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Aprile 2019

Macondo è irreale. Non esiste nulla, al mondo, che somigli a Macondo. Tantomeno i personaggi che la abitano e la vivono, E questo costituisce la magia del romanzo. Anche la Belleville di Pennac, che pure tanto deve alla Macondo di Marquez per il suo cotè, è irreale. Certo, geograficamente e toponomasticamente Belleville esiste, ma non è come Pennac la racconta. E soprattutto, i suoi personaggi sono troppo troppo al di sopra di ogni credibilità. In questo caso, forse, sarebbe bene parlare più che di irrealismo, di surrealismo, ma rimane il fatto che comunque di qualcosa di non reale si tratta.

Digressione. Immaginate una città medievale costruita su una rocca che si eleva sull’altopiano. Una rocca che si eleva talmente che non esistono strade che la raggiungono, ma solo un ponte; immaginate poi che la rocca su cui si erge la città medievale sia fatta di tufo e si sia sgretolaya nel corso dei secoli destinando la città a scomparire nel giro di alcuni, pochi, anni ancora. Si direbbe, si potrebbe dire, irreale. Peccato però che questa città medievale costruita su una rocca di tufo che si sta sgretolando destinando la città a scomparire nel giro di pochi anni, esista. È Civita di Bagno Regio. Ed è così reale (esiste) Civita, che la sua realtà rende reale ciò che altrimenti sarebbe irreale (una città medievale costruita su una rocca di tufo ecc …).

Fine della digressione. Come la Macondo di Marquez e della Belleville di Pennac, la Luanda in cui è ambientato questo “Barocco tropicale” di José Eduardo Agualusa, una Luanda, capitale dell’Angola, di otto milioni di abitanti costituita da un centro, se centro si può chiamare , che risente pesantemente nella sua struttura e nella sua architettura del periodo colonialista portoghese, circondata ed ormai assimilata dalle bidonville che la circondano, una Luanda del 2020, una Luanda reduce da una guerra civile sanguinosa  abitata da eserciti di fantasmatici personaggi sui generis ed urlati più che raccontati, sarebbe irreale. Non fosse che la cronaca del continente una volta nero ci ha troppo abituati ad eccessi che, non fossero reali, ci parrebbero incontrovertibilmente irreali. E quindi, a differenza di quelle (la Facondo di Marquez e la Belleville di Pennac), Luanda esiste.

Ed è in questa Luanda del 2020 che, durante una tempesta tropicale, una donna cade all’improvviso dal cielo e muore davanti agli occhi stupefatti di Bartolomeu Falcato e dell’affascinante Kianda (la cantante creola dalla voce incantata conosciuta in tutto il mondo che “… vuole così tanto bene – a Bartolomeu, n.d.r. – da non sopportare l’idea di vederlo sottomesso alla tirannia dell’amore …” e che per questo lo lascerà tornando dal marito pigmalione salvo poi riprenderlo e rilasciarlo e tornare ancora).

Bartolomeu Falcato (il protagonista, giornalista mulatto bello ed interessante, colto e affascinante, macerato e cinico, impegnato e disincantato: immaginatelo ironico come Cary Grant, macerato come Paul Newman, disincantato come Marcello Mastroianni, patinato come Brad Pitt, impegnato come George Clooney) riconosce il corpo della donna, ex miss Angola ed escort di lusso di uomini politici e imprenditori, che, dopo una crisi mistica, forse ha parlato troppo. Per capire chi l’ha uccisa e ora, probabilmente, vuole uccidere anche lui, Bartolomeu attraversa una città corrotta e feroce, incrociando il suo destino con una bizzarra galleria di personaggi che conferma come la realtà sia spesso più incredibile della letteratura. “Barocco tropicale” è una coraggiosa denuncia, ma anche una commovente storia d’amore ambientata in una megalopoli eccessiva, spietata e fatale.

A scrivere questa storia in cui l’autore riesce a mescolare personaggi e situazioni più che mai vivi e reali con atmosfere naturali e limpide («… scrivo in maniera naturale, senza pensarci un po’ come quando si balla in maniera naturale, perché se cominci a pensare a come fare non lo fai più …») è quello che António Lobo Antunes ha definito «… senza ombra di dubbio lo scrittore in lingua portoghese più importante della sua generazione …», e cioè José Eduardo Agualusa (il suo primo libro pubblicato in Italia è “L’incredibile e vera storia di D. Nicolau Água-Rosada” nel 1992 e l’ultimo “Teoria generale dell’oblio” del 2017), uno dei primi autori autenticamente lusofoni. Agualusa, infatti, e pur appartenendo a pieno titolo alla letteratura angolana, non privilegia la scrittura nazionale e tanto meno nazionalista, ma proietta le sue storie, ed il lettore, in uno scandaglio più ampio che abbraccia Portogallo e Brasile, gli altri paesi dell’Africa lusofona e i luoghi di antica dominazione portoghese in Asia (a Goa, ad esempio, è ambientato uno dei suoi romanzi) senza rinnegare, però, la conoscenza e l’affetto per le letterature di altri paesi che possono avere influenzato la sua prosa («… sentii il suo profumo, un aroma di tabacco, una punta di peperoncino, sandalo e odore di mare e pensai, ah, Corto Maltese deve usare un profumo così …»).

Un modo di scrivere, e di fare letteratura, dissonante se paragonato ai mondi che siamo abituati ad attraversare e vivere leggendo. Un mondo letterario che, a lasciarsi trascinare, apre sì a nuovi orizzonti, ma che mantiene ben saldo il principio che un libro, qualunque libro, non possa in alcun modo sovrapporsi alla vita reale come lo stesso Agualusa ricorda con quel fare, e dire, ironico e al contempo serissimo che tanto sarebbe piaciuto, per dire, al Corto: «…il suo libro ha cambiato la mia vita … odio questa frase: è falsa. Per fortuna è falsa. Ci sono libri che hanno cambiato la vita di molte persone: la Bibbia, il Corano, il Capitale oppure il Larousse gastronomique. Non credo che la letteratura abbia questo potere. Io non riuscirei a scrivere se sospettassi di cambiare la vita di qualcuno. Scrivere è un atto irresponsabile …».

L’Appennino è stato uno dei principali teatri di guerra del secondo conflitto mondiale. Qui si attesto’ la cosiddetta “linea gotica” e per lunghi mesi si contesero il territorio, combattendo aspramente, nazifascisti, americani, eserciti alleati e partigiani. 

Tanti giovani accorsero sugli appennini, lasciando famiglie, lavoro, studi ed affetti, per contribuire alla liberazione dal nazifascismo e riscattare una Patria disonorata da una  guerra di aggressione a fianco di Hitler, dal totalitarismo, dalle leggi razziali, dalla violenza e dalla miseria. Purtroppo gli appennini conobbero anche la vigliacca e disumana crudeltà di nazisti e fascisti contro le incolpevoli popolazioni locali. Non potendo avere la meglio sui combattenti rivolsero il loro istinto criminale su donne, bambini ed anziani. Alla fine vinse la libertà ma il prezzo pagato fu altissimo. Le nostre comunità non lo hanno dimenticato. Non possono dimenticarlo. Ce lo impediscono le memorie dei sopravvissuti, le testimonianze dei famigliari, i documenti degli storici, i valori ispiratori delle istituzioni e della Costituzione, la più bella del mondo, nata dalla Resistenza, le libertà conquistate 74 anni fa che, ancora oggi, presidiano diritti, partecipazione e possibilità di cambiamento. E i tanti cippi, lapidi e monumenti che su strade e piazze raccontano il dramma e l’eroismo di un popolo. Io li ho visitati in bicicletta. Un modo come un altro per non dimenticare. Sono tanti. Ho scelto quelli più vicini a casa. 
Inizio con la lapide che ricorda l’eccidio per rappresaglia di 17 civili di Silla e di Molinaccio (Gaggio Montano). 

Poi il luogo (Abetaia) dove furono ritrovate le spoglie di Paolo Fabbri (medaglia d’oro alla memoria) e Mario Guermani, entrambi molinellesi, arrivati in appennino per conto del Comitato di Liberazione Nazionale. 

A Rochidoso (Gaggio Montano) le SS rastrellarono e uccisero 60 persone. I cadaveri furono brucianti e sepolti in una fossa comune.

Antonio Giuriolo, Capitano Toni, medaglia d’oro al valore militare, morì a Corona (Lizzano in Belvedere) mentre tentava di recuperare i corpi dei suoi compagni deceduti. Ufficiale del 7°reggimento alpini guido’ la brigata partigiana Matteotti “Montagna”.

Il monumento di Querciola (Lizzano in Belvedere) ricorda i caduti per la conquista delle postazioni tedesche del monte Belvedere nel febbraio 1945.

Nel settembre del 1944 a Ca’ Berna (Lizzano) un reparto di SS rastrello’ e fucilo’ 29 persone, in maggioranza donne, bambini e vecchi.

Targa commemorativa nella piazza del municipio di Lizzano in Belvedere. Qui la liberazione arrivò nell’ottobre 1944 ad opera dei partigiani comandati da Mario Ricci, “Armando”, medaglia d’oro al Valor militare. Successivamente costituì, d’Intesa con il comando americano, la Divisione Modena composta da tre formazioni partigiane: “Gramsci”, “Matteotti” e “Giustizia e Libertà”.

Il 12 agosto 1944 a Castelluccio furono catturati e fucilati 5 partigiani della brigata Matteotti “Montagna”. La lapide ricorda altri 3 combattenti passati per le armi nei mesi successivi. 

Il 4 luglio 1944 a Biagioni (Granaglione) un contingente di SS italiane e tedesche rastrella e uccide per rappresaglia 9 abitanti.

Rifugio di Monte Cavallo. Qui si costituì il primo nucleo di giovani partigiani locali che assunse la denominazione di brigata Matteotti “Montagna”.

Monumento dedicato ai militari brasiliani. L’opera della scultrice carioca Mary Vieira è posta in località Guanella (Gaggio Montano) dove morirono centinaia di soldati negli assalti per la conquista dell’avanposto nazista di Monte Castello.


Monumento ai militari del Sud Africa. Località Stanco (Grizzana Morandi). 


Il Monte Cavallo è una vetta del territorio del comune di Alto Reno Terme, alle cui pendici, a 1286 metri di altezza s..l.m. si trova l’omonimo Rifugio, facilmente raggiungibile con una normale bicicletta da strada, meglio se dotata di copertoni robusti. L’ultimo tratto di strada, molto dissestato, lo consiglia. La salita dal fondovalle al Rifugio è una esperienza fantastica: foreste senza soluzione di continuità, panorami alpini, borghi e chiese dove non te lo aspetti, falchi volteggianti, natura rigogliosa e soprattutto rarissimi segni di modernità costruttiva. Un viaggio nella montagna senza tempo. 

Si parte da Porretta Terme direzione Ponte della Venturina. Prima del paese si gira a destra sulla strada provinciale 64. Qui inizia la salita. Dopo aver attraversato Borgo Capanne, Lustrola, Granaglione, costeggiato il Santuario di Calvigi e la Chiesa di Boschi, si giunge a Casa Forlai, 900 metri slm, dove chi vuole può rallentare la frequenza delle pedalate prima dello strappo finale verso il Rifugio. La strada presenta qua e là qualche acciacco ma nel complesso è in buone condizioni. Usciti da Borgo Capanne si avanza progressivamente in una spessa coltre forestale intervallata ogni tanto da borghi, chiese e rare case sparse. Ecco Lustrola, antico borgo medioevale, che affaccia sulla strada le sue case montanare e la chiesetta di San Lorenzo, fondata nel 1200.

Poi Granaglione, sovrastato dall’omonimo Castello, e distribuito per oltre un chilometro lungo la strada provinciale. 

Più avanti il solitario Santuario di Calvigi, eretto nel 1635 dalla popolazione quale ex voto per la scampata grande peste. 

Altrettanto solitaria la successiva imponente Chiesa di Boschi, realizzata a partire dal 1553. Dopo Casa Forlai qualche chilometro di sali-scendi fino alla località Nibbio dove ha inizio il tratto finale, che è anche quello di maggiore pendenza e difficoltà stradale (buche e pietre affioranti). Percorsi circa cinque chilometri si arriva sul pianoro con le tre Croci, da dove si domina un panorama incredibile, e da lì, per una breve pista sterrata, al Rifugio. 

Monte Cavallo è raggiungibile da molti sentieri CAI e dagli itinerari per mountain bike ed il Rifugio, quando aperto e funzionante, è un utile punto di approdo e ristoro. Nel 2018 è rimasto chiuso. Quest’anno dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) riaprire. Nella struttura è comunque sempre aperto “il bivacco del pellegrino” con tavolo, panche e piccolo focolare. 

Fred Vargas (pseudonimo di Frédérique Audoin-Rouzeau) ha goduto, e gode, di una riconoscibilità da parte dei lettori che la pone tra i “grandi numeri” dell’editoria italiana (e non solo). Io non l’ho letta nel momento di massimo fulgore, presente quando qualcosa scatta nell’immaginario collettivo e tutti, ma dico proprio tutti, si mettono a leggere compulsivamente le opere di un autore, o un’autrice come in questo caso, fino allora sconosciuta (anche la Ferrante, per dire). Ecco: in questi casi, snobismo, giusta preservazione intellettuale o semplice coglionaggine, di solito mi rifiuto di accodarmi al gruppone e quindi evito di leggere l’argomento di conversazione così di moda in quel periodo. Naturalmente, facendo così, alle volte, mi perdo qualcosa che davvero varrebbe la pena (ma di solito, in questi casi, una sorta di imprinting mentale mi induce a recuperare il perduto anche se, a volte, anni dopo).

La Vargas sinceramente la avrei lasciata volentieri nel dimenticatoio; proprio non  mi attirava.

Se non che, la notizia è di nemmeno un mese fa, lei si è schierata ancora una volta a difesa di Cesare Battisti. Ora parlare in questo ambito di Cesare Battisti, della sua storia, della storia del suo trascorso nelle fila dei P.A.C. (Proletari Armati per il Comunismo), della condanna a dodici anni per banda armata e per la partecipazione a quattro omicidi, dell’evasione dal carcere di Frosinone, della fuga prima in Francia e poi, per quasi dieci lunghi anni in Messico a Puerto Escondido, del suo ritorno in Francia dove, grazie alla cosiddetta Dottrina Mitterand riguardo i rifugiati politici, ottenne la non estradabilità come invece richiesto dal governo italiano, degli anni da traduttore di Didier Daenincks e Jean-Patrick Manchette e scrittore incoraggiato da Paco Ignacio Taibo II, della naturalizzazione concessa e poi ritirata, dell’appello promosso da Bernard-Henri Lévy e firmato da 1.500 personalità del panorama politico-culturale italiano e francese (tra cui Serge Quadruppani, Philippe Sollers, Tahar Ben Jelloun, Daniel Pennac, Valerio Evangelisti, Gabriel García Márquez, Pino Cacucci, Massimo Carlotto, Gianfranco Manfredi, Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa), della fuga in Brasile e del successivo arresto, degli anni di carcere a Brasilia, dell’estradizione negata fino all’inizio di questo 2019 e del conseguente arresto da parte dell’Interpol in seguito al quale viene rinchiuso nel carcere di Oristano dove ammette, per la prima volta dopo quasi quarant’anni “… le proprie responsabilità per i crimini imputatigli dichiarandosi colpevole di tutti i reati per i quali è stato condannato…” e di “… aver preso in giro tutti quelli che mi hanno aiutato …”, non è certo questa la sede più opportuna anche perché sicuramente molto da capire, sapere e studiare su questo affaire ancora ci sarebbe.

Ma parlavo della Vargas; lei non solo si mosse attivamente insieme a tutti gli altri, ma scrisse persino un libro, un pamphlet intitolato “La vérité sur Cesare Battisti”. Ma non solo, ed è questo che mi ha fatto scattare la curiosità di conoscerla meglio: dopo la confessione ai magistrati italiani di Battisti, lei ha dichiarato caparbiamente di non aver cambiato idea: “… Battisti è innocente, non mi scuso …”.

Interessante, vero? Per me almeno, vecchio creatore di trame. Ed allora ecco perché, cercare di saperne di più di una scrittrice che non accetta la realtà dichiarata (ma siamo certi che quella narrata sia la realtà? ecco il punto d’interesse …) mi sono deciso, infine, a leggere qualcosa di suo. La scelta, nella numerosa bibliografia della Vargas, è così caduta sulla “Trilogia dei santi Evangelisti” (“Chi è morto alzi la mano” del ’95, “Un po’ più in là sulla destra” del ’96 e “Io sono il tenebroso” del ’97).

E non sapendo cosa aspettarmi, devo dire che sono rimasto piacevolmente sorpreso dal rom’pol (romance polar). Intendiamoci, nulla di particolarmente geniale o indimenticabile, ma un certo non so che di molto francese, una capacità di interessare il lettore insinuandosi lentamente nella sua testa, instillando dubbi, proponendo misteri, accompagnandolo per mano in un mondo sì contemporaneo ma al contempo trasfigurato nelle paure del passato di ognuno, quasi si tornasse bambini e da bambini si giocasse ancora a nascondersi per farsi paura questo sì l’ho trovato ed apprezzato (non a caso il suo stile è stato definito poliziesco-poetico cioè un non noir quanto un nocturne). Notturno, come le notti dell’infanzia quando il mondo vero non era quello del giorno e del sole ma quello onirico del sogno, degli angoli bui, delle richieste non fatte e delle risposte mai ottenute. Raccontato così, mi rendo conto, potrebbe sembrare goticheggiante, ma sono il tono, e la scrittura, a ingentilire il tutto rendendolo moderno.

Senza dimenticarsi di un atout che per me diventa la vera chiave di volta nella comprensione, e nell’apprezzamento, dello scrivere della Vargas. Seguendo le orme di questi Evangelisti, sembra quasi di doversi e potersi imbattere da un momento all’altro in Nestor Burma, il personaggio più famoso di Leo Malet, sicuramente il più significativo rappresentante insieme a Georges Simenon ed André Héléna del polar francese, è il surrealismo delle situazioni, le motivazioni dei personaggi, la joie de vivre di Marc e Lucien e Matthias, i tre protagonisti, e di Louis detto Ludwig e di Armand, zio di Marc, mescolate e sovrapposte all’accettazione delle improbabili situazioni e dei surreali misteri che si trovano ad affrontare a far sì che i romanzi trascolorino nel surrealismo letterario da cui d’altronde provenivano sia Malet (anche se dopo i primi successi da giallista venne espulso dal movimento con l’accusa di essere diventato “seguace di una pedagogia poliziesca “) sia il padre della stessa Vargas.

Un filo rosso, dunque, unisce i padri del genere francese all’autrice, passando, ovviamente, per gli altri grandi che discendono direttamente da Malet. Parlo di Jacques Tardi (che delle avventure di Nestor Burma ha realizzato una serie di bande dessinée tuttora in produzione) e soprattutto di Jean-Patrick Manchette autore grandissimo che, già solo con i titoli di alcuni suoi romanzi (“Che i cadaveri si abbronzino” del ’71 o “Piovono morti” del ’76) giustifica questo apparentamento.

Attenzione però: non di mera rivisitazione si tratta; quello della Vargas, e tenendo fede al suo motto che è “… fouiller, gratter, étudier l’empreinte (ricercare, grattare studiare le tracce), è un vero e proprio riappropriarsi di una scrittura alta e nello stesso tempo felicemente ironica, divertita e divertente, che sa sì far sorridere ma anche e forse più pensare (poi che io personalmente continui a preferire i precedenti, ma non fa testo).

Mi rendo conto che ero partito alla ricerca di una storia, quella di Battisti, ed alla fine ho scoperto invece la storia di una scrittrice brava e fortunata (nel senso che ha avuto fortuna presso il grande pubblico vendendo decine di migliaia di copie di ognuno dei suoi romanzi).

Una scrittrice, indubbiamente, da conoscere e seguire.

Osare l’inosabile,  intaccare l’inattaccabile. Ma anche pensare libero, scoprire l’altro, e per esempio togliersi le cuffie che non ci fanno sentire il mondo

A ben guardare si può risorgere anche ai giorni nostri, e quasi tutti i giorni. Certo non come Gesù il Risorto, che come abbiamo studiato al catechismo è al contempo Dio e Uomo, ma come uomini e donne -per chi crede, suoi figli e sue figlie- che possono dire “oggi proviamo a risorgere” con le nostre forze con la nostra volontà.

Risorgere è anche cambiare strada, fisica e mentale, sociale ed economica, personale e collettiva. Non si può stare nella strada della morte, del non senso, del senso unico, del cattivo senso. E sappiamo quanto era mortale la strada del Calvario e quanto sono mortali le nostre strade, i nostri presunti viali, i nostri piccoli sentieri talora smodatamente mondani e non mondati.  Risorgere a volte è più facile e spontaneo del previsto del prevedibile.

E’ osare l’inosabile, è intaccare l’inattaccabile, è spostare il presunto nel presumibile. Umanamente possiamo decidere di risorgere quando ci sta: e Dio solo sa quante volte ci sta.

Risorgere è anche togliersi le cuffie dalle orecchie che non ci fanno sentire più nulla del mondo, dell’aria, del rumore della vita che ci manda spesso più messaggi di whatsapp.

Risorgere è anche guardare laterale e vedere particolari che spesso non scorgiamo o non vogliamo scoprire. Risorgere è anche esercitare la pazienza in coda, alla cassa, in coda all’incrocio, dietro un corteo improvviso di gente che avrà le sue ragioni per sventolare cartelli e stendardi.

Risorgere è anche sconfiggersi un po’, fallire per ricredere, processare per riprogrammare, disattivare per capire che cosa era veramente attivo e cosa per nulla attivabile.

Risorgere è anche ripensarsi e pensare di pensarsi più o meno lontani dal pensiero comune. Pensare libero ma anche pensare altro senza il pensiero fisso. Così capiremmo meglio l’altro, che è forse al nostro fianco come individuo, ma che è anche dentro di noi, come tarlo.  

Risorgere anche cercare qualcosa che non troveremo mai, guardando di cuore e non solo di vista.

Dice un frammento del dialogo del Risorto il film: “Le corde sono come esplose. Ho visto due cose che non riesco a conciliare: un uomo morto senza ombra di dubbio e quello stesso uomo di nuovo vivo”.  Cercare di  “essere di nuovo vivi” mi sembra un buon allenamento quotidiano. Tutti ci chiediamo se ci sarà vita dopo la vita quando sarebbe il caso di vivere durante la vita.

Via Ranzani a quei tempi (parlo di quando ero ancora studente indeciso tra matematica e lettere, quindi dei primi miei anni d’università) era per noi poco più di una terra di nessuno, un non luogo lungo che partiva dal vecchio cinema parrocchiale Perla ed arrivava alla sagoma fatiscente dell’ex gasometro e stretto tra il viale e la ferrovia (la “veneta” che poteva portarti verso la bassa e tutti i paesini ferraresi/veneti, ma anche, prendendo il rapido della notte, a Vienna, diretto e senza fermate; almeno così garantiva Vittorio Giardino in una delle avventure del suo Sam Pezzo…).

Con l’amico del cuore di allora, il Paolo Rossi giornalista, non il comico, ci piaceva girare di notte, noi due soli in auto, alla ricerca di quella che chiamavamo la “Bologna americana”, le periferie abbandonate o in costruzione, i nuovi supermercati con i loro parcheggi sotterranei deserti, le prime rotonde di accesso alla tangenziale, i distributori aperti tutta notte con i foodtruck che emanavano sentori di olio esausto e salsicce bruciate, i bar che non chiudevano mai la serranda (oppure sì, la serranda la potevano anche abbassare, ma volendo ed essendo conosciuti, potevi sempre infilartici sotto per l’ultimo bicchiere o il primo cappuccino).

Si parlava di niente e di tutto, della vita che era stata e di quella che sarebbe venuta, di delusioni e speranze, di sogni e realtà, di amici e di ragazze, di cinema e di libri e di teatro e di giornalismo che avremmo girato, che avremmo scritto, che avremmo diretto, che avremmo reinventato. Fu in una di quelle scorribande notturne che, lui c’era già stato, mi portò appunto in via Ranzani “… perché vedrai c’è un locale carino, più che carino, e poi lo gestisce una bellissima signora …”.

Arrivati davanti queste vetrine oscurate (una novità per l’epoca o almeno una novità per i posti che frequentavo io) e superato l’esame visivo di un muscoloso di colore strizzato in un doppiopetto dalla vita fasciante ma dalle spalle enormi, entrammo in un vero e proprio american bar con i classici separé, al soffitto il globo sfaccettato che girava  ed un lungo bancone di legno scuro e lucido con davanti una decina di alti sgabelli. La cosa più incredibile, però, fu la signora che ci accolse per farci accomodare e che mi sorrideva guardandomi fissa.

Sotto quei capelli voluminosamente fonati, sopra quei tacchi stiletto, dentro quel vestito di lamé lungo fino ai piedi ma dallo spacco inguinale, dietro quel reggiseno imbottito che le spingeva esageratamente il seno in fuori c’era la mia vicina di pianerottolo. Ricordo che, fino ad allora, con questa donna nella vita quotidiana discreta, elegante e bella ma di certo non vistosa e non volgare c’erano stati solo saluti educati e, da parte mia, imbarazzati e giusto qualche chiacchiera informale come si usa (usava) tra vicini. Aveva anche una figlia, molto carina e più giovane di me di un paio d’anni e le voci (anche allora tra i coinquilini non mancavano le malevolenze) dicevano fosse separata o che forse il marito fosse fuggito o che forse ancora lei lo avesse cacciato di casa sempre che un marito ci fosse mai stato.

La serata con Paolo fu strana, a dir poco, condita di imbarazzi e silenzi e sguardi. Tutti miei, ovvio. La storia, poi,  finisce qui. Poco tempo dopo le mie vicine così carine si trasferirono, con la figlia ci furono le solite promesse … ci sentiremo … scriviamoci, magari telefoniamoci … così banalmente tipiche da sapere già in partenza che non si sarebbero mai avverate.

Tempo dopo, forse un anno, tornai al locale di via Ranzani ma anche quello aveva cambiato gestione ed era diventata una paninoteca di periferia che non poteva offrirmi alcuna attrazione. Via Ranzani quindi rimase nel ricordo come un nulla da attraversare obbligatoriamente venendo verso i viali dal ponte di SanDonato ma nulla più.

Fu per questo, quando un paio d’anni fa un amico mi indicò come ottimo “Tempesta” in, appunto, via Ranzani 17, che impiegai qualche mese per andarlo a visitare. Quando successe, me ne innamorai immediatamente. Questione di sensazioni, ovvio. Già la struttura con queste alte scaffalature di legno scuro che si alzano fino al soffitto affollate di bottiglie di vino, che a me ricorda tanto “Zampa” (ecco un altro posto da non lasciarsi sfuggire). E poi, e forse soprattutto, l’empatia impossibile da non trovare con i ragazzi dello staff (parafrasando Herbert Pagani “… educati gentili …”) capitanati da quell’Agostino Tempesta che regala il suo nome al locale stesso.

Il menù è quello tipico delle vecchie osterie o dei moderni bar a vin: taglieri, bruschette, panini e poi, al forno, tomini e scamorze o brie per finire con tigelle e, novità golosissima (anche se ultimamente si cominciano a trovare anche altrove) delle ottime piadine con impasto o di zucca o di vino rosso (nero d’avola) da farcire secondo golosità ed estro del momento; tutto normale, come si vede, ma la differenza la fa, come a volte succede e molto più spesso no, la qualità dei prodotti offerti (piccoli presidi, produzioni limitate, una ricerca attenta e capillare: inutile buttarsi sul dozzinale se si vuole avere una qualche possibilità di riempire il proprio locale in tempi in cui c’è un esercizio commerciale ogni cinque abitanti; meglio, molto meglio, affidarsi alla serietà ed alla voglia di proporre cose buone).

Un cenno, ma solo perché lo spazio è tiranno, va doverosamente rivolto alle proposte della cantina. Che sono variegate e, abbracciando varie realtà, tentano di dare un’idea, non potendo certo essere esaustive, di quello che è possibile trovare, e cercare, nel vasto mondo dell’enologia. La scoperta dell’ultima visita, per dire, è stata una bolla (un Blanc de Blancs delle Dolimiti) di Castel Noarna, un Trento brut biologico davvero interessante, giustamente delicato in bocca ma con una persistenza davvero notevole: quello che serviva per contrastare sia la dolcezza della mia piadina di zucca sia la sapidità del crudo toscano che l’accompagnava.

Un indirizzo da non dimenticare, quindi, ed allora, per finire, non resta che ricordare a noi tiratardi che “Tempesta” è aperto dal martedì alla domenica dalle 19,00 all’01,00 (nei weekend l’orario di chiusura può subire piccole variazioni) e, vista l’affluenza costante, che il numero di telefono per eventuali prenotazioni è lo 051.992.2636.

Ingredienti:

  • yogurt – un vasetto ( da utilizzare dopo come dosatore)
  • Mascarpone 1 vasetto
  • Parmigiano 1 vasetto
  • Farina due vasetto
  • Amido di mais 1 vasetto
  • Ricotta salata  1 vasetto
  • Farina due vasetto
  • Amido di mais1 vasetto
  • Uova 3 grandi
  • Olio di oliva 1 vasetto
  • Limone grattugiato 1
  • Zucchine 1
  • Cippo.lotto freso 1
  • Mandorle a scaglie50 g
  • Bustina di lievito per salato

Per prima cosa pulire e tagliare a rondelle il cipollotto , farlo imbiondire leggermente in una padella,unire lo zucchino tagliato a quadretti i piccoli, cuocere pochi minuti e far intiepidire ( deve risultare croccante, solo per insaporire)

In una ciotola mescolare i rossi d’uovo con lo yogurt,il mascarpone e l’olio.

Montare a neve gli albumi con pizzico di sale, unire poi al composto delle uova: farina , fecola, formaggi restanti ( parmigiano e ricotta salata) entrambi grattugiati, ancora la buccia del limone grattugiata,  un po’ di mandorle ( le altre servono per decorazione) le zucchine, la busta di lievito e a questo punto poco alla volta gli albumi montatati.

Controllare e correggere di sale se serve, una spolverata di noce moscata. Versare composto nello stampo a colomba, noi abbiamo usato quello da 500 g.

Decorare con le mandorle a scaglie restanti. Cuocere in forno a 170 gradi per 25-30 minuti.

L’interno deve risultare un po’ umido.

Servire le fettine accompagnate da insalata tenera tipo valeriana o misticanza  e condire con salsa acida allo yogurt un po’ lenta.

Si possono aggiungere a piacere oltre alle zucchine anche quadretti di speck o pancetta e sostituire la ricotta salata con scamorza affumicata m a seconda del proprio gusto personale.

Ottima come pasto Pasquale !

Buona Pasqua da
G & G

Ieri sera ho avuto l’opportunità di vedere un film che doveva finire nel dimenticatoio.
Ma partiamo dall’inizio: nel 2016 il Ministero degli Interni promuove un bando per la realizzazione di documentari che dovranno valorizzare “il tema dell’accoglienza e dell’integrazione dei richiedenti e titolari di protezione internazionale come prassi ordinaria e non emergenziale, attraverso la diffusione dei film documentari, oggetto della presente procedura, nei contesti più diversi al fine di rafforzare la cultura dell’accoglienza e dell’inclusione, in particolare nella popolazione giovanile”. Il bando viene vinto dall’associazione ZaLab, un collettivo di cinque film-maker e operatori sociali.

Paese nostro è il titolo del loro film e racconta sei diverse storie di operatori  sociali impegnati in diverse regioni italiane nei progetti SPRAR (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): Palermo, Chiesanuova (Torino), Porto San Giorgio (Fermo), Lamezia Terme, Schio e Caserta.

Dal momento della consegna della pellicola al Viminale però del film si sono perse le tracce; per la precisione da gennaio 2017 è inspiegabilmente bloccato e non può essere visto dal pubblico. Decisamente singolare dato che è stato pensato, voluto e pagato dallo stesso  Ministero….

Per la cronaca, al tempo il Ministro degli Interni era Alfano, ma sia con Minniti ed ora con Salvini, del film nessuna traccia, silenzio assoluto.  Importante sottolineare che i fondi europei con cui il film è stato realizzato prevedevano la sua distribuzione, non certo “l’archiviazione”. Ed allora, il mese scorso, i responsabili della casa di produzione prendono la decisione di metterlo a disposizione in forma gratuita a chiunque ne faccia richiesta: “Mettiamo gratuitamente a disposizione di tutti il film che qualcuno vorrebbe non farvi vedere”.

Il mondo dell’accoglienza raccontato è quello dello SPRAR, il sistema basato sulla sinergia tra gli Enti Locali e il Governo (tramite il Viminale) e il coinvolgimento di realtà del Terzo Settore. Un lavoro di rete multilivello, dove si prediligono piccoli numeri di beneficiari per poter personalizzare al meglio i progetti, garantendo interventi di accoglienza integrata che superano la solo fornitura di vitto e alloggio, ma prevedono la costruzione di percorsi individuali di inclusione. 
Un sistema, e lo dovremmo ricordare di più, che ha una rendicontazione ferrea e controllata.
Un processo rodato e riconosciuto come esempio positivo in tutta Europa.

E’ è proprio questo sistema che l’attuale Ministro degli Interni attraverso il Decreto Sicurezza vuole fare a meno, un salto carpiato all’ indietro, chiudere ciò che funziona lasciando col cerino in mano i territori, portare maggiore irregolarità con il rischio di avere sempre più persone che cadranno in situazione di marginalità, oltre alla perdita del lavoro dei tantissimi che lavorano nei centri.

Vedere questo docufilm è un’occasione di conoscenza dal punto di vista degli operatori che quotidianamente sono a stretto contatto con i migranti. Il racconto del loro lavoro, dei loro pensieri, delle loro fatiche, ma anche dei loro sogni, ci mostra quanto la sfida quotidiana per la costruzione di un futuro giusto sia importante. Occorre allargare lo sguardo. 

Il dramma dell’immigrazione non si può risolvere alzando muri o chiudendo i porti, ma mettendo in campo un’accoglienza capace di coniugare integrazione, solidarietà, sicurezza e coesione sociale; quello che lo SPRAR ha fatto dal 2001 ad oggi.

Thomas Struth, tedesco di Geldern, classe 1954, ha studiato fotografia alla Kunstakademie Düsseldorf, dove fu uno dei primi, e più promettenti, studenti/artisti di Bernd e Hilla Becher.

Questo suo retaggio culturale, intellettuale ed artistico si appalesa  dirompentamente nella, bella ed importante, mostra “THOMAS STRUTH nature & POLITICS” che la Fondazione MAST presenta fino al 22 aprile (apertura dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19) nei suoi spazi di via Speranza 42.

Una mostra bella ed importante l’ho definita. Ed infatti, bella lo è con queste 25 immagini di grande formato a carattere scientifico e tecnologico (ed ecco l’importanza: tutte le immagini, riprese in siti industriali e di ricerca di tutto il mondo, interpretano l’avanguardia della sperimentazione e dell’innovazione tecnologica) ipercolorate, un colore talmente violento e pregnante da segnare, impulsivamente, la cifra stilistica dell’intera operazione facendo sembrare, a volte, di voler sviare l’attenzione dal significato per riservarla al significante, un significante che ciascuno di noi visitatori si può costruire proprio ed univoco.


Thomas Struth_GRACE-Follow-On veduta dal basso

Nulla però è come sembra, o almeno esiste sempre un modo diverso, a volte antitetico, di interpretarlo. Per giustificare questa affermazione, nulla è meglio che rifarsi alle parole che Urs Stahel, il curatore della photogallery e della collezione MAST, dopo aver ricordato i variegati e poliedrici interessi dell’artista/fotografo Struth (dagli inizi raccontati nella mostra “Unconscious Places”, lunghe serie di fotografie in B/N di tratti di strada contornati da file ininterrotte di facciate, ai “Family Portraits” in cui nuclei di famiglia, assai disomogenei, sono ritratti confinati in spazi angusti, di fronte alla fotocamera, lo sguardo fisso sull’obiettivo) dedica, prendendola ad esempio, alla fotografia “Grazing Incidence Spectometer” in cui “… il nostro sguardo si perde in un groviglio di cavi, sbarre, giunzioni, coperture metalliche, rivestimenti plastici e dispenser di nastro adesivo … trovare un senso a questa accozzaglia di oggetti appare praticamente impossibile … ci limitiamo dunque ad osservare con curiosità, ma anche con una certa cautela, nel tentativo di comprendere il significato di questi accostamenti che ci appaiono estranei ed incoerenti …”.


Thomas Struth_Sorghum

Di conseguenza, e pensando all’altro grande filone in cui si divide la ricerca di Struth in questi anni recenti, parlo delle cosiddette “Jungle Photographs” confluite nella serie “Paradise”, non si può non concordare con lo stesso Stahel quando dice che “… non  stiamo osservando una natura primordiale, bensì macchine, dispositivi, installazioni di una tecnologia all’avanguardia; e li osserviamo esattamente come un tempo abbiamo osservato la Tigre di Blake o i mulini a vento di Don Chisciotte, l’animale di ferro di Melville o le altre metafore che nella letteratura del XIX secolo hanno simboleggiato le eccessive proliferazioni meccaniche dello spirito e della creazione umana …”.

In sostanza, sembra suggerire Stahel, “… guardate le foto della giungla (foto che con le loro imperfezioni tecniche rimangono pur sempre identiche alla loro definizione descrittiva e che sul piano emozionale e immaginativo ci costringono a far i conti con un universo ricco di possibilità e di insidie) e noterete come le foto tecnologiche, con il loro essere nitide, precise, bilanciate, non riescono a trasmetterci informazioni precise …”.

Un’ottima occasione, questa ultima settimana di esposizione, dunque, per avvicinarsi all’opera, complessa e graffiante, di uno dei più importanti artisti/fotografi attualmente operanti.

Il lavoro di Thomas Struth potrà anche non piacere, così freddo, distante, alieno. Ma sicuramente resta imprescindibile per chi voglia davvero capire e conoscere la fotografia oggi. 


Thomas Struth_cappa chimica Università di Edimburgo

Thomas Struth__spettometro a incidenza radente

La mostra “THOMAS STRUTH, Nature & POLITICS

Guardare là a 55 milioni di anni luce è metafora di una esigenza innata di “oltre”. E deve farci sentire molto relativi

Ci facciamo gli auguri e nel contempo ci guardiamo con diffidenza. In cagnesco, si dice da qualche parte. Ci scambiamo segni di pace e sotto sotto, ma neanche tanto, ci mandiamo segnali di guerra e contesa. Cerchiamo orizzonti azzurri e riempiamo la nostra vita di segni grigi. Di ambiguità, di detto e di non detto, di accenni tra le righe quando le righe dovrebbero parlare non le interlinee.

Ammazziamo di plastica i nostri mari, facciamo sciogliere di caldo i nostri ghiacciai, ci si uccide al  mattino alle 9 meno dieci davanti a una scuola dove centinaia di bambini con zaini e zainetti dovrebbero tranquillamente entrare in aula, si continua a produrre smog e ad avvelenare le terre: i buchi neri non sono solo quelli della galassia, i buchi neri siamo noi.  Qui e ora.

Abbiamo comportamenti spesso incomprensibili, talora da analisi psicologica se non psichiatrica: qualcuno ha fatto i conti che passiamo 3 quarti della nostra vita a dire bugie più o meno pesanti, più o meno leggere, e saremmo talmente abituati a mentire che mentiamo a noi stessi e non ce ne accorgiamo più.

Entriamo nel buco nero e ci sembra di stare in un orizzonte diverso, magari celeste. Ovviamente non è tutto così, ci sono anche delle grandi storie di bene e di solidarietà, delle belle esperienze in cui la solidarietà e l’incontro hanno la meglio sul contrasto e sulla sopraffazione.

Ma noi, ahime e ahinoi, avvertiamo, sentiamo, rileviamo più il male del bene, più il nero del bianco, più il grigio dell’azzurro. Ci fa bene per questo ogni tanto alzare gli occhi dalla nostra piccola e spesso meschina visura catastale personale e adocchiare gli immensi spazi galattici dove la prima foto di un buco nero ci fa pensare quanto siamo piccoli piccoli e fuori là tutto è immenso e incalcolabile. Fare una fotografia e guardare a 55 milioni di anni luce è metafora piena di una esigenza innata di oltre. Di altro. Di lontano.

Quella foto del buco nero oltre ad essere uno dei più grandi passaggi per la scienza come   sono stati il cannocchiale di Galileo e lo sbarco sulla Luna, rappresenta anche una scommessa interiore per tutti noi a guardare oltre, a cercare il vuoto pieno e il pieno vuoto, a sentirci relativi, molto relativi e meno molto meno assoluti o assolutisti.

E’ vero passiamo, costretti dalle faccende affaccendate di tutti i giorni, le nostre ore tra file al centro unico prenotazioni, famoso cup, e macchine che ci assediano, tra burocrazie strozzanti e stressanti e le povertà incipienti, tra malattie frequenti e patologie rare ma un’occhiata là fuori col cuore e non solo con gli occhi ci potrà far bene.

Il buco nero, al di là della definizione scientifica di  regione spazio tempo con le sue caratteristiche, ci ricorda una galleria cosmica, un passaggio universale dal vuoto al pieno, dal pieno a vuoto, universale e interiore. Per misurarci la fragilità, per capire le nostre povere forze, per immaginare qualcosa di diverso, di meglio e di umano. Lontano o vicino che sia.

C’e’ molta confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente. La famosa frase del Presidente si adatta bene alla politica britannica.

Per gli spiriti decisi ed audaci è il momento propizio. Le uniche 2 posizioni (prima largamente minoritarie ) che si stanno rafforzando sono quella rappresentata dagli “hard-brexiters” (quelli del “no-deal”, ovvero “MEGLIO POVERI MA LIBERI!”) e quella del “People’s Vote” (cmq vada vogliamo sottoporre la soluzione finale al popolo).

I primi sono ormai all’80% dei brexiters. Qui di seguito due interviste significative con rappresentanti delle cd ‘periferie’ , girate per tv: 

a)  intervistatrice : lo sa che a seguito del no-deal la sterlina potrebbe svalutarsi ? cittadino : cosa vuol dire?  i : che le darebbero meno euro per ogni sterlina. c :  e chi se ne frega (f….k) , io non sono mai stato all’estero 

b) Intervistatrice : scusi perché lei è contro il negoziato? risposta: sono stufo. Non si parla d’altro. Sono 2 anni che la tv ed i giornali la menano con qst Brexit . Si esca il prima possibile così la smettono di rompere. Abbiamo altro da fare. 

La fazione “People’s vote” ha raccolto piu’ di 6 milioni di firme in poche settimane.  Tra di loro ovviamente sta prevalendo l’opzione Remainer. Il povero Corbin, esaltato solo 2 anni fa per avere portato il labour al 41% , si trova ora stretto tra una maggioranza Labour che vuole un secondo referendum (come minimo un referendum confermatorio di qualsiasi accordo Brexit, come massimo per il rientro) .

Una trentina di deputati Labour hanno minacciato di uscire dal partito se Corbin appoggiasse un “People’s vote” ( sono espressione delle zone ex-operaie), una sessantina se dovesse negoziare un accordo che non  preveda la consultazione popolare. Ad esempio la mozione soft-brexit del labour in Parlamento è stata battuta per 5 voti, con 10 deputati del partito che hanno votato contro.

Molta confusione sotto il Cielo. 

I due partiti vanno  verso la spaccatura interna, riflettendo la  radicalizzazione in atto nella società, periferie contro grandi agglomerati urbani (Londra in primis), cosmopolitans contro nativi. Cittadini con titoli di studio contro gli altri.

Il tentativo di trovare un accordo fra i due Leaders rischia di apparire l’ennesima presa di tempo se non si dovesse raggiungere un’intesa, un fallimento certo tra gli elettori se dovessero trovarla.

Ad oggi la May spinge per il suo Deal, disposta a lasciare al parlamento di scegliere l’opzione del referendum confermatorio (tanto non passerebbe). In alternativa sarebbe disponibile a mettere ai voti il proprio deal contro una proposta alternativa del labour .

Corbin ha chiesto l’unione doganale (stesse tariffe e dazi decisi dalla  Ue e risoluzione dei problemi fra le 2 Irlande ), le medesime garanzie sociali e di sicurezza della Ue in materia di diritti del Lavoro, adozioni di tutti gli standard ambientali UE . 

I Tories in trattativa gli hanno spiegato che tutto questo è già previsto nell’accordo May-Barnier (ed e’ vero: è il famoso back-stop), lui allora ha replicato: “bene se è cosi allora scriviamolo.”

Proposta rinviata al mittente poiché è quello che sostengono gli hard-brexiters fin dall’inizio.

Una parte degli analisti politici  a questo punto sperano che Macron si irrigidisca e tiri una riga. 

Del resto l’Inghilterra per trovare unità ha sempre dovuto ricorrere al nemico alle porte. 

La notorietà di Grizzana è indissolubilmente legata alla vita e all’opera di Giorgio Morandi, uno dei più importanti artisti italiani del novecento, conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo . Qui, dal 1913 al 1963, trascorse, assieme alle sorelle, gran parte delle estati. Dapprima ospite della famiglia Veggetti e poi, dalla fine degli anni 50, in una nuova costruzione in proprietà, incredibilmente sobria e minimalista, a pochi passi dalla precedente. 

Non voleva in nessun modo allontanarsi dalla visuale dei paesaggi amati e sistematicamente immortalati nel corso degli anni. In una occasione ebbe a dire “Andando su verso Grizzana, a un certo punto c’è una curva e lì quando si esce dalla curva, c’è il più bel paesaggio del mondo”. Nel 1985 Il comune assunse formalmente la denominazione “Grizzana Morandi” e, qualche anno più tardi per volontà della famiglia, Casa Morandi, con gli arredi e lo Studio conservati intatti come li aveva lasciati il  maestro, è diventata Museo accessibile al pubblico. Davanti alla Casa si trovano i Fienili del Campiaro, soggetto privilegiato della pittura morandiana, attuale sede  di numerose esposizioni e dell’Archivio Cesare Mattei, il conte della vicina Rocchetta. 

La gita cicloturistico inizia da Vergato, sul fondovalle Reno, per raggiungere, dopo circa 9 chilometri di salita, il capoluogo Grizzana.  Prima dell’ingresso in paese si incontrano la casa Museo, la casa Veggetti e i fienili del Campiaro. Conclusa la visita si prosegue. Il territorio, che con i suoi paesaggi ha saputo felicemente ispirare Giorgio Morandi, offre tanti altri motivi di interesse. Gli storici parlano di questo territorio come uno degli antichi corridoi commerciali etruschi, terra di confine tra Esarcato e longobardi, luogo di reiterate e secolari contese tra feudatari, signorie e liberi comuni. Usciti da Grizzana si va verso Monte Acuto Ragazza.
 

Per alcuni chilometri si pedala su una strada di crinale particolarmente suggestiva e panoramica: a destra la valle del Reno, a sinistra quella del Setta. Dopo la Prada si incontra l’antico borgo di Stanco, suddiviso in due nuclei, quello di sotto di origine trecentesca e quello di sopra, altrettanto bello ma di formazione successiva. 

Nei pressi del borgo un cippo ci ricorda il contributo dell’esercito del Sud Africa alla liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. 

Proseguendo per Monte Acuto Ragazza si passa a lato del sito di scavo di un santuario etrusco di oltre 2.500 anni fa i cui reperti sono depositati al Museo Archeologico di Bologna. Una volta arrivati sul Poggio ad una altezza di oltre 700 metri si scende gradualmente fino a Ponte di Verzuno attraverso una fitta boscaglia, l’antico borgo della Scola ed una stradina un tantino dissestata ma costeggiata da affascinanti Case-Torri. Tutto molto bello. 

Da Verzuno, infine, si torna a Vergato planando su una strada, per lo più,  in dolce discesa.

Aeroporto. Si parte o si torna. L’intermezzo del cielo, del volo, della sospensione nel vuoto, l’affidarsi alla perizia degli uomini e all’auspicata sicurezza di un mezzo: “sto partendo o sto tornando?”, domanda legittima, indipendente dalla destinazione.

Piccolo baricentro fittizio per qualche ora di attesa, crocevia di anime che si trastullano tra negozi e duty free, l’aeroporto, come un centro commerciale, distrae da domande difficili. Tuttavia. ignorando la grazia dell’anonimato, ci si sente sempre in dovere di darsi un tono.

La città è staccata da una fascia di rispetto disabitata in cui finalmente si azzera la progressiva dissoluzione del tessuto urbano. L’aeroporto è l’ultima occasione per riafferrare tangibilmente il genius loci della città di cui è appendice: paccotiglie di souvenirs, generi alimentari sotto vuoto che possano superare i controlli delle dogane, magliette stampigliate con una frase sciocca, cappellini, peluches, piatti decorati, tisaniere. Tutti con lo stesso monumento stilizzato.

Qualcuno ci sarà pure al nostro arrivo.

Se i ricordini non piacciono o non ci aspetta nessuno, il dono da farsi è star leggeri: un libro gradevole e insignificante accordato alla musica da ascensore per far danzare le nuvole. Lo si lascerà alla fine del viaggio sulla poltrona, omaggio di benvenuto a qualcuno che non sa la nostra lingua. Si apprezzi l’ecumenica indifferenza di commessi poliglotti che non devono fidelizzare alcun cliente, si noti che ciò che è impersonale diventa tragicamente universale, si sappia che i tentativi di rendere memorabile un viaggio con il folklore delle divise e del make up delle hostess, cozzerà col terrore di morire alle prime turbolenze d’alta quota.

Ci si potrebbe anche confessare prima dell’imbarco. Ammesso che negli aeroporti vi siano ancora i confessionali coi sacerdoti di tutte la nazioni, come lungo le navate di San Pietro, però disponibili 24 ore su 24. Una grande operazione di marketing. Attendere con calma l’horror vacui, considerare già sufficientemente gravosa la burocrazia dei bagagli e la condivisione forzata di spazi ristretti, dimenticarsi i pensieri, non parlare con nessuno se non per liberarsi con un estraneo. Leggeri. Lasciare a terra colpe, ripartire con responsabilità più limitate. C’è ancora bisogno di darsi un tono?Assolti: un lusso in modalità aereo.

L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.

Si scherza, ovvio.
E scherzando, adesso che tutti i cieli di Bologna (ma quanti cieli ci sono a Bologna? Se si parla di basket, almeno due) sono tornati più sereni e splendenti, si può dire che dopo il torneo dei bar vinto dalla Fortitudo, la sfida scapoli ammogliati è stata appannaggio della Virus.
Nulla di offensivo, chiaro, nei confronti di due formazioni create, od aggiustate in corsa, per vincere quello che le rispettive carature potevano permettere (e ricordando come, in molti casi, sia difficilissimo mantenere le promesse o le premesse iniziali). E però è doveroso sottolineare come il livello medio della LNB e della Champions (che si chiama così anche se ai nastri di partenza non c’è una squadra una che abbia vinto il proprio campionato, se non uno di quei tornei che dir minori è poco, e che conseguentemente è, in ordine d’importanza per il parterre delle partecipanti, ma non per l’ammontare del premi previsti attenzione, la terza competizione europea dopo le due organizzate dalla Euroleague) sia
davvero poca cosa (basta ripensare alla battuta, significativa dell’umorismo serbo, con coach Mihajlovic lodò l’amico Djordjevic in occasione dell’ottavo di finale della Virtus contro LeMans facendo però notare che avrebbe vinto ugualmente anche facendo giocare cinque tifosi presenti sugli spalti estratti a sorte).

Ricordato questo però, la pochezza degli avversari, lode ai vincitori (sicuri quelli della Fortitudo, ancora in gioco i virtussini, ma già essere arrivati ad una finalfour dopo dieci anni è davvero, come si dice oggi, tanta roba).
Lodati quelli che sono da lodare, si pensi però, ai piani alti, già a costruire perché se è vero che raggiungere un livello di eccellenza (sia esso una promozione o una finale europea) è di per sè difficile, mantenere quella posizione o quel traguardo è ancora più difficile.
La Fortitudo allora. Io ero, inutile nasconderlo, tra quelli non convinti dalla decisione dell’Aquila di dotarsi di una squadra di vecchietti, per quanto terribili; pur non potendo negare l’alto tasso di qualità tecnica, non mi nascondevo l’inaffidabile cifra atletica del team, pronosticando una possibile (anche se sulla carta più combattuta di quanto si sia dimostrata nella realtà) vittoria del girone con conseguente immediata promozione paventando, in caso contrario, una certa debacle negli sfiancanti ed assurdi playoff successivi. Avendo vinto il proprio girone, e senza mai esser stato messo in discussione il suo essere capobranco, la controprova non ci sarà, ma proprio per questo bisogna cominciare (come d’altronde sembra
già essere in atto) a costruire per il futuro. A partire dalla conferma del coach, quell’Antimo Martino che, per la prima volta al comando di una big ed obbligato ad ottenere risultati, non ha certo tradito, anzi: gran parte del merito per la fulgida cavalcata della F va infatti ascritta all’allenatore, alla sua capacità di normalizzare (quando troppo spesso dell’anormalità in casa Fortitudo si era fatta una bandiera inspiegabile ed inadatta ad una società che voglia pensare da grande) anche situazioni che sarebbero potute deflagrare (impensabile con altri folcloristici personaggi alla guida, ad
esempio, la gestione di capitan Mancinelli tenuto a riposo anche quando sembrava essere tornato a disposizione). A seguire, non si potrà prescindere da Fantinelli, protagonista finalmente di un’annata continua come rendimento, e da Pini, bella sorpresa, che hanno contratto; con loro, e nessuno si offenda, il decimo e undicesimo posto, o poco più, sono
occupati. Ne mancano otto o nove, tra cui tutto il quintetto. La speranza è che non si vogliano pagare debiti di riconoscenza (l’esperienza Virtus di due anni prima dovrebbe insegnare qualcosa): degli antichi marpioni, Mancinelli, Rosselli, il più scarso dei fratelli Cinciarini, l’inutile Delfino, nessuno può garantire l’impatto che la serie superiore imporrà
e se proprio proprio si vorrà insistere, ne basterà uno solo. Dei due americani, Hasbrouck in Lega A l’abbiamo già inadeguatamente visto; l’altro, Leunen, sarebbe ancora buono, ma ne avrà voglia potendo, al piano di sotto, contare su contratti lucrosamente riposanti? Gli altri, per finire, i comprimari, Sgorbati, Benevelli, Venuto, non potrebbero certo ricoprire un ruolo se non ancor più comprimario.

Lavorare quindi, bisognerà, con occhi aperti, e tanta competenza. Adesso la Virtus che il suo campionato lo sta ancora giocando, nulla è deciso, ma la testa, ormai è chiaro, spinge alla finalfour di Anversa. In questo caso, quindi, nessuna previsione sul roster futuro. Solo una ulteriore disamina sulla squadra che dovrà concludere quest’annata. Salvifico, e in questo caso il capo è già stato cosparso di cenere, l’ingaggio di coach Djordjevic.
Troppo in ritardo, forse, per salvare il campionato, determinante, forse, se verrà il regalo più bello della Coppa. Determinante perché, vista troppo spesso la squadra sciogliersi nei momenti in cui, invece, bisognava calarsi nelle tempeste, il ritorno contro Nanterre (mica una brutta squadra, ma brutalizzata in un primo quarto di rara intensità e poi mantenuta sempre in un limbo da cui non sarebbe mai potuta uscire) ha forse mostrato un nuovo volto della vecchia Virtus. Cattiveria, durezza, faccia (tosta), voglia (di non arrendersi): queste le novità in casa Vnera, atteggiamenti impossibili da ottenere prima della sostituzione di coach Sacripanti, ottimo allenatore ma che probabilmente paga limiti caratteriali nei confronti di giocatori dal pedigree ingombrante. Merito, anche in questo caso, del subentrante, Sasha
Djordjevic, un califfo dei bei tempi che furono, uno che ha giocato, e vinto, tantissimo da giocatore, con la ciliegina di un assaggio di NBA, e da allenatore fu comunque subito considerato un predestinato (solo grandi team: Milano, Treviso, Panathinaikos, Bayern) e il fregio del triplo argento da headcoach della Serbia alle Olimpiadi di Rio, ai mondiali spagnoli
ed agli europei turchi; un allenatore che non ha problemi a sovvertire le gerarchie stabilite, ridare campo e minuti a BaldiRossi, lasciare a riposo ora Aradori, fuori forma, ora Pajola, non funzionale, relegare in panca Taylor quando ne combina qualcuna delle sue, o in tribuna il crack del mercato Chalmers.

Ecco, proprio Mario Chalmers, uno che ha giocato, e vinto, in NBA da giocatore vero e non da sventagliatore di asciugamani, uno che si è presentato con umiltà e forza d’animo encomiabili, potrà essere decisamente la variabile che sposterà l’ago della bilancia. Da che parte, si vedrà, ma la sensazione è che uno così sarebbe bello non lasciarselo scappare per l’anno venturo.


In ultimo, e già che ci siamo, un ultimo pensiero per l’Olimpia Milano 8e per estensione per tutto il basket italiota) che, ancora una volta non riesce a superare lo scoglio dei gironi eliminatori di Euroleague. Dimostrando, una volta di più, la pochezza e l’insipienza del progetto milanese: giocatori presi come fossero figurine (per una collezione di seconda scelta, oltretutto) guidati da un allenatore che conferma le ombre di vittorie sospette negli anni oscuri di Siena ladrona e a capo di tutto un presidente intento solo a proclami buoni per i bauscia. Questa squadra è quella che da anni dovrebbe
far il vuoto in Italia (e non ci riesce) la dice lunga sullo stato precomatoso del basket nazionale. Speriamo di sbagliarci ma a nulla sembrano valere belle realtà (anche se poi alcune si dimostrano poco altro che montature) e la realtà è costituita da società che nascono e falliscono con la rapidità della fioritura dell’Echinopsis o dell’Hemerocallis.

Un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni

JOHN BARRYMORE

Se sei nato all’alba degli anni ’50 a Tripoli (quella dal “… bel suol d’amore …”). Se tua madre era una donna pervasa da uno spleen struggente, una bellezza composta e la pelle d’alabastro e tuo padre un faccendiere (faccendiere, non mafioso che a quella, la mafia, ci pensava il fratello rimasto nel paesello natio siciliano) bello come Clark Gable che intratteneva affari con Enrico Mattei e il colonnello Mu’Ammar Gheddafi, con la Democrazia Cristiana e con la C.I.A., con i servizi segreti e i palazzinari romani. Se hai trascorso l’infanzia e l’adolescenza passeggiando sul lungomare Alexander Spelt e facendo sport (nuoto e arti marziali soprattutto). Se la tua prima giovinezza è stata rabbiosa perché tradita ed umiliata. Se hai schifato il F.U.A.N., creduto in un OrdineNuovo e combattuto quello Nero. Se hai amato chi hai tradito e tradito chi hai amato. Se hai ucciso per amore e non hai ucciso per odio, se hai salvato vite per rispetto e giustizia, e salvando quelle vite hai salvato te stesso, allora sei Michele Balistreri.

Oppure, ma fatte salve le parentesi più avventurose e selvagge (ma forse anche no), sei Roberto Costantini, che di Michele Balistreri ha scritto le storie, belle e vive e avventurose e selvagge e che continuerà, per il nostro piacere, a scrivere perché un personaggio così, Michele Balistreri, non si trova facilmente né qui, in Italia, ma nemmeno altrove, in Europa o, perché no, nemmeno oltreoceano.

“Tu sei il male”, “Alle radici del male”, “Il male non dimentica” (la cosiddetta trilogia del male, primo incontro col giovane Michelino detto Mike), “La moglie perfetta” (che non è l’ultimo ma è come se lo fosse), “Ballando nel buio” (che molto spiega, specie dei tempi furiosi all’inizio degli anni ’70, quelli in cui la caccia al rosso a Roma, ma non solo, era uno sport praticato e protetto), “Da molto lontano” che potrebbe, dovrebbe (ma non lo sarà), segnare il punto d’arrivo di una saga bella e vitale, violenta e romantica, che tante domande impone, tanti dubbi lascia, tante certezze scardina, sono i titoli, ad ora, che compongono la saga del più sorprendentemente vero investigatore della narrativa italiana.

Scordatevi i manierismi cui siete abituati. I romanzi di crime italiani, infatti, sono molto fedeli ai cliché: gli investigatori (se anche poliziotti inevitabilmente democratici) sono in genere colti e ascoltano musica, mangiano sempre molto e bene e disquisiscono di vini, sono malinconici e nobili d’animo, sono tristi e pomposamente malinconici o semplici idiot fortunati, hanno donne come loro complessate ma compiaciute e compiacenti allo stereotipo di buone e brave compagne e future madri perfette di figli che, va da sé, saranno irreprensibili, sono nevrotici, complessati, correttini ed improbabili (se paragonati a quelli veri che si potrebbero incontrare nella vita reale) tutti caratterizzati come sono dalle occhiatine ed ammiccamenti degli autori e che si rifanno all’immagine dell’italiano magari svantaggiato nel fisico o dalle possibilità, ma arguto, furbo e fortunato (si va dal maresciallo Rocca del Proietti televisivo all’avvocato Guerrieri di Carofiglio, dal SartiAntonio di Macchiavelli al Coliandro di Lucarelli, dal commissario Bordelli di Vichi, al Soneri di Varesi o all’investigatore BacciPagano di Morchio, dal commissario Arrigoni di Crapanzano all’ispettore Ferraro di Biondillo, dal Monterossi di Robecchi al tappezziere Consonni di Recami, dal Ricciardi di DeGiovanni, al BustianuSatta di Fois, da LorenzoLaMarca e il comandante Spotorno di Piazzese, al P.M. Lenzi di Gangemi, da Primo Terzi detto Terzo di Flamini al Percalli di Saint Just di DeCataldo per finire, il più falso, con il Vicequestore Schiavone di Manzini: fanno eccezione alcuni personaggi fortunati o fortunosi, il commissario DeLuca di Lucarelli, il private eye Duca Lamberti di Scerbanenco e il commissario Mordenti del gruppo de Les Italiens, che però operano a Parigi, di Pandiani, il Fabio Montale di Izzo, naturalmente, il Montalbano di Camilleri tra i primi, l’Alligatore di Carlotto tra i secondi).

Balistreri a differenza di tutti gli altri, no; lui è stronzo, uno stronzo vero, fascista, maschista, bastardo, realmente anticonvenzionale e scorretto (“… diffidate dei cattolici, figli miei. Una religione fondata sul risentimento, sulla cattiva coscienza, sul pentimento. Diffidate della morale dei deboli che allontana dalla gioia della vita …”). E tutto (semplificando, ovvio) senza scusanti, solo per scelta e consapevolezza (citando il suo amato Nietzche “… chi lotta con i mostri, deve guardarsi dal diventare, così facendo, un mostro. Ma, se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te …”): lontanissimo quindi dalla stereotipa caricatura da italiano medio comune per certi versi, chi più chi meno, a tutti i personaggi citati poc’anzi (anche se, in realtà e invidiosamente, uno stereotipo in Balistreri esiste: incontra e ha a che fare solo con donne bellissime: un cliché certo ma talmente funzionale da confermare l’assunto “…quando l’archetipo irrompe senza decenza, si raggiungono profondità omeriche …”).

A questo punto, raccontare sei romanzi da circa 600 pagine l’uno (tranquilli, ognuno si legge in un paio di giorni: se inizi non puoi smettere di leggere) sarebbe impossibile, impossibile e inutile, impossibile, inutile e di una cattiveria infinita nei confronti di chi vorrà, fidandosi, iniziarne la lettura.

Mi rifarò allora a Luca D’Andrea quando su Repubblica, parlando di tutt’altro, analizza i due generi, giungendo alla conclusione che “… il noir non può esistere senza uno spaccato di critica sociale, il thriller, puntando più sul lato fiction, può esulare da ogni tipo di analisi senza che questo ne sminuisca il valore … laddove le due cose riescono a unirsi, ci troviamo di fronte a un grande libro …”.

Ecco, se questo è vero, allora ci troviamo senz’altro di fronte a sei grandi romanzi. E ad un grande autore.

Ingredienti :

300 g farina di farro integrale

2 uova

150 g zucchero canna

100 g burro

1 arancia ( buccia grattugiata e succo )

Mezza busta di lievito per dolci

Un pizzico di sale

150 g  gocce di cioccolato fondente

Procedimento

Sul tavolo creare una fontana con farina e zucchero, le uova al centro, il burro ( a temperatura ambiente ) ma non troppo morbido, tagliato a cubetti piccoli. Unire il succo di arancia ed infine il lievito e il pizzico di sale.

Impastare lavorando velocemente il tutto, verso la fine aggiungere il cioccolato, creare un bell’impasto ben amalgamato senza lavorarlo troppo, per finire rotearlo sul tavolo per terminare l’impatto e non scaldarlo troppo con calore delle mani.

Farlo riposare in frigorifero per almeno 1 ora. Creare delle palline di media grandezza, schiacciarle bene con il palmo della mano e mettere su di una teglia da forno con carta .

Cuocere in forno preriscaldato a 170 gradi per 10 min max. Fare raffreddare prima di servire.

OTTIMI IN OGNI OCCASIONE!

Buon Biscotto,

da G & G

Lei mori’ per la febbre e nessuno riusci’ a salvarla, cosi’ fini’ la dolce Molly Malone”.

di Giovanni De Rose

Consigli preliminari generici :se vi accontentate e non vi abituate a scavare finisce che una città vale l’altra, un Paese vale l’altro. Le capitali  oramai si somigliano tutte. Nei centri sempre meno storici  si  vendono  le stesse cose. Che siano cibo, blue jeans o telefonini, poco importa. Non usate le autostrade, scegliete sempre l’itinerario più lungo per spostarvi da un luogo all’altro. 

La meta e’ importante ma il viaggio  di più. 
Di  Dublino ricordo  solo   la storia di Molly Malone e poco altro.   Quella di Molly  e’ una leggenda popolare  piu’ che una storia vera , ma non  importa. Una canzone l’ha resa immortale,  e tanto basta. Che sia vissuta per davvero  duecento fa e’ un dettaglio trascurabile, non credete?  Molly era una pescivendola ambulante , figlia e nipote di pescivendoli ambulanti. Di giorno spingeva  il  carretto e vendeva cozze e vongole fresche. La notte, forse,  faceva la puttana. Dicono che nelle notti nebbiose si possa incontrare   il suo fantasma  che  spinge il carretto . Per il meretricio, invece,  non saprei. Le  hanno anche  dedicato una statua, la trovate in Suffolk Street. I turisti si fanno le foto e le sfregano il  seno. I viaggiatori la osservano e sorridono. Io l’ho vista,  Molly. Spingeva il carretto carico di cozze ancora vive ed era  inseguita da una decina  di gatti ossuti come la fame che si portavano appresso.

Sembra che Italiani e Irlandesi abbiano una sorta di compatibilita’ naturale. Negli USA, per dire, sono sempre stati vicini di casa. Tanti Irlandesi emigrati per via che parlavano la lingua finirono per fare i poliziotti. Tanti Italiani che emigrarono  parlavano  solo il dialetto del paese da cui fuggivano e  finirono per fare i banditi. Guardie e ladri si ritrovavano in chiesa la domenica. La religione impastata con la memoria della fame,  per questo Irlandesi e Italiani si sono sempre capiti, e non solo in America.
 C’e’ un paese in Italia che si chiama Casalattico, piu’ o meno tra Roma e Napoli. Da li’ il giorno quando gli alleati bombardarono Montecassino si vedeva il fumo salire.  Da Casalattico partirono a decine per l’Irlanda subito dopo la guerra. E tutti finirono per aprire un negozio di fish&chips, tanto che sono considerati salvatori dell’industria. I mariti andavano a comprare il pesce tutte le mattine e le mogli restavano a casa a sbucciare patate. E poi insieme a friggere. Quindici ore al giorno  tutti I giorni dell’anno. Tutti  tranne il Lunedi’, perche’ I pescatori non escono la domenica e allora niente pesce da friggere al Lunedi’. E quello era il giorno del ballo. Del ballo e dei fidanzamenti,  ma solo tra Italiani. Un lavoro durissimo, buono solo per gli sciagurati. Cafolla’s, Morelli’s, Di Giorgio’s, cognomi che se siete curiosi abbastanza potrete ancora oggi scorgere sulle insegne di negozi di pesce fritto e patate.

Sono le aree rurali che aiutano a stabilire un contatto autentico con I luoghi. E questo vale anche per l’Irlanda, terra di fiumi placidi, di pascoli colore dello smeraldo, di baie tranquille,  di mucche felici, di pecore visionarie che scrutano l’orizzonte e di scogliere altissime battute da onde che schiumano rabbia.  Una compenetrazione costante di terre e di acqua. Baie cosi’  profonde che l’Atlantico  quasi perde la memoria di essere mare e assume sembianze lacustri. Tutto questo  lo ritrovate riassunto  nel chowder, che potete mangiare dappertutto sulla  West Coast.  Una zuppa cremosa fatta  di acqua, panna, patate e del pesce che c’e’. Spesso salmone, fresco o affumicato,  molluschi, merluzzo. Tutto insieme. Qualunque cosa commestibile che si tirasse su dal mare o dal fiume si cuoceva  insieme a quello che veniva dalla terra. Nella stessa famiglia convivevano pescatori e contadini.  Una ricetta  che le migliaia di emigranti in fuga dalle carestie ottocentesche causate da un microorganismo che distrusse I raccolti di patate, si erano portati appresso.  E  che l’America, curiosa e arrogante come sempre,  ha fatto suo. 

L’Irlanda e’ stato un paese povero tanto quanto il sud Italia. Oggi e’ un paese ricco e  moderno,  anche se qua e la si scorgono tracce della crisi recente. L’hanno superata anche grazie a un saggio impiego di Fondi Europei. Qui tecnologia e industria agricola convivono e arricchiscono il Paese. Dovreste vedere le case degli allevatori di pecore. Lontane cento miglia dalla citta’,  eppure  curate, maestose, basse, con uno stile un po’ pacchiano da suburb americana forse,  del genere colonne ritorte  e capitelli, ma sopportabile e ben integrato con il paesaggio.  In giardino fuoristrada potenti e costosissimi.  Differenze con I pastori Sardi? Fate voi! Qui le pecore si allevano per la carne e per la lana. Punto. A osservare  il tenore di vita si direbbe che  l’approccio Irlandese  renda meglio del pecorino romano.
Dicono che in Irlanda piove sempre. Io ci sono stato due settimane. Neanche una goccia.
Andate in Irlanda. E’ bellissima (tranne Galway che invece e’ bruttissima).
 Dell’ovvio salvate solo le Public House e la musica, meglio se via da Dublino. Tutto il resto lasciatelo ai turisti, voi, invece, perdetevi.