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Febbraio 2019

Allora esistono ancora.

Quelle che una volta, alla metà degli anni ’70 (ma anche prima, solo che allora ero troppo giovane per conoscerle e frequentarle) pullulavano in tutta Bologna, individuabili dalla musica che sembrava uscire dal nulla, dal sottosuolo stesso della città, e dalle luci che filtravano, soffuse, oltre le pesanti tende nere che, quasi sudari d’ingresso ad un  mondo altrimenti celato, occludevano le porte d’accesso e le grate d’aereazione delle cantine, degli scantinati, dei sotterranei.

Parlo delle cave, alla francese, quelle che, in un delizioso, breve racconto (lo si trova nella raccolta “Racconti parigini” a cura di Corrado Augias, Super Coralli Einaudi, 2018) Boris Vian, intento a costruire la leggenda degli esistenzialisti, racconta illustrando il quartiere, l’isola la chiama, di Saint-Germain-De-Prés prendendo in rassegna le varie tribù urbane che lo abitano o lo frequentano. In questa sua recherche antropologica, o quantomeno geografica, l’enclave che più lo affascina e gli pare identificare il quartiere di allora, è quella di coloro che chiama cavernicoli, sorta di strani personaggi disabituati alla luce del sole ed ai normali rapporti interumani che abitano le caverne, le cave, appunto, luoghi perennemente circonfusi da una nuvola di fumo pesante e stantio di tabacco nero, galoises e gitanes prevalentemente, dove si svolgeva una vita notturna accompagnata da musica, una musica sincopata e ritmata, una musica che da allora è conosciuta come jazz.

Allora,alla metà dei fantasmagorici seventies, le cave costellavano la notte di Bologna; da quelle più famose (tra tutte la più celebre, e glamorousa, frequentata com’era da donne bellissime e inarrivabili, era quella di Nardo Giardina di via Cesare Battisti dove la sua Doctor Dixie Jazz Band ospitava in jam session improvvisate artisti di fama (e non raramente un giovanissimo Lucio Dalla) a quelle fighette (ce n’era una in via De’Pepoli che poi chiuse ed adesso a aria aperto), da quelle spontanee (ce n’era una bellissima e popolare in Brocca indosso) a quelle periferiche (una affascinante e assai in anticipo sui tempi sotto il pontelungo in via Emilia Ponente) a quelle che … Ce n’erano davvero millanta e più.

Intendiamoci. Le cave, locali dove poter suonare, o ascoltare ovvio, jazz o musica dal vivo, specie in una città come Bologna che è per l’Unesco “Città creativa della musica”, hanno continuato a vivere e lottare (contro il degrado del gusto) anche dopo: alcune celebri e riconosciute (tra tutte il Chez Baker,stupidamente costretto a diventare Chez Baker,della famiglia Baroni in via Polese o la Cantina Bentivoglio nell’omonimo palazzo storico di via Mascarella, alcuni diventati col tempo indirizzi imprescindibili (e in questo caso non si può dimenticare il Bravo Café sempre in Mascarella).

Ultimamente però, l’offerta si era come standardizzata ed impigrita, quasi qualsiasi falso pub o parvenza di bistrot dovesse offrire, per affermare la propria altrimenti ingiustificabile essenza, un accompagnamento musicale il più delle volte inutile e fastidioso nella sua povertà di espressione.

Trovare quindi, grazie alla preziosa dritta di amiche sempre informate (vero Francesca, vero Sophie?), enclavi di resistenza intelligente, luoghi ove suonare e ascoltare e vivere la musica, regala ancora il sapore di verità che si respirava nelle vecchie cave parigine dell’ultimo trentennio del secolo scorso, luoghi magici per certi versi, antri oscuri, musicali, luoghi che mantengono intatte le prerogative capaci di far rivivere le sensazioni di un tempo, è una festa, per la mente, le orecchie, il cuore.

Parlo del “Binario 69”in via Carracci 69, per l’appunto. Luogo di contaminazioni (con l’arredo che varia dall’avvolgenza bohemienne da salotto buono di zia Felicita allo strutturalismo quasi bauhaus del piccolo palco sul quale si alternano le band), un po’ pub (buoni i cocktails), un po’ bistrot (qualcosa da accompagnare alla scelta di birre lo si trova di sicuro), molto jazz e music club (specie dal giovedì al sabato), in una parola, espressione moderna di una cave d’antan (manca giusto la caratteristica nuvola di fumo da tabacco esistenzialista).

E locale, anche e soprattutto, giovane, molto giovane aperto (l’accesso è riservato ai soci con tessera che può essere sottoscritta al momento) dal martedì alla domenica dalle 19 in poi, un poi che può diventare piacevolmente davvero molto, molto tardi.

Un libro che ho comprato in italiano e inglese, un libro che ho letto e regalato. Un libro di quelli che fai fatica a lasciare finché non arrivi alla fine. Un libro coinvolgente, raccontato meravigliosamente. Un libro autobiografico che parla della vita e delle sfide di una bambina afroamericana nata nel “South Side” di Chicago ed arrivata fino alla Casa Bianca. Una donna, una madre e una moglie,una persona unica e rara.

Il fenomeno “Michelle Obama” è da studiare, insieme e separatamente al fenomeno Barack Obama. La sua versatilità nella vita (ha lavorato come avvocato, manager, attivista, crowdfunder, First Lady e ora scrittrice e amministratrice della Fondazione Obama) è straordinaria.

La sua“nonchalance” a volte è stata scambiata per mancanza di grazia. Il suo senso pratico è contagioso, la sua tenacia nel migliorarsi sempre nella vita è da invidiare.

È stata una First Lady come nessun’altra – etichettata come “rumorosa e arrabbiata” solo perché nera, pronta a parlare di tutto e senza peli sulla lingua. Ha trasformato un ruolo istituzionale in quello di una rockstar: consapevole del “soft power”implicito della sua posizione, ha saputo utilizzarlo con intelligenza e innovatività.

“Becoming” è un libro bellissimo che parla della vita particolare di una donna speciale ed è“ispirante” senza cercare di esserlo. Michelle parla di situazioni di vita normale, situazioni che ogni donna si trova a vivere nel proprio piccolo: la contrapposizione tra la famiglia e carriera, tra il lavoro che ami e lavoro che ti paga il mutuo, situazioni in cui sai che devi tacere anche se vorresti urlare. Nel libro racconta dei problemi comuni delle donne-lavoratrici: dal semplice sguardo di biasimo di un collaboratore alla rinuncia di una giornata importante a lavoro per restare a casa con tua/o figlia/o con la febbre. 
“Becoming” è un libro scritto da una madre attenta e piena d’amore, che non ha rinunciato ad avere una carriera e una vita pubblica. Una mamma che ha insegnato alle proprie figlie a lottare e far sentire la propria voce. Nulla è scontato.

Enjoy your read!

Il silenzio potenzia le sinestesie, prima tra tutte, la vibrazione di una notifica. Ecco. Si è anche illuminato lo schermo da solo. Ah no, si sta scaricando, è al 7%. Mi alzo e cerco il caricabatterie lasciato a penzoloni in una presa della cucina. Il filo è corto e mi tocca lasciare il telefono appoggiato sul comodino. Cerco la prolunga mentre le coperte hanno tutto il tempo per raffreddarsi. Adesso il telefono può stare sul cuscino. Gli “attivi ora” sono come dei nei verdi intermittenti su faccine fisse postate a immagine del profilo da incuorare disperatamente. Tre e dodici. Neo verde la zia di San Diego, now posting her four puppies. Evitare di commentare per non occupare la linea. Ma quale linea, non c’è mica il duplex e il cyberspazio ha sempre accolto tutti. Sì tutti … tutti si fa per dire.
“Attivo quattro ore fa”. Scrivimi. Geolocalizzati. Taggami, ma quanto mi tagghi, ti taggo alla follia, non ho mai taggato tanto in vita mia. Ho sognato che si rompeva il telefono e tra noi si rompeva finalmente tutto. Avrai una rosa gialla e non mi aspetterai giù in strada sgranocchiando l’attesa del mio ultimo colpo di spazzola con il tuo maledetto telefono in mano. Il silenzio potenzia la vibrazione dell’incubo, e comunque non avrei niente da mettermi.

A FinalEight di CoppaItalia archiviate (a proposito, complimenti alla magnificaCremona che ha vinto meritatamente senza mai, dico mai, rischiare di perderla, e al suo immaginifico allenatore, quel Meo Sacchetti che dopo esser stato un immenso giocatore, in tutti i sensi, sta dimostrando di non essere inferiore come coach, e all’altra finalista, la splendida e forse inaspettata Brindisi tradita dalla stanchezza derivata dalle due durissime partite giocate prima di giungere all’atto finale, allenata, non a caso, da Frank Vitucci, altro ottimo coach colpevolmente sempre troppo sottovalutato) è ora possibile cercare di tirare il punto sulla situazione del basket bolognese e non solo.

Certo è facile pontificare dopo che le cose sono accadute, ma chi ci conosce sa che le considerazioni che faremo rimangono le stesse praticamente da inizio campionato.

Iniziamo, e finiamo velocemente, parlando della Fortitudo che non ha potuto ovviamente partecipare alla kermesse fiorentina, ma ha approfittato del proprio turno di campionato per ribadire il primato solitario schiantando Piacenza in attesa del big match contro Montegranaro che potrebbe (potrà?) chiudere definitivamente la questione promozione diretta. Ad avvalorare questa tesi, il ritorno in gran forma di capitan Mancinelli che si prospetta davvero, al di là delle solite fantasie e suggestioni di fantamercato ineludibili nel variegato mondo biancoblu (vero Delfino?), come il miglior acquisto possibile in vista dello scatto finale.

La Virtus adesso. Che anche nel corso della esaltante vittoria sulla magna Milano, ha evidenziato i soliti endemici problemi enfatizzati da una inspiegabilmente acclarata incapacità di porvi rimedio. Per capirsi, la squadra è stata pensata e costruita male: piccola, corta, poco atletica. Se vuoi giocare il campionato italiano (attenzione, giocare ho detto, non vincere) non puoi pensare di farlo con solo sette/otto giocatori in rotazione. Vogliamo fare nomi? Eccoli. Taylore Punter, ottimi giocatori sulla carta o nei video dei procuratori, sono troppo piccoli fisicamente per reggere il confronto con esterni che sono sempre più alti e grossi di loro (e Punter sconta anche egoismi e ottusità di fondo che invece di sottolinearne il carattere ne certificano l’insicurezza di fondo). Aradori, l’ala piccola titolare, potrebbe forse reggere fisicamente ma mostra una preoccupante deficienza atletica nei confronti dei pari ruolo avversari.Problemi che si ripropongono con M’Baye, il 4 titolare che alterna grandi giocate figlie di una tecnica sopraffina a enormi difficoltà a doversi contrapporre a giocatori anche in questo caso più atletici e rocciosi di lui.Se poi consideriamo che il centro titolare, ed inspiegabilmente capitano, Qvale non ha mai giocato per quello che ci si aspettava (bisognava proprio prendere un lungo rotto?) e che i primi cambi non stanno, per vari motivi, offrendo quanto auspicato (Martin si è infortunato nel suo miglior momento, Kravic da scommessa che era sta imparando suo malgrado a inventarsi titolare, BaldiRossi e Pajola si confermano quello che erano anche prima di iniziare, cioè discreti cambi per una stagione non vincente in Lega2) e che l’addendo Moreira, discreto ma non decisivo, non può certo risolvere d’incanto tutti i problemi, si capisce il perché di una stagione caratterizzata da alti e bassi non sempre felici: quando tutti girano al meglio, potrà anche succedere di vincere partite clamorose, ma il più delle volte …

John Brown III, miglior giocatore della finale

I correttivi? Prescindendo che c’è chi, pagato per questo, dovrebbe riuscire a risolvere i problemi (non che il tanto decantato Marco Martelli stia facendo questo gran lavoro), sembra chiaro che si debba intervenire su quegli aspetti che visibilmente deficitano: leadership e atletismo. Per il primo aspetto, fosforo e personalità, davvero basterebbe attingere alle disgrazie altrui (tra le vergognose situazioni di Torino, Avellino e Cantù si dovrebbe riuscire tranquillamente a trovare un play d’esperienza in grado di portare tranquillità e carisma in una squadra che ne difetta: i primi nomi sarebbero quelli di Poetao Filloy, non certo impossibili da avvicinare e graditi, crediamo, anche alla piazza scontenta); per il secondo (defense, defense, defense direbbero in NBA) non dovrebbe essere impossibile attingere alle risoluzioni dei team che usciranno dalle competizioni europee (pagando però in maniera vistosa l’insipienza della dichiarazione di inizio campionato di Baraldi quando disse che se Milano avesse voluto Punter, ci sarebbero stati i soldi per trattenerlo:io, personalmente, l’avrei scambiato volentierissimamente da subito con uno dei due 4, americani naturalizzati, Brooks o Burns l’assioma essendo che una guardietta tiratrice ce ne sono quante vuoi, vedi Crawford e Saunders diCremona o Chappell e Banks di Brindisi, mentre un omone di fisico e tecnica, oltretutto italiano, non è altrettanto scontato trovarlo).

Il MandelaForum di Firenze sede della CoppaItalia 2019

Infine, qualche nota sulla situazione del basket italiano. Abbiamo accennato a Torino, Avellino e Cantù. Potremmo aggiungervi Reggio Emila, Pistoia e Pesaro. Tutte squadre che per un motivo o l’altro (Reggio che ha cambiato in corsa praticamente tutto il quintetto, Cantù in vendita a 1 € e con l’allenatore scappato di notte tra un allenamento e l’altro, Avellino che non può intervenire sul mercato per debiti pregressi, Torino, in vendita da inizio stagione, che cambia allenatori con la velocità di un kleenex quando si è raffreddati mentre Pistoia e la solita Pesaro presentano l’endemica carenza economica che fa già presagire il rilascio dei propri migliori giocatori appena certi della permanenza nella massima serie) testimoniano amaramente il momento di difficoltà del movimento. Un movimento che sconta scelte sbagliate, decisioni incomprensibili (la Nazionale affidata in anni recenti ad allenatori farlocchi come le vittorie che hanno collezionato rubandole), disaffezione dei giocatori (domenica la Nazionale di coach Sacchetti si giocherà l’accesso ai mondiali senza poter contare su nessuno dei presunti big, Gallinari e Belinelli, Datome e Melli, che giocano all’estero, NBA o Europa che dir si voglia). Ebbene, in questa situazione, il nocciolo del dibattito in Lega e Federazione non è però una seria disamina per evitare il ripetersi in futuro di queste debacle, bensì l’allargamento del massimo campionato con altre due squadre…

Una propensione all’incapacità gestionale che certifica in maniera inequivocabile la necessità di un cambio deciso e reale nella gestione di quello che rimane il più bel gioco del mondo.

E’ la notte dell’ultimo dell’anno. Siamo in un castelletto che una volta era una cascina fortificata nella ricca, industriosa, materna piana lombarda che sta attorno a Cremona. Buona e solida borghesia, opulentemente benestante e laboriosamente imprenditoriale. I mobili sono antichi e odorano di cera, i tappeti antichi soffici e preziosi, i pochi quadri alle pareti, moderni, vengono da gallerie milanesi e parigine. La cristalleria è di rigore, il tovagliato candido, l’argenteria lucidata. Gli abiti degli uomini, di ottima sartoria, eleganti e inappuntabili, quelli delle signore, di grandi firme conosciute, eleganti e vaporosi. La musica, un sottofondo discreto che potrebbe essere Kind of Blue di Miles Davis, diventerà, con il trascorrere delle ore e il procedere delle portate, un quartetto d’archi di Bach.

L’atmosfera è calda, piacevole, anch’io, che non c’entro, è come se fossi un vecchio amico, uno di sempre. C’è qualcosa però che manca e si sente. E’ una presenza, anzi, un’assenza che marca la serata. E’ l’enfant du pays che tutti aspettano e intanto brindano e le chiacchiere si fanno sottofondo soffuso e affettuoso. Il ragazzo del paese, il figlio un po’ scapestrato che è andato a cercare la gloria nella lontana Genova e che quella suerte l’ha poi trovata e ancor più grande la troverà, ma questo ancora non si sa, tra Torino e ancor dopo aLondra.

Quando arriva, alla fine nemmeno in ritardo ma solo troppo atteso, Gianluca Vialli è quello che si vede anche in TV, solo più esile di quello che ti aspetteresti (sono ancora lontani i tempi della Juventus), con una gran massa di riccioli neri che fanno tanto monello (ma è l’unico vezzo: saranno i tempi, ma non ci sono tatuaggi o altre stranezze ormai, ai giorni nostri, ritenute indispensabili ma sinonimo solo di banale mancanza di personalità). Il sorriso invece è timido, accattivante ma timido, e i modi sono quelli garbati e gentili di chi ha goduto di un’antica e solida educazione. Un ragazzo discreto, questo diresti, discreto nel vestire, un semplice lupetto sotto il blazer grigio, discreto nel modo di fare, di porsi, nel darti la mano sorridendo timidamente, nel parlare senza alzare la voce, nel ridere senza troppa enfasi e senza darsi importanza.

Anni sono passati, quanti, da quella notte e il ragazzo di strada ne ha fatta, direbbe Celentano. Seguito da lontano, nelle interviste rilasciate, nella mancanza del gossip che non è riuscito a raggiungerlo in tutto questo tempo, nello stile disincantato mostrato nei suoi nuovi lavori, nella riservatezza dedicata alla propria privacy, sembra aver mantenuto lo stesso riserbo, la stessa sensibilità del ragazzo che era allora.

Ritrovarsi tra le mani adesso, dopo infiniti anni, un libro di quello stesso ragazzo ormai divenuto uomo e scrittore di successo (tra le altre cose), vuol dire ritrovare tra le pagine la stessa presenza discreta, il medesimo understatement (vive a Londra, gli è dovuto) di allora. Il libro, “Goals– 98 storie + 1 per affrontare le sfide più difficili”  (dove goals, all’inglese, sta per obbiettivi) è, contrariamente a quanto potrebbe far ritenere il titolo (ma nulla è scontato quando si parla di Gianluca Vialli),una raccolta di ritratti di grandi personaggi, grandi campioni ed eroi dimenticati, ognuno colto nel momento del trionfo o della sconfitta (“che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso” prendendo a prestito Kipling) ognuno introdotto da una frase, un aforisma, un motto, alla maniera, quasi, di quelle, famose, con cui il mago Herrera (HH, il cui ritratto naturalmente apre il libro) tappezzava lo spogliatoio dell’Inter invincibile dei suoi anni arrivando a convincere Bicicli di essere perfino più forte di Garrincha.

Volendo sceglierne una, di frasi, per suggerire il senso del libro, citerei quella dedicata a George Best, il 5° Beatles: Sei regole di vita: 1) Prima di pregare, credi; 2) Prima di parlare, ascolta; 3)prima di spendere, guadagna; 4) Prima di scrivere, pensa; 5) Prima di mollare, prova; 6) Prima di morire, vivi.

Nei 98 ritratti si trovano calciatori di oggi e di ieri (Zlatan Ibrahimović e Stanley Matthews, Gaetano Scirea e Valeri Lobanovski e la Dinamo Kiev, il Chelsea che vinse la Champions del 2012 e la finale Mondiale del 1974 Olanda/Germania, Enzo Bearzot e il Brasile del Maracanazo ai mondiali del 1950, Eric Cantona e Djalma Santos, Claudio Ranieri e il Leicester), ciclisti (Fiorenzo Magni e Eddy Merckx, Fausto Coppi e Roger De Vlaeminck), campioni dell’atletica (Jim Thorpe ePietro Mennea, Abebe Bikila e Jury Chechi, Jesse Owens e Harold Abrahams e Eric Liddell quelli di Momenti di Gloria, Emil Zátopek e Richard Fosbury, Stefano Baldini e Sara Simeoni, Wilma Rudolph e Sergej Bubka, Peter Norman e Tommie Smith e John Carlos quelli del guanto nero alle Olimpiadi), nuotatori (Michael Phelps), cestisti (LeBron James e Tyrone Bogues, la Nazionale Italiana campione d’Europa nel 1983 e il primo incredibile Dream Team alle Olimpiadi del 1992), hockeisti (Wayne Gretzky e la finale di hockey su ghiaccio alle Olimpiadi di Lake Placid nel 1980), pugili (Muhammad Ali e Leon Spinks, Loris Stecca e Floyd Mayweather), scalatori (Jerzy Kukuczka), fantini (Lanfranco Dettori), pattinatori (Tonia Harding e Nancy Kerrigan), piloti (Tazio Nuvolari e Gilles Villeneuve, Niki Lauda e James Hunt), tennisti (Roger Federer e Anna Kournikova, Chris Evert e Serena Williams e Martina Navratilova), rugbisti (gli All Blacks), i RedSox di baseball, canoisti e surfisti (Josefa Idem e, Duke “the big Kahuna” Kahanamoku) e poi Maria Beatrice Vio, Alex Zanardi, Walter Fagnani che a 94 anni ha corso la sua45^ 100km del Passatore, Bobby Fisher, la squadra giamaicana di Bob a quattro alle Olimpiadi di Calgary del 1988, Eugenio Monti, Pierre de Frédy barone de Coubertin, Patrick de Gayardon e tanti altri.

E poi c’è la storia +1, la novantanovesima, la sua. La storia di un vecchio ragazzo che è rimasto quello di una volta, timido e gentile, discreto ed educato e che, se si racconta e racconta la storia della sua malattia mettendosi insieme a quei grandi campioni e a quei fantastici uomini e donne, lo fa solo perché “…voglio essere di ispirazione agli altri. Voglio che qualcuno mi guardi e mi dica è anche per merito tuo se non ho mai mollato …”.

Infine, da ricordare, questo libro sostiene la Fondazione “Vialli e Mauro” per la ricerca e lo sport.

Ben ritrovati, amici. Questa volta non vi tediero’ con le meraviglie dell’agricoltura bolognese e regionale. L’argomento è stato già ampiamente trattato nelle 52 puntate della precedente rubrica, attualmente in stand by, “Viva la campagna”, che cultori, nostalgici e nuovi arrivati, potranno, se interessati, consultare cliccando l’apposita stringa del blog “Il Tiro”. Vi racconterò invece delle esperienze di un maturo cicloturista-un tale che conosco abbastanza bene- alla scoperta del fantastici luoghi dell’Appennino tosco-emiliano. Lo scopo? Testimoniare quello che molti ignorano: l’Appennino ha delle cose uniche che vale la pena di vedere e conoscere. Visitarlo con la bicicletta offre la possibilità di un coinvolgimento altrimenti impossibile: profumi, colori, silenzi, natura, flora, fauna, biodiversità, panorami mozzafiato, vette, laghi, boschi, asperità, emergenze ambientali, castelli, borghi, pievi, luoghi della tradizione, cibi artigianali e della agrobiodiversità montanara. E poi un sommesso invito a muovere il culo. Pedalare sugli appennini fa bene alla salute e all’umore! Fatta questa doverosa premessa vengo al primo itinerario cicloturistico. Una sorta di prologo, breve ed esemplificativo.

Si parte da Porretta Terme salendo verso Castel di Casio sulla SP52. Dopo Pian di Casale si devia a sinistra verso Savignano, piccolo borgo già sede dell’omonimo castello distrutto dai bolognesi nell’anno 1293. Si viaggia su di una strada panoramica che per lunghi tratti percorre il crinale tra la valle del Reno e quella del Limentra. Proseguendo si scende verso la affascinante Rocchetta Mattei

e quindi da li, a destra, verso Castel di Casio, prima sede fortificata dei Capitani della montagna, dove ancora troneggia la possente Torre medioevale (oggi mozza) edificata nell’anno 1219.

Dopo un giro all’interno del Castrum si sale alla localita’ Capanna dei Moratti., quindi a Lizzo e infine al Monte di Badi a circa 810 metri di altezza slm. Qui la sosta è obbligatoria sia per riprendere fiato, sia, soprattutto, per il piacere di uno sguardo panoramico sulla ampia valle che accoglie il lago di Suviana e per ammirare la splendida chiesetta romanica di Sant’Ilario (edificata nel 1100 circa)

e l’incredibile bosco di castagni plurisecolari, tra i quali la leggendaria “osteria del bugeon”, vale a dire un castagno cavo di 8,65 metri di circonferenza dove un tempo, si narra,  venivano accolti fino a 12 avventori!

Finita la visita si può tornare alla base. Non prima di un indispensabile controllo ai freni della bicicletta! Da Monte di Badi a Porretta la strada è tutta in discesa. Attenti alle curve e all’ebbrezza della velocità.

Quando chiuse il “Bar del jazz” o “Jazz Bar”, o come si chiamava, fu un dispiacere. Non che lo si frequentasse molto (anzi, e forse fu per questo che chiuse, scarse presenze almeno alla fine) ma era pur sempre, in un periodo molto diverso da questo in cui la bolla del food è esplosa in maniera fin troppo deflagrante inflazionando il mercato delle richieste e dell’offerta, uno dei pochi student-bar (luoghi molto diversi dai più classici Zanarini e Viscardi o Gamberini e Bricco d’oro dove ad accoglierti era l’eleganza opulenta un po’ provinciale della bolognabene), locali che permettevano di incontrarsi con studenti e professori per perdersi in interminabili discussioni sull’ultimo film visto o quel particolare libro o testo appena letto in una nuvola avvolgente di fumo aspettando l’ora giusta per trasferirsi in una o nell’altra osteria preferita (al Moretto o al Becco di legno, dalla Marieina o all’800, ai Poeti o alla Fatica, alleDame o al Cantinone, in Broccaindossoo alla Fondazza o al Carro).

Ma quelli erano i tempi passati, adesso dopo anni di decadenza, grandi caffé, eleganti ed esclusivi, sono rinati e bar o bistrò per studenti ormai hanno invaso la città, specie nello spicchio che, partendo dalle Torri, scende tra Borgo/Mascarella e SanVitale.

Ed è proprio all’apice di questo distretto del junkfood (le eccezioni ci sono, ovvio), in via de’ Giudei al 2, proprio dove una volta c’era il “Bar del Jazz” ed ecco il perché della chiosa iniziale, che ha aperto da qualche tempo“Pappare’”, uno dei primi locali a sposare un accattivante arredo industrial/chic, tra piastrelle candide alle pareti e alte scaffalature in profilato metallico, scansie di legno chiaro e tubature aliene che scendono dal soffitto a riempire ampolle di tè o birra, un bancone da officina industriale e sedute comode e, contrariamente a quanto fin troppo inflazionato, non di pseudo design.

Ovviamente il locale, siamo pur sempre all’inizio di Zamboni, la madre di tutte le strade universitarie, è dedicato alla clientela più giovane e modaiola. Aperto dalla colazione (all’americana o vegetariana) alla cena (trancio di salmone alla piastra marinato alle erbe aromatiche su purea di zucca e patate con tropea caramellata e mandorle o burger di angus con bacon croccante, mousse di gorgonzola e mela profumata alla cannella con humus di carote e sesamo nero o vellutata detox di tropea con zucca e patate alla curcuma, riso basmati su guazzetto di gamberi e verdure croccanti o focaccia ai cereali antichi con pomodori marinati burrata e olive liguri, sandwich con pollo panato al forno e bacon croccante o medaglioni di polenta alle erbe aromatiche su humus di zucca e rucola con pere gratinate al gorgonzola e cipolla caramellata) passando per il  brunch del pranzo e il tè del pomeriggio, offre a tutte le ore l’occasione giusta per una sosta piacevole e golosa magari godendo dell’invidiabile e affascinante location di galleria Acquaderni che ospita il dehors del locale.

Naturalmente, una apertura così dilatata (il “Pappare’” è aperto sette giorni su sette fino alle 23, orario non così da tiratardi, ma per una volta ci può stare) richiede una forza lavoro importante. Che, nello specifico, assomma una ventina di addetti tra sala e cucina: ricordarli tutti è praticamente impossibile, e dovessimo sceglierne uno, il nome sarebbe quello di Pier, barman giovane e fresco di corso ma già di sicuro mestiere e simpatica presenza.

E’ nata l’Associazione “Il Tiro”.
Ed è nata perché sentivamo l’esigenza di un luogo dove ritrovarsi, discutere e approfondire i temi che attraversano il nostro tempo.
Non trovandolo abbiamo deciso di costruirlo.
Uno spazio fisico, una comunità di persone, donne e uomini che non si rassegnano alla superficialità che in molti casi caratterizza il dibattito pubblico odierno.

Un’associazione politico – culturale ancorata ai valori della Costituzione Italiana ed all’idea di un’Europa unita e democratica.

Da oggi mettiamo a disposizione di tutti voi questo luogo, proponendovi di aderire a il Tiro.

Iscriversi è facile: basta inviare una mail a iltiromagazine@gmail.com e il nostro Ufficio tesseramento vi risponderà quanto prima.
Una volta ricevuta la risposta positiva sarà possibile versare tramite bonifico l’importo di 20 euro (10 euro per studenti).
In alternativa all’iscrizione on-line potete lasciare i vostri dati e la quota di iscrizione in una qualsiasi delle nostre iniziative.

L’iscrizione – oltre a rappresentare un sostegno concreto all’Associazione e alle sue attività – darà la possibilità a partecipare ad incontri ed eventi riservati ai soli soci.

Proporremo la nostra lettura sui temi principali che attraversano la nostra società. Lo faremo con l’umiltà e la determinazione necessarie per non fermarci ad un’analisi superficiale in modo da poter elaborare e strutturare un nostro punto di vista.

Vi aspettiamo.

Alessio Vaccaro – Presidente Associazione “Il Tiro”

Marco Lombardelli – Direttore Associazione “Il Tiro”

Qualche giorno fa stavo ragionando sul concetto di gruppo, il sentirsi più o meno parte di qualcosa e quali effetti questo abbia su di noi e sulle nostre scelte. Se è vero che nella maggior parte dei casi fare parte di un gruppo 
è una scelta naturale ed istintiva, altre volte si tratta di una decisione puramente strategica. Un po’ come quando sei l’ultimo arrivato in ufficio o a scuola,vuoi solamente trovare persone con cui stare bene e trascorrere il tuo tempo e per farlo, una parte di te si affida a quella sorta d’istinto animale che,proprio come per l’appartenenza ad un branco, porta a scegliere degli alleati, più che dei compagni.

Facciamo uno dei nostri soliti esempi pratici, vi va?  Ve lo ricordate il ReLeone? Mufasa, indiscusso re del branco, tanto autoritario quanto amato e una criniera che pubblicità del nuovo shampoo Pantene, scansati proprio. E poi suo fratello Scar, decisamente meno amato, invidioso e un solo sogno nel cassetto:essere lui il capo. Tutti ricordiamo come va a finire la storia, Mufasa esce di scena e Scar spera così di prendere il potere. Ora, facciamo finta che il suddetto branco si chiami NATO e non sia fatto da leoni, ma bensì da  stati (creature decisamente più pericolose).Poi recuperate Mufasa e chiamatelo America, sostituite Scar con la Russia,agitate (non mescolate), et voilà,ecco servito l’argomento del giorno.

La NATO (North Atlantic Treaty Organization) nasce dopo la seconda guerra mondiale, con l’obiettivo di riunire gli stati Europei e gli Stati Uniti, per mantenere la pace e la stabilità a livello mondiale. Il branco NATO riesce a sopravvivere e sfida la sorte internazionale, facendo ricredere negli anni tutti coloro che pensavano che non ce l’avrebbe mai fatta. Al suo interno, Russia e Stati Uniti mantengono la loro rivalità cercando di pestarsi i piedi quanto basta a mantenere in equilibrio il tutto, mentre gli stati Europei, dal canto loro, si riparano sotto l’ombrello statunitense per proteggersi dalle piogge acide che cadono dal cielo russo. Tutto funziona, ma proprio come nel Re Leone, che cosa succede se Mufasa sparisce e resta solo Scar in circolazione?

Succede che è un problema,soprattutto ora che Trump annuncia il possibile ritiro dalla NATO, facendo intendere che questo è molto più che il mero capriccio di un bimbo dispettoso.Perché questa decisione?Semplice, Trump 
è un imprenditore e la logica imprenditoriale guarda all’equazione costi e benefici,dimenticando molto spesso tutto il resto. Il ragionamento di Trump è il seguente: perché devo spendere così tanto per una cosa così inutile (la sicurezza dell’Europa)? Tralasciando le smisurate dimensioni del suo ego, in aggiunta al fatto che non si tratterebbe della sola sicurezza Europea, il presidente Statunitense fa una semplice analisi CB (costi -benefici) ed evita accuratamente di considerare variabili, quali il lungo termine o il buon senso, che potrebbero dimostrare senza alcun dubbio il suo errore.

L’annuncio ha destato polemiche e preoccupazioni anche tra le fila statunitensi, dalle quali qualcuno ha urlato che si tratta di “pura follia”. In casa Europa la situazione non è certo migliore e anzi, tutto sembra giocare a favore della cara Russia. Infatti, se gli Stati Uniti si facessero da parte, sarebbe proprio lei a riempire il vuoto da loro lasciato, determinando un problema per tutti quegli  stati Europei, Repubbliche Baltiche e Polonia in primis, per cui la potenza Americana era garanzia di protezione.

Se nel Re Leone la situazione veniva salvata da un giovane ed inaspettatamente risoluto Simba, qui di eroi improvvisati non se ne vede l’ombra. Francia e Gran Bretagna, ormai non più in cosi buoni rapporti, sono entrambe consapevoli che, per il bene dell’organizzazione,dovrebbero lasciar perdere i loro dissapori e unirsi per colmare il vuoto lasciato ad Occidente. Tuttavia, questa opzione sembra lontana dal potersi verificare, soprattutto ora in tempi di burrasca Brexit.

Che cosa succederà? Difficile dirlo,con Trump impegnato nell’edilizia al confine con il Messico, il progetto di uscita dalla NATO sembra spostarsi ulteriormente nel tempo. Una cosa è certa,questo potrebbe essere uno di quei pochi casi in cui chi sarà fuori dal gruppo non sarà l’escluso, al contrario colui che ne detta comunque le regole.

Cari Guardamondo, com’è il detto?“Chi c’è c’è…e chi non c’è?!”

Giorni fa ho visitato il centro Rostom che accoglie persone senza dimora, donne e uomini con disagi psichici, problemi di salute, con un vissuto complesso, che si trovano in condizione di grave emarginazione sociale.

Si trova all’estrema periferia di Bologna, in via Pallavicini 12, al piano terra di una struttura bianca, squadrata (al piano superiore c’è Casa Willy, dedicata all’accoglienza serale e notturna per adulti).

Una volta varcata la porta ti dimentichi del bianco anonimo dei muri esterni; l’atmosfera che ti accoglie è colore, vita, casa. Murales bellissimi, librerie colorate fatte con materiale di recupero, cartelli disegnati per indicare i servizi che si trovano nelle varie stanze, e poi gli sguardi di coloro che lo abitano: curiosi, gentili, occhi per comunicare la storia di chi ha immensamente tanto da dire.

Mentre camminavo nel corridoio sono stata catturata dal “muro di parole”:

Tra le diverse frasi, mi ha colpita “In questa casa [……] diamo seconde possibilità”.

Non semplice e tantomeno scontato. In un tempo in cui si tende a lasciare indietro chi non è al passo del mondo, a distogliere lo sguardo dal “diverso”, porsi l’obiettivo di dare un’altra possibilità a chi si è scontrato con le difficoltà della vita, a chi è caduto e fatica a rialzarsi, a chi ha fatto cose che non avrebbe dovuto fare ed ha capito, a chi soffre, considero un esercizio di umanità grandioso!

Le persone che hanno un vissuto di abbandono e di isolamento sotto ogni aspetto spesso rimangono ai margini, diventando “invisibili” per la società. In questa situazione è difficile per loro comprendere il valore positivo delle relazioni, in particolare quelle legate alla partecipazione alla vita della comunità, alla costruzione di forme di convivenza, ma è l’unica via per ridare respiro, vita, dignità.

Ed è proprio quella seconda possibilità che si costruisce al Rostom. Un quotidiano lavoro di intervento che riporta al centro la relazione, costruendo reti di vicinato, “mescolando” gli ospiti con gli abitanti della zona, attraverso momenti di socialità, attività di volontariato come mantenere pulito un pezzo di strada, curare un angolo di verde, effettuare piccoli lavori di manutenzione; progetti volti a formare una comunità accogliente e inclusiva libera da stigmatizzazioni e pregiudizi.

Favorire l’incontro tra tutte le realtà di un territorio e costruire una rete relazionale significativa,  è il binomio per riuscire ad indurre quel cambiamento positivo che contribuisce a identificare queste esperienze come patrimonio di tutta la comunità.

Quando esco è quasi buio, mentre salgo in macchina do ancora uno sguardo alle pareti colorate che si intravedono dalle grandi finestre e penso a quanta sia fragile la nostra vita e quanto sia importante comprendere il significato profondo che sta dietro all’uso di parole spesso inflazionate e banalizzate, perché a rendere le cose buone o cattive è l’approccio che ognuno di noi ha verso ciò che accade, che vede.

 

“Una volta ucciso un prigioniero di guerra bisogna farli fuori tutti”.

Riprendendo un’antica tradizione della giovane letteratura statunitense, anche la guerra in Iraq ha trovato il proprio cantore in Brian Van Reet (nato a Houston, dopo l’attentato dell’11 settembre ha lasciato la University of Virginia e si è arruolato come carrista prestando servizio in Iraq e ricevendo la medaglia di bronzo al valore. Tornato in patria, ha vinto due volte il premio del Texas Institute of Letters per il miglior racconto).

La particolarità di questo “A ferro e fuoco”, suo primo romanzo, è la prospettiva ambivalente con la quale il conflitto mediorientale viene visto e vissuto da tre diversi protagonisti. A Cassandra Wigheard, giovanissima donna soldato arrivata in Iraq per sfuggire alla desolazione della provincia americana, fanno infatti da contraltare il giovane carrista Sleed, il cui pensiero può riassumersi nella massima “… ogni scelta è così cruciale che diventa inutile preoccuparsene …” e l’emiro egiziano Abual-Hool, mujaheddin tormentato dal dubbio e dal disincanto. Le storie si intrecciano quando Cassandra, fatta prigioniera dalla cellula terroristica già comandata da Abu al-Hool e viene rinchiusa in una cella buia e lurida dove ogni sforzo è volto a sopravvivere ad abusi e atrocità, e dove la prossimità fisica con il nemico riesce a creare relazioni umane molto più complesse di quanto lei avrebbe mai pensato prima di partire mentre la compagnia di Sleed viene incaricata delle ricerche. Un libro per certi versi illuminante, ancorché scritto, ovviamente, privilegiando il punto di vista americano. E che piacerà, e molto, a chi ha amato i film “The hurt locker” e ”Zero dark Thirty” di Kathryn Bigelow.

Intervista all’Assessore alla Sanità e al Welfare di Bologna, Giuliano Barigazzi, in occasione dell’incontro organizzato da il Tiro: “Nuove e vecchie povertà: l’urgenza di un moderno welfare”.

Chi è Giuliano Barigazzi:

Attuale Assessore alla Sanità e al Welfare di Bologna. A partire dal 1993 è stato eletto, per due mandati consecutivi, Sindaco di San Pietro in Casale e Presidente della Conferenza dei Sindaci dell’Azienda USL Bologna Nord. Nel 2004 e fino al 2013, è stato Assessore alla Sanità, Servizi sociali e Volontariato della Provincia di Bologna, Presidente della Conferenza Territoriale Socio Sanitaria, del Comitato paritetico del Volontariato e componente della Cabina di Regia regionale delle politiche sociali e sanitarie. Dal 2009 al 2013 si è occupato anche della delega alla Cultura. Da ottobre 2013 a giugno 2016 è stato Capo di Gabinetto del Sindaco di Bologna.

L’apertura di un altro locale, l’ennesimo, nel Pratello (una strada che all’inizio del secolo scorso era famosa in tutta Italia per il susseguirsi di osterie, bordelli e chiese, “… al Pratello? C’è un’osteria poi una chiesa e poi un bordello, un’osteria, una chiesa, un bordello, …” e che adesso lo è, nota, per la teoria infinita di osterie, pub, pizzerie, bistrot, mordi-e-fuggi, ecc… che la caratterizzano, in bene sia chiaro), sia che si tratti dell’inaugurazione di un locale nuovo tout court sia che si tratti invece del restyling di uno esistente, non fa certo notizia.

La diventa, notizia, quando si tratta dell’apertura nel giro di pochissimo tempo del secondo/terzo locale di Nunzia Vannuccini e del suo compagno Jascha Blume, artista olandese affetto da sordità (attenzione a questo particolare, spiegherà l’empatia particolarmente sensibile ai problemi dell’inclusività), un’inaugurazione che mostra, oggettivamente, come la giovane e brillante coppia abbia un occhio lungo, lunghissimo, su cosa voglia dire fare ristorazione giovane, e con un’attenzione particolare riservata al dolce tirartardi, oggi a Bologna.

Poco sopra ho parlato di secondo/terzo locale e non è stato un refuso. Già fondatori del ben conosciuto ed apprezzato “Altro Spazio” (da ricordare, ecco il punto frutto della speciale attenzione ai problemi creati dalle disabilità cui accennavo poc’anzi , la lunga e meritoria battaglia per poterlo dotare di una rampa di accesso per carrozzine e sedie a rotelle che lo ha reso il primo bar inclusivo di Bologna) di via Nazario Sauro 24, la vulcanica ed intraprendente coppia, con l’indispensabile collaborazione di Santa ed Enzo, sorella e fratello di Nunzia con i quali formano un staff esecutivo di indubbia efficienza, hanno infatti inaugurato in rapida successione questo “Altro Spazio Pratello”, appunto nel Pratello al 29, e “Mamma Mia” anche questo, proprio a due passi dal primigenio, in Nazario Sauro ma al 28.

Come intuibile, si tratta di locali pensati prettamente per una clientela giovane, ma che chiunque potrà apprezzare trovando la propria dimensione preferita nell’uno o nell’AltroSpazio. I tre locali, infatti, mantengono ognuno una propria identità che li caratterizza in maniera univoca.

Se infatti l’ “Altro Spazio”con la sua ampia sala, il soppalco a vista, le tre o quattro salette separate ed indipendenti (e da non dimenticare il bellissimo biliardino, ma sì il calcio balilla o calcetto che dir si voglia, che troneggia sulla destra appena entrati) e la possibilità di ospitare sul minuscolo palco piccoli ensemble musicali, si offre a grandi numeri e ad eventi di richiamo, l’ “Altro Spazio Pratello”, uno spazio lungo e relativamente stretto arredato con gusto ed inventiva, si pone come locale da riflessione e chiacchiere rilassate accompagnati da buona musica in sottofondo e luci basse che sottolineano suggestivamente il bel soffitto coi mattoni a vista di una sala e le volte affrescate dell’altra e dai cocktail impeccabilmente preparati da Corinne (e non stupitevi troppo se dietro il bancone vi sembrerà di riconoscere Cinzia Chan, la mai abbastanza rimpianta creatrice dell’ormai scomparso Maichanal Mercato Delle Erbe: alle volte, infatti viene a dare una mano all’amica Nunzia).

Da “MammaMia”, infine, l’ officina del gusto culinario del gruppo potremmo definirlo, è invece possibile trovare preparazioni tipiche della cucina napoletana e del sud Italia (lasagna napoletana, pasta e fagioli con le cozze, gnocchi alla sorrentina, friarielli con salsiccia, parmigiana di melanzane, polipo alla Luciana e paccheri all’astice sono solo alcune delle, golose, preparazioni che è possibile ordinare per l’asporto o gustare direttamente profittando dei pochi posti disponibili e degli alti e comodi sgabelli.

Ricordando come, si tratta pur sempre di locali giovani, gli Altri Spazi siano aperti sette giorni su sette fino a tarda sera a rinverdire la cara e vecchia abitudine a tirartardi, non resta che augurare buone serate.

Cari Guardamondo,

Se vi chiedessi di dirmi una cosa che secondo voi può tutto, voi che cosa rispondereste? Senza addentrarci nell’argomento religioso e rischiare così di aprire uno di quei dibattiti in cui non vorresti mai trovarti, io direi sicuramente il cibo.

Se ci pensate, il cibo può tutto. Può fare cose incredibili come trasformare Joe Bastianich nell’ultimo vero intenditore di tortellini o far imparare alla nonna che “finger food” non é il nome di uno studio di podologi. Il cibo riesce anche laddove la geopolitica ha sempre fallito. Peggio della rivalità tra due donne che indossano lo stesso vestito alla medesima festa o dell’eterna lotta tra Mc Donald’s e Burger King, c’è una cosa soltanto: la rivalità tra Cina e Giappone.

Ma il cibo, più abile di qualsiasi negoziatore e più forte di tutte le armate Unne, può tutto e riesce nell’impossibile riunendo Cina e Giappone, in quella nuova diplomatica formula conosciuta come “all you can eat”.

L’idea di Cina e Giappone in quanto unica entità infatti, esiste solamente al ristorante, dove il riso alla Cantonese e una porzione di sushi possono farsi l’occhiolino, addirittura toccarsi. La realtà è ben diversa ed esistono solamente, o quasi, frasi taglienti e minacce velate. Più che una storia d’amore e odio, la si potrebbe definire una storia d’amore di rancore, un po’ come quei cugini che non si sopportano e si fanno a vicenda dispetti, che poi ogni anno ritireranno fuori pretendendo che tutti riconoscano le ragioni dell’uno o dell’altro.

Le motivazioni alla base di questa neverending non–love story tra Cina e Giappone possono essere riassunte in due semplici punti.

Al primo posto, troviamo un dinamico e sanguinoso duo rappresentato dalle due guerre cino–giapponesi, vinte rispettivamente la prima dal Giappone, e la seconda dalla Cina. Se state anche solo pensando che “una vittoria per uno non fa male a nessuno”, beh, questo principio non si applica evidentemente alle guerre, in particolar modo a quelle che riguardano questi due stati.

Passiamo poi alla motivazione numero due, la dominazione sul Mar Cinese Orientale. Leggenda vuole che, se non si ha un motivo apparente per cui valga la pena litigare, basta prendere un territorio X, che possa interessare ai duellanti A e B, e cominciare a piagnucolarne la rispettiva proprietà fino a che altri soggetti, pari esattamente a tutte le restanti lettere dell’alfabeto, non accorreranno prendendo le parti dell’uno o dell’altro o, ancora peggio,cercando di mettere in pratica il vecchio detto “tra i due litiganti…”. Questo è esattamente quello che succede nella contesa delle Isole Senkaku, il cui equivalente nella realtà di tutti i giorni, può essere soltanto l’infame casella che nel gioco dell’oca ti obbliga ogni volta a ripassare dal via.

Come uscire da questa situazione? Immaginatevi di essere in un negozio e di incontrare quel tipo che proprio non vi piace e che, ovviamente, ha puntato lo stesso zaino che piace a voi. La situazione si fa tesa, iniziate a litigare perché voi non potete decisamente avere lo stesso zaino, non siete mica amici! All’improvviso venite interrotti da qualcuno, è quel ragazzo della 3A, quello che tutti trovano fico, ma che a voi sembra tanto un Pallone gonfiato. Vi guarda con aria di superiorità e poi se ne va con il vostro zaino, proprio quello per cui state litigando.  Che fate? Lo ignorate,ammettete che stavate litigando per una cavolata, comprate lo zaino e vi andate a mangiare un gelato riappacificatore, oppure decidete di allearvi contro un nemico più grande e cattivo? Vada per la seconda.

Trump minaccia Cina e Giappone, motivi diversi che spaziano dall’economia alla difesa, ma un solo risultato: far riavvicinare gli eterni rivali che, oggi più che mai, sembrano intenzionati a seppellire l’ascia di guerra e concentrarsi su un obiettivo comune.

Cari Guardamondo che cosa abbiamo imparato? Vi ricordate il detto “tieniti stretti i nemici, ancora più degli amici”? Vi siete mai chiesti perché? Il punto non è solo tenerli d’occhio, i vostri nemici vi hanno studiato, sono probabilmente quelli che vi conoscono meglio al mondo e proprio per questo, al momento giusto potrebbero rivelarsi I migliori alleati possibili e Cina e Giappone, sembrano averlo finalmente capito.

Anche oggi con Guardamondo è tutto, ci rileggiamo la prossima settimana.

Elizabeth George è una scrittrice californiana di 69 anni. Con “…la sua prosa accattivante e la genialità dell’intreccio (che) non potranno che appassionare vecchi e nuovi fan …” ha rivitalizzato il genere giallo
classico d’oltreoceano. Nulla di nuovo, ovvio, una Mrs.Fletcher aggiornata ed ammodernata, ma di grande leggibilità e godibilità.

Per dar conto del suo successo veramente planetario, basti dire che in trent’anni di carriera sono ormai venti le avventure che vedono coinvolto in prima persona il suo Ispettore Lynley (si parte infatti nel 1988 con “E liberaci dal male” per arrivare a questo 2018 che vede in libreria la sua ultima fatica “Punizione” passando per i suoi titoli più conosciuti “Dicembre è un mese crudele”, “Il morso del serpente” o “Le conseguenze dell’odio” senza dimenticare “Un piccolo gesto crudele” che è del 2014 ed è ambientato, omaggio alle origini italiane della madre, in Italia, a Lucca). E per appassionarsi alle sue storie non c’è bisogno, insolita consumanza, di una cronologica lettura: si può tranquillamente iniziare da un qualunque titolo e poi lasciarsi prendere dal lento e coinvolgente ritmo che l’autrice imprime alle sue opere. Provare per
credere.

Ingredienti:

  • 250 farina 00
  • 50 g cacao amaro
  • 200g zucchero
  • 100g burro
  • 2 uova
  • 1/2 bustina lievito per dolci
  • 1 cucchiaio di vanillina
  • 1 cucchiaino di peperoncino in pezzetti o tritato grossolano
  • Scaglie di mandorle e latte per decorare

Procedimento

Setacciare la farina e il lievito insieme. 
Fare una fontana e unire tutti gli ingredienti al centro.
Lavorare delicatamente ma velocemente per non scaldare troppo il burro con il calore delle mani.

Una volta preparato l’impasto, lasciarlo riposare una mezz’oretta in frigo.
Creare dei tubini lunghi circa 10/ 15 cm e modellare dei cuori arrotolandoli su se stessi stringendo in alto la parte centrale e allungando un po’ il centro della parte inferiore.
Posizionarli su una leccarda e pennellarli leggermente con un po’ di latte. Aggiungere qualche mandorla a scaglie e ancora un po’ di peperoncino tritato.  Preriscaldare il forno a 180 gradi e cuocere x circa 10 min.

Buon san Valentino piccante a tutti !

Ebbene sì, siamo tornati!

Dopo la presentazione dell’associazione “Il Tiro”, ci siamo presi una pausa. Ma non siamo stati fermi o come va di moda dire oggi, non siamo stati seduti sul divano. Abbiamo messo in fila i nostri buoni propositi di inizio anno, e un po’come quando si affronta la dieta dopo le feste di Natale, siamo andati in palestra a lavorare. Nel nostro caso la palestra ha conciso con il progettare un nuovo calendario d’iniziative.

Il 2018 lo abbiamo chiuso parlando di ambiente e del futuro dell’Europa. Nel 2019 vorremmo confrontarci e approfondire nuovi temi di natura socio-politica. Quest’anno ci saranno delle scadenze importanti: a maggio le elezioni Europee, e forse come non mai saranno uno spartiacque per la definizione degli equilibri politici a livello nazionale ed europeo. Sarà un passaggio fondamentale per il futuro dell’Europa, non un concentrato di meccanismi burocratici ma una vera e propria unione politica e sociale, dove accanto alle necessità economico / finanziarie si collocano le esigenze del lavoro e delle politiche di inclusione. Europa come sguardo al futuro e non come gestione del presente. Sarà curioso vedere se i risultati porteranno dei cambiamenti nell’attuale governo, ma anche misurare lo stato di salute del centro-sinistra. A primavera ci saranno anche le elezioni amministrative in molti comuni, dove in questo caso i risultati potrebbero essere letti come l’anteprima delle elezioni regionali in Emilia Romagna. Un vero e proprio test politico, che porta con sé più di un quesito: è la fine definitiva del “modello” emiliano-romagnolo? La sinistra, o meglio il centrosinistra, avrà la capacità di proporne uno nuovo? Quali saranno i temi, le linee politiche, le proposte, per mantenere l’Emilia – Romagna all’interno delle regioni di testa dell’Unione Europea ? Questi appuntamenti, non possono essere affrontati dai futuri candidati al governo regionale (o locale) con i soliti schemi, bisogna arrivarci preparati. È in questo spazio che ci volgiamo collocare. L’ambizione è quella di essere una realtà che di fronte la superficialità e l’improvvisazione nella gestione degli interessi pubblici, discute e prova a tracciare nuove rotte nel mare della complessità. Un luogo propositivo di approfondimento e di elaborazione.

Uno dei nostri obiettivi è di promuovere e mettere in luce, con un taglio diverso, i problemi che attraversano il nostro tempo: il lavoro, il welfare, la sicurezza, l’ambiente. Siamo alla ricerca di “nuovi paradigmi”, senza i quali difficilmente si giungerà a “nuove soluzioni”. Allora forse è meglio confrontarci, trovare strade comuni e non soluzioni frammentate ed estemporanee che risulterebbero semplici toppe. Il Tiro con un po’ di presunzione, ci mette del suo, offrendo incontri con personalità che nel loro ambito hanno certamente competenze e cose da dire.

Martedì 12 febbraio, si terrà il primo incontro, si parlerà di vecchie e nuove povertà. Saranno con noi Giuliano Barigazzi, Silvia Giannini e Maurizio Bergameschi.

Il 26 di febbraio e il 12 marzo in collaborazione con Green Social Festival, presenteremo i libri Conoscere per vivere – Istruzioni per sopravvivere all’ignoranza e Ecologia del desiderio. Curare il Pianeta senza rinunce. Saranno con noi oltre gli autori: Giovanni Boniolo e Antonio Cianciullo, numerosi ospiti che hanno accettato l’invito a confrontarsi con noi su questi temi.

Si tratta solo dell’inizio. Non vogliamo spoilerare tutto subito, ma vi chiediamo di venirci a trovare e seguici sul Il Tiro Magazine, su Facebook, Twitter e a breve anche su Instagram.

A presto!

Al di là del dibattito sull’efficacia, sull’opportunità e sulle reali possibilità, di una misura come il Reddito di Cittadinanza, di riuscire a risolvere il problema della povertà e delle crescenti disuguaglianze del nostro Paese  – sul quale rimando all’analisi pubblicata da SVIMEZ lo scorso novembre: https://www.svimez.info/images/note_ricerca/2018_11_15_nota_reddito_cittadinanza.pdf – la cosa che più mi ha lasciato perplesso e disarmato è stata la presentazione stile convention della prima “Card della storia della Repubblica italiana”.

Un sempre sorridente ed entusiasta Luigi Di Maio, insieme al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha presentato ieri (4 febbraio) quella che dovrebbe essere la principale misura contro la povertà e l’esclusione sociale nel nostro Paese, esattamente come si presenterebbe un nuovo modello di smartphone o una nuova auto all’interno di un evento commerciale. L’”oggetto del desiderio” era coperto da un velo e protetto da una teca di vetro e una volta svelato i due eroi, insieme a tutto lo “stato maggiore” dei 5 Stelle hanno posato davanti a orde di fotografi e giornalisti: roba da far invidia a Cristiano Ronaldo e Leo Messi alla cerimonia di consegna del Pallone d’Oro.  

Il concentrarsi sulla “Forma” (la presentazione della prima card) potrà sembrare naif (e probabilmente lo è) ma personalmente credo sia uno di quei casi in cui la forma sia (e tradisca) la sostanza.

Presentare una misura politica – per quanto importante questa possa essere – come un “prodotto commerciale”, oltre ad essere un’ulteriore evoluzione di quella “politica-teatro” in cui tutto viene presentato in termini superlativi ed auto-celebrativi è anche quanto di più lontano ci possa essere da quella “politica vicina ai cittadini e alla gente” di cui i 5Stelle si sono auto-proclamati portatori. Cosa c’è di più “elitario” che il trattare i cittadini come dei “consumatori”? Quanto è lontana quella convention e quella platea dalla condizione materiale dei cittadini che – si spera – usufruiranno del reddito di cittadinanza?

Una“nuova” (aggettivo talmente abusato da sembrare ormai vuoto di senso) classe politica di sinistra, oltre al riportare al centro del dibattito e dell’agenda politica i valori ed i principi che la contraddistinguono (uguaglianza, giustizia sociale, tutela dell’ambiente, lotta alla criminalità organizzata etc.) dovrà farsi carico di riaffermare anche uno “stile umile, serio e semplice” nel portare avanti le proprie battaglie e nel fare il proprio lavoro. L’auto-esaltazione, l’ansia da comunicato stampa e da diretta social non possono costituire un modello a cui tendere o un campo in cui competere.