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Marzo 2019

Di ritorno dalla Infausta crociata di Damietta (1221) un gruppo di cavalieri bolognesi edificarono, come ex voto, un Oratorio dedicato a Santa Caterina d’Alessandria sulla sommità di Montovolo, un monte di 962 metri di altezza nel territorio dell’attuale comune di Grizzana Morandi, a fianco di un’altra, più antica, costruzione sacra dedicata, in anni recenti, alla Beata Vergine della Consolazione, per molti secoli luogo di culto e devozione popolare, santuario diocesano.  Sicché Montovolo divenne il Sinai dei bolognesi. D’altra parte le basiliche bolognesi di Santo Stefano e San Giovanni in Monte erano considerate la trasposizione locale della Santa Gerusalemme e del Santo Sepolcro. Il Sinai di Montovolo è un’ottima meta per una escursione ciclistica: panorami mozzafiato, borghi medioevali intonsi, strade deserte, natura e silenzio. A Riola di Vergato si prende la strada per Suviana. Dopo un chilometro si gira a sinistra direzione Campolo. 

Salendo si può osservare l’incanto della Rocchetta Mattei ed alcune ville realizzate nel medesimo stile “eclettico” del castello. Sulla strada per Campolo non si può non fare visita al borgo medioevale della Scola, antico avamposto militare ai confini tra l’Esarcato e la Longobardia pistoiese, edificato nelle attuali forme tra il 1300 e il 1500, uno dei meglio conservati dell’intero Appennino. 

Più su, la piazzetta di Campolo è presidiata dalla statua dello “scalpellino” a testimonianza dell’antica vocazione del luogo alla lavorazione della pietra. Nella zona di Montovolo e Monte Vigese fin dal medioevo esistevano cave di pietra arenaria usata per realizzazioni artistiche e monoblocchi imponenti.

Alla sommità del Montovolo si viene accolti da una foresteria, accessibile previa prenotazione, e subito dopo dal santuario della Beata Vergine della Consolazione, dove lo sguardo è immediatamente attratto dalla lunetta sul portone che reca la scritta: A. D. MCCXI R. O. I. P. vale a dire “Anno domini 1211 Regnante Othone ImPeratore”. 

Un po’ più in alto l’Oratorio di Santa Caterina e poi l’incredibile e amplissimo panorama  mozzafiato sulle vallate sottostanti.

 Lì vicino un cippo ricorda i 12 ragazzi dell’istituto Salvemini uccisi dall’aereo militare il 6 dicembre 1990. 

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Le strade del ritorno propongono diverse alternative. 

L’itinerario a ritroso o, molto più affascinante, all’ingresso di Campolo alto, la prima strada a sinistra, la via degli Sterpi, che attraverso alcuni piccoli borghi incantati porta alla provinciale per Vigo, altro borgo delizioso, da dove si può proseguire per Camugnano e Riola o scendere direttamente a Ponte di Verzuno verso Riola per le pendici del “Sasso di Vigo”, rilievo di interesse geologico facilmente riconoscibile per la mancanza di vegetazione e per la caratteristica base a forma arcuata. 

Nemo propheta in patria, a volte è davvero vero.

Prendi“Gusto piano”di via Fratelli Rosselli 10, ad esempio. è giusto dietro casa mia, cento metri nemmeno dal MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna di via Don Minzoni che sorge sulle ceneri virtuali dell’antico forno del pane (la struttura creata nel 1917 per volontà del sindaco Zanardi, ricordato anche come il sindaco del pane, per cercare di sopperire al fabbisogno alimentare delle fasce economicamente più deboli della popolazione bolognese che al suo interno ospitava dieci forni a vapore di 12 metri quadri ciascuno che rifornivano gli spacci comunali ove la merce veniva venduta a prezzi agevolati) e che nel corso degli anni, vista esaurita la propria funzione primigenia, ha ospitato via via realtà sempre diverse (nel 1930, per iniziativa del podestà Arpinati, venne ristrutturato per permettere la produzione anche di vino, ghiaccio e salumi ed ingrandito tanto che al suo interno trovarono spazio 35 spacci di generi alimentari, macellerie, calzolerie, magazzini vari; dopo la guerra, l’edificio, fu sede dell’Ente autonomo dei Consumi ed in seguito, dalla fine degli anni ’50, di scuole medie, delle officine dell’Istituto Professionale Fioravanti e, successivamente ancora, del magazzino dei servizi cimiteriali del comune, di una palestra di boxe e lotta greco-romana, del RossBros, il Centro Giovanile Fratelli Rosselli, con la sala di posa professionale per i corsi di fotografia ed il teatrino che tenne a battesimo il Teatrino Clandestino di Pietro Babina e Fiorenza Menni, della Sala Prove del Teatro Comunale, di un centro di accoglienza e tanto altro).

Una zona, come si evince, vivace, viva, propositiva, e che mi vide, ci vide me egli altri allora ragazzi del RossBros, protagonisti di una breve ma intensa e vibrante stagione ancor prima dell’arrivo del MAMbo, della sua bella e frequentata cafeteria, l’Ex-Forno, e del contiguo complesso della manifattura delle Arti che hanno reso il distretto uno dei più interessanti e frequentati di tutta la città.

Ed è proprio e solo perché, come spesso accade, si è portati a snobbare ciò che si ha a portata di mano per preferire, anche se ingiustificatamente alle volte, altro più difficile da raggiungere, che finora (a mia discolpa il fatto che è aperto solo dal 2015) mi era sfuggito questo piccolo ma elegante, discreto ed accogliente “Gusto piano”.

Dentro il quale due giovani, entusiasti e competenti fratelli, Raffaele e Stefano, accolgono e coccolano (già basterebbe ad ottenere un bonus importante il sottofondo musicale suadente e mai invadente) la loro eterogenea clientela (frequentatori del vicino museo, studenti, professionisti ed impiegati in pausa pranzo, gourmet in cerca di eccellenze) proponendo una cucina veloce ma ricercata caratterizzata da un accattivante impatto estetico e da un gusto che non è certo piano ma anzi sa raggiungere vette inaspettate.

Merito,soprattutto, della continua e capillare ricerca di materie prime eccellenti e non banali, una ricerca che nasce in quello scrigno di tesori di sapori e profumi che è il centro Italia (Emilia naturalmente e poi Umbria, Toscana e, soprattutto, Abruzzo e Molise) prodigo anche di vini (in realtà “Gusto piano”non è un vero ristorante quanto, piuttosto, una cantina con cucina) a volte poco conosciuti ma mai banali (tra i tanti, imperdibile per me che amo le bolle, il rosè brut metodo classico dell’azienda Scacciadiavoli di Montefalco in provincia di Perugia).

Oltre ai classici taglieri (attenzione però: formaggi e salumi provengono, come detto, da piccole realtà, caseifici e salumieri di nicchia) si potranno, ad esempio, assaggiare seguendo la stagionalità delle materie prime le friselle molisane o la zuppa di cicerchie, lo spezzatino di cinghiale o la vellutata di fagiolina del Trasimeno, la tartare di Chianina con scaglie di tartufo molisano o il fiadone con erbe e stracciata di Agnone e, tra i dolci, i mostaccioli sempre di Agnone o i veri babà al rum. Di che sbizzarrirsi, come si vede, rimanendo comunque sempre appagati e togliendosi curiosità, culinarie, difficilmente soddisfabili altrove.

Per questo, una golosità soddisfatta e compiaciuta, ci piace consigliare “Gusto piano”ai tiratardi che ci seguono non senza ricordare che il locale è aperto per pranzo (indicativamente fino alle 15,00) e per aperitivo e cena (dalle 18,00 alle 23,30) tutti i giorni tranne la domenica e il lunedì sera.

Cambiamento climatico tra smog, fiumi e boschi   

Cambia il  clima e anche le piante migrano. Me lo diceva tempo fa una brava ricercatrice di Parma ad un corso sulla Comunicazione della ricerca scientifica. Ci venne anche un bel titolo, nell’ambito di una simulazione giornalistica. Come quasi sempre è la traduzione che fa la notizia. Il lavoro di analisi del testo della ricerca tra parole chiave e frasi giornalistiche possibili ci portò a questo apprezzabile risultato editoriale:Anche i boschi fanno i conti con il clima// Migrare o adattarsi, questo è il problema // Università di Parma e CNR studiano i cambiamenti della “comunità vegetale” dell’Appenino di domani. Mica poco.

Succede da una decina d’anni. O meglio lo registriamo da circa due lustri perché anche noi ci siamo accorti che qualcosa sta cambiando su di noi, attorno a noi. E’ il clima che cambia ormai più repentinamente di quanto forse ci aspettavamo? O siamo noi che percepiamo segni e segnali più veloci perché registriamo i collegamenti dei fenomeni? Belle domande. Di certo è che alterniamo secche ed alluvioni, temperature fuori stagione e bombe d’acqua  come se fossimo in un film.

L’emergenza della secca del Po di cui si è molto parlato in questi giorni non è solo un problema di pesca o di navigabilità del Grande Fiume Guareschiano ma diventa un grosso problema per l’irrigazione, per le colture, per l’agricoltura di tutta la pianura Padana. Le temperature medie cambiano. La primavera comincia (sembra) ogni anno in anticipo e fra un poco toccherà adeguare anche i calendari di lavoro agricolo e quelli di Frate Indovino. Tra qualche anno ci toccherà inventare un carnevale in costume da bagno e non solo in costume mascherato.

La prendiamo con ironia ma come tutti sappiamo il problema è assai serio. Altri segnali e altri indizi: l’olivicoltura si sposta sempre più a nord. Ecco piante d’ulivo sopra il 45° parallelo, titolava l’altro giorno un sito. Una volta era segnalata come territorio d’eccezione per l’olivicoltura la zona del Lago di Garda proprio per il suo speciale contesto ambientale e climatico. Tutto questo è bello da scrivere e da raccontare ma le cause di tutto questo sono da esaminare attentamente per fare fronte comune.

Anche perché l’emergenza climatica permanente, sotto forma di sbalzi e di tornado, di secche e di alluvioni, contiene per molte aree del mondo l’emergenza smog. L’aria è sporca a Milano come a Torino a Bologna come a Mantova a Firenze come a Piacenza e non bastano due giorni di vento o tre ore di pioggia a pulire quello che si è incrostato. Guardo con apprensione l’ingrigimento delle bandiere che sventolano dalle parti in cui lavoro.

Una volta i colori delle bandiere resistevano quasi un anno, adesso tocca cambiarle ogni sei mesi massimo perché scompaiono anche i colori più accesi, diventano tutto un grigio. Saranno contente le nostre prime vie aeree, saranno contenti i nostri polmoni. Alcuni centri di analisi ambientale hanno fatto le proiezioni sulla base dei dati in loro possesso e se già all’inizio di marzo abbiamo raggiunto in alcune aree del Paese questi livelli di concentrazione di smog per questi numeri di giorni è plausibile immaginare che il 2019 sarà l’anno dello smog. E anche qui verrebbe da dire che non sarà un anno bellissimo per i nostri polmoni e per le nostre vie sensitive.

Quanto tempo ci rimane per fare qualcosa? C’è chi dice pochi anni, qualcuno almeno due decenni, altri, ci vogliono sempre i catastrofisti, dicono che il tempo sarebbe già scaduto. Anche il tempo diventa una lotteria. Da qualche mese tra gli allarmi clima e conseguenze sui territori e sulla vita dell’uomo si ripete l’allerta aumento livello dei mari che noi qui, nel nostro piccolo, avevamo già riferito come notizia parecchio tempo fa. I numeri sono questi: Enea e Cnr calcolano che entro 80 anni, entro il 2100, il livello medio dei mari anche attorno all’Italia si alzerà di un metro. Naturalmente ci sono le cartine aggiornate sulle coste e sulle città che andranno sotto. Non  facciamo catastrofismo e neanche allarmismo ma dopo i titoli ad effetto sarà il caso di prendere consapevolezza che 80 anni non sono poi tanti e che due o tre cose dovrebbero essere fatte prima di lasciare in eredità ai nostri nipoti e pronipoti la patata bollente e la costiera allagata. Così per tornare ai concetti iniziali anche le piante se la svignano, migrano da una altitudine all’altra e da un territorio all’altro perché reagiscono anche loro, alla maniera vegetale, al cambiamento del clima. Accade sull’Appennino tosco-emiliamo e accade negli Stati Uniti dove, dicono le ricerche, le grandi foreste orientali si sarebbero spostate di 15 chilometri in 10 anni.

Cari Guardamondo,

voi che cosa avete nel freezer di casa vostra? Avete letto bene: il freezer, detto anche congelatore o ghiacciaia, a seconda del dialetto che vi appartiene. Vi è mai capitato di sentire: “dimmi che cosa tieni nel freezer e ti dirò chi sei?” – No, nemmeno a me è mai successo, ma quale migliore occasione di uno dei nostri articoli per lanciare questa nuova moda?

Qui in Olanda il mio freezer è terra di nessuno, una continua guerra tra me e i miei coinquilini per guadagnarsi uno spazio dove sotterrare il proprio tesoro. Ad oggi, il mio bottino consta di due petti di pollo e un sacchetto di fagiolini. Piuttosto deprimente, lo ammetto. Se fossi a Bologna sono abbastanza sicura che ci troverei dentro i tortellini della nonna o il polpettone di mia madre, o ancora il ghiaccio per quando ti sbucci un ginocchio (sì ragazzi, io a 26 anni mi sbuccio ancora le ginocchia come quando ne avevo 5). Nel freezer di mia nonna invece ci trovereste pane, pane ed altro pane, insieme ad un quantitativo minimo di “altro” che varia dal gelato per i nipoti, al minestrone per la sera. D’altronde, come per tutti coloro che hanno vissuto la guerra, anche per lei il pane è un alimento sacro, non ce n’è mai abbastanza.

Perché questo discorso? Perché dal freezer di una persona, proprio come dal suo outfit o da che cosa legge, si può capire, ma anche non capire, moltissimo. Pensate che una volta a casa del mio fidanzato, nella disperata ricerca di gelato, ho aperto il congelatore e mi sono ritrovata faccia a faccia con un serpente arrotolato dentro ad un barattolo. Un serpente vero, inquietante e deludente se siete tipi da panna e cioccolato. Ho lasciato il suddetto fidanzato? No. Mi ha comprato un gelato vero? Eccome.

Tutti abbiamo degli scheletri nell’armadio, o meglio, dei serpenti nel freezer, ma questo non fa necessariamente di noi persone da cui stare alla larga. Questo è il caso dell’Unione Europea per esempio. Parliamoci chiaro, cara cugina UE io ti ho sempre voluto molto bene, sono una tua grande ammiratrice, ma non sarà mica il caso che sbrini il tuo freezer e fai un po’ di pulizia?

Nel congelatore europeo niente serpenti (per fortuna), ma nemmeno cornetti Algida, piuttosto conflitti. Avete mai sentito parlare di conflitti congelati? Si tratta di esseri mitologici, situazioni che non sono né guerra né pace, sono come cubetti di ghiaccio ma non sono guerra fredda, sono diversi da tutto ciò che conosciamo, incastri bloccati e per definizione abbandonati al loro destino, spesso e volentieri nella convinzione che siano impossibili da risolvere.

Nonostante ce ne siano di diversi sparsi in giro per il mondo (Lo stesso conflitto tra Pakistan ed India rientra nella categoria), i più problematici e conosciuti li troviamo nell’area euro-asiatica: il conflitto del Nagorno-Karabakh (regione contesa tra Armenia ed Azerbaijan), quello del Donbass (Russia contro Ucraina, non credo di dover aggiungere altro), segue poi quello della Transinistria (qui entra in gioco laMoldavia), per non parlare di quelli che coinvolgono la Georgia, rispettivamente impegnata nei conflitti in Abkhazia e Ossezia del sud. Questi, solo per citarne alcuni, sono tutti conflitti che ruotano attorno a regioni, questioni etniche, capricci e antichi vasi che andavano portati in salvo, ma che per un motivo o per l’altro, non si sono mai risolti e continuano inesorabili.

Vi chiederete: Che cosa c’entra in tutto questo l’Unione Europea?. Apparentemente niente, ma in realtà molto.Nei confronti di questi conflitti l’UE ha sempre giocato il ruolo dell’ambasciatore che non porta pena, un tramite, una terza parte che vorrebbe negoziare, ma che finisce inevitabilmente per esporsi troppo o, al contrario, sedersi a braccia conserte e lasciare che gli altri continuino ad azzuffarsi. A volte avvicinatasi con l’obiettivo di attirare a sé nuovi alleati, prime tra tutte la Georgia e l’Ucraina, altre volte, dopo essersi accorta di non poter fare nulla, se non complicare ancor di più le cose, ha preferito allontanarsi silenziosamente per andare a comprare fantomatiche sigarette e non tornare più.

I conflitti congelati nel continente euro-asiatico sono il serpente nel freezer europeo, lo strato dighiaccio che andrebbe eliminato per garantire il corretto funzionamento dell’apparecchio, ma che poi resta lì, mentre ci si continua a lamentare delle cose che non vanno.

Tuttavia, il 2019 sembra non essere solo l’anno in cui torneranno di moda i pantaloni a zampa d’ elefante o alla zuava, ma sarà anche il momento in cui, forse, qualcuno di questi cubetti di ghiaccio inizierà a sciogliersi. Questo sarà infatti anno di cambiamenti per gli stati coinvolti e chissà che, tra nuove elezioni e il ritorno di grandi manifestazioni per l’indipendenza, qualcosa non si sblocchi. Sarà guerra o sarà pace? Quello che è certo è che, alla lunga, se non lo sbrini il freezer si rompe e così potrebbe succedere anche per la stabilità Europea. Com’é che si dice? Organizzazione avvisata, mezza salvata?

“I peggiori nemici delle belle arti sono le gambe stracche” (Giovanni Rajberti)

Si è appena conclusa la settimana dei musei. L’ingresso è gratuito ma l’impegno democratico per far avvicinare tutti all’arte si paga con una fila egualitaria. Sospese momentaneamente le prenotazioni degli ingressi, si dovrà calcolare un limite matematico a variabili spazio temporali: se la coda per entrare a Palazzo Pitti inizia a Ponte Vecchio, quanto si dovrà aspettare per vedere la Madonna della Seggiola? Per consentire il flusso della cultura e lasciare sempre sgombre le vie di esodo, ricordarsi che nelle sale non vi sono strapuntini e canapé per far accomodare i malati cronici di sindrome di Stendhal. I globetrotters dell’arte avevano una specie di seggiolino legato alla cintura, che apriva le gambette ai prodromi del collasso. Ma anche ora, il distributore degli energy drinks è ad almeno quattro piani normali di distanza. In fondo all’enfilade del piano nobile, circa otto metri al netto nei cassettoni e interpiani di servizio occultati alla vista, – ma percepiti dalle ginocchia -; variante: cordonata per cavalli, passeggino gemellare e tacco dodici. Tre gambette euclidee efficientissime: poiché si sa, per tre punti non allineati passa uno e un sol piano, per quattro non è detto, e non sempre si ha una zeppa a portata di trolley.

La seggiola di Raffaello, il proprio caro divano, le pianelle di panno, il letto sfondato della locanda di Pratolino o il king-size del cinque stelle a Rifredi: sogni vividi da mescalina, rimpianti pagati carissimi. In coda vi potrei augurare di fare due chiacchiere con una dottoranda giapponese di storia dell’arte. Leggetele il Rajberti per far colpo. Tentate una traduzione simultanea e fatela scappare a casa, sul vostro divano, con le vostre pianelle (“quando arrivammo agli affreschi di Raffaello, il cicerone recitò che alcuni forestieri si mettono perfino in ginocchi dinanzi a quelle maraviglie. Allora io, colpito da una felice inspirazione, esclamai: ― Ah sì? ebbene, io voglio mettermi due spanne più in basso di loro ― e fra le risate degli amici sedetti sul pavimento. Lo credereste? Sedermi e trovar l’Urbinate grande, sublime, immenso, immortale e divino, fu una cosa sola”).

Non potere prenotare l’ingresso online, non avere contezza che alle 15.17 ci si potrà geolocalizzare alla Palatina, ha comunque un vantaggio: non occorre studiare l’incastro con la coincidenza del treno e si aprirà la porta al destino dei treni soppressi. Si sa che ritardi sono zen, ilt empo è un’illusione, anzi una suggestione, l’arte stessa è una suggestione. Si sono abbinati bene i colori di soprabito e scarpe per accogliere, senza vacillare, una svolta fatale. Magari con la studentessa. Davanti alla parete attrezzata, sul tavolo del soggiorno, si sarà lasciata aperta la pagina di un catalogo Electa ancora nel cellophane. Non si sa come, ma Dalì, se è esistito davvero, deve essere esistito per qualcosa.

 

L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.

In questi giorni è venuto a mancare Yannis Behrakis, conosciuto come il “fotografo dei rifugiati”, famoso per aver documentato le immagini più atroci e commoventi delle guerre e tragedie del mondo. Testimone per quasi trent’anni del movimento di massa di oppressi, torturati, minacciati. Il suo reportage sulla crisi dei rifugiati in Siria e in Afghanistan gli è valso il premio Pulitzer dell’agenzia di stampa Reuters nel 2016.

In questo periodo la nostra città ci offre l’opportunità di poter ammirare i suoi scatti; mi riferisco alla mostra “Paths of hope and despair” allestita presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna (via Filippo Re, 6), che espone oltre 40 sue fotografie legate al tema della migrazione.

Una galleria di istantanee che parlano di disperazione, ma anche di coraggio e speranza. Attraverso  il suo obiettivo, Behrakis racconta storie profondamente emozionanti di donne, uomini e bambini che hanno lasciato le loro case, percorrono centinaia di chilometri, attraversano il mare, per raggiungere destinazioni sconosciute, con l’obiettivo di ricercare una vita sicura. Immagini che hanno più forza di qualunque racconto.

Affermava spesso che la missione di un fotografo di guerra è quella di “Assicurarsi che nessuna possa dire: non lo sapevo”, ed effettivamente, almeno per quanto mi riguarda, è impossibile  rimanere indifferenti di fronte alla disperazione riflessa nello sguardo di un bambino, all’atroce dolore di un padre o di una madre, all’angoscia negli occhi di un uomo che chiede aiuto. Impossibile voltare lo sguardo dall’altra parte.

Molte sono le foto che ritraggono bambini. La condizione dell’infanzia nei paesi dilaniati da guerre è altamente critica. Sono coloro che ne soffrono di più e ne subiscono conseguenze che si protraggono ben oltre il conflitto stesso.

Secondo il  rapporto “The war on Children” (2018) di Save the Children, sono più di 357 milioni i bambini al mondo che vivono attualmente in zone colpite dai conflitti, un numero cresciuto di oltre il 75% rispetto all’inizio degli anni ’90. Circa 165 milioni– quasi la metà del totale – si trovano in aree caratterizzate da guerre ad alta intensità e costretti a fare i conti con sofferenze e privazioni inimmaginabili.
Un sorriso però lo strappa la foto di una bimba che ride divertita mentre viene “lanciata in aria” da due uomini in un campo profughi.

Ma è l’immagine simbolo della mostra (di testa a questo articolo), che diventa icona del lavoro di Behrakis; un padre tiene in braccio e bacia la sua bambina mentre attraversa a piedi sotto la pioggia il confine tra la Grecia e la Macedonia.

Di questa foto Behrakis disse: “ È la prova che esistono i supereroi. Non indossano mantelli rossi, ma un mantello ricavato da un sacco della spazzatura. Eppure quest’uomo è il padre universale, la dimostrazione di quanto può essere grande l’amore tra padre e figlia”.

Consiglio di vedere questa mostra, ancora qualche giorno a disposizione c’è (è stata prorogata al 30 marzo), è  uno spaccato di realtà che non possiamo ignorare né dimenticare.

Chissà se Ray Bradbury nel 1953 quando fu editato “Fahrenheit 451” (considerato insieme ai precedenti “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley del 1932 e “1984” di George Orwell del 1948  e al successivo “La svastica sul sole” di Philip K.Dick del 1962 il più importante esempio di quelle fortunate branchie della letteratura fantascientifica conosciute come distopica e ucronica) avrebbe mai pensato che adesso, sessantasei anni dopo, la sua visione del mondo, una visione così fortemente caratterizzata da quanto successo durante la seconda guerra mondiale (i pogrom, certo, ma soprattutto i Bűcherverbrennungen, i falò con i quali nel 1933 i nazisti bruciarono in varie piazze del Reich tutti i libri non rispondenti alla loro ideologia) e dall’oscurante maccartismo imperante a partire dall’inizio degli anni ‘50 (la cosiddetta caccia alle streghe che il Senatore repubblicano, e Presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Joseph McCarthy, scatenò negli U.S.A. nella prima metà degli anni ’50), avrebbe trovato una sua distorta ed incompleta, seppur quasi pedissequa, realizzazione in questa Europa così dissennatamente affascinata dalle destre arroganti ed ignoranti  (si pensi al revanscismo nouveau francoise di Marine LePen e all’isolazionismo del Primo Ministro ungherese  Viktor Orbán, al negazionismo del Cancelliere austriaco Sebastian Kurz e al sovranismo del leader minimo Matteo Salvini, Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio, e della sua sodale Lucia Borgonzoni, Senatrice,  Consigliera Comunale e, non male per una che si vanta di non aver letto un libro negli ultimi tre anni, Sottosegretaria di Stato ai Beni e Attività Culturali e al Turismo).

Certo, e mi sia perdonata la commistione letteratura/politica (come se, d’altronde, parlare di cultura non fosse già di per sé un atto politico), non si può dire che si stia vivendo davvero in una società come quella che fa da sfondo alla vita di Guy Montag, il pompiere protagonista di “Farheneit”, un pompiere che,anziché prevenire gli incendi, brucia libri in ossequio alla legge che proibisce la lettura o il possesso di materiale cartaceo mentre gran parte della popolazione è succube della televisione i cui schermi occupano le pareti delle case e dell’apparecchio radio che ciascuno porta all’orecchio e che costituisce l’organo con cui la dittatura totalitaria diffonde la propria ideologia (ricorda qualcosa, magari contemporaneamente virato sull’invadenza programmata dei social?).

E certo siamo molto lontani dal momento in cui un qualunque dipendente di una qualsiasi organizzazione statale potrà dichiarare “… è una gioia appiccare il fuoco. E’ una gioia speciale vedere le cose divorate, veder le annerite, diverse … il cherosene è ormai per me il miglior profumo che esiste al mondo … è un bel lavoro: il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale …”.

Certo, tutto va bene, fino adesso.

Ma continuando a seguire i falsi profeti di questi anni ignoranti, per quanto tempo ancora?

Il fiume dei bolognesi, il Reno, nasce a Prunetta, frazione di San Marcello Piteglio, nel vicino appennino pistoiese e sfocia, dopo un percorso di 212 chilometri, nel Mare Adriatico, a Casal Borsetti, Ravenna. E’ un fiume italiano grande ed importante, il sesto tra quelli che sfociano in mare. Nel corso dei secoli ha plasmato i territori attraversati, le loro economie ed organizzazioni sociali. Difficile considerarlo anche bello. Nella bassa pianura le acque sono di un colore improbabile, gli argini-indispensabile segregazione protettiva-un tratto paesaggistico monotono ed uniforme, molte delle parti in alveo a monte della Chiusa di Casalecchio hanno l’andamento tipico del torrente con il rapido alternarsi degli estremi stagionali.

Le cose cambiano nella medio-alta valle del Reno. Se cercate panorami fluviali finalmente romantici, belli e naturali, siete nel posto giusto. Se poi volete esagerare prendete la bicicletta e risalite con calma le strade che portano “lassù” dove tutto ha inizio, alla sorgente del fiume Reno. Si parte da Riola di Vergato sulla statale 64, dove fan bella mostra di sé la Chiesa di Alvar Alto e la Rocchetta Mattei, dopo aver attraversato Porretta Terme e Ponte della Venturina si gira a destra sulla strada provinciale 632 “traversa di Pracchia”. Qui inizia l’attraversamento di una valle “incantata”, verde, boscata e selvaggia, dove il tempo sembra essersi fermato. 

Dopo qualche chilometro si incontra Molino del Pallone con la sua ampia ed ospitale spiaggetta fluviale, poi Biagioni e Setteponti, confine tra Emilia e Toscana. Quindi Pracchia, frazione montana del Comune di Pistoia, poco prima della quale, svoltando a destra, si raggiunge Orsigna, il borgo appenninico amato dall’indimenticato Tiziano Terzani. 

A Ponte Petri ci si immette sulla statale 66 pistoiese in direzione Passo dell’Oppio, 821 metri slm, spartiacque tra il versante Adriatico e quello Tirrenico. Qui lasciamo momentaneamente la strada che affianca il Reno per visitare nei dintorni alcune cose irrinunciabili. La ritroveremo sulla via del ritorno. Si attraversa Campo Tizzoro, già sede dei grandi stabilimenti metallurgici SMI di inizio novecento, poi Limestre, sede del grande complesso, nonché oasi ambientale “Dynamo Camp”, dedicato alla terapia ricreativa per i bambini affetti da patologie gravi, sull’esempio dell’analoga gemella americana, fondata da Paul Newman, San Marcello pistoiese ed infine Mammiano, passato il quale si prende a sinistra la strada che sale a Prunetta, non prima di avere ammirato il cosidetto “Ponte sospeso”. 

Una passerella pedonale di 227 metri di lunghezza che collega senza sostegni intermedi i due versanti del torrente Lima tra Mammiano Basso e Popiglio. Costruita nel 1923 dal direttore del locale stabilimento SMI per accorciare agli operai residenti a Popiglio un percorso ordinario, altrimenti lungo più di 6 chilometri, è stata inserita (1990) nel Guinness dei primati come “il più lungo ponte sospeso pedonale del mondo”.

Dopo 11 km di media salita si arriva a Prunetta, la meta del nostro viaggio. Un cartello sul lato sinistro della strada indica la sorgente. Qualche centinaia di metri ancora e il traguardo è raggiunto. 1020 metri slm! Le prime acque del Reno sgorgano fresche da una cannella un po’ arrugginita di una rustica fontana che volontari e comune hanno opportunamente realizzato. Doverosa foto di rito con la borraccia, equivalente ciclistico dell’ampolla di bossiana memoria. 

Il ritorno è all’insegna della leggerezza: 30 km di discesa a fianco del Reno che, da iniziale giovane rigagnolo, diventa via via ruscello, rio, fiumetto, fiume, pronto e disponibile al lavoro e a tutto il resto. Eccolo a Le Piastre industriarsi per far ghiaccio commerciale! 

I giovani a Bruxelles per salvare il Pianeta. E quelli di Cesena fanno un giornale e a Modena lanciano un progetto  antirifiuti.

Fabrizio Binacchi

Mi ha fatto impressione vedere come Greta Thunberg, la giovane attivista svedese che attira l’attenzione dei potenti sui problemi del cambiamento climatico, fissa negli occhi i suoi interlocutori di potere: non abbassa mai lo sguardo come fa chi è sicuro delle proprie posizioni e si sente nel giusto. Mi ha fatto impressione come l’ha salutata il presidente della Commissione Europea Junker con il sorriso di chi tenta di stare al passo con i tempi, in gran parte tuttavia perduti.

E loro sono meglio di noi. Non c’è dubbio. Loro sono i giovani, le ragazze, le giovani, studentesse e i ragazzi che studiano, ricercano, partono, ritornano, si mettono in gioco per loro, per le loro famiglie per il loro Paese. E per il mondo da salvare. Come Greta Thunberg.  

Sul clima abbiamo perso e stiamo perdendo tanto tempo. Adesso cominceranno i giorni della sensibilizzazione mondiale, il primo sarà il 15 marzo. Una specie di idi di marzo della salute del mondo. Il venerdì è il giorno in cui giovani di tutto il mondo fanno sentire la loro voce e chiedono un futuroAbbiamo solo 11 anni per agire e limitare i danni da cambiamento climatico. Al seguito di Greta Thunberg che “sciopera” da scuola per parlare ai potenti del dramma del clima

Il 15 marzo è “sciopero” globale dei giovani, degli studenti, per il clima. Hashtag #climatestrike “Invece di parlare a noi, i politici dovrebbero parlare agli scienziati”, dice Greta Thunberg. “voglio diffondere il messaggio, voglio mettere pressione, così che le persone al potere possano essere spinte a fare qualcosa”.  Ecco: fare qualcosa per il clima. Loro i giovani già a Bruxelles riescono ad attirare l’attenzione da ogni parte del mondoper partecipare ad alcuni eventi ed in particolare alla marcia settimanale dei giovani belgi per la difesa dell’ambiente. E’ da sette giovedì che nella capitale belga i ragazzi scendono in strada, ed anche le severe scuole locali permettono, vista la qualità dell’impegno, ai ragazzi più grandi di andare, e ne giustificano l’assenza dai corsi. Vorrà dire qualcosa. Loro sono meglio di noi.

A testa alta e con la consapevolezza che bisogna insistere, bisogna richiamare l’attenzione non nelle cerchie ristrette ma nelle piazze. E il problema è il tempo. Avremo tempo abbastanza?

Dice Greta Thunberg: “Le persone ci dicono sempre che sperano tanto che i giovani riusciranno a salvare il mondo. Ma non possiamo, semplicemente perché non c’è abbastanza tempo per intervenire, non c’è il tempo che ci permetta di crescere e prendere in mano la situazione”. Loro sono meglio di noi anche dalle nostre parti.

Sono venuti in visita alla redazione gli studenti di Cesena che fanno un giornale on line. Articoli e titoli curati come in un giornale cosiddetto vero. Anzi alcuni di più. Il giornale si chiama “Righe dal Righi” perché il liceo è intitolato ad Augusto Righi.  Giornalisti dal cuore e con mente.

Altri ragazzi del liceo “Venturi” di Modena hanno varato il progetto “Avanza”, campagna con vaschette portare a casa il cibo che rimane nei piatti dei ristoranti. Si calcola che il piano di “Avanza” può far recuperare quintali di cibo ogni anno per ogni ristorante. Il problema del rifiuto riciclabile è da anni all’attenzione di tutti ma lo spreco è ancora altissimo. si calcola che si butti come rifiuto alimentare una quantità di valore pari all’1 per cento del prodotto interno lordo. Mica poco.

Sembra uno scherzo ma varare il progetto “Avanza” comporta anche un cambio di mentalità. Adesso sembra brutto farsi dare un vaschetta e portare a casa il cibo dal piatto della trattoria o del ristorante: invece in alcuni paesi europei ed extra europei è quasi la norma, la prassi. In un colpo solo recuperi ed eviti rifiuto da smaltire. Loro sono meglio, hanno forse pure più idee. E son più pratici. Aiutiamoli a salvarci tutti.

Lo scorso week-end è stato ricchissimo di eventi, come sempre succede a Bologna in primavera. Tra feste di carnevale, reading e spettacoli teatrali, c’era anche una concomitanza di più eventi che, nel linguaggio corrente, molti definirebbero “buonisti”.

A Palazzo Re Enzo, dal 28 febbraio a sabato 2 marzo, “Bologna si prende cura” ha raccontato un secolo di welfare bolognese e presentato le iniziative a sostegno della cittadinanza, oggi presenti in città, offerte sia dal servizio pubblico, sia dal mondo dell’associazionismo: dalle attività nelle Case Residenza per Anziani, alle campagne dell’AUSL per la prevenzione e la promozione della salute; dallo Sportello per il Lavoro, alle misure a sostegno della genitorialità; fino ai percorsi di cittadinanza attiva e alle attività di accoglienza diffusa.

Saloni frequentatissimi e stand pieni di materiali e informazioni con tanto di fila per l’attivazione dello SPID (Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale), per l’accesso online ai servizi della pubblica amministrazione. Tantissimi anche gli eventi collegati, con esempi e confronti di buone pratiche, ospitati in diversi spazi pubblici della città e già sold out qualche giorno prima dell’inizio della tre giorni. 
Impressionante dispiegamento di forze e di interesse. 
Percezione soggettiva? Mica tanto se il Mulino ha dedicato finora a Bologna 66 articoli della sua rivista “Autonomie locali e servizi sociali” nata nel 1977.
Impressionante anche leggere la parola “welfare” accostata più volte a“giustizia sociale”, “collaborazione civica” e “integrazione”, visti i tempi che corrono.

Un altro “evento anomalo” si è tenuto sabato pomeriggio inPiazza Maggiore, in concomitanza con la manifestazione di Milano “People2march”: la rete Bologna Accoglie e il Portico della Pace hanno organizzato un’iniziativa analoga a quella milanese, “L’Italia che R-esiste”, presidio a sostegno di diritti umani e accoglienza, per combattere xenofobia e climate change. In piazza qualche centinaio di partecipanti e parecchi volti noti, tra cui il professore emerito dell’Alma Mater Vincenzo Balzani e l’attivista Bergonzoni: “L’odio non sta più nella pelle, vuole cambiare. Amor cutaneo, così a pelle direi che non ci siamo, non sembra che capiamo. Lancio un’Opa: ho paura. La paura fa novanta, ma noi oggi siamo molti di più qui”.
Finale con un flashmob fatto di mani unite in un girotondo che ha abbracciato il crescentone.

Ma è ancora in corso la più provocatoria di tutte le iniziative: “School of Integration”, una scuola di integrazione organizzata al DamsLab in occasione della biennale di cultura e cittadinanze “Atlas of Transitions”. Performance artistiche, seminari, laboratori e concerti che per 10 giorni (1-10 marzo) animeranno la zona intorno a Piazzetta Pasolini, inc ollaborazione con le comunità straniere residenti a Bologna. Anche in questo caso, grande affluenza e curiosità e molti i giovani coinvolti, con tanto di domanda posta ad hoc nel quiz televisivo più seguito d’Italia “L’Eredità” andato in onda domenica sera suRai 1.

Insomma, lo scorso fine settimana Bologna è stata invasa, travolta da un turbillon di eventi riguardanti argomenti oggi mediaticamente esposti, ma capaci invece di suscitare interesse e attenzione in città. Sicuramente ci sarà anche chi si è sentito circondato, forse oppresso da questo “insano”multiculturalismo.
Ma oggi non ci importa: possiamo finalmente respirare a pieni polmoni e sentirci parte di quel meraviglioso melting pot culturale, tanto mitizzato negli anni ’90 e totalmente, irrevocabilmente e indiscutibilmente inevitabile.

E se non vi è bastato, fino al 10 marzo potete ancora votare al “Referendum”, la performance che chiama in causa noi cittadini sottoponendoci un quesito fondamentale: “I confini uccidono. Dovremmo abolire i confini?

In attesa dal dottore non si fa più i furbi. Nessuno passa più avanti. Era una roba da anni ’80, adesso ci siamo evoluti e abbiamo capito che tanto per morire si muore lo stesso, e non c’è alcuna fretta per farsi diagnosticare una dermatite. Il solo problema rimane essere guardati per ore da persone che tengono le mani in mano o hanno le mani tenute strette da un telefono. Specie se le mie dita  sembrano un catalogo di tatuaggi tribali di seconda scelta, ed invece è solo la diagnosticanda dermatite di cui so già tutto grazie a un blog di pazienti autorevoli.

“Devo ritirare solo una ricetta che ho chiesto al telefono, entro e esco”. “Per me puoi anche passare davanti a un codice rosso, mia cara, è per tutti solo questione di tempo”. Poi c’è chi non perde l’efficientismo neanche di fronte a una cistite e ha garbo per gli altri, sicuramente meno malati di lui e quindi necessariamente più disponibili e arrendevoli: se concede il suo turno a una bella ragazza, il malato efficiente chiede a chi aspetta dopo di lui se è d’accordo. “Lo devi chiedere a dieci persone, non a me che sono l’undicesima e amo essere sempre l’ultima; quella che arriva in ritardo anche alle scadenze più importanti, fosse anche la morte, e che ha avuto gravidanze covate nella calma millimetrica di 42 + 1 settimane”.

Il mistero della vita rimane in quei rotocalchi mezzi squinternati appoggiati sul tavolino, privi sempre della copertina. Per ingannare il tempo basta fare della filologia: ricostruire la successione delle crisi di governo o l’andamento cronologico degli amorazzi di una qualche starlette. Avanti un altro.

In un’intervista di qualche tempo fa, Joakim Noah, il cestista franco/svedese/americano (figlio del grande campione di tennis Yannick tra le cui imprese, che però non testimoniano a fondo la sua grandeur, ricordiamo il raggiungimento con la sua nazionale di una finale di coppa Davis, la vittoria di un Roland Garros in singolo nel 1983 e in doppio nel 1984 e il trionfo a Roma nel 1985) perno della nazionale di basket francese con la quale ha vinto l’EUROPEO giocato in Lituania nel 2011 e centro dominante in NBA per quasi un decennio, commentando il proprio passaggio alla squadra dei Memphis Grizzlies dopo le stagioni fallimentari ai Knick’s di New York si giustificava confessando la difficoltà di mantenere sempre costante la concentrazione indispensabile a garantire un livello di gioco adeguato all’entità dell’ultimo contratto strappato (52 milioni di dollari per tre anni …) in una città come The Big Apple “aperta” 24h su 24 e in cui tutto (e con tutto intendiamo davvero tutto) è possibile e disponibile e che , specie se sei giovane ricco e famoso, non devi nemmeno cercare perché è il tutto che viene a cercare te.

Queste frasi di Noah mi sono tornate in mente ascoltando un paio di settimane fa Gianni De Biasi, l’ex allenatore della nazionale albanese agli scorsi europei quando, in predicato di raccogliere l’eredità di Pippo Inzaghi alla guida del Bologna prima dell’avvento di Sinisa Mihailovic, definì Bologna una città in cui, dal punto di vista sportivo, si sta fin “troppo bene”. In effetti, paragonando Bologna a qualunque altra piazza in cui si faccia sport a livello professionistico (ma anche non professionistico, tutto sommato) l’atmosfera è sicuramente rilassata. Non si registrano contestazioni violente nei confronti di squadre che, ammettiamolo,da troppi anni non regalano soddisfazioni, gli stipendi richiesti, e concessi con forse troppa magnanimità, sono alti e sicuramente superiori a realtà similari, la città è bellissima e, proprio come New York anche se con le debite proporzioni, è sempre “aperta” e disponibile (e siamo poi sicuri che le prelibatezze offerte siano poi così inferiori a quelle della metropoli conosciuta come sin city?) specie se, esattamente come accadeva al cestista francese, si è giovani ricchi e famosi. In più, a certificare la piacevolezza del fare sport in città, quello bolognese è un pubblico del tutto particolare. Conosciuto ed autocelebrato come competente, in realtà vanta una caratteristica unica nel panorama a volte becero del tifo sportivo. Ci si innamora, infatti, più che del campione, o presunto tale,sempre e comunque del giocatore sfigato.Certo se è bravo va bene, ma se è anche sfortunato o perdente, è meglio. Più che del campione celebrato e riconosciuto, cioè (e questo anche negli anni in cui nomi ne sono arrivati convinti dai progetti sportivi o semplicemente dalle irrinunciabili offerte economiche), qui, a Bologna, ci si innamora del personaggio, meglio se folkloristico. Non importa tanto il palmares passato e nemmeno, volendo, le possibilità che il nuovo arrivo promette  (le eccezioni ci sono, ovvio: un nome su tutti, anzi due: Danilovic e Ginobili, un Ginobili però che arrivò da Reggio Calabria piccolo e scuro e da cui forse nessuno si aspettava quello che avrebbe dato), quanto la simpatia, meglio ancora se accompagnata dalla sfortuna che perseguita una carriera che invece che brillante si rivela mediocre. Tutte condizioni che rendono improbabile un abbandono volontario della città e della squadra (chi ricorda Acquafresca, l’attaccante che, dotato del doppio passaporto, rifiutò la convocazione della nazionale polacca convinto di raggiungere, grazie all’approdo a Bologna, quella italiana e che invece finì qui mestamente la carriera preferendo non giocare mai piuttosto che andare a cercare, e forse trovare, un rilancio altrove; e si potrebbe citare, per stare all’oggi, Destro che continua a rinunciare a qualunque destinazione che potrebbe rilanciare una carriera in netto debito di credibilità pur di restare nella città che tutto concede, tutto promette, tutto perdona; e sulla stessa lunghezza d’onda, d’altronde, si può ascrivere l’acquisto di questi ultimi giorni di Delfino che giocò qui un paio d’anni ad inizio millennio prima del grande balzo, un balzo da gambero a dir il vero, in NBA e che nulla vinse allora e nulla sembra garantire con il suo ritorno a 38 anni suonati, e dopo le ripetute operazioni che ne hanno minato il rendimento e reso problematico l’atletismo e reduce dallo strano divorzio a Torino dopo qualche inutile e insignificante partita disputata, ad una Fortitudo all’inseguimento della promozione diretta ed in cerca di certezze ormai incrinate).

Masi sa, a Bologna, trovano gloria più i giocatori che avrebbero potuto che quelli che realmente hanno fatto.

In questo contesto, quello di un giocatore che poco o nulla ha dato ma che tanto è rimasto nei cuori e nei ricordi, si iscrive a pieno titolo la storia sportiva di Eneas De Camargo, il primo giocatore di colore della storia del Bologna F.C.che calcò il palcoscenico in verità un po’ ammaccato del Dallara nella stagione 1980/81 (quella che iniziò con il famoso e famigerato -5 in classifica per i refoli del calcio scommesse), una stagione che vide nonostante tutto nella squadra guidata dal mai abbastanza rimpianto Gigi Radice il miglior Bologna degli ultimi …anta anni.

Una storia, quella di Eneas (come veniva classicamente chiamato seguendo la consuetudine carioca di usare il nome di battesimo) ottimamente ed esaurientemente raccontata nel bel libro di Carlo Alberto Cenacchi “Eneas– una storia di saudade tra Bologna e il Brasile” (edizioni La Mandragora, 2018), libro molto documentato, molto completo, molto amato.

Una storia quella di Eneas che prende il via con la maglia rossoverde della Portuguesa (estensivamente AssociaçáoPortuguesa de Desportos), quarta squadra per importanza della città di SãoPaulo vincitrice di alcuni campionati paulista (in Brasile esistono infatti vari campionati statali che preludono a quello nazionale) , e che viene considerato uno dei talenti più limpidi e cristallini del panorama brasiliano(e c’è chi ne paragona lo stile e le capacità a quelle dell’imparagonabile, il divino Pelè). Una storia che continua con le ripetute occasioni perdute per pigrizia, indolenza, sfortuna o mancanza di garracharrua (che sarebbe uruguagia, e vabbè, ma rende l’idea). Una storia che continua, ancora, con l’arrivo a Bologna, una città, un paese, un continente così diverso da quello di partenza: cibo, clima, temperature, sistemi di allenamento, intensità delle partite, tattica: tutto differente, tutto troppo,troppo lontano dalle abitudini sportive di quello che sarebbe potuto essere un vero crac e che invece nella sua breve carriera italiana si segnalò per i soli tre goal segnati e per la tuta indossata, coi guanti, sotto la maglietta durante le partite. Una storia, infine, che termina con il ritorno in patria e lo stanco trascinarsi da una squadra di secondo piano all’altra senza mai trovare il guizzo che ne avrebbe potuto certificare lo status di grande campione.

Un perdente, quindi o perlomeno un non-vincente, ma un perdente con un buonumore di fondo che induceva il sorriso in chi guardava. E che per questo, e che in questo si trova in ottima compagnia, risulta tra i giocatori più amati e indimenticati nell’immaginario collettivo della tifoseria rossoblu.

IL MIGLIACCIO, Dolce di Carnevale

-500g latte

-500g acqua

-200g semolino

-50g burro

-un pizzico di sale

-5 uova

-200g zucchero

-350 ricotta morbida

-buccia e spremuta di aranci

-vaniglia in baccello

Stampo da tortiera da diametro 24

Procedimento

In un pentolino mettere il latte, l’acqua, il pizzico di sale, il burro, la buccia d’arancia (non la parte bianca) scaldare sul fuoco. Quando bolle aggiungere a pioggia il semolino, togliere la scorza e cuocere mescolando per 6-7 minuti. Spegnere e fare intiepidire.

In una planetaria montare le uova con lo zucchero e l’interno del Barcellona di vaniglia, quando sarà ben montato aggiungere poco alla voltala ricotta precedentemente setacciata, il semolino tiepido e il succo d’arancia. Mescolare ed amalgamare bene.

Versare nello stampo con carta forno e imburrato,cuocere a 180 gradi per circa 1 ora, coprire con stagnola per la prima mezz’ora.

A cottura ultimata intiepidire e spolverare con zucchero di vaniglia.

Buon Carnevale da

           G&G

“Ho girato il mondo da cronista ma in fondo non sono mai andato via da Pianaccio”. Un legame intimo, speciale, identitario. Enzo Biagi era nato a Pianaccio, piccolo borgo appenninico, frazione del comune di Lizzano, il 9 agosto del 1920. Non ancora adolescente si trasferì con la famiglia a Bologna e poi, adulto, a Milano. Giornalista, scrittore, conduttore televisivo di successo e, soprattutto voce libera, mai prona ai poteri politici ed economici, conosciuta e stimata nel mondo intero. Non si staccò mai da Pianaccio e dai luoghi dell’infanzia, dove conservava la casa di famiglia e tornava periodicamente. Ci sono tornato anch’io. Per rendere omaggio ad un italiano di cui sono orgoglioso e per capire le ragioni di un radicamento appenninico così profondo ed intimo. Ovviamente in sella alla bicicletta. Sulle due ruote è tutto più vero ed immediato. Dal fondo valle Reno (località Silla) si prende la SP324 Passo delle Radici. Prima dell’abitato di Lizzano si gira a sinistra su una strada comunale che per un lungo tratto affianca le rigogliose acque del torrente Silla per poi salire, attraverso una fitta boscaglia, fino ai 915 metri slm dell’antico borgo di Monte Acuto delle Alpi. Dopo qualche chilometro si incontra la deviazione per Pianaccio. Qui, si è accolti da un edificio di forte impatto, una ex colonia montana del 1927, dove ha sede il centro visita del Parco regionale e il Centro documentale Enzo Biagi con una vastissima raccolta di immagini, audiovisivi ed opere.

Nel cortile antistante l’edificio lo sguardo è attratto da una scultura a grandezza naturale che riproduce un affabile Enzo Biagi seduto su di una panchina. L’opera è dell’artista giapponese Yasuyuki Morimoto. 

L’abitato è su un ridotto pianoro, da cui probabilmente il toponimo Pianaccio, costellato dalle tipiche case montane, alcune datate 1513. La piazzetta ospita una piccola chiesa a fronte della quale si può ammirare un castagno vecchio di almeno trecento anni. 

Lasciato Pianaccio si sale a Monte Acuto delle Alpi, un tempo castello inespugnabile, con torre merlata, cisterna e ponte levatoio, presidio fortificato dei commerci tra Bologna e Firenze. Il Borgo appare come sospeso tra terra e il cielo e il panorama è mozzafiato. 

Ripresa la bicicletta si torna sulla SP324 del Passo delle Radici per salire e attraversare Lizzano, Vidiciatico e la Ca’ (920 metri Slm). 

Da lì si prosegue a destra verso Chiesina Farne’, un piccolissimo borgo ricco di storia, di leggende e suggestioni. Non c’entra nulla, credo, con Biagi ma è luogo di grande fascino e mistero. Come tutto l’appennino, del resto. 

Qui nei primi anni del secolo scorso sorse per pochi mesi quella che lo scrittore lizzanese Galileo Roda ha definito la “Repubblica rossa del Dardagna”, ovvero l’embrione di una società di persone libere e uguali, rapidamente soffocata nel sangue. L’insediamento ha antiche origini celtico-liguri e presenta diverse particolarità distintive: i camini rotondi, che si trovano soltanto qui, sormontati da una pietra conica che può anche essere lavorata; le “mummie”, ovvero maschere o facce di pietra scolpite sulle facciate delle case, con valenza beneaugurante; la misteriosa enclave Lanzichenecca. 

Pare che all’indomani dell’assedio di Firenze da parte di Carlo V e della sconfitta di Francesco Ferrucci a Gavinana un gruppo di mercenari Lanzichenecchi, stanchi di combattere, decisero di mettere su casa da queste parti. Della loro presenza e di quella dei loro discendenti sarebbero indiscussa conferma l’attiguo borgo Ca’ Lanzi, il ritrovamento nel locale cimitero di ossa umane enormi (pare che i Lanzichenecchi fossero molto alti), l’irrituale presenza all’interno della chiesa cattolica di un pozzo funerario cumulativo per gli acattolici (i Lanzichenecchi erano Luterani) e l’usanza di mettere fuori dalle abitazioni volti di pietra com’era nelle tradizioni delle popolazioni del nord Europa. Leggenda o storia? L’Appennino è anche il piacere del mistero.