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Agosto 2018

Chi dei due è più furbo?Se Salvini si accorda con Orban per ricavarne un vantaggio politico personale allora è furbo (intellettualmente onesto magari no, ma furbo si). Se invece vuole difendere davvero l’Italia non è furbo per niente.Victor Orban è invece furbo in ogni caso. Perché?L’economia ungherese vola grazie ai fondi europei. L’Ungheria, nel 2016, ha contribuito al bilancio Ue con 924 milioni di euro, ma ha ricevuto 4,5 miliardi.  La differenza è pari al 3,2% del pil di quell’anno, e soprattutto il 32% delle spese pubbliche per beni e servizi. Ciò nonostante L’Ungheria non ha intenzione di contribuire in alcun modo ad affrontare le emergenze globali che vive l’Unione, per esempio non ha acconsentito ad accogliere nemmeno un rifugiato negli ultimi anni e non lo farà in futuro. L’economia italiana è ferma al palo. L’Italia ha versato nello stesso anno nelle casse di Bruxelles 13.393 miliardi e ne ha ricevuti 11.592, investendone troppo pochi in ricerca, istruzione, sviluppo, infrastrutture e beni e servizi pubblici (cioè quello che potrebbe consentire la ripresa economica). Per il futuro il governo giallo-verde intende aumentare il debito pubblico per investimenti non produttivi e quindi, peggio che andar di notte.Il nostro paese ha inoltre affrontato il boom migratorio del 2014-2016, con una parte importante dei paesi UE indisponibili ai ricollocamenti (soprattutto Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia… tutti paesi non contributori netti).In sintesi, se il problema è difendere l’Italia, accordarsi con Orban è roba da pazzi.In realtà, dopo l’incontro recente di Matteo Salvini e Victor Orban, l’obiettivo vero inizia a diventare più chiaro. Lo ha detto ieri lo stesso Orban ai giornalisti e Salvini ha confermato entusiasta. Quella che vogliono costruire da qui al prossimo 26 maggio è il clima giusto per la nascita della cosiddetta “democrazia illiberale”. Se pensate che la democrazia illiberale sia semplicemente quella che vuole per i bimbi una mamma ed un papà e non genitori dello stesso sesso però, vi sbagliate di grosso.La democrazia illiberale per prima cosa dovrebbe modificare il Trattato di Lisbona per eliminare il riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, perché in quella carta ci sono diversi capitoli che si chiamano Dignità, libertà, Uguaglianza, Solidarietà, Cittadinanza e Giustizia. Ed in ogni capitolo vengono garantiti diritti per i cittadini europei che hanno valore di legge.Ecco, la legge. Lo stato di diritto è un indispensabile connotato per definire una democrazia moderna ed i diritti civili quali la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, come la libertà di espressione di informazione ne sono gli architravi.Per l’Ungheria di Orban e per i paesi di Visegrad non è così.Libertà di espressione e di informazione non sono che stupidi orpelli, così come la divisione dei poteri, il pluralismo politico , il ricambio fra maggioranze e opposizioni ecc… Inoltre, non tutti i cittadini devono godere di eguali diritti. La provenienza etnica, il credo religioso, il sesso perfino, giustificano trattamenti diversi. I media italiani non ci forniscono sufficienti informazioni per capire bene cosa si sta muovendo nei paesi dell’est europeo, non solo fra le élite ma anche fra la gente. Quello che sappiamo è che Orban gode di un fortissimo sostegno da parte degli ungheresi e tale sostegno è cresciuto negli anni anche grazie ad una campagna potentissima per far loro credere ad una possibile invasione islamica del loro paese (da qui i muri e fili spinati ai confini con la Serbia).Compagni di strada di questa rivoluzione in Europa? Tutti i partiti di estrema destra nei paesi europei, quelli al governo del loro paese e quelli che ancora non sono riusciti a conquistarlo, finanche quelli xenofobi e neonazisti .Ora, sembra che anche il popolo italiano sia oramai maturo per questa rivoluzione, la rivoluzione illiberale.Come possano pensare i lavoratori, le donne e le fasce deboli della società che da una rivoluzione illiberale di tale fatta ci possano guadagnare qualcosa?  Ma il fiume è in piena e la ragione non conta più nulla. La corrente tutto trascina e la paura è la sua forza.Non voglio chiedermi come siamo finiti così, un’idea ce l’ho, ma tempo non ce n’è più. Vorrei però sapere come scongiurare tale catastrofe.
Vartolina

30 settembre 2018: è questa la data.

Una data di un’importanza enorme per un Paese piccolo con un nome spesso troppo “grande” da indossare: la Macedonia.

Il 30 settembre 2018 i cittadini macedoni saranno chiamati a votare al referendum e a rispondere “Si” o “No” alla seguente domanda: “Siete favorevoli ad entrare a far parte dell’Unione Europea e della Nato accettando l’accordo sul nome firmato con la Grecia?”

La domanda si riferisce a l’accordo firmato lo scorso 17 giugno tra Macedonia e Grecia. Un accordo che cerca di porre fine ad una “guerra politica” sul nome “Macedonia” tra i vicini che dura ormai da 27 anni, oltre a provare a far chiarezza sulle questioni relative la lingua e l’identità “macedoni”.

L’intesa prevede che l’attuale “Repubblica di Macedonia” modifichi la propria Costituzione in modo da cambiare il proprio nome in: “Repubblica della Macedonia del Nord”.

Come si può facilmente immaginare l’accordo è stato, ed è tuttora, contrastato dalle opposizioni nazionaliste sia in Macedonia che in Grecia: probabilmente la prova della bontà del compromesso raggiunto.

Tuttavia il rischio è grande e non è affatto scontato che l’entusiasmo e l’ottimismo mostrato dai vertici politici dei due Paesi sia condiviso anche dalla popolazione.

Non ci resta che aspettare quindi e augurarci che il 30 settembre diventi realmente una “data storica” per i due Paesi e per l’Europa.

Mi chiamo Alice e sono carne per la Bestia. Non lo immaginavo, sono sempre stata attenta sui social a non farmi imbrogliare. Lo so che quello che vedo sulla mia bacheca di Facebook non è il mondo, ma solamente un pezzetto di mondo che mi somiglia. So di essere profilata come tutti su internet e che algoritmi complessi raccolgono i miei dati per farmi arrivare le notizie e i post di persone che la pensano come me su diversi argomenti, oppure promozioni e pubblicità per farmi comprare quello che sto cercando, o che pensano io stia cercando. So che siamo tutti dentro le nostre “bolle comunicative”, insieme ai nostri simili.

Mi sono allenata a riconoscere le bufale. Non clicco più sulle notizie civetta, a meno che non siano tanto assurde da stimolare la mia curiosità, solo per farmi una risata solitaria. Insomma, lo so che non posso dimagrire 10 chili in due giorni solo mangiando un alimento che nessuno mai avrebbe immaginato, o guarire miracolosamente da malattie inguaribili con il bicarbonato, oppure ancora diventare ricca in un mese con un semplice espediente che potrebbe utilizzare anche un decerebrato! Non mi faccio abbindolare dai siti che promettono le “notizie che nessuno ti vuole dare”, e soprattutto non pubblico tutte le foto di tragedie, terremoti, alluvioni, migranti e soprattutto bambini morti accompagnate da commenti strappalacrime perchè provo vergogna nell’usare tali immagini solo per far vedere ai miei amici quanto sono buona d’animo o perchè non riesco a resistere a ciò che fanno tutti. Non mi sono fotografata tirandomi secchi d’acqua in testa o con magliette la maglietta rossa perchè penso che per lavarsi la coscienza serva ben altro. Non sono nemmeno caduta nella trappola del post “anch’io ho deciso di bypassare l’algoritmo di Facebook….”, anche se ho faticato a resistere al richiamo ogni volta che compariva un amico sulla mi bacheca che mi chiedeva di farlo, perchè la solita vocina che alberga nelle nostre teste quando ci arriva una catena e dice”che vuoi che sia, male non farà… e se è vero? Tanto vale farlo!”, si faceva sentire.

Quando scrivo su Facebook sono per lo più attenta a non usare parole di odio che non userei mai di persona, e delle quali so che mi pentirei. 

Bene! Allora perchè sono diventata carne per la Bestia?

La Bestia è il software utilizzato dal 2014 dalla Lega per costruirsi il suo successo politico/elettorale. La bestia è il sistema che controlla le reti social di Salvini e analizzando  i post e i tweet che ottengono i migliori risultati, e che tipo di persone hanno interagito. In questo modo possono guidare la loro strategia attraverso la propaganda. Se un post nel quale si parla di immigrati ottiene molti commenti su un aspetto del tipo “non è vero che sono poveri perchè hanno lo smartphone e sono tutti palestrati” Il successivo post  di Salvini parlerà di smartphone e muscoli in modo da rafforzare ulteriormente questo punto ed ottenere tanti, tanti mi piace. Tante interazioni sui social fanno schizzare le possibilità di penetrazione sui social, fanno girare il post sempre di più e finiscono per influenzare non solo le tante persone che stanno sui social, ma anche l’informazione, perchè anche i giornali oramai prendono le notizie dai social e se un post ha tanti like vuol dire che è la notizia del giorno. 

La bestia rafforza i peggiori sentimenti e soprattutto le paure ed ha funzionato alla grande! 

Pensavo di essere immune! Io non ho mai messo mi piace ai post di Salvini, anzi, sulla mia bacheca non ci arrivano neppure perchè io sto nella mia “bolla”, quella dove non entrano i sovranisti. 

Sbagliavo! Per prima cosa ho scoperto che la Bestia si nutre anche dei post contro Salvini. Ogni volta che condivido un post di critica alle volgari ed orribili sparate di Salvini, contribuisco a far girare la notizia del giorno e così anch’io faccio la mia parte per far si che il titolo dei giornali e delle tv della sera riporti quella notizia come la prima e la più degna di interesse. E così, giorno dopo giorno, l’informazione in questo paese è sempre più viziata e sempre meno libera. Da qualche giorno poi ho notato un’altra cosa. Sulla mia bacheca iniziano ad arrivare anche i post pieni di odio di persone che non conosco, con l’ultimo video o selfie di Salvini, con commenti livorosi, incattiviti, volgari. Cos’è successo alla mia “bolla”? La Bestia ha fatto breccia? Che posso fare? 

Non lo so, davvero non lo so. Anzi se qualcuno lo sa, mi farebbe piacere che me lo dicesse, perchè non mi piace essere carne per la Bestia.

Alice

RispondiInoltra

In queste strane giornate di festa e vacanze venate dal lutto e dallo sconcerto della tragedia di Genova, mi permetto di condividere alcune informazioni e qualche ragionamento.

La prima domanda che sorge è: “ma com’è possibile che un’opera di tale importanza ed imponenza crolli improvvisamente senza che nessuno ne avesse avuto sentore ed avesse allarmato l’opinione pubblica ed i tecnici preposti”. La risposta purtroppo sta in un mix micidiale d’ignavia e di superstizione, si anche la psicologia ne è coinvolta.

Tutti i tecnici ed intendo per tali i chimici e gli ingegneri sanno che il cemento Portland dura dai 50 ai 100 anni a seconda del sollecitazioni e delle condizioni atmosferiche alle quali è sottoposto.

Il disastro di Genova era un disastro annunciato ma non si è fatto abbastanza. I tiranti metallici annegati nel cemento compresso che sostenevano le campate di quel ponte per precauzione andavano regolarmente sostituiti e rinforzati per contrastare il loro degrado dovuto all’usura del tempo ed alle vibrazioni prodotte dall’intenso traffico di mezzi pesanti. Infatti la campata che negli anni scorsi era stata rinforzata con nuovi tiranti è ancora su. Perché non è stato fatto? Perché costava molto e perché una mitologia illogica, quasi magica, sulla resistenza del cemento associata alla logica del risparmi sulle manutenzioni ha prevalso.

Il paradosso di tutta questa situazione è rappresentato dal fatto che mentre crollano ponti sul Po e a Genova costruiti in modo moderno solo 50 anni fa, abbiamo sotto gli occhi ponti e manufatti costruiti 2000 anni fa dai romani (Pont du Gard in Francia, ponte di Tiberio a Rimini, ponte di Verona, Il Colosseo, Il panteon ecc..ecc) che resistono benissimo ai millenni senza particolari manutenzioni. Perché? Il perché dovrebbe farci riflettere. Il cemento Potland , che fondamentalmente è un impasto di Calcio e Silice ottenuto ad altissime temperature (si calcola che il 7% del riscaldamento globale sia dovuto alla produzione del cemento) è 10 volte piu’ resistente del cemento usato dai romani. Questa maggiore resistenza, che permette costruzioni piu’ ardite, è pero’ bilanciata dalla minore resistenza all’usura. E’ risaputo che il cemento Potland a causa delle vibrazioni e a seguito dell’effetto degli agenti atmosferici accumula microfratture interne che ne fanno prevedere il ciclo di vita dai 50 ai 100 anni, secondo le sollecitazioni aille quali è sottoposto.

Il cemento messo a punto dai romani a partire dal secondo secolo A.C. ha una particolarita’ rispetto al “moderno” Portland, oltre alla calce che contiene il calcio ed oltre a composti a base di silicio (la sabbia è un insieme di cristalli di silicio) aveva una componente importante di sabbia vulcanica (portolana) la quale contiene anche alluminio. Il cemento romano oltre ad essere ottenuto a temperatura ambiente ha il vantaggio che il legame che si determina fra calcio, silicio ed alluminio determina dei composti (tobermoriti alluminose) che sono impermeabili all’acqua. Inoltrel’azione dell’acqua marina genera ulteriori cristalli che paradossalmente lo rafforzano. Plinio il Vecchio nel 79   D.C. nel suo Naturalis Historia scriveva a proposito dei manufatti realizzati con il cemento romano: “diventano una massa unica in pietra inespugnabile alle onde e ogni giorno piu’ forte”.

Il secondo aspetto che è alla base di questa millenaria resistenza è l’arco. Il sistema di costruire arcate per costruire ponti ed edifici era noto molto tempo prima dei romani, lo conoscevano gia’ i Persiani e gli stessi Etruschi. I romani pero’ con l’invenzione del cemento romano riuscirono a costruire archi con una luce anche di 50 metri e questo gli permise di modificare il profilo e l’estetica delle citta’. Prima i romani dei romani i fiumi passavano accanto alle città ma non dentro, pensiamo ad Atene ed alle città degli egiziani. Dopo il secondo secolo dopo Cristo le città fondate dai romani: Parigi, Lione, Londra, Vienna Budapest ecc… possono essere attraversate dai fiumi perché i ponti a lunga campata ne permettono l’attraversamento.

Ma perché l’arco è cosi’ importante? Perhé usa la forza di gravità per sostenersi, i due semiarchi confluiscono in un punto dove scaricano il loro peso e cosi’ la gravita’ invece di far cadere la struttura la sorregge e sottopone i materiali a sollecitazioni meno forti.

La mitologia introdotta dal cemento Portland innesca quasi un delirio di onnipotenza, non si usa intelligentemente la forza di gravità ma vi si oppone fidando nella forza del cemento, salvo poi non rigenerarlo…

Forse è per la saggezza dei costruttori romani che il termine Pontefice massimo (direttore della costruzione dei ponti) è divenuto un termine dal significato ben piu’ ampio…

La battuta che forse più ricordiamo di Mary Astor, “… ebbene sì, sono un’inguaribile bugiarda …”, è quella con cui, nei panni di Ruth Wonderly/Brigid O’Shaughnessy, risponde ne “Il mistero del falco”, il film del 1941 di John  Huston, ad un giovane Humphrey Bogart/Sam Spade (un Boogie non ancora identificato dall’iconico smoking bianco del Rick di “Casablanca”) che la accusa di avergli mentito (la storia, per chi non la ricordasse, è bellissima e confusa un bel po’: non per niente è tratta dall’omonimo romanzo di Dashiell Hammett che, in quanto a complessità delle trame inventate, non aveva nulla da invidiare all’altro grandissimo suo contemporaneo, Raymond Chandler).

Ma per giustificare il come una simile frase debba identificare un’attrice, la Astor, al tempo all’apogeo della sua maturità, bravura e bellezza, un’attrice che fu una quasi stella sia del muto che del parlato e fu spesso lì lì per diventare una star di prima grandezza, ma fu condizionata da un aspetto sofisticato ed altero che le fu più di ostacolo che di aiuto (vinse un oscar, vero, ma come miglior attrice non protagonista ne “La grande menzogna” con Bette Davis mentre le fu negato quello da attrice protagonista per la performance nel già ricordato “Falcone”) e che, per dirla con le parole di Goldwin, la G della M.G.M., la Metro Goldwin Meyer, “… sembra una regina ma può parlare come uno scaricatore di porto …”),  bisogna fare un salto indietro. Solo di qualche anno per ricordare come anche prima, molto prima della pubblicazione di “Hush Hush” (la voce pettegola della Mecca del Cinema di fine anni ‘40) ed ancora più di “Hollywood Babilonia” (la prima e più completa bibbia sugli scandali e i si dice di fine anni ’50), scandali e pettegolezzi riempivano ugualmente  l’immaginario di chi, a vario titolo, frequentava e viveva le capitali del cinema. Avete letto bene, LE capitali. Allora, infatti, nei favolosi anni ’20 la Mecca del cinema era NewYork e solo successivamente, per una mera questione di incentivi fiscali, si spostò nella nascente megalopoli sulla costa ovest, El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Angeles del Rio de la Porziuncola di Assisi, ovvero, come internazionalmente e più sobriamente è conosciuta, LosAngeles.

Certo, prima, negli anni ’20, ci fu il cosiddetto CircoloDelCucito, la elite lesbo-chic che comprendeva, oltre MercedesDeAcosta e GretaGarbo anche star come MarleneDietrich, IsadoraDuncan, TallulahBankhead, MariaHuxley, AllaNazimova e SalkaViertel. Certo, nel 1921 ci fu lo scandalo Fatty Arbuckle dal nome, o meglio soprannome, dell’attore, regista e produttore Roscoe Conkling Arbuckle, intelligentissimo iniziatore ed inventore di tutta la lunga teoria del ciccione divertente che ebbe la sua massima espressione in Oliver Hardy (l’indimenticato Ollio). Uno scandalo alla cui base, ovvio, ci fu sesso e sangue. Una celebrity, forse LA celebrity dell’epoca che fa sesso (selvaggio, violento e alla fine sanguinoso) con una starlette sconosciuta. Nulla fu mai provato, specie la colpevolezza di Fatty, ma la sua carriera, una carriera di eccessi e sfrontatezze, non poteva essere sopportata dalla puritana e bigotta America wasp degli anni del proibizionismo e quindi andava annullata, distrutta, cancellata (tutti i suoi cortometraggi, sia quelli interpretati sia quelli diretti, furono bruciati e nulla, o quasi, rimane a testimoniare l’inventiva di quello che fu il vero iniziatore delle carriere dei grandissimi che tutti ricordiamo, da Charlie Chaplin a Buster Keaton).

Ma visto che non è di Fatty che vogliamo parlare, bensì di Lucille Vasconcellos Langhanke (il vero nome di Mary Astor), eccoci a questo ”I diari bollenti di Mary Astor – Il grande scandalo a luci rosse del 1936” un romanzo, uno romanzo assolutamente sui generis, impaginato come si trattasse di un supplemento del NewYorker ed arricchito dalle illustrazioni dell’autore Edward “Ed” Sorel (designer, illustratore e animatore statunitense che fondò nel 1954 i PushPinStudios, una delle culle del design americano moderno e che, oltre ad aver scritto e illustrato molti libri, ha firmato 44 copertine del «New Yorker», oltre a collaborare con “Vanity Fair”, “The Atlantic Monthly” e “Time”).

Il romanzo è la storia del diario che l’attrice scriveva conteggiando i numerosi incontri con uomini diversi che venivano rigorosamente classificati (“… sessualmente non mi controllavo. Bevevo troppo, e a tarda sera finivo per trovare qualcuno ‘molto attraente’ …”). Già questo avrebbe costituito motivo di scandalo. Ma se si pensa che i diari furono esibiti durante il processo per l’assegnazione della figlioletta Marylin dopo il divorzio dal marito (fedifrago e bigamo) Franklyn Thorpe si capisce come il procedimento abbia monopolizzato per lungo tempo le prime pagine dei quotidiani a scapito perfino delle notizie (siamo nel 1936) sulla tremenda crisi economica, ricordata come Grande Depressione, che mise in ginocchio l’economia della parte più nascosta e meno scintillante del paese a stelle (poche) e strisce (quelle lasciate dalle ruote dei carri dei contadini che abbandonavano le loro, ormai improduttive, fattorie).

Un romanzo che è la storia di varie ossessioni. Su tutte, due: quella dell’autore per l’attrice che aveva amato da giovane, e quella di Mary stessa che passò tutta la vita cercando di trovare un proprio equilibrio scappando dagli uomini (padre, mariti, lo stesso George Kaufman, l’amore della vita, che subito prima, durante e dopo il processo la abbandonerà preferendo al coraggio della verità il rinchiudersi nelle proprie fobie e idiosincrasie).

Il termine mecenate deriva da Mecenate, l’uomo politico che, al tempo dell’impero di Ottaviano Augusto, creò il celeberrimo “Circolo di Mecenate” all’interno del quale erano accolti i più illustri uomini di cultura del suo tempo, tra cui Virgilio e Orazio, Ovidio e Tito Livio e che permetteva loro di svolgere liberamente il proprio mestiere di uomini di lettere, proteggendo e favorendo la loro attività. Ancor oggi con mecenate si intende una qualunque figura, pubblica o privata, che promuova, proteggendoli, favorendoli e finanziandoli, progetti culturali.

Si capirà, quindi, come la figura del mecenate sia importantissima in una società in cui per vari problemi (ma non è certo questo il luogo per parlarne) la cultura spesso e volentieri è relegata in secondo piano rispetto a quasi qualunque altro aspetto della socialità.

Bologna sotto questo aspetto è una città particolarmente fortunata. Può contare infatti su ben due figure di mecenati  illuminati ed appassionati che investono tempo, risorse ed energie nello sviluppo di progetti dedicati alla comunità. Se di Isabella Seragnoli abbiamo parlato spesso per le mostre e le iniziative del Mast (la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, il centro polifunzionale e spazio espositivo di via Speranza che ospita sia collezioni permanenti che mostre temporanee) non si può passare sotto silenzio l’esperienza dell’Opificio Golinelli di via Paolo Nanni Costa 14 voluto e realizzato dalla Fondazione Golinelli, esempio unico in Italia di “… ecosistema aperto in cui sono incentrate in maniera integrate le attività di educazione, formazione, ricerca, trasferimento tecnologico, incubazione, accelerazione, venture capital, divulgazione e promozione delle scienze e delle arti …” che promuove l’educazione scientifica e la creatività dei bambini, appassiona gli adolescenti alle scienze ed alle tecnologie, forma i futuri imprenditori mediante percorsi ed esperienze multidisciplinari, accompagna le scuole in percorsi innovativi di alternanza scuola-lavoro e sostiene l’innovazione didattica attraverso la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti oltre a favorire l’integrazione tra ricerca, industria e mercato (mettendo al centro i giovani, le loro idee d’impresa, la ricerca scientifica e la capacità di produrre innovazione e nuova tecnologia anche mediante il trasferimento tecnologico grazie ad un approccio sperimentale, inclusivo e multidisciplinare, in un ambiente generativo che valorizza la contaminazione tra diverse competenze, esperienze e culture: umanistica, tecnica, scientifica, economica-finanziaria) e a promuovere attività di ricerca, divulgazione e intrattenimento in collaborazione con Università di Bologna, Comune di Bologna e altre istituzioni pubbliche e private.

Qui, però, vogliamo introdurre una terza realtà che pur non potendosi definire un mecenate vero e proprio (non si tratta di una singola personalità illuminata che vuole condividere le proprie possibilità) che, da anni, sta producendo cultura promuovendo, gratuitamente, valore sociale e culturale al territorio ed alla città.

Parliamo del CUBO, il museo d’impresa del Gruppo Unipol creato per trasmettere i valori del Gruppo stesso attraverso la cultura e l’arte. Uno spazio altro per Bologna, specie di piccola defense cittadina, tutti lo avremo notato percorrendo via Stalingrado dirigendoci dai viali verso l’autostrada:  è quella specie di onda o grande balena (ed infatti così è conosciuto, balena), una grande onda, o balena, che ospita un goloso ristorante sui generis e un altrettanto interessante caffè aperto fino a tarda ora (ecco il contatto con il nostro ricercato TirarTardi) che sovrasta la strada e sotto la quale è necessario transitare, sorta di ultimo step, prima di uscire dalla città. Qui, nella sua naturale appendice dei Giardini del CUBO, in spazi aperti elegantemente futuribili ma anche disabitati fuori dai canonici orari di ufficio, è possibile assistere, fino a fino al 18 settembre e con cadenza bisettimanale (il martedì ed il giovedì, il programma completo può essere recuperato sul sito del CUBO). Contemporaneamente, e da non perdere, nell’adiacente SpazioArte sarà possibile visitare la mostra “Tracce” che comprende una selezione delle opere della collezione che spazia da Marc Chagall ad Alberto Savinio, da Franco Gentilini a Mario Schifano, da Lucio Fontana a YanPeiMing. Un ottimo consiglio, fidatevi, per passare al fresco una serata diversa.

Devo essere sincero, appena l’ho visto mi è scappata una risata: “che pezzo di grande giornalismo! Roba da fare invidia a Putin e Kim Jong-un” ho pensato.
Poi un dubbio: forse è una “fake news”…non può essere un titolo del Corriere. E invece è tutto vero: Conte festeggia il compleanno con i giornalisti offrendo di tasca sua tramezzini e spumante ed il Corriere ne fa un lungo ed accurato articolo  – correlato di video – in cui ci spiega che addirittura il Premier ha versato lo spumante.

Non è grande giornalismo di inchiesta ma l’articolo va comunque salvato ed archiviato per futura memoria.
Perché a pensarci bene a far ridere è la referenza ed il complesso di inferiorità che gran parte della sinistra ha sempre avuto nei confronti della “stampa” ed in particolar modo di quotidiani storici come il “Corriere”.

Quante “lettere alla redazione” in italiano forbito per “giustificare” una posizione politica.
Quanta importanza data ad un possibile editoriale critico del “CorSera” senza mai capire che per avere il rispetto del più importante quotidiano della borghesia italiana bastava avere il Potere…e qualche tramezzino.

Pino ci ha lasciati. Giuseppe Pinelli, medico cardiologo che fu tra i fondatori della cardiologia del Maggiore e successivamente di quella del Bellaria che diresse per 34 anni, è morto ieri. Aveva 80 anni. Fino all’ultimo ha continuato a fare il medico, anzi “il clinico”, come amava dire. Ed ha continuato, con passione e competenza, anche a scrivere, per noi del Tiro, le sue pillole di saggezza medica e della salute. Per lui, grande clinico, quello del Tiro era un piccolo-grande impegno. Seguiva la sua rubrica con lo stesso scrupolo con il quale, per oltre cinquant’anni, ha fatto il medico. Ci mancheranno i suoi consigli. Ma ci mancherà soprattutto l’uomo, il suo amore per Bologna e per il Bologna, la sua passione politica (fu anche consigliere comunale per il Pd durante il periodo di Cofferati), il suo impegno civile, la sua intelligente ironia, la sua profonda umanità.

Grazie dottore, grazie di tutto e un caloroso abbraccio ai familiari da tutti noi del Tiro.

“…Sotto questo sole è bello pedalare sì ma c’è da sudare…Sotto questo sole rossi e col fiatone e neanche da bere…” così cantavano Francesco Baccini coi Ladri di Biciclette nel 2002 (anche se la canzone è del 1990). E forse fu il caldo, o forse fu l’euforia del mondiale appena vinto dall’Italia sulla Francia (ricordate la famosa zidanata ai danni di Materazzi?) che spinse Gianni Cavallari, una ben avviata attività familiare di biscotteria di qualità alle spalle (ma condotta ormai senza quell’entusiasmo che caratterizza tutte le scelte del vulcanico Gianni) ad inventarsi una nuova vita ed aprire quello che, in breve, sarebbe diventato un punto di riferimento imprescindibile per tutti gli amanti del gelato, quello buono: la “Cremeria Santo Stefano” (al numero 70 dell’omonima via, proprio all’angolo con Remorsella). 

La domanda, all’epoca, fu come distinguersi in un panorama ormai inflazionato da tutta una serie di format (o progetti come pomposamente si autodefiniscono simili situazioni) che generalmente, invece di offrire un prodotto di qualità ad una base allargata di possibili fruitori, solitamente la abbassano,  si parla di qualità, standardizzandola ed uniformandone sapore gusto e presentazione. La risposta, vista anche la propensione di Gianni, nel frattempo affiancato nel lavoro, nella ricerca e nelle decisioni dal figlio Mattia, non poteva che essere privilegiare la curiosità e quindi la ricerca di materie prime di altissima qualità ma anche di abbinamenti, ricette, sapori e accostamenti non usuali. Una scelta che con gli anni, ma pochi, ha dato i frutti sperati (e a testimoniarlo, oltre ai  numerosi premi e riconoscimenti ricevuti tra i quali il prestigioso TreConi riservato alle migliori gelaterie dal GamberoRosso, potrà pur contare la diretta testimonianza di chi, arrivato per una rinfrescante granita, si è trovato a doversi districare tra sacchi di pistacchi, mandorle e lavanda appena consegnati). Nella piccola, elegante, frequentatissima bottega di SantoStefano adesso è possibile trovare oltre agli ormai classici Crema delle Zitelle (con mascarpone e pinoli), Crema delle Sette Chiese (con vere bacche di vaniglia), Pistacchio di Bronte (pistacchi di Bronte D.O.P.) o Nocciola di Cravanzana (nocciole piemontesi I.G.P.) altri gusti che la dicono lunga sullo studio e la passione che hanno accompagnato la crescita professionale dei nostri gelatai come il Budino di Provenza (un pralinato di mandorle e nocciole) o il Pistacchio salato del Bosforo o lo Speculoos (caramello al sale con Biscotto alla Cannella).

Naturalmente, o forse non tanto naturalmente, ma come in ogni modo ci si potrebbe aspettare, la gelateria vera e propria è stata pian piano affiancata dalla produzione di meravigliose coloratissime praline (subito a fianco alla gelateria vera e propria è stato infatti inaugurato da un paio d’anni il “Laboratorio Cavallari” dotato di appositi macchinari dedicati appunto alla produzione di queste e della cioccolateria, tra cui le uova di Pasqua che vengono preparate praticamente in vetrina per la gioia dei bambini che si trovano a passare da quelle parti) e da piccole fragranti brioches che, purtroppo, vengono preparate solo ogni tanto, quando la realizzazione delle altre gourmandise lo permette. Tutto questo, naturalmente, senza dimenticare le freschissime, inaspettate e goduriose (se mi passate il termine) granite, che possono essere declinate anche come ghiaccioli, allo zenzero, limone e curcuma o con amarene di Cantiano o al tè nero con bergamotto e zenzero, con mandorle, acqua di fiori d’arancio e cannella o, infine, al cioccolato fondente 100% puro Madagascar.

A questo punto non rimane che ricordare, a chi come noi è dedito al TirarTardi, che la “CremeriaSantoStefano” (dietro il cui bel bancone si muovono con grazia, competenza e gentilezza Fabiana, Lucia, Federica e Giulia) è aperta tutti i giorni, lunedì escluso, fino alla mezzanotte.

La fine. Peccato la fine di questo “Le dodici vite di Samuel Hawley” di Hanna Tinti ed ottimamente tradotto da Sandro Ristori. Peccato la fine (e, volendo, la copertina, una copertina che si iscrive di diritto al novero delle più brutte degli ultimi anni), dicevo, una fine che, come spesso in chi esce da una qualche scuola di scrittura (ed in questo, scrittura creativa, Hannah Tinti, nata nel 1972 a Boston, autrice della raccolta di racconti “Animal Crackers” e del romanzo “Il buon ladro” edito da Einaudi, insegnante di scrittura creativa alla New York University e cofondatrice ed editor della rivista letteraria “One Story” è sicuramente un’esperta), è affrettata e affastellata. Ma solo per quel che riguarda il redde rationem con il cattivo di turno, perché per il resto, compreso il finale per certi aspetti aperto che ci fa augurare ci siano, a breve, altre dodici vite dello stesso Sam Hawley da narrare e da leggere, il romanzo è uno di quei romanzi tossici, di quelli che, se li prendi in mano non riesci a staccartene, e contini a leggere e leggere, perché non puoi fare a meno di sapere come andrà a finire ed allo stesso modo, però, rallenti la lettura perché sai, lo sai benissimo, che quando arriverai alla fine sarà un qualcosa di bello che sarà terminato, il viaggio in compagnia di un amico caro e fraterno che tra poco non ci sarà più. Perché, diciamolo, chi non vorrebbe avere un padre, fratello, marito, amante, amico come il duro, durissimo, amorevole, affezionato, sincero, disponibile, unico, Samuel Hawkins, un uomo che tanto ricorda per certi versi il Roy Cady di “Galveston” di Nic Pizzolatto, un uomo dal corpo segnato da dodici cicatrici, dodici colpi ricevuti, dodici proiettili che hanno lacerato il suo corpo e la sua vita frastagliata e slabbrata, ognuno testimone di un altro posto visitato, di un ennesimo errore commesso, di un estremo amore perso o intravisto. Oppure, anche, chi non vorrebbe essere Loo, la sfortunata ma fortunatissima figlia amatissima al contempo amica e confidente dello stesso Sam, uomo e ragazza in viaggio alla ricerca di se stessi, un uomo e una bambina ancora perdutamente innamorati della sua Lily, amica e amante indimenticabile e mamma mai conosciuta, e per la quale, in ogni motel, in ogni baracca, in ogni casa dove si fermano, lui e Loo, nel perenne peregrinare della loro esistenza randagia aspettando di poter finalmente tornare a casa, quella casa sulla spiaggia, il mare subito di là dalla stretta striscia di sabbia, una casa in cui poter tornare alla vita, una vita di gamberi e pesci, alberi della cuccagna e la pigra consuetudine con la tranquillità ma anche con le invidie e i piccoli grandi problemi della infinita provincia statunitense, dove Sam potrà fare il pescatore come gli altri abitanti della cittadina, andare al pub a bersi una birra e aspettare che il tempo rotoli via e Loo si troverà a convivere con le difficoltà di inserirsi in una nuova scuola, i primi incontri con i ragazzi e le palpitazioni del cuore (qui siamo nella livida Olympus, Massachusetts, il nordest dei padri fondatori così lontano dalle lucentezze rassicuranti da Signora in Giallo), approntano un tempio fatto delle poche, povere cose che di lei si sono potute salvare.

Un racconto lirico e violento, dunque, un racconto debitore di tanta letteratura americana, anche alta (il ritornare ciclicamente della balena che, come nel “MobyDick” di Melville è simbolo sì di libertà ma in questo romanzo è anche auspicio di un futuro che promette possibilità) , un racconto che sa coniugare le atmosfere del thriller ai temi del romanzo di formazione, l’affetto di un padre alla violenza e al sangue, un racconto che staglia, nitido ed indimenticabile, il ritratto di due personaggi impossibili, eppure così veri.

Agosto, tempo di vacanze e di bilanci. I primi mesi del 2018 sono stati emozionanti per noi de Il Tiro perché ci siamo messi in gioco e abbiamo cercato di uscire dal web per incontrare non solo i nostri lettori ma anche tante altre persone che non ci conoscevano. E abbiamo deciso di farlo provando ad organizzare una serie di incontri, “I martedì del Tiro”, che avessero un file rouge capace di guidarci nel decifrare ciò che sta accadendo a Bologna e fuori dalla nostra città. Il cambiamento, questo il tema al centro dei nostri incontri invernali. Lo abbiamo declinato in tanti modi diversi, tentando anche di sintonizzarci con i fatti che intanto accadevano intorno a noi. I grandi eventi, quali le elezioni dello scorso marzo, ma anche quelli meno epocali ma altrettanto importanti, quali la sicurezza nelle nostre città. E per farlo abbiamo invitato tanti nuovi amici con cui ci siamo confrontati cercando di trovare ogni volta delle chiavi di lettura agli eventi che più ci colpivano. Abbiamo chiacchierato con Gianluigi Bovini e Piero Ignazi, con Roberto Weber e Alex Buriani, con Walter Vitali e con Matteo Piantedosi. Ma soprattutto abbiamo chiacchierato e ci siamo confrontati con voi.

Eravamo talmente carichi che abbiamo pensato: perché non inventarci una formula più leggera per l’estate per continuare a stare col nostro pubblico? Da lì agli AperiTiro il passo è stato breve, ci siamo messi intorno ad un tavolo e ad un PC, e abbiamo creato un programma di eventi per l’estate bolognese. Anche qui dobbiamo dire grazie a voi, che siete intervenuti sempre numerosi, ma un grazie anche ai nostri ospiti: Federico Poggipollini, Ivano Marescotti, Cristina Cutini, Matteo Lepore, Lucio Mazzi e Moreno Spirogi Lambertini, Loris Mazzetti, Danilo Masotti, Ivo Germano, Sabina Borgatti, Mauro Felicori. E un grazie enorme al nostro padrone di casa, il Cortile Caffè.

Adesso, anche a noi, ci aspettano le meritate vacanze. Ma sappiate che in autunno torneremo con nuove idee, nuovi incontri e nuove formule. E se avete qualche idea o qualche tema che vorreste approfondire, sapete dove trovarci @IlTiroMagazine

Ingredienti
– Patate
– Pomodori maturi sodi
– Tonno
– Lattuga
– Uovo sodo
– Fagiolini
– Cipolla Tropea
– Alici
– Olio /limone / sale / pepe x il condimento

Procedimento

Lessare le patate, l’uovo e i fagiolini.
Tagliare a fette sottili i pomodori e la lattuga a filangè sottile.
Una volta intiepidite le patate tagliarle anche loro sottili insieme all’uovo.

Preparare la salsa di condimento emulsionando il sale con qualche goccia di limone e aggiungere l’olio a filo mescolando velocemente.
A questo punto direttamente nel piatto con un coppapasta iniziare la stratificazione in questo ordine:
La patata a fette, una bella cucchiaiata di tonno , i pomodori a fette , la lattuga, i fagiolini uno a fianco all’altro, l’uovo tagliato a fette sottili, le alici al centro e sopra qualche filo di cipolla.
Ogni strato va compattato bene senza però pressare troppo.
Togliere delicatamente il coppapasta, versare l’emulsione di condimento e servire.

Buon agosto da  G&G