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Aprile 2018

Pensavo davvero non avrei scritto nulla su “Non lasciarmi” il romanzo di Kazuo Ishiguro giudicato dal Time miglior romanzo inglese del 2005 ed inserito dallo stesso nella lista dei 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 al 2005, finalista, sempre nel 2005, al Man Booker Prize, vincitore nel 2006 della 4^ edizione del premio letterario Merck Serono e che, nel 2010, fu trasposto nell’omonimo film diretto da Mark Romanek interpretato da Kiera Knightley, Carey Mulligan e Andrew Garfield. Pensavo non avrei scritto nulla perché a me, diciamolo subito, il romanzo non è piaciuto. Definito (per quel che contano tali improprie classificazioni) da certa critica nell’ambito dei romanzi distopici, o ancor meno a ragione in quelli ucronici (dei primi non presenta l’ambientazione in una futuristica società governata da un oscuro potere opprimente o castrante, tale cioè da poter soggiogare una intera popolazione, mentre dei secondi non risponde alla fondamentale domanda … come sarebbe se … Hitler avesse vinto la guerra, ad esempio), per me, come frettolosamente dichiarato nell’incontro ad esso dedicato nel GdL (Gruppo di Lettura, in questo caso della Biblioteca Borges e a questo punto un piccolo inciso è necessario: chi non conoscesse le attività dei Gruppi di Lettura, dovrebbe frequentarne uno, ne gioverebbe alla sua completezza di lettore trattandosi di un’esperienza difficilmente riscontrabile in altro ambito, molto diversa, ad esempio, di quella che si può vivere parlando e discutendo a volte di un libro con amici di vecchia data; sentire come e quanto uno stesso romanzo o saggio o graphicnovel o … possa suscitare o incentivare pareri così dissimili e discordanti, è davvero una grande avventura che merita essere vissuta, recepita, analizzata e compresa), si riduce a un esempio compiuto e perfetto nella sua forma di quella che può definirsi come fantascienza sociologica o scientifica (usai in realtà il termine improprio di fantascienza del reale o del possibile sottintendendo, appunto, una fantascienza che racconta ciò che potrebbe essere ma non è, non ancora accertatamente almeno). Se torno sull’argomento, allora, è solo perché mi è capitato, nel lungo weekend pasquale, di rivedere due film assai diversi tra loro ma curiosamente incentrati sul medesimo argomento (loro e del romanzo di Ichiguro): il meraviglioso, ancora dopo tanti anni, “Blade Runner” e il visionariamente patinato ”The Island” il cui unico motivo d’interesse, non fosse troppo maschilista il solo pensarlo, potrebbe essere ascritto ad una Scarlett Johansson al culmine del proprio splendore. Tornando a noi, entrambi i film, così come il romanzo, sono incentrati sulla figura di cloni umani (replicanti nel film di Ridley Scott) ideati e realizzati come carne da fatica e/o macello (in “Blade Runner”) o come economico, personale ed indispensabile magazzino ricambi di pezzi (leggasi organi) danneggiati per incuria, avaria, uso, nell’altro film e nel romanzo. Una coincidenza? Io credo alle coincidenze, esistono, la nostra vita quotidiana ne è piena. Ma visto che sotto sotto giallista (per formazione e antico mestiere) lo sono, faccio mio, parafrasandolo, il concetto di Agatha Christie secondo il quale “… un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova …” facendolo diventare “… una coincidenza formata da tre indizi equivalgono ad una prova …”: la prova che  il mio giudizio iniziale era, forse, sbrigativo. È nato così un piccolo gioco, un gioco che riguarda Ishiguro, il suo lavoro, il suo tempo (il tempo, almeno, in cui è stato scritto questo “Non lasciarmi”). Il tutto, sarò sincero, spinto anche dall’interpretazione che dello stesso romanzo ha dato , in un intervento molto pregnante e sentito, Antonio (qualcuno si chiederà chi è Antonio, altro partecipante al GdL; troppo lungo da spiegare, basti sapere che per me Antonio è come il Bonetti berlinese per Dalla, colui che mi riporta, letterariamente parlando, coi piedi per terra e mi pone di fronte alle mie mancanze e manchevolezze spingendomi a superarle). Ed allora (tenendo chiaramente presente come chiunque possa legittimamente leggere qualunque cosa in qualunque cosa stia leggendo, sia esso romanzo, saggio ecc… basta lasciarsi guidare da istinto, sentimento, interesse, sensibilità o altro) ecco che sprofondo nella discussione sociale ed etica, una delle, che governava l’opinione pubblica (intellettuale, scientifica, religiosa, sociale) ad inizio millennio. Siamo in Gran Bretagna, è il 1996 e nasce (per clonazione, ricordiamolo, da una cellula somatica) la pecora Dolly che viene successivamente abbattuta nel 2003 a causa di complicazioni dovute a un’infezione polmonare, patologia frequente in pecore anziane (e con ciò dando in parte ragione a chi sosteneva, la rivista Nature nel 1999, che Dolly potesse essere suscettibile di invecchiamento precoce a causa dei ridotti telomeri delle sue cellule). Due coincidenze, ancora, balzano agli occhi. L’invecchiamento precoce di cui soffrì Dolly è la malattia di cui soffre, qui chiamata morbo di Matusalemme, J.F.Sebastian in “Blade Runner”, e il 1996 è anche l’anno della chiusura dell’ultima Casa Magdalene in Irlanda. Ora, qualcuno ricorderà i film “Magdalene” di Peter Mullan, Leone d’Oro al festival di Venezia del 2002 e “Philomena” di Stephens Frears interpretato da Judy Dench e candidato all’oscar nel 2013 tratto da “The Lost child of Philomena Lee” di Martin Sixsmith del 2009. Per chi non ricorda, o non ha visto, sarà bene spiegare come fino agli anni ’90 in Irlanda, su richiesta delle stesse famiglie di origine, le ragazze madri (ma anche semplicemente le ragazze troppo belle e vistose o troppo brutte e difficilmente accasabili o troppo vivaci, intraprendenti, libere in una parola) e i loro bambini venivano rinchiuse in istituti statali gestiti da ordini religiosi di suore cattoliche chiamati “Mother and baby homes” o “Magdalene Asylum” o anche “Magdalene Laundry”, luoghi in cui le donne lavoravano per purificare i loro peccati (il lavoro principale era il lavaggio del bucato a mano, da cui il nome di Laundry, un lavoro che, venendo svolto gratuitamente dalle giovani madri per un anno, il tempo della gestazione e del parto, prima di essere mandate in Inghilterra, produceva profitti enormi agli istituti) e i bambini quando non morivano per gli stenti e la mancanza di cure (nel 1975 fu trovata una fossa comune contenente 796 piccoli corpi nel giardino della “Casa di St.Mary per mamme e bambini” a Tuam nella contea di Galway gestito dalle suore cattoliche dell’ordine del Bon Secour, ma solo a inizio anni ’90 i poveri resti vennero ricondotte alle condizioni di vita disumane delle Magdalene) venivano dati in adozione illegalmente a famiglie prevalentemente statunitensi dietro compenso e senza il consenso della madri stesse. Quindi, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio abbiamo, da una parte uno scrittore come Ishiguro che (giapponese di origine, arrivato all’età di sei anni nel Regno Unito, laureato in letteratura e filosofia, cittadino britannico avendo rinunciato a quella giapponese, già studente di pianoforte e scrittore di canzoni sulla falsariga dei suoi idoli Dylan e Cohen, illuminato sulla strada della letteratura da Conan Doyle e il suo “Mastino dei baskerville”) è uno scrittore moderno e modernista, attento al mondo che lo circonda, con una spiccata sensibilità nel descrivere, e fare proprie, istanze e utopie e discrasie e nel dare voce ad una critica che vede nelle dicotomie di un mondo e di una società che a una personalità particolarmente sensibile potrebbero anche parere distopiche (la poesia e la tecnologia; la scienza illuminata e futuristica ma anche disumanizzante sintetizzata dalla clonazione, questa nuova tecnologia studiata ed applicata per mero interesse economico contrapposta alla realtà di istituzioni che, ben lungi da assolvere alla propria missione caritatevole istruttiva e socializzante, si rivelano per quello che sono, nulla più di rimasugli dickensiani intrisi di superstizione, neglettitudine e credenze ancestrali; d’altronde, di lui la critica riconosce “… l’apporto alla letteratura inglese introducendo elementi stilistici delle culture d’origine. La sua attenzione ai particolari e alle atmosfere, sempre descritte con infinita cura, ricorda i grandi romanzieri nipponici classici grazie ad una prosa sorvegliatissima, appresa leggendo Cecov ed altri classici europei dell’Ottocento, facendo leva su poetiche metafore cosa che permette … di fissare le speranze e le paure di antieroi quasi sempre incapaci di fare davvero i conti con la realtà, costretti, come sono, a sopravvivere aggrappati a sbiaditi ricordi …”). Dall’altra parte abbiamo invece una situazione che vede rafforzarsi la discussione scientifica sull’eticità del portare avanti e propugnare una scienza che vada oltre i limiti imposti dalla etica, un forte revanscismo sociale che induce un governo troppo miope in passato all’abolizione di strutture e privilegi che affondano le proprie radici e ragioni di essere in un passato dickensiano. Su tutto, forte e ciarliera, le voci popolari, amplificate da una stampa che vede i tabloid di maggior tiratura (The Sun, The Guardian e i vari Daily: Mirror, Mail, Telegraph e Star, giornaletti scandalistici vere e proprie fabbriche di fake-news,  in confronto ai quali i nostri Novella, Chi e tutta la Cairo’s editions tra i quali primeggiano DiPiù, Diva, Giallo, Nuovo paiono trattati di semeiotica) che da anni si sono appropriati della vita delle star più mediatiche, una per tutte, Mick Jagger, raccontandole a volte addirittura come moderni vampiri dediti al ricambio annuale di sangue e di quegli organi che , a causa di una vita troppo dispendiosa ma comunque invidiata, ne necessitino. A questo punto non è difficile, forse solo un po’ fantasioso, azzardare come questa somma di sentimenti, pressioni mediatiche, curiosità e possibilità, abbiano potuto ispirare uno spirito libero nel racconto di una storia che, furbescamente e ambiguamente fantascientifica, strizzasse però l’occhio all’indicibile possibile ed ad un coacervo infarcito di sentimento popolare, rimembranze storiche ed artistiche, istanze sociali, una spruzzata di scientificità scandalosa.

Può quindi essere nato così questo “Non lasciarmi” (per il quale la solita critica attenta e previdente, e non mi stancherò mai di sottolineare quanto è bello che chiunque possa scrivere qualunque cosa interpretando motivazioni, afflati e volontà sconosciute, a volte, allo stesso autore, affermò come “… nel nuovo secolo il narratore si apre, almeno in apparenza, alla dimensione della favola spesso nera dell’utopia negativa di cui furono maestri Huxley e Orwell, affrontando le scomode domande poste dagli inarrestabili progressi dell’ingegneria genetica …”).

Finisce qui, avendo ampiamente fatto uso dello stesso criterio che poco sopra ho imputato alla tanto deprecata e deprecabile critica letteraria, avendo cioè giocato ad immaginare le motivazioni alla base del lavoro di Ishiguro, il mio gioco (un gioco che, non avessi avuto voglia di giocarlo, non mi avrebbe permesso di scrivere di quello di cui mai avrei avuto voglia, o motivo, di scrivere). Un gioco che trovo interessante, ora che il divertimento della ricerca e della composizione di un puzzle probabilmente inesistente è terminato, quasi solo per il punto d’arrivo discrasico rispetto a quello dello scritto di Antonio (ancora lui) e che trova giustificazione solo se si tiene conto della diversità dei punti di vista da cui si è partiti e che si sono seguiti: il mio storico, quello di Antonio filosofico.

 

Ingredienti:

  • 4 uova
  • 3 limoni /con succo (1per decorare)
  • 300g di farina 00
  • 150g di burro
  • 200g di zucchero di canna
  • 1 bustina di lievito
  • 1 pizzico di sale
  • 1 bicchierino di panna liquida

Procedimento

Separare gli albumi e montarli a neve con un pizzico di sale e metterli in frigo.

Sempre con frusta elettrica montare i rossi rimasti con lo zucchero fino a che non sono belli spumosi, unire il burro morbido un po’ alla volta, miscelare la farina ed il lievito assieme, incorporarli poi nell’impasto.

Aggiungere il succo di due limoni e la buccia grattugiata, il bicchiere di panna e per ultimo l’albume precedentemente montato.

Decorare con le fettine di limone, aggiungere sopra un pizzico di zucchero, cuocere in forno a 180 gradi per 40 minuti circa.

 

Buona Torta da G&G

“… là dove c’era l’erba ora c’è una città …” così cantava Celentano tanti, tanti anni fa.

Parafrasando il molleggiato nazionale, allora, potrei dire che là dove c’era una bottega antica ora c’è un palazzo moderno. La bottega antica era quella dei Pierini all’angolo tra Castagnoli (che subito dopo diventa Moline) e BelleArti proprio davanti a Palazzo Bentivoglio. In realtà, non si chiamava così, era una tabaccheria con bar o caffè, una bottega antica, antiche le scaffalature scure a alte fino al soffitto, antica la luce che faticava a farsi strada nella penombra insistita, antichi i gestori, marito moglie e sorella (o forse tre tra fratello e sorelle, ma forse mi confondo con le vecchine, anche questa una storia bella bellissima, là sulle colline sopra Ozzano, dalle parti di San Pietro ed in uno dei due posti, comunque, erano due sorelle ed un fratello o marito moglie e sorella), ed antico l’aperitivo con cui tutti abbiamo cominciato a bere, un intruglio rosso, amarognolo, la base era bitter, ma nessuno, in realtà, sapeva esattamente cosa contenesse (i rimasugli delle varie bottiglie, con una forte componente di bitter, però), e che tutti chiamavamo pierino, dal nome dell’anziano barman o gestore o tabaccaio che lo serviva e che bevevamo stravaccati sul gradone che contorna la facciata prospiciente BelleArti di Palazzo Bentivoglio.

Gli anni, poi, sono passati, i Pierini ha chiuso (lo hanno chiuso, una soffiata ha fatto arrivare un controllo che ha scoperto, e se siamo sopravissuti a quello non c’è nulla che possa farci del male ormai, che meraviglia, che non c’era acqua corrente e tutti noi, per anni, abbiamo bevuto in bicchieri lavati in un mastello pieno d’acqua stagnante nascosto sotto il bancone) e la vecchia, fatiscente casetta che lo ospitava è stata sostituita da un palazzo moderno e modernista, tutto mattoncini, e una piccola galleria che ospita una conosciutissima boutique di preziosa oggettistica africana, una tabaccheria e, meta della nostra sosta odierna, la “Pasticceria dell’Arte” (l’indirizzo esatto è via BelleArti 11/b). Come in altri casi simili, il nostro TiriamoTardi diventa così un TiriamoLungo. Dalle 7 alle 20, infatti, tutti i giorni tranne la domenica, sarà possibile lasciarsi coccolare dai prodotti del retrostante laboratorio che sforna in continuazione paste, brioche, piccola pasticceria, golosità assortite sia dolci sia salate. Si comincia con la colazione, per proseguire con il coffee break di metà mattina seguito dal pranzo passando poi dalla merenda per arrivare all’aperitivo della sera. La pasticceria (così come le pizze intere, i tralci, i calzoni, le sfogliate) è davvero di ottima qualità (la migliore senza dubbio della zona e non solo) e i ragazzi dello staff, primo tra tutti il titolare Elvis che si è fatto le ossa nei bar e caffè più rinomati di Bologna, garantiscono un servizio inevitabilmente veloce ma professionale, attento e simpatico.

Merita comunque soffermarsi ancora un momento sulla pasticceria. Che è vera, a differenza di ciò che viene offerto in tanti altri locali anche più conosciuti e modaioli. Una pasticceria che mantiene nel corso della giornata la stessa fragranza e sapore al di là del fatto che il succedersi di clienti impone, infatti, un continuo riassortimento. Ma non è tanto questo; è che si sente che si tratta di vera pasticceria. Dimenticate quindi quei sapori un po’ tutti uguali da merendina surgelata e scaldata al microonde o da pasticceria da produzione industriale o semi, quelle tristi scatole di cartone bianco lasciate la mattina presto davanti la soglia di bar e caffè e poi abbandonate ad invecchiare solitarie dentro le vetrinette (ricordate la luisona di benniana memoria?). Qui, lo ripetiamo, dalla colazione all’aperitivo della sera, momento di un TirarTardi necessariamente non così tardo ma piacevolissimo, la qualità la fa da padrona.

 

Stefano Righini

E’ dei giorni scorsi la notizia che il Consiglio di Stato ha dato il via libera alle nuove trivellazioni per cercare petrolio e metano nel mare Adriatico. Alle concessioni date dal Governo e dal Ministero dell’Ambiente si erano opposte le Regioni Puglia e Abruzzo e diverse amministrazioni locali compreso il Comune di Cattolica di fronte al quale è prevista a 12 miglia dalla costa la piattaforma Bianca e Luisella che prevede la perforazione di otto pozzi e la costruzione di tre condotte sottomarine.

E’ una notizia che è passata un po’ di sottofondo rispetto ad altri avvenimenti, ma non si tratta di una cosa da poco. L’area sulla quale, il Governo Renzi e poi Gentiloni, hanno dato la possibilita’ di fare trivellazioni  è di 30.000 km quadrati e va dalla punta della Puglia fino a Rimini, come si puo’ notare dalla piantina allegata.

                                

Le piattaforme che svolgeranno queste ricerche petrolifere si aggiungeranno alle 79 piattaforme con 463 pozzi gia’ esistenti in Italia. Quelle presenti nel mar Adriatico,  come si puo’ apprezzare dalla seconda piantina allegata, sono particolarmente numerose.

Da un  lato s’introduce il fermopesca per favorire la riproduzione delle specie ittiche nel mar Adriatico che fornisce la metà del pescato italiano e contemporaneamente si concedono le concessioni per interventi di questo tipo che bombarderanno il mare ed i fondali con scoppi ripetuti su un’area immensa, in un mare basso, che somiglia ad una grande laguna, e quindi ancor piu’ fragile dal punto di vista ambientale di altri contesti marini. Geniale…

Questa vicenda, che ormai sembra molto difficile da fermare senza pagare sanzioni pesanti alle compagnie petrolifere, sollecita qualche riflessione. Mentre l’Arabia Saudita insieme ai giapponesi progetta il piu’ grande campo fotovoltaico del mondo (200 GW) sul proprio territorio e mentre l’Irlanda investe in modo strategico sui supervolani che sono il futuro dell’accumulo elettrico, nel nostro paese, che sarebbe favorito da un punto di vista climatico e tecnologico per acquisire un ruolo nella produzione e nell’uso d’apparati rivolti alla produzione e alla conservazione di energie rinnovabili, si cerca il residuo petrolio del mare Adriatico, che gia’ si sa, che è poco e di scarsa qualità. La subalternita’ agli interessi delle compagnie petrolifere è evidente, la Croazia ad esempio ha bloccato tali prospezioni e non si tratta di un gigante economico autosufficiente dal punto di vista energetico.

Accanto ad un dibattito politico nel quale si fatica ad individuare un’idea di futuro, cio’ che a tutti i livelli  sconcerta è l’assenza di progetti strategici che guardano al domani prefiggendosi cambiamenti strutturali dell’attuale asseto produttivo e dei consumi… Questo è particolarmente evidente in ambito ambientale.

In un paese che ha la zona piu’ popolosa e sviluppata del proprio territorio (la pinura Padana) con i livelli d’inquinamento dell’aria ai massimi livelli europei, si continua a cercare un petrolio che non c’é…

                       

Le scelte ambientali che hanno fatto i governi di questo ultimo decennio non si sono confrontate seriamente con questo problema, si sono firmate carte, si sono fatti proclami propagandistici, ma nel concreto si è usato il tema dell’ambiente per fare altro. Due esempi lo chiariscono: gli incentivi al fotovoltaico e quelli agli impianti a biomasse. In entrambi i casi si sono dati degli incentivi per questi impianti che remuneravano il capitale investito anche 4 volte e oltre quello che davano i BOT di allora. Il risultato è stato quello di costruire grandi impianti con materiali esteri e scaricare sulle bollette elettriche degli italiani il costo della remunerazione di tali investimenti che spesso hanno superato il 15% di resa annua. Questa non è stata una politica ambientale, ma si è usato l’ambiente come pretesto ad una speculazione finanziaria, pagata dai cittadini con costi occulti sulle loro bollette elettriche che anche quest’anno aumenteranno del 5,3% ( + 67% dal 2004).

In Italia, che ha la situazione ambientale che abbiamo visto, e che a causa della crisi ha perso il 16% della propria capacita’ produttiva e 190.000 aziende con conseguente enorme un aumento della disoccupazione, non servono leggi per poter licenziare piu’ agevolmente, servono progetti che al contempo diano risposte ai problemi ambientali ed aprano nuovi ambiti produttivi.  

Benché le esportazioni italiane si siano riavviate in modo vigoroso, spesso le nostre esportazioni, come nel caso delle guarnizioni che forniamo all’industria automobilistica tedesca, sono accessorie ad altri sistemi produttivi ed in quanto tali sostituibili. In settori rilevanti siamo ormai assenti. Un esempio puo’ rendere l’idea meglio di tante descrizioni:  da una ricerca dell’Asian Development Bank si evidenzia che un iPhone 6 – venduto a 650 dollari – ha un costo di produzione di 225 dollari. Di questi, il trentaquattro per cento dei componenti è giapponese, il diciassette tedesco, il tredici coreano ed il 4% cinese (la Cina compensa questa limitata presenza in questo prodotto con propri marchi). Si può notare che tutti i continenti eccetto quello australiano sono coinvolti e che l’Italia  è assente da questo come da altri comparti produttivi strategici.

Il campo ambientale è emblematico: i pannelli fotovoltaici sono prodotti controllati dai cinesi, dai coreani, dai giapponesi e dagli americani. Le pompe di calore piu’ affermate sono americane, giapponesi, coreane e di alcuni paesi del nord europa per piccole produzioni. I sistemi d’accumulo piu’ affermati sono americani, tedeschi e coreani. Il paradosso è rappresentato dal fatto che la nostra ricerca scientifica pur con le difficoltà che si conoscono dovute agli scarsi finanziamenti ed a un coordinamento inesistente, è tra le piu’ avanzate del mondo. Due esempi possono chiarire: una delle migliori celle a combustibile del mondo, per la trasformazione dell’idrogeno in elettricità è stata messa a punto dall’Ansaldo, ma sta ad arrugginire in un capannone. Al contempo Finmeccanica produce i migliori elicotteri da combattimento del mondo che volano di notte a 50 gradi sottozero, li vendiamo all’Arabia Saudita, ma non li usiamo per salvare quei disgraziati di Rigopiano che sono ad un ora di volo da Budrio dove sono stanziati. Il kers, che sostanzialmente è un supervolano di piccole dimensioni applicato alle vetture per aumentarne la potenza, la Ferrari lo sa produrre e usare benissimo. E’ pero’ in Irlanda, in California ed in Giappone che se ne progetta e affina l’uso per fini civili.

In sostanza noi avremmo tutte le condizioni tecnologiche e finanziarie per avviare progetti per liberarci della bolletta petrolifera di 35 miliardi annui entro alcuni decenni e aprire nuovi ambiti produttivi come nel campo degli accumulatori energetici, purtroppo non lo facciamo.

Chi ci impedisce di fare come all’isola di Kvai alle Hawaii, dove hanno costruito un impianto da 14 MW ed un sistema di accumulo che ha reso l’isola autosufficiente dal punto di vista energetico e libera dal petrolio?

A Pantelleria, Lipari, Favignana, Lampedusa ecc.. invece di mandare petroliere per assicurare l’elettricità non potremmo fare in modo analogo? E l’IKEA di Parma riscaldato e raffrescato solo con il geotermico, non potrebbe essere l’esempio da seguire  per l’adeguamento dei nostri edifici pubblici tanto per cominciare?

E i kers che noi sappiamo costruire come i tedeschi non potrebbero essere trasformati in accumulatori di grandi dimensioni e domestici per usarli in Italia e venderli in giro per il mondo? I nostri poli tecnologici fanno tutti quasi le stesse cose, perché non specializzarne uno in questa direzione?

Non ci vorrebbe molto, i soldi ci sono gia’, basta toglierli agli incentivi alle industrie petrolifere e smetterla di dare dei bonus cervellotici. Ed un progetto ventennale per la Pianura Padana perché no?

La sinistra europea è in forte crisi, secondo lei quali sono le quali cause di questa crisi: l’incapacità di affrontare i cambiamenti di carattere economico, le politiche migratorie, dove si annidano le sue principali difficoltà in questo momento storico?

Soprattutto il problema economico, è sfuggita di mano la possibilità di controllare e gestire l’economia, perché l’economia non è più gestita da entità nazionali ma sovranazionali private. In realtà questo controllo l’ha perso anche la destra, ma ne ha risentito di meno in termini di consenso. Lo svantaggio della sinistra sta nel Welfare, base principale delle sue politiche anche per le sue vittorie elettorali. Ogni Paese non può più reggere un sistema (di welfare) come avevamo vent’anni fa. Questo sistema, lo si può avere solo se inserito in un contesto europeo. Siamo nella fase in cui siamo ristretti su problemi nazionali risolvibili solo a livello sovranazionale. Chi ne fa le spese oggi è la Sinistra.

Passiamo a un tema, più locale sul quale si è già detto molto: l’Emilia non è più rossa! ( Per altro il primo incontro pubblico del Tiro, “Le Regioni (non più) Rosse”,  fu preveggente (era il luglio del 2017). È una fase storica da considerare transitoria e recuperabile da parte della sinistra oppure l’Emilia è stata in qualche modo risucchiata e conseguentemente omologata agli “umori” nazionali?

Il problema, è che qui in Emilia-Romagna non si è dato peso ad alcuni fenomeni nuovi che hanno colpito alcune città come Bologna, ma anche la costa romagnola e altre parti del territorio, cioè l’improvvisa crescita del tasso di reati.  Quando si passa da una condizione pacifica, tranquilla, serena a una situazione più turbolenta, le stesse reazioni sono più violente. Credo che questo non sia stato preso in considerazione, né credo sia stato preso in considerazione un problema più generale di tutta l’Italia, cioè la gestione dell’immigrazione. Anche qui non ci sono gli strumenti, nonostante la buona volontà di alcuni sindaci, adeguati per gestire questo fenomeno. Diventa quindi inevitabile che tutto questo sposti l’elettorato a destra. Molto dell’elettorato popolare che prima aveva seguito la sinistra, oggi ha preferito seguire chi parla di protezione e placa queste ansie.

Le elezioni hanno consegnato un Paese spaccato in tre, dove abbiamo sostanzialmente due vincitori – Lega e M5S – e un grande sconfitto – il Pd (insieme a tutto il Centro Sinistra). Le linee programmatiche del Centro Destra e dei M5S sono piuttosto differenti. La legislatura, come abbiamo visto alla Camera e Senato, è però partita con un accordo tra M5S e Lega (Centro Destra), mentre il governo è altra cosa oppure questo accordo è stato un punto di partenza per formare una maggioranza politica tra queste forze apparentemente inconciliabili?

Sono certamente lontane sotto tanti punti, però sono entrambe travolte dall’ebrezza della vittoria, sono al settimo cielo per quello che è successo. Sono riusciti a concretizzare i primi due risultati sull’onda del fatto che: noi siamo nuovi e siamo noi che dobbiamo affermarci e tutto il resto è vecchio. Gli sconfitti sono Berlusconi e Renzi, da questo punto di vista è stato seppellito il patto del Nazareno. In questa prima fase basata su questa spinta emotiva, il M5S con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, ha dimostrato di poter digerire tutto, votando un personaggio molto più impresentabile dello stesso Romani.

Mentre se si fa una valutazione dal punto di vista politico questo è stato un vero proprio capolavoro. Il M5S in 12 ore ha trangugiato anche questo. Se ha questo stomaco di ferro può ancora andare avanti, perché anche questo in politica serve.

Dipende se poi tutto questo non avrà dei “back crash”! Questo primo approccio potrebbe infatti innescare un effetto boomerang, cioè tornare indietro e colpirli. Sono molto trascinati dalla vittoria, sulla base di questo, pensano di poter andare avanti e di poter rovesciare il tavolo. Va detto che un governo di questo genere sarebbe la vera rivoluzione politica dal ‘48 ad oggi.

Nulla avrebbe un elemento così dissacrante, un partito del 33% che arriva al governo. Un partito, che se al governo, avrebbe il controllo di una buona parte dell’arena parlamentare oltre ad essere completamente estraneo alle stanze di tutti i poteri. Altro che il Berlusconi del ’94, che dietro aveva tutta la vecchia Dc, i socialisti ed era dentro lui stesso a tutti i poteri economici del paese.

Ecco credo, che questo fatto, a Roma inizi a preoccupare qualcuno.

Una settimana, e due risultati, che sanciscono drasticamente come entrambe le squadre funzionino, nel bene come nel male, solo se i rispettivi califfi funzionano.

Nel male. Se nella V AleGentile ed Aradori giocano una partita appena appena normale, si perde perché la squadra non è in grado, se si eccettua il sempre più convincente Slaughter che dimostra partita dopo partita il perché del sontuoso pedigree che lo accompagna (tra il 2008 ed il 2015, 3 campionati nazionali tra Germania e Spagna, 5 coppe tra Spagna, Germania ed Israele, 3 supercoppe spagnole e, soprattutto, una Eurolega, nel 2014, con il Real Madrid) ma dal quale non si può certo pretendere si erga al rango di matador, di trovare tra le proprie risorse chi si possa ergere a protagonista raccogliendo il testimone da chi, appunto e a tratti, il fiato deve pur tirarlo. Se a questo si somma il concetto di difesa mia, fondamentale a noi sconosciuto come a volte purtroppo succede, succede che si permettano nefandezze assortite agli avversari di turno facendo fare, come in questo caso, ai cugini Diener un figurone con il nanone Travis che, memore di antica gloria, somma 3 rimbalzi alla bellezza di 6 assist e Drake che stampa quasi un  punto al minuto (17 su 20)  con l’85% da 3 e al dimenticato e dimenticabile bamboccione Fontecchio ben 13 punti (che se non è il suo massimo in campionato poco ci manca) con un complessivo 60% che chiama vendetta. Tenendo conto che poi Cremona ha anche signor giocatori come Martin, Sims e Johnson-Odom e solide figure di rincalzo che, come spesso succede ai peones vari ed assortiti, quando incontrano la Virtus si esaltano, come Ruzzier o Portannese e che ad allenarli al corri e tira che tanta fortuna ha portato al basket di periferia nelle ultime stagioni c’è il miglior allenatore italiano, il coach Sacchetti che guida le speranza azzurre per le competizioni a venire, ben si spiega il rovescio (78 a 91) nella terra dei violini. Una sconfitta che non cambierà nulla, come molto paraculamente qualcuno aveva suggerito prima del fischio d’avvio, ma che, si fosse tramutata in vittoria, qualcosa di solido avrebbe detto e portato.

Nel bene. Parlando di califfi, non si possono tacere quelli della F, perché se i vari Mancinelli, Rosselli e Cinciarini (praticamente il 50% del fatturato di squadra con percentuali complessive che sfiorano il 45% e poi rimbalzi il Mancio, assist Rosselli e precisione chirurgica il Cincia) giocano come sanno e come possono, ecco che la squadra come per  magia si ritrova e dimentica le varie magre e ripassate prese in giro per l’Italia (dell’est, chiaro, vista la cervellotica suddivisione della Lega di sotto). E se poi, lasciati sfogare Corbett, il migliore, e  Campogrande, si tengono l’altro moro Powell e il grande ex Amoroso ad una insignificante presenza, ecco che il gioco è fatto (75 a 63 ad un’arrembante ma velleitaria e poco altro Montegranaro). Potendo sommare, in sovrappiù, la convincente addizione di Okereafor (discretamente al 50% al tiro ma, soprattutto, una lineare e salvifica interpretazione del gioco voluto dal neo coach) e definendo in maniera ormai brutale e forse irrimediabile la bocciatura dell’ufo McCamey inutile e inutilizzato quanto mai (sugli altri, e questo è un problema, stendiamo un velo).

In ultimo, di sfuggita si è accennato al nuovo coach Fortitudo. Che è, lo si saprà, Pozzecco. Esperienze da capo, poche, alternate, insufficienti. Da vice, titoli in un campionato, quello croato, che pur avendo perduta allure, competitivo tra le proprie aree lo è. In Fortitudo, credo rappresenti la voglia di fortitudinità, convinti in società (e dietro la decisione c’è la regia del Boniciolli dimissionario anzi no), a torto o a ragione, di avere la squadra (le possibilità e i  numeri) per riservarsi l’ascensore per il paradiso. La prima è andata: cuore, nervi, coraggio e tanta, tanta classe dai tre immortali. Il resto si vedrà, e l’augurio, allora, non può che essere un grande “Forza GianMarco”.

Ingredienti

Per 4-6 nidi (circa)

  • Semolino 250g
  • 1 litro diviso in
  • 500/ latte 500 brodo vegetale
  • 50g burro
  • 50 g di parmigiano
  • 200g taleggio
  • Sale / pepe
  • 1 rosso d’ uovo ogni nido

Per la crema

  • 50g parmigiano
  • 100 dl di panna
  • Qualche pistillo di zafferano (o un po’ di polvere di zafferano)

Procedimento

Far bollire insieme latte e brodo, versare a pioggia il semolino, mescolare e far cuocere per 10 minuti. A fuoco spento unire il burro, parmigiano, sale e pepe.  Far intiepidire.
Ungere leggermente con olio gli stampini, foderare il fondo è le pareti di semolino, avendo cura di lasciare bene il centro libero. Riempirlo con il rosso d’uovo e taleggio a cubetti. Chiudere delicatamente con un altro po’ di semolino.
Capovolgere in un una teglia leggermente unta, ricoprire con crema al parmigiano e zafferano, qualche cubetto di taleggio.

Infornare a 180 -200 gradi per 10 min massimo (deve risultare dorato).

Per la crema di parmigiano stemperare –  “a Bagno Maria” –  la panna, il parmigiano e mescolare fino a che non si otterrà una crema densa ma liscia. Aggiungere lo zafferano e lavorare fino ad ottenere un bel colore omogeneo. Versare nei nidi.

Infornare a 180/200 per far intiepidite

Buona Pasqua da G&G