalizzata.

Era davvero un mondo aperto al teatro, alla musica, rock, beat, punk; si passava davanti uno qualunque dei grandi palazzi del centro, si spingeva il portone e si scendeva nelle grandi cantine con il tetto a volta. Dentro, in stanze arredate spesso a costo zero e che parevano uscite dal magazzino di un rigattiere, quelli (attori e registi, cantanti e gruppi, artisti e intellettuali) che anni dopo sarebbero stati ascoltati e guardati sui palcoscenici o le cattedre di tutta Italia.

Quello spirito, quella voglia di fare, inventare in una città forse più povera ma dove anche le istituzioni facevano la loro parte, e comunque infinitamente più ricca di inventiva e fantasia, un po’ si è perso nel tempo e nel divenire di una società più fatua e certamente meno innocente. Eravamo a metà degli anni ’70 e ancora pochi anni e tutto sarebbe cambiato. Per sempre.

Se si tiene conto di tutto questo, si capirà l’emozione, non trovo un altro modo per esprimere quello che ho sentito, provata entrando al numero 58 di Strada Maggiore, in quello che sembra, da fuori, un negozio di bric-à-brac la cui ingannevole insegna cita ancora “Plissè – Laboratorio Sartoriale”.

Basterà superare la diffidenza iniziale, però, per trovarsi, sorpresa, sorpresa, in uno di quei mondi magici e incantati tanto cari a Hugo Pratt. Dopo l’ingresso (scompagnate librerie affollate di libri e VHS, specchiere poltrone e sedie che paiono quelle del salotto buono di una zia dimenticata ed improvvisamente ritrovata e la particolarità è che tutto si può acquistare) si apre un’altra sala e poi un’altra ancora (sono in totale quattro, oltre l’ingresso già descritto, c’è la sala del pianoforte, quella del bar con un grande lampadario ed una piccola consolle per improvvisati djset ed un disimpegno che conduce ad uno spazioso bagno grande anch’esso come una stanza per un totale di poco meno di un centinaio di metri quadrati). Questo è Brexit, circolo ARCI appena nato, pensato, inventato e costruito dal mago (vero) Massimo Somma già titolare di SpazioIndue di vicolo Broglio (adesso IlNero) insieme ad un manipolo di amici (Sivlia Boschi, Alessandro Alis, Alessandro Sibi, Vincenzo Zampella e alcuni giovanissimi adepti tra cui Elettra, Silvia, Paola e Michele). È un circolo ARCI, si diceva, un luogo d’ascolto, come raccontano loro stessi, ed uno spazio d’incontro molto, molto trasversale (è frequentato da studenti e professori, professionisti e squatter, aspiranti registi e fotografi, scrittori in fieri e architetti) in cui si susseguono, ma il calendario, se esiste, non è seguito, serve solo da traccia per dare un’idea, piccoli concerti acustici, presentazioni, letture, laboratori su immagine cultura ed arte, djset appositamente studiati e serate di magia ma dove soprattutto è possibile sorseggiare cocktail e buoni vini magari accompagnandoli con le preparazioni della piccola cucina (è previsto un piatto specifico per ogni giorno della settimana). Brexit, che teoricamente apre tutte le sere alle 18, ma l’orario così come il programma è variabile, si chiama così perché “… è un nome che spiazza, è un punto d’incontro d’altri tempi, uno di quei posti che puoi incontrare per caso in una metropoli europea come Londra o Parigi e che invece è in Strada Maggiore, un luogo che è un’astrazione, ha una coscienza sociale ed è sensibile alla psicologia del gioco, un posto della memoria visionario e presente al centro del quale c’è la manualità, dove le cose si fanno, come ad esempio la calza a mano e il giardinaggio …”.

Un luogo come quelli di una volta che cercavo di raccontare all’inizio, ingombro di ricordi e di speranze; un luogo che se non lo si conosce, merita di essere visitato.

Stefano Righini

Stefano Righini

Mentre io sono a godermi qualche giorno di vacanza, poco lontano – precisamente a Pisa – un mio carissimo amico sta salendo la scaletta dell’aereo che lo porterà in Libano. E’ componente della Brigata “Julia“, la grande unità dell’Esercito italiano del contingente Leonte XXIV nella missione Unifil, la missione ONU, appunto, in Libano.

Non nascondo che quando via watsapp mi sono vista arrivare l’immagine del basco blu, ho avuto un sussulto ed anche i brividi…Sì, perché so quanto ci teneva, quanto desiderava raggiungere questo obiettivo.

Ogni giorno milioni di persone si scontrano con lo spettro della guerra. Vivono in territori in cui con estrema fatica la pace la si costruisce metro dopo metro. Affrontare una missione è un impegno di civiltà e straordinaria umanità verso questi cittadini che soffrono.

Mille uomini circa da aprile ad ottobre sosterranno attività di monitoraggio della cessazione delle ostilità nelle zone di confine con Israele, l’assistenza alla popolazione locale e il supporto all’addestramento delle forze armate libanesi. So che lui onorerà quell’ impegnativo basco blu, come d’altronde ha sempre fatto quotidianamente nel corso della sua carriera e nelle missioni precedenti.

Questa sicuramente ha un sapore diverso, lo so, lo sappiamo. Ed è per questo che oltre a ripetergli “fai attenzione”, con gli occhi rivolti al cielo lo abbraccio virtualmente con orgoglio, gratitudine e un pizzico di commozione….come succede alle “sorelle”.

 

[p.s. se riusciremo, attraverso questa rubrica cercheremo di raccontare nei mesi che verranno un po’ di questa missione, essere una piccola finestra aperta…..]