|

Home2018Novembre

Novembre 2018

Potrebbe sembrare una filastrocca per bambini, di quelle che ci insegnavano quando i tempi erano diversi e i bambini passavano più tempo coi genitori (e i nonni) e meno davanti lo schermo di un tablet, ed invece tutte quelle esse iniziali sono il segno distintivo delle nuove attività di Fabio Giavedoni (curatore della guida SlowWine per SlowFood, autore di vari testi sul vino, titolare, quando ancora chi investiva nel settore poteva tranquillamente essere additato come un innovatore un po’ utopista, di locali che hanno fatto la storia, piccola d’accordo, del buon bere a Bologna: la Cava a Montedonato, l’Antica Cantina Tre Frecce di Corte Isolani). E se “Sbando”, una realtà attiva e conosciuta già da un anno in Bolognina, e più precisamente all’interno di quella fucina di nuove sperimentazioni che è il mercato di via Albani (ne abbiamo parlato nel dicembre dell’anno scorso: http://iltiromagazine.it/sbando-bere-e-mangiare-bene-nel-cuore-della-bolognina/), rappresenta ormai il passato nella dinamicità irrequieta e visionaria di Fabio, “Stappo” e “Sposto” costituiscono l’oggi, il presente, la novità di questi giorni mentre “Sforno” potrebbe essere il futuro (immediato o meno ancor non è dato sapere, dipenderà da congiunture che travalicano la volontà e le capacità imprenditoriali del nostro).

“Stappo”, quindi, e subito dopo “Sposto”. Il primo, “Stappo”, appunto, che, nato come luogo di vino in viale Oriani 19/A, è diventato ora un negozio vero e proprio aperto a tutti; un negozio dove trovare (diciamolo subito e senza voler scavalcare quanto offerto da altre realtà simili, simili ma non uguali) vini, competenze e professionalità difficilmente reperibili altrove. Un negozio, però, che mutuando l’idea primigenia del luogo rimane anche il contenitore ideale per serate di degustazione e corsi, degustazioni e corsi riservati agli Amici di Stappo. Ma come si diventa, per l’appunto, Amici di Stappo?  Nulla di più semplice: basta iscriversi all’Associazione Dalla Terra in su, iscrizione che permetterà la partecipazione alle numerose e prelibate degustazioni pensate e strutturate non solo come momento didattico tout court ma soprattutto ideate per consentire quanto più possibile agli appassionati di avvicinare bottiglie spesso altrimenti inaffrontabili offrendo altresì un ventaglio di proposte il più esaustivo possibile. Per dire, i prossimi incontri, quelli di dicembre (tutte le serate, che inizieranno invariabilmente alle 20,30 e saranno accompagnate da assaggi di salumi e formaggi, possono essere prenotate allo 3299079184) prevedono Martedì 4, per la serie “10 vini per raccontare”, il Grenache in Italia e nel mondo” (un percorso in cui, per conoscere il non troppo frequentato vitigno e a sottolinearne l’excursus che va dalla valle del Rodano al Priorat, dalla Catalogna alla Sardegna dove per tutti è Canonau, saranno proposte bottiglie provenienti dai più conosciuti territori francesi, spagnoli, australiani, californiani ed, infine, italiani: Sardegna, naturalmente, e poi i colli Berici, le rive del Trasimeno e le colline del Piceno) mentre Mercoledì 12 dicembre, sempre sarà la volta del Riesling, un vitigno considerato tra i più nobili del pianeta e che prevede una sorta di percorso obbligato tra i vini austriaci di Kamptla, quelli alsaziant e tedescht della Mosella e del Pfalz e gli italiani espressione della Val Venosta, della Valle d’Isarco, trentini,  piemontesi e dell’Oltrepò pavese ed infine Mercoledì 19, già sold-out, sarà offerta una verticale di 5 vini epocali di Emidio Pepe: saranno infatti presentate le annate 1975, 1985, 1995, 2005 e 2015 del Montepulciano d’Abruzzo del grande, geniale e precorritore vinaio.

A fianco a “Stappo”, però (davvero a fianco e tra poco saprete perché) un’altra novità, sugosa e divertente, accompagnerà ed allieterà le serate dei tanti amanti ed appassionati del buon vino, del buon bere, del buon vecchio tirar tardi.

Il food truck SPOSTO

Sto parlando di “Sposto”, il food truck che Fabio ha acquistato ed allestito insieme a Giulia Guandalini e che staziona, per ora in attesa della definizione di una programmazione e di un calendario di eventi e spostamenti, proprio davanti a “Stappo” proponendo (per ora, l’inverno imminente ed in attesa della bella stagione, solamente il venerdì) un aperitivo o una piccola cena coniugando la somministrazione di vini friulani ai cibi tipici di quel territorio come la zuppa di orzo e fagioli o il frico con polenta o gli immancabili salumi di Sauris e il formaggio Montasio. Il clou, sovvertendo la regola non scritta del venerdì, sarà il 20, 21 e 22 dicembre quando saranno proposti tortellini e bolliti serviti alla maniera dei Buffet triestini.

Il consiglio, quindi, è quello di ricordare, nelle sere fredde che ci attendono, di provare una visita a questo luogo che saprà riscaldare facendo riscoprire al contempo una convivialità antica.

Oggi mentre ero al lavoro e stavo scrivendo l’ennesimo report, mi sono fermata a pensare a quello che stavo facendo, cosa che ultimamente, un po’ per via delle scadenze strette e perché ormai confondo i giorni della settimana, non ho mai molto tempo di fare.

Trenta secondi, che a me sono sembrati un’eternità, in cui mi sono chiesta se avessi davvero capito che cosa stavo facendo. Vi è mai capitato di fare qualcosa in maniera così automatica da dimenticarvi come l’avete imparata? L’esperienza porta con sé tutto il buono di conoscere davvero qualcosa, ma lascia indietro quelle accortezze che spesso determinano il quid in più che cercavamo per il nostro lavoro. Se quei trenta secondi mi sono serviti per ricordare le basi e tutte quelle volte in cui all’università avrei voluto sbattere la testa sulla tastiera, cercando di capire come si scrivesse un vero report, quel lasso di tempo mi ha anche fatto pensare che io a voi forse molte cose ve le ho raccontate, ma erano quelle giuste? Ogni mercoledì vi bombardo di informazioni su stati e strane teorie, ma non vi ho mai spiegato come faccio a fare quello che faccio. Come si fa a parlare di geopolitica e ad essere dei Guardamondo? Vorrei tanto farvi uno di quei tutorial Youtube che vanno tanto di moda adesso, ma gli strumenti che uso si prestano poco allo scopo e poi, io ho le stesse abilità di video – making di un procione.

Per parlare di geopolitica bisogna capire gli stati, ma come si fa? Esattamente come si fa con le persone: si osserva. Immaginate di essere ad una festa dove non conoscete quasi nessuno, una di quelle a cui avreste preferito pigiama e Netflix, ma qualcuno vi ci ha trascinati senza sentire scuse. Siete in un salotto, una birra in mano (necessaria per parlare di geopolitica tanto quanto per parlare alla tizia o al tizio che vi piace) e una serie di sconosciuti. A parte giudicare silenziosamente le scarpe di quella o la camicia di quell’altro, cosa fate? Li osservate. Osservate cosa bevono, con chi parlano, come si avvicinano agli altri o a chi, invece, non rivolgono parola. Mettiamo caso che a questa festa ci sia una tale Genoveffa (classico nome da esempio ipotetico), una che sta in disparte ma non troppo, che parla molto, ma anche poco, che dice sempre io e poi ci infila un qualche voi, che fissa gli altri, ma a sua volta non vuole essere fissata. Ora chiudetevi nel bagno dell’ipotetica casa dove si tiene l’ipotetica festa e prendete fuori un planisfero da borsetta. Apritelo e pensate ad uno stato che, proprio come Genoveffa, finge di stare in disparte ma proprio non gli riesce, che cerca di attirare l’attenzione ed essere riservato allo stesso tempo, che osserva tutti, ma non vuole essere osservato. L’avete fatto? Bene, vai con il quesito a scelta multipla: Se Genoveffa fosse uno stato, che stato sarebbe? A) la (neanche troppo) timida Norvegia; B) la Russia, conosciuta anche come miss bipolarità; o C) la Cina, che come il prezzemolo è ovunque? Via le mani dai pulsanti, la risposta esatta è la B, Genoveffa sarebbe la Russia.

Proviamo ancora, vi va? Dopo aver capito che Genoveffa non sarà la vostra nuova migliore amica, vi spostate in cucina e incontrate Poldo. Poldo è stato rintanato tutta la sera fra il frigorifero ed il forno, salvo una comparsa lampo in salotto per dire a tutti che comunque, i gin tonic che fa lui sono i migliori. Osservandolo bene, pensate subito che sia uno che sta per i cavoli suoi, forse non gli piacciono le altre persone e ora che ci pensate bene, da come si è scaldato quando gli avete detto che forse nei suoi gin tonic di tonic c’è molto poco, sembra anche uno vagamente suscettibile. Per non parlare di quando vi siete ricordati che all’asilo gli avevate tirato una tigre giocattolo in faccia, glielo avete raccontato e per poco non vi denunciava. Tutto chiaro? E allora quesito numero due: se anche Poldo fosse uno stato, quale sarebbe? A) l’Iran, bello, dannato e sicuro di sé (anche troppo); B) Il Belgio, piccolo e che prova a seguire la via svizzera del non vedo, non sento e non parlo; o C) Il Giappone, beato nel suo angolo di mondo, incavolato nero con la Cina dai tempi di Mulan e in ogni disputa isolana possibile e immaginabile? Ancora una volta via le mani dai pulsanti, la risposta corretta è la C, Poldo ha i tratti orientali e una tendenza latente alla misantropia.

Nonostante stiate pensando che sia tutto un gioco, questo è davvero quello che fa chi studia geopolitica o che fanno i cosiddetti analisti, si osservano le azioni, si interpretano le dichiarazioni e si studiano le posizioni. Anche se il mondo non è davvero come una grande festa a casa di qualche sconosciuto, che puoi affrontare con l’aiuto di un buon e proporzionato gin tonic, come in ogni cosa basta osservare attentamente per capire e non lasciare che la sovrastruttura ci distragga dal vero. Così come accade con le persone, non sempre è facile capire, ci sono stati più o meno asociali, le reginette del ballo e i ragazzi dell’ultimo banco, ma chiunque ci troviamo davanti merita un tentativo, perché se non si prova a capire si finisce con il disprezzare e basta. Ora prendete il mappamondo, provate a fare qualche altro esercizio e se vi va inviatemi le vostre analisi, chissà che Guardamondo non possa imparare qualcosa di nuovo.

Lunedì 3 dicembre noi de Il Tiro abbiamo deciso di fare una festa dedicata a noi ma soprattutto a voi. Perché nel mese di novembre abbiamo fatto un passo importante, siamo diventati un’associazione, e questa ci  sembra una buona ragione per festeggiare. Ma non è l’unica. Facciamo una festa perchè vogliamo dirvi grazie per averci seguito in questo 2018 ricco di tante belle iniziative. Facciamo una festa perchè vogliamo condividere con voi le nostre idee per i prossimi mesi, e ne abbiamo davvero tante. Facciamo festa perchè ci piace stare tra di noi ma ci piace ancora di più festeggiare con tutti voi e con molti di coloro che hanno contribuito alle nostre iniziative. In questo 2018 abbiamo parlato di tante cose e abbiamo cercato di approfondire molti temi che, qualche volta, erano nuovi anche per noi: legalità, sicurezza, ambiente, Bologna, sondaggi politici, musica, libri, politica e tanto altro ancora. Questi incontri avevano e hanno l’obiettivo di farci riflettere e aiutarci a trovare le chiavi di lettura su fatti che riguardano le nostre scelte come cittadini. E la festa che stiamo organizzando vuole essere un’occasione per tentare di tirare le fila su quanto abbiamo fatto e presentarci a voi tutti. Perchè dietro ogni evento che abbiamo organizzato c’è un gruppo di persone che lavora con passione e ci piacerebbe tanto contagiarvi un po’ di questo nostro entusiasmo e vedere se tra voi c’è qualcuno che ha voglia e curiosità di unirsi a noi, anche solo per fare festa!Vi aspettiamo lunedì 3 dicembre alle 20 al solito posto, al Cortile Café in via Nazario Sauro 24/A a Bologna

Ingredienti:

Per la sfoglia

  • 1 uovo
  • 100 g di farina 00

Per il ripieno

  • 2 patate di media grandezza
  • 1 piccolo scalognato
  • 50 g di guanciale
  • 50 g di pecorino romano grattugiato

Per il condimento

  • burro
  • salvia

Preparazione pasta: mettere la farina sul tagliere e fare una fontana, unire l’uovo e sbattere un po’ con la forchetta, impastare bene lavorando l’impatto fino a renderlo liscio, avvolgere poi la pasta con pellicola e farla riposare per almeno 1 ora.

Per preparazione impasto: cuocere a vapore le patate, diversamente lessarle in acqua senza pelarle. Tritare finemente lo scalogno e farlo imbiondire in una padella con pochissimo olio evo, aggiungere il guanciale e farlo abbrustolire bene. Spegnere il fuoco e unirvi le patate cotte schiacciandole con la forchetta fino ad amalgamare bene il tutto, aggiungere il pecorino e mescolare ancora infine correggere di sale e pepe fare intiepidire.

Ora tirare la sfoglia con il matterello abbastanza sottile, tagliare dei quadri di circa cm 5 riempirli con una cucchiaiata di ripieno e chiuderli a triangolo premendo bene lungo tutto il bordo.

Lessare i triangoli in acqua salata e versarli nella padella dove prima avete fatto sciogliere una noce di burro con un po’ di acqua di cottura e qualche foglia di salvia,aggiungere una piccola manciata di pecorino e glassare qualche minuto coprendo con un coperchio, impiantare e servire bollenti, una leggera macinata di l’epe a piacere. Si possono rendere vegetariani escludendo il guanciale.

Buon Raviolo da G&G

Se chi non muore si rivede, chi ricompare ha quantomeno il dovere di porgere delle scuse. Eccomi di ritorno cari amici Guardamondo, spero possiate accettare le mie scuse e che siate, come sempre, pronti per il nostro appuntamento settimanale.

Sistemati gli ultimi scatoloni, ho preso posto alla mia scrivania, che ora guarda al Mare del Nord, e mi sono ricavata del tempo per la mia medicina: la scrittura. Nel bel mezzo di quella eterna corsa che è la vita, bisogna sempre sapersi prendere del tempo per sé stessi, un rimedio alla pazzia, che sia anche un’immensa forma d’amore verso noi stessi. Qual’è il vostro atto d’amore? Siete dei corridori o degli yoga addicted? E a colori come siete messi? Avete capito bene, ho detto colori. Ultimamente nella categoria dei rimedi allo stress il più gettonato pare essere l’Art Therapy, così chiamata perché “Vediamo se dopo x anni hai imparato a colorare dentro i margini” suonava troppo provocatorio. La legge economica che accompagna questa disciplina vuole che si comprino album di tutti i tipi, pieni zeppi di figure più o meno elaborate e pronte per essere colorate. Tra i soggetti principali per noi nuovi Picasso ci sono i così detti “mandala”, oggetti di forma rotonda, al cui interno trovano spazio altri cerchi e altre forme geometriche di varia misura e conformazione. Insomma, l’Inception della grafica (Peccato che non diano anche Di Caprio in omaggio!). So che cosa state pensando, se questa non è una puntata di Art Attack e lei non è Giovanni Muciaccia, perché stiamo parlando di questa roba? Non sono impazzita, credetemi. Mandala non è solamente il nome di un oggetto, ma anche di un’importante strategia geopolitica, in particolare quella in grado di spiegare in concreto i come e i perché a proposito della politica estera Indiana.

La Dottrina del Mandala (da non confondere con il Tikka Masala, per tutti gli amanti della cucina Indiana all’ascolto), è un principio che descrive il comportamento dell’ex colonia Inglese riguardo i suoi vicini e non. Per spiegarne il funzionamento, potremmo cominciare con il dire che questo paese ha ben chiaro il significato del detto “Tieni vicini gli amici e ancor di più i nemici”. L’India guarda alle proprie relazioni esterne come se dovesse approcciarsi alla pittura di un mandala, un cerchio alla volta, dove ogni cerchio ha un significato preciso e che di conseguenza richiede uno specifico atteggiamento. Il nucleo della figura, nonché punto di partenza, è ovviamente lei: l’India. Attorno a lei un primo cerchio, formato da quelle potenze viste come un pericolo maggiore, ovvero la Cina e il Pakistan che, suoi diretti (e non troppo simpatici) dirimpettai. Questi sono i così detti nemici da tenersi, volenti o nolenti stretti. Ma chi c’é nel secondo anello di questo mandala? Qui troviamo gli stati detti amici e ritenuti tali solamente perché nemici dei nemici. Non fa una piega. In pole position nella categoria nuovi migliori amici dell’anno, l’India schiera l’Iran eterno rivale economico, ma non solo, del Pakistan e ai ferri corti anche con la Cina per una serie di questioni, sempre riconducibili al calibro di chi ha il bottone più grosso. Insieme all’Iran troviamo un altra serie di potenze non ben definite (Ricordiamoci che l’india è relativamente nuova al tavolo della strategia politica) che vengono viste come amiche. Sono tutti quegli stati facenti parte della regione dell’Asia Centrale e che, in un qualche modo, ronzano intorno alla Cina infastidendola. Ultimi, ma non per importanza, in questo inferno dantesco che è la politica estera Indiana troviamo gli stati neutri, quelli che non sono né carne né pesce, ma che servono per completare il quadro d’insieme. Se ci trovassimo davanti ad un disegno, questi rappresenterebbero quei piccoli rombi tra un cerchio e l’altro, gli elementi decorativi di cui non puoi fare proprio a meno. In questa realtà, al posto dei piccoli quadrilateri ci sono il Bhutan e il Nepal, uno celebre per aver inventato il valore della felicità pro capite e l’altro per l’alta concentrazione di monaci buddisti. Due emblemi di pace tirati dentro ad un gioco a cui non sono interessati e ai quali, addirittura, viene affibbiato un nome bruttino: “stati cuscinetto”. La prima cosa a cui pensi sono i cuscinetti di cellulite sulle gambe e il senso è più o meno quello. Sono una sorta di confort zone piuttosto inutile, posizionati dove capita e utili solamente per attutire l’atterraggio in caso di caduta. Sono quegli stati che l’India è convinta di poter manovrare a proprio piacimento, nel caso in cui la situazione si dovesse mettere male. Ma è davvero così?

Nonostante uno dei principi del mandala sia il poter continuare a disegnarlo all’infinito, l’India ancora non sembra essersi accorta di questo aspetto e decide, almeno per ora, di non guardare più in là di ciò che pensa di conoscere bene. Cara la mia India, che cosa succederebbe se invece che partire dal nucleo, cominciassi dall’esterno? Forse ti accorgeresti che ci sono altri nemici, con denti ben più aguzzi e capaci di distruggere qualsiasi cuscinetto vi separi.

Lunedì 3 dicembre noi de Il Tiro abbiamo deciso di fare una festa dedicata a noi ma soprattutto a voi. Perché nel mese di novembre abbiamo fatto un passo importante, siamo diventati un’associazione, e questa ci sembra una buona ragione per festeggiare. Ma non è l’unica. Facciamo una festa perchè vogliamo dirvi grazie per averci seguito in questo 2018 ricco di tante belle iniziative. Facciamo una festa perchè vogliamo condividere con voi le nostre idee per i prossimi mesi, e ne abbiamo davvero tante. Facciamo festa perchè ci piace stare tra di noi ma ci piace ancora di più festeggiare con tutti voi e con molti di coloro che hanno contribuito alle nostre iniziative. In questo 2018 abbiamo parlato di tante cose e abbiamo cercato di approfondire molti temi che, qualche volta, erano nuovi anche per noi: legalità, sicurezza, ambiente, Bologna, sondaggi politici, musica, libri, politica e tanto altro ancora. Questi incontri avevano e hanno l’obiettivo di farci riflettere e aiutarci a trovare le chiavi di lettura su fatti che riguardano le nostre scelte come cittadini. E la festa che stiamo organizzando vuole essere un’occasione per tentare di tirare le fila su quanto abbiamo fatto e presentarci a voi tutti. Perchè dietro ogni evento che abbiamo organizzato c’è un gruppo di persone che lavora con passione e ci piacerebbe tanto contagiarvi un po’ di questo nostro entusiasmo e vedere se tra voi c’è qualcuno che ha voglia e curiosità di unirsi a noi, anche solo per fare festa!Vi aspettiamo lunedì 3 dicembre alle 20 al solito posto, al Cortile Café in via Nazario Sauro 24/A a Bologna

L’uscita di un nuovo libro di Joe R.Lansdale rappresenta, com’è giusto che sia, un piccolo avvenimento per il popolo sempre più esiguo dei lettori più intelligenti (okay, okay, nessuno si offenda; vero è che se si legge si è sempre intelligenti, però è altrettanto vero che c’è lettura e lettura).

Se poi si tratta dell’ennesima avventura del premiato duo Hap&Leonard, la compulsione a leggerlo per vedere come va a finire diventa a dir poco spasmodica. E certo non fa eccezione a questa regola non scritta “Il sorriso di Jackrabbit”, undicesima puntata della saga. Una storia di ordinario razzismo (“… nel giorno delle nozze con Brett, mentre arrostisce hot dog per gli ospiti, Hap si vede piombare nel giardino di casa due pentecostali da manuale. Il ragazzo, tatuato, indossa un paio di jeans neri e una maglietta con lo slogan «Bianco è giusto». La donna porta i capelli raccolti in una crocchia così alta da poterci nascondere dentro un frullatore. Sono la madre e il fratello della giovane Jackie Mulhaney, detta Jackrabbit, che da cinque anni se ne è andata da casa e da mesi sembra scomparsa nel nulla. Nessuno, tantomeno la polizia, vuole cercarla. Gli unici a raccogliere la sfida sono Hap e Leonard, senza immaginare che l’indagine arriverà a condurli nelle stanze segrete di una setta capace di adorare fantomatici uomini lucertola. E di infrangere senza rimorsi il quinto comandamento …”) in cui il segno più evidente, rispetto ai tempi, al ritmo e al succedersi incalzante di avvenimenti cui eravamo abituati, sono la lentezza e la verbosità che sembrano non dover mai farlo decollare davvero; per dire, a pagina 160, sulle 250 totali, non abbiamo ancora visto il duo entrare in azione in una delle loro epocali scazzottate (sì, c’è stato un piccolo intervento di Leonard, ma durato in tutto poche righe: nemmeno un antipasto, piuttosto un’entrée e di quelle poco sugose). Si parla, dunque, tanto e ancor più del solito in questa specie di “True Detective” prima stagione che mantiene comunque inalterata la sua cifra umoristica da B-movie e che risulta comunque molto più realistico di quanto si possa pensare nel suo divenire forse il romanzo più politico dell’autore texano, quello in cui, come rilasciato a “Repubblica” dallo stesso Lansdale è l’ombra lunga di Trump e del trumpismo trionfante a imprimere forte la propria orma sulla storia: «… ho pensato a quello che accade qui oggi con chi dà retta alle sue idee conservatrici: i manifestanti razzisti di Charlottesville. Ma del resto l’antirazzismo nelle mie storie è una costante».

Attenzione, però. Il razzismo, l’indifferenza nei confronti di chi soffre e ha bisogno, l’odio per il diverso da sé e dai propri compagnucci di merende, il disprezzo per gli ultimi della terra, è un sentimento che travalica, ormai, confini e frontiere, siano pure di carta e di avventura. E qui, in questo romanzo che ad alcuni, sentendosene forse traditi, non è piaciuto proprio per questo distaccarsi in qualche maniera dal solito disincantato cliché, ne abbiamo la lampante e disarmata dimostrazione. Come non trovarci infatti qualcosa, ben più di qualcosa in realtà, della nostra vita, del nostro quotidiano e come non identificare qualcuno nelle descrizioni che Hap fa del malvagio “… aveva quell’aria da bifolco che disprezzavo da sempre, lo sguardo di chi considerava l’ignoranza l’unica forma di verità e il disinteresse nei confronti dell’istruzione una specie di medaglia …” e ancora “… sinceramente non so fino a che punto creda davvero nelle stronzate che dice, ma se ne parli e le diffondi, anche con l’unico scopo di ottenere potere e soldi, per quanto mi riguarda è come se ci credessi. In altre parole, vuole cacciare tutti i neri per rendere felice una parte della gente che vive qui anche se ultimamente parla soprattutto di immigrati (che) sono i nuovi negri …” ?

(In merito all’articolo che trovate qui: Cara Mamma)

Caro Mauro,

hai ragione, spesso sono le donne stesse a non collaborare per ottenere risultati migliori. E’ qualcosa che c’è sempre stata e sempre ci sarà (e che in un certo senso evidenzia anche alcuni passi in avanti fatti). Per quanto riguarda la situazione concreta che stai mettendo in evidenza (la candidatura della Cancellieri alla Presidenza della Repubblica), sono d’accordo con te – molto probabilmente è stato un errore e il PD lo sta pagando, come sta pagando altri errori, suoi e non. Ma sulla politica, tu sei molto più bravo e aggiornato di me, perciò la chiudo qui.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro invece, la situazione – almeno nei due Paesi che conosco di più (Italia e Macedonia) – è ancora molto complessa. Ma questo non significa che dobbiamo rassegnarci e soprattutto – come ho provato a spiegare nel mio articolo precedente – dobbiamo lavorare insieme per cambiare questo status di cose, che tra l’altro non aiuta nessuno. Prima la società si accorge di questo, meglio è! E le modifiche piccole, quelle di ogni giorno, le possiamo fare noi: io, te, mio marito, tua moglie. Ma quelle STRUTTURALI, quelle in grado di fare una vera differenza per tutti, dipendono da chi decide: politici, dirigenti, professori…insomma responsabili nei loro ambiti professionali😊…

Proprio ieri è arrivata una bella notizia dall’Irlanda (leggi qui, in inglese): il Ministro dell’Istruzione, che guarda caso si chiama Mary Mitchell O’Connor, ha approvato un piano secondo il quale il 40% delle posizioni di professori o livello simile dovranno essere occupate da donne entro il 2024.

Una decisione presa dopo la pubblicazione – da parte di un gruppo di lavoro incaricato dalla stessa Ministra – di un report secondo il quale le donne sono sottorappresentate nel settore universitario con solo 24% di donne che arriva a ricoprire il ruolo di Professore a dispetto del 51% di donne che entrano nel mondo accademico con la qualifica di insegnante[1]. Insomma, la situazione è chiara e sicuramente non ci voleva un report per dimostrarlo.  Ciò che è importante però, è quello accaduto dopo: un’AZIONE concreta che dovrebbe, secondo governo irlandese “sostenere una trasformazione ed un cambiamento culturale” nel mondo universitario. Il Primo Ministro irlandese ha sostenuto il progetto, considerandolo un “cambiamento positivo che potrà avere un effetto domino per le ragazze giovani”. (Da notare che l’Irlanda sta facendo una grande rivoluzione “silenziosa” negli ultimi anni: sono stati legalizzati l’aborto ed i matrimoni gay ed è eliminato l’articolo costituzionale che considerava la blasfemia un reato).

Chiudo sottolineando come la situazione non sia rosea neanche in altri paesi europei: le donne professoresse (o livello simile) in Francia sono il 24% del totale, in Germania il 23%, in Svizzera il 21%, in Norvegia il 27%.

L’Italia dal canto suo sembra seguire lo stesso trend presente in Irlanda e negli altri Paesi europei: le professoresse ordinarie sono il 22,3% del totale, un dato che sale al 37,2% se si contano le professoresse associate, al 46,6% se si contano le ricercatrici ed al 50,7% se si prendono in considerazione i titolari di assegni di ricerca.

Credo sarebbe utile per tutti interrogarsi sul perché le donne pur eccellendo a livello universitario ed avendo ottime performance anche nelle borse di dottorato, poi non riescano ad affermarsi a livello professionale e a fare carriera come gli uomini.

Perché un/a ministro/a italiana non potrebbe appoggiare una riforma come quella irlandese nei prossimi 20 anni? Una discriminazione positiva (affermative action) che credo necessaria per migliorare e incidere sulla realtà.

Tu approveresti una decisione del genere, caro Mauro?

[1] Women make up 51% of entry-level teaching jobs in the university sector, but only 24% of professor posts are filled by women, according to the report.

Avevo un amico (un amico di mondo con industrie nel nord-est, case a Courmayer, Toronto, Parigi e Milano e showroom in Francia, Azerbaijan e Canada), un amico che portai all’IndeLePalais, quando L’IndeLePalais era uno scrigno di voluttà alcoliche, il primo esempio in città di cosa fosse un locale davvero internazionale. Dietro il banco all’epoca operava il grande Michele Doria e il mio amico volle che glielo presentassi per complimentarsi per quello che, a suo dire, era un locale che sarebbe potuto tranquillamente essere un punto di riferimento per il buon bere nelle grandi capitali internazionali come Parigi o New York o Dubai o HongKong…

Gli anni, i lustri, sono passati, Michele adesso non è più dietro il bancone bello ma stretto per lui dell’Inde, che anzi è cambiato anch’esso come locale, ma dirige, con successo e lussuosa classe Zanarini, ed anche il mio amico, amico mio, chissà dove sei.

Qualcos’altro, o qualcun altro meglio, rimane però di quel tempo piacevole al ricordo. Girovagando per Bologna in cerca di eccitanti scoperte, mi sono infatti imbattuto nel nuovo Cuvée di via PortaNova 14. Il locale è scuro, elegante nella sua austerità (o anche austero nella sua eleganza), improntato com’è su un concetto urban chic che riconduce dritto dritto all’esperienza ambiziosa e sfortunata del Peacock di via Santo Stefano (ricordate? ne abbiamo parlato nel luglio di un paio di anni fa su http://iltiromagazine.it/un-dehors-da-non-perdere-in-pieno-centro/). Dietro il banco, infatti, ecco Marco (Pavone, da qui il nome del vecchio locale) lo stesso giovane, talentuoso barman che era il secondo, e che secondo, di Michele all’Inde: tutto quadra, quindi. Un locale elegante, di una certa classe, in cui è possibile bere seguendo le mode del momento (tra i signature cocktails potrete gustare ElChapo con premium Mezcal, lime, PinkGrapefruit, hop bitter, egg e white agave syrup, GingerRye con Bourbon whiskey, Pimm’s n.1, lime e ginger beer, SmokedNegroni’s con vecchio TorinoVermouth, Campari e BordigaGinSmoked, OnSour con StolyElite vodka, lime, sugar syrup, egg white e cardamom, Felizad con vermouth Cocchi, premium gold rum, cinnamon e chocolate bitter o Prof.Boulevardier con AnticaFormula, Campari e Premium whiskey) ma in cui è possibile avere un cocktail davvero ben fatto al posto della fuffa che così spesso capita di vedersi proposta (provare per credere un gin tonic assolutamente equilibrato e in cui il sapore dei vari elementi viene sapientemente esaltato senza confondersi in troppi astrattismi fini a se stessi).

Riprendendo la linea inaugurata in SantoStefano, il Cuvée offre anche (curata da Marco stesso ed allora al bancone ecco avvicendarsi la sorella Serena brava e fascinosa) una piccola cucina, piccola ma raffinata e pienamente rispondente alle abitudini dei gusti, e delle mode, correnti. Sarà così possibile assaggiare salmone marinato o al sesamo, tartare di tonno o anche un tonno appena scottato o ancora un classico e assai saporito polpo e patate e ancora zucchine e gamberoni o piselli e calamaro tutti piatti che possono essere declinati anche in mini porzioni come accompagnamento al cocktail scelto.

La clientela, come si conviene all’ennesimo distretto della notte che sta sorgendo nella zona PortaNova/Testoni, è spesso giovanissima ma l’ambiente induce al rispetto e alla non invandenza.

Un’ottima scelta quindi per un aperitivo diverso o anche (il locale è aperto dalle 17,30 alle 2 ogni giorno) per una predisco o  un dopo cinema o teatro … alcolici.

É un martedì qualunque e nella sala d’attesa di un aeroporto guardo le persone sedute intorno a me, qualcuno parla inglese, altri francese e mi sembra di sentire, in lontananza, anche qualche parola italiana. Per quanto io possa ormai definirmi “la ragazza con la valigia”, ogni volta che mi trovo in una situazione come questa non posso fare a meno di pensare al perché io mi ci trovi e non parlo solo di me, ma anche di tutte le persone che mi circondano. Che si tratti di un viaggio di piacere, di un lavoro che ci porta lontano o anche solo dell’insensata voglia di salire su una scatoletta di tonno con le ali, la gente parte. Qualunque sia il motivo, partire significa scoprire ed imparare. Vedendo tutta questa gente in partenza e in arrivo, mi investe un’insensata positività, come se i viaggiatori fossero speranza, il segnale che oggi, in un’epoca sempre più diretta verso la chiusura e la paura del diverso, esista ancora qualcuno in grado di andare contro corrente. Per quanto si tratti di un’analisi estremamente semplicistica, me ne rendo conto, in questi anni che sono figli della globalizzazione, del low – cost e della cucina orientale a portar via, è mai possibile che il populismo sia davvero un’alternativa?
Guardamondo oggi guarda al quadro generale, si sposta da un confine all’altro e vi porta ad osservare questo periodo con i suoi occhi, senza volervi convincere di nulla perché, parafrasando Voltaire, è giusto che esistano opinioni diverse e, per quanto lontane dalla mia, lotterò sempre perché queste vivano.
Il neo eletto Bolsonaro in Brasile, la stroncatura del modello Riace o Marine Le Pen che fa rivoltare Giovanna D’arco nella tomba, sono solo alcuni esempi di come le cose stanno evolvendo, o forse, come dice qualcuno, di come si stanno mostrando per ciò che in realtà sono sempre state.
Il politologo russo Dugin, non è solo il padre di alcune delle più celebri teorie geopolitiche, ma è anche un grande sostenitore del populismo. Secondo lui il populismo è, e sarà sempre, l’unica soluzione che permetterà all’ordine politico mondiale di sopravvivere, la democrazia è un modello da superare, mentre il governo dei pochi e il “noi prima di chiunque altro” va ricercato e osannato.
Ovviamente questo schema concepisce la possibilità di alleanze che guardano non solo ai più forti, ma a quelli che, oltre ad essere tali, ci stanno anche più simpatici. Ecco perché stringere un’alleanza con Salvini piuttosto che con Angela Merkel o perché, dopo tutti i tira e molla da mezzi innamorati, scaricare Erdogan. Si vuole convincere l’opinione pubblica che prendere tutti sulla famosa arca della salvezza è un errore e che, al contrario, bisognerebbe indire una gara per scoprire chi è degno di prendervi posto, poco importa se sarà una gara truccata.

Non vi dirò che Dugin si sbaglia, non mi permetterei mai, ma vi dirò che io, e tanti altri che mangiano politica internazionale a colazione, non siamo d’accordo. Uno dei punti di forza del populismo, tanto a livello internazionale che nazionale, sta nel vendere la loro soluzione come l’unica possibile, non si tratta di essere razzisti o “cattivi”, è il classico a mali estremi rimedi. Non so voi, ma io con le sberle non ho mai imparato niente, anzi ne sono uscita sempre più testarda e accecata dalla rabbia. Tuttavia, esiste chi a questa pigrizia intellettuale non ci crede e sceglie un governo dei tanti contro quello dei pochi, chi comprende che la strategia è importante, ma che laddove uno può ottenere un buon risultato, due forse possono ottenere una grande vittoria, non importa se il partner abbia idee diverse dalle nostre.
É così che il Canada, in barba a chi innalza muri, lancia nuovi progetti di cooperazione con il Messico, o il Giappone e la Cina che, per quanto ostili, tentano di venirsi incontro, ostinati nello starsi antipatici, ma disposti a trovare un punto d’incontro se questo serve a raggiungere una situazione di ottimo. E se gli stessi populisti cedessero a questi slanci? Chissà cosa ne pensa Dugin del Trattato di Cooperazione di Shanghai, firmato tra Russia e Cina, con l’obiettivo di incentivare la collaborazione economica e mettere fine alla competizione o degli ingenti finanziamenti che Putin sta utilizzando per investire nel sistema educativo africano e produrre tecnici ed ingegneri, da assumere poi nelle grandi aziende russe. Si tratta sicuramente di idee figlie di una loro strategia, ma si tratta anche di cedimenti, crepe in una corrente che non riesce a vedere più in là del proprio naso.
Mi rendo conto che quanto scritto fin qua è attaccabile sotto ogni punto di vista, ma tutto lo è e lo sarà sempre. La politica internazionale, così come la geopolitica, non ha regole, ha schemi imperfetti, spesso e volentieri influenzati dalla variabile umana. Anche se oggi chi governa in ogni
dove non sembra mostrare la sua faccia migliore, sempre oggi io vi dico che c’è chi invece lo sta facendo, solo con meno schiamazzi. Sicuramente ha ragione chi dice che ci aspettano tempi di burrasca, ma ricordatevi che se vedete il bicchiere mezzo pieno, non importa quante onde ci siano
dentro.

Questa settimana da Guardamondo è tutto, vi lascio consapevole di essere uscita un po’ dalle righe della geopolitica e ridò la linea (almeno spero) al vostro senso critico.






Settimana di risposte (o conferme) in casa Virtus e Fortitudo. E, non fosse che mancano ancora così tante giornate alla fine dei rispettivi campionati, anche di verdetti.

E se c’è poco da dire sulla Fortitudo che continua ad asfaltare gli avversari sia in casa che fuori (sono sette su sette le vittorie a volte squillanti a volte sudate fin ad ora) e che ormai ha incontrato, battendole come detto, tutte le migliori del suo girone (Montegranaro del rimpianto ex Amoroso esclusa), qualcosa in più si può argomentare su una Virtus finalmente vincente, in campionato che in Coppa il cammino, 5 su 5, è di quelli sontuosi, e che dimostra di poter fare a meno di due pedine chiave del progetto: due, sì, perché se del collante Martin se ne riparlerà tra un mesetto, il rientrante Quale non è ancora, non può esserlo, quello vero.

La Fortitudo allora, per iniziare. Battuta Piacenza con una prova autorevole in una serata in cui Hasbrouck non ne mette una nemmeno nei suoi momenti, cioè quando la partita non conta più nulla (e non a caso stavolta la partita è durata, eccome se è durata), dimostra il teorema caro a coach Martino: con una squadra così, e due americani veri, uno per la categoria ed uno in assoluto, i deresponsabilizzati quattro/americani/quattro degli anni passati possono dare il meglio di sé, senza spremersi, senza esagerare e, forse, riuscendo a mantenersi fino a fine stagione. Capita così che i migliori siano ancora Rosselli e Cinciarini, il primo rinfrancato dal ruolo ormai assodato di capobranco in attesa del miglior Mancio ed il secondo sollevato dalle responsabilità del quintetto. Con un sestetto così inutili sono, anche se a volte si sono dimostrati importantissimi, i rimanenti peones della panchina. Fossimo in chi di dovere (e non per tirargliela), si potrebbe cominciare a guardarsi intorno e stringere accordi per l’annata che verrà (di tutti questi al piano di sopra se ne potranno tenere due, tre al massimo) non vedendo come possano arrivare più delle 6, 7 o addirittura 8 sconfitte (nelle ultime tre annate chi ha vinto la stagione regolare lo ha fatto, appunto patendo 6, 8 e 7 sconfitte) che potrebbero garantire la vittoria nel girone e la conseguente scalata immediata.

La Virtus ora, che mostra garra, applicazione, voglia e buone individualità. Su tutti, a questo giro, un ritrovato, o forse solo trovato, Kravic, uno strepitoso Taylor che scherza tutti gli avversari che si trova di fronte ed il solito Aradori, dimagrito (ipse dixit) di ben 7 kili e perciò tanto più a suo agio sulle tavolette amiche, fin qui solo in salsa estera, del PalaDozza (questo l’unico vero tarlo che si insinua: tagliato fuori Punter dai suoi stessi precoci falli, ecco sorgere affiatamento e produttività negli altri due destinatari dei giochi d’attacco quasi che il team non sia in grado di supportare né sopportare i tre tenori contemporaneamente alla ribalta). Il ventello rifilato alla sorpresa Cantù (voce di critica) la dice lunga comunque sulla squadra che, se gioca da squadra, ne ha poche davanti (Milano, Venezia, forse Avellino e Sassari è alla pari). Il ruolino, fin qui, è in linea con gli obbiettivi, anzi in Europa si sono di certo superate le più rosee previsioni (cinque vittorie su cinque partite, di cui due in trasferta, dicono i tabellini: e se è vero che con otto vittorie si è praticamente certi del passaggio del turno, ma ne sono bastate anche sette, arrivare a nove, e chiudere ogni discorso, non sembra un’utopia mancando ancora nove partite e non sembrando irresistibile il parterre delle contendenti).

A occhio, ci sarà più da dannare per l’ingresso alla finale light di CoppaItalia, ma fossi io Mr.Zanetti, guarderei più all’Europa e ai playoff campionato. Magari provvedendo, per le serie finali, ad un innesto mirato.

Il 13 novembre in tutto il mondo si celebra la Giornata Mondiale della Gentilezza,  nata da una conferenza tra gruppi umanitari a Tokyo del 1997 conclusasi con la firma della “Dichiarazione della Gentilezza”. 
La gentilezza a cui si riferisce il movimento nato dai gruppi (World Kindness Movement – Movimento mondiale per la Gentilezza) rappresenta una caratteristica etica, l’attenzione verso il prossimo, la pazienza, la cura, i piccoli gesti . E’ ciò che rende il mondo in cui viviamo un posto più felice.

Purtroppo pare che la gentilezza non sia più di moda.  Oggi più che mai vengono esaltati il desiderio di imporsi, la spinta a primeggiare, l’arroganza e la prepotenza, sino ad arrivare allo spregio del valore umano, considerando gli “altri” potenziali antagonisti.

La gentilezza, ne sono convinta, rappresenta  un collante sociale, è ciò che permette di costituire e tenere assieme una comunità. Se tutti in uno sforzo collettivo decidessimo di mettere ai primi posti nella scala dei valori la gentilezza, questa perdita progressiva di senso si arresterebbe ritornando così ad essere una comunità giusta.

Certo non basta un pensiero gentile il 13 novembre, ma che almeno questa giornata sia occasione per riflettere, per accendere una luce. In fondo, se ci pensiamo bene, la gentilezza non è cosa complicata, è mettere al centro il buon senso. Per cominciare basterebbe imparare di nuovo ad utilizzare le quattro parole fondamentali: “Grazie” – “Prego” – “Per favore” – “Scusa”…..una rivoluzione!

E così, lentamente si riscopre che la gentilezza è il filo conduttore del nostro essere. Come scriveva  Piero Ferrucci, psicologo e filosofo, nel libro intitolato “La forza della gentilezza”: «La gentilezza non è un lusso, ma una necessità».

Ingredienti

  • 300 g carote crude grattugiate
  • 300 mandorle tritate
  • 4 uova
  • 200 g di zucchero
  • 60 g di farina
  • 30 g di burro
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • Limone grattugiato

Preparazione:

Montare i rossi con lo zucchero, unire il burro sempre mescolando aggiungere la farina, le carote e le mandorle, intanto montare a neve gli albumi. Quando pronti unirli al composto un po’ alla volta poi il limone grattugiato e per finire il lievito. Riempire lo stampo e cuocere in forno a 170 gradi per 30 minuti. Vale sempre la prova stecchino!

Buona torta da G&G

Educazione, informazione, prevenzione. Contro la mafia con queste armi. L’Emilia-Romagna è costretta a fare i conti con la criminalità organizzata di origine mafiosa. Non è da oggi, ma è dalla sentenza di primo grado del processo Aemilia, con la sua drammaticità nell’evidenziare l’estensione e la pericolosità del fenomeno, che nella nostra regione il tema deve essere al primo posto della agenda politica, sociale, di tutti i cittadini. Il Tiro ha provato a farlo, organizzando un evento per discutere di criminalità organizzata proprio all’indomani della sentenza. Ed è stata una esperienza molto positiva: sala piena, molti giovani, grande interesse, una eco positiva in tutti i commenti, relatori competenti e interessanti alla serata che è “andata in onda” martedì 6 novembre al Cortile Caffè. Una serata in controtendenza con un discorso pubblico che sembrava e sembra non voler tirar fuori la testa dalla sabbia: informazione e politica guardano con fastidio l’evidenza di questo fenomeno che ci è arrivato in casa.

Lucia Musti, Stefania Pellegrini e Loris Mazzetti, i tre relatori del dibattito del “Tiro”, hanno messo l’accento proprio su questo aspetto e così hanno coinvolto il pubblico. Due ore di discussione non sono riassumibili (a questo link è possibile vedere le interviste che abbiamo fatto ai protagonisti: https://www.youtube.com/playlist?list=PLqr74q-2hGV3rS13MZAawfbYCeiPKXAHd) , ma le tre parole usate all’inizio possono dare il senso di quello che si è detto. Da una parte si è parlato dello stato delle cose, cioè di come è radicato e ramificato il fenomeno in Emilia Romagna. Dall’altra si è provato a tracciare una idea di cosa si può fare. Di fronte alle domande del nostro Alessio Vaccaro, il procuratore di Modena Lucia Musti (che per 6 anni è stata alla DDA, direzione distrettuale antimafia, dell’Emilia Romagna) ha spiegato come dagli anni novanta le ‘ndrine calabresi abbiano preso lentamente possesso del territorio in molte province emiliane (Reggio, Modena, poi la Riviera, poi ovunque) da una parte per il controllo di attività criminali (droga, prostituzione, gioco d’azzardo) dall’altra anche con l’ingresso nell’economia della zona e col riciclaggio.

La professoressa Pellegrini, docente di Sociologia del diritto a Giurisprudenza e direttore del Master in Gestione e riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie, è entrata nel dettaglio della mappa della criminalità organizzata uscita dal processo Aemilia e poi sul ruolo che deve avere l’educazione e l’informazione. Proprio su questo versante del problema il giornalista e autore tv Loris Mazzetti, lo storico braccio destro di Enzo Biagi, ha affondato la lama. Due i nodi: da una parte la timidezza con la quale quotidiani e tv hanno affrontato l’emergenza delle infiltrazioni: poche (anzi praticamente nulle9 le inchieste, le notizie, l’interesse mostrato nel corso degli anni. Dall’altra lo scarso peso dato in questi anni, mesi e giorni al processo Aemilia passato quasi come una scomoda routine sui media.Del resto informazione e politica, alla fine, sono stati i grandi assenti (in tutti i sensi) della serata. Per quanto ci riguarda, invece, il discorso e l’impegno iniziato con questo incontro pubblico andrà avanti, perché il problema infiltrazioni mafiose nella nostra società non si risolve con un processo, e neanche con un’iniziativa.

Qui il link alle foto dell’incontro: https://photos.app.goo.gl/8PYpsKFo4YNzXFYv5 

“L’Emilia Romagna è una Disneyland per le mafie”. La sala del Cortile Cafè è piena come un uovo quando Lucia Musti, procuratore di Modena, pronuncia questa frase all’incontro promosso dall’Associazione Il Tiro sulla presenza della criminalità organizzata nella nostra regione. “Non c’è ombra di dubbio che il processo Aemilia sia un fatto importante, ma è solo l’inizio. Perché questa è una terra ambita dalle mafie. Continueranno ad esserci, a venire, a fare affari”. Un colpo di frustra in faccia ai distinguo, alle timidezze, alla pigrizia, alla volontà di minimizzare, alla disperata ricerca di pensarsi migliori e diversi da quello che effettivamente si è. Credo che occorra partire da qui, da questa cruda fotografia della realtà. Senza più facili illusioni che qui “naturalmente” ci siano gli anticorpi capaci di immunizzarci da questo fenomeno. Non è così. La civile, avanzata, sviluppata, moderna Emilia-Romagna rischia grosso. Prima se ne prende atto è meglio è. Lo dico perché la reazione a questa condizione, da parte di tutta la società regionale, a mio avviso, è al di sotto di quello che sarebbe necessario. Le priorità sono sempre altre. Non si percepisce il pericolo. Vale molto di più, per tutti, o per tanti, il fastidio di un immigrato sotto casa rispetto al fatto che, le mafie abbiano in mano pezzi enormi della economia di questa regione. Bar, ristoranti, alberghi, aziende, imprese edili e finanziarie. Di tutto di più. Non si può delegare il contrasto a questa piaga solo alla magistratura, alle forze dell’ordine e al lavoro, preziosissimo, di gente, ad esempio, come Stefania Pellegrini, impegnata a diffondere una cultura per la legalità tra i giovani, o di Loris Mazzetti che si batte per una informazione con la schiena dritta. Anche loro presenti all’incontro de Il Tiro. C’è bisogno di un salto di qualità da parte di tutti i soggetti che hanno responsabilità pubbliche. La lotta vera, seria efficace alle organizzazioni criminali deve essere la priorità dell’iniziativa delle istituzioni, dei partiti, delle associazioni di rappresentanza, dei sindacati. Se questo non avviene dalla inconsapevolezza si passa alla colpa. Grave.

Cara Marija, cara mamma, bel pezzo che pone questioni vere (l’articolo di riferimento si trova qui). E giusto finale: continuiamo a lottare perché, come in tutte le cose, se non lottate voi non ci sarà mai nessuno che vi darà qualcosa gratis. Detto questo e per seguire il tuo ragionamento volevo solo fare due piccole riflessioni per poter continuare la discussione con te.

Prima: Non è vero che non ci siano donne candidate alle massime cariche. Ci sono state e, purtroppo, sono state dimenticate. Ma soprattutto non sono state sostenute: in questo caso dal Pd e dalle donne del Pd. Anna Maria Cancellieri nel 2013 fu candidata da Monti alla successione di Napolitano. Alla quarta votazione per la presidenza della Repubblica prese 79 voti. A quella successiva né il Pd e neppure le donne del Pd c’erano. La storia non si fa con i “se”. Poi però sappiamo come è andata: per il Pd e per le donne. Quindi, valga come insegnamento: bisogna lottare nei momenti giusti e magari evitare di stare sempre agli ordini di uomini, che come abbiamo visto, ne azzeccano poche (in quel caso errore micidiale che neppure adesso nessuno ha il coraggio di ammettere).

Seconda: nei paesi a democrazia più evoluta, soprattutto quelli del nord europa, la questione di parità donna-uomo viene portata anche negli orari di lavoro. Voglio dire: l’orario di lavoro è quello e non può essere sforato. Perché? Perché se no gli uomini, che non devono fare la cena, badare i bambini e via dicendo, stanno a lavorare di più, si fanno belli con il capo e magari vengono avvantaggiati nella carriera. In Norvegia e Danimarca funziona così (almeno in alcuni posti di lavoro). Alla sera alle quattro o alle cinque, finito l’orario, si va tutti a casa. In Italia, ti ricordo, soprattutto a sinistra si è inneggiato agli stakanovisti come se fosse una battaglia della sinistra e non invece il solito modo di chi comanda per avere vantaggi. Anche questo è un bel tema su cui impostare una riflessione e poi magari anche una lotta.

In bocca al lupo Marija

Quello che non le riesce in campo, subire dagli avversari, la Fortitudo lo deve affrontare sugli spalti, un luogo in cui la stupidità sembra farla da padrona. E’ di domenica, infatti, l’ultimo colpo di genio di quegli imbecilli che, nascondendosi dietro il paravento, del tifo pensano di poter fare quello che gli pare, soprattutto se quel qualcosa è una cosa stupida.

Succede con la partita ancora in bilico (Mantova ce la sta mettendo tutta, spremendo ogni stilla di energia possibile alla ricerca di una improbabile ed impronosticabile sorpresa e la Fortitudo sembra uno di quei cagnoni, grossi e rognosi, addormentati che ogni tanto uggiolano nel sonno ma si vede, lo si sa, che sono comunque pronti a balzare ed azzannare se solo se ne presenti l’occasione) e sulle gradinate succede il finimondo tra tifosi della stessa fede (ma sarà davvero così?). La causa è uno striscione che il gruppo de “Gli Unici” appende ad una balaustra considerata proprio territorio dalla “Fossa” (ma si può essere più cretini?). Certo, dietro c’è anche altro (gli appartenenti alla “Fossa” storici esponenti del tifo organizzato, apartitici ed apolitici e solo baskettari, gli altri, “GliUnici”, politicizzati beceramente a destra e sempre pronti allo scontro). Finisce a sganassoni e polizia prontamente allertata a fare ala alle due fazioni all’uscita dal Piccolo Madison di Piazza Azzarita.

Passa così in secondo piano la vittoria, in rimonta e sudata, di una Fortitudo forse più attenta e concentrata su ciò che succede sugli spalti che su quello che dovrebbe fare in campo. Basta però che torni a pestare le tavolette Mancinelli, l’antico capitano, ed ecco che tutto torna al suo posto, riconsegnando ai biancoblu la certezza di essere la Milano della LegaB, imbattibile ed ingiocabile da parte di praticamente tutte le squadre del suo girone (le migliori, Treviso Verona Udine la stessa Mantova le abbiamo già viste e il risultato è sempre stato lo stesso: asfaltate). Certo il campionato è lungo, ma se anche la brillante Mantova conduce a lungo ma alla fine viene sepolta nonostante una serata in cui viene certificato che quelli che sembravano buoni (i Benevelli, i Pini, i Venuto ecc…) sono quello che si sapeva e cioè nulla più che modesti comprimari e quelli che si sapevano buoni davvero (i Mancinelli, i Rosselli, i Leunen e, ma sì, anche i Cinciarini) giustificano il credito a loro assicurato nonostante gli alti e bassi (l’unico a metà del guado è Hasbrouck che continua a stampare ventelli, ma a babbo morto e non quando la partita è dura) non si vede davvero come possa fare la Fortitudo a perdere, se non suicidandosi, le fatidiche 7/8 partite che potrebbero statisticamente farle sfuggire l’unica promozione diretta.

Passando alla Virtus, è ufficialmente aperta la prima, speriamo l’ultima, crisi stagionale. Poco conta che tra le due sconfitte di campionato (due ventelli di cui il più sanguinoso sembrerebbe essere quello in casa con Cremona, ma a Venezia l’anno scorso si era perso, per sfiga e con una squadra mooolto più debole, di uno e c’era in campo la causa di tutti i mali, AG) si sia battuto Bayreuth in Champions (visto il livello delle contendenti, una vera CoppaDelNonno). Il gioco è stato lo stesso, deludente, individuale ma più ancora egoista, senza nerbo, volontà, passione. L’idea, a parte che una volta di più la squadra sembra costruita male (è piccola e corta e non c’è atletismo tra i lunghi) è che pecchi la squadra e pecchino alcuni giocatori di gelosie nemmeno tanto latenti. Per dire, il ritorno sui suoi standard di Aradori (per carità, non un fulmine di guerra nemmeno lui, ma voglia e grinta ce ne sono) sembra aver demoralizzato il duo Taylor/Punter che paiono subire il carisma e lo spazio preteso dal giocatore stesso e dagli schemi del coach (che di suo ce ne sta mettendo negli sbagli che contraddistinguono il cammino della Virtus fino ad ora). 

Aradori, Virtis

In più, i continui infortuni (Qvale prima e Martin ora, il cui guaio al flessore si spera lo tenga lontano dai campi per un paio solo di settimane), non facilitano certo la coesione negli allenamenti, quella stessa coesione che dovrebbe tradursi in fame in campo.

Nulla è compromesso, ci mancherebbe, il miniciclo terribile in campionato è passato ed il probante quattro su quattro in coppa garantisce con ottime probabilità (ne basteranno altre quattro nelle prossime dieci partite che ancora mancano) il passaggio del turno.

Sono il gioco e la squadra che fino ad ora latitano, ma il tempo è dalla parte del progetto.

M’Baye, Virtus