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Marzo 2019

Questa settimana a contendersi il primato nel nostro aringo virtuale, sono due pesi massimi dell’editoria internazionale. Due veri e propri facitori seriali di bestsellers, gente da centinaia di migliaia, ma che dico centinaia di migliaia, milioni, milioni veri di copie.

Signore e Signori, a voi John Grisham e Michael Connelly o meglio i loro ultimi (ultimi nel momento in cui sto scrivendo, ma nulla vieta di pensare che quando voi leggerete queste poche righe loro non abbiano già editato un nuovo, succoso e fruttuoso capitolo delle rispettive saghe da narratori) romanzi: “La resa dei conti” di Grisham e “Doppia verità”, l’ennesimo capitolo delle avventure del detective Hieronymus “Harry” Bosch, di Connelly.

Personaggi carismatici e dalla vita da romanzo essi stessi (Grisham originario di una cittadina del profondo sud, avvocato di provincia, eletto per i democratici alla Camera dei rappresentanti del Mississippi, il suo primo romanzo “Il tempo di uccidere” fu rifiutato come da prassi da diversi editori prima di vedere la luce nel 1987, primo di una serie di altri romanzi tutti ad impianto giudiziario che fecero di lui l’autore più venduto degli anni ’90 con un totale di più di 60 milioni di copie; Connelly, nativo di Philadelphia, ma si trasferisce in Florida durante l’università, è ingegnere come il padre, si appassiona al genere giallo leggendo Chandler e inizia a scrivere per quotidiani locali di Fort Lauderdale e Daytona Beach; in seguito al successo di un suo reportage su un disastro aereo viene assunto come giornalista criminologo per il LosAngelesTimes città dove riesce a prendere in affitto l’appartamento, bellissimo e immaginifico, in cui Robert Altman aveva ambientato l’abitazione del suo Marlowe, interpretato da Elliott Gould, ne “Il lungo addio”, la più bella, e definitiva, trasposizione cinematografica del genere), entrambi i romanzi rispecchiano in pieno le caratteristiche, le poetiche narrative, gi stilemi, i vezzi ed i difetti delle scritture dei due romanzieri.

Ed allora, diciamolo. Sembra di leggere la stessa storia: vengono aggiunti particolari, si approfondiscono caratteri, variano, ma poco, le ambientazioni, sono introdotti personaggi che nulla o molto possono regalare al plot narrativo, ma la sensazione è quella di ritrovarsi sempre immersi nella stessa atmosfera, di stare vivendo, per interposta persona ovvio, la stessa vita in compagnia degli stessi amici, o compagni d’avventura, di sempre.

Intendiamoci; non certo una brutta sensazione se sai cosa vuoi, di cosa hai voglia in quel momento, se ti avvicini alla lettura sapendo già in partenza che ciò che cerchi lo troverai, e alla grande, offerto nella maniera più professionale possibile.

In sintesi, non bisogna aspettarsi novità, nuove frontiere stilistiche o voli pindarici di una creatività che nel caso di entrambi (e di tutti quegli autori che si dedicano alla scrittura, alta beninteso, di studiati bestsellers) viene posposta alla solidità della trama e alla professionalità del risultato offerto e che spesso e volentieri trova una più compiuta espressione nelle tante trasposizioni cinematografiche tratte dai romanzi di entrambi gli autori (tralasciandone molti, “Il momento di uccidere” con Matthew McConaughey, Samiel L.Jackson e Sandra Bullock, “Il socio” con Tom Cruise, “Il rapporto Pelican” con Julia Roberts, “Il cliente” con Susan Sarandon e TommyLee Jones, “L’uomo della pioggia” di Francis Ford Coppola con Matt Damon dagli omonimi libri di Grisham o “Debito di Sangue” di e con Clint Eastwood, “The Lincoln Lawyer” con Matthew McConaughey e Marisa Tomei o la serie televisiva “Bosch” tratta, appunto, dai romanzi aventi come protagonista l’omonimo detective).

Non fanno, chiaramente, eccezione, questi due romanzoni, si potrebbe dire, 418 pagine quello di Grisham, solo 384 quello di Connelly che però, questione di weltanschauung letteraria personale, si legge meglio, più scorrevole, più mosso, più avvincente specialmente se quello che si cerca in una lettura del genere è azione, ritmo, empatia.

Se infatti ne “La resa dei conti”, ambientato nel 1946 nel sud profondo del Mississippi, si narra il ritorno a casa, una casa che troverà molto diversa da quella che aveva lasciato, di Pete Banning reduce ed eroe di guerra dopo anni di reclusione in un campo di prigionia giapponese nelle Filippine (e da qui parte il solito plot giudiziario tipico di Grisham), in “Doppia verità” siamo alle prese con il ventesimo romanzo dedicato alle imprese del detective del SFPD (SanFernando Police Department ma prima era stato detective al ben più prestigioso LAPD), storia in cui si trova ad interagire con un altro personaggio cui Connelly ha dedicato sei romanzi, l’avvocato “in automobile” Mickey Haller (fratellastro dello stesso Bosch) ed incentrata sulla risoluzione di un duplice omicidio che lo porterà a muoversi negli ambienti del traffico di medicine gestito dalla mafia armena mentre, contemporaneamente dovrà difendersi (è qui che si dimostreranno fondamentali le capacità del fratello) da una indagine a proprio carico.

Fossimo in periodo, potrei definirle due letture estive, solida padronanza delle emozioni e dell’alternarsi delle situazioni che possono far propendere la propria simpatia verso l’uno o l’altro dei protagonisti.

Tenendo comunque presente di trovarsi di fronte in ogni caso ad alta letteratura di genere, se ghettizzare la letteratura, qualunque letteratura, in generi preconcetti avesse un senso.

Londra, venerdì 29 marzo.

Oggi “era il giorno” in cui doveva scattare la Brexit.

In realtà’ si incomincia ad intravedere la fine dell’inizio del processo, anche se nessuno sa dire come andrà’ a finire.

Il Parlamento ed i partiti sono divisi, così come il governo.

Riflettono  le varie divisioni che attraversano il popolo inglese, anche se in proporzioni non dirette.

Ci sono i Remainer che trovano spazio politico nel Labour , anche se Corbin si è tenuto alla larga da loro fino all’ultimo, tanto da provocare l’uscita dal partito di un drappello di deputati (nella migliore tradizione della sinistra). Essi hanno fatto una manifestazione di un milione di persone una settimana fa e raccolto oltre 4 milioni di firme per un secondo referendum in poco tempo.

La posizione ufficiale del Labour rimane per il  ‘Leave’, una Brexit soft con il mantenimento della unione doganale ( che tra l’altro risolverebbe il problema del confine tra le due Irlande).

Proposta che e’ favorita da imprenditori e ceti urbani è la più realistica tra le varie opzioni soft Brexit.

Poi c’e’ la posizione prevista dall’accordo raggiunto dalla May: molte più mani libere per l’UK, ma solo una volta trovata una soluzione al problema del confine tra le 2 Irlande: fino a quando tale soluzione non si troverà resterà tutto come ora; per cui hard brexiter (quelli del no deal) ed i protestanti nordirlandesi si sono opposti.

Poi ci sono gli hard brexiter (tra 50 ed 80 deputati Tory) che vogliono una uscita dai vincoli imposti da qualsiasi accordo con la UE.

Costoro sono quelli che più hanno cambiato opinione (radicalizzandola) dopo il voto del referendum.

I leavers infatti non avevano mai ipotizzato una Hard Brexit, perfino Boris Johnson durante la campagna per il Leave aveva assicurato la Business Community che ci sarebbe stata una uscita ordinata e favorita da accordi.

La loro posizione forte era legata ai “70/80 milioni in più a settimana” che ci sarebbero stati per la sanità.

Oggi la loro posizione è radicalmente mutata: meglio poveri ma liberi!

Sondaggi recenti dicono che almeno il 70 % dei Leavers sono  su posizioni No-Deal .

Tendenza favorita anche dalla May e dai Media che hanno accusato il Parlamento di inefficienza , incapacità’ ecc. Il meglio del repertorio dell’antipolitica naturalmente.

Quindi riassumendo:

  • A) il Secondo referendum: per ora  non si farà’ poiché’ non ci sono i numeri in parlamento. Inoltre il quesito da porre sarebbe alquanto dubbio: volete uscire dalla UE forse vincerebbe di nuovo (questo dicono alcuni sondaggi) ma anche l’interrogativo “Volete un confine ‘duro’ tra le due Irlande?” verrebbe battuto sonoramente . Eppure i 2 quesiti coincidono.
  • B ) La SoftBrexit richiede che Lunedì un gruppo nutrito di deputati Conservatori votino con i Laburisti. Costoro uscirebbero sconfitti nelle prossime probabili elezioni politiche visto l’orientamento dell’elettorato Leaver.
  • C ) Exit tramite No-Deal. Sconfitti da una mozione in Parlamento ma con residue speranze legate al fatto che la revoca dell art 50 ( uscita dall ‘UE ) deve essere richiesta dal Governo. Ma i ministri Soft Brexit si sono dimessi per potere votare contro il governo, mentre i ministri leavers sono rimasti nel Governo. Sperano quindi in un no-deal per mancanza di alternative praticabili (il governo non sarebbe in grado di ratificare lo stop alla Brexit e l’uscita no-deal sarebbe automatica)
  • D) Elezioni anticipate (magari in coincidenza con le Europee): molto improbabili ma richieste da molti. L’UK a differenza degli altri paesi Europei aveva visto un rafforzamento del Bipolarismo con i 2 Partiti tradizionali quasi appaiati che insieme avevano totalizzato oltre l’80% del risultato. In realta’ il Labour aveva “sfondato” a Londra e nelle aree Urbane, mentre i Conservatori avevano fatto il Pieno nelle ex zone rosse (Inghilterra del Nord) Oggi le Elezioni farebbero paura ai Laburisti, un po’ in crisi per lo scarso sostegno dato da Corbin al secondo Referendum. Tra i giovani e nelle aree Urbane sta perdendo appeal. Corbin  è molto sensibile alle posizioni “leghiste” degli ex operai delle ex roccaforti labour). Nonostante le acrobazie di Corbin tuttavia il Labour non riconquisterebbe quelle contee.Le periferie sono toste e preferiscono mandare in Parlamento quelli che la pensano come loro. Le Elezioni sono temute anche  dai Conservatori che si presenterebbero come un Partito diviso e prigioniero dell’ala più’ intransigente dei Brexiters. Ed anche se dovessero vincere lo farebbero con una compagine di deputati molto rinnovata ( opzione questa non ben vista dagli uscenti) I liberali ( ricordate l’europeista Clegg ?) riguadagnerebbero  seggi togliendoli ai laburisti nelle aree urbane
  • E ) Ultima mossa del Cavallo : ms May  fa passare una posizione soft Brexit tramite una convergenza non-ufficiale lunedì. Un voto che vedrebbe accomunati  i sostenitori pro Ue Conservatori ed i Laburisti, per poi, in una seguente sessione parlamentare, mettere ai voti un ‘Contest’ tra il suo piano (bocciato 3 volte) e la nuova proposta soft-Brexit , nella speranza in tal modo di mettere alle strette i più acerrimi sostenitori del  No-Deal . In questo caso dovrebbero scegliere il minore dei mali (a loro giudizio). In fondo basta che una ventina di deputati “ci ripensino”. Riunificherebbe il partito ed uscirebbe alla grande di fronte all’opinione Pubblica.

In definitiva siamo ancora agli inizi e gli inglesi continuano ad affollare i pub (vedi foto sotto).

Inoltre oggi ci sara’ Liverpool -Tottenham (vedi Classifica Premier).

Agli albori del novecento, il secolo dell’elettricità, le valli appenniniche dell’alto Reno accolsero innumerevoli cantieri di costruzione di dighe, condotte forzate e centrali idroelettriche. L’elettrificazione delle case, delle manifatture, dei servizi, della ferrovia Porrettana e della nuova linea direttissima Bologna-Firenze, richiedevano in loco la disponibilità di quelle che oggi chiamiamo “fonti energetiche rinnovabili”. Nacquero così i quattro invasi artificiali idroelettrici che da circa un secolo caratterizzano, rendendolo unico, il paesaggio e l’habitat di questa parte di montagna. I laghi, oltre all’energia, hanno prodotto anche bellezza e biodiversità. Al punto  che nel 1995  l’intera area è stata classificata “Parco regionale protetto”. Ecco, dunque, un tour ideale per il cicloturista alla ricerca di buone sensazioni. Il Gran Giro del laghi parte da Porretta Terme, direzione Pavana, il luogo del cuore del “maestrone” Francesco Guccini, passato il quale si prende a sinistra la strada sovrastante il muro della omonima diga, per proseguire verso Poggiolino e Badi e poi scendere al Lago di  Suviana. 

L’invaso di Pavana, realizzato nel 1925 dalle Ferrovie dello Stato, raccoglie le acque del Limentra di Sambuca e, tramite una galleria sotterranea di 2,7 km, quelle del Reno. Un’altra galleria sotterranea lo collega alla centrale idroelettrica di riferimento del Lago di Suviana, anch’esso realizzato dalle Ferrovie dello Stato tra il 1928 e il 1932. 

La diga di Suviana, alimentata dal Limentra orientale, è alta 91 metri e forma l’invaso più grande della provincia di Bologna ed uno dei maggiori della regione. Il Lago è da molti decenni una apprezzata meta turistica: campeggi, ristoranti, punti ristoro, spiagge, scuola di vela, windsurf, park adventure, ecc. L’escursione prosegue verso il lago Brasimone. 


Si sale gradualmente verso il Passo dello Zanchetto (870 m.), spartiacque tra la valle del Limentra e quella del Brasimone, passando per gli antichi borghi di Bargi, Baigno e Barceda. Prima di Baigno, sulla destra, si può visitare Palazzo Comelli, raffinato esempio di architettura medioevale montanara alto borghese, e l’annesso Oratorio di Santa Maria in Porcole  ossia dei Porcelli, probabilmente a causa della antica presenza di allevamenti suini o di popolazioni di cinghiale. 

Il Lago Brasimone è posto a 840 m, quindi più in basso rispetto al Passo dello Zanchetto. Fu realizzato nel 1911 per alimentare  la sottostante centrale idroelettrica ferroviaria di Santa Maria. Successivamente fu collegato in  andata e ritorno con il Lago di Suviana per la produzione di energia elettrica nei momenti di massima domanda. Lungo il suo periplo si trovano ristoranti, alberghi, aree verdi attrezzate, aree picnic, area sosta per Camper, postazioni per la pesca, il Centro Visita e il Centro Ricerche dell’ENEA.

Infine si prende la strada che corre in discesa verso Castiglione dei Pepoli e il Lago Santa Maria. Purtroppo queste settimane  l’invaso è in secca per i periodici lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria. Buon segno se si fanno le manutenzioni. Bisognerà tornarci. 


Il luogo è  bello e un chiosco ospitale offre quel che può servire al giusto relax. A questo punto, prima di rimettersi sulla via del ritorno, è d’obbligo  una visita veloce allo splendido centro storico di Castiglione, già feudo, anzi città-stato (1462-1796) della arrembante famiglia bolognese dei Pepoli. 

Parliamo chiaro? Scriviamo chiaro? Una bella autoanalisi non farebbe male

“Non ho capito, può ripetere?”. E forse non è un di chi ascolta, ma di chi parla o scrive. C’è una profonda verità, ricorrente e assoluta, in quello che ha dichiarato, in una recente intervista al Corriere della Sera, lo scrittore Gianrico Carofiglio quando dice ai colleghi autori “Volete essere letti? Fatevi capire”.

Sembra una cosa scontata ma in questa società dell’eterna e diffusa comunicazione ci facciamo capire sempre meno. Un romanzo avvince se il lettore entra subito, attraverso le parole e le frasi da esse costruite, nella storia e nella narrazione. Così un racconto diventa un pezzo della nostra vita se le sue parole e le sue immagini soni intagliate, forti, chiare, strutturate, calzanti e  incalzanti, insomma vere.

Domanda: ma noi parliamo chiaro? Scriviamo chiaro? Una bella autoanalisi non farebbe male. Federico Scianò, un compianto e bravissimo collega giornalista, divideva i testi che sentiva leggere nei telegiornali in due grandi categorie. Non certo in testi belli o brutti perché questa distinzione è nello stesso tempo oggettiva e soggettiva. C’è un testo sbagliato e un testo giusto e su quello non si litiga.

Ma la vera distinzione, la vera differenza sta in un’altra valutazione: il testo che ho sentito alla radio, in televisione in un video web è “croccante” oppure è “flaccido”? Croccante contro flaccido, diceva Scianò. Cioè una frase croccante contiene  le parole uniche per quel contesto, strutturate e strutturanti, quasi insostituibili per segno e significato. E quindi quella frasi darà un effetto unico, senza ambiguità, senza incertezze, senza problemi di interpretazione primaria. Invece la frase “flaccida” (che impressione l’immagine di una frase flaccida!) è la frase costituita da parole ambigue, modi di dire, stereotipi, luoghi comuni, termini inutilmente complicati, avverbi ingiustificatamente reiterati.

Attenzione: anche io in questo momento rischio di produrre frasi flaccide. Cerco di combattere questa sciagura in due modi: pensando pulito e scrivendo semplice. Ce la farò? Boh, importante è provarci.  Come si dovrebbe fare quando si scrive per migliaia di potenziali lettori o decine di migliaia di potenziali ascoltatori. Mica poco. Guardate che questo problema del farsi capire è, se ci pensate bene,  il problema dei problemi.

Quante polemiche, quante guerre, quante disavventure, quante sciagure si sono consumate solo perché due persone, due gruppi, due parti, due partiti, due Paesi non si sono capiti, non hanno trovato il punto di incontro, l’area di avvicinamento, il contatto che consentiva il compromesso. Usa Corea, Cina Usa, Argentina Gran Bretagna, marito e moglie, fratello e sorella, datore di lavoro dipendente e via elencando. Diceva Giovannino Guareschi indimenticato ed indimenticabile autore del Mondo Piccolo, con protagonisti quei giganti di Peppone e Don Camillo, che lui in fondo usava al massimo duecento parole. Non è proprio così ma il messaggio simbolico c’è tutto: parlare e scrivere con quegli strumenti semplici che incontrano il gusto e la comprensione popolare. E qui si coniugano tante frasi ad effetto che vanno ben soppesate ma che sono spesso una forma per cominciare a riflettere su quanto pensiamo, parliamo e scriviamo complicato. “Parlar chiaro è pensare pulito”. “Non innamorarti di una parola o di una espressione che può diventare un tic”. Per fortuna si sono molto diradati (si dirà diradati a proposito di persone?) quelli che usano l’espressione “nella misura in cui”, che sarebbe da tassare. Mentre sono in aumento, ahimè, quelli che usano come prima risposta alla domanda di un interlocutore l’espressione “assolutamente sì”. Con una successione fastidiosa di “esse”.

Qualcuno  dice anche “assolutissamente sì” che come potete ben capire è da multa linguistica e fonetica. C’è tanto da fare per farsi capire. A volte un gesto e un’occhiata comunicano meglio di una frase o di un ragionamento. Oltre a imparare parlar chiaro bisognerebbe esercitarsi anche nella comunicazione non verbale o para verbale tra gestualità postura, fissazione oculare e pause. Quanto “comunicavano” le pause dei discorsi di un noto politico della Prima Repubblica?! Fammi sentire come parli e ti dirò chi sei, si potrebbe convenire.   Ma anche parlando fammi capire che mi hai ascoltato: altro grosso problema. Parliamo, parliamo e ascoltiamo poco e niente. E in realtà la prima forma di comunicazione è proprio l’ascolto. Invece non abbiamo abbastanza pazienza, non ascoltiamo e non prestiamo sufficiente attenzione alle riflessioni che ci vengono proposte mentre siamo intenti a pensare come reagire con la nostra parola, subito.

Ammiro quelli che sono capaci di rispondere ad una invettiva, magari sguaiata, con un elegante sguardo del silenzio. Ce la possiamo fare.

Yukichi Watabe è stato il primo fotografo giapponese a ottenere, negli anni ’50, il permesso di accompagnare la polizia per documentare un’indagine criminale, rivelando (sulla falsariga di quello che WeeGee, pseudonimo di Arthur Fellig, realizzò a NewYork tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40) un universo che ha l’impronta estetica di un film noir. Nel lavoro del fotografo giapponese però, a differenza di quanto faceva il fotoreporter americano, la materia del fotoreportage (raccolto sotto il titolo di “Diario di un’indagine” ) non è l’omicidio, ma l’indagine, in cui l’ispettore, pedinato dal fotografo nelle sue indagini quotidiane, ricopre il ruolo del protagonista.

Realizzando, in questo modo, più che una semplice documentazione delle indagini, un documento di straordinario valore sulla vita quotidiana nella Tokyo di fine anni cinquanta, sulle sue periferie affollate, sui chioschi di cibo da strada, sulle bische fumose, sui terminal dei bus deserti sotto la luce asettica dei neon.

Non è strano quindi aver avuto come riferimento iconografico le sue fotografie scattate in un folgorante B/N leggendo questo “Tokyo Express” scritto nel 1958 da Matsumoto Seichō (considerato il George Simenon giapponese di cui ricalca lo stile e i ritmi narrativi: “… si era appena fatto giorno. Il mare era avvolto in una foschia lattiginosa. Shikanoshima, l’isola dei cervi, si vedeva a malapena, così come il sentiero del mare. Tirava una brezza fredda e salmastra. L’operaio, col bavero alzato e il capo chino, procedeva a passo svelto. Attraversava quella spiaggia rocciosa per arrivare prima in fabbrica, come era sua abitudine. Ma qualcosa di totalmente inatteso attirò il suo sguardo, sempre rivolto al suolo. Due corpi adagiati su una lastra di roccia scura stonavano incredibilmente con quel paesaggio a lui così familiare …”) ed ora proposto da Adelphi.

Prima di continuare, però, permettetemi, se deciderete di leggerlo, un consiglio: procuratevi un taccuino, uno di quei libriccini con la copertina nera e i fogli a righe e prendete nota. Segnatevi i nomi dei personaggi, dei protagonisti ed anche quelli dei comprimari (Mihara Kiichi, Otoki, Yaeko e Kaneko, Sasaki Kitarō, Yasuda Tatsuo, Ryokō, Sayama Ken’ichi, Torigai Jūtarō, Sugawara Yukiko, Kawanishi, Ishida Yoshio, Inamura, il commissario Kasay); e non dimenticate di annotare i nomi dei luoghi, le regioni, le città, i laghi, le spiagge (Kagoshima, Moji, Hakata, Kashii, Kanpei, Akasaka, Fukuoka, Yugawara, Haneda, Hakodate, Shinjuku); e, naturalmente, non dimenticate i nomi dei treni (Tsukushi, Asakaze, Towada, Marimo, Satsuma): eh già, in Giappone i treni, tutti i treni, da quelli locali a quelli superveloci, hanno un nome con cui sono chiamati e vengono identificati nel parlare comune. Il consiglio, fidatevi, non vi risulterà inutile per riuscire a districarvi in questo noir dal fascino ossessivo, tutto incentrato, appunto, sui nomi dei treni e sui loro orari a determinare un congegno perfetto che ruota intorno a una manciata di minuti.


E come nel miglior Maigret, l’intuito e le capacità intellettive, l’esperienza e la perspicacia si dimostrano ben presto indispensabili e determinanti a dipanare un plot narrativo che, chiaro, ruota attorno ad un delitto: “… In una cala rocciosa della baia di Hakata, i corpi di un uomo e di una donna vengono rinvenuti all’alba. Entrambi sono giovani e belli. Il colorito acceso delle guance rivela che hanno assunto del cianuro. Un suicidio d’amore, non ci sono dubbi. La polizia di Fukuoka sembra quasi delusa: niente indagini, niente colpevole. Ma, almeno agli occhi di Torigai Jutaro, vecchio investigatore dall’aria indolente e dagli abiti logori, e del suo giovane collega di Tokyo, Mihara Kiichi, entrambi diffidenti delle idee preconcette e dotati di una perseveranza e di un intuito fuori del comune, qualcosa non torna …”.

Un romanzo atipico, dal lento fluire e dalla precisa, puntuale costruzione, ma anche denso ed appassionante che fa sperare che altri, sui quasi trecento titoli di cui conta la bibliografia di Seichō, vengano tradotti per i lettori italiani.

INTERVISTA A JANNA CARIOLI *

  1. Quando viaggi per andare nelle scuole a parlare dei tuoi libri, cosa ti colpisce di più nelle interazioni con i bimbi?

Incontrare i bambini delle scuole per uno scrittore è il vero banco di prova, la cartina di tornasole.   

Quando vado a fare incontri io chiedo sempre che ogni bambino abbia il “suo” libro. Al di là della lettura collettiva che un insegnante può fare in classe, infatti, credo che quello fra un ragazzino e un libro sia un rapporto intimo. Se un capitolo lo colpisce se lo può rileggere… se un passaggio lo annoia, perché no, lo può saltare! Avere il suo libro in mano gli permette di tuffarsi dentro l’avventura in un modo, un luogo un tempo scelti da lui.

Scrivere per ragazzi è una grande responsabilità perché si costruisce l’immaginario del futuro. Attraverso i libri si trasmette un’etica, si condividono dei valori, si prefigurano mondi. In un libro si possono trattare temi importanti, profondi, come la vita, l’amore, la morte.

I bambini, al contrario di quanto pensano gli adulti, si innamorano molto presto, e potersi identificare con i sentimenti del protagonista di un libro li fa sentire meno esposti e meno soli. In quanto al tema della morte, spesso i bambini sono tenuti fuori dal dolore, perché si pensa che ne possano essere traumatizzati.  Trovare questi passaggi all’interno di un romanzo, permette di “attraversarlo” uscendone emotivamente coinvolti, ma illesi. Attraverso un libro passano idee di solidarietà, coraggio, speranza. 

2. Cosa ti lascia questa attività?

Scrivere è il mio lavoro. Certo, serve creatività, ma serve anche e soprattutto disciplina. Non si può scrivere un libro a sfondo storico, per esempio, senza confrontare accuratamente fonti, documentarsi nei dettagli e questo richiede settimane preliminari di studio approfondito. A questo seguono lunghe giornate al computer per la stesura del romanzo. Insomma è un’attività a tempo pieno.  

Io scrivo anche per la televisione e a differenza della scrittura di un libro, che è una attività solitaria, questo è un lavoro collettivo, che non si può fare… se non si ha un buon carattere.

3. Oltre a quelle già citate, quali sono, se ci sono, secondo te, le altre possibili ricadute sul territorio? E quali misure potrebbero essere adottata per facilitare la diffusione della lettura tra i più piccoli?

Detesto la faciloneria con la quale alcuni amministratori e politici lanciano proclami di promozione della lettura chiamando a raccolta scrittori e illustratori a fare volontariato in maratone che, a mio parere, non solo lasciano il tempo che trovano, ma sono anche poco rispettose del lavoro altrui. Politici e amministratori hanno il dovere di sostenere azioni mirate alla diffusione dei libri soprattutto fra i più giovani e dunque devono anche prevedere risorse che sostengano questo impegno, nel creare eventi, biblioteche di scuola, attività sul territorio.

Non credo che a un amministratore verrebbe in mente di chiamare un idraulico a fargli gratis il bagno, in nome della libera circolazione delle acque. Non capisco perché si permetta di chiedere a uno scrittore di dare gratis il proprio lavoro, in nome della cultura. Io mi considero un “idraulico della cultura”. Poi, posso anche autonomamente decidere di partecipare volontariamente a una attività, ma non in base a una velleitaria chiamata alle armi che non prevede da parte delle istituzioni un analogo impegno.  

4. Quali azioni dovrebbero essere intraprese dalla Regione per sviluppare i temi che hai citato?

Vorrei che la Regione Emilia-Romagna promulgasse una normativa sul libro (legge regionale), sulla promozione e educazione alla lettura come impegno costante e non episodico, come uno dei nuclei fondanti. Altre regioni l’hanno già fatto (vedi Regione Puglia, vedi Sardegna). Attualmente ci sono i patti per la lettura comunali, ma mi sembrano per ora solo un censimento. Bisognerebbe promuovere un nucleo finanziato, non solo di intenti, ma anche di mezzi che non si basi solo sul volontariato.

Ridare al libro il valore di ponte, alla lettura e alla narrazione la dimensione anche della socialità, non come sguardo passatista, ma come azione rivoluzionaria (il libro ti rende meno povero). La regione Emilia-Romagna ospita la più importante fiera al mondo per l’editoria per ragazzi. Diventare la “Regione del libro” per azioni, esempi virtuosi, intrecci tra le diverse competenze, non per essere i primi della classe ma per diventare collettori, mi sembrerebbe un obiettivo da perseguire.

5. Ci sono altri temi, al di là di quelli direttamente collegati al tuo lavoro, che pensi sarà importante sviluppare nel prossimo futuro per la nostra regione?

Io sono un’abituale utilizzatrice di treni. Vorrei che la Regione incentivasse e ammodernasse il più possibile il materiale rotabile di propria competenza, con particolare riguardo alle tratte più utilizzate dai pendolari. Chi usa il treno e ha davanti una giornata di lavoro ha diritto ad avere tutto il sostegno e il confort possibile e non ritrovarsi su carrozze dismesse, sgangherate, sporche, residuati bellici delle Ferrovie dello Stato. Ormai non possiamo più pensare alle nostre città come feudi separati, dobbiamo pensarci sempre più in una di metropoli allargata, come cittadini di una regione all’interno della quale sia possibile spostarsi agevolmente con mezzi pubblici adeguati.


* JANNA CARIOLI Scrittrice, autrice di teatro e trasmissioni televisive fra le quali “La Melevisione”, “Trebisonda”, “Bumbi”. Insegna sceneggiatura televisiva a “Bottega Finzioni” di Carlo Lucarelli. Scrive libri per ragazzi (una cinquantina quelli usciti fino a oggi). I suoi romanzi, e i suoi libri di poesie hanno ricevuto numerosissimi premi letterari e sono stati più volte inseriti in “White Ravens” l’honour list che ogni anno segnala buoni libri per ragazzi scelti in un panorama internazionale. Vive fra Bologna e l’Isola d’Elba.

www.jannacarioli.it

La ciclovia del Sole è un progetto di strada ciclabile italiana all’interno dell’itinerario EuroVelo 7 tra Capo Nord e Malta. Il progetto collega su strade riservate a ciclisti e pedoni o a bassa densità di traffico motorizzato il Brennero con Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari. Al momento è realizzata la parte che dal Brennero arriva a Verona, seguendo il corso dell’Adige, e Mantova. Alla Città metropolitana di Bologna è affidata la progettazione, il coordinamento e l’attuazione del tratto Verona-Bologna-Firenze che tra itinerario principale e varianti contempla circa 140 km di pista ex-novo, 380 km da riqualificare, 150 km esistenti. Le dotazioni finanziarie ad oggi disponibili consentiranno di realizzare entro il prossimo quadriennio il tratto Mirandola-Sala Bolognese, il contiguo raccordo con Bologna e il tratto Pian di Venola (Ponte di Sperticano) – Riola di Vergato. 


Non è necessario sottolineare come tutto questo rappresenti quella opportunità attesa da decenni per valorizzare la mobilità ciclistica e le grandi potenzialità dell’Italia sul mercato cicloturistico internazionale. Ho deciso di esprimere il mio apprezzamento al progetto provando uno dei tratti che non ha bisogno di nuove infrastrutture dal momento che si sviluppa su strade secondarie a bassissima densità di traffico motorizzato (credo di aver incontrato 10-15 auto in tutto!): Riola-Pistoia via Acquerino. Parto da Riola in ossequio all’itinerario principale ma il percorso potrebbe essere facilmente intrapreso anche da Porretta Terme. La destinazione è il lago di Suviana. 


Si sale a Badi per proseguire a sinistra e dopo qualche chilometro ancora a sinistra nella verde ed incantevole valle del Limentra di Treppio. Lungo la strada si incontrano piccoli borghi dai nomi estremamente eloquenti: Torri, Lentula, Fossato, Acqua, Monachino, Acquerino. 


Si procede accompagnati dal rumoreggiare instancabile delle acque e dal costante sospiro della boscaglia fittissima. Sulla sommità si è accolti da una enorme fontana e dal centro visita della riserva naturale statale che su 243 ettari di superficie protetta ospita faggete, boschi da seme, piante rare, piccoli e grandi mammiferi (cervi, caprioli, daini, cinghiali, faine, volpi, lupi), sparvieri, poiane e qualche aquila.


Prima della lunga discesa verso Pistoia si percorre qualche chilometro di alta strada panoramica da cui si domina la pianura toscana e l’ormai unicum urbano Pistoia-Firenze-Prato. 


Scendendo si rimane colpiti dal rapido mutare del micro clima e del paesaggio: ovunque alberi di olivo, completamente assenti nel precedente tratto in salita. 


Arrivato a Pistoia invio un pensiero di gratitudine ai decisori politici e alla Federazione degli Amici della Bicicletta ma abbandono la “ciclovia del Sole”. 

Non ho voglia rifare la stessa strada a ritroso. Prendo la statale 64 Porrettana fino al valico della “Collina”e da lì velocemente scendo verso l’iniziale partenza.

Avremo pure dei problemi, e grossi. Saremo pure, al momento, l’economia più critica, qualcuno dice “contagiosa” della zona Euro. Sconteremo pure errori e mancate visioni di un passato lontano e recente. Ma, diciamolo, siamo e restiamo un Paese meraviglioso.

Come dicevano i cartelloni turistici qualche anno fa sulle nostre autostrade mettendo le sagome delle bellezze e delle tipicità di quel territorio e con la scritta confortante: sei in un Paese meraviglioso. Meraviglioso significa provocare e stimolare meraviglia: per il bello e per il meno bello che potrebbe diventare splendido.

Una rinomata trasmissione televisiva ha messo insieme recentemente quattro diverse meraviglie che disegnano la magnificenza di questo Paese che si chiama Italia tra storia arte e natura: Mantova scrigno dei Gonzaga, uno degli emblemi di Roma piazza Navona con la fontana dei fiumi del Bernini, la costiera Amalfitana che solo a pronunciare il nome ti senti il sole addosso, voglia di mare e fame di frittura, e il parco archeologico marino di Bari. Abbiamo detto poco!

Storia e arte, mare e costa, archeologia e architettura, scultura e pittura, Andrea Mantegna e André Gide. Non ci vuole neanche molto a mettere in fila un giro rappresentativo delle località grandi e piccole che fanno dell’Italia un mosaico di attrazioni e di richiami: prendi una cartina e dove ti cade l’occhio e o la matita ti capita di planare su un borgo o un santuario, su una costa o su un castello, nella pizza storica o su una cima di montagna. Il vero problema è mettere a sistema tutto questo e far diventare questa offerta di bellezze e di attrazioni una rete economica valorizzabile e spendibile, esportabile e conoscibile oltre le apparenze e i luoghi comuni. Che si vada in Costiera Amalfitana per il sole e i limoni ci può stare ma forse innestare innovazioni e scoperte tradizioni e contaminazioni può sicuramente ampliare il richiamo.

Un grande museo per un piccolo paese come Mercatello sul Metauro zona Pesaro Urbino può fare più notizia di una grande mostra di una grande città e insieme le due occasioni diventare moltiplicatore turistico. Mi spiego: fare una grande rassegna al palazzo Ducale di Urbino e collegarla con una mostra a Mercatello o a Fano significa fare più rete e sistema. Questo è il bello di un Paese meraviglioso: che dove ti giri ti meravigli. A Ceresole Reale come a Vipiteno, a Cividale del Friuli come a Sauris, a Brunico come a Boccadasse di Genova, a Vinci come ai Boboli, a Fabriano come a Grottammare, a Canepina come ad Anagni, a Caserta come a Guastalla, a Taviano come a Petralia Soprana, a Tropea come a Maratea (da non confondere) a Lollove come a Golfo Aranci.  E poi ancora Verrand in Valle d’Aosta come in Valpolicella in Veneto, nelle colline dell’Oltrepo Pavese e sulle cime delle Dolomiti, nella laguna di Grado e sotto quel campanile dell’Abbazia di Pomposa.  

Direte: come ha scelto questi posti? Una successione di luoghi del cuore prima ancora che località di mercato turistico, perché è l’approccio cardio- emozionale che fa la differenza nella catalogazione della nostra meraviglia, unita all’esperienza che abbiamo fatto in quelle piazze, in quel locale davanti a quell’orizzonte sotto quel cielo, ai bordi di quel mare.

Ci ricordiamo di Cefalù Porto o di Spello per le forme e i colori che si sono impressi nella nostra memoria ma anche e soprattutto per quello che abbiamo annusato e gustato, toccato e fatto nostro con l’intelligenza emotiva, cioè imparato, appreso, conquistato. Con gli occhi e non solo con i souvenir.

Così non ti può che rimanere impressa quella piazzetta irregolare di Greve in Chianti e la via stretta di Vieste centro storico che ti sembra un corridoio di casa, quei terrazzi bianchi dell’entroterra di Nardò e quella distesa di boschi tra Corvara e La Villa. Perché abbiamo vissuto e introiettato quelle sensazioni come condivisione del nostro corpo e del nostro spirito. L’economia ci dice che abbiamo un record di ricchezza privata l’ambiente e la storia, l’arte e l’architettura ci dicono che siamo un popolo ricco e fortunato di stare in mezzo a queste bellezze.

Per chi ama il vino, la socialità che deriva dal farne un giusto e goloso uso, il ritrovarsi con amici seguendo le rotte dello star bene insieme o il tirar tardi in numerosa ed ottima compagnia, giovedì 21 marzo è la sera.

Torna, come ogni primavera da ormai cinque anni, la “Wine City Night”, la notte bianca del vino, organizzata da AMO, la mai abbastanza lodata Associazione Mescitori Organizzati che annovera tra le proprie fila alcune delle migliori e più conosciute vinerie, enoteche, pub, bistrot o come si vogliono chiamare, cittadine.

L’idea è semplice e naturalmente gustosa: una mini degustazione pensata appositamente per l’occasione composta da un calice di un vino particolarmente indicato per la serata accompagnato da una tapas o cicchetto o piattino che dir si voglia che ne sposi e ne enfatizzi al meglio l’essenza al prezzo di 5€ comprensivo di calice e, appunto, goloso stuzzichino offerto da alcuni degli esercizi aderenti ad AMO (tra gli altri, Accà Vineria di via San Giorgio che offrirà Verdicchio di Matelica  e Ciliegiolo di Maremma, Banco del Vino di via Goito, Camera a Sud di via Valdonica che farà assaggiare il garganega in purezza “L’ombra del capitano” e il Bakari 2016 dell’azienda Meteri, la Cantina Bentivoglio di via Mascarella che avrà un Lacrima di Morro d’Alba ed un verdicchio superiore della Cantina Mezzanotte accompagnati da polpette di melanzane su cremoso di burrata, Confraternita dell’Uva di via Cartoleria, Polpette e Crescentine di via San Gervasio con la Ribolla Gialla di Bortolusso accompagnata da polpette di feta e zucchine, Sarà Vino di via Belvedere che farà assaggiare la Falangina, il Barbera del sannio e il Trebbiano di Giovanni Iannucci, Sette Tavoli ancora in Cartoleria che al Riesling 2017, al nebbiolo 2016 e al Barolo 2015 di Anna Maria Abbona accompagnerà le polpette di mousse di mortadella con cialda di parmigiano, Tricheco di via Rialto, Via con me in San Gervasio e Vineria alle Erbe anche questa al Mercato delle Erbe di via San Gervasio con i vini di Giovannini, il cabernet sauvignon “Giocondo”, l’albana “Gioja” e il sangiovese “Oplà”).

Come si vede,una scelta di vini particolarmente variegata ed in grado di soddisfare ogni esigenza o curiosità. E come imperdibile atout, la possibilità di percorrere alcune tra le più belle strade del centro, strade ricche di storie e memorie e visioni che accompagneranno il lento e goloso vagabondare da un locale all’altro (lo so a nessuno può importare ma il mio personale cammino inizierà da Via con me e si concluderà, dopo alcune inevitabili tappe intermedie, a Camera a Sud, in modo da festeggiare insieme agli amici Roberta e Lorenzo, in ritardo ma sentitamente, il decimo compleanno di quello che è stato sicuramente un precursore di un certo modo di vivere il vino e la notte, appunto Camera a Sud).

Ricordando come in ognuno dei locali sarà disponibile una mappa dettagliata degli aderenti alla Notte Bianca del Vino ed invitando tutti i partecipanti a farsi timbrare ogni singola tappa a testimonianza del percorso effettuato (la sesta sosta sarà infatti offerta), non rimane che augurare a tutti un ottimo itinerario.

Martedì 2 aprile a partire dalle 19.30 al Cortile Café (in via Nazario Sauro 24/A – Bologna) si svolgerà l’incontro organizzato dall’Associazione “Il Tiro” dal titolo: MIGRAZIONI.

Secondo i dati della Banca Mondiale nel 2050 i profughi stimati nel mondo saranno 143 milioni, molti di questi si sposteranno dalle regioni povere a quelle più ricche del pianeta, fra cui l’Italia. Il motivo? I cambiamenti climatici.

Discuteremo di dati, di emergenze reali e percepite e soprattutto ci confronteremo su come affrontare in maniera seria e non propagandistica un tema enorme come quello dei “flussi migratori”.
Lo faremo insieme all’autore e attore teatrale, Antonio Tramontano, a Roberto Weber e Alex Buriani dell’ Istituto Ixè, al diplomatico italiano e autore del libro “Effetto Serra Effetto Guerra”, Grammenos Mastrojeni, a Giuseppe Lanzi, Amministratore delegato di Sisifo e a Don Matteo Prosperini e Marco Malagoli della Caritas di Bologna.
L’incontro sarà coordinato da Giulia Mitrugno dell’Associazione Il Tiro.

Di seguito il programma della serata, mentre al seguente link è possibile procedere alla registrazione: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-migrazioni-59125741685

“Piovra. Nome comune di Molluschi Cefalopodi, viventi a grandi profondità marine, di dimensioni considerevoli. La piovra gigante del pacifico è un polpo (Octopoide) che può misurare oltre 4 metri di lunghezza inclusi i tentacoli”.

Questa è la definizione di piovra secondo l’Enciclopedia Treccani, mentre “Piovra. Essere umano dalle mani leste e dedito all’arte del flirt” è quello che scriverebbero le mie amiche, nel loro personale Manuale delle Giovani Marmotte.

Cari Guardamondo, e se come al solito ci fosse di più? Se esistesse un’altra definizione? Magari una di quelle che non si trova su nessuna enciclopedia?

Il mio professore di geopolitica all’università vi direbbe “Piovra. Nome comune di Molluschi Cefalopodi utilizzabile anche per descrivere il comportamento strategico di un particolare stato che, esattamente come l’animale, utilizza i propri tentacoli per circondare e catturare la preda”.

Secondo voi dichi stiamo parlando? Provate a visualizzare mentalmente una piovra, una di quelle belle grandi, che non ha nulla da invidiare al kraken di Jack Sparrow. Che cosa notate?

Prima cosa, è molto grande. Secondo, agisce prevalentemente nell’ombra, per poi saltare fuori solamente a preda individuata. Terzo, ha dei tentacoli (lo so, mai dare niente per scontato). Quarto, si muove lentamente. Quinto, la sua tecnica preferita di cattura consiste nell’avvicinare e circondare la vittima.

State pensando anche voi quello che penso io? Ebbene sì, Guardamondo veste i panni di biologa marina (tanto sognati da bambina) e vi racconta due o tre cose sulla famosa piovra cinese. Nonostante in questa rubrica si sia già parlato tanto della strategia geopolitica della Cina, la nostra amica è talmente tanto grande e tanto impegnata su tutti i fronti, che di strategia non ne ha solamente una, ma molteplici e una di queste è nota come “strategia della piovra”.

Primo elemento: Pianeta terra, anno 2049. Il 2049 è l’anno in cui, secondo le proprie stime, la Cina raggiungerà tutti gli obiettivi strategici prefissati in questi ultimi anni, tra cui il completo ed incontrastato dominio economico, affiancato al controllo delle principali sfere d’influenza mondiali.

Secondo elemento: Se a molti questo può sembrare un progetto decisamente ambizioso, laCina non si lascia spaventare e, da precisa quale é, mette a punto uno schema per ricostruire mattone dopo mattone il grande impero.

La strategia è semplice, paziente ed utilizza vari strumenti o, per meglio dire, tentacoli.Ogni tentacolo rappresenta un metodo diverso di approccio ad un ostacolo o aduna roccaforte da conquistare. Una volta definito l’obiettivo, ecco che appare un tentacolo.

Per esempio, uno dei tanti punti previsti dal progetto “Cina 2049” è quello di migliorare le relazioni con l’Europa, attirandola a sé ed allontanandola così dalla potenza americana. Come fare? Innanzitutto bisogna sostituirsi agli Stati Uniti nel loro ruolo di protettori dell’Europa e per farlo, serve dimostrare di avere i mezzi adeguati (sia economici che militari) e di essere i più adatti a farlo, proprio come l’America fece con la Russia ai tempi della Guerra Fredda. Questo però non basta, bisogna anche dimostrare di non essere tutto muscoli e niente cervello. Ecco qui allora un progetto nuovo di zecca: diventare i nuovi leader mondiali nel campo della cooperazione per la pace. Nuove relazioni diplomati chec on antichi rivali, visite istituzionali come se piovesse e la new-entry accattivante dell’impegno nella lotta mondiale al terrorismo. Ricapitolando, abbiamo la protezione economico-militare e un discorso da reginetta di bellezza sulla pace nel mondo. Che cosa manca per circondare e conquistare la vittima europea? Il pallone. Attualmente in Europa sono 35 i club calcistici ad essere di proprietà cinese. 35 associazioni che, improvvisamente, diventano espressione di una delle più grandi operazioni di soft power mai viste. Un modo come un altro per avvicinarsi a qualcuno e fargli capire che capiamo che cos’è importante per lui, quando quello che in realtà vogliamo è ben altro.

Sebbene questo sia solamente uno dei tanti esempi possibili, ci permette di capire a pieno la varietà dei mezzi messi in campo dalla Cina per raggiungere i propri obiettivi.Tuttavia, va tenuto a mente che una strategia così ben elaborata, implica alti livelli di efficienza non sempre facili da mantenere, sopratutto nel lungo termine e specialmente se si considerano problemi come l’eccessiva crescita demografica interna, o la mancanza di risorse primarie.

Come andrà a finire? La piovra sarà regina incontrastata dei mari, o finirà in insalata con le patate? Restate sintonizzati, ci risentiamo nel 2049.

Quando nasce un padre? Può esserci una sveglia puntata tra un prima e un dopo a un orario imprecisato, perché se la maternità è incarnata come dono del corpo, la paternità è lavoro raffinato, legato a un’attesa che ha, – e sembra un controsenso dirlo -, pause, improvvisi balzi e rincorse interne.

E’ un travaglio allungato. “Tu non puoi capire, perché è una cosa che si sente dentro”: lacerante frattura tra yin e yang imperfetti, che rende la questione ancor più cerebrale. Esistono scudi messi a disposizione della natura, altri che vanno forgiati con la pazienza.Partorire resta una cosa da donne, qualcosa di legato alla terra. Diventare padre è la conquista di quella terra. A volte si aspettano anni, a volte non ci si arriva mai o ci si arriva in un déjà vu, quando si diventa nonni.

Nella stanza c’è il solo sottofondo dei suoi battiti fruscianti rimandati dall’eco del tracciato. I calci non li ha dati a te, ma al mondo protetto da quello scudo. Ore e ore attaccati a quel fruscio, sopraffatto infine da un urlo di guerra, che tu combatterai inghiottendo lacrime, maltrattando l’ostetrica, sospirando, perdendo i sensi. In quel momento i sanitari si accorgeranno di come sei e non esiteranno un istante a impartirti crudelmente le prime nozioni di puericultura.

Sempre che tu, saggiamente, non decida di aspettare fuori. Un tempo, caffè su sigarette; ora a rispondere a messaggi sul “come va”, “quanto manca”, “come procede”, “a che ora ha rotto le acque”,“tienimi aggiornato”, “vi pensiamo”, “vogliamo essere i primi a saperlo”, “la zia la informo io”, “da domani cambia tutto”.

Se invece entri, ti chiederanno di tagliare il cordone; non spetterebbe a te farlo e andrebbe rispettata la tua reticenza. Ci sarà da prenderlo in braccio e dargli un bacio facendogli il solletico con la barba ruvida. L’avevi visto dalle ecografie. Avevate chiesto di non saperne il sesso, vi eravati girati dall’altra parte e forse avevate anche firmato una liberatoria all’anacronismo – per la difesa della sorpresa. Che poi è già avvenuto di avere comprato stock di body e tutine rosa, e che la scienza si sia sbagliata di grosso.

Comunque vada, il compito non è iniziato oggi, non per te almeno; è iniziato quando tuo padre ti teneva sulle ginocchia (per poco eh), dopo essersi fatto aspettare per ore o giorni perché era impegnato al lavoro. Un padre a singhiozzo, che spesso ci si chiedeva a cosa servisse. Hai anche tu tutto il tempo. Non hai alcun legame fisico legato alla lattazione indotta dal pianto di un neonato; non hai orologi interni, ataviche empatie uterine che lasciano alla madre l’autorità e il primato di ogni decisione pratica. Una vera rendita da posizione. Prenditela comoda, riposati come una puerpera dovrebbe e non può fare. Non fare nulla, non leggere manuali, non studiare, non credere alla fandonia del tempo di qualità, ma stai con lui più che puoi. Non fartelo amico, lascia scorrere tutto indefinitamente. In un battibaleno sarà più alto di te. Parola di madre.

L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.

Valeva la pena aspettare una serata come quella di mercoledì 13 marzo per tornare a parlare del basket bolognese.

Al di là della cronaca spicciola (per la quale rimandiamo ovviamente a chi di mestiere fa quello) non si può non ricordare come la Fortitudo, questo nel weekend, abbia ormai staccato se non matematicamente almeno come autostima e imposizione della legge del più forte, il biglietto per la risalita, tanto agognata quanto normale (se per normale si intende una gestione finalmente“sana” della squadra e della società) nulla sembrando poterle impedire di non perdere 3 partite delle ultime 6 rimaste avendone perse 3 in tutto il campionato fin qui giocato.

La Virtus adesso. Che in una sera sola ha toccato il tasto del passato attingendo a piene mani alla memoria dolce e struggente e quello del futuro presentando coach, giocatore e tecnologia di altro pianeta rispetto al panorama traballante del basket nazionale.

La memoria, quindi. Che non può non personificarsi nel ricordo e nel tributo ad uno degli immortali della pallacanestro non solo italica.  A palazzo pieno (ma non strapieno: ma si sa, Bologna è la città dove lo champagne sa sempre di tappo e i milordini di gazzoniana memoria sono lì apposta a ricordarlo facendo passerella a partita già iniziata e fino a metà secondo quarto!!!) le luci si abbassano, la musica sale e partono le immagini.

Di Alberto Bucci, ovvio, l’albertone della nostra parrocchia orfana oramai della sua classe, della sua simpatia, delle sue umanità e sapienza. Da quelle in un B/N sfocato e sgranato degli anni del debutto, capelli ricci e neri, gli occhiali sempre quelli e le giacche che nel grigio appiattente già si indovinano sgargianti fino a quelle sempre più chiare più nitide e colorate; da quelle con l’imberbe Messina prima assistente e poi predecessore a quelle con l’antico sodale Cazzola a costruire quella che sarebbe stata, sarebbe potuta essere, la prima squadra europea protagonista di là, in quella NBA dove i giochi sono duri e i duri, e tanti all’epoca ce ne’erano con la V nera stampata sul petto, avrebbero potuto giocarsela. Fino alle ultime, quelle dell’addio annunciato, il viso tirato ma lo sguardo sempre quello, ironico e vivo e le frasi sempre pronte: “… quando finirà la partita, se avrò perso avrò vinto lo stesso; per ché sono vivo …”. Grazie, grande coach, grande presidente, grande uomo.

Poi, quando i cinque o seimila del palazzo, tutti in piedi e tutti plaudenti, si sono riaccomodati, è stato il momento del futuro. Il grande cubo mutuato da quelli dell’NBA con vista a 360° (che bello sarebbe se funzionasse correttamente o se si sapesse farlo funzionare correttamente; nella serata problemi col punteggio, coi falli e con l’impostazione generale che, a tratti, azzerava il conteggio dei falli per riproporli subito dopo corretti o cancellava il punteggio sostituendolo con una sfilza di 123 456 che tanto ricordava il pronto prova delle trasmissioni radiofoniche d’antan), il nuovo coach e il nuovo capobranco, o quello che dovrà o dovrebbe esserlo, quel Mario Chalmers che di là ha giocato, e da califfo, smazzando assist e distribuendo normalità per LeBron, Wade e Bosch, se non il Gotha della palla a spicchi, qualcosa che ci va molto vicino.

Parlando del futuro, dunque, del cubo abbiamo detto. Di coach Djordjevic è presto anche se un paio di accorgimenti tecnico/tattici già si intravedono; tra i lunghi, settore nel quale si rivede un vivissimo Baldi Rossi che forse aveva qualche sassolino da togliersi ma soprattutto un Kravic (già panchinaro di lusso nella Serbia guarda caso allenata da lui stesso e dal quale evidentemente sa cosa potersi aspettare) che pare aver sbaragliato la concorrenza di un ancora fuori forma Qvale e di un desaparecido Moreira e poi nel gioco, un gioco più veloce, fatto di tagli ed assist, poco controllato e molto istintivo, un gioco alla serba appunto. Il giocatore, adesso, e cioè Chalmers, il crack annunciato che mostra ruggini spesse ma anche, e questo è una gran bella promessa per chi tiene bianco/nero, classe cristallina (si presenta con due punti, un assist e una tripla e poi rimbalzi, ancora assist, perfino uno da urlo con tunnel al malcapitato francese e schiaccione del solito Kravic, leadership e anche, è normale, tanti errori di supponenza ma anche di prova ed è confortante la voglia di tentare e la faccia tosta di continuare a farlo tipica di chi sa che tanto manca poco a che le prove diventino conferme).

La sensazione vera, ma è passata una sola partita, è che la squadra, adesso, si senta protetta o forse solo guidata da una mano di cui si fida o banalmente che sente forte e coperta (anche dalla società, chiaro). Spiace dirlo perché personalmente fui tra quelli contenti, e molto, della scelta estiva di coach Sacripanti ritenendolo, visti i trascorsi, uno dei migliori allenatori italiani, ma alla prova del campo, invece, ha mostrato di patire l’approccio alla realtà bolognese, una realtà prodiga di risorse ma anche di richieste ed aspettative; un po’ ciò che condizionò coach Ramagli l’anno passato e che conferma quanto da sempre affermato da allenatori vincenti come Messina e Scariolo e cioè che per allenare una squadra di big serve un big, di fatto, risultati, emolumenti e personalità.

In ultimo, una considerazione sulla partita, una partita mai nata (e visto il potenziale della squadra francese che pur ha vinto il campionato transalpino lo scorso anno, in netto debito di classe, fisico, grinta, aver pareggiato a LeMans rischiando anche di perderla, lascia adito a molte dietrologie) e conseguentemente sull’Europa dei canestri. Se questa è la coppa più importante organizzata dalla Fiba, l’Italia, questa italietta del basket così in crisi, è davvero in ottima (o pessima) compagnia in Europa.

Intervista ad Anna Colombo*

Brexit: Anna potresti spiegarci cosa accadrà da qui al 29 marzo (termine per raggiungere un accordo tra Gran Bretagna e Unione europea sulla Brexit)? Qual è la tua opinione sulla gestione di questa complessa trattativa – sia a livello britannico che europeo – e soprattutto se in questi mesi c’è stato un qualche coordinamento/collaborazione tra il Partito Socialista europeo e i laburisti britannici?

Dopo l’ultimo voto della Camera dei Comuni che ha incaricato il governo inglese a richiedere all’UE un’estensione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che probabilmente succederà è che ci sarà un rinvio di lungo periodo. Si proverà a lavorare su una Brexit molto soft negoziata con il Labour e su un accordo giuridico affinché non ci sia partecipazione inglese alle elezioni europee di maggio.

Anna Colombo

Il “No Deal” dovrebbe ormai essere scongiurato e sarebbe stato catastrofico per tutti. Si lavorerà per riuscire a salvaguardare le principali conquiste ottenute dal dopo guerra ad oggi e soprattutto evitare che si ricrei una frontiera tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Uno scenario che riporterebbe la Storia indietro di moltissimi anni oltre a riproporre e ri-acuire tensioni che si era riusciti a ridurre attraverso un lungo e complesso processo di pace. Posto che il divorzio ci è stato imposto dal referendum, un accordo è indispensabile e sarebbe meglio che salvaguardasse almeno l’unione doganale e magari anche l’appartenenza al mercato unico. I britannici infatti hanno scoperto da poco che un’uscita senza accordo dall’UE avrebbe alcuni effetti collaterali non banali come il fatto di rimanere senza alcuna tutela normativa rispetto ai prodotti alimentari statunitensi (vedi https://www.theguardian.com/politics/2019/mar/06/britain-urged-to-reject-backward-us-food-safety-standards ). Un tale accordo, però, mostrerebbe tutte le velleità del voto referendario, perché per essere tutelati i britannici resterebbero di fatto molto legati all’UE perdendo però il diritto di influenzarne le decisioni….

Per quanto riguarda la trattativa in sé, credo che l’Unione europea abbia avuto un atteggiamento estremamente responsabile e soprattutto unitario: un qualcosa di non scontato, viste anche le storiche capacità della diplomazia britannica.  I 27 Stati membri sono rimasti uniti e nel corso del negoziato è stata garantita stabilità, competenza e fermezza. Una fermezza che non va assimilata ad un sentimento di vendetta ma alla volontà di rendere l’intero “processo di uscita” estremamente trasparente (anche perché è la prima volta che viene attuato l’art.50 del Trattato di Lisbona). Direi che non si può dire altrettanto per la controparte: nel corso della campagna per la Brexit sono stati utilizzati per la prima volta dati e metodologie di falsificazione delle notizie che sono state replicate nel corso della campagna per le presidenziali americane (e che hanno portato all’elezione di Trump); i Tories – prima con Cameroon e poi con la May -hanno dato sempre più importanza agli equilibri interni al proprio partito e al proprio governo rimanendo spesso vittime di processi e discrasie da loro stessi innescati.

Il gruppo S&D e i laburisti hanno avuto contatti costanti in questi anni. Corbyn partecipa attivamente agli incontri della famiglia socialista ed ha recentemente incontrato il Presidente S&D Udo Bullmann. Corbyn ha sempre pensato che il voto del referendum andasse rispettato e che la priorità fosse intervenire nelle aree più povere e periferiche del Paese, e capire le ragioni gravissime della frattura sociale. Più passa il tempo più appare chiara però l’inadeguatezza del governo, della May e dei negoziatori UK. Questo spiega le ultime posizioni dei laburisti.

Il 13 gennaio abbiamo appreso con sgomento che il sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz,  era stato accoltellato a morte nel corso di un concerto di beneficenza. Abbiamo assistito con commozione all’abbraccio della sua città e alla marea di cittadini scesi in strada per manifestare il proprio dolore e la propria“rabbia” e vissuto con crescente preoccupazione la deriva politica che sta coinvolgendo molti dei paesi dell’Est Europa (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) che abbiamo imparato a conoscere come il gruppo di Visegrad durante le trattative sulla riforma del Trattato di Dublino. Potresti spiegarci un po’ meglio la situazione politica in questi Paesi e darci una visione “da Bruxelles” di quello che sta accadendo? Anche in questo caso, il PSE è in contatto con le principali forze di opposizione o ci sono difficoltà a creare una rete europea?.

Ormai è Storia: l’allargamento ad Est che nel 2004 ha portato all’ingresso di 10 nuovi paesi e nel 2007 all’ingresso di Romania e Bulgaria è stato realizzato tenendo conto esclusivamente parametri di economici e di mercato, senza dare rilievo alla necessità di trovare una sintesi sociale e storico culturale da parte di tutti i Paesi membri. La stessa cosa è accaduta per sistemi di welfare, la cui differenziazione ha portato a fenomeni di dumping sociale interni all’Unione.

Per quanto riguarda il vento nazionalista, invece, direi che purtroppo non sta soffiando solo nei Paesi dell’Est. L’ascesa di Orban per molti versi ricorda quella di Salvini in Italia. Un paese vecchio, di emigrazione, sull’orlo del baratro e con diseguaglianze crescenti che si rifugia nell’uomo solo al comando la cui retorica si rivolge esclusivamente nell’identificazione di nemici esterni.

Il quadro politico però è in forte evoluzione: in Polonia il nuovo movimento di Robert Biedroń “Primavera” sta riscuotendo un notevole successo, in Ungheria la “Legge Schiavitù” ha “costretto” l’opposizione ad unirsi e organizzarsi, mettendo in difficoltà Orban, peraltro sempre più isolato anche nella sua famiglia politica europea. I partiti socialisti del “Gruppo di Visegrad” hanno appena licenziato un documento interessante per un nuovo sviluppo dell’Europa sociale ed ecologica.Vanno sostenuti nella transizione e forse questa può essere l’occasione di ridiscutere con loro il senso profondo dell’appartenenza a una comunità che guarda al futuro con pensieri “lunghi”.

Quello che è assolutamente da evitare è cadere nella tentazione degli stereotipi, che hanno fortemente penalizzato anche i paesi mediterranei (Italia inclusa) durante la crisi economica.

Pensiamo alla Polonia: chi avrebbe detto che il nuovo partito Wiosna, guidato da un popolarissimo ex sindaco gay e ateo potesse, ad una settimana dalla sua presentazione, arrivare al 16% dei consensi?

Elezioni europee: il prossimo 26 maggio ci saranno le elezioni europee. Per la prima volta dal ’79 le forze “euroscettiche” sembrano poter raccogliere un consenso diffuso e mettere a serio rischio i già fragili“equilibri” istituzionali e politici. Come si sta preparando a questa sfida il Gruppo dei Socialisti e Democratici? Quali saranno a tuo avviso i temi sui quali sarà fondamentale impostare la campagna elettorale?

Come Socialisti&Democratici ci stiamo preparando nell’unico modo possibile per salvare l’Europa: proponendo cioè un cambio radicale del suo modello economico verso un nuovo modello di sviluppo di profitto condiviso, che lotti contro le diseguaglianze e che rispetti i vincoli ecologici del pianeta.

Il gruppo S&D ha appena licenziato un rapporto corposo di 110 proposte molto concrete, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Agenda 2030). Questo modello, secondo noi, deve diventare l’ambizione dell’UE come lo è stata la Pace alle fine della Seconda Guerra Mondiale. Il PSE con il suo Manifesto 2019 va nella stessa direzione: cambiamento radicale, nuovo contratto sociale per l’Europa e Patto di Sviluppo Sostenibile in senso economico, sociale ed ecologico.

Per far questo però è fondamentale avere un’Unione europea. Va cambiata, resa più forte ed ambiziosa, in grado di essere un continente politico (e non solo economico) e IL riferimento per l’agenda 2030 nel Mondo. I nazionalisti, l’estrema destra e gli anti-europeisti oggi non fanno altro che il gioco di Trump, di Putin e di coloro che vogliono un’Europa debole, divisa e totalmente irrilevante a livello internazionale. Una linea tutt’altro che patriottica e che va contro gli interessi dei Paesi membri dell’Unione. La Sinistra, i Progressisti europei oggi rappresentano l’unico argine credibile a tale scenario. Bisognerà lavorare tanto per costruire un “campo ampio” intorno al progetto politico progressista, ci dovremo essere tutti, anche i laburisti di Corbyn, da dentro o fuori l’UE; in gioco ci sono il nostro futuro e quello delle nuove generazioni che stanno scendendo in piazza per farsentire la propria voce . Non possiamo fallire. *

*Anna Colombo (Genova 1963– laurea in giurisprudenza) lavora al Parlamento Europeo dal 1987. Funzionaria attualmente distaccata presso il Gruppo Socialisti e Democratici, ha ricoperto l’incarico di Segretario Generale del Gruppo PSE – successivamente S&D –dal 2006 al 2014. E’ attualmente responsabile del Team “Progressive Society” ed è consigliere speciale del Presidente del Gruppo sullo sviluppo sostenibile e sulle alleanze politiche e nella società.

Ingredienti:

  • Acqua 250g
  • Burro 50g
  • Farina 150g
  • Sale un pizzico
  • Uova 3 o 4 a seconda della dimensioni

Per la farcia (crema pasticciera)

  • Latte 500g
  • Uova 2 intere
  • Rossi 2
  • Farina 35g
  • Zucchero 150g
  • Buccia di limone
  • Profumo di vaniglia
  • Olio di arachidi per friggere
  • Amarene per decorare

Procedimento

Prima preparare la crema per poi intiepidirla

Fare bollire il latte con la buccia di limone, versarlo in un tegame dove precedentemente sono stati amalgamati gli altri ingredienti e leggermente intiepiditi a fuoco bassissimo, quando tutto ricomincia a bollire fare cuocere per 2-3 minuti.

Per preparare le zeppole in un tegame antiaderente unite l’acqua e il burro, quando iniziano a bollire versare tutta la farina setacciata e il pizzico di sale, cuocere fino a che non si staccherà tutto il composto dal tegame. Togliere dal fuoco ed appena sarà tiepido unire le uova una alla volta mescolando energicamente.

Mettere il composto nella sacca con bocchetta rigata e creare le zeppole facendo un cerchio non chiudendo il buco centrale, posizionarle su di una teglia con carta forno ( ne verranno circa otto con questa dose) intanto scaldare l’olio fino a circa e non oltre 160 gradi.

Friggerle qui di poche alla volta, una volta fritte e fatto assorbire l’olio in eccesso riempire il buco con la crema e posizionare l’amarena al centro e spolverate con zucchero di vaniglia.

Buona Festa del Papà

               Da

              G & G