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Maggio 2018

Avere avuto una fidanzata che da ragazza ha fatto l’indossatrice (eddai, lasciate che me la tiri un po’) ha avuto i suoi vantaggi. Intendiamoci: stiamo parlando di una ragazza (ed ora un donna) molto bella ma sicuramente non una topmodel di quelle che sfarfallano su rotocalchi, social e intrattenimenti TV vari (e già così was a kind of magic). Quando la conobbi, e durante il periodo che ci frequentammo, lei continuava a lavorare nel mondo della moda producendo abbigliamento con un suo marchio e capitava che, erano gli anni del grande boom del settore, si frequentasse il Centergross per lavoro e, perché no, anche per divertimento (alcuni capannoni erano allora adibiti a studi televisivi, fotografici, e con un paio di essi capitò anche che collaborassi, o radiofonici da cui trasmettevano almeno cinque diverse radio).

Naturalmente, non mancavano i ristoranti i bar/tavola fredda, i selfservice. Tutti frequentatissimi e in grado di soddisfare le esigenze di una vera e propria città del commercio che “… occupa un’area di un milione di mq di cui 400.000 dedicati ad area espositiva e che (i dati provengono dalla pubblicazione di Nomisma “Distretti commerciali in Italia” del 2009) ospita circa 540 aziende (di cui 1 su 4 si occupa di moda femminile), vanta una media giornaliera di alcune migliaia di buyer ed impiega circa 6.000 lavoratori di cui il 60% sono donne …”. Numeri di enorme ed indiscutibile rilevanza, che subirono, come inevitabile per un comparto dedito, come detto, principalmente alla moda, un duro colpo in seguito alla crisi del 2010, ma che ultimamente sta vivendo una ripresa cospicua grazie principalmente all’apertura del mercato dell’EstEuropa.

E dalla crisi, con fatica e lavoro ed investendo energie e capitali, uno degli storici locali di cui abbiamo trasversalmente accennato è uscito cambiando completamente la propria fisionomia e trasformandosi in qualcosa di più, e di diverso, dalle altre realtà (4 bar, 3 tavole calde ed un ristorante) attualmente presenti all’interno del Centergross stesso.

Parliamo del “Caffè 164” del blocco 1A. Certo, come dice il titolare Gianmaria Campioni, “… siamo pur sempre una grande distribuzione, ma la concezione del nostro lavoro è quella di un ristorante …”. A confermare tale dichiarazione di intenti, la qualità dei prodotti e l’attenzione per il servizio offerti.

Per dire, il bar (gestito da Roberta ed aperto dal lunedì al venerdì dalle 6.30 alle 17.30, un orario di chiusura decisamente sui generis ma che offre la possibilità, per gli operatori, gli addetti e gli ospiti di poter profittare delle belle sale e della accogliente terrasse, in  stagione ovvio, per un aperitivo di fine giornata) propone pasticceria secca tutta fatta in casa (così come home made risulteranno essere anche tutta la panetteria ed i prodotti da forno presentati dal ristorante).

Ristorante che, aperto dalle 12.00 alle 15.00 ma che in realtà rimane a disposizione della clientela anche oltre tale orario, che, nel tentativo di presentare una varietà di scelta che possa soddisfare tutti i gusti, prevede in menù incursioni tra la cucina bolognese classica, orientale e vegana ed offre tre primi e cinque secondi che cambiano giornalmente a seconda dell’offerta del mercato e all’estro della chef Gloria che con il suo nutrito e preparato staff (la sous-chef Monica e poi Sabrina, Patrizia e Carlotta) studia e prepara nuovi accostamenti e proposte che vengono successivamente esaminate ed approvate nelle quotidiane riunioni con lo stesso Gianmaria e con sua moglie Gaia, responsabile della sala (ma non solo). A certificare la continuità con la tradizione familiare (la famiglia Campioni è infatti presente al Centergross da metà degli anni ’80, quando il padre dell’attuale titolare gestiva una mensa) non mancano, però, alcuni grandi classici della tradizione  della “Campioni Ristorazioni”, si pensi alla tipica frittura di pesce del martedì che è in menù da ben 21 anni. Tradizione ed innovazione, dunque. Come il servizio, nuovo, efficace ed intelligente pensato per realtà lavorative che prevedono sempre meno tempi e spazi per le pause che offre un servizio da asporto a domicilio per le aziende del comparto (in sostanza, dagli uffici e dai capannoni, mandando un’email o un whatsapp, è possibile prenotare il pranzo e riceverlo all’ora desiderata).

Per noi, invece, noi che amiamo tirar tardi mangiando e bevendo bene, un indirizzo da non scordare dovessimo mai trovarci a passare dalle parti di Funo.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella mi ha ricordato il padre scrupoloso che accompagnando i due figli in un negozio di preziosi, si è preoccupato che questi non facciano danni.

D’altro canto, l’Italia è sicuramente un Paese straordinario ma al contempo delicato.
E’ sufficiente ricordare l’importante debito pubblico di circa 2.302 miliardi di euro, la disoccupazione giovanile pari al 32 %, il rischio povertà che coinvolge 1 italiano su 3, l’aumento dei working poors.
Senza contare il ruolo svolto in seno all’UE.
Non da oggi, a questo elenco, si somma una fragilità del sistema istituzionale e politico, che rende necessaria una netta inversione di tendenza.
Non può passare inosservata la richiesta del M5S di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, reo di aver svolto il proprio compito istituzionale secondo i limiti costituzionali.
Ne può essere derubricata a screzi politici l’ ormai prassi consolidata di delegittimazione delle istituzioni.
Occorre poi una seria riflessione sugli “organizzatori” della politica, o meglio coloro i quali dovrebbero esserlo: i partiti e i movimenti politici.
La politica va rafforzata, mentre da anni abbiamo visto un indebolimento costante e non solo tramite forze moralizzatrici esterne ma anche per spinte surreali interne agli stessi partiti.
Oggi, difronte ad un passaggio chiave della storia repubblicana, la voce afona della sinistra italiana rimbomba senza precedenti.
Riprenda l’iniziativa, fuori dalle stanze, da FB e dai siparietti TV, riprenda la politica di strada e di comunità, si costruisca un’alternativa politica credibile coinvolgendo la “famiglia larga” del centrosinistra.
Lo scenario che si va definendo impone un cambio di passo.

Molte cose si potrebbero dire sulla mostra “Vivian Maier” di Palazzo Pallavicini (lo straordinario e storico palazzo di via San Felice originario del XV secolo e appartenuto nei secoli alle più nobili famiglie cittadine, dai Villa ai Volta, dai Marsili agli Alamandini agli, appunto, Pallavicini) che ha segnato il ritorno a Bologna di una mostra fotografica dal respiro internazionale (fatte salve, chiaro, le sempre benemerite iniziative del Mast a proposito del quale bisogna ricordare come sia appena stata inaugurata “Pittsburgh – portrait of an industrial city” di W.Eugene Smith di cui ci occuperemo a breve, o gli appuntamenti di OnoArte che, però, per struttura stessa della galleria e per tematiche, rimangono un po’ meno appetibili per il grande pubblico anche se poi è vero che non sempre i grandi numeri equivalgono a importanti risultati artistici e culturali). Una mostra, terminata domenica 27, spiazzante ed inusuale, perché dedicata ad un’artista sui generis e che forse proprio per questa sua desuetudine e per il suo venire considerata un’outsider è riuscita a emozionare e coinvolgere l’immaginario collettivo (per dire, la mattina della nostra visita è stato bello constatare che il pubblico era per larghissima maggioranza composto da donne, donne che guardavano e commentavano e si emozionavano davanti ai lavori, belli ed importanti, di una donna). Molte cose, quindi si potrebbero dire. Ma l’aspetto principale che mi preme sottolineare, è come sia necessario fare attenzione prima di catalogare Vivian Maier una sconosciuta e sorprendente dilettante come, invece, viene comunemente etichettata. Outsider, forse, ma certo non per questo una dilettante allo sbaraglio. Basterebbe, a confutare questa credenza, l’archivio ritrovato (in seguito ad un’asta fallimentare come viene raccontato dal suo scopritore John Maloof nell’inappuntabile catalogo edito da Contrasto), un archivio che conta moltissimi filmini in super8 e fotografie e soprattutto più di 120.000 (centoventimila) negativi, un numero talmente cospicuo che sta a significare più o meno, ma più che meno, un rullino (che emozione parlare di rullini, chimiche, sviluppi e stampe in questo mondo troppo abitato ed abituato a pixel e file e jpeg e raw) al giorno per un periodo di tempo di almeno quaranta anni.

Ma andiamo con ordine. Vivien Maier (1926-2009) lavorò come governante per più di cinquant’anni e non risulta abbia mai avuto riconoscimenti o esposto le proprie foto in vita. Ciò non inficia minimamente il valore e l’importanza del suo lavoro. Ci troviamo infatti di fronte all’opera di una grandissima autrice, che ben conosceva la fotografia, la tecnica fotografica (cominciò a fotografare con una Rolley a pozzetto impressionando un B&W denso e materico, vivido e incisivo, per passare poi ad una Leica 24×36 con la quale, negli anni ‘70 cominciò a fotografare anche a colori, un colore liscio, sbavato, utilizzato quasi fosse un bianco&nero in cui far risaltare pochi, vibranti particolari di una cromaticità esplosiva. Questo per quanto riguarda la tecnica, una tecnica padroneggiata perfettamente. Ma la struttura stessa della mostra, suddivisa in varie sezioni (“Foto di strada” e “Ritratti”, “Infanzia” e “Forme”, “Autoritratti” e “Colore”) aiuta, e forse inconsciamente induce, ad avvicinarle autori e modi di fotografare tipici dei grandi suoi contemporanei. Le influenze (influenze, si badi) sono molteplici: si va da Dorothea Lange a Walker Evans (di entrambi si riconosce la semplicità ed il pudore nel raccontare i minimi della terra, la gente di strada), da Diane Arbus (con la quale condivide la capacità di raccontare un’umanità diversa senza mai scadere nel voyeurismo fine a se stesso) a Henri Cartier Bresson (di cui si riconosce la distaccata ironia dello sguardo furtivo con cui riesce a cogliere l’attimo sfuggente, quello che il grande maestro indica come indispensabile per “… mettere sullo stesso piano visivo la mente, il cuore e l’occhio …”) da Rene Burri (individuabile nel distacco con cui la Maier sa raccontare la città e la complementarietà nei suoi confronti di un’umanità ridotta, alle volte, a pura ombra di se stessa) fino ad arrivare Robert Doisneau (l’artista che più ho ritrovato in queste immagini) del quale ricalca le orme di cantore (cantatrice) di una città, Parigi nel caso del francese, NewYork nel suo, in cui tutto merita essere spiato, interpretato, raccontatato. Non disdegnando, alla bisogna, la costruzione dell’immagine stessa e la messa in posa dei modelli/protagonisti (è tecnicamente impossibile che alcune immagini non siano state “costruite”, soprattutto se si tiene conto che l’utilizzo della Rolley richiedeva tempi più lunghi di quanto non  sarà necessario quando la fotografa arriverà ad usare le reflex).

Una conclusione che non inficia minimamente, anzi, l’importanza di una autrice che, da sconosciuta, si è rivelata essere una delle voci davvero importanti della fotografia del suo tempo e non solo.

Ingredienti:

  • 550 g farina Manitoba
  • 50g olio
  • 10 g sale
  • 30 zucchero
  • 200 latte
  • 12 g  lievito di birra
  • 1 uovo

Per farcitura scegliere a piacere: Nutella o Crema pasticcera.

Essendo un impasto neutro lo si può farcire anche salato come prosciutto cotto e fontina, würstel etc

Procedimento:

Sciogliere il lievito nel latte e nell’impastatrice o facendo la fontana sul tagliere impastare tutti gli ingredienti. Coprire la ciotola con pellicola mettere in forno spento con luce accesa per farlo lievitare almeno un’ora e mezzo (fino a che non sia raddoppiato di volume).

Sul tagliere con la farina fare almeno trenta palline dell’impasto, stenderle singolarmente con il matterello e riempirle con il ripieno scelto.

Richiudere e creare una pallina da posizionare su di una teglia tonda con carta forno, procedere uguale con tutte le palline ma non avvicinarle troppo per la successiva lievitazione, finita la teglia coprire con pellicola per fare lievitare ancora mezz’ora.

Pennellare con latte e uovo, infornare e cuocere a 160 gradi per 25/30 minuti.

Se si è scelta la versione dolce spolverare con zucchero a velo.

 

Buon Danubio da G&G

Playoff trionfali, fino a questo punto, per la Fortitudo che è a 6 vinte su 7 giocate. Poi che le competitors siano state Agrigento e Verona, oggettivamente non tra le più forti del mazzo, non è certo colpa, semmai merito, dei bianco blu bolognesi. Sei su sette, allora, di cui tre sono servite a battere la solita Agrigento, oramai una costante di questi deliranti playoff, e 4 per escludere dalla corsa promozione una Verona rivelatasi troppo corta per poter impensierire una squadra costruita per vincere e che tale, vincente, sta dimostrandosi.

Ma cosa resta della serie con Verona? L’impressione di una squadra che, tarpando le mele marce (il riferimento al “rimasuglio di galera”,ipse dixit coach Boniciolli in sede di presentazione, Amici è fortemente voluto e salvaguardando il minutaggio dei tre veri stranieri del team (il sempiterno Mancinelli, l’immarcescibile Cincicarini e l’irrinunciabile Rosselli) non ha forse l’eguale in questo scialbo campionato, una squadra, d’altronde, costruita per vincere ora o mai più, e destinata, vada come vada, ad essere l’anno prossimo completamente rifondata non essendo, per diversi casi, nessuno o quasi dei giocatori attualmente sotto contratto ripresentabile.

Ora o mai più, quindi. Ma se l’ora è questa, questa di Pozzecco coach con idee e palle per perseguirle e giocatori che, a dispetto dell’età anagrafica impietosa, continuano a distillare lampi di classe e sprazzi di gioco fruttifero, le speranze di poter rivedere l’anno prossimo il derby al piano più alto del basket nazionale sono davvero numerose. Finché, infatti, i vecchietti terribili hanno tenuto botta per le squadre incontrate finora non c’è stato nulla da fare con l’unica sconfitta arrivata in gara 3 sul campo, difficile, di Verona davanti a una squadra che ha tirato con un irreale oltre 50% da 3, gara oltretutto che ha coinciso con la peggiore, almeno in questo playoff di capitan Mancinelli e Cinciarini; appena il gioco si è fatto duro, però,ecco la resurrezione dei 3 tenori (i migliori in campo come sempre accade quando la Fscudata vince bene) accompagnati, per una volta, da un finalmente produttivo Okereafor (da chiedersi cosa sarebbe stato questo campionato se la squadra avesse potuto contare su 2 stranieri appena decenti e non sulle sbiadite comparse scelte e difese oltre ogni ragionevolezza dal più prosopopeico coach operante sui parquet nazionali: per dire, McCamey 3 minuti in gara 4 con Verona dopo esser stato in tribuna in 3 delle precedenti 6 partite). E adesso, una settimana di riposo quanto mai opportuna attende gli antichi guerrieri in attesa della serie, impegnativa, contro Casale.

Passando alla  Virtus, adesso, che ha perso per stupide beghe interne la possibilità di accedere ai playoff, che dire. Lasciamo stare un americano cercato da mesi ed arrivato a tre partite (tre) dalla fine del campionato. Lasciamo stare uno staff tecnico cui nessuno, in società, ormai credeva più. Lasciamo stare un coach che ha dimostrato una grande sapienza cestistica ma accompagnata da una perniciosa propensione a subire le pressioni che una governance ambiziosa ed arrogante di certo hanno fatto sentire senza avere la capacità, le palle, la meravigliosa follia di lasciare tutto, abbandonare baracca e burattini nel momento della presa coscienza di essere nulla più di un homme de plume dato in pasto all’opinione pubblica ed ai tifosi. Lasciamo stare, infine, una squadra, costruita secondo criteri da collezionisti (tanti bei nomi senza probabilmente un senso). E pensiamo, invece, alla squadra che verrà. Tanti nomi, bei nomi, anche in questo caso. Salutati, un minimo di classe non avrebbe guastato, Ramagli e Trovato, avremo un nuovo AD, Alessandro DallaSalda, che dovrà prendere in mano una società che, abitata da tante, troppe, realtà, ha faticato a darsi un’identità fondante (e questo nome, fautore del miracolo e della conferma di Reggio Emilia, ci piace). Marco Monari, poi, un DS che proviene dalla lega2. Gran conoscitore del mercato d’oltreoceano, si dice. Ma anche Trovato arrivò con grande curriculum ed altrettanto grandi aspettative; poi, nel corso di una lunga, lunghissima stagione, non è riuscito a trovare un 4 americano che aiutasse la squadra a trovare la sua quadra; su questo, Monari, qualche dubbio lo avremmo: nel suo ruolo preferiremmo gente che il basket lo abbia vissuto giocandolo e non solo studiato sugli annali di statistiche (per dire, un Frosini che così bene ha operato sempre a Reggio o un Coldebella fautore della rinascita di Varese o ancora Brunamonti o Abbio: virtussinità, oltretutto, e non ci sembra un dettaglio da poco). Per il coach, si leggono nomi altisonanti: Trinchieri, Djordjevic, perfino Scariolo. Grandissimi nomi ma ci piacerebbe fosse preso in considerazione l’appena licenziato da Avellino Sacripanti, bravo, serio, abituato a lavorare in società in divenire. E se poi si potesse strappare alla concorrenza il commissario tecnico Sacchetti … Anche di giocatori si fa un gran parlare privilegiando i giovani italiani. E tra questi quelli di Abass e Flaccadori non possono che trovare consensi. Dispiace registrare, però, un praticamente generale disinteresse per quell’Alessandro Gentile (a proposito, sembra confermata, sebbene già terminata, la liaison con Erjona Suleimani, ex signora Dzemaili: per lui oltre a tutta la nostra invidia, la certezza che un bel ricordo di Bologna resterà) che è stato senza ombra di dubbio, negli ultimi anni, uno dei giocatori più forti che si siano visti indossare la canotta di una delle due bolognesi. Problemi caratteriali e di leadership, sembrerebbe, ma se per sostituirlo si pensa ad Hackett (stesso carattere fumantino, ma molta, moltissima classe in meno) bè, proprio non ci siamo. Questo però, ci rendiamo conto, non è basket ma ci stiamo pericolosamente  avventurando nel fantabasket. Ci sarà tempo, quindi, per riparlarne.

A due mesi da voto confermata la disaffezione nei confronti del Pd mentre tra i dirigenti continua un imbarazzante immobilismo

Due mesi dopo e ancor un po’ più delusi dal Pd e dalla sinistra. Nelle regioni rosse e in particolare in Emilia-Romagna il vento soffia ancora. Ancora contro il Pd. Non c’è stato nessun “ravvedimento” dei cittadini. Non c’è stato nessun cambiamento d’umore nell’elettorato rispetto al 4 marzo. Insoddisfatti del Pd e dal Pd. Nulla di clamoroso, tutto in linea con il “sentiment” nazionale. Ma quello che colpisce è l’abisso che si è creato – per l’ennesima volta – tra gli elettori e gli eletti. Elettori sempre più scontenti di come il partito si muove. Eletti (cioè onorevoli, consiglieri, segretari, dirigenti, insomma tutto quello che una volta si sarebbe chiamato l’apparato) silenti, allineati, proni alla non-linea nazionale proprio nella regione che, se non altro per i numeri, dovrebbe dire la sua. Questo è quello che si percepisce dal preciso sondaggio prodotto da Ixè (l’istituto di ricerca diretto da Weber e Buriani) che per “il Tiro” ha fatto anche un approfondimento sulle “regioni rosse”. Vale a dire che “il Tiro”, rispetto ai dati che avete visto sull’Huffigton Post, è in grado di dare qualche approfondimento in più riferito alle regioni rosse (Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria).

In particolare sono due le tabelle che mostrano come nelle regioni rosse la “non-linea” del Pd nazionale non è gradita. La prima: “Conferma delle scelte di voto del 4 marzo”.

Voterei lo stesso partito, nelle regioni rosse, ottiene 4 punti percentuali in più rispetto al resto d’Italia. Questo, per l’Emilia, significa che il boom di 5 stelle e Lega viene confermato (per chi se lo fosse scordato, e in via Rivani pare che lo abbiano fato in molti, in Emilia Romagna Cinque Stelle primo partito con il 27,5 per cento contro il 26,4 del Pd e Centrodestra prima coalizione con il 33% mentre il centrosinistra è al 30,8). Come si diceva sempre più convinti. Addirittura con un 1% in più che due mesi dopo dichiara non andrei a votare, cioè sempre più delusi.

La seconda tabella è quella sulla “fiducia nei leader politici”.

Gentiloni doppia Renzi: mentre il 42% ha fiducia nel premier solo la metà (21%) la ha nell’ex. Ripeto sono le stesse proporzioni del nazionale ma con numeri ancor più netti. Ancora una volta quello che colpisce è che “la base”, la mitica base, conferma di essersi stufata del leader fiorentino e comunque ritiene sbagliato continuare ad inseguirlo nella sua voglia di leadership. Mentre praticamente tutto l’apparato, in omaggio a non si bene quale idea di unità del partito, ha acconsentito alle finte dimissioni.

Ingredienti:

  • 100 g di paccheri a porzione
  • 60 g di filetto di tonno in olio evo
  • 1 cipolla Tropea
  • 1 spicchio d’aglio
  • 250/300 g di pomodori pelati circa
  • trito di prezzemolo, erba cipollina, origano, qualche cappero, peperoncino, basilico, qualche Alice

Procedimento

Tritare la cipolla e l’aglio, soffriggerli leggermente in olio evo, unire il pomodoro e fare cuocere per una decina di minuti (se e’ un pomodoro molto denso aggiungere un po’ d’acqua). Unire il tonno e cuocere ancora 10 min ( deve risultare un sugo abbastanza concentrato) a questo punto a crudo unire tutte le erbe tritate, intanto cuocere i paccheri, condire ed impiantare con un po’ di olio a crudo ed una macinata di peperoncino. Potete renderli ancora più gustosi con una spolverata di pane grattugiato croccante,

Buona Paccherata da G&G

Parecchi anni fa la mia promettente carriera di giornalista finì a causa di un aggettivo. Un aggettivo negato, o meglio cambiato. A nulla valsero rimostranze, richieste di spiegazioni, pretese di ripristino. Così, presi cappello e me ne andai. Intendiamoci: nulla di eroico. All’epoca lavoravo già altrove e mi occupavo di teatro, quello che allora si chiamava “teatro di ricerca” o “nuovo teatro” scrivendone per passione, perché ero bravo e perché sapevo farlo. In realtà, però, forse ero anche un po’ stanco delle 60 o 70 serate, in stagione, passate a vedere spettacoli alcuni dei quali, ammettiamolo, velleitari ed inutili (ma è facile dirlo adesso; allora ci si sentiva parte di un mondo e di una cerchia di iniziati davvero speciali). O forse banalmente, non avevo le palle anche solo per poter pensare che quello che mi piaceva tanto sarebbe potuto diventare la mia vita e il modo di potermela permettere. Fatto sta che quell’aggettivo divenne lo spartiacque tra ciò che avrei voluto fare e quello che, invece, feci davvero (e una bella soddisfazione fu, mooolti anni dopo incontrare il mio direttore d’allora che, ricordandosi ancora di me e di quanto scrivessi bene, confessò di non aver fatto nulla per trattenermi perché ero inadatto, troppo avanti, per quel quotidiano). Un aggettivo, dunque. Algido, avevo scritto. Gelido, avevano corretto. Algido e gelido, ricordatelo, ci torneremo.

Una parola, quindi. Una parola cambiata. Ciò che è, ciò che potrebbe essere ma non sempre è. Cosa c’entri con la letteratura americana in generale e con David Foster Wallace in particolare, ci arriveremo. Innanzi tutto, allora, quando si parla di letteratura americana, e statunitense in particolare, o sei uno scrittore ebreo in possesso della verità assoluta (anche se passi la gran parte del tuo tempo a mascherarla da auto indulgenti e compiaciute, anche se false, riservatezza, umiltà e desiderio di non apparire) e sei in cerca della unanime consacrazione a scrittore del GRA (il Grande Romanzo Americano) oppure scrivi storie.

Purtroppo, in Italia in particolare ed in Europa in generale (con la forse sola eccezione della Francia), in mancanza di grandi scrittori, o anche solo scrittori, di storie, una certa critica (e qui si potrebbe aprire un lungo discorso sulla critica, su una certa critica almeno: una pletora di varia umanità formata per lo più da scrittori e registi, teatranti e musicisti, fotografi e, ultima moda, cuochi mancati; gente che avendo scoperto di non saper scrivere, filmare, dirigere, suonare, cantare, fotografare, cucinare, e patendo di ciò, si è inventata una credibilità parlando ed elucubrando per spiegare ciò che, secondo questa visione, va rivelato ad un pubblico beota incapace di intelligere) ha indotto la produzione letteraria (d’ora in avanti solo di libri parleremo il concetto essendo stato esposto) a virare verso una forma di scrittura “autorale” disinteressandosi alle storie per rinchiudersi piuttosto in un privato, nella rappresentazione di un privato, che il più delle volte sfocia nel solipsismo e nell’inutilità. Chiuso in una autoreferenziale torre d’avorio, cattedrale del radicalismo chic ed intellettualoide fine a se stesso, chiunque può infatti vedere, interpretare e giustificare, qualunque cosa sentimento affermazione sensibilità intento e chi più ne ha … la propria sensibilità o semplice conoscenza lo porti a intuire in un ‘opera in cui nulla viene raccontato e tutto viene lasciato in sospeso affogato in un mare di metafore senza certezze.

Ma David Foster Wallace ho citato. La sua traduttrice storica, Martina Testa, ricordando la genesi che ha accompagnato la ripubblicazione (nuova veste cartonata ampliata con l’aggiunta di alcuni racconti non presenti nella precedente edizione) della raccolta “La ragazza dai capelli strani”, ricorda come, tralasciando volutamente il Wallace individuo … i suoi tic, il suo look, i suoi modi, il suo essere umanissimo, amabile perfino buffo azzerando la soggezione intellettuale che chiunque legga le sue pagine più belle non può fare a meno di provare … ogni volta che traduceva un suo libro o anche solo un suo racconto, gli sottoponesse decine di dubbi e domande e ogni volta lui rispondesse esprimendo disagio, difficoltà, fastidio perché quel racconto non poteva essere tradotto in maniera fedele e dignitosa, quella espressione era talmente ricca di sottotesti ed allusioni e valori sonori che trasposta in altra lingua avrebbe perso di senso. Non si trattava , naturalmente, di una professione di superbia tipica di chi, talmente sicuro e geloso della perfezione della propria prosa non può tollerare che altre persone vi mettano mano snaturandola e danneggiandola. Perché Wallace, in realtà, rispondeva impiegando pagine e pagine per delucidare il significato anche di una singola parola, pronome o articolo. Era il suo modo per cercare di evitare di essere frainteso, di non essere capito, di far sì che la sua prosa  maniacalmente precisa, completa, lucida riuscisse a stabilire un contatto autentico e solidale con le persone a cui parlava. Una prosa difficile che non era un atto di isolazionismo, ma al contrario  lo sforzo di comunicare in maniera profonda e onesta con il lettore. Ecco, quindi. Uno scrittore, un autore (se ci fosse qualche dubbio, in Wallace si ritrovano echi della grande letteratura alta statunitense: partendo dal MarkTwain di “Hucleberry Finn” paradigma dell’innocenza perduta per arrivare ai padri cantori del sud picaresco e vitale, i Faulkner, gli Steinbeck, i Caldwell per poi risalire fino al Carver algido, algido non gelido, degli esordi, e se dovessi definire la scrittura di Wallace mi verrebbe da citare il titolo di una raccolta di racconti, “Gelide scene d’inverno”, di Ann Beattie, la più dotata, forse, tra tutte le vestali del minimalismo carveriano, per arrivare al Lansdale della saga del “DriveIn” ed infine agli epigoni, coloro che hanno letto e amato e fatto proprio lo stesso Wallace, uno su tutti il Faber di “Sotto la pelle”) un artigiano della parola maniacalmente dedito alla propria scrittura, all’essenza più profonda e vera della propria scrittura, che, come con un cesellatore rinascimentale, sceglie,  insiste, spinge, difende, modella ogni parola, ogni concetto, ogni storia ed ogni minima sfumatura della propria prosa impendendo in tal modo, con la chiarezza, l’inappuntabilità, l’incontestabilità di tutto ciò che scrive, che i suoi racconti possano essere coscritti nelle pastoie delle metafore, del non detto, non spiegato, del volutamente (e furbescamente) sotteso lasciando al lettore, avvertito o no, il piacere assoluto della lettura fine a se stessa.

Ne “In volo” del “Banco del mutuo soccorso”, il gruppo principe dell’ormai tramontato progressive italiano, a un certo punto il testo dice “… da qui messere si domina la valle, ciò che si vede è …”. Ciò che si vede è. Ma anche ciò che si scrive, è. Non altro. Null’altro c’è, ci può essere dietro ciò che si scrive se non ciò che si è scritto quando si è David Foster Wallace.

Algido e gelido. L’una cosa non è uguale all’altra, ma ognuna è se stessa, è ragione e spiegazione di se medesima. Algido e gelido, ricordate?

Il privilegio più grande che io potessi avere in questa vita.
La gioia profonda di vederti ridere.
La paura che muta in piccole soddisfazioni, sin dall’inizio.
Vederti trasformare dalla cosa più vulnerabile al mondo ad una bambina che cammina, ragiona e agisce da sola.
L’ansia per il futuro e la consapevolezza che pian piano troverai la tua strada.
La voglia di esserti mamma e miglior amica.
La benedizione che sei per me.

Sarò la tua roccia quando servirà.

Questa, per me, è la Festa della Mamma.

Auguri, Mamme! <3

Ingredienti:

  • 2 dischi di pasta sfoglia
  • 400 g di ricotta a vostro gusto personale
  • 600g di spinaci crudi
  • 100g di parmigiano
  • 3 uova (per pennellare)
  • un po’ di latte
  • semi di papavero

Procedimento:

Per prima cosa scottare gli spinaci in una padella dopo averli ben lavati, tritarli finemente con il coltello ed unirli alla ciotola con la ricotta. Aggiungere sale, noce moscata, parmigiano, uova e mescolare bene il ripieno. Intanto tagliare bene i due cerchi di pasta e non sovrapporli ( fare questo già sulla teglia di cottura con carta forno) creare al centro una cupola con il ripieno e ai lati stendere il ripieno a cerchio, lasciando un po’ di spazio tra il centro e l’esterno, unire poi il secondo cerchio di pasta sopra.

Creare ora il fiore al centro in questo modo: con una ciotola della stessa dimensione della cupola schiacciare un po’ per fare aderire bene, a questo punto con un coltello liscio ben affilato dividere l’esterno in quattro parti, poi ogni parte in quattro spicchi. Delicatamente ripiegare ogni spicchio verso l’esterno con cura.

Pennellare con uovo e latte, mettere i semi di papavero al centro e cuocere a 180/200 gradi per 20/30 minuti.

Servire tiepido o freddo.

 

Grazie Mamme da G&G

Il Tiro, con il Prefetto Matteo Piantedosi, continua il suo percorso di esplorazione nei cambiamenti sociali e politici del nostro territorio. Il Prefetto, in una serata di fine aprile, ha discusso con grande disponibilità insieme a noi del suo lavoro e dei temi che quotidianamente deve affrontare: dall’immigrazione a quella che più comunemente viene definita sicurezza, passando tra l’altro per l’attualissimo tema delle infiltrazioni mafiose nella nostra regione. Questa non è una sintesi della serata, che è stata molto partecipata, né tanto meno possiamo definirla una vera e propria intervista. Sono chiacchiere a lato, che però fotografano a mio modo di vedere, la complessità del ruolo che Piantedosi svolge in una città come Bologna.

Prefetto, il mese scorso in occasione del 165° anniversario della Fondazione della Polizia di Stato, sono stati diffusi i dati sulla criminalità nella Città Metropolitana di Bologna.

I numeri dicono che gli episodi criminosi sono in calo, ma la percezione dei cittadini sul tema della sicurezza, in qualche modo, contrasta con i dati da voi esposti. Secondo lei, quali sono le cause di questa percezione? Oltre all’innumerevole lavoro che già state svolgendo, quali possono essere gli strumenti per invertire questo “umore sociale”?

Per quanto riguarda i temi della sicurezza questa divaricazione non è una novità, succede da sempre. Un po’ risiede nella metodologia, diciamo così, di rappresentazione dei temi della sicurezza, variamente declinati che sono in uso nel paese. Un po’ perché quella che viene definita come una percezione di insicurezza, in realtà risente di fenomeni che in realtà riguardano altri problemi collegati con quello che noi intendiamo come sicurezza, ma che in realtà sono tutt’altro.

Faccio un esempio: è indiscutibile che tutti i temi che ruotano attorno al fenomeno della migrazione in qualche modo si collegano alla sicurezza, ma perché questo incide così fortemente?

La grande pressione migratoria di questi ultimi decenni, in realtà sconta uno squilibrio demografico che non ha pari in tutta la storia dell’umanità. I demografi stimano che, da qui al 2050, l’Africa raddoppierà ulteriormente la popolazione e rispetto a un paese come il nostro che tende ad invecchiare, dove si riduce in tasso di natalità, questo fenomeno avrà necessariamente un peso. Queste cose messe insieme, senza banalizzare troppo e credo di dire qualcosa che non si discosta molto dalla realtà, noi le tramutiamo in una percezione d’insicurezza. In realtà è una cosa legata ad un sentimento che si concentra tutto sul disagio dei cittadini, soprattutto quelli meno giovani, rispetto alla percezione di un mondo che cambia.

Quindi lei sostiene che nell’aumento della percezione di insicurezza dei cittadini si  riflettono problemi di convivenza dovute ai forti flussi di immigrazione.

Nell’attività che ho svolto nella distribuzione dei migranti, quando abbiamo avuto la fase acuta nella primavera del 2017, paradossalmente è stato più complicato relazionarsi con le piccole comunità rispetto per esempio a Bologna. Perché questo? Perché le persone che ci vivono vedono il tessuto sociale che si altera. Bisogna fare prima di tutto una valutazione non solo di ordine matematico: in un contesto urbanizzato come le piccole comunità dove vivono 50/60 persone, le quali magari hanno fatto scelte di vita ben precise e si ricollegano ad una memoria tramandata di una vita e spesso chi viene ad abitare questi luoghi, è spinto a viverli con una maggiore “gradevolezza”, cosa che noi abbiamo perduto. Questo per dire, che se chiedessimo ai cittadini qual è la percentuale d’immigrati nel paese, direbbero che è enorme, invece nonostante tutto si aggira attorno al 10%.  Ma la convinzione dei cittadini è completamente diversa. Tutto questo messo insieme, dà una percezione di insicurezza. Se poi a questo vengono legate alcune notizie di episodi più o meno gravi, diventa un tutt’uno con un sistema generale di paura e di preoccupazione.

L’Emilia Romagna, vedi processo Aemilia, non è immune alle infiltrazioni mafiose, quali sono i campi principali in cui s’insinua questo fenomeno: il controllo del mercato degli stupefacenti, la prostituzione (entrambi in aumento) oppure la mafia nelle nostre zone si sta sempre più orientando esclusivamente verso i reati di natura economico-finanziaria, quindi meno visibili e forse ancora più complessi da intercettare?

Il processo Aemilia ha dimostrato quello che probabilmente era nella logica delle cose già da qualche anno e che aspettava solo di essere rilevato concretamente.  Fatto abbastanza semplice che un territorio molto dinamico economicamente, per una mafia (semplifico la terminologia) che ormai spara sempre meno e fa sempre più affari, anche i temi della corruzione, come dicono gli analisti sono intimamente legati al riciclaggio del denaro di grandi proventi che vengo da altrove. Contesti come questo, proprio per il loro dinamismo economico e sociale, si poteva presumere che diventassero dei teatri privilegiati per questi fenomeni . Il processo AEmilia ha mostrato, soprattutto con l’accelerazione avvenuta per la ricostruzione post terremoto, riscontri oggettivi di queste infiltrazioni, ad esempio si sono fatti nomi e cognomi. Come cerchiamo di contrastarlo?  È una mafia che non ammazza e non impone dinamiche che esistono in altri territori come ad esempio il controllo sociale. Altrove la mafia hanno comportato dinamiche di carattere relazionale, come nella popolazione giovanile spesso queste modalità si manifestano con un modo arrogante nei comportamenti,  di prevaricazione nelle relazioni interpersonali. Qui questo no, almeno non ancora in maniera evidente. Qui il problema più grave è l’inquinamento dei circuiti economici.

Quali strumenti state mettendo in campo per contrastare, nella nostra regione, questo fenomeno legato all’inquinamento dei circuiti economici da parte della mafia?

Gli strumenti che abbiamo messo in campo sono molto forti. Anche grazie alla nuova legislazione,  si sta lavorando con grande penetrazione nei meccanismi che favoriscono le infiltrazioni di gruppi che fanno riferimento alla criminalità organizzata nei nostri circuiti economici.  L’amministrazione dello Stato nel suo complesso, utilizzando anche il suo patrimonio interforze a livello nazionale, ha creato una banca dati di grandi competenze per ricostruire anche le relazioni più marginali, tra soggetti che entrano in contatto. Questo è avvenuto anche qui, lo stiamo facendo e stiamo sondando anche settori, che personalmente ritengo insieme a altri indicatori, del fenomeno mafioso. Cercando di fare uno sforzo anche d’immaginazione. Penso al settore della logistica dei trasporti, dove ci sono comportamenti imprenditoriali che meritano di essere approfonditi, poi i fatti ci diranno se abbiamo visto giusto.  È un meccanismo molto insidioso. Dobbiamo pensare che chi vuole impiegare un capitale illecito, ha vantaggio competitivo rispetto ad altri soggetti economici. Perché se io investo 100 di capitale illegale e ottengo 70 per me è un vantaggio, perchè è ripulito, sono soldi riciclati. Se invece sono in regola  io ci ho rimesso 30 e la mia impresa fallirà. Questo è il meccanismo che diventa distorsivo per il mercato e per l’economia legale.  È un virus gravissimo che va contrastato, sia per i valori sia per gli effetti distorsivi che ha.

La confisca dei beni è uno strumento efficace nella lotta alla friminalità organizzata?

Complessivamente sì, però abbiamo sondato a livello nazionale alcuni contesti molto specifici,  che presentano delle criticità. Alcune aziende, quando lo Stato subentra come gestore, mettono in evidenza come alcuni parametri aziendali  che rischiano di renderle non più presenti sul mercato,  ivi compreso quella disponibilità di finanziamento del sistema bancario. Mi spiego: quando lo Stato inizia a gestire una azienda confiscata, a parte le difficoltà oggettive visto che non è questo il mestiere dei funzionari dello Stato, a volte si creano delle forti resistenze da parte del tessuto economico inquinato nel quale opera l’azienda che la portano a non stare in piedi economicamente o funzionalmente.  Detto ancora più esplicitamente  i fornitori di quella determinata azienda, se fanno parte del giro della criminalità organizzata, chiudono i rubinetti, ritardano le forniture, creno disservizi che alla fine mettono in difficoltà l’azienda confiscata. Sono fenomeni che noi dobbiamo contrastare sia per il valore intrinseco, ma perché sono lesivi e fortemente distorsivi dell’economia.

L’agenda politica degli italiani, continua ad essere marcatamente inclinata verso la necessità di nuove ed estese garanzie.

Si tratta di un fil rouge che vede intrecciati stabilità politica, lavoro, equità sociale e fiscale, in un contesto europeo dove l’Italia deve svolgere il proprio ruolo e dove la maggioranza degli intervistati non accarezza l’illusione dell’uscita scomposta e irresponsabile dalla moneta unica.

A scorrere i dati dell’istituto Ixé, la necessità che le priorità della politica siano poste verso l’irrobustimento dell’economia e all’occupazione risulta del tutto evidente.
I processi globali in corso da anni hanno lasciato soli davanti al proprio destino fasce ampie della popolazione, già povere o impoverite, incapaci di reggere il passo e scivolate verso aree reddituali ” a rischio” o addirittura marginali.
Intervenire per proteggere garantendo un futuro, senza farsi distogliere da altri temi, non meno importanti, ma rindondanti ad uso e consumo delle necessità del momento.
Nessuno può sminuire o deridere l’esigenza di sicurezza urbana delle nostre comunità,  ma queste, per essere tali, si devono fondere necessariamente su una piena cittadinanza che passa attraverso la dignità della persona e senza lavoro o se il lavoro è solo precario, non c’è dignità.
Oggi, guardando i dati elettorali dello scorso marzo, a questa domanda di protezione e di maggiori garanzie, le forze conservatrici e il M5S, hanno saputo dare una risposta, che seppur sgangherata nei contenuti è risultata più efficace e convincente.
Risposta efficace che ad oggi risulta maggioritaria anche in Europa, dove le forze progressiste  sono decisamente minoritarie.
Colpisce, in tutto questo, guardando gli ultimi accadimenti della politica italiana, come permanga una distanza abissale tra le esigenze poste dagli intervistati e lo “spettacolo” di queste ultime ore.
L’inadeguatezza si paga, chiunque la pratichi, a destra come a sinistra,
La pagherà chi vuole mettere assieme tutto e il contrario di tutto anteponendo gli interessi personali a quelli collettivi, o chi si pone in stand by aspettando che passi la bufera.
L’Italia invece, paese straordinario, avrebbe bisogno di correre senza lasciare nessuno indietro avendo una guida sicura.

Playoff allora. Playoff che vedono la Fortitudo arrivare felicemente, ma non senza patemi, alla semifinale del proprio girone contro Verona battendo 3-0 una volitiva e mai doma Agrigento. Ma andiamo con ordine.

Gara 2 dei playoff che vedono la Fortitudo impegnata in casa nella, difficile, rincorsa all’unica, cervellotica ancorché emozionante, promozione. Una gara due che vede una Fscudata svogliata e, forse, addormentata, far correre un’incredula Agrigento fino al + 10 salvo poi riprendersi a cavallo tra 2° e 3° quarto piazzando un parzialone che sembrerebbe chiudere i giochi. Non fosse che la biancoblu a volte rivela un’insospettata propensione ad essere una squadra femmina, capricciosa e affascinata da se stessa. Succede così che la frazione finale diventi pelosa e permetta agli isolani di poter provare perfino il tiro del -1. Sbagliato quello, la partita si conclude sul 78 a 72 per la Fortitudo. Che dire di questa ennesima prova dai due volti. Che la squadra allenata dal Poz non riesce, psicologicamente, a esimersi dal complicarsi la vita: questione di concentrazione e, forse, insicurezza; insicurezza, se questa fosse, che potrebbe pesare a questo punto del torneo. Da un punto di vista puramente tecnico, non si può non sottolineare come Pozzecco abbia drasticamente ridotto le rotazioni (e qui è più facile diagnosticare la mancanza di fiducia del coach in un gruppo non esattamente coeso) accorciando la rosa (nel 3° quarto nessun cambio per otto interminabili minuti). Scelta questa che obbliga tre giocatori (Mancinelli, Cinciarini e Rosselli, chi altri) a stare in campo per più di 30 minuti. Alla faccia del “… cerchiamo di chiuderle in fretta per far riposare i vecchietti …” con cui si era presentata la serie …

Gara 3 ad Agrigento, una gara pazza, inesplicabile. Parzialoni che si inseguono e si annullano (anche di 20 punti, prima per l’una e poi subito azzerati da quelli dell’altra). Alla fine, sangue, sudore, stupidità assortite, ma la F passa e trova, potendo far riposare i suoi vecchietti terribili (a proposito,anche sabato i migliori Mancinelli e Rosselli, assecondati, per una volta, dalla prima decente di quell’Amici che avrebbe dovuto essere la punta di diamante e si è dimostrato per tutto il campionato la scommessa, l’ennesima, perduta, da coach Boniciolli) perché si dovesse puntare sugli altri … per dire: McCamey, un americano, e Fultz 6 minuti scarsi in due. E allora facciamoli riposare gli antichi draghi e speriamo che questo basti contro un’ostica, se ce n’è una, Verona.

Playoff Virtus, adesso. Che ha perso l’ennesima sfida ad eliminazione questa volta contro l’Avellino dei due polifemi Fesenko (alla fine 34 di valutazione, c’è altro da dire?) e Lawall (curiosamente scartato per problemi fisici in estate dalla V e tornato giusto giusto in tempo per la volata playoff) cui nulla ha potuto opporre il solito, monumentale Aradori (anche domenica un ventello con il 50% al tiro) che ha pagato, lui come tutti, stazza e dimensioni ridotte; se poi ci aggiungiamo un Alessandro Gentile lontanissimo, dopo l’infortunio, da una condizione appena accettabile e rotazioni ridotte al lumicino (qualcuno si degnerà mai di prendersi la responsabilità per la disastrosa gestione del mercato?) si fa presto a spiegare il, probabile, mancato raggiungimento dell’obbiettivo minimo di stagione, gli ormai insopportabilmente agognati playoff. Playoff che poi, matematica docet, sono ancora possibili, certo. Ma a che servirà arrivarci? Se anche fosse, capiterà una tra Milano e Venezia e saranno tre-batoste-tre memorabili. Non credendo che la società abbisogni di un incasso in più, torna prepotente il tarlino maligno. E se davvero ci fosse la volontà di liberarsi dello staff tecnico giustificando la decisione con i risultati mancati? Ecco spiegatoil tardivo inserimento di Wilson, un giocatore che avrebbe fatto comodo, eccome, anche solo un mese prima. In caso contrario, se cioè il tarlino maligno tale dovesse rivelarsi, e cioè solo una cattiveria gratuita, resta però una domanda che rode: ma perché, appunto, non si è agito in tempi congrui?

Ingredienti:

  • Spaghetti integrali
  • 1 spicchio d”aglio
  • Qualche pomodorino piccadilli
  • 1 cucchiaio di capperi
  • Qualche oliva
  • 5 filetti di alici
  • Pane croccante (pane grattugiato,prezzemolo, un cucchiaio di parmigiano, sale, pepe, olio qnd)
  • Pecorino romano

Procedimento:

Unire gli ingredienti per preparare il pane croccante e tostare il tutto in forno, su di una teglia con carta forno o in una padella sul fuoco mescolando continuamente.

Durante la cottura degli spaghetti, fare soffriggere l’aglio tritato nel sorte’, unire un po’ di acqua della pasta e spegnere il fioco.

Preparare il crudo tritando le olive, i capperi non finissimi e i pomodorini tagliati a quadretti, mettere il tutto in una ciotola e condire con sale e pepe.

A cottura quasi completata mettere gli spaghetti nel tegame con aglio.  Mescolare bene per insaporire e fuori dal fuoco unire gli altri ingredienti, amalgamando bene il tutto. Non tornare più sul fuoco.

Aggiungere le alici un po’ sminuzzate.

Impiantare aggiungendo una spolverata di pane croccante e qualche Alice sminuzzata al centro.

 

Buon appetito da G&G