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Dicembre 2019

  • Paternità obbligatoria di almeno 3 mesi
  • Maternità e paternità interscambiabili
  • Bonus bebè per TUTTI i bimbi nati (non i nati nel anno 2015, 2019 o nella prima metà di 2022)
  • Asilo nido gratis per tutti
  • Ampliamento dello staff nei nidi e scuole materne o opzioni di outsourcing per collaboratori giovani e studenti
  • Centri daycare nelle aziende private
  • Flessibilità degli orari di lavoro per le mamme lavoratrici (focus sul risultato e non sull’orario)

Queste sono solo alcune dei miei buoni propositi per l’anno nuovo. Non sono irrealizzabili né difficili da immaginare. Sono un aiuto concreto per i genitori che lavorano ovvero una delle fette principali della società e dell’elettorato. Allora perché non sono una priorità? Perché ogni giorno le mamme sono costrette di scegliere tra famiglia e carriera? perché un padre non si può godere la nascita e i primissimi giorni o mesi di suo figlio? Perché una madre (o un padre) non può portarsi il figlio nell’asilo aziendale e lavorare serena per poi andare a trovarlo a pausa pranzo? Perché un datore di lavoro deve scegliere tra una giovane donna e un giovane uomo con le stesse capacità, inconsapevolmente pensando che la donna sarà quella che manca nei prossimi 5-10 anni? Perché, perché, perché?

So benissimo che sto parlando di investimenti ingenti, ma il risparmio che si avrebbe in logistica, stress e tempo sarebbe altrettanto grande.
Quest’anno più che dei “buoni propositi” ho deciso di elencare alcuni “desideri”, con la speranza che possano diventare questioni di dibattito e priorità per la politica.

La legge di bilancio 2020 su questo ha introdotto alcune novità interessanti (per approfondimenti vedi: https://documenti.camera.it/Leg18/Dossier/Pdf/ID0009d.Pdf )

I modi ci sono: bisogna avere il coraggio e la volontà di fare cambiamenti strutturali e concreti.

Non c’è nulla in grado di dimostrare quale sia la vera anima di una società se non il modo in cui i bambini vengono trattati.” – N. Mandela

(stampo per un pandoro da 750g)

Ingredienti per il lievitino

  • 15g lievito di birra
  • 60 g di latte
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 cucchiaio di farina presa dal composto finale.

Ingredienti per il Pandoro

  • Farina 00 230g
  • Farina Manitoba 230g
  • Burro di qualità 50g
  • Zucchero 150 g
  • 3 uova
  • Vaniglia estratto e 2 bustine di vanillina
  • Burro 80 g x la sfogliatura.

Procedimento:

Iniziare facendo il lievitino, in una ciotola di vetro unire il latte e il lievito, stemperare bene aiutandosi con la frusta; unire il cucchiaio di zucchero, un pizzico di sale e il cucchiaio di farina; amalgamare bene: deve essere un impastino un po’ liquido; coprire con la pellicola e far lievitare almeno mezz’ora.
Una volta terminata la lievitazione, mescolare con un cucchiaio il lievitino per farlo sgasare e unire le uova una alla volta; mescolare con la frusta: lo zucchero, il burro a pezzetti, la vaniglia e cominciare ad unire la farina un po’ alla volta. Appena l’impasto non è più lavorabile versarlo sulla spianatoia e continuare l’operazione a mano, impastando bene. Creare una palla, metterla in una ciotola, coprirla con la pellicola e metterla nel forno SPENTO con luce accesa e lasciarla lievitare almeno 3/4 ore: deve raddoppiare di volume.

Terminate le ore si inizia la sfogliatura:
Mettere sul tagliere (o tavolo) la palla e con le dita stendere l’impasto portandolo a diventare rettangolare (spessore 3 cm circa); stendervi tutto il

burro della sfogliatura (80 g) e piegare a fazzoletto in 4 portando gli esterni al centro; pizzicare bene con le dita per unire i lembi. Continuare a stendere con le mani e a questo punto piegare in tre parti: esterno verso l’interno; l’altro lato verso l’interno e da qui – aiutandosi anche con un mattarello – stendere un po’ l’impasto e ripetere le piegature per 8 volte.

Poi ricreare una palla tonda e mettere nello stampo, BEN IMBURRATO facendo appoggiare bene l’impasto negli angoli della stella. Coprire bene con la pellicola e far lievitare sempre al caldo almeno per altre 4/5 ore (deve alzarsi fino al bordo dello stampo).

Finita la levitazione, cuocere in forno preriscaldato statico a 160 gradi per 40 minuti mettendo un pentolino d’acqua nel forno per creare un po’ di umidità. Dopo 5-10 minuti coprire la parte superiore per non farla seccare. Una volta cotto, girarlo su una griglia per farlo raffreddare.

Buon Natale e buone feste da G&G

Paola Bonora è stata docente di Geografia e presidente del corso di laurea in Scienze Geografiche dell’Università di Bologna.
Si occupa da anni di consumo del suolo e riqualificazione urbana, con una grande attenzione ai cambiamenti della città postmoderna e agli sviluppi del territorio bolognese ed emiliano-romagnolo.
È stata anche candidata nel 2018 alle elezioni politiche come esponente della cosiddetta “società civile”.

Impossibile, dunque, non chiederle un’opinione sulla grande sfida che cambiamenti climatici e consapevolezze dell’era dell’Antropocene ci pongono innanzi.
Inevitabile anche, visto il periodo, un riferimento alle elezioni regionali 2020.
E ancor meno trascurabile una domanda sugli sgomberi di Làbas e XM24, che per una larga fetta di bolognesi restano due macchie nella storia recente della città.

Buona visione!

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Chi invitare, dove farla, come addobbare, cosa preparare, quale personaggio usare?


Queste e tante altre. Sono mille le domande e i dubbi che un genitore si pone quando deve festeggiare la festa del proprio/ figlio/a. Noi abbiamo appena festeggiato i 4 anni di Sophia e sono più di 3 settimane che sto chiamando fornitori di qualsiasi tipo. Non è stata neanche una festa grande – i suoi amichetti di scuola e qualche amico in più dei nostri. Ma evidentemente la tendenza è quella ed è importante e dobbiamo cercare diversi luoghi per accontentare i bimbi. Che poi non vogliono niente altro che giocare.


Io mi ricordo le mie feste di compleanno: pochi amici, i miei cugini, torta fatta da mia mamma, patatine e brioche salati con prosciutto e tutti felici. Non mancavano le aranciate o succhi di frutta in piccole bottiglie di vetro. Oggi se provi a portarle in qualsiasi posto, ti diranno no per la sicurezza. E poi parliamo tanto di #plasticfree.


E poi si doveva immancabilmente fare la foto ricordo. Tre o quattro massimo, poi si sceglieva una come la migliore e si teneva come appunto, foto ricordo. Oggi si fanno almeno 200, e la ‘foto ricordo’ si posta sui social, stampe poco e niente.


Non prendetemi per nostalgica, non lo sono. Sono solo una mamma in una generazione che è un po’ confusa, tra #plasticfree e #sugarfree, tra unicorni e arcobaleni, tra scioperi generali e #FridaysForFuture, tra tablet e Netflix, tra ballerine e super eroi e come dice la mia piccola, super eroine. Perché la società che viviamo e creiamo si riflette sui nostri piccoli cittadini. Si, sono d’accordo che dobbiamo provare di fare le scelte giuste ogni volta che possiamo. Anche nelle banali feste di compleanno. Ma soprattutto, facciamo le feste in cui i nostri bambini si divertono con i loro amici, facciamoli travestire, giocare e gioire. Tanto, non è che quello che rimane in testa a tutti? Ah, nella mia, per qualche inspiegabile ragione, anche le piccole bottigliette di vetro 🙂

Scusate, ora devo andare a saldare 😊
Buon compleanno, eroina mia!

I Conservatori hanno vinto nettamente le elezioni britanniche ed i laburisti non solo le hanno perse, ma hanno addirittura ridotto la loro presenza in parlamento rispetto alle precedenti elezioni.

Jeremy Corbyn ha già annunciato che si dimetterà come è giusto che sia dopo aver avuto la possibilità di affrontare Theresa May prima e Boris Johnson poi, risultando sconfitto – lui e la sua proposta politica – entrambe le volte.

Eppure c’è qualcosa che stona – e molto – nel linciaggio mediatico in cui si sono immediatamente lanciati i blairiani nostrani e la quasi totalità delle testate giornalistiche: Repubblica e Corriere in testa.

Prima ancora di analizzare il voto – le sue ragioni e le sue conseguenze – tutti i principali opinionisti si sono affrettati a spiegare quanto siano perdenti Corbyn e la sua “linea politica”: un modello negativo assolutamente da non replicare. Anzi da distruggere e abbandonare all’oblio il prima possibile.

Parola d’ordine: “riformismo”. Che tradotto secondo l’interpretazione italica significa che l’unica ambizione della sinistra dovrebbe essere (e rimanere) quella di fare delle politiche di destra più moderate e “responsabili”: jobs act, grandi opere, innalzamento dell’età pensionabile, ossessione per la tenuta dei conti ed il rispetto delle regole europee, tagli alla spesa pubblica, politiche migratorie e di cittadinanza oltranziste, europeismo acritico etc.   

Quasi un capolavoro di “surrealismo politico” il commento a caldo di Renzi – prontamente rilanciato dai principali quotidiani nazionali (ovviamente senza alcuna analisi critica) – che accusa Corbyn e la sinistra di essere il principale alleato della destra: proprio lui che da segretario ha portato il PD al 18% e al disastro finanziario mentre casualmente la sua fondazione riceveva ingenti finanziamenti dal mondo imprenditoriale.

E se probabilmente è vero che una delle colpe principali di Corbyn sia stata la sua posizione ambigua e altalenante nei confronti della Brexit è altrettanto vero che nessuno in Europa (né tanto meno tra i fantomatici riformisti) sembra chiedersi come mai l’Unione Europea – non solo in Inghilterra – non goda esattamente di buona fama e popolarità.

Facciamo così: hanno ragione Renzi, i renziani, i blairiani nostrani, Repubblica, il Corriere and Co.. Corbyn e la sinistra sono perdenti. I migliori alleati della destra. I responsabili della Brexit. Hanno talmente ragione che queste elezioni britanniche dovrebbero diventare un termine di paragone per tutte le forze progressiste europee nei prossimi mesi e anni. Chi prende meno del 32% (la percentuale ottenuta dai laburisti) sarà automaticamente classificato come “peggio del peggior perdente”.

Ci sarebbe da divertirsi, ma chissà perché non mi viene da ridere, né voglia di pop corn.

Lo chef Mario Ferrara, anima del rinomato ristorante bolognese “Scaccomatto” (via broccaindosso, 63), è noto per le sue prese di posizione e per le frequenti collaborazioni con le tante associazioni cittadine in favore di quanti si trovano in condizioni di fragilità. Lo abbiamo visto negli anni passati insegnare il proprio mestiere a ragazzi in via di recupero da dipendenze per un progetto ministeriale e qualche settimana fa ha cucinato con la CNA a sostegno delle Cucine Popolari.

Quando le Sardine sono scese in piazza a Bologna per la prima volta, il 14 novembre scorso, ha rilasciato un’intervista in cui esprimeva il proprio appoggio, invitando i ragazzi che avevano organizzato la manifestazione a cena nel suo ristorante. Una presa di posizione che lo ha reso oggetto anche di aspre critiche sui social e che gli è valsa il nomignolo di “chef anti-salvini”.

Siamo passati a trovarlo e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.

Ingredienti:

  • Rana pescatrice
  • Qualche pomodorino rosso
  • 1 scalogno piccolo
  • Sale Qi
  • Zucchero un pizzico
  • Qualche oliva taggiasca
  • Basilico fresco per emulsione

Preparazione:

Pulire molto bene la coda della rana pescatrice, dividere in più parti, incidere vicino al centro per evitare che in cottura si arricci. Per preparare la crema di pomodorini e scalogno: farlo leggermente appassire in un tegame, aggiungere i pomodorini tagliati a metà, un po’ di sale e zucchero e fare cuocere.

Una volta raggiunta la cottura, frullare tutto con un mixer ad immersione e setacciare con un colino per togliere qualsiasi residuo, correggere di sale e versare nel piatto.
Nel frattempo cuocere in una padella ben calda i tranci di pesce, 5 minuti da entrambi i lati, adagiare sopra alla crema, al centro una cucchiaiata di olive precedentemente tritate e condite con qualche goccia di emulsione di olio evo e basilico frullati insieme.
Buon Appetito da G&G

Era in piedi davanti ai fornelli, capelli brizzolati, vestito lungo tutto nero e piedi nudi. Il silenzio della casa esaltava il bollire delle pentole; due pentole luride di fuliggine. Non sapeva cosa fare, d’altronde in tutta la sua vita non aveva saputo cosa fare, oltre ai lavori di casa. La teneva in ordine, la puliva e attendere il passare del tempo, svolgendo il lavoro del ricamo, per poi, quando giungeva l’ora, mettersi in piedi davanti ai fornelli e preparare i pasti al marito e al figlio.

Questo la aiutò a sviluppare e perfezionare alcune doti, come la pazienza, che era l’elemento essenziale del suo lavoro; il ricamo. Poi anche l’olfatto, così riusciva a individuare l’odore del cibo quando comincia a cuocere, quando era cotto e, a volte, quando si bruciava. Ma la cosa che perfezionò di più era l’attesa. Da quando era ragazzina sua madre la preparava ad essere donna; le insegnava come cucinare bene e come badare alla casa. Dopodiché era rimasta ad attendere il marito, che ora però non c’era più. La gioia della sua vita era suo figlio, l’unico figlio che era ormai tutta la sua esistenza. Fuori il sole scendeva dietro i boschi di palme, i suoi raggi si allontanavano sempre di più dalle finestre di casa, e un buio cubo avanzava per le strade e nelle case.

Lo spettro della donna faceva avanti e indietro, tra i fornelli e una fodera di cuscino che stava ricamando. Quando era sceso il buio, si alzò lentamente, posò la fodera e andò ad accendere una lampada a petrolio. Su Baghdad incombeva un buio macabro, quel buio che, negli anni del dopo il 2003, portava con sé l’odore della morte, poiché altro non regnava sotto il buio che il caos. Alcune case del quartiere avevano i generatori che le illuminavano, altre case povere, come la sua, avevano soltanto il lume delle candele o delle lampade a petrolio.

Appena accese la lampada le giunse all’orecchio il richiamo della preghiera; una dolce voce lo intonava, usciva dagli altoparlanti del minareto e si diffondeva per le strade e le case del quartiere. Anche a casa sua, fatta di una stanza, una cucina e una veranda davanti alla porta di casa, entrò quel dolce richiamo. E finché dorava non si sentiva tanto sola. Si diresse verso la cucina, ha spento i fornelli, poiché il cibo era ormai pronto e il suo odore si era diffuso in tutta la casa. Coprì la testa al lume della lampada, e stese un tappeto e si mise a eseguire la preghiera del tramonto. Vestita di nero come era, col suo corpicino esile, sembrava una sottile ombra che si inchinava e si prostrava a un Dio che aveva molto amato e sempre ringraziato, anche nei momenti più brutti della sua vita, anche quando le portarono il cadavere di suo marito, il corpo da una parte e la testa bucata dall’altra. Aveva sempre lodato Dio, tutta la vita. Poco prima di terminare la preghiera aveva udito un tonfo lontano, ed ebbe una stretta al cuore. Piegò accuratamente il tappeto e lo posò sul comodino, poi si diresse verso la finestra. Da lontano giungevano alle sue orecchie le sirene delle macchine di polizia e delle ambulanze.

Era abituata a sentire quei tonfi sordi e frequenti, fosse di giorno o di sera. Passate alcune ore, rivelavano le loro catastrofi: un numero sempre in aumento di morti, senza distinzione di età o di sesso. E ogni volta sentiva una stretta al cuore, soprattutto quando suo figlio non era in casa. Ora stava alla finestra, indagava nel cielo, nel buio, nel suo cuore, voleva sapere se la stretta al cuore era quella solita o una diversa. Ma nulla le aveva dato conferma. Suo figlio aveva tardato, doveva rientrare prima di cena, ma non era la prima volta che lo faceva. A volte tardava perché un amico insisteva a invitarlo a cena, o gli amici lo costringevano a fare un giretto insieme a loro. Allora lei, ogni volta che tardava, si metteva alla veranda, di fronte alla porta, lo aspettava – lo sapeva fare meglio di chiunque altro – e quando arrivava, si limitava a singhiozzare, abbracciarlo, annusarlo e poi baciarlo.

Lui le chiedeva scusa e si giustificava, ma a lei bastava che fosse tornato, e si asciugava le lacrime con l’orlo del velo che le copriva la testa. Ora il buio che si affacciava dalla finestra sembrava quello di sempre; cubo, denso e sapeva di polvere da sparo, di paura e di morte. Lei era abituata alla morte, ma non tutte le morti sono uguali. Poco a poco il suono delle sirene si allontanava o taceva, era finita la foga della polizia e delle ambulanze. Dopo un po’ di tempo tutto ritornava calmo, come prima, e la quiete là fuori le lasciava una densa inquietudine nel cuore. Ora poteva accendere l’attesa per aspettare il ritorno del figlio, ma le sembrava che era ancora presto per mettersi alla veranda. Diede la schiena alla finestra e si diresse verso il lume, lo prese e si mise sul tavolo davanti alla fodera. Guardava le perline, la fodera e i disegni; due fiori rossi e una scritta “buongiorno”. Sentiva che aveva poca voglia di ricamare. Era il suo miglior passatempo, la sua vocazione e il lavoro in cui trovava se stessa, e, soprattutto, vinceva il tempo. Carezzava le perline colorate, guardava l’ago e le sembrava strano che non avesse voglia di ricamare, eppure proprio quella fodera la faceva per il figlio; due fiori e un augurio.

Sentiva di scatto che il tempo si burlava di lei, ghignava e la derideva. Quel gigante che aveva sempre vinto con il suo lavorio, perché quando si metteva a ricamare, infilava le perline nell’ago, come se infilasse i minuti, e le crocifiggeva sulla stoffa. Ogni giornata che passava a ricamare la fissava lì, sulla stoffa, in quei disegni a cui dava vita, e da quella battaglia col tempo ne usciva vittoriosa. I giorni in cui aveva perso la voglia di ricamare erano quelli successivi alla morte del marito. Ora andava a guardarlo nella foto, aveva la testa sul collo, ma quando gliel’avevano portato in un sacco la testa era staccata dal corpo. Quel semplice operaio che lavorava in una fabbrica di plastica era stato ucciso per nulla.

Nella guerra civile settaria tra sciiti e sunniti, dopo il 2003, sono stati uccisi migliaia e migliaia di innocenti che hanno come un’unica colpa l’appartenenza a una setta o all’altra. Erano vittime della lotta al potere, dell’ignoranza e delle convinzioni sbagliate. I pesci grandi mangiano sempre quelli piccoli, è una legge universale. Così quel povero operaio era uscito la mattina tutto un pezzo, ed era tornato due pezzi, in un sacco. Era sangue versato da nessuno, non c’erano colpevoli da accusare, eppure erano tutti colpevoli.

E così il nero era diventato il colore che la identificava, si intonava con la sua faccia bruna, secca e segnata di rughe, quella faccia che stentava a indossare un sorriso. Nei giorni successivi alla morte del marito si era rassegnata al tempo, che si burlava di lei e imponeva le sue lunghe ore e lunghe giornate su quell’esistenza esile. Dopo pochi mesi però era riuscita a riprendersi, soprattutto per la necessità del lavoro che era diventato uno dei mezzi per sopravvivere.

Guardava il viso del marito, era sereno in quella foto, quell’uomo che lei aveva atteso a lungo era partito senza ritorno, e ora aspettava di congiungersi con lui, in qualsiasi parte egli fosse. Il figlio tardava a tornare, il cibo iniziava a raffreddarsi, e la preoccupazione cominciava ad assalirla.

Andava alla veranda, osservava la porta poi rientrava in cucina, scopriva le pentole, girava il brodo e usciva dalla cucina. Fece così per un po’ di tempo, poi ha acceso il fuoco per riscaldare il cibo, il figlio sarebbe tornato a breve. Quando il cibo si raffreddò di nuovo, si rese conto che stava tardando troppo, e andò alla veranda, rimase lì, seduta per terra, davanti alla porta. Ora il silenzio le pesava troppo, e ancor di più il tempo; l’ora passava così lenta che sembrava un’eternità. Prese un rosario dalla tasca, e iniziò a sgranarlo ripetendo alcune preghiere, alzando di tanto in tanto la testa al cielo. A un certo punto raggiunse le sue orecchia un vocio che ronzava vicino alla sua porta, allora si alzò, aprì la porta per vedere di cosa si trattava. C’era un paio di donne del vicinato davanti alla sua porta, non si sapeva se fossero lì per caso o stavano per bussare alla porta, ma quando lei aprì la porta si voltarono entrambe verso lei, poi si guardarono. La donna chiese se tutto era a posto, una delle due donne, con tono preoccupato, le disse che era avvenuta un’esplosione nel locale “As- Salam”. Anche i figli di quelle due donne erano fuori di casa. E quel locale era il più frequentato dai giovani del quartiere; lì prendevano il tè, le bibite o i dolci, e giocavano a carte, a scacchi o a domino. Dato che suo figlio ci andava spesso allora le mancò la terra sotto i piedi e si aggrappò alla porta, le corsero incontro le due donne per reggerla, poi una disse che, forse, il figlio non era lì. Ma come non aveva pensato a una cosa così semplice? Poteva essere in giro, o a cena da qualche amico.

D’un tratto la speranza, quella strana creatura che cresce subito dentro l’uomo, prese la meglio, e la donna si sentì un po’ sollevata. Doveva però andare a vedere con i propri occhi, o almeno chiedere, per capire se suo figlio era lì o no. Allora socchiuse la porta e si avventurò in quel mare di buio. Le due donne, invece, avevano già mandato qualcuno per informarsi per i propri figli. Rimasero lì a guardarla inghiottire dal buio. La donne minute passava da un vicolo all’altro, si inciampava e guardava da tutte le parti, fino ad arrivare al posto. Erano passate un po’ di ore dal tonfo; i morti, o quel che era stato raccolto di loro, erano stati messi nei sacchi e portati via, i feriti erano stati trasportati nelle ambulanze per diversi ospedali, l’incendio domato e spento e il sangue sciacquato velocemente. Ciò che era rimasto dall’esplosione era la distruzione del locale, alcune macchine di cui era rimasto soltanto lo scheletro e fumo nero sulle pareti.

Al suo arrivo la donna coprì il naso con l’orlo del velo, un forte odore di carne bruciata e di esplosivo era diffuso nel posto. La marea di gente, lì presente, era immersa nel chiacchierio; alcuni si informavano su cosa era accaduto, se era un’autobomba, un kamikaze o una bomba. Qualcuno diceva che un’autobomba carica di esplosivo era esplosa davanti al locale. Un’altro diceva, invece, che era un kamikaze carico di esplosivo con una borsa piena di dinamite, si era introdotto nel locale e l’aveva fatto saltare in aria. La donna non voleva ascoltare quei dettagli, carezzava invece la speranza, la faceva crescere dentro, ma il chiacchierio entrava violentemente nel suo orecchio. Lei girava gli sguardi in cerca di qualcuno che conosceva, qualcuno degli amici di suo figlio. Girava tra la folla, guardava con terrore nelle facce, voleva trovare qualcuno e non voleva, sperava che fossero tutti lontani da quel posto. E mentre passava vicino a un gruppo di ragazzi si sentì chiamare, si girò e vide un giovane con una faccia marmorea sottratta alla morte a stento.

Era uno degli amici del figlio. Il giovane le disse: “dovevo essere nel locale, ma avevo tardato un po’, e questo ritardo mi ha salvato la vita”. Lei chiese con foga di suo figlio, ora tutti i giovani erano intorno a lei, alcuni di loro erano amici o compagni del figlio. Il giovane non sapeva cosa dire, non doveva essere nel locale, disse, ma un altro affermò che prima era qui, però forse era uscito, perché doveva raggiungerli in un’altra zona, ma non l’avevano visto più. I ragazzi erano di pareri diversi, tra chi diceva che doveva essere dentro e chi diceva che era uscito. Le confermarono però che non esisteva nessuna traccia di lui dopo l’esplosione, che avevano controllato tra i feriti nelle ospedali e tra i morti negli obitori, era vero che c’erano persone sfigurate, ma l’avrebbero riconosciuto. Di lui non trovarono nulla, e questo era un grande sollievo per tutti, perché voleva dire che era ancora vivo. Mentre stavano lì qualcuno da sopra a un tetto gridò che c’era una testa staccata sul tetto. La portarono giù, la donna tremante l’aveva guardata, ma non era di suo figlio. Mise la mano sul cuore e sospirò. Ora la speranza in lei era fortissima, suo figlio, la personificazione della sua esistenza, non doveva essere nel locale, quindi non era morto, l’avrebbero trovato da qualche parte se fosse morto o ferito.

Allora riprese a girare tra la folla, cercava nelle facce, e i ragazzi le correvano dietro. Intanto una voce girava tra la folla, ma anche tra i giovani; si diceva che l’esplosione era stata compiuta da un kamikaze. E si diceva che quel kamikaze era talmente carico di esplosivo che di lui non era rimasto nessuna traccia, proprio nulla, e che almeno una persona, di quelle che gli erano troppo vicine, era sparita totalmente. I ragazzi mormoravano dicendo questa cosa, e a lei giungevano queste voci, ma erano lontane, non riguardavano né lei né suo figlio, perché lui non era sparito, lui c’era da qualche parte. Chiese anche ai ragazzi di cercare con lei “è qui da qualche parte, probabilmente ha sentito dell’esplosione e verrà a vedere”, i ragazzi si guardavano, qualcuno non riusciva a reggere la scena e allora si girava dall’altra parte.

I giovani la assecondarono, e dopo un po’ di ricerche le pregarono di tornare a casa, dicendo che avrebbero continuato a cercare loro. Che sarebbero tornati da lei insieme al figlio, quando l’avrebbero trovato. Un paio di loro la accompagnarono, lei parlava tutta la strada, diceva che suo figlio sarebbe tornato, che l’indomani avrebbe fatto un pranzo per tutti, diceva ai due ragazzi, entusiasta, che sarebbero stati invitati. Loro annuivano con la testa senza proferire nemmeno una parola. Appena rientrò a casa la accolse il silenzio e un leggero odore di cibo. Andò direttamente ai fornelli, li ha accesi per riscaldare le pentole. Una voce dentro le diceva che suo figlio non era morto, sarebbe morta ora se fosse così. Dio non le avrebbe fatto questo, non avrebbe distrutto la sua esistenza.

Portò la lampada al tavolo – il lume era più debole di prima – e si sedette davanti alla fodera. Era agitata, certa angoscia scavava come un ago minuscolo nel suo cuore, ma dall’altra parte una vaga e forte speranza le cresceva dentro. Alzò la testa verso il soffitto mal illuminato, lodò Dio e mormorò delle preghiere, poi prese l’ago e le perline e riprese a ricamare. Con una mano tremante colorava il disegno dei fiori con le perline rosse, più ricamava più si sentiva tranquilla. L’odore del cibo invadeva più forte le sue narici, mentre il silenzio si intonava con l’intenso buio della notte e con la sua attesa.

Gassid Mohammed

Scrittore, poeta e traduttore iracheno. Nasce a Babilonia nel 1981, dopo la laurea quadriennale a Baghdad
continua gli studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica, per poi conseguire il dottorato nel

Svolge le sue attività letterarie e culturali a Bologna e in altre città italiane, facendo parte di diversi gruppi e collaborando con varie riviste italiane e arabe.

Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua e letteratura araba nelle seguenti università: Università di Bologna, Università di Macerata, Università IULM (Milano), Istituto di Alti Studi Carlo Bo (Milano). I suoi testi sono apparsi su diverse riviste cartacee e online, e in diverse antologie. Ha pubblicato con L’Arcolaio la sua prima raccolta di poesie “La vita non è una fossa comune” (L’Arcolaio 2017).

Tra le sue traduzioni, dall’italiano all’arabo: Il corsaro nero di Emilio Salgari (Al Mutawassit 2016), La bella estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit 2017), City di Alessandro Baricco (Al Mutawassit), Senilità di Italo Svevo (Waraq 2017). Dall’arabo all’italiano ha tradotto: Le istruzioni sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra D’Ulivi 2016), Una barca per Lesbo di Nouri al Jarrah (l’Arcolaio 2018), Fuga dalla Piccola Roma di Haji Jabir (l’Arcolaio 2018).
Ha partecipato a più edizioni del Laboratorio di scrittura interculturale: i suoi racconti sono compresi nei testi antologici che ne sono derivati (Casamondo, 2011; Intrecci, 2013), reperibili sul sito Eks&Tra. Con
l’associazione collabora da tempo nella veste di docente di scrittura interculturale in prosa e in versi per collettivi di adulti e scolari.

“Che razza di storia. Come il razzismo non invecchia mai” è il titolo della mostra fotografica che ho visitato in questi giorni al Museo della Resistenza di Bologna (via Sant’Isaia, 20). Sei percorsi che raccontano le storie delle persone migranti nell’Italia e nell’Europa di oggi; scatti effettuati a Calais, Idomeni, Ventimiglia, le rotte balcaniche e i lavori agricoli in Basilicata.

Affrontare questa terribile piaga attraverso l’arte della fotografia, che sbatte in faccia più di mille parole la realtà delle situazioni, è importantissimo per non perdere il senso della giustizia, dei valori umani. Il diritto a una vita dignitosa è il fondamento di ogni società, e senza il riconoscimento della dignità, non può esserci né libertà, né eguaglianza.

Oggi il razzismo è purtroppo un tema urgente, ancora vivo. Lo si respira ovunque, in autobus, al supermercato, nei campi di calcio, nei talk show televisivi e nei social network. Solo nel 2016 ogni 83 secondi veniva pubblicato sul web – social network, siti internet, forum, blog –  un post antisemita, per un totale di quasi 400.000 post. (dal rapporto sull’antisemitismo in Italia dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea). Fanno ritorno gli stereotipi antiebraici di stampo nazista; basti pensare a quanto accaduto in questi ultimi mesi a Liliana Segre che, a causa delle minacce ricevute, ora ha due carabinieri che la accompagnano in ogni suo spostamento.

Ecco perché è importante non abbassare la guardia ma continuare a testimoniare, lottare per i diritti – unico antidoto contro odio e razzismo –  e respingere la terribile tentazione dell’indifferenza.

Visitare questa mostra è andare proprio in tal senso: riflettere ed essere consapevoli della minaccia che il razzismo rappresenta per il singolo e per l’intera società, non voltarsi dall’altra parte ma ribellarsi, ognuno per quello che può, a non tornare indietro e condannare in modo chiaro, affinché sia il bene comune ad essere in primo piano, ribadendo il limite oltre il quale non si può andare.

Ho trovato molto importante la decisione degli organizzatori (Istituto Parri, Centro Amilcar Cabral, Exaequo bottega del mondo e COSPE Onlus), di organizzare visite guidate per gli studenti. E’ proprio la scuola il luogo di crescita, di costruzione di menti aperte, ambito del dialogo e del confronto; coniugare lo spazio interno ed esterno della scuola, la dimensione personale e quella collettiva, sono azioni fondamentali per formare cittadini del domani in un’Italia giusta. Perché nessun bambino nasce razzista. Razzisti si diventa.

“Guarda com’è ancora efficiente, come si tiene in forma l’odio nel nostro secolo”
(Wislawa Szymborska)

“… il grigio e il marrone di berretti degli operai era circondato dal nero degli shake e dal blu delle uniformi. Da Monigstrasse stava arrivando un’altra camionetta, dalla quale saltò giù un gruppo con i sottogola legati. Gli agenti sulla piazza si unirono ai rinforzi formando un cordone e tirarono fuori i manganelli. Lo schieramento blu partìall’assalto. I cori dapprima persero il ritmo, poi ammutolirono del tutto, e un mormorio attraversò la folla. I manganelli colpirono con violenza, i dimostranti della prima fila si piegarono, alcuni crollarono. Un paio vennero trascinati via dagli agenti e caricati su una Minna verde, fra questo anche un uomo con un gagliardetto rosso. ma la fola non si lasciò impressionare a lungo. Dopo un breve indietreggiamento, avanzò di nuovo. L’asta di legno di uno striscione fece cadere lo shake di un poliziotto. Volarono le prime pietre. la folla attaccò a gridare. AB-BAS-SO il divieto di MA-NI-.FE-STA-ZIO-NE …”.

“BABYLON BERLIN”, di Volker Kutscher

Perché leggerlo.

Perché, uno, il tempo si ritorce su se stesso, vive, passa e poi ritorna. Potrebbe sembrare diverso, ma alle volte torna uguale a come è già stato. Vigilare, bisogna, e ricordare gli sbagli del passato per non ripeterli, per impedire che altri, capitani senza nessun dove, riescano a farli rivivere.

Perché, due, è un bel giallo, storicizzato quanto basta per far conoscere (e far venire voglia di approfondire) un periodo storico e sociale così importante per questo mondo moderno che ci illudiamo di conoscere.

E perché, tre ed infine, da questo romanzo è stato tratto uno sceneggiato omonimo (o una serie, chiamatelo come volete) che è davvero bellissimo e molto migliore del romanzo stesso …

https://youtu.be/uekZpkYf7-E

https://youtu.be/aj1WTiCoJ2k

Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti.

Zygmunt Bauman, La società sotto assedio.

Nel maggio del 2018 Feltrinelli Comics ha portato in libreria Salvezza, un’opera di graphic journalism che affronta il tema dei salvataggi in mare dei migranti ed è nata da un’esperienza personale degli autori: Marco Rizzo di professione giornalista e scrittore e Lelio Bonaccorso, disegnatore e illustratore.

Il maggio del 2018 è stato un mese cruciale nella storia recente d’Italia. Il 31 si chiudeva il periodo delle politiche sui flussi migratori targate Minniti, ministro dell’Interno dell’ultimo governo di centrosinistra, e si apriva il periodo delle politiche-Salvini, iniziato dopo l’entrata in carica del governo targato M5S-Lega.

Nel periodo Minniti, secondo l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, gli sbarchi di migranti sulle coste italiane erano scesi a 117 al giorno. Questo numero si è ridotto ulteriormente durante il periodo Salvini, quando il governo ha dato avvio all’operazione denominata #chiudiamoiporti e ha vietato alle navi delle ONG di attraccare nei porti italiani.

Qual è stato il reale prezzo in termini di vite umane di queste operazioni ce lo spiegano Marco e Lelio, che sulla nave di una ONG ci sono stati davvero. Salvezza è il racconto delle tre settimane che hanno trascorso a bordo dell’Aquarius, la nave di SOS Mediterranée che, insieme a quelle di Proactive Open Arms, Sea-Eye e Sea-Watch, solca la zona SAR del Mediterraneo con l’obiettivo di save lives, protect people and testify.

Il graphic novel è complesso non solo per la tematica che affronta, ma anche dal punto di vista visivo. Molti stili diversi convivono: uno per i frontespizi, uno per la narrazione, uno per i flashback e uno per le infografiche che danno informazioni, tabelle, mappe, schemi, schede.

Se vogliamo cercare un minimo comune denominatore stilistico, credo sia possibile trovarlo nell’uso del colore arancione che ricorre nel piano della narrazione e nelle infografiche ogni qual volta si raccontano i salvataggi in mare.

L’impatto visivo e le storie drammatiche e coinvolgenti fanno di Salvezza uno strumento efficace per diffondere conoscenza e consapevolezza sul tema dei salvataggi dei migranti in mare presso il pubblico degli young adults.

Ingredienti:

  • Uovo
  • pane grattugiato
  • olio di oliva extra per friggere
  • 2 patate
  • Parmigiano qb
  • un cucchiaino di latte
  • Sale
  • Noce moscata

Procedimento:

Per prima cosa, dopo aver lavato le patate, lessatele in acqua e sale o ancora meglio se potete cucinatele a vapore.
Per l’uovo, versare il tuorlo in una ciotola dove avrete posizionato del pane grattugiato, ricoprirlo con esso è posizionarlo nel freezer fino a farlo indurire.
Nel frattempo prendere le patate cotte, dopo averle pelate, schiacciatele accuratamente con  la forchetta, conditele con i vari ingredienti ( burro , parmigiano sale ecc) e create nel piatto da servire un tortino aiutandovi con un forchetta e un coppapasta.
Dopo aver scaldato l’olio immergete il tuorlo impanato e friggetelo per pochi minuti.

Appoggiate il rosso fritto, al centro del tortino e servite caldo.
Potete arricchire il piatto, vista la stagione, con qualche lamella di tartufo bianco.

Un piccolo antipasto ma gustoso!
Buon appetito da G&G

“… fu tutto risolto e sistemato, alla fine. L’imprevisto a Brooklyn causa una puzza perpetua. Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzí. Janice ed Emily erano solo una piccola parte della storia.
Ma erano nostre. Erano nostre, da piangere e da vendicare.
Come in quel film, “Laura”: una donna viene uccisa con un proiettile in faccia e i suoi lineamenti non esistono più. Un poliziotto s’innamora del suo ritratto. Alla fine si scopre che è viva, e l’unione divorante di carne e sangue.
Il caso Wylie-Hoffert fu una metamorfosi di quel film. Non c’era un ritratto. Ci facemmo bastare alcune vecchie foto e gli scatti sulla scena del crimine. Alimentarono la nostra massiccia cotta collettiva…
Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzì. Janice ed Emily erano solo una piccola parte della storia. Ma erano nostre. Erano nostre, da piangere e da vendicare…
Questo non giustifica i nostri misfatti. Non ci assolve da ciò che facemmo a George Whitmore. Questo resoconto indica l’amore come il motivo principale per cui tutto andò in malora …”.

È il 28 agosto 1963. L’America segue la grande marcia per i diritti civili che attraversa le strade di Washington. Martin Luther King pronuncia al mondo «I have a dream».

Lo stesso giorno due ragazze dell’upper class (Janice Wylie che lavorava a Newsweek e Emily Hoffert che era insegnante) furono uccise, stuprate, sodomizzate, sfregiate non necessariamente in quest’ordine cronologico, nell’appartamento che dividevano con una terza amica, Pat Rothenberg, ricercatrice alla Time-Life.

“… si fecero avanti due testimoni oculari … entrambi erano scossi. Entrambi avevano visto fuggire un uomo. Entrambi ne fornirono una descrizione … Il porta a porta partì a tutta birra. Salimmo ai piani di sopra e prendemmo le dichiarazioni dei testimoni auricolari. Che si sovrapponevano tutte. Le urla della vittima. Passi di corsa. Un’auto che partiva a razzo.
Alcuni inquilini si nascosero, sottraendosi alle domande. Altri collaborarono volentieri. Altri ancora scesero per dare una mano. Alcuni calpestarono in giro, incasinando la scena del crimine e lasciando impronte di piedi nel sangue della vittima.
La suddetta vittima era Sal Mineo. Un attore cinematografico di mezza tacca. Aveva interpretato un teppista tormentato in quel film , “Gioventù bruciata” …”.

È il 12 febbraio 1976, Sal Mineo, l’attore che ha fatto appunto da spalla a James Dean in “Gioventú bruciata”, omosessuale dichiarato, viene trovato ucciso a pochi passi da casa. A condurre l’inchiesta è la polizia di Los Angeles. Ma i detective sono piú attenti a scavare nel passato dell’attore per tirarne fuori particolari morbosi che a cercare la verità.

“… ci vollero ore/giorni/settimane. Interrogammo papponi/puttane/feccia di gang giovanili. Ci presentammo in rifugi di drogati/sale da biliardo/ritrovi di teppisti. Niente spiate precise. Tutte allusioni/voci di quarta mano/ storie di bastardi caaaaattivi. Eravamo i classici fessi bianchi dei film sui ghetti neri, che tutti andavano a vedere in massa.
Interrogammo tizi che cagavano nei lavandini o che lo tiravano fuori in pubblico. Tastatori di culi in metropolitana e cowboy della vaselina. Nonché: scassinatori transessuali, pompinari, leccatori di fica psicopatici. Maschi con il modus operandi di spalmare creme sulla pelle. Risultato: ZERO …”.

Questo, tutto questo, è “Cronaca nera” di James Ellroy, un compendio di due racconti duuuuri percorsi da bruuuutti personaggi e attivati da cattiiiivi pensieri (“Career Girls Murders” e “Clash by Night” ) accomunati in una sorta di reportage per il quale l’autore ha attinto copiosamente a materiali d’archivio e a rapporti di polizia ed in cui, distillando a piene mani tutte le ossessioni precipue della sua opera, arriva ad una revisione inaspettata se non del proprio linguaggio (che anzi risulta ancor più estremizzato, sferzante, seghettato, maniacale nella cura rivolta ad ogni dettaglio), sicuramente della poetica che sta alla base della sua scrittura lasciando trasparire un’umanità dolente e pensante.

“… questo racconto è il diario di un detective molto vecchio … è il mio ricordo personale … il mio ruolo in quanto ultimo detective sopravvissuto mi concede la prerogativa e il dovere di un epitaffio … memorie … L’amore insondabile di Dio. Fede e immaginazione..
George sul banco dei testimoni. Occhi accesi dietro gli occhiali nuovi. La consapevolezza di poter vincere.
Le mie preghiere per Janice. I pensieri ardenti che allora mi accecarono e che oggi non ricordo. Emily. Quella volta che vidi una donna al Plaza Hotel e pensavo fossi tu. Il tuo rimprovero affettuoso: sciocco, i ritratti non prendono vita. Voi tre. Voi sarete i primi che troverò dall’altra parte …”.