|

Home2019Gennaio

Gennaio 2019

Chi percorresse via Altabella, si fermasse davanti al 15/b ed aprisse la porta dell’ “Enoteca Storica Faccioli” potrebbe avere l’impressione di essere entrato in una macchina del tempo. Certo, sulla sinistra non ci sarà più la vecchia signora Faccioli seduta dietro la cassa e non ci sarà nemmeno più, ad accoglierlo, il figlio (accidenti la memoria, ma mi scappa il nome) in maglioncino di cachemire rosso o giallo e cache-col in tinta. Ma gli arredi, i colori, l’atmosfera, questi sono ancora quelli del tempo, quelli che resistono immutabili dal 1924 e che hanno accompagnato in questi tanti anni gli incontri, le serate e le prime bevute importanti di tutti noi allora inconsapevoli, ma ora ben consci, della piacevolezza del tirar tardi.

Merito,questa emozionante e per certi versi sorprendente continuità storica (in una città invasa ormai da pseudo wine bar e bistrot che privilegiano il format naturale farlocco o la globalizzazione del decapato finto antico), dell’intelligente ristrutturazione conservativa (anche se non di ristrutturazione vera e propria si è trattato quanto, piuttosto, di una messa a norma e razionalizzazione degli spazi e dei servizi) voluta dai nuovi proprietari Elisa e Stefano (aiutati in sala da Alessandra che abbiamo già incontrato in una precedente puntata del nostro TiriamoTardi, precisamente quando parlammo dei “Tre Santi” di via Santo Stefano) che rinunciando, unica deviazione davvero significativa da quanto la memoria ricordi, al separé sul fondo del locale ha acquistato ariosità, luce ed eleganza.

Come è giusto che sia, qualcosa è però cambiato nell’ “Enoteca Storica Faccioli”. Sto parlando della proposta di etichette adesso molto orientata sul vino naturale e le sue declinazioni più accattivanti anche se non mancano, ovvio ,champagne delle più conosciute Cave e bottiglie di ottime cantine italiane e straniere soprattutto slovene e francesi (citarle tutte è impossibile e nominarne solo alcune sarebbe fare un torto alle altre) mentre, riprendendo la tradizione verace delle vecchie osterie, le poche ma gustose proposte culinarie variano dalla zuppa d’orzo alle classiche lasagne verdi alla bolognese, dall’insalata tonno cipolla e fagioli ai crostini gourmet (con anguilla affumicata o con terrina d’anatra o con burro e alici di Cetara) o dagli immancabili taglieri (in questo caso nobilitati da insaccati di grande qualità tra cui non posso non ricordare il Culatello di Zibello o il Jamon iberico de Bellota) a un interessante assortimento di Fois Gras.

Visto poiché siamo nel pieno centro della città, a due passi da Piazza Maggiore, subito dietro via Rizzoli e a poca distanza da via Indipendenza, non possono mancare le proposte pensate espressamente per il turista più curioso e interessato; si tratta di un paio di menù, disponibili solo a pranzo, che propongono un piccolo concentrato di bolognesità.

Certo di avervi incuriosito a fare un’esperienza da provare, e da ricordare, non resta che segnalare gli orari, invero complicati: l’ “Enoteca Storica Faccioli” è infatti aperta sette giorni su sette (tranne il martedì aperta solo la sera) dalle 12 alle 15 e dalle 17 alle 22 (la domenica dalle 17 alle 21) mentre il sabato l’orario è continuato dalle 11 alle 22.

Caro Giulio,

qui è Guardamondo che ti scrive, cominciamo?

Scusa se ti scrivo solo adesso, mentre tutti mi hanno anticipata, sono una che troppo spesso gioca a gara con il tempo, ma non sempre la vince.

Ad ogni modo, scusa se ti disturbo, ma in tre anni si accumulano tanti pensieri e poi capita che uno sente il bisogno di scriverli.

Ieri ho rifiutato un’offerta di lavoro che, come un tappeto magico da Mille e una notte, mi avrebbe portata in Turchia, ancor più lontana da casa di quanto non sia già. Ho pensato che non ce l’avrei potuta fare, che forse sarebbe stato pericoloso. Scusa se ho avuto paura.

Scusa se ho dimenticato che, come per te, casa mia è il mondo e non il luogo che mi ha dato il passaporto.

Scusa se ogni volta che racconto di te a qualche amico straniero che non ti sa, mi dimentico qualche pezzo per strada. Quando dentro alle cose mi ci casca il cuore, finisco sempre per perdermi.

Scusa per tutte queste scuse, ma mettiti comodo, che la lista pare essere ancora lunga e io, ora che ci sono, non la voglio fermare.

Scusa Giulio se una volta qualcuno si è preso la briga di andare in televisione e dire che la tua storia è una “questione di famiglia”, come se questa definizione potesse rendere tutto piccolo e lontano.

Scusa se davanti allo schermo ho stretto i pugni e soffocato un insulto,avrei dovuto contare fino a dieci e capire, ma a volte anche questo esercizio di maturità appare complicato, oltre che vano.

Scusa se mi sono arrabbiata e non ho pensato che forse quel qualcuno dopotutto aveva ragione, tu sei una questione di famiglia, una famiglia di sessanta milioni di persone, meno una probabilmente, ma non ti curar di lui, è così piccolo che, a differenza di quello che gli piace, in mezzo al mucchio è solo uno come tanti, come noi.

Scusa se questo qualcuno, ma anche tanti qualcun altro, si sono presi la briga di nominarti, ma non di raccontarti.

Scusa se tante volte hai letto pompose dichiarazioni dei nostri governi antiche, invocando la giustizia in tuo nome, sostenevano di pretendere risposte concrete dall’Egitto, ma poi si sono defilati come elefanti davanti a topolini.

Scusa se mentre si affannavano a cercare strampalate giustificazioni per le loro manchevolezze, nessuno di questi signorotti ha pensato di assumersi semplicemente parte della responsabilità.

Scusa se nessuno di loro ha mai detto che sì, le risposte mancano, ma in compenso gli accordi fioccano come neve ad alta quota.

Scusa se pochi raccontano della famosa lobby delle armi, che non è figlia di un film di Hollywood, ma che è qui, reale e che fa così tanta gola che, improvvisamente le risposte possono aspettare, ma già che siamo qua che non vorresti metterle due o tre firme per un esplosivo sodalizio Italo – Egiziano?

Scusa se hai sentito dire che Al – Sisi è un buon partner strategico, uno che ci aiuta nel “controllo delle migrazioni”, senza che nessuno spiegasse questo in cosa consiste davvero, i numeri, gli aerei, le vite.

Scusa se dicono che non è vero che abbiamo interessi a mantenere buone relazioni con il Cairo per via dei così detti “interessi energetici”.

Scusa se quando sentono nominare il Noor, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, scoperto dalla ENI di fronte alle Coste dell’Egitto, cambiano discorso o peggior ancora, non sanno di che cosa si sta parlando. 

Scusa se cercando su google il tuo nome uno dei primi risultati della ricerca è “Giulio Regeni Spy”.

Scusa se gli interessi geopolitici sono diventati giustificazione per l’assassinio di qualcun altro.

Caro Giulio, la sai una cosa? Facciamo che è meglio se ti chiediamo scusa per tutto? Non ti preoccupare di chi ancora non l’ha fatto, lo facciamo noi anche per loro. Noi siamo studenti, expats, genitori, amici, attivisti, gatti, piante, un concentrato di vita tutto per te, potente, che sa essere spina nel fianco, desideroso di conoscere e mai troppo stanco per andare avanti.

Caro Giulio, scusa se ci ho messo un po’, ma grazie per essere stato anche tu un Guardamondo.

Ti portiamo nello zaino con noi. E ovunque e sempre, verità per Giulio Regeni.

Ps. Cari lettori, scusate se oggi tra queste righe non avete letto di stati o di asettiche strategie, ma la geopolitica a volte è anche questo, è anche la storia di persone che provano a cambiare le cose, ma vengono fermate prima di farcela. La storia di Giulio, insieme a tante altre, ci insegna che restare umani è l’unica strategia che valga davvero la pena mettere in atto, non fatevi ingannare da chi vuole vendervi per vero il contrario.

Nuvole di pietra (Cicorivolta Edizioni 2018, disponibile su IBS)

Si sente, in questo “Nuvole di pietra” di Maurizia Torza, forte e confortante l’afflato culturale e professionale dell’autrice, storica d’arte e docente di Storia dell’Arte presso il liceo Ariosto di Ferrara, sua città d’adozione.

Una consuetudine, quella con l’arte, che pervade questi racconti brevi o anche brevissimi, cesellandone gli umori, limandone gli scarti, accompagnandone il divenire on divago tra il ricordo del tempo passato e la consapevolezza di quello che ancora verrà, tra ricordi a volte pesanti ed incombenti come pietre, altre leggeri e fluidi come nuvole (”… nel cielo azzurro di un terso mattino d’estate, solo una nuvoletta bianca, compatta, elegante, ben disegnata, si beadi sé e della sua perfezione. È Immobile, simile alle nuvole dipinte nelle tavole del Quattrocento italiano, la sente, la nuvoletta, la forza della sua bellezza ed unicità …”).

Una scrittura intimamente sofferta ma gioiosamente consapevole che induce ad una lettura lenta, pensata, cullata dal ritmo sapiente delle parole e del loro sotteso.

Beth Hamishpath”, la Corte!

Inizia così “Labanalità del male: Eichmann a Gerusalemme”, il diario di Hannah Arendt, inviata del settimanale New Yorker, sul processo ad Adolf Eichmann (Otto Adolf Eichmann,figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell’11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo in aereo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l’11 aprile 1961, doveva rispondere di quindici imputazioni, avendo commesso “… in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale …”), un processo che suscitò polemiche (Eichmann non venne mai legalmente arrestato, ma rapito e fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell’Argentina, dai servizi segreti israeliani in territorio argentino,dove godeva dell’asilo politico; inoltre, nonostante fosse accusato di crimini contro l’umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all’epoca dei fatti contestati; infine, dal momento che i crimini contro l’umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei e che egli veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che legittime, gli israeliani, giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo).

Un processo controverso, quindi, che diede origine ad un testo che fece, e fa ancora,discutere. Un testo che, fuggendo la rassicurante certezza di un facile manicheismo, conclude la propria riflessione sulla natura del Male, banale e per ciò stesso ancor più terribile, costatando come i suoi servitori più o meno consapevoli non siano che piccoli, grigi burocrati: i macellai di quel secolo, così come i pigmei che governano in questo (i Salvini in Italia e le LePen in Francia, gli Orban inUngheria e i Kurz in Austria, personaggi che basano la propria fascinazione e il proprio successo sulla facile presa che il populismo urlato esercita sulle mancanze culturali ed intellettuali dei propri sostenitori) non hanno la grandezza dei demoni: sono dei tecnici,si somigliano e ci somigliano.

Non a caso, le conclusioni della Arendt (Eichmann tutto era fuorché anormale ed era questa la sua dote più spaventosa: sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale sarebbe stato difficile identificar visi; ma Eichmann non era altro che una persona che sarebbe potuta essere chiunque mentre chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere, come lui, senza idee, poco intelligente, non rendersi conto di quel che stava facendo, perdendosi in una lontananza dalla realtà che, insieme alla mancanza di idee, formano il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria che tende ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina: “… azioni compiute per ordine superiore …”,queste furono le giustificazioni addotte dai nazisti al processo di Norimberga respinte perché, come disse la corte, “… alle azioni manifestamente criminali non si deve obbedire …”, principio che esiste nel diritto di ogni paese. Ma come si può distinguere il crimine quandosi vive nel crimine? Ed era questo che il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare) sono che l’unica sentenza che avrebbe avuto senso sarebbe dovuta essere basata sulle obiezioni di Karl Jaspers: “Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa, al diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro. Uccidendo più razze si negava la possibilità di esistere all’umanità, che è tale solo perché miscuglio di diversità”.

Là dove c’era … un bar qualunque, ora c’è il “Principe in Centro”. In centro, infatti, perché è proprio in via Caprarie 5 che ha aperto il terzo locale del fortunato (una fortuna assolutamente meritata,sia chiaro) brand. Tre locali,quindi, ma non certo gemelli seppur la filosofia di fondo sia la stessa(qualità delle proposte, eleganza del servizio, atmosfere urban-chic). Se infatti il “Principe” di via Toscana (il primogentio) è quello che grazie agli spazi ampi e all’altrettanto arioso dehors può ospitare anche compagnie numerose e il “Principe Lievito &Cucina” di via Mezzofanti (sorto sulle ceneri, ceneri gastronomiche in questo caso, del non dimenticato, per tutti coloro che amano tirar tardi, “PocoLoco”) è, come dice il nome, quello che può offrire un servizio completo, dalla colazione al pranzo, dagli aperitivi alla cena leggera ma di piena soddisfazione, all’appuntamento mensile del ClubMartiniCocktail, il nuovo, ha inaugurato poco prima di Natale, “Principe in Centro” ha l’ambizione di ripercorrere, facendola rivivere se possibile, l’esperienza del mai dimenticato “Mocambo”, il locale culto di fine millennio di via D’Azeglio che sdoganò, in quegli anni frenetici, la moda dell’aperitivo sulla scia delle grandi capitali europee trasformando anche Bologna in una piccola città da bere.

Lo spirito, di questo “Principe in Centro” come di quel “Mocambo”, è infatti lo stesso: ricreare le sensazioni che solo un autentico american bar può regalare: pochi tavoli ben distanziati e un lungo bancone, molto bello, con comodi sgabelli che permettono una sosta piacevole e rilassata, uno staff giovane, preparato e premuroso e una serie di piccole preparazioni come sandwiches (ad esempio con culatello, burrata e carciofini o con coppa di testa, lampascioni e puntarelle o con polipo arrosto, yogurt, iceberg, olive e capperi o ancora sgombretto in saor, misticanza e confettura di pomodoro), piatti unici (roastbeef di Zivieri, verdure agrodolci e maionese al latte o burrata, puntarelle, olio alle acciughe e confettura di pomodoro o ancora salmone affumicato norvegese con burro salato, miele di acacia, foglie di barbabietola e scorzetta di mandarino) o cicchetti di terra (tra i tanti pancetta cotta a bassa temperatura e poi laccata, humus, melograno  e spinacini o paté di fegato grasso, misticanza, pesche sciroppate e cioccolato fondente in scaglie, o ancora pan di fichi, culatello Brillat savarin Vignelait e mostarda di frutta) o di mare (tra cui polpo arrosto, aioli, sedano croccante e foglie di cappero o aringhe agrodolci, yogurt, mela verde e verdure croccanti).

Il tutto da accompagnare con un buon bicchiere di vino (Perlè Ferrari, Franciacorta “Animante”di Barone Pizzini, Burson Rosè o champagne LeBoeuf tra le bollicine oppure uno Chardonnay “PietraNera” di Lunelli, un Silvaner di Koferaop tra i bianchi o ancora, tra i rossi, un St.Magdalenerdi Turnhof o un Montepulciano d’Abruzzo di San Michele) o con uno dei molti cocktail preparati con impeccabile professionalità, e felice inventiva, da Alessandro Zilli, da uno degli altri due soci, Stefano Zimari e Alessio Ciaffio dal giovane, ma motivato Federico.

Nell’ultima visita, scegliendo tra la ventina di invenzioni illustrate e spiegate nel colorato e divertente menù, ho scelto un “Yellow Submarine” chiaro omaggio ai fabfour, un long drink a base gin lime e zafferano, dissetante, all’apparenza semplice ed invece complesso e di buona soddisfazione. Non ho poi potuto esimermi dal tastare Alessandro su un Martini Cocktail, naturalmente mescolato, non shakerato. Seguendo il suo consiglio prima con il Solo,un pure sardinia wild gin molto secco e gineproso e poi con il KiNoBi, un Kyoto dry gin morbido ed avvolgente. Entrambi davvero superbi.

Tra pochi giorni sarà il 27 gennaio, la Giornata della Memoria, in ricordo di quel 27 gennaio del 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. L’apertura del cancello, dove campeggiava una delle insegne più tristemente famose dell’ultimo secolo: “Arbeit Macht Frei” (Il lavoro rende liberi),  mostrò al mondo intero l’inferno. Si vide per la prima volta da vicino quello che era accaduto la dentro: le barbarie, gli strumenti di tortura e annientamento utilizzati nel lager nazista. Gli ebrei arrivavano in treni merci e subivano subito una selezione che li portava quasi tutti direttamente alle “docce”, termine con il quale i nazisti chiamavano le camere a gas. Solo ad Auschwitz sono stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei.

Guardare in faccia questo capitolo orrendo della storia umana è e sarà sempre faticoso, ma necessario. Ogni 27 gennaio affacciarsi con la memoria al cancello di Auschwitz è importante non solo per commemorare le vittime massacrate senza pietà, ma per non dimenticare la brutalità umana sin dove può arrivare e saper scegliere, oggi, di evitare nuove  sofferenze ad altre persone, in qualsiasi parte del mondo.

Non si deve dimenticare che lo sterminio degli ebrei (Shoah) non ha una motivazione territoriale, non è determinata da ragioni espansionistiche o da strategia politica, “semplicemente” dalla convinzione che il popolo ebraico non meritava di vivere.

Ogni Giornata della Memoria deve essere una testimonianza per la società del presente. Soprattutto in un tempo come il nostro, in cui l’intolleranza ha trovato terreno fertile e dove quotidianamente facciamo i conti con espressioni razziste, antisemite, sui social, nei cori agli stadi, nelle scritte sui muri delle nostre città, l’esercizio della memoria deve essere ancora più forte.

Ognuno di noi ha il dovere di tenere accesa tutti i giorni la luce della memoria della Shoah e di ogni sterminio. Il dovere di ricordare coincide col prendere le distanze e condannare, senza ambiguità, l’operato di coloro, formazioni politiche o singoli individui, che inneggiano all’odio razziale, alla “caccia al diverso”, al richiamo all’ideologia fascista.  

È stata l’indifferenza, dice Liliana Segre, che ha permesso la Shoah.  Ed è proprio questo il pericolo più insidioso, essere indifferenti e disposti a barattare valori e diritti universali in nome della paura.

Questa paura del diverso lentamente si trasforma nella convinzione che ogni forma di diversità possa intaccare i propri valori. Il clima di intolleranza che imperversa nel nostro Paese non è un buon segnale, non può lasciarci indifferenti, non può essere considerato un fattore passeggero, no, non più! Continuiamo, quindi, cocciuti e instancabili a coltivare e diffondere valori di rispetto, umanità, uguaglianza e solidarietà. Non chiudiamo gli occhi di fronte alla banalità del male!

Non ci potrebbe essere momento migliore di questo, con la Fortitudo saldamente intesta al suo girone di Lega 2 e la Virtus reduce da un filotto di 6 vittorie – 6 che l’hanno proiettata direttamente ad un quarto di Coppa Italia praticamente ingiocabile (la sfidante essendo la magna Milano dei 18 tesserati ognuno dei quali sarebbe titolare in qualunque altra formazione italiana) e ad un ottavodi Champions (la prima competizione per importanza gestita dalla FIBA, in realtà la terza in ordine di competitività delle partecipanti dopo le due gestite in proprio dall’Euroleague) che giocherà invece da favorita incontrando, in un florilegio di competitors da playground dei Giardini Margherita, la quarta classificata di un altro girone, per analizzare la situazione, reale, del basket cittadino senza temere di passare per il solito opinionista bolognese, uno di quelli che sentono immancabilmente odore di tappo qualunque bottiglia di champagne si stappi.

La Fortitudo per prima, allora, se non altro per noblesse temporanea visto il suo status di prima praticamente imbattibile nel suo giardinetto. Un campionato, scarso quanto si voglia, che però la F scudata sta conducendo col piglio delle grandi stagioni. Certo, come detto, la concorrenza è davvero risibile tra pseudo grandi che ciccano entrambi gli stranieri (toh, per una volta una propensione lasciata ad altri) e piccole che magari di stranieri buoni ne hanno uno se non due ma che li accompagnano con una pattuglia di italiani da partitella tra scapoli ed ammogliati. Ma il passo, e la convinzione dimostrata in questi primi mesi, sono quelli che accompagnano le grandi imprese, un’impresa che non potrà che essere la diretta promozione riservata alle due vincitrici dei rispettivi gironi senza passare dalla follia dell’interminabile playoff.

Antimo Martino

Merito, opinione personale ma vorrei conoscere chi dissente, della guida tecnica, quell’ Antimo Martino che nulla è se non un’allenatore capace, performante, con idee chiare, immediatezza di analisi e capacità di normalizzazione. Esattamente quello che mancava in una società da sempre abituata a perdersi in psicodrammi da avanspettacolo affidandosi a personaggi dall’ego smisurato e dalla inaffidabile cifra tecnica.

Ma, bando alle polemiche retroattive, quei tempi sono passati, si spera per sempre,mentre la situazione fortitudina merita invece un approfondimento futuristico. La squadra, questa squadra, dandola già per promossa, dovrà essere ripensata e riformata quasi integralmente. Del rostero dierno considerando Leunen, l’unico con reali possibilità di incidere a llivello superiore, come un ottimo sesto/settimo uomo, si possono considerare abili ed arruolati, per i posti che vanno dal decimo al dodicesimo, i vari Fantinelli (tutto da provare in Lega A), Rosselli (che, si è visto nell’anno scarso passato in Virtus, non ha la fisicità né l’autonomia per garantire più di una decina di minuti) e Pini (che, cresciuto nell’ultimo paio d’anni, potrà aiutare nelle battaglie muscolari che verranno). Tutti gli altri, i Mancinelli, gli Hasbrouck, i Cinciarini, i Venuto, i Benevelli ecc , per una Lega A tranquilla e che non regali patemi da salvezza in bilico, meglio dimenticarseli. Scelte e decisioni, dunque, dovranno essere prese in tempi veloci perché il tempo dei primi contatti ed approcci è praticamente arrivato.

La Virtus, adesso. Potrebbe sembrare fuori luogo essere critici in questo momento (ripetiamo, 6 vittorie di seguito ed un nuovo arrivato, Moreira, che sembra davvero azzeccato). Ma, sfidando il giudizio del lider maximo del giornalismo sportivo cittadino che taccia di velleità fantacestistiche chiunque non la pensi come lui, crediamo che il discorso debba essere più articolato.

Moreira, Virtus Bologna

La squadra, infatti, in sede di mercato estivo è stata pensata e chiusa male. È corta, piccola e manca di qualità (non si può pensare di giocare nel campionato italiano, e in Europa qualunque sia la competizione cui si sia invitati, consolo otto giocatori quasi tutti più piccoli e bassi dei rispettivi avversari). Supponenza o faciloneria di uno staff tecnico probabilmente sopravalutato (l’arrivo dell’ennesimo dirigente, Ronci da Roma, un altro che in carriera non è che abbia vinto molto, la dice lunga sulla fiducia riposta in esso da una governance che preferisce investire in poltrone piuttosto che in canotte).

I tifosi della Virtus

Nello specifico, se con l’arrivo di Moreira si è corretta la deficienza sotto canestro (almeno numericamente, perché qualitativamente mentre lo stesso Moreira e Kravic sono ottimi rincalzi,  Qvale, anche nelle poche partite che ha giocato da sano si è dimostrato assai diverso, e meno performante, di quella copia carbone di Fesenko che sarebbe dovuto essere. Mentre BaldiRossi, bè lui è … BaldiRossi; resta in sospeso il giudizio definitivo su M’baye che sta giocando un discreto campionato giusto a metà tra quello da miracolato disputato a Brindisi e quello da nerd giocato a Milano anche se le aspettative sul suo impatto, ammettiamolo, erano molto superiori).

Il problema vero però, un problema che non sembra ci sia l’intenzione di correggere almeno in tempi brevi come invece necessiterebbe, sta invece negli esterni. Per dire, Trieste (una neopromossa battuta sì due volte anche se a fatica) come play può alternare Wright (che potrà non piacere ma vale Taylor) Fernandez e Cavaliero: giocatori medi, ovvio, ma vuoi confrontarli con Pajola e Cappelletti? Qui, però, la giovinezza, la sfrontatezza e la voglia possono sopperire alle evidenti lacune (non bene e non sempre ovvio). Il vero buco nero può essere individuato nell’attitudine al gioco di squadra, che latita, di Punter. Per carità, preso per segnare, segna. Ma è l’incapacità, o la non volontà, di leggere le situazioni, gli schemi e le opportunità a sembrare la sua cifra distintiva. E la sensazione fastidiosa è che si tratti, se non di semplice egoismo, di gelosia nei confronti di Aradori, l’altra punta designata.Una situazione che, si noti, fa sì che segni o l’uno o l’altro, mentre il gioco di entrambi dovrebbe essere finalizzato, quando non a segnare in proprio, a liberare spazi e tiri all’altro. Situazioni, un cambio affidabile del play e/uno esterno con carisma da spendere alla bisogna, che si potrebbero correggere con minimo sforzo (per dire: sarebbe così difficile inserirsi nello sfascio di Torino e tentare di riportare a Bologna uno come Poeta?).

Ed anche se in questo caso stiamo davvero parlando di FantaBasket, teniamo presente che sono situazioni che bisognerà risolvere se si vorrà crescere e partecipare ai grandi balli di primavera da protagonisti e non da valletti della reginetta di turno.

Chicago (Ponte alle Grazie, 2018)

Chicago, a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, era una città in guerra divisa tra il North Side controllato dagli irlandesi ed il South Side di Al Capone. Una città incapace di reagire allo strapotere delle bande, umiliata com’era dalla corruzione dei politici, dalla brutale partigianeria della polizia, dai vizi e dalle perversioni dell’alta società.

Questo “Chicago” di David Mamet, che certo è un giallo ed anzi un noire in piena regola, è però anche una dichiarazione d’amore, un atto dovuto ad una città, e d’un tempo, che seppe comunque combattere, ed alla fine vincere, questa guerra sotterranea e fratricida. Una guerra mai dichiarata in cui l’eroe eponimo è quello di tanta letteratura, e tanto cinema, sul periodo: un giornalista, in questo caso Mike Hodge veterano della Prima Guerra Mondiale e giornalista, appunto, del Tribune. Un reporter cinico, dedito alla ricerca, il più delle volte impubblicabile, della verità e dalle bevute senza fondo di alcol di contrabbando e che ama, novello Romeo, la Giulietta sbagliata.

Un romanzo duro ed ironico, romantico e spietato (penalizzato appena da una traduzione a tratti infelice) che fa tornare in mente Walter Matthau e il suo immortale “…è la stampa, bellezza …”.

Buona lettura!

Almeno i colloqui  scolastici sono solo due volte all’anno. Perché qui occorre il dono dell’ubiquità: in uno stesso pomeriggio, una ventina di docenti e tre figli sparsi tra elementari (la primaria, pardon), le medie e le superiori. Perché voglio parlare loro personalmente e non intendo delegare nessuno. In due basta e avanza un permesso non retribuito al lavoro.  Mi metto avanti. Telefono per farmi dare da casa la password del registro elettronico. Se facessero tutti come me, due minuti, due e via. Storia dell’arte evitiamo, tanto ha già detto che farà economia e commercio. Inglese sì, quello è importante. Ha preso un sette. La summer school dal nido è servita a qualcosa. Pressione bassa, riscaldamento esagerato e odore di umanità. “Bidellaaaa! Una sedia, per piacere una sedia. Grazie per ora”. Scusate tanto. In streaming sul gruppo whatsapp, l’aggiornamento in tempo reale sul rispetto delle precedenze fissate nella chat di classe della domenica pomeriggio. Chi è quella là? Deve essere la mamma di Marco. Glielo chiedo? “Tocca a lei? Ah già, in chat ci diamo del tu”. “Fatto, ho lasciato passare il padre di Alice. Adesso scappo. Scrivilo tu sul gruppo. Ciao”.

(Foto credit: Lorenzo Rondali)

Il traguardo dei 3 anni nella vita di un bambino è un momento molto importante.
Lui/lei può iniziare ad andare in diversi posti (anche ristoranti) senza che per questo tutto il resto della clientela ti guardi male o inizi ad avere un’espressione che inconfondibilmente dice: “eccoli sono arrivati i barbari a rovinare la mia serata fuori”.

Inizia ad avere l’età e l’altezza necessari per accedere agli spazi bimbi dei pochissimi locali/ristoranti/negozi attrezzati. Inizia a giocare da sola/o (anche se ovviamente il gioco in compagnia non ha paragoni) e guardare un cartone animato con una comprensione e interazione differenti (magari meglio non iniziare con film animati di 1ora e mezzo).

Si inizia ad andare in giro senza pannolino e anche se – inesorabilmente – la richiesta di fare pipì arriverà ogni 20 minuti e quasi sempre nel momento peggiore per cercare un bagno, c’è una certa indipendenza nell’aria.

Ovviamente è fondamentale mantenere ben salda un’impostazione realistica ed essere coscienti che gli incidenti comunque capitano e capiteranno, sia di giorno che di notte. Anzi, gli esperti dicono che possono capitare fino all’età di ben 7 anni. Ma, in buona sostanza,la vita diventa più facile. E anche meno cara (meno costi per i pannolini, meno giornate ammalati a casa  etc.).Credetemi, è una cosa da non sottovalutare.

Allo stesso tempo il traguardo dei tre anni è un momento piuttosto complicato.Il tuo piccolo/a può renderti molto orgogliosa ma anche farti impazzire in un attimo. Perché c’è una certa “trappola” in questo cambiamento. Le capacità verbali e fisiche del tuo bimbo/a migliorano a vista d’occhio giorno dopo giorno e questo può far pensare che ormai il bimbo/a sia cresciuto/a facendo aumentare le aspettative nei suoi confronti.

Non dovete dimenticare(me lo dico almeno 10 volte al giorno!) che il progresso è graduale e lei/lui ha SOLO 3 ANNI.
I bimbi di questa età sembrano che siano capaci di tante cose, ma la maturità sociale e emozionale è ancora da sviluppare. Anche se, ad esempio, ci sono momenti in cui lei/lui chiede scusa per qualche azione – e sembra farlo con reale coscienza – ci vuole ancora tanta santa pazienza.
Ha ancora una logica tutta sua e un ego forte dovuto principalmente dal fato di pensare – giustamente –  che il mondo intero giri intorno a lei/lui.

Ma è ancora per poco. Edè solo il vostro mondo, quello della vostra famiglia. Com’è giusto che sia.

Benvenuto 2019, benvenuto anno nuovo. Quattro nuove cifre sul calendario, un nuovo freddo prima di un altro caldo, nuovi propositi e altrettante parole per descriverli e rispettarli, o almeno provarci. Potrei passare ore a raccontarvi le mie parole nuove, quelle di Laura, ma preferisco andare dritta al sodo (uno dei punti nella mia lista dei propositi per questo anno) e rivestire, ancora una volta, i panni della vostra Guardamondo. Sui social network si è recentemente diffusa la mania di pubblicare, insieme al bilancio dell’anno appena trascorso, anche una parola che dovrebbe riassumere tutto ciò che per noi è importante, qualcosa da comunicare agli altri nel nuovo anno. Tra le più diffuse ci sono parole come coraggio, speranza, determinazione o amore, per non parlare dei loro equivalenti in lingua inglese che, alla faccia della contaminazione linguistica, sono i veri protagonisti. Quello che accomuna quasi tutte le parole usate è l’ambizione che si cela dietro il loro utilizzo, come se invocando l’amore, il coraggio e tutto il resto, stessimo chiamando a raccolta tutta la fortuna del mondo. Se Guardamondo partecipasse a questa nuova tendenza che parola sceglierebbe? Ci ho pensato tanto e forse la parola “equilibrio” sarebbe stata la più appropriata e di maggior buon auspicio se si tratta di geopolitica, ma l’equilibrio è qualcosa di troppo complicato e io ho promesso fin dal primo articolo di farvela semplice e per questo, ho deciso di portarvi alla scoperta di un concetto modesto da cui dipende non solamente la geopolitica, ma anche molto altro. La nostra parola di quest’anno é confine. Etimologicamente con la parola confine si intende “una linea costituita naturalmente o artificialmente a delimitare l’estensione di un territorio o di una proprietà,o la sovranità di uno stato”. Che cosa capiamo da questa definizione? Un confine è una linea, a volte naturale, come un fiume o un mare, altre volte artificiale, quindi tracciata da qualcuno e che ci dice dove finisce qualcosa e inizia qualcos’altro. Quello che non sappiamo leggendo le parole in corsivo è il perché si traccino queste linee. Una volta ho letto che i confini servono a stabilire l’ordine, ciò che è definito può essere amministrato e quindi protetto, ma è davvero così?

Si tracciano confini per proteggere chi o cosa è all’interno, o lo si fa per separarsi e distinguersi da ciò che è all’esterno, poco importa se sia davvero qualcosa di pericoloso oppure no? Per chi di voi deciderà di non proseguire nella lettura e scrivere lettere di critica alla redazione, accomodatevi pure. Potete affannarvi nel dar mostra delle vostre conoscenze riguardo la necessità e l’efficienza dei confini, ma sappiate che io sono come quelle bambine curiose che chiedono continuamente il perché delle cose, non vi darò tregua finché non sarò certa che vi siate posti tutti i dubbi del caso. Prendiamo per esempio il caso del Kurdistan, uno stato che non è uno stato, un popolo che è stato diviso in quattro regioni, separate da confini e amministrate ognuna da un diverso governo. I confini tra le quattro regioni non sono naturali, sono stati eretti da qualcuno e per decisione di qualcun altro. Immaginatevi di decidere di andare a dormire dal vostro fidanzato o dalla vostra fidanzata, vi portate una borsa con un cambio di vestiti ed uno spazzolino. La mattina dopo vi svegliate, aprite la borsa e capite di esservi dimenticati a casa le mutande pulite, così in fretta e furia raccogliete le vostre cose e uscite sperando di tornare in tempo per risvegliarvi accanto a lui o lei.  Fuori da casa però ci sono dei soldati (sorpresa numero uno), vi dicono che casa vostra ora è ufficialmente in un’altra regione (sorpresa numero due) e che, suddetta regione, è in un altro stato (sorpresa numero tre), che voi non potete raggiungere perché c’è una linea che lo vieta (sorpresona numero quattro). Anche se voi quella linea non la vedete e, confusi da tutte le sorprese, state pensando solo alle vostre mutande, lei c’è e si chiama confine. Questo è quello che è successo ai curdi della città di Qamishli che, un bel giorno, si sono svegliati separati dai loro cari, un po’ turchi e un po’ siriani, con diversi regimi a cui sottostare e il divieto di vedersi. É la stessa cosa che accadde con il muro di Berlino, anche se quello nessuno ha mai pensato di chiamarlo confine. É quello che potrebbe succedere se la Catalogna diventasse indipendente, con nuove regole e nuovi controlli alla frontiera. Paradossalmente è anche quello che potrebbe succedere alla Padania (leggendaria quasi quanto gli unicorni), se qualche folletto di verde vestito decidesse una notte di circondare la“regione” con dei paletti e mettere su guardie e check-point. É quello che potrebbe succedere ovunque e che di fatto succede anche con le persone. Quando allontaniamo gli altri è per proteggerci effettivamente da qualcosa o è solo paura incondizionata dell’esterno? Ecco che i confini, oltre a fornirci un’interessante metafora per riflettere su noi stessi, ci dicono anche molto su uno dei fondamenti della geopolitica: la paura. Paura che diventa veicolo per il potere, tracciare linee piuttosto che fare domande, frammentare invece che unire, convinti che fare di testa propria sia sempre meglio che ascoltare gli altri. Cari Guardamondo, il mio consiglio? Non tracciate nuove linee, combattete quelle che già vi circondano. Il mio invito? Scegliete uno stato,grande o piccolo che sia, guardate con quali stati confina, studiate le sue linee di divisione. Sono naturali? Non lo sono? Se non lo sono, provate a chiedervi il loro perché e per chi sono state tracciate. Per oggi è tutto amici, ci ritroviamo la prossima settimana sempre qui, nello spazio senza confini che è questa rubrica. Ah dimenticavo, buon anno a tutti.

Ingredienti

  • 1 cipolla rossa di media grandezza
  • 1 patata
  • 1 cavolfiore
  • qualche foglia di cavolo cappuccio
  • semi di finocchio
  • brodo vegetale

Per il pane

  • 500g farina  ai 7 cereali( ne trovate di ottime sul mercato)
  • 25 g lievito di birra
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • sale
  • 250 g acqua

Preparazione

Pulire bene il cavolo e separarlo dalle foglie esterne, pelare la patata e tagliare cipolla e patata a quadretti.

In un tegame con un filo di olio stufare un po’ la cipolla, unire la patata e le foglie esterne del cavolfiore, qualche pezzetto di cavolo cappuccio, stufare un altro po ed aggiungere il brodo fino a coprire il tutto. Giunti a metà cottura unire il cavolfiore e terminare la cottura, aggiungere sale pepe e frullare il tutto (deve risultare una crema densa)

Tagliare sottilissime qualche foglia di cavolo cappuccio Viola esaltarle leggermente in padella con un po’ di olio e semi di finocchio (serviranno per al decorazione) deve essere croccante.

Impiattare in ciotola, decorare ed unire un filo d’olivo crudo e pepe a piacere.

Per il pane impastare tutti gli ingredienti insieme, lavorare bene l’impasto, versare nello stampo e fare lievitare a forno spento luce accesa per almeno 3 ore o fino a quando non la pasta si vedrà raddoppiata. Cuocere in forno per 30 min, fare intiepidire, tagliare dei crostini da fare saltare leggermente in padella per renderli croccanti.

Impiantare tutto e buon appetito!