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Settembre 2018

Una doverosa premessa è necessaria.

Non amo nulla o quasi gli scrittori scandinavi, specie se giallisti. Questione di sensibilità, forse (parola, sensibilità, che qui uso per sottolineare una differente empatia nei confronti del mondo), o più semplicemente il riconoscere nelle loro storie (a metà tra la complessità, è ironico chiaro, seguendone la medesima trita scaletta invariabilmente identica, del plot delle storielle di Jessica la “Signora in giallo” Fletcher  e la inverosimiglianza delle stesse che prevede, in una comunità ristretta come, ad esempio, CabotCove, località inventata del puritano e kennediano nord/ovest statunitense e covo della suddetta Signora, una densità di delitti superiore perfino a quella di Bogotà o Medellin o Tijuana al tempo delle guerre tra i cartelli della droga) una scrittura dirompente, frizzante, compulsiva, empatica, affascinante, ineludibile come le chiacchiere di quattro attempate signore, o signori, affette, o affetti, da disturbi della memoria. Allo stesso modo non mi piacciono, anche se, chiaro, i motivi sono alquanto dissimili, le giovani/i giovani scrittrici/scrittori italiani, specie se troppo giovani per scrivere ciò di cui scrivono, spesse volte perché troppo, troppo tronfi e pieni di sé da pensare che le loro giovani e per necessità vuote (di accadimenti fondanti) vite possano essere di qualunque interesse per chiunque (chi, malevolo, ci legge Scurati, LaGioia, Murgia, tra gli altri, vincerebbe, fosse questo un quiz a premi, la canonica bambolina di pezza).

Potrebbe quindi sembrare strano che, contraddicendo quanto appena sopra e troppo a lungo raccontato, i libri di oggi siano “Miraggio 1938” del finlandese Kjell Westö, e “Le assaggiatrici” della giovane (classe ’78, beata lei) calabra Rosella Postorino. Strano se non si tenesse conto della già raccontata passione che sconfina nella necessità per racconti storicamente accurati che possano o far scattare un clic di curiosità che induca ad approfondire situazioni, storie, periodi altrimenti taciuti (Il romanzo di Westö; oppure concludere da essi stessi la narrazione , lasciando, ovvio, ampi spazi ad una successiva documentazione, ma rivelandosi comunque esaustivi per una prima presa di conoscienza (conoscenza mista a coscienza, n.d.r.) che può anche ritenersi conclusiva. Due libri, quindi. Due romanzi, profondamente diversi tra loro anche se simili per molti versi.

Innanzi tutto, come anticipato, l’epoca storica in cui sono ambientati (il 1938, come da titolo) per il romanzo di Westö, gli ultimi anni del Reich, quelli della follia suprema della Wolfsschanze, la famigerata tana del lupo hitleriana, quelli dell’utopia del barone Von Stauffebbergh, quelli della grande paura dell’orco russo (e cioè il periodo che va dal giugno ’41 al novembre ’44, dunque) per il romanzo (bello, bellissimo tanto vale dirlo subito) della Postorino.

Eppoi le protagoniste, entrambe donne, entrambe segretarie, entrambe donne che si portano, o porteranno, dietro un segreto. Ma nel romanzo scandinavo la storia, a lungo preminente, della enigmatica e a suo modo affascinante Matilda Wiik segretaria dell’avvocato Klobbel Thune ancora innamorato della moglie fedifraga Gabi e diviso per questo all’affetto del libertino amico medico Robi Lindemark toglie spazio e contenuti (solo accenni che però possono appunto invogliare all’approfondimento) alla storia, terribile e sconosciuta della Finlandia moderna. Un paese che fino a metà ‘800 faceva parte del grande regno svedese per poi diventare, in seguito alla sconfitta nella guerra russo/svedese, un granducato dell’impero zarista e che a fine prima guerra mondiale fu squassato da una guerra civile violenta tra una parte bianca di popolazione ancora di lingua svedese (la minoranza che deteneva il potere) fortemente appoggiata dall’interessato vicino tedesco (per dire, Il 21 giugno ’38, nella Finlandia che si preparava a ospitare i giochi olimpici del 1940, la gara per il campionato nazionale dei 100 metri fui vinta da Abraham Tokazier. Nella classifica ufficiale fu però classificato al 4° posto: la Finlandia non voleva offendere gli amici tedeschi presenti in tribuna premiando un ebreo) ed una rossa russofila; una guerra civile che terminò con fucilazioni di massa, campi di concentramento, fosse comuni (ricorda qualcosa?) facendo più di 300.000 vittime (la maggior parte delle quali per maltrattamenti e denutrizione nei campi di detenazione/sterminio approntati dopo la fine dei combattimenti) su un popolazione di poco più di 6 milioni di abitanti.

Viceversa, nel romanzo della Postorino, la storia è presente, e quanto, ergendosi al ruolo di più importante dei protagonisti. Non fosse esistita, infatti, la Storia, quella con la “S” maiuscola, non esisterebbe la storia, questa con la “s” minuscola, di Rosa Sauer, la berlinese ed elegante impiegata sfollata nella casa di campagna del disperso, in Russia, marito Gregor, una casa di campagna vicina, troppo vicina, alla foresta incantata che ospita l’orco di tutte le leggende, un orco che  ha terrore del mondo, un orco che necessita di qualcuno che lo protegga, un orco che vuole che qualcuno assaggi le pietanze che lui, l’orco, dovrà mangiare, ma solo dopo che “le assaggiatrici” avranno rischiato, per lui, l’avvelenamento. Naturalmente, come d’uopo nelle storie che non sono solo Storia, anche qui ci sarà un risvolto, se non sentimentale, sessuale. In questa storia di resilienza (che brutto termine usato fin troppo a sproposito), infatti, Rosa incontrerà amiche inaspettate (l’altera Elfriede, La leggera Ulla, la sensuale Leni, l’ingenua Albertine) e crudeli avversarie (le invasate Theodora, Gertrude e Sabine), il cuoco generoso Krűmel e il sognatore e martire barone Claus Schenk Von Stauffenbergh, ma soprattutto incontrerà, anche se incontrare è forse un termine inappropriato, il tenebroso, spietato, gelido, affamato ed affamatore Obersturmfűhrer Albert Ziegler. La loro storia (che ricalca così tanto i malati rapporti tra carnefice e vittima, carnefici e vittime che possono scambiarsi di continuo il ruolo) ne ricorda tante, già viste o lette (solo per fermarsi ai film, la scelta, ed i ricordi, sono tanti, da “Il portiere di notte” della Cavani a “La morte e la fanciulla” di Polansky). Il nocciolo, però, della questione è se sia o no condivisibile o giustificabile accettare qualunque compromesso, assoggettarsi a qualsiasi umiliazione, annullando il se stesso più profondo, prevaricando la propria stessa essenza, scostandosi in maniera definitiva dalla propria (siamo in Germania, no?) weltanschauung (e sempre restando ai film, non può non venire in mente “La scelta di Sofia”).

La risposta, la risposta dell’autrice, come ben si conviene ad un romanzo di suspence (ne è piena, questa storia, di suspence) non può che essere disvelata nelle ultime pagine, quando Rosa … (ma non raccontiamo altro per non togliere il piacere, e lo struggimento, della scoperta).

Infine, una nota sulle copertine dei due romanzi. Se quella del “Miraggio” (“The defensor of virtue” di Jack Vettriano) rispecchia pienamente il senso del libro sia riportandoci al tempo sia ai contenuti raccontati, quella delle “Assaggiatrici” riporta inquietantemente a quelle della saga delle sfumature sulla falsariga di quelle dei Segretissimo di Gérard de Villiers e dei suoi romanzi sulla SAS dove immagini di donnine nude e vagamente esotiche promettono molto di ciò che non viene mantenuto (ma che almeno rispecchiano un gioco, ironico, di rimandi e al contempo una dichiarazione, orgogliosa, di appartenenza). Nulla di simile, ovvio, in questo ma quel ritratto di donna in parte celato dalle ali di una farfalla, risulta stupido, fuorviante e, quel che è peggio, banalizzante (della serie quando si vorrebbe consigliare alle case editrici di porre maggior cura ed interesse alle opere che si stampano).

Un’ultima, e davvero infine, riflessione cattivella sulla ormai assurta a star Postorino. Ѐ notizia di una decina di giorni fa, infatti, la sua vittoria al Campiello. Ciò però, l’aver vinto un qualunque premio letterario (che spesso, troppo spesso, non dimentichiamolo anche se non è certo questo il caso, è merito più della politica della propria casa editrice che della qualità reale del libro) non giustifica la frase che identifica l’intervista rilasciata a “Repubblica” il 17 settembre “… ho vinto il Campiello grazie alle donne lettrici … al contrario degli uomini, scelgono i libri senza badare al genere dell’autore … sono un antidoto ai pregiudizi …”. Una dichiarazione (seppur inserita in un discorso più ampio e che così enfaticamente è stata riportata solo per motivi, risaputi, di visibilità) stupida, sessista ed autolimitante che rinchiude la stessa Postorino, e il suo bel libro, all’interno di una gabbia da lei stessa creata.

Ingredienti:

  • 500 gr melanzane
  • 150 gr ricotta di pecora
  • 1 cipollato
  • menta per decorare

Per il Pane

  • 250gr farina di farro integrale
  • 25 gr margarina
  • 1 uovo
  • 25 gr miele
  • 12gr lievito di birra
  • un pizzico di sale
  • Semi di papavero/cumino/cannella un cucchiaio per tipo
  • Qualche seme di cardamomo ed una grattugiata di di zenzero fresco

Procedimento

Lavare e pulire le melanzane, tagliarle a metà, salarle e cuocerle in forno con un pentolino d’acqua se non avete il forno a vapore. Una volta cotte, quando tiepide, pelarle e metterle nel cutter (mixer) per frullarle con il cipollato, la ricotta, il pecorino, correggere di sale es unirvi anche un poco d’olivo. Il composto deve risultare omogeneo, ben amalgamato ed un po’ soffice.

Per il pane, mettere in ammollo l’uvetta con un po’ d’acqua tiepida circa 100 che poi servirà anche per impastare. Sciogliere la margarina a bagno Maria con un cucchiaio d’acqua, il miele poi diluire il lievito, tutto deve essere appena tiepido. Versare tutto nella farina, unire l’uvetta e tutti i vari semi, amalgamare creando un impasto abbastanza morbido.

Fare lievitare per circa un ora nel forno spento con luce accesa per altre due ore o fino a che non sia raddoppiato di volume. Cuocere a 180 gradi per 20 min circa, fare poi raffreddare e tagliare per poi tostare le fette in padella o nel forno. Per impiantare o spalmare il crostino con la mousse, un filo d’olivo ed una macinata di pepe e menta fresca ( creando anche dei ciuffi con la tasca da pasticceria) oppure riempire piccole ciotole con il pane a parte!!

Buona Mousse da G&G

Si dice che ormai non si inventa più niente e che, al contrario, tutto si ricicla. È vero per i vestiti, le ricette ed i modelli di auto, ma sarà vero anche per la geopolitica?

Se si esclude il ritorno dell’ondata populista, paragonabile in quanto a successo solamente ad una reunion dei Duran Duran,  un altro esempio interessante ci arriva dal colosso cinese, che rispolvera la propria copia de il Milione e tira fuori dal cilindro delle politiche economiche una nuova via della seta. Cosa penserebbe Marco Polo di questa via della seta in versione 2.0? E soprattutto, che cosa non andava più bene nella sua antenata?

Differenti piani astrali hanno fatto sì che io e il buon Marco non ci conoscessimo, ma sicura del suo buon senso, credo che si sarebbe accorto immediatamente che ad essere diverse non sono le due iniziative economiche in sé, bensì gli intenti con cui sono state create a distanza di secoli.

L’originaria via della seta, infatti, nasceva come un percorso in grado di facilitare lo scambio di prodotti, ma soprattutto di conoscenze. Importare ed esportare know how per formare un proprio modello economico con l’obiettivo di raggiungere, nel lungo periodo, crescita e stabilità. Oggi questi ultimi due aspetti sono stati riletti ed interpretati attraverso la chiave di lettura della geopolitica, diventando la base della competizione economica a livello mondiale. L’obiettivo è semplice: crescere economicamente sempre di più, ma senza finire sull’orlo del baratro, anzi al contrario spingendoci gli altri.

La Cina, che sembra aver capito benissimo le regole di questo gioco, riprende l’antico progetto di via della seta e lo cambia, ma questa volta le città che tocca e attraversa non sono scelte per le loro potenzialità economiche, piuttosto per quelle strategiche come in una partita a Go. Il gioco del Go è un antico gioco cinese, simile alla dama, dove l’obiettivo non è mangiare l’avversario, ma al contrario circondarlo creando delle zone di controllo. È così che nella nuova via della seta osserviamo new entry come Gibuti o Islamabad. La capitale del Pakistan, per esempio, si trova tirata in ballo per mettere pressione all’India e costringerla a difendersi dalla presenza cinese a nord, lasciando scoperto lo sbocco sull’oceano indiano, ambito dai cinesi da fin troppe dinastie. L’India non è l’unica vittima designata di questo progetto, seguono a ruota gli Stati Uniti, spaventati dalla contingenza del progetto Made in China 2025 e consapevoli che con gli accordi che la Cina sta prendendo con questi nuovi paesi, il rischio di essere completamente tagliati fuori dal sud – est asiatico è più concreto che mai. Non è da meno il Giappone, che da eterno rivale cinese quale è non si smentisce neanche stavolta e non vede di buon occhio il nuovo progetto del nemico. Nonostante ciò, consapevole che a volte la geopolitica è una questione di furbizia, cerca di tenere i piedi in due scarpe da un lato contrastando l’iniziativa e, dall’altro approfittandosene utilizzando i medesimi canali per le proprie aziende. Per quanto riguarda l’Europa, la nuova via della seta permette alla Cina di avvicinarsi pericolosamente a punti strategici per l’Unione, investendo soprattutto negli stati della zona centro – orientale dimostrando che, per queste aree, la lotta tra Occidente ed Oriente non è mai finita. Se stessimo giocando a briscola, la Cina sicuramente sarebbe la nonna che dice di non avere niente in mano, giustificando poi la propria vittoria con una fantomatica ultima mano fortunata.

Nella realtà succede la stessa cosa e Pechino tenta di rassicurare i propri avversari, assicurando che si tratta di un progetto puramente pensato per lo sviluppo del paese e che verrà garantita maggiore trasparenza delle transazioni per dimostrarlo. Inoltre, si cerca di convincere questi paesi che la nuova via della seta gioverà anche a loro e che un paese come la Cina, ormai indiscutibilmente dominante in quasi tutti i mercati, non ha alcun interesse a mettere in pericolo la propria grandezza creando ulteriori dissapori. Il futuro come sempre è incerto, difficile dire se questa affermazione, degna del discorso di una reginetta di bellezza, sarà in grado di tranquillizzare o meno i competitor cinesi. Un antico proverbio recita che l’abito non fa il monaco, in questo caso però credo sarebbe più appropriato dire che dipende dall’abito. Nel caso cinese, ci sono tutte le premesse per pensare che un abito ben rammendato e confezionato, potrebbe confondere anche gli occhi più attenti.

Il locale è lungo e stretto. Però non pensatelo buio e inospitale. Al contrario, la grande vetrina che da su Santo Stefano (perché infatti “Vino al Vino”, questa piccola, elegante enclave di buon gusto si trova al 77 di via SantoStefano, proprio di fronte alla “Cremeria SantoStefano” di cui abbiamo diffusamente parlato ad inizio estate) regala luce e piacevoli contrasti di chiaro scuro che contribuiscono al carattere del luogo.

Elegante, dicevamo, ed infatti questo “Vino al Vino” (che offre apéritif lunch & dinner come recita il grande biglietto da visita) rispecchia in pieno la proprietaria Carla, la cui  discreta presenza, al contempo premurosa e defilata, garantisce privacy e coccole.

La location (che brutta, ma purtroppo indispensabile parola), lungi dai lustrini,dagli ammiccamenti, dal falso chic a buon mercato dei tanti posti falsi che inaugurano compulsivamente nel centro (del nuovo “Dolce & Salato” che ha appena colonizzato gli spazi che furono di “Colazione da Bianca” parleremo prestissimo) dona sensazioni e rimandi che possono portare il frequentatore più sensibile a sentirsi parte di un viaggio che va dal bistrot parigino della prima periferia elegante alle segrete stanze di un riyād inaspettato, dalla contemporaneità urbana di una grande metropoli all’understatement della tranquilla e discreta provincia emiliana. Ma non, attenzione, per mancanza di carattere o indecisione di stile. Tutt’altro. Perché in questo locale perfettamente adattato alle esigenze di una clientela non chiassosa ed estemporanea, si troverà a proprio agio soprattutto la clientela femminile, senza che questo in alcun modo lo renda meno accattivante a quella maschile (non è raro, infatti, imbattersi in discrete tavolate di giovani signore bon ton, siamo o non siamo, d’altronde, nella raffinata Santo Stefano culla della signorilità cittadina, e a piccoli gruppi di allegre studentesse) tutto sembra studiato e apparecchiato per conciliare le chiacchiere e l’intimità, il low profile e la rilassatezza. Merito, si diceva, delle scelte e della propensione di madame Carla, la cui competente attenzione si rivelerà come il vero perno portante di questo Vino al quadrato.

Il veloce menù ricalca in gran parte quello di analoghe esperienze e la cantina offre una non sterminata, ma studiata, scelta di etichette anche di pregio, privilegiando comunque, in qualche modo, le realtà dei nostri colli.

Non aspettatevi, quindi, sorprese o meraviglie culinarie. Quello che vi aspetterà è classe, raffinatezza, tranquillità. Offerte, ne converrete, ben più difficili del cibo a tutti costi così facile, invece, da trovare altrove.

Stefano Righini

Tralascerò, e vabbene, di raccontare le possibilità infinite che avrei potuto perseguire per divenire professionista di un qualche improbabile gioco tipo biliardino ed anche, avessi voluto offrirmi una serietà ed una autorevolezza che non sono mai state le mie, di come avrei potuto essere un matematico (la vena, piccola, minuscola, appena più esistente dell’inesistente di autismo che mi accompagna, poi, chiaro, tra le innumerevoli cose che non sono c’è anche l’essere medico e quindi …, me lo avrebbe concesso, anzi, lo avrebbe agognato). O di come, in  alternativa, avrei potuto tradurre in qualcosa di più di ciò che è stato la propensione al giocare con le parole e i concetti dando una conclusione a cose e scritture, iniziate, proseguite e mai, ahi ahi, portate a termine. Gioco compulsivo, matematica e letteratura: queste le passioni giovanili, quindi, per diversi motivi tutte disattese. Con l’età, poi, ha preso sempre più piede la consapevolezza dell’importanza dello studio, o quantomeno della conoscenza, della storia complice, sicuramente, la constata constatazione della giustezza, ai giorni nostri sempre più dimostrata dagli accadimenti e dai personaggetti che si susseguono instancabilmente sovrapponibili, del vecchio motto di Giambattista Vico (quello dei corsi e ricorsi storici, per intenderci).

Ed è questo, la ricerca di risposte che dal passato potrebbero valere anche per il presente, che mi fa amare in modo particolare romanzi che anche se non storici in senso stretto, di determinati periodi storici fanno se non il protagonista principe almeno un comprimario imprescindibile. E questo sia che il romanzo serva soltanto e semplicemente a proporre il la per una ricerca successiva sia che, formula decisamente preferita ancorché più difficoltosa da proporre ma anche da fruire, sia esaustiva, o quanto meno bastante ad esaudire le istanze più immediatamente sollevate.

Ed è a questo secondo filone che appartiene l’ultimo romanzo di Carlo Lucarelli, quel “Peccato mortale” che, stando alle parole dell’autore, “… avevo un conto in sospeso con il mio commissario. Ora credo di averlo saldato …”, conclude, spiegando e dando un senso, la parabola del’avventura del commissario DeLuca. La conclude per ora, o fino a questo punto, chiaro; perché nessuno, credo, di noi, fedeli e voraci seguaci, né per quel che lo conosco lo farà certo Carlo, vorrà vedere interrotta la vita di questo insabbiato, problematico, combattuto, febbricitante, affascinante personaggio.

Il romanzo, nello specifico, si pone cronologicamente all’inizio delle avventure della saga. Siamo nel 1943 (mentre in “Carta bianca” l’anno era il 1945, ne l’ “Estate torbida” il ’46, in “Via delle oche” il ’48, in “Intrigo italiano” il ’53) e il periodo è quello che va da luglio a dicembre; i mesi, cioè che vedono l’arresto di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista, l’ascesa di Badoglio e la liberazione dello stesso Mussolini dalla sua Sant’Elena di Campo Imperatore da parte di un commando di SS, la fuga vergognosa da Ortona della famiglia reale (una famiglia reale da operetta, d’accordo, ma quanta insipienza, quanti guasti, quanto dolore nella polvere del suo blasone) e la nascita del Regime Fascista Repubblicano rimasto tragicamente nelle memorie come Repubblica di Salò.

La trama, che prevede un’indagine negli ambienti della Bologna bene connessi al mercato nero e commisti ai gerarchetti di giornata, parte dal ritrovamento di un corpo senza testa e da quello di una testa senza corpo. Trattandosi di un giallo (ben congegnato, benissimo scritto, acrobaticamente sfaccettato), non racconterò di più. Se non che il debito pagato dall’autore al suo non più famoso ma riuscito protagonista, riguarda il motivo per cui il commissario nostro amatissimo arriverà in futuro (un futuro che preannuncia il passato con cui, da lettori, ci eravamo confrontati nei primi libri) a far parte delle squadracce nere, più nere perfino di quelle dell’Ovra, che si troveranno ad agire, rapire, torturare, desaparecidare (me ne sia perdonata l’invenzione) in un crescendo di orrore macbettiano da grand guignol senza ritorno. Un’appartenenza obbligata, necessaria, ineludibile, la cui non accettazione avrebbe comportato … anche questo, però, è un qualcosa che non si può anticipare.

In ultimo, anche se potrebbe sembrare non c’entrar nulla (e invece), la segnalazione di una piccola, ma a suo modo preziosa, mostra fotografica, “Le città visibili”, di scatti realizzati da Cristian Cizmar (bibliotecario) ospitata da una biblioteca (fino al 29 settembre alla Borges di via dello Scalo 21/2 negli orari di apertura della biblioteca stessa) ed ispirata, o che almeno presenta alcune vicinanze ideologiche, all’opera di un grandissimo come Calvino (specie alla sua opera “Città invisibili” vera pietra fondante della poetica dell’autore ed ampiamente riscoperta come imprescindibile riferimento in manuali e corsi di architettura come pure in libri e saggi che riflettono sul futuro delle nostre società e città.

Si pensi a “Storia dell’architettura italiana: 1985-2015” di Marco Biraghi e Silvia Micheli o a “Italo Calvino’s Architecture of Lightness: The Utopian Imagination in an Age of Urban Crisis” di Letizia Modena in entrambi dei quali Calvino, la sua concettualità, viene individuato come chiave di lettura per gli sviluppi della più recente architettura italiana) riconoscendone ed omaggiandone la discendenza già nel titolo. Ma come si definisce a livello visivo e iconografico, la fotografia di Cristian? Innanzi tutto, dando libertà di espressione ad un’idea forse non nuova, ma di sicuro effetto e proposta con garbo ed intelligenza. Tutte le immagini, infatti, partono da visualità nascoste, circoscritte, sottolineate ed inquadrate come sono da quelli che nella presentazione di Arianna Fornasari vengono definiti come filtri architettonici e che possono anche essere interpretati come quinte teatrali, quinte che, allo stesso modo di quelle da palcoscenico, assolvono, sia che siano tendine di pizzo, le dita di una mano, gli infissi scrostati di una finestra, al compito di enfatizzare, disvelandolo pian piano, quello che ci si cela dietro. Una scelta questa, che insieme a quella di privilegiare a volte l’essenza più inaspettata di una città (l’esempio è la bella foto del pavone a significare … quale città?), funge da esplicitazione di una concettualità fresca e curiosa che fa passare di certo in secondo piano alcune piccole e non disturbanti ingenuità o inesperienze quali possono essere la non omogeneità dei formati o l’utilizzo, difficile da gestire e per questo quasi mai utilizzato in simili occasioni, della carta lucida scelta come supporto. Insignificanti  piccolezze che, ripetiamo, non inficiano minimamente la fruizione di questa davvero gradevole ed interessante esposizione.

Se questa rubrica invece che occuparsi di geopolitica si occupasse di moda, Gibuti sarebbe sicuramente una borsa Birkin: ambita, costosa e sulla bocca di tutti, apparentemente una di quelle cose che se non ce l’hai, non sei nessuno.

Fino al 2016 Gibuti era, per molti, solo un punto sul mappamondo, ma negli ultimi due anni la sua importanza è silenziosamente cresciuta, fino a renderlo una delle chiavi di volta della geopolitica mondiale. Se da un lato questa improvvisa corsa a Gibuti può sorprendere, in realtà si tratta di una scelta piuttosto logica. Cominciamo con il dire che, in generale, ciò che rende uno stato o una regione strategicamente rilevante sono: una particolare posizione geografica e una situazione interna che sia, tanto a livello politico che economico, mediamente stabile o almeno quanto basta a potervisi infiltrare per giocare la propria partita senza inutili scocciature. Nonostante non sempre queste due condizioni si verifichino simultaneamente (come per esempio nel caso della Siria), Gibuti con due “ce l’ho” su due si classifica nella top 3 dei luoghi dove piazzare le proprie basi nel 2018. Direttamente affacciato sullo stretto di Bāb al – Mandab da cui passano le principali rotte commerciali di collegamento con l’Oceano Indiano, ma anche confinante con Etiopia, Eritrea e Somalia, questo micro – stato del Corno d’Africa riserva molte più possibilità di quelle che si potrebbero pensare.

Highly detailed vector map of Djibouti with administrative regions, main cities and roads.


Difficile elencare tutti gli stati che negli ultimi due anni hanno deciso di posizionare le loro navi nei porti di Gibuti. Più facile, al contrario, dire chi ancora non ha seguito la massa e si chiede il perché di tutto questo trambusto. Esiste in realtà una motivazione ufficiale che accomuna l’intervento di quasi tutti gli stati presenti e cioè la lotta alla pirateria somala, insomma essere a Gibuti per poter bacchettare da vicino quei cattivoni di pirati ed insegnare alla Somalia un paio di cose sulla
navigazione protetta. Considerando però che in geopolitica non esiste niente di ufficiale, qual è il vero motivo per cui Cina, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e addirittura Giappone, solo per citarne alcuni, hanno preso la decisione di dislocare loro forze nel piccolo stato africano?

Per rispondere a questa domanda è possibile delineare tre assi in grado di riassumere le principali ragioni d’interesse. Il primo asse riguarda i motivi economici, il controllo delle vie commerciali marittime è uno strumento di potere, soprattutto quando queste sono essenziali per la sopravvivenza di altri stati. È il caso, per esempio, del Giappone che cerca di dominare le acque del golfo di Aden per contrastare la presenza cinese in Africa. La Cina, dal canto suo, vuole difendere i propri investimenti nel campo delle infrastrutture africane e assicurarsi un flusso continuo delle importazioni energetiche. Stati Uniti e Russia ci forniscono invece la spiegazione del secondo asse d’interesse, ovvero il controllo della divisione religiosa tra sciiti e sunniti. Da sempre schierati per una o per l’altra parte, Gibuti, per loro, rappresenta un punto strategico per poter tener d’occhio da vicino i movimenti di questi gruppi negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e nello Yemen, facendo sentire alle due fazioni il fiato sul collo ed evitando, allo stesso tempo, la presa di accordi sconvenienti con il governo di Ankara, ormai sempre più presente nell’area del Mar Rosso. Il terzo asse invece è rappresentato dal desiderio soprattutto delle potenze europee come Francia e Germania, ma anche Italia, di controllare le tensioni tra Eritrea ed Etiopia, ritenute uno dei fattori più destabilizzanti del continente. Di fatto nel caso di un eventuale nuovo scontro, l’Etiopia cercherà di accaparrarsi un accesso al mare che solamente Gibuti può garantirle e, allora, chiunque sarà presente lì potrà sfruttare la propria posizione ed influenzare il conflitto decidendone le sorti e guadagnando un potenziale partner strategico nella regione.


Se tutto ciò che è stato detto fino ad ora può far pensare che non posizionare una base a Gibuti è proprio da stupidi, in realtà è vero il contrario. Se ci pensate è come essere in un parco giochi dove tutti vogliono usare l’altalena, accalcati, in fila e pronti a dimostrare di saper volare più in alto di tutti. Ma cosa succederebbe se improvvisamente qualcuno, magari il bambino più influente tra tutti, convincesse gli altri che il vero gioco dell’anno è lo scivolo? Tutti correrebbero allo scivolo, inizialmente solo per vedere se sia davvero così e poi ci resterebbero perché il desiderio di scivolare più veloci di tutti è incontenibile. Allora quel bambino, quello che ha decretato il generale cambio d’interesse, ora che tutti sono impegnati potrebbe tornarsene senza fatica al suo vero interesse: l’altalena. Allo stesso modo nel caso di Gibuti, il vero punto non è chi ci sia adesso e con quante basi, ma chi vi resterà anche quando il vento della geopolitica sarà cambiato, consapevole che, in questo campo, l’andamento della corrente non è determinato mai in modo del tutto naturale.

Ingredienti
– 300g ceci ( secchi )
– 1 uovo
– 50 g di parmigiano
– 50g di ricotta
– Sale / pepe qb
– 1 piccolo scalogno
– Farina di ceci 
– Rosmarino
– Senape in grani

Per la panatura
– Uova
– Pane grattugiato
– Latte (poco)

Per la frittura
– Olio di arachidi

Per la crema di piselli
– Piselli freschi (o surgelati)
– Porro (poco)
– Brodo vegetale (o acqua e sale)

Procedimento
Dopo aver lasciato tutta la notte i ceci in ammollo, scolarli e lessarli in acqua pulita (se volete utilizzare i ceci precotti scolarli bene dall’acqua e asciugarli).
Versarli in un mixer dopo averli fatti un po’ intiepidire aggiungere sale pepe e un po’ di olio evo e tritarli. Intanto tritare finemente anche lo scalogno e versarlo in una ciotola con gli altri ingredienti: parmigiano, uovo, ricotta, la senape e il rosmarino tritato. Aggiungere i ceci cotti e amalgamare tutto. Se risulta un po’ morbida utilizzare la farina di ceci (ma non troppa).
Preparare le palline e farle riposare un po’ in frigo, prima di passare alla panatura che sarà: pane, uovo e pane

Intanto per preparare la crema di piselli:
Soffriggere il porro tritato in un po’ di olio e poi unire i piselli.
Coprire con brodo e cuocere (devono restare al dente e verdi).
Frullare il tutto con il braccio a immersione e passere la crema al setaccio (non deve avere grumi). Correggere di sapore. 
Friggere le polpettine e comporre il piatto con la crema sotto. Le polpettine sopra a esse qualche goccia di Lime e la buccia dello stesso grattugiata.

Tony Taylor, Kevin Punter, Pietro Aradori, Amath M’Baye, Brian Qvale. Questo il quintetto. E in panchina, David Cournooh, Kelvin Martin, Dejan Kravic, Alessandro Pajola e Filippo Baldi Rossi. Infine, utili negli allenamenti e nelle pieghe di una stagione che si prevede, e si spera, lunga e soddisfacente, il play Alessandro Cappelletti (uno dei giovani leoni in rampa di lancio prima del lungo infortunio patito) e il lungo Matteo Berti, prodotto del vivaio. Sulla carta, e sulle prime, ne conveniamo, non ci sono nomi eclatanti in questa nuova Virtus che possano scatenare la fantasia dei tifosi. Non quanto quelli sparacchiati l’anno passato (i primi acquisti furono, ricordiamolo, Pietro Aradori, comunque oggi confermato, e Alessandro Gentile, ripudiato in maniera inconsulta e forse, ma solo il tempo potrà dirlo, masochista e poi ancora Lafayette e Slaughter califfi da Eurolegue) o balenati nelle fantasie del popolo del tifo all’inizio dell’estate appena terminata (Diego Flaccadori in primis). Se però ci si sofferma e si ragiona su ciò che potrà, o potrebbe, diventare un’annata che, negli intendimenti dell’odierna governante, servirà da consolidamento del processo di ritorno al ruolo che storicamente compete al club dalla V nera, ci si accorgerà che i giocatori sono quanto di più funzionale al progetto si potesse trovare. Si è agito, infatti, in due differenti direzioni. La prima a garantire quell’esperienza europea che sarà fondamentale per battezzare nel migliore dei modi il ritorno in Europa dalla porta se non principale quantomeno molto importante (si giocherà, infatti, miracolo della diplomazia bianconera, la FibaChampionsLeague, la versione Fiba, appunto, della magna Eurolega): quattro dei sei nuovi stranieri, infatti, sono, da anni, pilastri nelle varie competizioni e campionati europei (il puntero Punter, per dire, la Coppa l’ha vinta l’anno passato, e come miglior cannoniere, nelle file dell’AEK Atene mentre il play Taylor ha trascinato ai quarti la squadra turca del Banvit e i lunghi Qvale e Kravic sono stati a lungo colonne, e che colonne, dei tedeschi dell’Oldenburg e dei russi del Locomotiv Kuban il biondo americano e dei greci del Panionios il bosniaco).

La seconda direzione che si è seguita, mirata soprattutto alla campagna italiana, è quella che ha segnato l’ingaggio di giocatori già testati anche ai massimi livelli nostrani (M’Baye, dopo i fasti della Brindisi da sogno di un paio di stagioni orsono, nella Milano da bere che tanto vince in Italia e ben poco in Europa) o che comunque hanno dimostrato di poter tenere il campo contro chiunque (il Martin cremonese della scorsa stagione che, partito da sesto uomo, il ruolo che lo aspetta al PalaDozza, non ha potuto vincere il titolo di miglior addizione dalla panchina solo perché è diventato ben presto titolare pressoché inamovibile o il Cournooh prima solidissimo rincalzo e poi indiscusso protagonista nelle varie Brindisi, Pistoia o Cantù) senza contare il carisma di capitan Aradori, la prevedibile crescita esponenziale di quel mezzo fenomeno (per l’età) di Pajola o la solidità ritrovata insieme alla salute di un motivato BaldiRossi. Ma quello che più rincuora e fa sperare chi minimamente si intende di basket, sono la solidità e la capacità di un rinnovato staff tecnico che ben si sposa all’armonia societaria ritrovata. Per dire: la scelta di coach Sacripanti, dopo i primi nomi eclatanti ma fuorvianti (ci scusino, ma al confronto non ce n’è per i vari Trinchieri o Banchi o …) sparsi artatamente a piene mani, è stato un vero colpo da maestro, e grande conoscitore di basket, del nuovo plenipotenziario DellaSalda. E se questa scelta, non condivisa con altri, ma il tempo correva veloce e bisognava agire in fretta, ha portato malumori e dimissioni nella parte più umorale, e francamente inutile, della società, ben vengano decisionismi ed abbandoni).

Gli appassionati, però, e si sa, hanno bisogno di risultati più che di tempo per affezionarsi. E se le prime uscite sono state contraddittorie (vittorie e sconfitte di misura con avversari piccoli e medi), direi che non c’è da preoccuparsi mancando, di volta in volta l’Aradori nazionale o il Taylor in ritardo. Il test più importante, sentimentalmente parlando ovvio, è però alle porte. Il derby, seppur amichevole (ma di amichevole in queste occasioni c’è giustamente ben poco azzerando la competitività e l’agonismo ogni differenza tecnica e a volte fisica) incombe con le sue prime risposte che (scommettiamo?) risulteranno fallaci nel prosieguo della stagione.

Le vere risultanze e spessore delle due arriveranno più tardi, con le prime vere partite, quando i due punti saranno sangue versato o linfa vitale per entrambe. Dell’Aquila, nei pronostici abbiamo detto (o vince il suo girone e vien promossa direttamente, o nei playoff rischia forte la consueta delusione). Della Virtus diciamo che si prospetta un campionato sulla falsariga di quello passato, in corsa per passare il primo turno sia della CoppaItalia sia dei PlayOff. Ma attenzione: lasciando perdere le inarrivabili (ma la carta spesso è velina) Milano e Venezia, ci sono squadre che, almeno sulla carta, sembrano più attrezzate e pronte della cara, vecchia V (Avellino, Torino e Sassari, ad esempio) mentre daremmo in calo la miracolosa Trento finalista scudetto.

Chi tiferà vedrà e che sprazzi dell’ineguagliata classe dell’immenso Ginobili, ora che a lui non serve più, si spanda benevola sui giocatori in nero/bianco/blu.

Questo Angolo è in realtà un incontro di solitudini. Un muro di recinzione metallica della facoltà di Lingue che finisce al confine con un improvvisato parcheggio di taxi, spiaggiato ogni mattina dove capita, fra  un muro di un edificio abbandonato, rimasto senza senso, e l’area di fermata di bus che qui  scaricano studenti e rilasciano gas mefitici.

E’ un luogo senza possibile identità, sposato a una struttura arrugginita di un vecchio chiosco che forse nella complicata storia di Tirana vendeva biglietti dei bus o forse coca cola, come ricorda una pubblicità dilavata dagli anni. 

E’ diventato un luogo simbolo, un’installazione che esprime un concetto difficile, ma è il posto cult di chi ama letture impossibili.

Impossibili da trovare altrove.

Moravia tradotto in albanese negli anni ’70. La vita di Stalin scritta  nel  1966, la vera storia del Komunismo, mappe di città jugoslave che hanno cambiato nomi e confini.

Tutte le mattine Ilir  un uomo dai capelli grigi, ma dallo sguardo attento,  allunga file pettinate di  stampe sbiadite e impolverate sui muretti dell’Università e in ogni spazio occupabile fra la strada e il marciapiede.  La sera le ritira in cumuli ordinati e catalogati.

Sempre uguali da anni. Perché nessuno li compra.

Occhi aperti sul passato sono punti di contatto con mondi lontani, ricette di cucina irrealizzabili, carte geografiche di paesi scomparsi, studi urbani di luoghi ormai cementificati da centri commerciali, tutti uguali, biografie di eroi di una storia che ha cambiato pagina.

Passaggi di vite che Ilir recupera da enormi casse e espone con un’attenzione maniacale.

Intuisce che voglio immortale quella coreografia di stanchi colori, di copertine usate, di pagine sfogliate e mi controlla vigile.

Non vuole che l’equlibrio di quella sua arte possa essere turbato.

Alla Biennale di Venezia  questo mix di storie passate e ormai disancorate creerebbe stupore e anche un brivido di orrore.

Ma alla storia dell’automazione delle fabbriche cecoslovacche, si avvicinano storie di militari e anche vecchi manuali  per imparare l’inglese della Oxford University Press degli anni ’80, quando il metodo comunicativo funzionale uccise quello traduttivo grammaticale. Ma solo oltre cortina.

Un flusso ininterrotto di giovani passanti, soprattutto ragazze attente ad ogni moda e fiere del proprio fashion look, si snoda ma non si ferma.

Nessuno compra. Nessuno vuole un pezzo di quel passato.

E’ sera e Ilir sta recuperando i suoi tesori. Sempre più impregnati di odori urbani.

Domani forse creerà fra loro un Nuovo Ordine, elaborando una nuova Mistica di sintesi politica fra vecchi attori.

Forse è uno psicopatico in un percorso di recupero.

Forse gestisce un luogo di spie o un sancta sanctorum di un linguaggio per iniziati.

Non lo sapremo mai.

GuardaMondo inizia a muovere i suoi primi passi e vi porta ad Idlib al confine turco – siriano dove in questi giorni stati, Nazioni Unite e organizzazioni non governative stanno mettendo in scena una curiosa pièce teatrale, per il cui atto finale sono previste lunghe attese e molta suspence. Da qualche settimana infatti, è di nuovo scontro aperto tra le truppe del leader siriano Bashar Al – Assad e le forze anti-regime che combattono per sottrarre al suo controllo quante più regioni possibili.

Se è vero che la diplomazia è la versione nobile della negoziazione, questa non sembra una skill propria della governance siriana, mentre è vero, in questo particolare contesto, che i leader di Russia, Turchia ed Iran danno impressione di sapere bene di che cosa si tratti. Infatti, mentre un impaziente Assad per fermare i ribelli di Idlib minaccia ritorsioni senza precedenti, Erdogan si è fatto, apparentemente ed inaspettatamente, portavoce di un fronte che invitava alla non violenza e al dialogo, mentre ha iniziato, com’è nella sua natura, a schierare truppe al confine in questione.  É sulla base di questo invito che il 7 Settembre si è aperto a Teheran un vertice trilaterale con l’obiettivo di aprire un dialogo ed elaborare un progetto di intervento alternativo. Il vertice che riunisce Russia, Iran e Turchia lascia sullo scenario politico internazionale un’impronta che ha tutta l’aria di diventare indelebile. La partita per decidere il futuro della Siria si è sempre giocata ad un tavolo dove potenze occidentali come Francia e Stati Uniti facevano da padrone, ma in questo momento con Macron impegnato nella costruzione di un solido fronte anti populista europeo e Trump chiamato a rispondere del sempre più evidente declino statunitense e di una forte opposizione interna, sono altri gli stati che cercano di vedere il possibile bluff di Assad e determinare nuove sfere d’influenza.

Viene spontaneo domandarsi come mai Putin, Erdogan e Rouhani siano così tanto interessati a tirare le fila di questa battaglia, soprattutto dal momento che continua ad essere in corso un evidente braccio di ferro tra Turchia e Russia a proposito delle azioni da intraprendere. Ognuna di queste potenze ha un diverso motivo per interessarsi alla stabilità della regione, ma tutti quanti fanno capo al valore strategico che la Siria ha acquisito, specialmente negli ultimi anni. La grande strategia geopolitica della Russia si è sempre mostrata fedele al principio Mckinderiano “chi controlla il mare controlla il mondo” ed è su questa base che secondo Putin la presenza in Siria rappresenta un possibile trampolino di lancio per guadagnare accesso anche ai mari caldi, soprattutto senza dover scendere a patti con la Cina, come sta invece avvenendo nel non lontano mar cinese meridionale. Non va inoltre dimenticato che questa per Putin sarebbe l’occasione di dimostrare all’Occidente, di cui  continua a non sentirsi parte, che la Russia è in grado di riuscire laddove altri hanno fallito. La strategia iraniana in Siria è invece legata a ragioni di tipo più economico, che fanno capo nello specifico al progetto di creazione di un’unione economica di cui il Libano dovrà essere parte integrante e fondamentale. Da qui la necessità per Rouhani di controllare la situazione in Siria, poco importa se per farlo la sua lealtà deve continuamente cambiare, che stia dalla parte dei ribelli o del regime di Damasco, l’obiettivo è avere gli strumenti per aumentare il proprio potere economico ed uscire dalla categoria delle così dette potenze medie ed entrare nella master class delle grandi potenze emergenti. Erdogan invece, dal canto suo, ha bisogno che le regioni occidentali della Siria restino stabili in quanto zone cuscinetto, utilizzate per contenere l’emergenza rifugiati. Questa stessa zona è anche uno degli strumenti prediletti dal leader turco per esercitare pressioni sull’Unione Europea, un eventuale mancato controllo del passaggio verso l’Europa e l’apertura delle frontiere ai migranti, costituirebbe motivo di ulteriore tensione e di difficoltà. Nonostante alcuni dei protagonisti siano cambiati, il destino della Siria continua ad essere in balia dei volubili interessi di altre potenze e dei disegni politici di Assad. Le Nazioni Unite invocano un cambiamento di strategia, ma all’appello sembrano rispondere in pochi. Gli Stati Uniti  cercano di rientrare in gioco e riacquisire capacità d’influenza utilizzando l’arma economica per rinforzare il loro ruolo, soprattutto nei confronti di Turchia ed Iran, l’Occidente invece guarda indietro, ritornando sui suoi passi, per riformulare un concetto efficace di realpolitik, che servirebbe oggi più che mai. Anche se all’apparenza tutto può sembrare già scritto, bisognerà attendere ancora per vedere quali interessi prevarranno arrivando a determinare reali conseguenze. Potrebbe essere l’Occidente o il triumvirato russo – turco – iraniano, quello che è certo è che in gioco c’è molto di più di quello che è possibile vedere e che come proprio come in una partita a scacchi, ci possono essere molti colpi di scena prima di capire chi darà scacco matto a chi.

Mr Piketty ci ha regalato recentemente uno studio molto interessante sulle tendenze di voto, sui ‘trend culturali Macro’ e sulle divaricazioni  che, progressivamente, stanno allontanando le Elites intellettuali dalle formazioni politiche che fino a pochi decenni fa costituivano i “popoli di sinistra”. Lo ha fatto analizzando 3 Paesi: Usa, Gran Bretagna e Francia, per il ruolo egemone  da sempre svolto da questi sullo scenario internazionale

Chi volesse industriarsi ed approfondire puo’ collegarsi qui’ :

http://piketty.pse.ens.fr/files/Piketty2018.pdf

Una  piccola avvertenza per i non esperti: i grafici sono quasi sempre riferiti a “differenze”.

Questo significa che un maggiore spostamento di voti ad es. di poveri verso i Tories non vuol dire che in maggioranza i poveri votano per i Tories.

A mio parere è molto interessante l’individuazione di due Elite, che sono venute divaricandosi negli anni

  1. quella degli intellettuali (intesi in senso lato, gli ‘educati’ nelle università).
  2. ed i ricchi (intesi principalmente come gli appartenenti per reddito al primo decile della popolazione).

Dopo un periodo di omogeneità nel secondo dopoguerra (i due insiemi votavano per il ‘centro destra’), a partire dalla fine degli anni 50 si percepisce uno spostamento verso posizioni di sinistra (o radicali) della moltitudine dei travet lavoranti a vario titolo nella industria culturale diffusa. Un divorzio che è costato molto alle “classi dominanti”, costrette a fare da sole i “LAVORI DI CASA”, ovvero pensare a come vendere ai “poveri” politiche di dx.

Per tornare egemoni, hanno dovuto aspettare la diffusione delle religioni creazioniste, delle radio locali in USA e l’arrivo dei ‘Social Media ‘ a scala globale per diffondere discredito a basso costo verso tutto ciò che è Scienza, Istituzione, Partecipazione Organizzata ecc.

Molto interessanti la tav 3.3f:

la 3.4b (guardare i due Clinton ed Obama):

la 4.5d (dove si nota la progressiva divaricazione tra “educati/laureati” e classi ricche in Uk):

Nello studio sono riportati molti dati e altrettante tabelle egualmente interessanti riguardanti la religioni, i giovani, il voto femminile etc. Tutte da studiare

Molto interessante inoltre l’individuazione di 4 grandi sottogruppi/famiglie, che rappresentano ad un tempo: tendenze politiche, economiche e culturali (vedi tab 2.6o):

  1. a) Gli INTERNAZIONALISTI, pro migranti e pro-egualitari (politiche economiche redistributive)
  2. b) Gli INTERNAZIONALISTI , pro migranti ma anti-egualitaristi (poco Welfare pubblico)
  3. c) I NATIVISTI PRO DISEGUAGLIANZE ECONOMICHE
  4. d) I NATIVISTI PRO POLITICHE REDISTRIBUTIVE ( Welfare solo per i cittadini originali)

Penso che lo studio di Piketty sia di estrema attualità anche in Italia, poiché ci fa capire che l’Elite dell’ “industria culturale”  è destinata ad essere presente nelle grandi città e nei punti alti della produzione, ideazione, progettazione etc,  ma ha perso capacità egemone nei confronti della “new wave” culturale rappresentata dai new-media ( in particolare dal loro uso)

Lo studio di Piketty e le sue analisi sono inoltre molto coerenti con il pensiero del Presidente Trump, che recentemente parlando a Fargo – Nord Dakota – ha tuonato :

“Si proclamano Elite (i giornali liberal, le università, gli intellettuali etc), ma hanno case più brutte, noi abbiamo più soldi, barche più belle (probabilmente avrebbe voluto mettere nell’elenco delle proprietà anche “più belle mogli”): siamo più ricchi. Quindi se loro sono l’Elite noi siamo la SuperElite.” (Qui il video: https://www.youtube.com/watch?v=Lugj4MmGpSQ)  
Di fatto ha sancito la nascita pubblica delle due Elites .

Pochi giorni dopo ha indicato inoltre una nuova frontiera a qst superElite:

“Basta con Google e Wikipedia che rappresentano una realtà affine alla Elite Culturale. Voglio un Google nuovo, che qnd digito il mio nome esca quello che voglio io”.

Ovvero: usciamo dalla dittatura di Wikipedia che ci dice che la terra è sferica e che non e’ nata 5mila anni fa. Ogni cittadino americano dovrebbe avere i propri social che gli danno le risposte che lui desidera.

Possiamo star sicuri che essendoci un tale mercato presto saranno trovati capitali che cercheranno di soddisfare la domanda .

E cosi’ mentre i regimi dittatoriali si tutelano dai social con la censura il c.d. mercato si prepara ad offrire loro strumenti di coercizione un po’ più efficienti.

Avete mai provato la sensazione di sentirvi assolutamente estranei dalla situazione che state vivendo? in cui tutto vi sembra surreale? Come se per qualche effetto magico voi siate stati catapultati su una nuvoletta e da lì continuate a ripetervi: no, quella li’ non sono io, non posso essere io…

Bene, a me è successo. Cosa ho fatto? Ho lasciato il lavoro.
Stabile e bello, per carità. Ma un lavoro che non si incrociava più con le mie esigenze ed ambizioni.

E quindi si, mi sono presa una pausa estiva.
Sono stata al mare, ho giocato (tanto) con mia figlia e sono uscita con mio marito.
Ho anche iniziato una nuova attività. Anzi, due. Ed ho deciso che non mi andava più di stare su quella nuvoletta ma che fosse più bello scendere giù e vivere.
Perché la via è una.
Perché mia figlia (solo ora) ha 2 anni e tanto bisogno di me.
Perché se non ci provo ora a fare quello che mi piace, quando?

Nessuna promessa e nessuna aspettativa se non quella di provare vivere al meglio.
Se poi questo si tradurrà anche in un post in più al mese, chi può dirlo?
La vita è cosi imprevedibile… 🙂

A presto, Mamme e non

Sabato 28 luglio nella cornice di straordinario fascino della chiesa bizantina dell’ isola di Zvernec, Aulon Naçi, giovane compositore nato a Valona, ma formatosi al Conservatorio di Udine e perfezionato in percorsi europei che lo hanno impegnato a Salisburgo, a Oslo, a Parigi e nella Svizzera Italiana, ha eseguito una serie di Passaggi musicali per orchestra e solista. Accompagnato da grandi musicisti che hanno dimostrato rara sensibilità e un sorprendente affiatamento.
Sulla laguna di Narta il vento era cessato e un’aria balsamica ha spirato tutta sera quasi ovattando un clima disteso di relax, di meditazione, di serena predisposizione all’ascolto.
Il pubblico, procedendo a piccoli passi sulla passerella senza sponde gettata sull’acqua, arrivava in silenzio, rapito dalla rinnovata bellezza del luogo, preparato in grande stile per l’evento, con suggestioni di luci e echi di spiritualità.


Una serata speciale per la sorprendente maturità artistica del compositore, capace di coniugare echi di Ravel, di Morricone, di Richard Clayderman e Stephen Schlaks – passaggi musicali che sono ormai nella storia della musica contemporanea e delle colonne sonore che hanno dato fama al cinema – con una sapientissima esecuzione di brani originali composti per l’occasione, dove alcuni schemi classici di composizione hanno sposato la tradizione balcanica dal sapore mediorientale e gli echi della musica ebraica.
Si poteva immaginare un compositore maturo, un distinto signore carico di anni e di grandi esperienze.
Ma ecco un altro miracolo della musica albanese.
Aulon è giovane e ha una lunga prospettiva di carriera davanti: ha solo 35 anni ma ha il cuore in Albania e la rara capacità di interpretare i suoni dell’Oriente e le tradizioni dell’Occidente e di fonderli in schemi classici, inventando una serie di esperienze musicali che vibrano, che portano lontano, in nuovi spazi di ascolto, dove lasciano forti emozioni.
Molte le composizioni ispirate all’acqua, al mare e alla pioggia la cui sonorità è stata interpretata anche con l’impiego di strumenti non tradizionali e con la partecipazione del pubblico in un simpatico flash mob di ombrelli spalancati.
In ‘Lacrime di pioggia’ un clarinetto ha creato giochi di illusioni e di prospettive sonore con la musica Klezmer delle città e dei villaggi ebraici cari a Chagall e gli archi sono entrati come visitatori stupiti in quella notte di pioggia che si è aperta su un orizzonte d’oriente.
Il solo del violino di ‘Poseidon’ ha ricordato l’impazienza di Paganini, e il timbro nostalgico di Uto Ughi anche se Aulon forse guardava solo all’impeto del mare in tempesta.
Il suo racconto per violino del mare agitato e scosso da tormenti ha usato tutte le corde come una voce umana. Paganini faceva lo stesso al limite dell’impossibile e faceva dialogare le corde con tutti
gli altri strumenti dell’orchestra, addirittura con un campanello. Il concerto n. 2 “La Campanella” fu rappresentato in tutti i teatri d’Europa. Era la fine del ‘700 e si amavano gli azzardi e le sperimentazioni.
Così fa Aulon, duecento anni dopo, impiegando mezzi tradizionali ma anche nuove presenze nelle sue composizioni e non si sottrae alle mode che rendono il pubblico partecipe e attore del racconto musicale.

Il dress code era il bianco, il colore dei gabbiani, su un prato verde dove il tramonto ha allungato le sue ombre e la chiesa bizantina si è accesa di indaco.
L’intensità della ‘Quiete e tempesta’, suonato in quell’immobile incontro di acqua e di aria che tutti noi e il vecchio monastero bizantino abbiamo vissuto in una serata fuori dal tempo, ci ha rapiti.
La Musica ha sempre accompagnato il sacro perché amplifica per qualche istante il sentire umano e assorbe i sensi al punto di rendere l’ascolto il solo protagonista. E lì ‘La supplica alla Madre’ è diventa una preghiera.
Ma Aulon ha viaggiato in territori lontani e ‘Foreign Touch’ e la ‘Milonga’ hanno avvicinato l’America latina vincendo una sfida con Astor Piazzolla e fisarmoniche famose.
Bravissimi gli esecutori, Igli Tug al clarinetto, Dehon Bendaj al vionino, Elton Balla alla fisarmonica e Mirian Sulovari alle percussioni, il maestro Tricarico, il soprano Nina Muho, il direttore d’orchestra Riccardo Casero.
Tutti hanno contribuito con la loro professionalità a un’esecuzione originale che ha reso l’isola di Zvernec per una notte un mondo di note felici.
Caro Aulon, ti auguriamo una strada musicale di grande successo, aperta non solo al grande pubblico e a teatri della bella Europa, ma anche ai film, perché le immagini per arrivare ai nostri cuori hanno bisogno di essere accompagnate e trasformate dalla magia dei suoni, vicini ai confini in cui la mente si apre allo spirito e all’infinito.
Pochi, fra miliardi di umani, hanno questo talento.

Basket City, anche se gli anni ruggenti sono lontani, rimane una febbre. Così, alla fine di un’estate che più appiccicosa non si ricorda, si ricomincia, nei bar e sul crescentone, a parlare di basket giocato, per ora, solo sulla carta in attesa della data della partita madre di tutte le sfide (per ora solo amichevole), quel 15 settembre che varrà come presentazione alle platee adoranti dei due team che affronteranno, uno da possibile outsider, la Virtus, l’altro come probabile favorita, La Fortitudo, i rispettivi campionati. E buon per noi, appassionati e malati, che le società, V ed F in ordine di categoria, abbiano già definito, in tempi eroicamente ristretti, le formazioni.

I giochi (quelli sulla carta) sono quindi fatti lasciandoci la possibilità di sbizzarrire la fantasia dei pronostici ben sapendo, ovvio, che solo chi non si lancia, nei pronostici, appunto, non falla.

E iniziamo, allora, con la vecchia (in tutti i sensi, ne parleremo) Fortitudo (mentre per sapere cosa a spetta la Virtus, sempre secondo noi ovvio, bisognerà pazientate qualche giorno).

La Fortitudo, dunque. Che potrà contare, in quintetto, su Fantinelli, Hasbrouk, Rosselli, Mancinelli e Leunen facendo partire dalla panchina Cinciarini (Daniele), Benevelli, Sgorbati, Venuto e Pini.

La sensazione, a prima lettura, è quella di una squadra, quintetto almeno, sontuoso. Fantinelli è il play, non giovanissimo, cercato da tutti nella serie cadetta: buona visione di gioco, personalità, struttura. Hasbrouk è un tiratore di striscia; già visto nella serie suprema (e guarda caso per due volte nelle fila dell’altra metà della città del basket) senza lasciare segnali indelebili di sé né rimpianti, mentre ha trovato al piano più basso la sua dimensione, soprattutto a Jesi. Un buon innesto, anche se giocare a Bologna, e per la promozione, inserito in un sistema che dovrà rivelarsi vincente, sarà diverso, e quanto, da fare il califfo in periferia. Rosselli, adesso, da ala piccola. Che dire che già non si sappia. Giocatore dal quozio superiore, ma lento, umorale, statico e con un anno di più. Da ala grande agirà l’eterno Mancinelli. Anche lui con un anno di più e la mobilità, la verticalità e il fiato inevitabilmente ne risentiranno. Per fargli trovare libere le oramai amate ed imprescindibili mattonelle in post basso, gli è stato cercato un cinque, di numero ma non di propensione, non ingombrante. Qui la scelta, affascinante ma pericolosa, è caduta su Leunen (sì proprio lui, l’antico guerriero Maarten, che a 33 anni è reduce da otto stagioni tra Cantù, cinque con una Supercoppa vinta, e tre ad Avellino sotto coach Sacripanti). Leunen, un vero crack per la categoria (ma che avremmo visto molto più inserito in un’altra realtà, magari proprio alla Vnera, ma di questo ne parleremo), è giocatore dalla classe sopraffina e dall’intelligenza cestistica superiore. Ala forte dal tiro mortifero (in carriera circa il 41% da tre), non è un atletista, ma buon difensore ed ottimo passatore. Per intenderci, uno Stonerook molto più tecnico che però, a differenza del ricciolone, non resterà negli annali non avendo vissuto gli anni rubati di Siena. Con il Mancio costituirà una coppia assortita che spesso si cambierà posizione e ruolo, ma piccola, bassa e poco atletica.

E proprio qui, sulla scarsa attitudine a corsa e salti, si giocherà la scommessa della stagione fortitudina. Considerando che nemmeno dalla panchina (il Cincia lo conosciamo, il Venuto cambio di Fantinelli ha 33 anni anche lui, gli anni del figlio d’arte Benevelli corrono lì vicino, Sgorbati è giovane ma chi vuole scommettere su quanto campo vedrà?, mentre Pini, l’unico lungo di ruolo e comunque sottodimensionato è pur sempre … Pini) si potrà spremere esplosività, quell’esplosività che, specie nel corso di una stagione lunga ed impegnativa, si è spesso dimostrata l’equazione vincente, diventa indispensabile vincere il proprio girone per poter usufruire di una delle due promozioni dirette (obbiettivo impegnativo, e difficile, per una squadra che, comunque vada a finire, l’anno venturo dovrà essere, di nuovo, rivoltata come un calzino usurato).Si dovesse arrivare, viceversa, a giocarsi l’ultima delle tre promozioni nel corso della solita riffa infinita dei playoff, credo si possa già immaginare come andrebbe a finire.

Una scommessa, quindi, la Fortitudo che si prepara a giocare da protagonista e forse favorita (si parla sulla carta, ovvio) questa ennesima stagione che dovrebbe essere di riscossa. I presupposti, le speranze in verità, ci sono: E la garanzia più evidente è stata la scelta del coach, quell’Antimo Martino che spesso, troppo spesso, ha fatto piangere le Fortitudo scombinate ed arrogantemente inutili delle ultime stagioni. Certo, il manico, per quanto esperto ambizioso e preparato (e che ha fortemente voluto mantenere accanto a sé il carisma e le conoscenze di coach Comuzzo), da solo non basta. Ma non si preoccupino i tifosi dell’Aquila: male che vada, a dare una mano ai veterani in campo, si potrà sempre pescare dalle scrivanie della società. Oltre al grande Carraretto, infatti, in società gioca un ruolo anche l’antico Devetag …

Le vacanze, le ferie, la villeggiatura, chiamate questo periodo come volete, sono ormai terminate. E, visto che anche l’estate sta finendo, è logico pensare che giorni affollati, giorni frenetici, giorni stressanti ci aspettino. Un ottimo modo per riappropriarci della routine quotidiana, in realtà per trovare un metodo do sopravvivenza dalla, potrebbe essere (altamente consigliato per vari ed ovvi motivi) profittare dell’ennesima possibilità che il Mast, la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologie di via Speranza 42, offre fino al prossimo 16 settembre: la mostra di W.EugeneSmith “Pittsburgh – portrait of an industrial city”.

Motivi per non farsela fuggire, a parte lo scherzoso, ma non poi tanto, consiglio iniziale, ce ne sono davvero tanti. Innanzi tutto, l’occasione di poter osservare dal vivo una parte, piccola ma significativa (circa 170 stampe vintage della collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh) del lavoro più concettuale e totalizzante di uno dei più importanti fotografi statunitensi (William Eugene Smith nasce a Wichita, Kansas, nel 1918. Studia fotografia all’Università di Notre Dame, nell’Indiana, e nel 1937 si trasferisce a New York, dove lavora come fotoreporter per “Newsweek”, “Collier’s”, “Parade”, “Time”, “Fortune”, “Look” e “Life”. Durante la Seconda guerra mondiale è corrispondente dalle isole di Saipan, Iwo Jima, e Okinawa, in Giappone. Nel 1947 entra nell’organico di “Life”, e dal 1955 entra a far parte dell’agenzia Magnum per cui accetta di realizzare un saggio fotografico su Pittsburgh di cui nel 1959 viene presentata una piccola parte: “Pittsburgh—W. Eugene Smith’s Monumental Poem to a City” e una versione del lavoro, con un layout di 36 pagine curato dallo stesso Smith, appare sulle pagine di “Photography Annual”, annuario della rivista “Popular Photography”. Nel 1971 presenta a New York e poi a Tokyo, dove vivrà fino al 1975, una grande mostra di oltre 400 fotografie curata da lui stesso. Nel 1977 si trasferisce a Tucson, Arizona, città in cui morirà l’anno successivo, dove gli viene assegnata una cattedra universitaria e dove il suo ricchissimo archivio entra a far parte della collezione del Center for Creative Photography dell’Università dell’Arizona).

E poi la possibilità, davvero rara, di poter confrontare le sue immagini con quelle della altrettanto imperdibile mostra “Usa’68” ospitata dallo stesso Mast al piano inferiore e di cui abbiamo ampiamente parlato in occasione dell’inaugurazione. Un confronto che potrebbe permettere ai visitatori più curiosi ed avvertiti di riconoscere il lavoro di W.E.Smith come punto di passaggio, potente e imprescindibile, tra il tempo dei fotografi della F.S.A. (Farm Security Administration, l’agenzia fotografica fondata nel ’37, in piena GrandeDepressione dal presidente Roosvelt allo scopo di documentare la recessione agricola dilagante negli Usa e che operò fino al 1943 grazie al lavoro ed all’abnegazione di fotoreporter come Dorothea Lange, Walker Evans, Gordon Parks, Arthur Rothstein, Ben Shahn) e la stagione d’oro del fotogiornalismo degli anni ‘60/’70 (quella investigata dalla mostra “USA68”, appunto) dei Garry Winogrand, Lee Friedlander, Steve Shapiro, John Dominis, Art Shay, Bill Eppridge, Bob Gormel tra i tanti.

And the last but not the least, perdendosi nella visione, ci si potrà illudere di comprendere le motivazioni di una personalità complessa (il modo di Smith di portare avanti le commissioni ricevute era tortuoso, non consegnava mai un lavoro in tempo, non era mai soddisfatto del layout delle immagini, dell’impaginazione, dell’intensità delle foto stampate, delle didascalie, dell’intera presentazione della story), dibattuta (per un diverbio, abbandonò nel pieno della sua fama di fotografo per riviste l’impiego a “Life”) perennemente com’era in cerca dell’assoluto (ben lungi dall’accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l’essenza stessa della vita umana), la personalità di un fotografo, un uomo, che giustifica quanto di lui detto da Urs Stahel curatore della mostra: “… nella storia della fotografia nessuno mai aveva tentato questa impresa con una tale tormentosa veemenza: Smith non voleva rappresentare il sangue, lui cercava il sangue …”.

Ingredienti:

  • Riso carnaroli ( circa 60 / 70’g a porzione )
  • Brodo vegetale qb (preparato con sedano / carota / cipolla / zucchine / finocchio e a piacere altre verdure )
  • 1 scalogno
  • 50 g di prosciutto crudo tagliato a fettine sottili
  • 2 fette di melone
  • 2 bicchieri di porto rosso
  • 50g burro
  • 50 g parmigiano

Procedimento:

Prima di tutto preparare il brodo vegetale, poi tritare finemente lo scalogno e farlo imbiondire in una casseruola capiente che possa contenere il quantitativo di riso che dovete preparare.
Versare il riso e tostare leggermente. Unire il bicchiere di porto e far evaporare. Da qui continuare ad aggiungere il brodo poco alla volta sempre mescolando.
Intanto preparare delle palline di melone che serviranno per decorare il piatto. Il resto tagliarlo a quadretti e aggiungerlo a tre quarti di cottura nel riso e terminare la cottura.
Mantecare bene a crudo con la noce di burro e il parmigiano. A questo punto aggiungere anche il prosciutto:  un po’ nel riso (dopo averlo tagliato a filange’ sottilissime) e un po’ soffriggerlo a parte in una padella per farlo diventare un po’ croccante.
Lasciare riposare qualche minuto il risotto, poi preparare il piatto versando bene il risotto a cupola nel piatto mettendo sopra al centro le piccole palline di melone e qualche fettina di crudo croccante.
Terminare con qualche goccia di porto fatto prima restringere un po’  in un pentolino (deve risultare un po’ denso)

Buon appetito da G&G!