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Dicembre 2018

In un episodio di una delle ultime stagioni di Sex and the City una non troppo giovane, ma decisamente disperata, Carrie Bradsha si interroga sul perché alcune relazioni sentimentali dall’esterno sembrino così incredibilmente straordinarie e altre, al contrario, un totale fallimento. La
risposta le viene presto data da un’elegante donna d’affari francese che, con una semplicità quasi tagliente, commenta che tutte le relazioni, se viste da fuori, sembrano sempre meglio o peggio di quanto sono in realtà. Finché non sei dentro ad una situazione, non puoi sapere come stanno davvero le cose. Nessuno segue davvero questa regola e ci ostiniamo a cercare di entrare, come ladri alle prime armi, nelle relazioni di chi ci circonda per cercare di capire se c’è il trucco e c’è l’inganno, per prendere spunto, o forse solo per giudicare. Se è vero che chi è senza peccato scagli la prima pietra, io rimango seduta a braccia conserte e oggi vi racconto una storia d’amore, così come l’ho capita io, frugandola dall’esterno. R. e U. si conoscono da moltissimi anni e nonostante la differenza d’età, le loro vite si sono sempre
svolte attorno allo stesso intreccio. R. due occhi blu, un carattere quasi glaciale, spesso e volentieri impassibile, ma più bisognosa d’affetto di quanto vorrebbe mai ammettere e U., gli occhi chiari e i capelli scuri, eclettico, un insieme di contrasti e di anime diverse tutte racchiuse nella stessa persona, alle volte timido, ma poi improvvisamente prepotente. I due ragazzi sono vicini di casa da sempre, ma iniziano davvero a conoscersi solo in condizioni avverse, una grande faida tra amici che finisce per vederli protagonisti, scambiarsi metaforiche occhiatacce e simbolici insulti. Chi disprezza compra penserete, ma questo non è ancora il momento nella storia dei nostri amici. La accese tensioni che li hanno coinvolti, portano ad una divisione interna al loro gruppo di conoscenze, quasi come ci fosse un muro a dividerli R. ed U. si ritrovano ad uscire con compagnie diverse, lei sempre in mezzo a feste dove incontri i soliti fedelissimi e dove si beve vodka a colazione, lui seduto nel solito pub, con gli amici Erasmus, a fare una degustazione delle diverse birre europee e una malinconia seconda solo allo spleen di Parigi. Passeranno alcuni anni prima che i due decidano di ignorare le istruzioni degli amici e ricominciare a parlarsi, nel mentre continuano ad osservarsi, la città non è tanto grande, abitano pur sempre vicini, stesso grande supermercato, stesse voci che girano. Tra queste voci quella che R. sta iniziando a frequentare nuove persone, colleghi conosciuti alla facoltà di mercati e culture dell’Est Europa. U. la segue da lontano, cerca di non perdere le sue tracce, vuole sapere senza che lei sappia, farle capire che è interessato, ma non in quale misura. Qui comincia la loro relazione, i primi lenti avvicinamenti, osservarsi, studiare quello che fino a poco tempo prima credevi essere il tuo nemico e che, oggi, guardi con altri occhi. R. si inventa sempre più scuse con gli amici dell’università per saltare i loro incontri e passare casualmente ad uno dei tanti eventi benefici a cui partecipa U. Così che iniziano ad avvicinarsi davvero, raccontandosi le loro realtà e cercando di diventare sempre più l’uno parte della realtà dell’altra. Nasce così una relazione che dall’esterno sa di distorta e complicata, due persone che vorrebbero fare quello che fanno tutte le altre coppie, condividere passioni ed obiettivi, magari un cinema, ma nel loro caso sembra tutto dannatamente complicato. Gli amici poi non aiutano e anzi, aggiungono il carico da novanta alle tensioni interne alla coppia, prima li sostengono, poi cambiano idea e richiamano alle barricate, per poi scoprire che forse hanno scelto la trincea sbagliata e che vorrebbero stare dall’altra parte. Questo è un po’ quello che succede alle amiche di R. che, forse perché segretamente attratte da U. o perché semplicemente stanche della routine, iniziano a lasciare la loro amica in disparte, abbandonano la chat di gruppo ed iniziano a frequentare sempre di più U. ed i suoi amici, provocando la gelosia dell’amica. É in questo contesto che scopriremo che R. è tanto bella quanto permalosa e che di tutte le cose che si è legata alle dita ne ha fatto degli anelli, forse consapevole che, nonostante gli anni insieme e le battaglie condivise, U. non le chiederà mai di fare il grande passo e nel loro caso, perfino andare insieme alla riunione di condominio rappresenterebbe un casus belli. La gelosia e le paranoie di R. finiscono presto con il prendere il sopravvento, U. dal suo canto non la ascolta più, circondato dai suoi nuovi amici e perso nei suoi progetti, sente che quella è la sua strada, che per un passo a due non puoi perdere un’intera coreografia. Ci proveranno tanto, continueranno sempre a farlo, alternandosi nel tendersi una mano, lanciandosi poi i piatti perché come al solito non riescono a non farsi male. Dicono che amare significhi dare a qualcuno il potere di distruggerti e confidare nel fatto che non lo faccia, che sia questo da sempre il problema tra R. ed U., sapere che potrebbero volersi distruggere?
Cari Guardamondo, non troverete nessun “e vissero felici e contenti” tra queste righe, ma ora immaginatevi che R. ed U. siano rispettivamente Russia ed Unione Europea e rileggete la storia da capo. Amore e geopolitica condividono più di quanto si possa immaginare, ma in entrambi i casi il modo per sopravvivere è rinunciare al potere. Guardamondo passa e chiude, si prende una pausa natalizia e vi rivedrà nel nuovo anno. Nel frattempo cari amici, buon natale e un felice 2019 pieno di leggerezza e vuoto di potere.

Certo che per avere l’età che ha (vabbè, gli anni sono 34 ma scommetto che chiunque gliene darebbe almeno 5 o 6 di meno), Daniel Santa Maria (così, senza la “e” finale e con il cognome staccato, retaggio delle origini, da parte di padre, argentine) di locali ne ha girati e cocktail ne ha miscelati. 

Dapprima a “Camera a sud” nel ghetto, primo e lungimirante precursore di uncerto tipo di fare locale in città, poi al “Pastis”in piena zona Mercato delle Erbe, ancora, per un paio di anni, gestore del bar di “Dynamo”, la Velostazione di via Indipendenza, poi ancora eccolo al “Solferino” (c’è bisogno di parlarne?) ed infine da “Agricola e Vitale” in piazza  SantoStefano (ricordate? ve lo abbiamo raccontato qualche tempo fa in http://iltiromagazine.it/agricola-e-vitale-raffinatezza-e-familiarita-in-piazza-santo-stefano/). Ora, finalmente, seguendo ispirazione, giusta ambizione ed inevitabile crescita, ecco il suo “Acquarama” di via Belvedere 15 (la parte di strada che va dal Mercato delle Erbe vero e proprio a via Marconi e che potrebbe diventare, se si realizzerà una sorta di virtuoso gemellaggio con le altre realtà della via, vedi il “Caffè delle Erbe” praticamente dirimpetto, il nuovo polo trainante della zona), un locale, aperto in società con Marco Putignano, perfetto esempio di giovane e vulcanico neo-imprenditore (laurea in ingegneria, apprendistato e lavoro da broker, creatore di startuped infine vinaiolo in una nota vineria di SantoStefano) elegante nella sua straniante sottotraccia, così diverso dalle troppe spersonalizzate e spersonalizzanti esperienze similari, progetti o format o concept come vuoi chiamarle, che tutto omologano ed appiattiscono, un locale europeo, se passa il termine, che potrebbe tranquillamente trovarsi in una qualunque glamourosa capitale del tirar tardi, Parigi o Londra, Berlino o Barcellona, Milano o Lisbona.

Un locale, tanto vale dirlo subito, minuscolo, a stare larghi una decina (ma non ci sono) di posti più altrettanti nell’altrettanto minuscolo dehor, piccolo vero, ma riscaldato (niente paura, non da quei tremendi funghi che spuntano come … funghi in tanti pseudo-bistrot cittadini, ma da comode, calde ed avvolgenti coperte; niente di nuovo per carità, ma assai più comode ed eleganti) mentre l’offerta che allieterà il goloso visitatore varia tra una scelta di vini ristretta ma significativa e ottimi cocktails realizzati ottimamente con ottimi prodotti. Ovviamente, la mancanza di spazio è tiranna, non bisognerà aspettarsi le decine di marche diverse che a volte impropriamente servono solo ad allestire i banconi di molti improvvisati: poche bottiglie, ma di assoluto pregio a garantire la possibilità di una scelta composita e soddisfacente (un esempio? da provare una versione particolare del Boulevardier, un pre-dinner a sua volta mutuato dal Negroni del quale sostituisce il gin col bourbon e qui, da Daniel, proposto con un whisky-torbato, soluzione che, oltre a trasformarlo volendo in eccellente after-dinner, regala un’avvolgenza al palato davvero appagante).

Altra particolarità dell’”Acquarama” è quella, in una zona della città troppo abituata a considerare la domenica off-limits, di essere aperto, grazie all’indispensabile contributo dietro il bancone di Sharon, sette-giorni-su-sette dalle 18,30 in poi (l’orario di chiusura sarebbe la mezzanotte o poco più, ma naturalmente durante il weekend sarà posticipata per il piacere dei bevitori accorti) ricalcando quella che era l’idea alla base degli american-bar.

Per concludere, quindi, un bel locale che propone ottime bevute in un ambiente informale ed accattivante servite da un ragazzo simpatico, brillante e, per la gioia delle signore, di piacevole (invidia) aspetto.

Stefano Righini

3 anni fa è nata mia figlia.. 3 anni fa ho fatto una “superhero pose” (per quelli che non sono fan di Grey’s anatomy, vedi il video qui) ed ho affrontato il suo arrivo. 3 anni fa è arrivata lei e io sono diventata una supereroina.

Perché una volta genitore, non puoi andare indietro. Una volta arrivato/a, sei responsabile di lui/lei e non puoi cedere più. Una volta Mamma, non puoi non sapere o non fare, perché Lei sarà qui che aspetta: la sua pappa, la tua parola, il tuo gesto, il tuo permesso. La vita acquista un senso in più ed è troppo bella, forte, coinvolgente e la devi affrontare. E l’unico modo per farlo è da supereroe.

Perché lei starà lì a guardare le tue scelte, a ripetere quello che dici e a fare quello che fai. Perché lei starà lì e tu devi fare tutto per migliorare le cose. Perché lei starà lì e tu ti sentirai in dovere di lottare per un mondo migliore. Se non, che posto le devi lasciare? Una volta Mamma, sei destinata a migliorare. O almeno si prova.

Una volta Mamma, niente è più come prima.
Tanti auguri, amore mio!

p.s. Il prossimo post, sul traguardo di 3 anni

Al capolinea dell’autobus in un giorno d’agosto. In stazione il venerdì dello sciopero. Alla cassa del discount o in un negozio di telefonia. Prima di un esame all’università o di una diagnosi medica dirimente. Alla mensa dei poveri. Alla mensa aziendale. In una lavanderia automatica. La notte aspettando un messaggio, rinviando la risposta fino al mattino.

E ancora: nella sala d’aspetto di corpi destinati a incedere elegantemente, un passo alla volta, come a una sfilata di abiti vintage: nello studio del notaio, all’agenzia delle entrate, sul sagrato della chiesa, in sala travaglio o
nell’ufficio del capo del personale. Mai che sopraggiunga qualcosa nella canicola di un campo appena trebbiato, dentro a un edificio disabitato nascosto dagli alberi in un giorno che nevica, o quando si è semplicemente felici.


Benvenuti nel mondo poliedrico dei disadattati: quelli che sanno inventare verità parallele aspettando pazientemente appoggiati a un angolo della vita. Vi ci accompagno un passo alla volta; scarpe comode o tacco dodici. Sia che crediate di essere i dominatori dell’attesa o che la stiate subendo tutta, schienati dai debiti col destino. Gli attori rimarranno appiccicati come un totem di cartone alla rotella dei numeri eliminacode. Sottofondo e scenografia saranno sempre intercambiabili. L’attesa è questo. Guardare in tralice, rendersi conto che quando si è certi di avere esaurito il tempo, basta frugarsi in tasca e trovarne a disposizione un’infinità.


Foto: Lorenzo Rondali

Ho letto su un quotidiano nazionale che le donne del PD si stanno lamentando del fatto che il loro partito non le considera. Le primarie che si stanno delineando sono primarie fra uomini. La cabina di regia proposta da Delrio non prevede figure femminili…del resto le modalità di formazione delle liste alle ultime politiche erano di fatto un ritorno degli uomini a riprendersi posti che in un passato di vacche grasse potevano anche lasciare alle donne. Quando il gioco si fa duro…tutto vero.

Quello però che indispone, e non poco, è trovare fra le arrabbiate del PD donne alle quali andava benissimo tutto quello che succedeva dentro al loro partito, fino a quando i posti non sono calati e si sono accorte, ahimè, che le prime a lasciarci le penne sarebbero state loro.

Quello che manca, care ragazze è la politica. Manca al PD e manca anche a voi. Abbandonate la battaglia per rosicchiare ancora qualche posticino per voi e mettetevi in gioco facendo delle battaglie politiche per le donne di questo paese. Ce n’è da fare, non trovate? Andate a vedere cosa fanno in Italia le giovani donne, come se la cavano, quali problemi incontrano, che razza di futuro le stanno cucinando.

Molte ragazze si rendono conto di non essere come i ragazzi quando escono dalla scuola o dall’Università e capiscono che per loro trovare un lavoro è più difficile e se lo trovano devono accontentarsi di stare sotto a un maschio che magari è meno preparato, o meno bravo, ma è sicuramente preferito dal management. Oppure se ne accorgono quando iniziano a volere un figlio. Fatti due conti, con il sistema di sostegno alla natalità e di welfare complessivo in Italia, aggiunto al pericolo di perdere il posto di lavoro non appena scoperta la gravidanza…. Meglio aspettare, se non rinunciare, almeno per il momento.

Non parliamo poi di violenza famigliare, stalking e così via. Viene voglia di scappare, viene voglia di andare lontano da questo paese in cui addirittura tornano discorsi contro i diritti delle donne che non si sentivamo da anni. Un futuro terribile! State dalla loro parte e forse, dico forse, fra qualche anno potrete chiedere a testa alta di rappresentarle queste donne. Però, questa minestra, cari miei non si è iniziata a cucinare da oggi.

Non è tutta colpa, improvvisamente, del Salvini di turno. Il terreno era già stato reso fertile per i vari Pillon. La 194 era una legge già ampiamente disapplicata nel nostro paese, da anni. Le politiche di aiuto alla natalità, come per esempio la costruzione di nidi e scuole materne in tante parti del paese a prezzi non inaccessibili non sono mai stati veramente una priorità se non in poche aree del paese come la nostra Regione (e anche qui, insomma, si inizia a faticare). Così come politiche specifiche per superare il gap salariale, per garantire di fatto e non di nome la non discriminazione nell’accesso al lavoro perché donna in età fertile ecc….

Queste sarebbero politiche almeno di medio termine, presuppongono una idea di futuro, una strategia politica, politici (donne e uomini) disponibili a giocare una partita perché è giusta e non perché di lì a poco ci sono le elezioni e bisogna in qualche modo tirar su voti.

Le donne del dopoguerra avevano capito che poche cose potevano salvarle: l’indipendenza economica, la possibilità di scegliere se avere un figlio, l’accesso all’istruzione e l’accesso ai servizi per poter avere insieme famiglia e lavoro. Anche un cambio di cultura, certo. La divisione equa del carico famigliare e così via, ma prima di tutto politiche attive, vere e non solo annunciate, che cambiano davvero le condizioni di vita.

Beh, passi avanti ne sono stati fatti, ma la sinistra di questo paese – come si diceva una volta – ha perso su questi temi la sua spinta propulsiva da tanto, tanto tempo. Credo che ci siano responsabilità grandi, da parte dei politici di sinistra, uomini e donne. Anche perché non è così in tutta Europa, dobbiamo saperlo.

Chiediamoci perché la CDU tedesca è stata guidata da decenni da una donna, Angela Merkel, che è anche Cancelliere. Fra l’altro è stata appena sostituita alla direzione del suo partito da un’altra donna Annegret Kramp-Karrenbauer, la quale dopo una battaglia molto dura ha battuto Friedrich Merz, che rappresentava l’ala più conservatrice del partito. Il partito socialdemocratico tedesco ha nominato nel 2018 la prima presidente donna nella sua storia, Andrea Nahles. Theresa May, come tutti sappiamo, è il Primo ministro in Gran Bretagna. Katrín Jakobsdóttir, classe 1976, è primo ministro islandese dal 30 novembre del 2017. Kersti Kaljulaid, classe 1969, è presidente della Repubblica estone dal 2016. Erna Solberg dal 2013 è primo ministro della Norvegia. Dalia Grybauskaitė  è presidente della Lituania dal 2009. Viorica Dancila è la prima donna ad essere stata eletta come Primo Ministro in Romania. Il suo insediamento è avvenuto il 29 gennaio del 2018. Kolinda Grabar-Kitarović è la prima donna ad essere stata eletta presidente donna della Croazia, la più giovane nella storia del paese.

Si tratta spesso di donne conservatrici, è vero. Ma questa è, se possible, una aggravante. Ecco, una bella battaglia politica per i diritti delle donne, questa potrebbe essere un suggerimento per le donne del PD e per il PD tutto, ma una battaglia vera, che non si accontenti di qualche eletta in più alle prossime elezioni.

Trovereste sulla vostra strada tante donne che in questi anni si sono impegnate in movimenti spontanei ed altre che si stanno impegnando ora. Trovereste anche tanti uomini che, grazie a dio, in questi ultimi decenni sono davvero cambiati. Forse dovreste lasciare loro un po’ di spazio, forse saranno loro a dover rappresentare le altre e gli altri…Siete disponibili a questo? Forse allora ci sarà un futuro.

Vartolina

Delle prima cinquanta aziende mondiali solo una ha sede nell’Unione Europea, per inciso in Belgio (birra). Una in Gran Bretagna (HSBC), tre in Svizzera (farmaceutica), in resto in USA e Cina. Negli ultimi anni le imprese del digitale hanno scalzato dalle prime posizioni i colossi dell’energia e della meccanica. Questi ultimi, pur se americani, producono il 50% del fatturato fuori dagli Stati Uniti e pagano la stessa percentuale di tassi fuori dagli USA. Al contrario i nostri amici Amazon, Facebook, ecc, producono il 60% del fatturato fuori dagli USA ma pagano solo il 10% delle imposte che versano, fuori Patria. Se aggiungiamo che la ricchezza sta trasferendosi alla velocità della luce in pochissime mani, le conseguenze inevitabili sono anche troppo chiare. Soprattutto per noi. L’Europa è un enorme mercato di consumo dove i giganti del WEB drenano ricchezza, ma non contribuiscono al gettito fiscale. Il principio per cui si tassa la ricchezza là dove il bene è prodotto, fa sì che le tasse le paghino in America o in Cina. I singoli Stati europei non possono da soli affrontare il problema per manifesta mancanza di mezzi e dimensione. L’Europa intesa come istituzione è l’unica che possa affrontare il problema, sia sul piano fiscale, ma soprattutto su quello politico internazionale, concordando un nuovo trattato commerciale con USA e Cina.

In assenza di un’Europa unita da questi obiettivi, l’unica possibilità per gli europei per avere le risorse con cui mantenere il sistema di sicurezza sociale conquistato nel secolo scorso, è quello di tassare i redditi presenti sul territorio. Insomma, mentre la ricchezza vera esce dal Paese, lo Stato deve fare cassa con quello che resta, spremendo famiglie composte sempre meno da cittadini e sempre più da ostaggi.

Ma appena l’Europa manifesta la volontà di reagire (Vertice di Tallin, 30 settembre 2017), le forze anti europee si scatenano, con l’appoggio dichiarato della politica USA. Da lì, passando per il tour di Steve Bannon in Europa, fino ai gilet jaunes è tutto un crescendo di sovranismi e nazionalismi, di rivendicazioni popolari, di lamentele per le troppe tasse, per gli immigrati, di guerriglia urbana, di odio per l’Europa e così via.

La politica che ha preso piede in Europa non è il sovranismo e nemmeno il populismo. Sono il tafazzismo e il masochismo, camuffato da atto rivendicativo e liberatorio dei vessati contro i baciati dal sole.

A favore di chi vada tutto questo è fin troppo chiaro, e infatti il flusso della ricchezza non accenna ad invertirsi, anzi,  sono certo che l’anno prossimo apprenderemo con stupore a quanto sarà giunta la capitalizzazione di Amazon o di Alibaba, ne parleremo al bar e prima di sera malediremo l’Europa.

Buon Natale.

Ottimo regalo di Natale fatto da voi

Ingredienti

  • 300g mandorle con la pelle
  • 300 g di zucchero
  • 150 g di acqua
  • Un piccolo cucchiaio di cacao amaro in polvere
  • 1 bustina di vanillina

In una padella d’acciaio o antiaderente unire tutti gli ingredienti e su fuoco medio mescolare fino a far sciogliere lo zucchero. Sarà molto liquido, 
continuare a mescolare fino a che lo zucchero con comincia a sabbiare. Abbassare il fuoco e continuare a mescolare fino a che non forma una patina dura attorno alla mandorla facendola leggermente caramellare di un colore ambrato scuro.
Versare in una teglia con carta forno e mescolare in modo da sgranare le mandorle se si dovessero attaccare.


Far raffreddare e creare i vostri vasetti o sacchettini regalo.

Un obiettivo quello della Dichiarazione universale dei diritti umani, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948: rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per tutti.  Per la prima volta nella storia dell’umanità era stato prodotto un documento che riguardava tutte le persone del mondo, senza distinzioni. Per la prima volta veniva scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo. Un codice etico di importanza storica.
Già il primo articolo del documento enuncia in termini solenni ciò che gli autori della Dichiarazione intendevano per umanità: 
«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

La libertà, l’uguaglianza, la fraternità sono i principi fondamentali su cui si basa la convivenza pacifica sul nostro pianeta. Questi diritti non hanno frontiere, riguardano tutti, non fanno distinzioni tra uomini e donne, tra chi è cittadino e chi non ha ancora i documenti per esserlo.

I diritti umani costituiscono l’approccio per verificare la qualità dei sistemi sociali, politici ed economici.  Se la Dichiarazione fosse applicata in tutta la sua interezza (sono 30 gli articoli) le più importanti piaghe mondiali non avrebbero ragione di esistere: guerra, tortura, razzismo, discriminazione di genere, abusi,  sfruttamento nelle sue forme più disparate.

I Diritti umani costituiscono la più grande conquista e la massima espressione di civiltà a cui si possa tendere. I principi sanciti nella Dichiarazione sono rilevanti oggi come lo erano nel 1948; il fatto che troppo spesso siano disattesi, non fa che aumentare il bisogno di rivendicarli, con sempre più forza di anno in anno.  E oggi, più che mai, è urgente recuperare quei principi di umanità e di convivenza civile, che la retorica della paura sta cercando di smantellare. Una sfida morale che riguarda tutti noi, ogni giorno.

Eleanor Roosevelt, primo presidente della Commissione per i i Diritti Umani, domandò: 
«Dove, dopo tutto, hanno inizio i Diritti dell’Uomo? Nei luoghi più piccoli, vicino casa, così piccoli e vicini da non essere menzionati neppure sulle carte geografiche. Tuttavia questi luoghi rappresentano il mondo del singolo individuo; il quartiere in cui vive, la scuola o l’università che frequenta; la fabbrica, la fattoria o l’ufficio dove lavora. [….] Senza cittadini desiderosi di sostenere questi diritti, continueremo a progredire su scala mondiale invano.»

Per leggere/conoscere tutti i 30 articoli della Dichiarazione, clicca qui: https://www.ohchr.org/en/udhr/pages/Language.aspx?LangID=itn

Cari Guardamondo, ma voi siete dei tipi da etichette? Qualche giorno fa una mia collega ed amica, mi ha iniziato al discorso ragazza/o vino o ragazza/o birra, una vera e propria classificazione scientifica (oltre che anticipazione di un incontro degli alcolisti anonimi) delle persone in base alle loro preferenze in fatto di alcolici. Seguendo questo ragionamento, le categorie di analisi potrebbero essere infinite, i tipi da treno e quelli da aereo, o quelli da kindle o da libro e perché no, persona che legge le etichette e persona che non lo fa. Ora so che starete pensando che io stia per presentarvi una mia strana mania, o un cosplay di Gossip Girl, dove tutti ci atteggiamo a Upper East Siders e giudichiamo gli altri attribuendo loro un’etichetta, ma io mi riferisco letteralmente a quei fastidiosi pezzetti di carta appiccicati agli abiti e a centinaia di altri oggetti. Sinceramente, non ho mai letto un’etichetta che fosse una, al momento di un acquisto non sono mai andata più in là del prezzo e sono una di quelle per cui il controllo della dicitura prezzo al Kg è stata una new entry piuttosto tardiva nel processo di crescita personale. Questa tendenza si è interrotta quando, l’anno scorso, lavorando come baby – sitter mi è stato severamente imposto di non comprare al pargolo nulla che fosse stato prodotto in Cina. Perché proprio la Cina e non anche il Bangladesh o Taiwan vi chiederete? Non lo so, ma se una baby – sitter vuole sopravvivere deve seguire la regola “la mamma ha sempre ragione” (Soprattutto se questa elargisce divieti con la stessa serietà di Trump e del travel ban Iraniano). Cosa ho imparato da questo nuovo corso di sopravvivenza a base di etichette? Che non c’è niente di più noioso che leggere quei dannati foglietti e che, ovviamente, il made in China sta alle etichette come il tortellino sta a Bologna. La domanda da porsi a questo punto é: c’è ancora qualcosa che possa non essere made in China? Nel tentativo (inutile) di dare uan risposta affermativa alla mia domanda, lasciate stare gli unicorni e le altre risposte strampalate e arrendetevi perché quel qualcosa non esiste. Anche io ero andata sugli unicorni, credetemi, ma poi ho ripiegato sugli stati: grandi, decisamente difficili da riprodurre in serie e non facili da stimare per la vendita.
Quello che sembrava un lampo di genio paragonabile a quando risolvi il Bartezzaghi prima di tuo padre, ha dovuto affrontare la triste realtà secondo la quale, tecnicamente, la Cina “possiede” (letteralmente) stati o parti di essi. Com’è possibile? Avete presente quando durante i vostri drammi adolescenziali il cui mantra era “sono solo, non mi vuole nessuno” vostra madre vi diceva che non potevate comprarvi gli amici? Ecco la Cina pare essersi persa questo magico momento madre-figlia.
Pechino, infatti, è uno dei maggiori creditori di stati terzi, un vero e proprio super eroe finanziario che salva stati che, causa il loro elevato  debito pubblico, sono vicini al baratro del fallimento. Prima di pensare di svuotare il vostro conto in banca e farvi comprare dalla Cina, chiedetevi: questo è un
vero salvataggio? Analizziamo i principali debitori della Cina, tra il cui poker d’assi ci sono Venezuela, Brasile e Stati Uniti. Nel caso di Caracas, chiedere aiuto alla Cina è una questione di sopravvivenza e qualsiasi sia la vostra idea di sopravvivenza, vi consiglio di rivederla perché il Venezuela sta portando questo concetto a livelli mai conosciuti prima. Causa la crisi politica, la nuova emergenza migranti e una crisi economica lunga quanto le stagioni di Sex and the City, il Venezuela si trova e si è trovato più volte vicino al completo fallimento, richiamando l’attenzione di Pechino che con il suo intervento decennale ha già investito 60 miliardi di dollari per tirare il nuovo amico fuori dai guai. Il Brasile invece è uno degli ultimi ad entrare nel libretto spese della Cina e pare non preoccuparsene troppo, tanto che quasi non ne fa parola e continua nel proprio progetto di riforma ed espansione nazionale, ignorando che prima o poi la sua amica le chiederà un rimborso spese. Con una serie di abili mosse, Pechino arriva anche a farsi carico del 40% del debito statunitense dimostrando che non importa quanto qualcuno non voglia essere tuo amico, offrendo l’equivalente economico di un ottimo pane e salame, si ottiene tutto. Nonostante la recessione americana non sia un mistero, Trump segue la linea brasiliana e non si sbottona riguardo a chi stia togliendo all’America le castagne del fuoco perché si: va bene sanguinare, ma mai farlo davanti agli squali.
Di qualsiasi stato si tratti e di qualsiasi somma, perché la Cina sta “comprando” altri stati? Che sia per fare fronte ai suoi problemi di crescita fuori dal normale, o per realizzare un’antica profezia del guerriero dragone su come salvare il mondo a colpi di finanziamenti esteri, poco importa perché, proprio come in ogni investimento a lungo termine, solo il tempo ci saprà dire se abbiamo fatto una scelta azzardata oppure no. Che cosa possiamo fare nell’attesa? Ricordarci di leggere sempre l’etichetta.