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Ottobre 2018

Sono finiti da pochi giorni i congressi del Labour party e dei Tory.

Un passo indietro: diversamente dal resto di Europa i due partiti hanno avuto rispettivamente l’42 e l’44 % dei voti validi – un risultato straordinario  se riferito al processo di erosione che colpisce i partiti ’storici’ in Europa continentale (solamente la Thatcher e Blair per una elezione ciascuno hanno fatto meglio negli ultimi 60 anni, e comunque sempre in presenza di una contestuale debacle dell’avversario).

Sommati assieme si raggiunge l’86 % dell’elettorato – non male per due partiti che hanno come leaders un 70enne ed una signora che non ‘twitta’…

Inoltre entrambi i partiti hanno avuto molte convulsioni nell’ultimo decennio: il Labour – la necessita’ di reinventarsi  dopo la stagione Blairiana, mentre per i Tory – scrollarsi di dosso l’immagine e le politiche  classiste.

Entrambe le manovre sono state coronate dal successo anche se con risultati sorprendenti: il Labour di Corbin ha trovato attivisti entusiasti (e voti) tra i giovani, nelle aree urbane e di ceto medio; il partito Tory (che aveva un manifesto elettorale pieno di slogan contro la disuguaglianza e la povertà) ha guadagnato consensi tra gli strati popolari e fatto il pieno di seggi nelle ex roccaforti ‘rosse’ degli anni ‘70 . ( a spese dell’ UKIP , che dopo ll successo della Brexit ha perso la sua ragione di essere).

Ma veniamo ai Congressi partendo dal Labour che si e’ svolto prima.

L’appuntamento è a cadenza annuale ed oltre alle rituali conte interne e diatribe, che si tengono rigorosamente riservate agli iscritti , esso è l’occasione per aggiornare e mettere a punto le c.d. ‘politiche’ . Commissioni, gruppi di studio, seminari vengono tenuti per dare modo al partito di elaborare proposte di ‘settore’ che generalmente hanno grande rilievo nella vita politica del paese. Un merito questo (di dare molto peso alle ‘politiche’, e poco agli slogan) che va attribuito al popolo inglese e di cui i partiti devono tenere conto.

Corbin ha avuto l’intelligenza politica di accettare l’idea di un possibile secondo Referendum sulla Brexit, togliendo cosi’ dal confronto congressuale un argomento che sarebbe stato divisivo. Una dichiarazione che e’ stata immediatamente sfruttata da Boris Jonhson (capo dell’ala dura dei Tory) : vogliono farci votare finché’ non daremo la risposta giusta !!

Corbin praticamente ha detto ai delegati che non sono i migranti , non è la UE , cio’ che non va e’ l’ attuale sistema capitalista – come si vede qualcosa che non e’ nuovo ma e’ molto diverso dall’usuale base ideologica delle politiche redistributive care alle sinistre.

Inoltre ha aggiunto che anche le c.d. politiche di austerità, che pure sono espressione di concezioni classiste, sono la conseguenze non necessariamente la causa del disagio sociale. E quindi il Labour ha elaborato alcune ‘politiche ‘ nel corso del congresso per aggiornare il proprio programma.

A fianco delle proposte di nazionalizzazione dei servizi ferroviari , riduzione delle tasse universitarie, sostegno alle case popolari (a gestione comunale), rifinanziamento ed investimento nella Sanità Pubblica tramite aumento del peso fiscale sui più’ ambienti, il Congresso ha approvato una proposta realmente ‘nuova’ :  ‘ Confisca del 10% delle azioni di ogni impresa che abbia più’ di 250 dipendenti , distribuzione dei relativi dividendi ai lavoratori fino a 500 £ annue ( l’eventuale eccedenza allo stato ) . Un vero esproprio.

Proposte che prevedono la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori agli organi Esecutivi delle Aziende saranno studiate ed approfondite nel prossimo congresso.

In definitiva il Congresso Labour ha puntato il dito contro il Sistema : è questo capitalismo che non funziona e si e’ rivolto ai lavoratori (e non indistintamente ai più’ deboli, ai poveri ecc) . Se si può’ fare un riferimento molto approssimativo si direbbe un avvicinamento a pratiche socialdemocratiche del Capitalismo Renano e del sindacalismo tedesco.

Vediamo ora come e’ andata la conferenza annuale dei Tories .

A poche settimane dell’appuntamento pareva che il tema dominante dovesse essere lo scontro tra la maggioranza Tory che sostiene la prima ministro May e gli sfidanti hard-Brexiters  capeggiati da Boris Jonhson (molto amato e popolare per i suoi modi stravaganti e per le sue uscite poco corrette). Poi, a seguito dell’inatteso successo delle nuove proposte, Labour hanno dovuto prendere atto della prospettiva di dovere rispondere a quella che viene percepita come una crisi del Capitalismo. La Brexit (hard o soft) è stata quindi appannata nel dibattito .

Il dibattito che si è sviluppato è sembrato un po’ ‘italiano’: si vogliono e si promettono  contemporaneamente più’ soldi  o risorse per i Servizi Pubblici ( trasporti, scuole e case pubbliche ), per la Sanità’, per il taglio delle tasse, e per la riduzione del Debito!!!

Il ministro del Tesoro ha affermato che la Brexit (soft) non danneggia più’ di tanto ma consegna mano libera per politiche di ‘competizione’ aggressiva (in pratica favorire investimenti stranieri e nuove attività’ con capitali in fuga da regolamenti e trasparenze UE). L’impressione di molti delegati e’ stata comunque negativa  poiché’ molte indagini dimostrano che anni di paghe ferme, di lavori nuovi con paghe basse , di costi talmente alti  per alcuni beni , quali casa e sanità, da renderli inaccessibili ai più, hanno minato la fiducia dei lavoratori verso le politiche redistributive ed hanno reso più credibili politiche di ‘attacco ‘ all’attuale sistema capitalistico .

Una parte dei Dirigenti Tories, consapevoli che il loro insediamento elettorale si compone ‘anche’ di strati di lavoratori sottopagati  hanno iniziato ad interrogarsi: se ai ceti medi urbani, ai giovani con titolo di studio, a coloro che non vogliono confini con l’Europa si aggiungono costoro per noi è la fine…

Durante la conferenza hanno deciso di puntare su politiche di sostegno alle famiglie (tema toccato dal Labour solo incidentalmente) e di iniziare una campagna di difesa del sistema capitalistico come unico in grado di garantire crescita . Quindi non solo dividere la torta ma farla diventare più’ grande. Compito che è apparso  in contraddizione a molti di loro con una ipotesi di Hard Brexit.

Per cui in definitiva, stando ai dibattiti svolti , durante la conferenza Tory le proposte del Labour hanno rafforzato la May ed oscurato Jonhson .

Ovviamente la parola definitiva sulla leadership Tory la darà il voto ai Comuni sull’accordo che la May firmerà con Bruxelles.

Un amico recentemente mi ha chiesto:
“cosa ne pensi: sono le donne a non voler far una carriera “importante” e lavorare fino a tardi, perché non vogliono ‘sacrificare’ il loro tempo all’interno della famiglia, o è “tutto il resto” che lo impedisce?”

Prima di continuare sull’argomento, voglio subito chiarire 2 cose:

  1. il mio amico ha posto la domanda nel modo più innocente possibile, nel senso che davvero voleva il mio parere sul una questione così importante del mondo di lavoro odierno, senza pregiudizi e senza preconcetti. Non voleva né giudicare né sminuire il ruolo e l’ambizione delle donne nella società di oggi e in generale.
  2. è un dato di fatto che in qualche modo, le donne – anche oggi – sono più impegnate “fuori” dal proprio posto di lavoro – anche nel migliore dei casi, sono più coinvolte nelle faccende domestiche, sono maggiormente legate con i bambini (soprattutto se piccoli), sono quelle che fanno le piccole cose per cui nessuno ha mai tempo – come per esempio, comprare un regalo di compleanno per l’amico di classe o il regalo di Natale per la zia eccetera eccetera.

La domanda mi ha colto un po’ impreparata ma la risposta era più che ovvia: NO, la motivazione non è “biologica”, ma sociale e politica.
In Italia, così come in tanti altri Paesi il tema di un giusto equilibrio tra vita privata e lavorativa così come la ripartizione delle responsabilità all’interno della famiglia non è visto come prioritario a livello sociale e politico.
Questo si ripercuote nella mancanza – in molte realtà – dei servizi fondamentali per la conciliazione famiglia-lavoro (asili, trasporto pubblico efficiente etc.) e a livello generale in una legislazione che cela una concezione della famiglia in cui “è la donna che si occupa della casa” (congedo di paternità inesistente a fronte di un congedo di maternità piuttosto generoso, possibilità dello smart-working lasciata alla buona volontà della singola impresa etc.). Tutto questo fa sì che un imprenditore abbia spesso delle reticenze prima di assumere una donna per non avere problemi di “maternità” o che un marito dia per scontato che sarà sua moglie a pensare alla cena o che una “donna in carriera” scelga di non avere figli per non dover scendere a “compromessi” in futuro.

Per quanto le condizioni negli ultimi anni siano sensibilmente migliorate – anche rispetto ad una sola generazione fa – continua ad essere assolutamente normale che non ci siano donne candidate o candidabili alla Presidenza della Repubblica o al ruolo di Premier o pochissime Amministratrici Delegate di grandi imprese. Ma sono sicura, durerà poco.

Sono sincera: a volte vorrei solo rimanere a casa e abbracciare mia figlia. A volte lotto dentro di me per lasciarla quando ha la febbre ma il lavoro chiama. A volte mi va di rimanere tutto il giorno a casa e preparare la cena. Non so se sono desideri “di genere”, se anche agli uomini capita di averli, ma la verità è che si tratta di episodi di una vita in cui la realtà è ben più complessa e sfumata.
Fino alla prossima generazione? Chi sa?

Quel che è certo è che per i cambiamenti radicali, il tempo non basta. Serve anche la determinazione e l’impegno di ognuna – anzi ognuno – di noi a cambiare.

Nel frattempo, continuiamo a lottare 🙂

Foto: Mustafa Hassona / Anadolu

“Gaza è salda e non si inginocchia”, questa la parola d’ordine del 31° venerdì di protesta che sta coinvolgendo migliaia di persone nella Striscia di Gaza. In questi giorni il simbolo di questa lotta è rappresentato dalla foto che ritrae un ragazzo, A’ed Abu Amro, durante gli scontri per il blocco navale israeliano. Uno scatto potente che lo ritrae a petto nudo con una fionda in una mano e la bandiera della Palestina dall’altra.

Una immagine diventata virale, tanto da essere paragonata al celebre quadro di Eugène Delacroix “La libertà che guida il popolo”, simbolo della Rivoluzione Francese. 

A’ed Abu Amro, 20 anni, è uno dei quasi due milioni di persone che sono intrappolati a Gaza, impossibilitati a partire. Dal 30 marzo il confine con Israele è stato teatro di una mobilitazione diffusa contro il blocco imposto per più di dieci anni sulla Striscia di Gaza.  In 31 venerdì di protesta sono stati fucilati più di 200 palestinesi.Un rapporto delle Nazioni Unite ha avvertito che il blocco di Israele farà diventare Gaza la terza zona più densamente popolata del mondo, “inabitabile” entro il 2020.

Intervistato da Al Jazeera, A’ed Abu Amro dichiara: “Per me questa bandiera è importante. Noi reclamiamo il nostro diritto di tornare nelle nostre terre, protestiamo per la nostra dignità e per la dignità della futura generazione”.

Il dipinto di Delacroix “La libertà che guida il popolo” (1830)

Ingredienti:

  • 500 g Farina castagne
  • 700 dl acqua
  • 100 g noci
  • 100 g di uvetta ( lasciata in ammollo)
  • Un bicchierino di brandy
  • 1 cucchiaino di lievito x dolci
  • 1 bicchierino di olio extra di oliva
  • 50 g zucchero
  • Un pizzico di sale

Procedimento:

Setacciare bene la farina, versarla in una ciotola e  aggiungervi tutti  gli ingredienti secchi insieme, poi i liquidi, infine le noci sbriciolate grossolane e l’uvetta messa in ammollo prima.

Versare in una teglia con carta forno. Pennellarla un po’ sopra con olio e cuocere in forno preriscaldato a 170° per 30 min circa.

Buon Castagnaccio da G&G

A volte ritornano. In realtà, a volte siamo noi a tornare in luoghi, locali in questo caso, che già conosciamo e che ci piacciono stupendoci, a volte, di come siano cambiati strutturalmente o anche solo come proposte offerte. Questa settimana, quindi, siamo tornati a visitare tre posti che, per diversi motivi, ci sono particolarmente cari.

Caffè Delle Erbe

Cominciamo dal “Caffè delle Erbe” al 10/d di via Belvedere , proprio in piena zona di movida Mercato delle Erbe,, la movida più glamour e meno turistica. Rispetto alla precedente visita, (a inizio 2017) il locale è completamente cambiato: il bancone è nuovo e assai più razionale, scelta che, unita al nuovo luminoso colore alle pareti, regala una sensazione, reale, di maggior spazio a disposizione della clientela. Ma questa, ne converrete, per noi che amiamo tirar tardi abbandonandoci ad allegre e squisite bevute, non può costituire un incentivo alla visita. La vera novità, ciò che ci piace di questa sua nuova versione, è in realtà un approfondimento di quella che era già la sua propensione (sarebbe giusto cominciare a parlare di quanto importante sia stata l’idea del titolare e barman Christian) e cioè di puntare essenzialmente la propria proposta su una varietà di ben sessantaquattro gin diversi (avete letto bene, 64: si va dagli ormai classici anche se non sempre facilmente reperibili altrove Cittadelle ed Aviation, Haswell e Mahon, Cubical e ReDoor, Jinzu e Gun Powder, Gin Lane ed Hendrix in tutte le loro declinazioni ai nuovi e sorprendenti  Dutch Courage, Bloom, Nordés, Death’s Door, GinSul  o Generous) tra cui scegliere per un martini fatto a regola d’arte o un gin tonic che potrete chiedere  personalizzato grazie alla ventina di acque toniche disponibili o impreziosito da bacche e spezie diverse a sottolineare le botaniche caratteristiche di ogni bottiglia. Un “Caffè delle Erbe che d’ora in poi sarà bene abituarsi a considerare come una vera e propria, la prima in città, ginetteria (un termine dissonante che, però, regala bene il senso della sua realtà).

Caffè Sbando

Il secondo locale visitato, e di cui abbiamo già parlato nel dicembre dello scorso anno (vedi articolo qui) è lo “Sbando”. Nessuna variazione epocale i n questo coraggioso e avvolgente locale che occupa i box 31-32 all’interno del Mercato di via Albani al numero 14/2. A un anno dall’apertura, pochi, semplici e funzionali accorgimenti sono serviti a migliorare il servizio offerto e a sottolineare le differenze da tanti, troppi locali simili, simili ma senz’anima cosa che, invece, lo “Sbando” offre a profusione. Abbiamo trovato quindi, ad accompagnare i tipici ma sfiziosi cicchetti, una selezionata scelta di scatolette di pesci (sardine, sgombri, cozze, calamaretti e bacalhau, in varie salse e condimenti) sulla falsariga di quanto offerto dalle bodegas portoghesi e spagnole (e, per certi versi, alla maniera delle celeberrime e squisite scatolette di Moreno Cedroni) che vengono servite con polentine grigliate e verdure (insalatine fresche, verza scottata con uvetta o …). La vera novità, però, è strutturale: a sottolineare la vocazione al vino, ed al vino di qualità, due belle e funzionali scaffalature fanno adesso bella mostra di sé offrendo la possibilità di avere a portata di mano la gran quantità di vini che la ricerca capillare che Francesca e Marco e Lisa perseguono garantisce ai loro affezionati e grati clienti.

L’Enoteca dei Pigri

L’ultimo appuntamento è con l’ Enoteca dei Pigri di Piazza della Pace, l’unico dei tre locali che, rispetto alla precedente visita nel febbraio di quest’anno, ha cambiato indirizzo spostandosi … esattamente affianco alla precedente location. Certo, rispetto agli antichi Pigri, questo è completamente diverso, più moderno e razionale e, soprattutto, più grande. La seconda stanza ha dato la possibilità ad Alessandro e Andrea, i due soci e fautori di questa insolita esperienza, di poter proporre un menù da vera antica osteria (tagliatelle al ragù e lasagne, pasta e fagioli e tortelloni, ravioli di ricotta e tortelli di zucca e poi spezzatino e guancette di maiale, stracotto d’asino e stinco di maiale, tartare e taglieri proposti a prezzi davvero interessanti). La cantina, ovviamente, è cresciuta di conseguenza numericamente mantenendo comunque l’attenzione alla qualità e alla particolarità di etichette principalmente biologiche.

Tre locali da ri/scoprire, quindi, tenendo conto che, curiosamente, tutti e tre sono aperti dal lunedì al sabato per pranzo e dal pomeriggio a tarda sera.

Due vittorie in trasferta per Fortitudo e Virtus (la Fortitudo a mezzogiorno, la Virtus in serata), due vittorie, entrambe, dal segnante peso specifico anche se assai diverse per modalità e significato.

La Fortitudo sbanca Treviso con una prova da padrona, del campo e del campionato. Nove punti, alla fine, importantissimi anche nell’ottica di future possibili parità (attenzione, però: questa Treviso non c’entra assolutamente nulla con quella passata, gloriosa ed indigesta sia alla Fortitudo stessa che alla Virtus, di tante sfide infuocate, tante finali scudetto e tante battaglie di coppa non avendo mantenuto, di quella, né il nome, né i colori, né, tanto meno, il palmares) e sparecchia, arrogantemente, il tavolo delle contendenti possibili. E lo fa con un basket da playground (non ce ne vogliano i puristi del gioco, ché qui, in questa partita, di schemi se ne sono visti davvero pochi) che , e di questo dovrebbe essere felice il coach Martino, fa ricredere i tanti stortignaccoli che lamentavano, di questa F, la mancanza di atleticità e grinta. Niente di più sbagliato, per ora almeno: questi corrono, saltano e si esaltano e chi non corre o salta, vedi Rosselli, ha talmente tanto mestiere da far correre e saltare la palla al posto suo (e forse, pensierino malizioso e cattivello, non è un caso se l’antico capitano, il Mancio sorpassato ed acciaccato, sia assente in questa cavalcata che sta trasformandosi in fuga solitaria). Parlando dei singoli, Treviso per prima: il migliore è Tessitori che è sembrato davvero inarrestabile a questi livelli, una specie di Sabonis dei poveri; degli altri, l’unico salvabile Imbrò: grinta, mestiere e, forse e finalmente, addio ai guai fisici che a lungo ne hanno tarpato le ali (altro pensierino malizioso: se Imbrò è questo, che cambio di Taylor sarebbe stato per la amata Virtus). Degli altri, due americani ingiudicabili che sembrano scelti da … Boniciolli, una masnada di giovani che, forse, ma sottolineiamo forse, si faranno e l’eterno e logoro Antonutti. Cioè, per puntare al piano superiore bisognerebbe cambiare tutto il possibile, almeno i due mori made in USA.

Il Coach di Fortitudo, Antimo Martino

La Fortitudo, ora partendo dalla figura che sembra fondante di questa squadra e cioè coach Antimo Martino. Giovane, preparato, ambizioso, con un’idea (molte idee) di basket, di come insegnarlo, di come farlo giocare; un allenatore al cui confronto scompaiono le caricature di coach che lo hanno preceduto, un allenatore, soprattutto, che ha avuto le … palle, sia perdonato il francesismo, di rinunciare senza lamentarsi al Mancinelli inutile e forse controproducente di questo inizio stagione e traslocare un altro degli intoccabili, Cinciarini (ricordate i 4 veri americani di boniciolliana memoria, e a come è andata a finire), nello s/comodo ruolo di sesto uomo che sposta dando contemporaneamente spazio, fiducia e responsabilità a un insospettabile Pini, roccioso e utilissimo, a un Venuto che non ha fatto rimpiangere, nei due tempi giocati senza Fantinelli, il titolare e trovando minuti e giocate di qualità sia da Sgorbati sia da Benevelli. Discorso a parte per i due americani, veri, di questa stagione. Hasbrouck rimane quello che è sempre stato, un giocatore di striscia, mortifero o indisponente, che in questa squadra già strapiena di veri o pseudo califfi, potrebbe risultare perfetto con il suo understatement, mentre Leunen, anche lui rimane quello che è sempre stato, e cioè Mr.Basket, giocatore dall’intelligenza superiore e dalla visione del gioco lungimirante, addirittura sprecato in questa categoria. Rimane Rosselli, insofferente, antipatico, individualista, ma a questo piano, uno dei migliori di tutta la lega. Mantenessero la forma fino alla fine del campionato …

Stefano Sacripanti – Virtus – Bologna
Foto L.Canu / Ciamillo-Castoria

Parlando di allenatori, ma passando alla Virtus, non si può non citare coach Sacripanti. Da molti ritenuto un ripiego dopo i nomi altisonanti, ma impropri, circolati in estate (da Trinchieri a Djordjevic, da Banchi a …) si sta rivelando (ma lo staff virtussino lo sapeva avendolo seguito a lungo in sottotraccia e firmato non appena possibile) quello che ci voleva per una squadra che dovrà diventare grande ma grande ancora non lo è. Ma la grinta, la determinazione, il non sentirsi mai morti, queste sì, sono tutte caratteristiche che questa squadra già ha inserito nel proprio DNA. Vincere ad Avellino, contro questa Avellino imbottita di ottimi giocatori (Cole e Nichols, Costello e Caleb Green, Filloy e Ndiaye sono da massimo livello nei rispettivi ruoli) dopo aver condotto praticamente tutta la gara vincendo tre quarti su quattro e senza il centro titolare, è impresa da formazione di grande spessore e potenzialità. Merito dell’esperienza europea di giocatori come Punter (ancora 23 punti con buone percentuali), Taylor (forse stimolato dal confronto col crack, in NBA, Cole) e Kravic (che ha mostrato quello che potrà dare alla squadra in futuro, un futuro non lontano) qualità dei singoli che, unite al solito contributo di un Aradori ancora farraginoso in alcune situazioni (ha saltato gran parte della preparazione per motivi “nazionali” e questo, un fisico come il suo, lo patisce particolarmente), di un Martin che si sta mostrando esattamente quello che ci si aspettava da lui (presenza, fisico, personalità) e ai buoni minutaggi che, dalla panca garantiscono i vari BaldiRossi, Pajola e Cournooh, lasciano intravedere una futuribilità ancora tutta da esplorare ed induce a rosee aspettative per il prosieguo dell’annata.

Nel 2005 Andrew Niccol dirigeva Nicolas Cage in “Lord of war”, uno dei miei film preferiti, dove si raccontano i retroscena dei piccoli e grandi conflitti mondiali, visti con gli occhi di un noto commerciante di armi. Ad un certo momento del film il nostro protagonista, Yuri Orlov, commenta gli avvenimenti della guerra fredda, dicendo: “aveva i suoi vantaggi: teneva bloccate le tensioni. Ora è più difficile stabilire esattamente da che parte stare, le cose sono diventate più complicate”.

La guerra fredda aveva creato, in termini geopolitici, una ideale situazione di stallo, con sfere d’influenza definite, pressoché immutabili e con un’importante valenza strategica. Con l’obiettivo di giocarsi a tavolino l’influenza sull’Europa, in quel contesto che potremmo definire il più grande tiro alla fune mai esistito, niente era lasciato al caso. Perché vi parlo di tutto questo? Perché Guardamondo ascolta i bisbigli intorno a sé, quelli che parlano di un ritorno alla guerra fredda, di nuovi blocchi e nuove influenze. Sarebbe possibile? Forse. E probabile? Ecco, questa è una cosa diversa.

Prima di tutto, facciamo mente locale. Due blocchi: Occidentale e Sovietico, un muro, famiglie separate e due nuovi sistemi economici. Sebbene alcuni di questi aspetti si possono ancora trovare qua e là nel il mondo (vedete Donald e la sua passione per muri e separazioni), oggi sarebbe molto difficile il verificarsi di tutte queste circostanze simultaneamente. In realtà, ancor più complicata, sarebbe proprio l’opposizione di due blocchi distinti. Nonostante ai russi e alle loro manie di protagonismo piacerebbe tantissimo uno scenario del genere, sono consapevoli che non potrebbero farcela da soli, problema non irrilevante se si considera il loro atteggiamento da bulletto di quartiere. Dall’altra parte, gli Stati Uniti invece non hanno alcun interesse a fare ritorno ad un modello in cui, per essere paladini della giustizia e far valere i propri interessi, devono collaborare con i cugini della NATO, i quali sono visti come quei parenti che speri non rispondano all’annuale convocazione per il cenone natalizio. La potenza statunitense, infatti, preferisce continuare a vivere sulla sua nuvoletta, dove ancora si sente invincibile e non bisognosa dell’Europa.

Qui il mistero si infittisce. Se una guerra fredda alla vecchia maniera non sembra vedere l’alba, di che cosa stiamo parlando? Ci sono voci riguardo una possibile guerra fredda tutta in casa “sovietica”, la Russia di Putin contro un’alleanza delle ex Repubbliche sovietiche, capeggiate dalla Georgia. Scenario geopoliticamente interessante, ma questa ipotesi deve fare i conti con il fatto che, a prescindere dai trascorsi, alcune delle Repubbliche, forse in preda ad una forma politica di sindrome di Stoccolma, continuano a temere la Russia e, per questo, a sostenerla. Un’altra teoria ipotizza la Cina contro chiunque abbia voglia di contrapporvisi. La lista sarebbe lunga, ma nessuno dei possibili competitor avrebbe il potenziale necessario e sufficiente per reggere a lungo un tale confronto. Una soluzione potrebbe essere il formarsi di potenziali alleanze anti Pechino, ma voi ve li immaginate indiani e russi che improvvisamente praticano l’amore fraterno? O ancora gli americani che elemosinano aiuto magari dagli iraniani? E la Cina? Lei ci starebbe? Indubbiamente intenzionata a dominare lo scacchiere internazionale, è ben consapevole che non le serve una contrapposizione tanto netta per farlo e sceglie la strada dell’economia, del soft power e dei noodles.

La verità è che potremmo continuare questo gioco all’infinito, considerando tutte le combinazioni possibili ed immaginabili, ma esistono alcuni punti fondamentali che, se considerati, ci permettono di capire perché, oggi o in un futuro prossimo, una nuova guerra fredda è decisamente poco probabile. Tanto per cominciare, quale sarebbe l’area su cui contendersi l’influenza? Di certo non l’Europa e, per quanto più quotata, anche l’Africa sarebbe fuori dai giochi, causa ex interessi coloniali e un’instabilità che nemmeno lo spread dopo le dichiarazioni di Giuseppe Conte. Il problema non è solo legato all’area di contesa, ma anche ai possibili partecipanti. Siamo usciti dall’epoca dell’uno contro uno, per entrare in quella del tutti contro tutti, oggi noi contro di voi e domani chi lo sa. La chiamano multipolarità, perché “paura e delirio” sarebbe sembrato il nome di una hit di Gabry Ponte. Per portare avanti un’impresa come quella della guerra fredda servono, neanche a farlo apposta, sangue freddo e nervi saldi. Sapere di chi fidarsi, scegliere una parte e restarci, consapevoli che da quella presa di posizione deriveranno equilibri ben più importanti.

In una realtà come quella odierna, dove l’unica parte importante è la propria, non si potrebbe formare alcun fronte stabile, la guerra diventerebbe anche fin troppo calda e l’arte della deterrenza sarebbe un lontano ricordo. Io con calcoli e probabilità non sono mai stata brava, diverso è per l’interpretazione dei fatti e forse oggi l’unica guerra fredda di cui dovremmo preoccuparci è quella che la terra, stremata dai continui abusi dell’uomo, potrebbe dichiararci per riacquistare influenza su sé stessa.

Prima di quello del tunnel del Brennero, c’era un altro famoso lapsus che scompigliava le fila della politica internazionale, ovvero quello di Al Gore, politico e ambientalista statunitense, che durante una conferenza stampa confuse Artico e Antartico. L’anno scorso il Brasile ha dichiarato, per quanto ai limiti del surreale, di essere anche lui interessato alla corsa per il controllo dell’Artico salvo poi, mesi dopo, iniziare una campagna di rivendicazione della regione antartica. Che dite, qualche problema di confusão? Confusione o no, queste due regioni vengono spesso scambiate tra loro e raggruppate nella cartella stereotipo “freddo, orsi polari, altro freddo”, unico strumento per distinguerle: in una si dice ci viva Babbo Natale e nell’altra no. Siccome però questa storia di un vecchietto che gira il mondo, in barba ai fusi orari e senza dosi extra di melatonina, non è troppo attendibile, come si fa ad evitare di cadere in errore e vincere il “formaggino” per la geografia a Trivial Pursuit? Dato che di ghiaccio si parla, pensatela in questo modo, l’Artico è un doppio mojito, doppia menta, doppio rum e doppio ghiaccio tritato. L’Antartico, invece, è un buon analcolico, di quelli pieni di frutta tagliata in stile Miracle Blade e che più che un drink, sembra un frullato. Sicuramente a qualcuno piace la frutta e litigherà per avere l’analcolico, ma ammettiamolo, menta e rum ghiacciati fanno decisamente più gola.

L’Artico è mistero, novità e paura, ma soprattutto tocca Canada, Stati Uniti, Russia ed Europa, il che lo catapulta tra i “must have”. Il Clima avverso di questa regione e il fatto che già esistano una serie di accordi che la riguardano, fanno sì che ancora non si raggiunga l’effetto Gibuti, ma ormai manca poco. Canada e Russia dominano la situazione e sono come i due tizi con le spalle larghe che, seduti davanti al bancone del bar, ti impediscono di ordinare il tuo doppio mojito. Entrambi primi in termini di investimenti nell’area e potenziale militare, sono i più vicini ad un effettivo controllo. I Canadesi sperano di controllare l’area e tirare così uno scacco matto ai cugini statunitensi che, invece, troppo occupati su altri fronti, hanno accantonato la missione. Al contrario, per Putin è una questione legata in primis al potenziale energetico della regione, ricca di petrolio, uranio, nickel ed oro, ma anche ad una sorta di “stato di diritto” autodeterminato. Infatti, secondo i Russi, il controllo della regione gli spetta di diritto in quanto il 70% dei loro confini sono bagnati dalle acque dell’Oceano Artico, un po’ come se il giardino di casa vostra fosse più grande di quello del vicino e quindi la strada diventa di vostra proprietà. Tra queste due potenze è quindi in atto un curioso balletto, fatto di mosse e contromosse, rompighiaccio a propulsione nucleare e bandiere piantate a 4000 metri di profondità. Roba da niente, insomma. Oltre a loro, ci prova anche il Giappone che, pagando ancora lo scotto della sconfitta nella contesa delle Isole Curili con la Russia, cerca in tutti i modi di intromettersi negli affari di quest’ultima, sfruttando un nuovo e potenziato apparato militare. Quatta quatta arriva anche la Cina che, seppur parcheggiata in seconda fila, lancia colpi di clacson qua e là per ribadire che lei c’è e che tiene d’occhio la situazione. In particolare i suoi interessi nella regione riguardano una possibile estensione del progetto di nuova via della seta e un’eventuale soluzione alla potenziale crisi idrica in cui il paese rischia di incorrere nei prossimi 30 anni. Ultima, ma non per importanza, è l’India che, rifacendosi al Trattato delle Isole Svalbard del 1920, uno di quelli in cui ancora si autorizzava ufficialmente lo sfruttamento di un’area, mette guanti e berretto e guarda al grande nord, più per dare fastidio alla Cina, continuamente pronta ad intromettersi negli affari indiani, che per altro.

In realtà per quanto riguarda l’Artico stiamo assistendo ad un fenomeno relativamente nuovo. La geopolitica contemporanea vede le potenze combattere per modificare sfere d’influenza già esistenti e far retrocedere i nemici, ma che cosa succederebbe ad essere i primi ad esercitare un tale potere su un’area che, geopoliticamente parlando, è ancora relativamente “vergine”? Probabilmente niente, ma si sa che quando il tema è “il mio (qualsiasi cosa) è più grande del tuo” di razionalità ce n’è sempre molto poca. Così invece di portare avanti grandi progetti di cooperazione e sviluppo in un’area che, prima di tutto, dovrebbe essere tutelata e potenziata, ci si ritrova a combattere, ignorando che il ghiaccio in procinto di scioglimento non è un terreno adatto ad alcuna competizione. É ancora presto per dire che cosa ne sarà di questi territori, chi capirà che tutela e rispetto sono la vera chiave del potere e chi, invece, continuerà su questa strada. Certo è che, guardando alla situazione dell’Artico, possiamo rubare la celebre citazione al Trono di Spade e dire che “l’inverno sta davvero arrivando.”

Le date, gli anni, sono importanti quando non fondamentali. Se ci si riporta alle date, infatti, difficilmente si può sbagliare. Nel definire una scansione, una successione di avvenimenti, così come nel fornire un’interpretazione che, non si tenesse conto della cronologia degli avvenimenti che si vogliono narrare o elencare o semplicemente suggerire, si rischierebbe di confondere.

In quegli anni, quindi, era la seconda metà degli indimenticabili seventies ed era una delle molte vite passate, vissute e poi dimenticate, mi piccavo di conoscere bene, se non benissimo (convinzione, questa, che mi costò, anni dopo, un’avventuretta, tale sarebbe stata, per colpa dell’infausta affermazione di aver letto, si parlava appunto della Mitteleuropa, tutti gli autori e tutto ciò che avevano scritto. Lo riconosco: un’affermazione che potrebbe sembrare presuntuosa e che fece imbufalire la signora in questione convincendola che non ci si potesse fidare di chi millantasse al solo scopo di stupire, ma giustificata dalla brevità del periodo storico, dal numero oggettivamente basso degli autori che criticamente vi vengono fatti confluire, e dalla esiguità di ciò che allora si trovava tradotto) la letteratura tedesca (più che tedesca imperiale) della fine del secolo diciannovesimo. Merito sicuramente di Adelphi (allora prestigiosissima casa editrice di cui tutti indistintamente, almeno tutti quelli interessati ovvio, collezionavamo compulsivamente i preziosi libriccini dalle copertine in cartoncino bugnettato, monocolori, sobri, raffinati e molto, mooolto snob) che proprio in quel periodo iniziò a ri/stampare autori come Joseph Roth, Franz Wedekind, Arthur Schnitzler e Hermann Hesse dischiudendo, a noi affamati cercatori di chicche letterarie che si discostassero dal piattume editoriale di idee e qualità del momento (ricorda forse l’oggi?), il mondo degli scrittori mitteleuropei e contribuendo (con la riproposizione di romanzi come “La tela di ragno”, “Fuga senza fine”, “La cripta dei Cappuccini”, “La leggenda del santo bevitore” e “La marcia di Radetzky” di Roth o come “Risveglio di primavera”, “Lulù” e “Mine-Haha” di Wedekind o ancora “Il principe di Homburg” di Heinrich von Kleist , “Storie del bosco viennese” e “Gioventù senza Dio” di Ödön von Horváth, “I quaranta giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel, “Elettra”, “Andrea o i ricongiunti” e “L’uomo difficile” di Hugo von Hofmannsthal, “Amok” e “Bruciante segreto” di Stefan Zweig, “Sebastian im Traum” di Georg Trakl o infine “Girotondo”, “Fuga nelle tenebre”, “Il ritorno di Casanova”, “Gioco all’alba” e “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler) a dar vita a quella breve ma intensa stagione da vero e proprio parnaso letterario che durò una decina d’anni giusto a cavallo tra i due decenni.

Questa lunga premessa, vorrebbe inquadrare una nuova edizione di quello che viene ritenuto un piccolo classico di quella corrente letteraria. Sto parlando di “Le braci” di Sándor Márai, longevo scrittore magiaro dalla vita avventurosa e dall’opera letteraria tardivamente fortunata (i misteri dell’editoria commerciale) che viene, probabilmente per convenienza di botteghino, fatto rientrare “… a pieno titolo …” nel novero degli scrittori  mitteleuropei. Intendiamoci. Naturalmente nessuno vuole disconoscere l’importanza dell’autore, della sua opera, soprattutto della sua vita da apolide consapevole, da esiliato volontario, da liberista progressista in fuga da nazismo prima e stalinismo poi, vero figlio di una terra, la Slovacchia poi Ceco/Slovacchia ed ora nuovamente e solo Slovacchia, sfortunata e trasformata nel tempo a seconda delle convenienze e dei capricci di chi decideva confini e destini tracciando linee rette su una inespressiva cartina  geografica.

Ma è la definizione di scrittore mitteleuropeo che, al tempo medesimo, falsa la realtà e in qualche modo diminuisce, stringendolo nel genere, il valore universale dei suoi scritti.

Si parlava all’inizio di date. E son proprio le date che avvalorano questa disamina. Márai nasce sì in pieno periodo (è del ‘900) e luogo (a Košice in Slovacchia) e indubbi sono i suoi studi a Budapest (il terzo vertice del triangolo cultural/politico dell’allora impero gli altri essendo Vienna e Praga). Ed è pur vero che i suoi primi lavori, soprattutto teatrali, gli conferiscono da subito la patente di affermato librettista. Ma se invece ci si riferisce alla sua produzione romanzesca, la prospettiva deve cambiare. “Le braci”, conosciuto ed accettato come il suo capolavoro, è del ’40 (e in Italia viene pubblicato solo a fine anni ’90 in una revanche tardiva che tanto sa di operazione editorial/commerciale). Una data in cui tutti gli altri grandi esponenti della corrente sono  già morti (Roth nel ’39, Horváth un anno prima, Hoffmansthal nel ’29, Wedekind addirittura nel ’18 e Schnitzler nel ’31 mentre il solo Zweig morirà un paio d’anni dopo nel ’42; fa eccezione il solo Hesse che morirà quasi novantenne ad inizio anni ’60, ma lui è davvero ed in tutto un’altra storia). La stagione produttiva dei mitteleuropei, quindi è già scaduta da un pezzo quando Márai scrive questa storia di amicizia ed onore, amore e morte, famiglia e guerra, estrazione sociale e ambizioni personali. E la scrittura, inevitabilmente, ne risente. Perde della freschezza e della malinconia così tipiche, nonostante gli argomenti fossero simili ed anzi a volte persino più scabrosi, della scrittura di uno Schnitzler o di un Roth. Manca l’ironia acuta, non c’è traccia dell’orgoglio dell’appartenenza né della toccante allegria che nasce solo dalla consapevolezza della fine incipiente. Ci sono tristezza e cupezza. Non c’è il rimpianto, non c’è il ricordo se non quello che giustifica rancore e accidia. Si sente, e si vive con i suoi personaggi, il clima di oppressione che, indubbiamente (e che per questo mi faceva parlare di costrizione impropria della sua letteratura entro confini che non le appartengono) lo scrittore viveva in quegli anni ma non c’è vita nei due vecchi che si incontrano per il redde rationem che non ci sarà (e si intuisce che vita, ben poca, dovette esserci anche ai tempi della loro passata amicizia). Non c’è Weimar ma c’è la futura BerlinoEst. Non c’è Emcee/JoelGrey che canta “Money” nel cabaret di SallyBowles/LolaLola (Liza Minelli). E’ una parabola, la storia del nobile, ricco, noncurante, fedele alla classe Heinrich e del volubile, povero, sensibile, invidioso Konrad. Una parabola che, seppur illuminante per la storia dei suoi tempi, avvicina più la scrittura, e la statura di scrittore di Márai, ad esperienze successive (pur sempre improntate a quel periodo e in qualche modo imparentate agli scrittori mitteleuropei) come quelle di Alexander Lernet Holenia  (“Lo stendardo” e “Marte in Ariete”, “Il barone Bagge” e “La resurrezione di Maltravers”, “Ero Jack Mortimer” e “Due Sicilie”) o del nostro italianissimo e colpevolmente dimenticato Carolus Cergoly e del suo “Il complesso dell’imperatore”. Storie ed esperienze nobilissime, ma chem davvero, sono altro da quello.

Il teatro del parco che nel sud della città copre 80 ettari ed è un luogo di passeggiate, sport e partecipazione, è felice di ragazzi felici.

La festa dei diplomati è piena di suoni, dei colori dell’estate che è già arrivata. Ma per chi studia, il tempo di fuori a volte è solo una finestra chiusa, il ‘tempo’ è quello che ti rimane per  la sfida che ti giochi da solo contro i test per entrare all’università, contro l’attesa dei genitori, contro il mondo ignoto che sembra lontano ma ti sta aspettando al varco.

Tu e le tonnellate di pagine, di formule, di istruzioni, che stai memorizzando.

E’ la lotta per la libertà, per una scalata sociale che può portarti su, per conquistare una vittoria che ti farà sentire un eroe, ma che ti giochi da solo. La paura è grandissima, l’adrenalina al massimo.

Devi anche fare il visto e affrontare per la prima volta le interviste burocratiche, trovarti coperture economiche, un parente che depositi 6.500 euro come garanzia, in una banca italiana, un padrone di casa vicino ad una delle università più prestigiose, che ti faccia un contratto adeguato: perché sei albanese, sei ancora extracomunitario.

La foto non è stata scattata a Cambridge o a Princenton, anche se la foggia dei copricapi e dei mantelli neri è proprio uguale; è il prestigioso Liceo Ismail Qemali di Tirana, che ospita una sezione bilingue italo albanese, una sperimentazione voluta dal Ministero degli esteri italiano. E la cerimonia di fine d’anno si ripete in quasi tutti i licei e gli atenei della piccola Albania, nelle numerose e affollate facoltà dei tanti atenei privati e statali. (ndr nella foto in basso a destra due studenti  neodiplomati: Fiona e Marvin che ha brillantemente superato i test  per accedere al Politecnico di Milano).

Studiare per loro è un privilegio, non solo uno status symbol. I genitori fanno qualsiasi sacrificio per dare questa opportunità ai figli. Loro l’hanno solo sognata.

I figli della sarta sono a Venezia ad Architettura,  Francesko, figlio del giardiniere dell’Ambasciata ha vinto premi internazionale nel settore delle ICT e studia nel New Jersey,  Suela figlia dell’autista musulmano ha ottenuto una borsa dal governo turco che non solo paga tutte le spese universitarie a Istanbul ma concede anche un bonus per i viaggi e l’alloggio. Il figlio del’estetista si  è appena laureato alla London School of Economics che la mamma dichiara orgogliosamente  essere fra le prime dieci università al mondo.

Far studiare è un anche business:  vista la tanta domanda, non manca l’offerta! Tirana e tutta l’Albania ospitano numerosissime scuole e università private inglesi, americane, turche, francesi, italiane, e la qualità è sorprendentemente alta  perché i diplomatici stranieri,  gli imprenditori europei  e in generale tutti i genitori investono sull’istruzione, nella consapevolezza che la minuscola Albania è un crocevia di interessi internazionali e ogni persona per motivi familiari, culturali o di studio trascorre una parte della sua vita in contesti linguistici diversi.

Quindi è d’obbligo pretendere subito un’educazione biculturale, multi linguistica e abituare i bambini a esprimersi  nelle lingue che la famiglia indifferentemente usa.

Più greco al sud, più italiano al nord, tutte le lingue del mondo a Tirana. I ragazzi albanesi hanno una naturale capacità di apprendere le lingue, ma fra  i 3.000.000 di immigrati residenti in Italia, i più bravi studenti dell’Università italiana e della scuola superiore sono di origine albanese. Coincidenza casuale? O interesse virale per lo studio?

A Tirana l’Università Nostra Signora del Buon Consiglio è la più grande università italiana all’estero con un’offerta formativa di  prestigio.  L’Universiteti  Katolik “Zoja e Këshillit të Mirë” è un ateneo privato la cui sede principale è a Tirana e rilascia titoli congiunti, ossia validi sia in Albania che in Italia, senza ulteriori iter burocratici. Al diploma di laurea vengono allegati gli stemmi universitari (università albanese e delle università italiana partner) e le firme dei vari rettori.

È stata istituita nel 2004 e costituisce una delle prime iniziative di istruzione universitaria privata in Albania. L’ateneo è gestito da una fondazione afferente alla Congregazione religiosa cattolica che ha stipulato accordi con l’Università Statale di Milano, con l’Università “Tor Vergata” di Roma, con l’Università dell’Aquila, con l’Università “Aldo Moro” di Bari, con l’Università di Firenze e con l’Alma Mater di Bologna per i Master.

Vi insegnano 334 docenti italiani nelle quattro facoltà di Economia, Farmacia, Medicina e Chirurgia (lauree in medicina, odontoiatria, infermieristica e fisioterapia) e Scienze Applicate (ingegneria civile e Architettura). I docenti sono in continua mobilità, visti i comodi voli fra Tirana e le principali città italiane e spesso fanno lezioni on line. Le presenze degli studenti a tutte le lezioni sono obbligatorie e registrate.

Ma come se non bastasse ogni anno si svolge a Tirana una vera  e propria Fiera dell’istruzione chiamata “Studiare in Italia” promossa dall’istituto di Cultura italiana a Tirana, in collaborazione con l’Ambasciata, che nel marzo 2018 ha coordinato l’offerta  formativa, gli stand e le visite di orientamento per gli studenti  dei  licei albanesi di ben 38 università italiane. Ben felici di sviluppare i loro settori internazionali e di aprirsi a nuovi paesi  i docenti dell’Accademia di Brera, Bocconi, Ca’ Foscari, Università di Bologna, Siena, Ferrara, Bari, Firenze, Politecnico di Torino e altre 30 prestigiosi atenei italiani hanno partecipato a quest’offerta culturale che porta fuori dai confini italiani esperienza, metodo, qualità e un corredo di risorse a sostegno dello studente. In Italia spesso distratto e poco attratto dallo studio accademico; nei Balcani invece la lingua dello studio e di un approccio profit  viene immaginata negli atenei  italiani.

L’Italia non è solo un’espressione geografica, ma uno stile di vita.

 Gli studenti  italiani se ne vogliono andare, gli studenti stranieri vogliono venirci a studiare!

Ingredienti (potete aumentare o diminuire le dosi a seconda delle porzioni che dovete realizzare)

  • 4 pomodori verdi
  • 2 uova
  • Farina di riso / pane grattugiato / farina di mais in parti uguali (circa 50g x tipo)
  • Sale
  • 10g zucchero
  • Olio di arachidi x frittura

Per la crema parmigiano
– 50g parmigiano grattugiato

– 50 dl di panna liquida (da sciogliere a bagnomaria finché non risulti una crema densa ma liscia) 

Procedimento:

Lavare e tagliare i pomodori a fette di circa 1 cm di spessore dalla parte larga. Posizionarli su una griglia e salarli. Lasciarli riposare un’oretta in modo da eliminare l’acqua in eccesso.
Intanto miscelare le farine e sbattere le uova con un pizzico di sale e pepe.
Asciugare bene i pomodori con della carta assorbente, mettere lo zucchero e iniziare a panarli.
Passarli nell’uovo poi nella miscela e ripetere ancora una volta.
Immergerli nell’olio bollente e friggere da entrambi i lati facendoli ben dorare. Passare su carta assorbente e servire  caldi con la crema di parmigiano a parte da intingere.

Provateli! sono proprio sfiziosi

Buon appetito
Da G&G

Diciamolo subito: l’apertura di un nuovo locale a Bologna, questa Bologna pigramente adagiatasi in una ripetitività di proposte di ristorazione francamente stucchevole, non fa più notizia. Se però ad inaugurare questa nuova, nuovissima (nemmeno due settimane di vita) “Locanda Celestiale” è un’icona della mixology cittadina (e non solo) come Celestino Salmi, allora sì che la notizia diventa succulenta. E se poi ad accompagnarlo in questa nuova avventura troviamo il vulcanico Alessandro Chionsini, imprenditore di successo in tutt’altro campo ma perfetto esempio del bon vivant bolognese (ma sì dai, il biassanot di gioiosa memoria), non si può che essere certi, entrando nel loro locale, di trovare esattamente quel che ci si aspetterebbe: dietro il bancone la classe di Celestino, un barman di grande esperienza e carisma perfetto padrone delle tecniche che l’arte del moderno beverage richiede, e in sala il savoir-faire di Alessandro, un padrone di casa ironico ed elegante, che accompagnandovi al vostro raffinato tavolo, vi introdurrà ad una cucina pensata giovane e fresca per ammiccare gioiosamente ad una contemporaneità inventiva e saporita che non disdegna però la contaminazione con un passato classicamente rivisitato riuscendo così a dar vita ad un contemporaneo non fine a se stesso ma che fa della ricerca delle materie prime e della loro preservazione in fase di preparazione il proprio, goloso, punto di forza.

Una cucina, quindi, che, prevista non per grandi numeri (una quarantina i coperti possibili tra interno ed esterno) ma che grandi numeri farà (siamo pronti a scommetterci) prevede pochi ma curati piatti: in questo momento la carta propone tre primi (uno spaghetto tiepido, un caciucco e dei ravioli con uova e gamberi), quattro secondi di pesce (rombo al vapore, branzino arrostito, un fritto misto ed un fish burger con verdure miste) e tre dolci (un gelato prodotto in proprio, una zuppa inglese ed una crème brulè alla nocciola) oltre ad un paio di classici imperdibili della tradizione petroniana come le tagliatelle al ragù e i tortellini in brodo di cappone (o alla panna, concessione golosissima se ben preparata, al mercato ed alle sue richieste) il tutto accompagnato da una carta dei vini minimalista (poche bottiglie, ma che offrono una scelta intelligente ed azzeccata in relazione ai connubi possibili con il cibo proposto, di cantine magari non conosciutissime, fatti salvi i capisaldi Jermann e FranzHaas e come lo champagne Laurent Perrier offerto in praticamente tutte le declinazioni possibili, ma di consistente qualità).

Ma non di solo cibo o bevande, per quanto importantissimi ed anzi fondamentali come in questo caso, è fatto un locale. E quindi, la Locanda, che poi ha preso il posto dell’Agua, locale spintamente giovanilista che ha avuto una sua storia, al suo interno è bella con tutto quel bianco a suggerire un senso di ampio e di accogliente. Merito, naturalmente, del ricercato mix di arredo urbanchic già visto sicuramente anche altrove ma qui riproposto con sobrietà e misura ed impreziosito alle pareti da opere d’arte (la programmazione delle esposizioni curata da Krystyna Huras prevede in questo periodo i bei lavori di Emanuela Bergonzoni) che, spezzandone il nitore, suggeriscono una più armonica spaziatura degli ambienti.

Anche l’esterno del locale, due grandi vetrine sotto il portico di via Saragozza (la Locanda è al 63 di questa storica , bellissima e caratteristica strada) proprio all’angolo con SantaCaterina è bello con il grande dehors che permette una visuale inconsueta ma ancor più spettacolare sull’incanto della via e dei suoi portici antichi.

Ricordando come la Locanda è aperta dal lunedì al sabato dalle diciotto all’una di notte, non resta che dare un sentito consiglio a chi, come me e come molti altri come me, ama il buon bere nella scelta di un locale ove passare una bella serata. Privilegiate il bancone, lungo, spazioso e comodamente dotato di alti ed accoglienti sgabelli (un must che renderà ancor più piacevole la mia, ne sono certo, futura e lunga frequentazione), per assaporare e sorseggiare le creazioni alcoliche (attenzione, anche il riproporre il più classico dei cocktail è pur sempre una creazione del momento) di Celestino, vero grande ed indiscusso maestro  della mixology. E chissà che, se sarete molto ma molto fortunati, non riusciate a provare anche la sua imperdibile vodka imperiale.

Stefano Righini

E alla fine è ricominciato. Il campionato, anzi i campionati (chiamateli come volete, SerieA e SerieB, LegaA e LegaB, Lega1 e Lega2, sempre di quelli si tratta) che vedranno, è una quasi certezza, le bolognesi protagoniste. È un augurio, un pronostico, uno schiaffo alla cabala. D’altronde è tutto il movimento basket italiano che non può fare a meno della presenza delle due eterne rivali, grandi protagoniste di storie cestistiche che travalicano il mero aspetto sportivo per erigersi a fattore sociale e, in certi casi, scelta di vita.

Le storie delle due nobili decadute (una un po’ più nobile dell’altra, invero) le conosciamo tutti e non è certo questa l’occasione per rivangare l’ascendenza pretaiola e bianca della F (che curiosamente non ha impedito, anzi forse ne è stata la causa, il forte impatto che ha avuto negli anni sul tifo più giovane, scamiciato e meno fighetto) o quella presunta nera della V (una millantata appartenenza che è stata sicuramente smentita, ed ampiamente, dalla storia vissuta): che poi, per dirla con quelle che erano le parole dell’avvocato, e a Bologna di avvocato ce n’è stato solamente uno, Luigi Porelli, il pubblico bolognese fosse il più bello e figo e pagante d’Italia, ci sono le foto dell’epoca, quando il parterre di Piazza Azzarita con il suo parquet a spina di pesce era la passerella privilegiata per settimanali sfilate di moda, a dimostrarlo.

E non è il caso soffermarsi sulla grande rivalità Schull/Lombardi, né sulle galoppate in bianco&nero di Johnny Kociss Fultz (il padre dell’altro, Robert, play della discordia ma sempre, e soltanto, vestito di bianco&blu), né sulle retrocessioni evitate nonostante Dracula/Cook (la Virtus) o grazie ad Alibegovic (la Fortitudo).

E non è nemmeno il tempo, né l’occasione, per ricordare le guerre stellari degli anni in cui i grandi presidenti più che a vincere e far vincere le proprie squadre puntavano a far perdere l’altro e il rispettivo team (i ringraziamenti di una parte e le ingiurie dell’altra fischiano ancora nelle orecchie dell’Emiro a ricordargli come rubare il pulcino Meneghin a Mr.Motorshow volle dire contestualmente concedergli Ginobili e Jaric).

Bei tempi, quelli. Tempi in cui il derby bolognese definiva spesso e volentieri la più forte in Europa. Tempi in cui si fossero sommati i migliori delle due formazioni pensare di raggiungere i play off contro quelli bravi dall’altra parte dell’oceano non sarebbe stata un’utopia da isola che non c’è.

Bisogna invece, a commento di questa prima giornata se non trionfale almeno vincente su entrambi i fronti, sottolineare la sensazione di un lavoro espletato dai team al meglio per soddisfare le rispettive aspettative anche se al via le due squadre sono arrivate (e i risultati stanno lì a dimostrarlo)in maniera diversa. Al massimo della forma la Fortitudo che, dopo aver vinto la SuperCoppa di categoria asfaltando prima Tortona e battendo in finale Casale che, a sua volta aveva sconfitto Treviso dai più accreditata come l’altra candidata alla promozione diretta (e fa niente che in realtà sia stata la Coppa dei trombati dell’annata passata: in questa, d’annata, saranno le squadre più competitive), ha espugnato la fatal Verona, squadra non eccezionale vero ma si trattava pur sempre della prima trasferta della stagione con tutte le insidie che poteva comportare, di una decina di punti mettendo già in mostra quelle che saranno le caratteristiche del suo gioco: un gioco che non può prescindere dal magistero del lunatico Rosselli, dal carisma e dalla classe antica di Leunen attendendo il ritorno del capitano (Mancinelli) e potendo permettersi di accantonare il forse declinante Cinciarini (degli altri: bella scoperta quella di Pini, sembrerebbe colpevolmente dimenticato da Boniciolli prima e Pozzecco poi nelle stagioni inconcludenti appena trascorse e da aspettare a prove più impegnative Fantinelli, mentre di Hasbrouck manteniamo l’idea che di lui avevamo: un pippone da ventelli a babbo morto)

La Virtus, invece, che appariva non ancora rodata del tutto per mancanza di continuità (la nazionale di Aradori, l’infortunio di Qvale, la cattiva forma, mentale più che altro dopo il buio di Milano, di M’Baye), e perdere con Varese, sulla carta una delle deboli del lotto, l’ultimo quadrangolare, seppur in uno dei tanti tornei scapoli/ammogliati di fine estate stava lì a dimostrarlo, ha vinto alla sirena, dapprima dominando e poi dovendo faticosamente rimontare contro una Trieste mai doma (facendo felice, immaginiamo il factotum Baraldi teorico del “… vincere aiuta sempre e comunque a livello di attitudine ed autostima …”). E mostrando una felicità d’attacco (10 triple su 12 nel primo tempo sono davvero tanta roba) ma anche un’attitudine preoccupante nel momento in cui ci si debbano sporcare le mani e sbucciare i gomiti per difendere contro squadre che non sempre renderanno 2/5 del quintetto e i cambi più giocabili (nell’Alma erano infatti assenti il play Wright, l’eterno Peric e i DaRos e Janelidze che giocano da primi cambi).

A questo punto non resta che spingersi ad un pronostico che più estemporaneo ed inutile non potrebbe essere (ma si sa, quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e noi, modestamente, duri lo nascemmo …).

La Fortitudo allora. Che vincerà il suo girone ottenendo la promozione immediata grazie all’esuberanza tecnica, ma non fisica, dei gloriosi marpioni (Mancinelli, Rosselli, Leunen e, dai, mettiamoci anche Cinciarini) ma dopo dovrà rifondare la squadra. È un obbligo, più che un augurio, perché dovesse non riuscirci, la roulette degli infiniti playoff non li vincerà mai (a causa, guarda un po’, dell’imbarazzante nullezza fisica dei suoi vecchi mestieranti (Mancinelli, Rosselli, Leunen e, ma sì,anche Cinciarini) e, comunque, dovrà rifondarsi.

La Virtus adesso. Che arriverà ai playoff (Milano, Venezia ed Avellino dichiaratamente più forti, le altre sono lì), si giocherà la CoppaItalia (Milano, spesso distratta, sarà in piena campagna europea e se l’ha vinta Torino …) e che, al giro delle osterie fuori le porte europee, questa volta non parteciperà solo in versione enogastronomica.

Economia, chimica, fisica, medicina, pace e letteratura. Sei categorie, sei premi: i Nobel. Vi è mai capitato di chiedervi perché proprio queste sei discipline? O ancora, perché non esista un premio Nobel per l’architettura sostenibile o per la botanica? A me è capitato con la politica, o meglio con la geopolitica. Badate bene di non far confusione, pace ed economia per quanto affini non sono esattamente politica, c’è chi le definisce sue estensioni o chi, al contrario, materie completamente separate. Perché non esiste un premio Nobel alla geopolitica? Devo ammettere che non ho di certo perso il sonno per cercare una risposta, ma la curiosità era quantomeno presente e, di tanto in tanto, faceva riaffiorare in me la voglia di trovare una spiegazione. Dopo due anni a pane e geopolitica (accademicamente parlando) mi sono data la mia personale risposta, dicendomi che chi mai potrebbe conferire un premio per qualcosa che è che pura strategia, dove l’essere umano, la terra e gli elementi tutti sono pedine, una uguale all’altra e per questo sacrificabili. Conosciuti i vincitori dei Nobel di quest’anno, Guardamondo decide di mettere da parte le cartine geografiche e di per parlarvi di una delle teorie su cui si fonda la strategia della geopolitica e per farlo, guardo a coloro che con le loro azioni cercano di opporsi a queste regole perverse: i Nobel per la pace. I vincitori di quest’anno sono il medico congolese Denis Mukwege e l’attivista Yazida Nadia Murad, entrambi premiati per i loro sforzi volti a far conoscere la realtà dei conflitti nel mondo, dove le donne sono allo stesso tempo armi e vittime. Le vicende, seppur diverse, che hanno spinto Mukwege e Murad ad intraprendere la loro battaglia, caratterizzano fin dall’antichità qualsiasi realtà conflittuale e a spiegarcelo è Rita Laura Segato, antropologa e femminista argentina, che, con i suoi studi, ci conduce in un viaggio attraverso le diverse epoche. Dai vichinghi alle popolazioni indigene dell’America Latina, dai nazisti agli jihadisti dello Stato Islamico, le guerre si sono sempre combattute in gran parte sul corpo delle donne.

La geopolitica e gli interessi che ne derivano sono di fatto, spesso e volentieri, causa scatenante della maggior parte dei conflitti nel mondo, in particolare il caro vecchio principio “io uomo uomo, volere terra terra”. Più terre significano più potere e più potere, nel mondo della geopolitica, significa bingo. Partendo da questo semplice principio, anche se nel corso dei secoli si sono aggiunte risorse e visibilità, la brama di conquista spinge ad intraprendere le guerre, ma che cos’é che le fa vincere? Se avete letto i miei sproloqui delle quattro settimane precedenti, dovreste rispondere tutti in coro “la strategia!” e io, dopo una bonaria pacca sulla spalla, vi rispondere “Certo, ma quale?”. In geopolitica esistono solo due tipi di strategie: una giusta ed una sbagliata, una ti porta a raggiungere il tuo obiettivo e l’altra no. Che cosa renda una strategia giusta o sbagliata è impossibile dirlo, ma esistono alcune regole auree, prima fra tutte quella che invita a scoprire i punti deboli del nemico e sfruttarli a proprio vantaggio. Visto e considerato che non ci troviamo più davanti a combattimenti tra singoli e che Troiani ed Achei la loro guerra se la sono già giocata, come si capisce qual’é il tallone di Achille in una guerra che si combatte tra stati? Qualcuno potrebbe pensare agli interessi economici ed in parte avrebbe ragione, ma ricordatevi che si sta combattendo una guerra forse è perché accordi di quel tipo non se ne vogliono proprio fare e la battaglia è già al livello “asso piglia tutto”. Più delle risorse e più delle possibili concessioni, il vero punto debole di uno stato è il popolo, la sua gente. Lo stesso vale per i conflitti etnici o tra schieramenti differenti, non c’é umiliazione più grande che quella di non poter proteggere la propria gente. Scoperto questo concetto, non è difficile arrivare a capire che per ottenere un effetto maggiore, non bisogna colpire indistintamente tutta la gente, ma i gruppi ritenuti più bisognosi di protezione e ai quali viene attribuito un maggior valore simbolico, come le donne. Ce lo dimostrano Boko Haram e lo Stato Islamico, ce l’hanno dimostrato gli aborigeni d’Australia e i colonizzatori in America latina. L’hanno dimostrato tutti, ovunque e su tutte.

È per questo che combattono Murat, Mukwege e tutti coloro che danno seguito alle loro parole, per denunciare qualcosa che va aldilà di una singola guerra o di un singolo stato, una logica che trasforma le persone in armi, prima che in vittime. Samuel Huntington diceva che il modo più rapido per distruggere uno stato, è abbattere la culla della sua civiltà, mi piace credere che non si riferisse solamente al patrimonio storico e culturale, ma anche e soprattutto alle donne, alle madri delle civiltà. Le geopolitica resta un gioco necessario, è sopravvivenza, ma ancor più necessario è combattere per cambiarne le logiche e gli schemi. Guardamondo plaude a tutti coloro che stanno portando avanti questa battaglia e vi saluta, invitandovi a fare lo stesso.

Si torna direttamente all’essenza stessa e più vera del MAST (la Manifattura di Arti Sperimentazione e Tecnologia) con questa mostra “PENDULUM – Merci e Persone in Movimento – Immagini dalla collezione di Fondazione Mast”(al Mast, appunto, di via Speranza 42 fino al 13 gennaio 2019 e con orari che vanno dal Martedì alla Domenica dalle 10,00 alle 19,00 con ingresso, come meritoriamente sempre, libero) che celebra i cinque anni d’apertura del Centro Culturale Multifunzionale (cinque anni nel corso dei quali sono state offerte alla città diciassette mostre fotografiche inerenti l’argomento Industria & Fotografia tra cui tre “Biennali di Fotografia dell’Industria e del Lavoro”, la prossima presumibilmente prevista per ottobre 2019, l’assegnazione di borse di studio per giovani fotografi, nonché la creazione di una collezione che spazia dagli anni cinquanta dell’800 ai giorni nostri), una mostra di oltre 250 fotografie storiche e contemporanee di 65 artisti di tutto il mondo in cui le foto di maestri indiscussi (Robert Doisneau e le immagini dedicate agli stabilimenti Renault, Gabriele Basilico e i suoi porti, Mario DeBiasi e la frenesia del traffico milanese, Ugo Mulas e le auto da corsa, Dorothea Lange e le immagini del lavoro perduto testimoniato per la FSA, Mimmo Jodice e la malinconia dei nostri meridionali immigrati al nord o la solitudine delle immagini di Tina Modotti) sono contrapposte a quelle di giovani talenti come Sonja Brass con i suoi container o Richard Mosse con la sua opera “Skaramaghas”lunga sette metri che riprende centinaia di container (quelli scuri e opprimenti, sulla sinistra, pronti a partire, quelli chiari e luminosi, sulla destra che servono da casa ai migranti che lavorano sulle banchine: bianco e nero, come ben si addice ad un’icona dei nostri tempi, ché la termocamera utilizzata è in grado di registrare differenze di calore fino ad una distanza di 30 chilometri, rendendo in bianco il calore dei corpi ed in nero la freddezza dei metalli) oppure come Ulrich Gebert e Xavier Ribas con le loro installazioni su nomadismo e migrazioni o ancora come Annica Karlsson Rixon e la ripetitività assordante dei suoi truckersimmancabilmente bianchi (questi ultimi due, Ribas e Karlsson Rixon, in prima fila alla presentazione alla stampa).

“Pendulum”, allora, il titolo di questa mostra, una mostra importante che ha nel pendolo, nel suo movimento sempre uguale, ma sempre diverso (per usare le parole di Urs Stahel, curatore della photogallery e della collezione Mast, “… il pendolo simboleggia il passare del tempo. Il suo oscillare è anche sinonimo di cambiamenti improvvisi d’opinione, di convinzioni che si ribaltano nel loro esatto contrario. Ma il pendolo è anche un simbolo valido per i traffici in genere, per quel perenne scambio di merci, a fronte di altre merci, di denaro, di promesse …”) la propria suggestione iniziale. Una mostra sul lavoro, su come è cambiato nei secoli (si parte dalla rivoluzione industriale immortalata in immagine da Munkacsi per arrivare alle asettiche atmosfere industriali da film di fantascienza di Floto + Warner) allora, ma una mostra che vuole proporsi anche come riflessione, sofferta e profonda, sul tema della velocità che caratterizza l’attuale società globale, gli improvvisi cambiamenti d’opinione e di convinzioni che caratterizzano questi convulsi decenni di globalizzazione. Ma anche, il pendolo, inteso come metafora del lavoro pendolare, del movimento delle centinaia di migliaia, milioni, di lavoratori che ogni mattina partono per un lavoro il più delle volte affaticante e insoddisfacente per compiere, a sera, il percorso inverso per tornare nei loro quartieri dormitorio. Una mostra anche “politica”, quindi, o almeno di denuncia sociale sui guasti, o almeno le incongruenze e le disparità derivanti da un sistema di produzione economica sempre più autoreferenziale e chiuso in se stesso.

Come interpretare altrimenti l’installazione del già ricordato Xavier Ribas “Nomadi”che ricopre una intera parete con immagini che riprendono solo calcinacci e rovine in quello che sembra essere nulla più di un ingiustificabile caos e che invece è un insediamento industriale di Barcellona abbandonato causa la deindustrializzazione ed occupato, abusivamente, da nomadi. Nomadi cacciati da questo altrovedal sistema che non può sopportare né comprendere il movimento senza profitto (ancora il pendulumcome, per dirla ancora con Urs Stahel, “… ciclo ininterrotto, una gara cui partecipiamo tutti, gli uni realizzando profitti o subendo perdite, gli altri percorrendo tragitti lunghi e faticosi per recarsi al lavoro. In entrambi i casi, da decenni si continua ad aumentare il ritmo e la velocità: la crescente accelerazione dei processi economici e sociali è iniziata ai primordi della rivoluzione industriale fino a toccare oggi livelli vertiginosi. Il solo fenomeno che ci spinge a rallentare il passo, a cercare persino di fermare tutto, è quello delle migrazioni. Le uniche barriere esistenti sono quelle che frenano i perdenti locali e globali della modernità …”) e che per impedirne il ritorno, ha preferito disseminare il luogo di macerie: “… la città che preferisce autodistruggersi e desertificarsi piuttosto che ospitare la vita e gli uomini che potrebbero viverla …”per dirla con le parole dello stesso autore.

Mai capito perché uno debba andare a, chessò, Asti o Senigallia e ritrovarsi a mangiare le stesse specialità che potrebbe trovare in un identico locale sotto casa sua a Bologna.

È il franchising, bellezza. O quello che adesso, in era di startup, si chiama format.

L’inizio, questo inizio, meriterebbe una spiegazione. Che arriverà, ma prima servirà, da parte di chi avrà voglia di leggere, pazienza.

In effetti questa nota era sta pensata per iniziare con “… in questo periodo di massificazione delle proposte di food e beverage, un periodo rappresentato da locali tutti uguali e tutti ugualmente impersonali e palesemente falsi, fa piacere alle volte imbattersi in un locale discosto dalle vie della pazza folla e che comunque sappia regalare momenti di relax ed una discreta, quando addirittura non buona, accoglienza …”.

Un locale così l’ho trovato in via Grabinski (al 2/d, pieno centro, è l’ultima traversa prima di RivaReno scendendo per Marconi verso la stazione): la Vinoteca.

Due grandi vetrine, uno spazio grande, arioso, l’arredo in legno scuro, moderno e forse leggermente impersonale ed asettico ma comunque rilassante ed accogliente. Pensato palesemente per grandi numeri o per una sosta veloce  (è aperto anche a pranzo) ma che non è brutto, anzi almeno non si uniforma in una Bologna, la città delle mille osterie “fuori porta”, che ormai ne ha svenduto il ricordo sull’altare di un mangimificio senza senso (delle vecchie osterie ne sono rimaste davvero poche tra quelle che hanno cambiato gestione e quelle che si sono rifatte il look alla ricerca del pubblico più giovane barattando le loro atmosfere e  la loro unicità per qualche calice in più, mentre le nuove nate sono tutte infrequentabilmente uguali, frutto come sono della moda shabby chic o piuttosto pseudo, quanto pseudo, chic da Mercatone di periferia).

Ad accogliere la clientela, due ragazzi (magari si offenderanno per questa definizione che potrebbe parere poco rispettosa, ma per me loro sono così, ragazzi, giovani ed entusiasti): Mauro, agronomo bolognese con un amore sconfinato per il vino, e la sua compagna Elsa, natali divisi tra Puglia e Campania, tra i trulli di Martina Franca e l’azzurro del cielo e del mare di Napoli, che ti sorridono mentre ti fanno accomodare in uno dei tavolini apparecchiati con sobria praticità.

Le proposte, come la classica tradizione da enoteca impone, non si discostano dalle tante simili: oltre ai classici taglieri (a chi apre un locale per somministrare taglieri io revocherei la licenza: troppi taglieri in questa città mentre quello che manca, e che servirebbe, è un’idea nuova che riesca a sgrezzare il mercato) e, a nobilitare la scelta, sfiziosi cicchetti alla veneziana, panini gourmet (il SanDaniele con, appunto, SanDaniele e burrata, il Tonno di Tonnara con, arieccoci per l’appunto, tonno di tonnara, iceberg e crema di ceci, il Vegetariano con Carnia Alto But mezzano e verdure alla griglia) e ancora alcune varietà, calde, di tortini e di tomini. La parte del leone, però, nel senso di piatto forte, la fanno le tartare di filetto di fassona piemontese tutte da 180 gr (si va dalla Cuneo con capperi lilliput, cetriolini e senape dolce di Dijon alla Vercelli con battuto di peperoni grigliati, carciofini a crudo e filetti di alice, dalla Biella con confit di cipolle rosse, pomodorini e salsa verde alla Mediterranea con concassea di pomodoro, mozzarella campana di bufala e pesto di basilico).

Curiosamente, ma non tanto visto che la Vinoteca non è dotata di cucina, è presente di volta in volta solo un primo piatto (ultimamente è possibile mangiare dei discreti gnocchetti al ragù bianco d’anatra).

Un discorso particolare merita la cantina (che propone indifferentemente vini da agricoltura convenzionale, biologica e vegan). Non moltissime etichette (tra le altre, Terralba, Laimburg, Fratelli Pardi, Tenuta La Riva di Castello di Serravalle) non tutte conosciute (tra queste (Castello di Volpaia, Primosic, Balan). Particolare menzione per la Cococciola, il Pecorino e il Montepulciano di Rocca San Giovanni (Terre di Chieti) che è possibile avere oltre che imbottigliato, anche in versione sfusa, cioè in caraffa da mezzo o da litro intero ad un prezzo davvero interessante.

Ed eccoci arrivati, prima di chiudere, al riferimento ai format con cui ho iniziato il discorso. Perché infatti la Vinoteca è un format, o meglio un franchising. Nato sotto il marchio Winebò nel 2005 a Treviso con l’intento di proporre su larga scala il modello delle tipiche osterie veneziane e il loro cibo saporito e a basso prezzo, il progetto ormai conta una quindicina di locali sparsi per la penisola ed è un buon esempio di quanto sbagliato sia farsi condizionare dai pregiudizi quando si debba giudicare esperienze diverse.

A questo punto non rimane che ricordare gli orari di apertura (dal Lunedì al Giovedì 12,00/15,00 e 18,00/23,00 ; dal Venerdì al Sabato 12,oo/15,00 e 18,00/ 01,00) consigliando di profittare dell’happy hour che va dalle 18,00 alle 20,00 e che permette di assaggiare con soli 6 euro 3 cicchetti e, a scelta, un calice o uno spritz.

Stefano Righini

Il  Makiato albanese non è una razza pekinese, ma  è l’invasione silenziosa di 2.000.000 di tazzine di squisito caffè torrefatto in Italia, con piccole bandierine bianco latte che sventolano tutti i giorni l’aroma italiano in un paese musulmano.

Mentre il paese accoglie sempre più numerosi simboli e presenza economica turca,  le scuole più prestigiose insegnano il turco, turchi sono i college più vip, in Turchia si va a studiare, turca è la nuova grandissima  moschea nel centro di Tirana, che sembra la copia della moschea blu di Istanbul, il makiato scivola silenzioso sulle migliaia di tavolini al sole facendo scomparire i’l’omologo caffè turco, il tradizionale cugino fatto di polvere di caffè bollita con lo zucchero. Ancora popolare nelle zone più rurali, dove le donne ancora sperano di leggere nei fondi qualche notizia di buona fortuna.

Tutto a Tirana si dipana nella dimensione del caffè, meglio se makiato e addolcito con un cucchiaino di buonissimo  ‘Qumesht’  ovvero latte. L’Ekspres albanese è sempre servito con un grande bicchiere d’acqua minerale che è compreso nel prezzo, variabile dai 50 centesimi di euro a un euro, nei locali più eleganti.

Le strade sono percorse da distese infinite di bar che si dipanano continui lungo i boulevard: spazi di incontro dove il ritmo è lento, dove si può essere protetti  dalle distese di tavoli e da decine di premurosi camerieri.

Le coppie la mattina si ritagliano uno spazio di affettuoso saluto al bar prima di separarsi per il lavoro, nonni e nonne trascorrono ore davanti a una tazzina e al bicchiere  d’acqua scambiandosi chiacchiere, confidenze  e esperienze personali,  ma soprattutto il lavoro trova una zona di riflessione, forse di  parità fra opposte disparità.

Le zone dei bar, in estate  ricche di ombra e di fiori profumati,  sono pause nel frenetico tessuto di una città vivacissima, sono ripari sicuri e ogni persona può scegliere il suo club, l’area franca dove rifugiarsi. Ma il caffè è sempre makiato.

“Ci prendiamo un caffè” è un codice segreto che riserva spazi di infinita comunicazione. E’ una frase che spesso persone sconosciute pronunciano per  mostrare una disponibilità a dipanare un dialogo,a tessere una piccola tela nella trama della quotidianità che al sole subtropicale di  Tirana pretende ancora un ritmo mediterraneo.

La frenesia del traffico corre lungo i boulevard dove decine di poliziotti si sbracciano perché da anni i lavori sono sempre in corso e la città si rinnova senza sosta. Ogni giorno i cantieri rumorosi  e impetuosi  procedono e si spostano e il recupero urbano corre velocissimo, secondo i piani di esperti urbanisti, fra i quali spicca l’italiano Stefano Boeri con i suoi progetti per Tirana 2030 e la Urban forestry.

Ma basta varcare il confine del bar e entrare in un caffè per  godere dei privilegi di una zona protetta, dove il tempo rallenta e la tolleranza è massima. L’impiegato fuggito dall’ufficio sarà giustificato e salutato con deferenza,   lo studente in ritardo non verrà ripreso, il professionista inviterà i suoi clienti, le zie parleranno dei nuovi matrimoni, le ragazze alla moda mostreranno in nuovi look, i mariti sono esonerati da qualsiasi noioso compito domestico, tranne quello di comparire di nuovo a casa per l’ora di cena .

“La cultura gastronomica italiana è presente in Albania più che nel resto della regione balcanica grazie ai forti e tradizionali legami culturali con il nostro Paese e della massiccia migrazione del popolo albanese in Italia. Ne è testimonianza il trend in continua crescita del volume delle esportazioni verso l’Albania per la categoria prodotti alimentari, che anche nel 2016 ha registrato un incremento del 6,1% rispetto al 2015. I prodotti alimentari “Made in Italy” hanno da anni conquistato i consumatori albanesi e rappresentano nel Paese il simbolo per eccellenza dell’alta qualità. I prodotti italiani di varie marche e vari segmenti di prezzo/qualità sono presenti ampiamente in tutte le catene della grande e piccola distribuzione così come nella ristorazione, in cui i piatti italiani sono molto diffusi. Di recente si sta assistendo nella Capitale anche alla diffusione di negozi che offrono prodotti di nicchia italiani, con eccellenze enogastronomiche quali vino, cioccolato, sughi, rivolti ad una categoria molto ristretta di consumatori sia locali che appartenenti alla comunità internazionale che risiede a Tirana. Particolare attenzione in questo mercato merita il caffè. In Albania l’espresso “all’italiana” ha sostituito in buona parte il caffè turco con la conseguente introduzione di diverse marche di torrefazione. Solo nel 2016 le nostre esportazioni di caffè hanno fatto registrare l’incremento record del 21,6% rispetto al 2015, con un valore complessivo di 10,8 milioni di euro (Elaborazione ICE su dati ISTAT).”

Http://www.infomercatiesteri.it/public/rapporti/r_57_albania.pdf