|

Home2018Luglio

Luglio 2018

Marina Romea, lunedì 30 luglio 2018, 30° C all’ombra.

Mi reco a Casal Borsetti in bicicletta per prelevare un po’ di soldi al Bancomat, l’unico cash dispenser (oh yeaah) nel raggio di 5-6 km. Trovo tra seduti ed astanti una decina di persone. La “macchina” Bancomat è opportunamente posizionata all’interno, per cui si può usufruire di una buona aria condizionata. Le persone sono calme, quasi rassegnate: la “macchina” è fuori uso a causa problemi di collegamento.

Un preoccupato impiegato, unico lavoratore presente nell’unica banca presente in un territorio che sta vivendo la sua stagione di punta, si affanna a spiegare che da Milano stanno lavorando e che al  massimo entro mezz’ora dovrebbe ripartire il collegamento. Sto per andarmene quando entra imperiosamente una indigena, sui 50 anni, la quale rivolgendosi all’impiegato dice che deve fare un bonifico . Molto educatamente lui le risponde che al momento non si può operare per mancanza di collegamento.

“E mio figlio come fa? ” – ” ha finito i soldi ed è in Asia! Gli devo fare un bonifico!!”

L’impiegato, quasi scusandosi le risponde:

“Signora stanno lavorando…”

“Tse” – fa lei, che ha capito tutto e sbotta:

“Loro se ne fregano di noi ” e va per uscire.

“Gentilmente, scusi signora” – le chiedo: “Loro chi?”

Indispettita dalla domanda guarda uno dei presenti (forse del posto) ed in dialetto  – pensando che io non capisca, dice:

“E quest saa vuol?”

poi uscendo borbotta:

“al so pu me’” (“lo so poi io”, sottinteso “chi sono Loro”).

In un paio di minuti la signora mi ha regalato una  fotografia live della recente storia minima del Paese: il consolidamento bancario in pochi istituti nazionali, le telecomunicazioni ed il software che ci danno i soldi ovunque, l’impiegato della banca ridotto ad appendice delle macchine e che fa il lavoro di usciere  (una volta nei paesi della Romagna era visto come un semidio), il figlio in vacanza in giro per l’ASIA, la signora  – puro ceto medio – che se la prende con “LORO”.

Tornando in bicicletta, senza soldi, provo a farmi qualche domanda: i fenomeni erano legati fra loro? era evitabile tutto questo?

Quando stavano arrivando le risposte l’afa ha preso il sopravvento.

Risposta alla recensione di Stefano Righini (qui l’articolo: http://iltiromagazine.it/la-nausea-di-jean-paul-sartre/)

A te il primo accostamento, quello tra Antonio Requentin e Forrest Gump
Che la mia mente ha trasferito in un altro versante, un’altra riva, dove ad attendere ho trovato il principe Myškin . Lidiozia dell’aristocratico russo la percepisco simile al candore statunitense di Forrest. Entrambi vivono la loro epoca storica in una società degli orrori: Myškin tornato in Russia dalla Svizzera, di fronte alla corruzione morale/sociale sprofonda nell’oblio del Nulla (leggi pazzia), Forrest tornato in America dal Vietnam, di fronte al cinismo delle classi sociali tutte di fronte alla tragedia dei reduci, corre fino allo sfinimento, fino a sentirsi non più in grado di farlo. Sentire, sentirsi, avere contatto autentico con la realtà può come aspirazione mandarti al manicomio. O darti la Nausea se il senso o l’essenza che aneli di toccare appare/é impenetrabile e vuoto come il Nulla.

Silvana Rovito

Un nuova importante battaglia culturale prima o poi  arriverà anche in Italia  . I suoi contenuti sono abbastanza chiari: Non ha più senso investire nel trasporto collettivo ( Pubblico in primis), nelle sue infrastrutture , nei suoi veicoli etc. Anzi sarebbe più utile per la città ed i suoi cittadini convertire le infrastrutture dedicate al trasporto pubblico ad uso e consumo della nascente industria dei veicoli a guida autonoma. Il debutto della nuova corrente culturale (sarebbe meglio descriverla come tecnica di marketing) non poteva che essere la mitica Sylicon Walley dove il Consiglio di Contea ha bocciato la proposta di creare 3 BusVie (porzioni di strade riservate al transito del Trasporto Pubblico , qualcosa di simile alle nostre Corsie Riservate, ma molto più protette ed efficaci) con la motivazioni che . “trattasi di investimenti riservati a tecnologie obsolete ecc, di efficacia limitata ecc” e che, udite! la prossima rivoluzione dell’auto a guida autonoma spazzerà via. 

A nulla sono valse le dimostrazioni al contrario presentate dalla locale Agenzia (Azienda) dei Trasporti Pubblici.

I fondamenti tecnici di una tale decisione da parte delle Autorità  stanno in alcune stime pseudoscientifiche molto approssimative.

Si stima che un’auto a guida autonoma possa sostituire 4 auto tradizionali liberando quindi enormi spazi. Inoltre diminuendo il costo di investimento e di conseguenza il costo di ammortamento, si dovrebbe eguagliare il costo/km per passeggero nei due modi di trasporto (pubblico e privato)

Quindi perché investire in costosi ed impattanti progetti di Trasporto Pubblico quando il cd mercato risolverà tutto?

Il sostegno materiale alla lieta novella proviene dagli ingenti investimenti fatti da Fondi ed Imprese nel nascente mercato dei veicoli a  guida autonoma e dalla futura battaglia che coinvolgerà mercati, imprese e produttori  di servizi nel tentativo di vendere quanti più veicoli a guida autonoma possibile.

In realtà non dovremmo più chiamarli veicoli ma Assistenti personali!

Vale a dire creare e soddisfare un nuovo bisogno: non sarà più  la propria vettura, come siamo abituati a pensarla  fino ad ora, ma una specie di assistente privato molto evoluto  che trotta tutto il giorno per soddisfare le nostre esigenze .

Al pari del telefonino , che non serve più per la classica telefonata , ma che si è evoluto trasformandosi e trasformando nel contempo la nostra vita ed il nostro tempo. In sostanza il nuovo assistente-maggiordomo diventerebbe  uno di famiglia (chi ha avuto a disposizione un autista per lungo tempo può capire), progettato non solo per le nostre esigenze ma per soddisfare esigenze e bisogni che noi oggi non abbiamo!

Le stesse motivazioni stanno alla base di molte iniziative contro il trasporto Pubblico in varie città degli States . La più impressionante a New  York dove una rivista importante (the Atlantic) sta facendo lobby contro il progetto di modernizzare la Metro  ed ha pubblicato un articolo circostanziato in cui si propone di ‘asfaltare‘ i tunnel della Metro e di riservarli ai veicoli a guida autonoma.

In realtà le cose, tecnicamente, non stanno così. Una corsia stradale, con le regole americane , può portare al max 2000 veicoli l’ora , vale a dire 2000/2500 persone , i sistemi di trasporto pubblico possono variare dai 5000 ai 50.000 a seconda delle tecnologie impiegate .

Le più ottimistiche proiezioni per le autonomous car parlano (grazie alle connessioni) di potere ridurre le distanze fra i veicoli garantendo un aumento di efficienza del 400/500 %, ma  più o meno le stesse performance si possono immaginare per i veicoli ‘pubblici’, lasciando inalterate le differenze di efficacia.

Il principale problema delle città oggi è l’amministrazione degli spazi, la loro condivisione . Sarà così anche nel 2050 . Anzi passando da 7miliardi di persone ai 9,5 miliardi nello stesso periodo , con un significativo incremento nelle metropoli , il problema della congestione si aggraverà.

Perché allora questa offensiva contro il Trasporto Pubblico ?

Una ideologia quando si muove, forte di Capitali e di interessi, non si cura dei dettagli e trova facilmente tecnici e consulenti desiderosi di mettersi all’opera , guadagnando facilmente i consensi di cittadini e politici ansiosi di soluzioni facili, semplici e soprattutto non impegnative per i bilanci pubblici.

Prepariamoci , anche in Italia, all’offensiva dei profeti dell’inutilità del trasporto pubblico e dello spreco di denaro che esso rappresenta.

Tutto si può dire, e pensare ovvio, dell’utopia libertaria che ha visto, e vede da un paio d’anni, Piazza Verdi, più che altro le stradine e le piazzette a lei adiacenti (Guasto e Respighi) invase pacificamente  e festosamente  da una miriade di container riadattati a colorati chiringuitos. Certo, la qualità delle proposte è quella che è, e a lungo si potrebbe disquisire sulle modalità e i motivi (quelli veri) che portarono, era l’alba dell’estate scorsa, a dare il la (siamo o non siamo proprio affianco al tempio della musica così ritenuta seria?) ad un’esperienza a lungo osteggiata dagli osti e dai gestori limitrofi che, oggettivamente, si sono visti affiancare da una pletora di concorrenze privilegiate ed incentivate, attività libere e belle da tutti i paletti, pastoie, gabelle e quant’altro che invece, per i residenziali, costituiscono la norma. Ma non è questo il momento, la sede, il luogo e non è nemmeno opportuno parlarne; anche perché al secondo anno di vita, l’esperienza ha preso una sua direzione ben precisa che punta più sulla trasparenza e la collaborazione rispetto al tempo passato quando al celato deus ex machina dell’operazione tutto fu concesso. Ma tralasciando l’abitudine retriva della recriminazione, la zona, davvero, qualcosa se non molto ha guadagnato: visibilità e vivibilità, innanzi tutto. E poi luci, colori, musica (altra rispetto a quella nobile ma un po’ ingessata dello stentoreo vicino) e risate. E gente, gente normale, non quella che, fino a davvero poco tempo fa, si era soliti schivare passeggiando sotto il grande ginko-biloba che ombreggia i tavolini e la nuova socialità nella zona. Passando a quello che più ci preme, la possibilità di tirar tardi in piacevole compagnia, zigzagando tra le innumeri proposte più o meno simili come qualità e gusto che non sentiamo certo di sconsigliare, ci fermeremmo però volentieri al “Gester” che non si trova nella fin troppo affollata piazzetta (indubbiamente affascinante con tutte le luci appese tra i rami del grande ginko che la fanno somigliare ad una qualche petite place di un qualsiasi villaggio provenzale) ma nella più discosta, e per certi versi tranquilla, via DelGuasto. Che, è vero, sarà stretta e molto meno glamour, ma, almeno per quello che riguarda il nostro “Gester” offre un plus di gran fascino: il piccolo ma curato dehors situato sotto la parte terminale del portico del Comunale. Una volta comodamente sistemati, si potranno gustare le poche ma gustose proposte che variano dagli arrosticini alle bruschette e dalle patate alle costine al forno BBQ offerte in diverse combinazioni di menu. Una scelta impegnativa, forse, in quanto a calorie e calore per queste serate d’estate (a proposito,  il GuastoVillage, che quest’anno riunisce le vie Respighi, Righi e Guasto, resterà aperto fino alla metà di ottobre salvo nuove ordinanze che ne allunghino le date), ma il tutto potrà essere rinfrescato dalle proposte di Fabio Brunetti (l’abbiamo già conosciuto per averne parlato ai tempi del “CaffèDelleErbe”) che, cresciuto molto professionalmente, saprà proporre ad ognuno il drink che più potrà essergli congeniale. Le preparazioni sono quelle classiche (si passa dall’Hugo con lo sciroppo di sambuco al Mojito, dal Margarita alla Caipirinha, dal PunchCubano alla PiñaColada), ma il consiglio è quello di farsi guidare in un percorso tra i gin ricercati che stanno alla base dei rinfrescanti gintonic ideati dallo stesso Fabio: il PrimoSale con gin Lane 1751, aromatizzato con rosmarino e lime oppure lo Spicy con gin Collesi, zenzero, cetriolo e lime, il Victorian che al solito gin Lane 1751 unisce l’uva e la radice di liquirizia ed infine l’EdgertonPeach con gin Edgerton, salvia, pesca e limone. Tutti ottime alternative al bere comune e, soprattutto, dal gusto davvero estivo. Detto che gli orari di apertura vanno dalle 16,30 circa all’1 tutte le sere, domenica compresa, non resta che augurare a tutti un buon TirarTardi

Stefano Righini

 

E’ la  notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 quando si svolge l’ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo [organo supremo del regime], presieduto da Benito Mussolini, nella quale venne votato l’ “Ordine del giorno Grandi”, un documento preparato e firmato dai dissidenti, un attacco diretto al Duce e di sfiducia nel suo operato.

L’esito dello scrutinio avviene all’alba del 25 luglio ed è senza appello: diciannove sì contro sette no. Alle ore 17 dello stesso giorno Mussolini viene destituito dalla carica dal re Vittorio Emanuele III [al suo posto viene nominato Pietro Badoglio] e contestualmente arrestato.

In quelle ore si festeggiò in tutta Italia, e in particolare a Campegine, un paese in provincia di Reggio Emilia, la famiglia Cervi decise di farlo in modo decisamente originale, con una grande pastasciutta offerta a tutto il paese. Portata in piazza nei bidoni per il latte, attraverso il passaparola tuti i cittadini si riunirono attorno al carro, tutti in fila per avere un piatto di maccheroni conditi con burro e formaggio. Il papà Cervi descrisse il momento come il “più bel funerale del fascismo”.

Da settantacinquenne anni esatti da quel 25 luglio, la Pastasciutta Antifascista ritorna in scena in tantissime città, paesi, quartieri. Una occasione di rievocazione storica, conviviale, popolare, i cui ingredienti vincenti sono la memoria e l’impegno per la democrazia.

Buon appetito a tutti!

 

Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo, ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore” (papà Alcide Cervi)

Quando nel 1994 uscì “Forrest Gump” per l’interpretazione di Tom Hanks e la regia di Robert Zemeckis, molti si ricordarono di Chauncey Gardiner, il giardiniere interpretato dall’altrettanto formidabile Peter Sellers nell’immaginifico “Oltre il giardino” diretto da Hal Ashby ed altrettanti, forse straparlando, si rifecero invece al “Candide” di Voltaire. Nessuno però, a mia memoria (fallace la memoria, ne convengo, e quindi potrei venire, e mi piacerebbe, facilmente smentito), si ricordò dell’Antonio Roquentin, protagonista suo malgrado (prendendo a prestito una definizione di Louis-Ferdinand Celine tratto da L’Eglise, “… un giovane senza importanza collettiva, solo un individuo …” ) de “La Nausea” di Jean-Paul Sartre. Spiegare come e perché apparentarli non è cosa da poco e non è certo questo il momento, il luogo, né, oggettivamente, ne avrei il tempo. Soprattutto se il fine di queste poche righe è pur sempre quello di consigliarne la lettura (si parla, ovvio, del romanzo di Sartre). Ipotesi azzardata, condivido, ma d’altronde sto anch’io straparlando. Eppure due suggestioni di riconoscibile immediatezza a corroborarne la possibilità e/o per indirizzare i pochi ma avvertiti lettori, non me e ve le voglio fare sfuggire. La prima, banale e di traduzione, si rifà ad un pensiero dello stesso Roquentin, storico di professione, che, dopo anni viaggiati in oriente perseguendo il proprio lavoro, alla richiesta di un tal Mercier di aggregarsi a lui per una spedizione nel Bengala, non si perita di rispondergli (ed in questo parafrasando od essendo parafrasato dal Forrest Gump esausto podista) “… vi ringrazio, ma credo di aver viaggiato abbastanza; adesso bisogna che rientri in Francia …”. La seconda, più seria, o forse solo più affastellata dai ricordi intellettualoidi derivanti da uno dei tempi che furono (ma questa è un’altra storia) propone di vedere le due storie, quella all’apparenza lieve e propositiva di Forrest e quella assai più greve appesantita com’è dal dolore dell’esistere di Antoine, come lo stesso film ma visto l’una volta in positivo e l’altra in negativo. O ancora, se si vuole, come si favoleggiava bisognasse ascoltare “Gimme Shelter” dei Rolling Stones, singolo strepitoso tratto dall’album “Let it bleed”, musicalmente forse la più dura presa di posizione contro la guerra, che però, se fatta girare al contrario sul piatto del giradischi, avrebbe suonato un inno all’innominabile abitatore degli inferi.

Tornando a noi, a “La Nausea” nello specifico, il romanzo, per dirla con le parole dello stesso Sartre, “… non è un attacco alla borghesia, ma lo è in gran parte … in un certo senso, la nausée è la conclusione letteraria dell’ uomo solo …”. L’uomo solo, dunque. L’individuo che si oppone alla società con l’indipendenza del proprio pensiero, ma che non deve nulla alla società e su cui la società non può nulla, perché è libero. L’Uomo Solo, dunque: “… il pensiero fondante di tutto ciò che, appena uscito dalla Normale, pensavo, scrivevo, vivevo prima del 1939 … durante  l’intero anteguerra non ho avuto opinioni politiche, ascoltavo quanto diceva Nizan che era comunista, ma ascoltavo con uguale attenzione Aron (lo stesso Aron che di lui, Sartre, dirà “… invidiavo la sua facilità dello scrivere, la ricchezza dell’immaginazione, costruzione del mondo delle idee, straordinaria fecondità del suo spirito e della sua penna … avevo la sensazione che sarebbe diventato quello che diventò filosofo, romanziere, drammaturgo, professore dell’esistenzialismo, premio nobel della letteratura …”) o altri che erano socialisti … quanto a me, ritenevo che il mio destino fosse scrivere e non vedevo affatto la scrittura come attività sociale … giudicavo i borghesi maiali e pensavo di essere autorizzato a rendere pubblico tale mio giudizio … “.

Un uomo solo, dunque, Roquentin che, dopo aver viaggiato a lungo si è stabilito a Bouville dove abita in un albergo per commessi viaggiatori e scrive una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo, il signore di Rollebon. Abbandonato dalla donna amata, Antoine perde goccia a goccia il proprio passato sprofondando nella consapevolezza senza senso della propria vita. Allora comincia la sua vera avventura, una metamorfosi insinuante e dolcemente orribile di ogni sensazione. Ed è la Nausea, la Nausea che prende a tradimento e fa galleggiare in una tiepida palude temporale, che in breve arriva a permeare ogni cosa fino a confondersi inesorabilmente con l’esistenza stessa.

 

…con focaccia ai cereali e focaccia al farro con cipolla

Ingredienti:

  • Carote
  • Zucchine
  • Tropea
  • Pomodorini
  • Melanzane
  • Peperoni (rosso e giallo)
  • Patata
  • Feta
  • Salvia

Procedimento:
Lavare e mondare tutte le verdure, tagliarle ognuna in un modo diverso.
Carota a rondelle, zucchine a spicchio, melanzana a quadroni, peperone a rombo, pomodorini a metà e patata a cubettone.
Condirle con sale, olio, curcuma, qualche foglia di salvia e feta sbriciolata.
Mettere in un foglio di carta da forno piuttosto ampio da poterle accartocciare. Stringere bene al centro in modo che non si aprano.
Cuocerli in forno a 180 gradi x 20/30 minuti …
Servire aprendo il cartoccio direttamente a tavola per sprigionare tutti gli aromi.

Ingredienti per le focacce:

Ai cereali:

  • Farina ai 7 cereali 500g
  • Lievito di birra 15g
  • Sale un pizzico
  • Zucchero un pizzico
  • Olio
  • Acqua circa 250 dl

Dopo aver stemperato il lievito nell’acqua appena tiepida, impastare tutti gli ingredienti, stendere su una leccarda da forno, creare dei solchi con i polpastrelli, ungere con un po’ di olio e poi mettere qualche seme sopra (es. zucca, girasole, papavero )
Coprire con pellicola e far lievitare a forno spento e luce accesa per almeno per 2 ore.
Cuocere poi a 180 g x 20 minuti circa

Al farro con cipolla:

Stesso procedimento ma al posto dei semi mettere dei quadrettini di Tropea a crudo condita.
Per evitare che sopra si crosti subito spruzzarla prima di infornarla con un po’ di acqua.

Noi ci abbiamo abbinato un infuso freddo di Arancia e Cannella!

Buon tutto da G&G!

L’Italia era ancora sgomenta per le immagini dell’autostrada che si squarcia a Capaci e divora Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, quando, pochissimo tempo dopo, il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, nel breve tratto tra le auto della scorta ed il portone di casa della madre, una Fiat 126 imbottita di esplosivo uccide Paolo  Borsellino e cinque persone della scorta.

Borsellino aveva 52 anni ed era uno dei magistrati più importanti del “Pool antimafia” di Palermo. Insieme a Giovanni Falcone aveva svolto le indagini che avevano portato al famoso “maxiprocesso” del 1986, un processo storico nelle inchieste contro la mafia.

A distanza di 26 anni, il 30 giugno 2018 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha depositato le motivazioni [1865 pagine] per la sentenza del processo chiamato Borsellino quater, quello sul depistaggio delle indagini. Il processo, iniziato nel 2012, era finito con la condanna per strage e calunnia. In particolare, per il reato di calunnia era stato condannato Vincenzo Scarantino che nel 1992 si autoaccusò falsamente per aver partecipato all’organizzazione della strage. Il processo stabilì che egli era stato «indotto a commettere il reato».

In particolare i Giudici della Corte D’Assise di Caltanissetta scrivono: «Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana».

«C’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende».

Il personaggio a cui fanno riferimento è Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia che coordinò le indagini sull’attentato, deceduto oltre dieci anni fa.

La Procura di Caltanissetta nel contempo ha chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti: per tutti l’accusa è di calunnia in concorso.

Il 13 marzo 1853 chi avesse letto approfonditamente le pagine del NewYorkTimes, avrebbe forse notato un trafiletto che pubblicizzava la pubblicazione il giorno dopo sul SundayDispatch, un settimanale concorrente, della prima puntata di un romanzo anonimo, un romanzo che avrebbe trattato di … filosofia, filantropia, pauperismo, legge, criminalità, amore, matrimonio e così via.

Nulla di che quindi, nemmeno per tempi in cui il lettore non molto altro si aspettava da un romanzo d’appendice. Non fosse che, nel 2016 grazie al lavoro ed alla dedizione di un giovane studioso, quel testo anonimo fu riconosciuto come un romanzo perduto di Walt Whitman, il grande padre della poesia americana (suo il fondante “Foglie d’erba”, poesie che anticipano profeticamente tanta e tanta, per non dire tutta, la letteratura nordamericana che conosciamo) e come tale, romanzo ritrovato di Whtiman, stampato dalla UniversityOfJowaPress con il suo titolo originale di “Vita e avventure di Jack Engle” (in Italia tradotto nel 2017 da Mattioli 1883). Ma perché la riedizione di un romanzo appartenente di diritto al filone del city mistery novel (come detto, il romanzo d’appendice) tanto scalpore suscitò? Sostanzialmente, perché quel testo costituisce, cronologicamente in quanto scritto contemporaneamente o quasi, il momento di passaggio tra il Whtiman precedente (quello attivo fino al 1848 circa cioè, ritenuto un comune giornalista e poco più di un poeta convenzionale) e il Whtiman autore di quella che viene considerata “… la bibbia in versi della democrazia americana …”. Il valore del romanzo, dunque, una storia “… di buoni e cattivi, puri e corrotti, squallidi figuri ed amici veri, genitori adottivi e naturali (cui si aggiungono una ballerina spagnola, un’affascinante giovane quacchera, un provvidenziale e giocoso cagnolone nero, un  lattaio dal cuore buono), tragedie del passato e speranze per il futuro, insomma una fantasia dickensiana ambientata in una NewYork vitale ed inconsueta fatta di una girandola di strade, teatri, barche, cimiteri, stanze misere e casette linde …”, starebbe nel suo testimoniare il processo della scoperta personale di Whitman stesso. Non si tenesse conto del suo costituire comunque una lettura godibilissima e avvincente, emozionante e commovente che molto riporta alle buone letture di una volta come potevano essere “Tom Sawyer” o “L’isola del tesoro” e anche il “Christmas Tale” che introdusse la mitica figura di Uncle Scroogle,  testi ai quali questo si apparenta non fosse altro per lo spirito positivo e l’ironico assunto di fondo.

Una lettura perfetta, insomma, per questi lunghi pomeriggi estivi.

Ogni anno il 18 luglio si celebra il Nelson Mandela day, giornata istituita dalle Nazioni Unite quale riconoscimento a colui che è diventato il simbolo universale della lotta per la giustizia e la libertà, nel giorno del suo compleanno.

Madiba, così come veniva chiamato da tutti, non solo ha cambiato il proprio Paese, ma il mondo intero, con le sue azioni e la sua statura morale.

Quest’anno avrebbe compiuto 100 anni!

“Possiamo cambiare il mondo e renderlo un posto migliore. E’ nelle tue mani la possibilità di fare la differenza.”

Col cuore si vince, diceva la pubblicità di una grappa che ormai ricordano in pochi. Uno slogan non banale di questi tempi. L’ondata di aggressività e di rancore non ha precedenti. Ogni giorno aumentano i toni, cresce il livello dello scontro, si moltiplicano i motivi del contendere. E’ come vivere in una pentola a pressione senza valvola di sfogo. Cresce la diffidenza verso tutto e tutti. I comportamenti di ognuno sono motivo di diffidenza, di rancore o di frustrazione, a seconda di dove ci si pone. Tutti contro tutti. Ogni elemento di diversità non è mai visto come un possibile arricchimento, ma come una minaccia. La guerra tra poveri imperversa, gli slogan la fanno da padroni. Lo stile ultras, dagli spalti degli stadi è dilagato ad ogni ambito della vita sociale. Non vale più il giudizio critico, interessa solo individuare un avversario o anche un nemico, meglio se più debole, verso cui accanirsi, fregandocene delle conseguenze. Per superare le difficoltà ci sarebbe invece bisogno di amore. So che fa sorridere, perché l’amore è ormai una parola relegata nei confini dell’esperienza sentimentale tra due persone, ma non è sempre stato  così. Anche gli italiani hanno vissuto periodi di forte e diffuso amore per qualcos’altro; amore per la patria, di amore per la libertà, per l’indipendenza. E’ stato l’amore per il prossimo che ci ha permesso di superare  anni di tumultuosi cambiamenti sociali e demografici. L’amore per il lavoro ha permesso la nascita di imprese di successo che il mondo ci invidia, perché dall’idea l’amore si è trasferito alla materia ed ha contagiato anche il cuore dei lavoratori che in una impresa di successo non sono semplici unità lavorative, ma sono preziosi collaboratori: amano il loro lavoro. L’amore per la scoperta ha portato l’uomo a raggiungere traguardi inimmaginabili in tutti i campi, a partire dalla medicina. Le recenti espressioni della vita pubblica e di quella collettiva più in generale, sembrano purtroppo aver dimenticato questa dimensione. Si passa il tempo a declamare l’odio per qualcosa o per qualcuno, sia l’Europa, siano gli immigrati, i tedeschi, i comunisti, i francesi, i cinesi, insomma, gli altri, come se chi odia fosse un concentrato di virtù, come se colpendo qualcuno risolvessimo un nostro problema. Una parte del mondo, tra cui anche il nostro Paese, sta alzando barriere che oltre che doganali o di confini o di culture, sono destinate a diventare  i muri di quella che ben presto sarà la prigione di noi stessi. Convinti di escludere qualcuno, ci escluderemo noi dal resto del mondo. E’ una facile profezia perché è già successo. In particolare è successo nel nostro continente, non ha mai portato niente di buono e se ne è sempre usciti a caro prezzo. Si sa, la vita reale pone sempre problemi da affrontare e da risolvere. Sempre c’è una soluzione da trovare e una responsabilità da prendersi. Ci sono sempre dei limiti da porre. Chi comanda lo sa:  dal capo condominio al Presidente della Repubblica, chi comanda deve decidere con intelligenza e con cuore, nell’interesse di quanti coinvolti e del loro futuro. Nelle valutazioni e nelle scelte, nel linguaggio e nell’atteggiamento, una  cosa andrebbe ricordata: il libero sfogo all’odio figlio dalla frustrazione e dell’insoddisfazione, non ha mai generato nulla di positivo. Non poco. Nulla. Nessuna patria, nessuna libertà, nessun successo, nessuna novità, nessuna ricchezza, nessuna vita migliore. Niente. L’odio ha portato con sé sofferenza e tanta miseria, sia umana che materiale, sempre e inevitabilmente. Per questo le scelte vanno fatte con intelligenza, ma anche con amore.

 

Ingredienti a porzione:

  • 10 gamberi
  • Un pugno di misticanza
  • Mezzo mango maturo
  • 1 cipollotto piccolo
  • Mezza arancia
  • Un cucchiaino di semi di chia

Procedimento:

Pulire i gamberi avendo cura di togliere bene il filo nero che si trova al centro (vi potete aiutare con uno stecchino) e poi inciderli fino ad aprire un po’ la schiena.

Nel frattempo tagliare il cipollotto a rondelle e farlo un po’ dorate in padella.

Unire i gamberi a fuoco vivo, cuocerli pochi minuti e sfumarli con il succo di arancia.

Toglierli da fuoco e farli intiepidìre. Poi unirli alla misticanza, ( avendo cura di conservare il fondo di cottura), il mango tagliato a fettine e i semi di chia. Mescolare bene.
Impiattare aggiustando di sale.

Versare sopra  l’insalata il sughetto di cottura rimasto.

Buon appetito da G&G.

A me De Cataldo non piace. Una scrittura troppo vecchia, troppo banale, troppo inutile, la sua. Per intendersi, scrive come scriverebbe mia nonna (questo no, mia nonna era non dico analfabeta, ma aveva solo la terza elementare e lo scrivere, per lei, era roba da letterati, da laureati, da gente che avesse studiato) e non credo nemmeno che le sarebbe piaciuto, sempre a mia nonna, leggerlo (per leggere, lei leggeva, e tanto: ricordo che all’ultimo le piaceva “Conan” di Robert E.Howard, le regalai tutta la saga e ci scambiavamo i romanzi e sapessi dove li ho messi, mi piacerebbe rileggerli).

E quindi un po’ ero perplesso da questo “Giochi Criminali”, raccolta di racconti, gialli appunto, a quadruplice firma (DeCataldo, DeGiovanni, DeSilva, Lucarelli) appena, è l’estate bellezza, rieditati da Einaudi.

Poi l’antica sodalità per Carlo (Lucarelli) ha prevalso e quindi …Quindi eccoli qua questi racconti che vedono agire, investigare, proporsi a deus ex machina o protagonisti i personaggi altrimenti conosciuti dei quattro scrittori: la professoressa Blasi (“Medusa” di Giancarlo DeCataldo), il commissario Ricciardi (“Febbre” di Maurizio DeGiovanni), l’avvocato Malinconico (“Patrocinio gratuito” di Diego DeSilva) e l’ispettore Grazia Negro (“A Girl Like You” di Carlo Lucarelli).

Ma entrando nello specifico dei quattro racconti, iniziamo proprio da DeCataldo e dalla sua medusesca professoressa protagonista di, appunto, “Medusa”, una donna che al di là degli intenti dello scrittore, non riesce a giustificare né le premesse né le promesse dell’autore né tantomeno a soddisfare le aspettative del lettore (e a nulla vale il promettente incipit, “… Emma detestava i gatti. Considerava il binomio donna-gatto corrivo e scurrile. Peggio: melenso. Roba buona per le bambine con il fermacapelli perse dietro la principessa Sissi …”, il resto, subito dopo, torna alla norma della scrittura di DeCataldo: piatta e noiosa e caratterizzata dalla adrenaliticità e fantasia che può regalare la lettura della lista di una spesa vegana; naturalmente, però, chi apprezza l’autore, troverà il racconto soddisfacente per le proprie aspettative).

Allo stesso modo soddisferà il lettore assiduo o anche solo affezionato, il racconto di DeGiovanni, “Febbre”, in cui il commissario Ricciardi (novello Dante alle prese con la propria personalissima comedia, “… preferisco sopportare da solo il peso di vedere decine di morti mischiarsi ai vivi nelle strade, fermi agli angoli in una giornata di primavera, o sotto la pioggia dell’autunno, immobili con le ferite sanguinanti e la vita che fluisce fuori dai corpi martoriati, a ripetere senza sosta l’ultimo mezzo pensiero amputato, solo per i miei occhi e per le orecchie del mio animo straziato …”) si trova ad indagare nell’ambiente del lotto napoletano, delle sue credenze e delle sue superstizioni, delle sue cabale e dei suoi assistiti, delle sue ricevitorie e delle sue bische clandestine in una Napoli bellissima e crudele, avvolgente e refrattaria, una città che pare invasa da innumerevoli febbri con “… i reduci che tornavano dal fronte esibendo mutilazioni bluastre mal fasciate, bende su orbite svuotate da bombe e schegge, espressioni straziate da orrori mai immaginati prima ed ora impressi per sempre nella memoria …” e assai pericolosa con “… le squadre nere la attraversano marciando e cantando a squarciagola …”.

Per DeSilva, e il suo “Patrocinio gratuito”, il discorso cambia. Ammetto la mia ignoranza (non conoscenza), di questo DeSilva non avevo letto nulla prima. E nulla leggerò da adesso in poi. Certo il racconto non è la prova più semplice per uno scrittore, troppo esiguo lo spazio a disposizione per dispiegare in pieno la propria prosa e declinare in pieno la propria poetica. Però, proprio per questi stessi motivi, il racconto è il banco di prova inequivocabile delle capacità di un autore. Autore che, in questo caso, fa chiedere perché abbia avuto la possibilità di pubblicare. Malignando, si può ipotizzare una stampa in proprio (quanti pagano il proprio libro d’esordio) o una qualche forma di voto di scambio o, ancora, l’esistenza di rapporti parentali tra editore ed editato. Al di là delle battute, resta la sensazione che chiunque (ma davvero chiunque chiunque), basterebbe essere disabituati alla lettura e non nutrire alcun interesse alla scrittura, alle sue regole ed alla sua bellezza, potrebbe scrivere le stesse cose allo stesso modo e con gli stessi risultati. Piatta e banale la prosa, piatta e banale la storia, piatti e banali se non ridicoli i personaggi, il modo in cui parlano, le motivazioni che li spingono, addirittura il modo in cui le rispettive personalità vengono cesellate. Facendo dubitare possa questo racconto soddisfare le aspettative di chiunque.

Rimane Lucarelli. Lucarelli e la sua Grazia Negro alle prese con questa “A Girl Like You”. Nulla di nuovo, nemmeno in questo caso. Anche Lucarelli è sempre lui. Ma che classe, che capacità di scrittura, che gestione degli spazi e dei tempi. E che voglia, che urgenza, che lascia in chi legge di continuare a leggerlo per sapere come finirà (la storia del racconto, lasciata volutamente aperta per un futuro, si spera, continuum, e la storia dell’ispettore Negro alle prese con una, duplice, maternità). Un maestro, un gigante tra pigmei.

In questa sorta di dispersione del gusto costituita dall’accumulo di locali (la maggior parte falsi e senza futuro) che sta invadendo (sta?) Bologna, il suo centro ma anche la periferia, per fortuna qualcosa di storico, che mantenga vive la tradizione e il buon gusto, ancora resiste. Senza dubbio, una di queste oasi, per di più in pieno centro, la zona forse più degradata da questo punto di vista (ed infatti perfino di fianco ad esso sono sorte paninerie e pseudo bistro che … vabbè, lasciamo perdere), è il GranBar di via D’Azeglio 8.

Nato come tabaccheria/bar, e già da tempo convertito all’arte dell’accoglienza e del beverage (per dire, anche ai tempi del Mocambo, la piccola enclave del buon gusto e dell’altrettanto buon bere che sorgeva proprio lì davanti al cui ricordo tutti noi inossidabili cultori del rito dell’aperitivo siamo ancora legati, il GranBar attirava frequentatori ed appassionati affezionati) offre, oltretutto, una particolare sensazione di internazionalità situato com’è di fronte al forse più classico hotel bolognese (quel “Roma” meta, ad esempio, di tutte le compagnie teatrali di passaggio in città) ed al centro esatto del salotto buono di Bologna, quella via D’Azeglio, parte pedonale, che tanti turisti (complice la presenza costante e discreta del ricordo di Lucio Dalla che viveva giusto qualche decina di metri più in alto) hanno eletto a passeggiata imprescindibile.

Aperto dal lunedì al sabato dalle 7 alle 21,30 (ma, chiaro, se stai sorseggiando uno degli ottimi cocktail preparati da Dino, uno degli ultimi barman nato e cresciuto nel solco della scuola della grande tradizione bolognese, quella che privilegiava la solidità della classica mixology alla fuffa di tanta alchimia più di facciata che di sostanza oggi imperante soprattutto in chi non può permettersela (poi, chiaro, interessanti bartender moderni esistono, anche in città), nessuno ti obbligherà ad affrettarti: l’ospitalità, comme d’habitude, è sacra) offre un servizio completo che spazia dalla colazione (ottima la caffetteria e la pasticceria che, ad occhio, anzi al gusto, dovrebbe essere dell’ex laboratorio di via Massarenti adesso alle Roveri) al coffèe break di metà mattina, da un pranzo veloce (in cui si potranno degustare i prodotti del premiato salumificio Villani come la culatta e il prosciutto crudo 24 mesi, la coppa di parma e la pancetta steccata

dolce, il salame di Felino e lo speck tradizionale, la mortadella “LoSanto” e il salame “IlRustico” e il cotto “Fiordaliso”) alla pausa relax di metà pomeriggio fino ad arrivare al momento per noi, amanti del piacevole tirar tardi, più aspettato della giornata intera; quello dell’aperitivo.

Un momento che davvero più rilassato e piacevole è difficile immaginare, grazie al servizio impeccabile garantito dal giovane, ridotto e preparato staff (Lucia e Alì e Max) coordinato da Giancarlo ed alla buona scelta di vini, tra cui spiccano le grandi marche di champagne (Bollinger e Drappier tra le altre) accompagnati da una composita varietà di apetizer.

Tornando però ai cocktail di Dino, inutile elencarli o suggerirne qualcuno. I 60 ufficiali IBA (International Bartenders Association), i grandi classici, tutte le variazioni possibili, nulla vi sarà negato se richiesto. Il consiglio giusto, forse, un consiglio per i più curiosi, potrebbe essere quello di chiedere al barman una sua invenzione, magari dandogli giusto una qualche indicazione su quelli che sono i vostri gusti. Fidatevi, non ne rimarreste delusi.

Stefano Righini

Poteva M.me Isabella Seragnoli, da sempre munificamente partecipe di iniziative rivolte al sociale, lasciar passare in silenzio i cinquant’anni trascorsi dal ’68? Naturalmente no, e infatti ecco che sabato 9 giugno negli spazi del Mast di via Speranza (Mast.Gallery Livello 0, aperta al pubblico fino al 30 settembre) ha inaugurato “USA’68 –  Disordini e sogni, cinquantaquattro immagini di reportage”, una mostra bella (bello è un concetto relativo ed inadeguato se rivolto a questo conteso, lo so) e necessaria, oserei dire, che, senza tradire la vocazione espositiva incentrata sui temi del lavoro e dell’industria, vuole sì ricordare un anno simbolo, ma anche, e forse soprattutto, rendere omaggio al fotogiornalismo degli anni sessanta.

Un fotogiornalismo eroico, quello di quegli anni, eroico e pericoloso, eroico e pericoloso e fondante per gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità che, a distanza di due secoli e mezzo dalla loro prima formulazione, invasero la società americana riempiendola di sé, di speranze, di ideali ed illusioni.

Sono 54 le foto in mostra. Cinquantaquattro foto provenienti dalla “Monroe Gallery of Photography” di SantaFe che ripercorrono ed illustrano, accompagnandole, le vicende topiche, gli snodi del destino e le ripercussioni sulla storia, la storia di allora che anticipò la storia che sarebbe stata, alternando le immagini della parabola lucente ma breve di Martin Luther King a quelle tragiche della sporca guerra, quella guerra del Vietnam che così profondamente e dolorosamente segnò e contraddistinse la coscienza di un’America non più da happy days, quelle scattate durante le campagne elettorali di Nixon e Bob Kennedy a quelle crudeli del secondo assassinio Kennedy, quello dello stesso Bob, che segnarono la fine della Camelot democratica simbolo di un’innocenza agognata, forse sognata ma soppressa ancora in fasce dell’America tutta, i ritratti intensi dei campioni di allora (alcuni, se non tutti, campioni ancora oggi) Dylan e Alì e Jane Fonda e quella dei guanti neri da black panther che inguainavano mani nere lanciati in faccia all’establishment

mondiale da Tommie Smith e John Carlos nel momento sportivo più alto, la premiazione della sfida regina dell’Olimpiade. Scatti, questi esposti, che rappresentano, come spiega Urs Stahel, “… l’ultimo grande momento di gloria del fotogiornalismo. Senza le foto in B/N, incisive e fortemente contrastate, senza le prime sezioni a colori nelle riviste, non si potrebbero nemmeno immaginare i Beatles e i RollingStones, lo sbarco sulla luna e la guerra in Vietnam, Courrèges e Twiggy, la liberazione sessuale e il femminismo e le BlackPanthers …” (tranquilli, comunque; anche se ai più i nomi dei fotografi, Ken Regan e Art Shay, Eddie Adams e John Olson, Bill Eppridge e Steve Schapiro, John Dominis e Bo Gomel, Carlo Bavagnoli e gli altri, non diranno nulla, le immagini, tra le più iconiche del periodo e grondanti storia e sangue,  sudore e speranze, le avrete viste centinaia di volte, ma mai dal vivo, e sarà, come ogni volta che ci si trovi a confrontarsi con delle autentiche testimonianze della storia, un’emozione potente).

Oltre alle immagini, la mostra racconta il ’68 con una videoinstallazione immersiva a 360° in ciclorama (scorrono documentari e filmati storici che mostrano avvenimenti contrasti e suggestioni di un’epoca che visse per la prima volta il sogno di giovani che si affacciavano per la prima volta alla ribalta della storia per reclamare una cultura propria, alternativa ed opposta a quella degli adulti, una vera e propria ribellione contro il potere in tutte le sue forme)

Ed una videoproiezione con materiali recuperati dagli archivi della Cineteca del Comune di Bologna, in cui girano in loop filmati e servizi sulle proteste studentesche in Italia e a Bologna a sottolineare il passaggio di testimone del sogno americano e l’inizio del nostro ’68.

Infine una nota di colore. A presentare la serata ma più l’assunto stesso della iniziativa, c’era Federico Rampini, bravo, affabulatorio e assolutamente a suo agio nel padroneggiare lo spazio, nel gestire i tempi del racconto, nel raccontare divulgando ma senza entrare fino in fondo nel merito e nel contesto (come, d’altronde immagino questo gli fosse stato chiesto), un Rampini, però, che, quando si è presentato alla platea dicendo “… buonasera, innanzi tutto vorrei dire che io nel ’68 non c’ero …”, è sembrato davvero Rampini che imita Crozza che imita Rampini. Potenza (una potenza assai diversa da quella evocata da Stefano Bonaga nel suo intervento, intervento che improvvisamente ed in un attimo ha fatto lievitare il tutto in un altrove di filosofica sospensione ), per dirla come a quei tempi, del tubo catodico.