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Aprile 2019

Osare l’inosabile,  intaccare l’inattaccabile. Ma anche pensare libero, scoprire l’altro, e per esempio togliersi le cuffie che non ci fanno sentire il mondo

A ben guardare si può risorgere anche ai giorni nostri, e quasi tutti i giorni. Certo non come Gesù il Risorto, che come abbiamo studiato al catechismo è al contempo Dio e Uomo, ma come uomini e donne -per chi crede, suoi figli e sue figlie- che possono dire “oggi proviamo a risorgere” con le nostre forze con la nostra volontà.

Risorgere è anche cambiare strada, fisica e mentale, sociale ed economica, personale e collettiva. Non si può stare nella strada della morte, del non senso, del senso unico, del cattivo senso. E sappiamo quanto era mortale la strada del Calvario e quanto sono mortali le nostre strade, i nostri presunti viali, i nostri piccoli sentieri talora smodatamente mondani e non mondati.  Risorgere a volte è più facile e spontaneo del previsto del prevedibile.

E’ osare l’inosabile, è intaccare l’inattaccabile, è spostare il presunto nel presumibile. Umanamente possiamo decidere di risorgere quando ci sta: e Dio solo sa quante volte ci sta.

Risorgere è anche togliersi le cuffie dalle orecchie che non ci fanno sentire più nulla del mondo, dell’aria, del rumore della vita che ci manda spesso più messaggi di whatsapp.

Risorgere è anche guardare laterale e vedere particolari che spesso non scorgiamo o non vogliamo scoprire. Risorgere è anche esercitare la pazienza in coda, alla cassa, in coda all’incrocio, dietro un corteo improvviso di gente che avrà le sue ragioni per sventolare cartelli e stendardi.

Risorgere è anche sconfiggersi un po’, fallire per ricredere, processare per riprogrammare, disattivare per capire che cosa era veramente attivo e cosa per nulla attivabile.

Risorgere è anche ripensarsi e pensare di pensarsi più o meno lontani dal pensiero comune. Pensare libero ma anche pensare altro senza il pensiero fisso. Così capiremmo meglio l’altro, che è forse al nostro fianco come individuo, ma che è anche dentro di noi, come tarlo.  

Risorgere anche cercare qualcosa che non troveremo mai, guardando di cuore e non solo di vista.

Dice un frammento del dialogo del Risorto il film: “Le corde sono come esplose. Ho visto due cose che non riesco a conciliare: un uomo morto senza ombra di dubbio e quello stesso uomo di nuovo vivo”.  Cercare di  “essere di nuovo vivi” mi sembra un buon allenamento quotidiano. Tutti ci chiediamo se ci sarà vita dopo la vita quando sarebbe il caso di vivere durante la vita.

Via Ranzani a quei tempi (parlo di quando ero ancora studente indeciso tra matematica e lettere, quindi dei primi miei anni d’università) era per noi poco più di una terra di nessuno, un non luogo lungo che partiva dal vecchio cinema parrocchiale Perla ed arrivava alla sagoma fatiscente dell’ex gasometro e stretto tra il viale e la ferrovia (la “veneta” che poteva portarti verso la bassa e tutti i paesini ferraresi/veneti, ma anche, prendendo il rapido della notte, a Vienna, diretto e senza fermate; almeno così garantiva Vittorio Giardino in una delle avventure del suo Sam Pezzo…).

Con l’amico del cuore di allora, il Paolo Rossi giornalista, non il comico, ci piaceva girare di notte, noi due soli in auto, alla ricerca di quella che chiamavamo la “Bologna americana”, le periferie abbandonate o in costruzione, i nuovi supermercati con i loro parcheggi sotterranei deserti, le prime rotonde di accesso alla tangenziale, i distributori aperti tutta notte con i foodtruck che emanavano sentori di olio esausto e salsicce bruciate, i bar che non chiudevano mai la serranda (oppure sì, la serranda la potevano anche abbassare, ma volendo ed essendo conosciuti, potevi sempre infilartici sotto per l’ultimo bicchiere o il primo cappuccino).

Si parlava di niente e di tutto, della vita che era stata e di quella che sarebbe venuta, di delusioni e speranze, di sogni e realtà, di amici e di ragazze, di cinema e di libri e di teatro e di giornalismo che avremmo girato, che avremmo scritto, che avremmo diretto, che avremmo reinventato. Fu in una di quelle scorribande notturne che, lui c’era già stato, mi portò appunto in via Ranzani “… perché vedrai c’è un locale carino, più che carino, e poi lo gestisce una bellissima signora …”.

Arrivati davanti queste vetrine oscurate (una novità per l’epoca o almeno una novità per i posti che frequentavo io) e superato l’esame visivo di un muscoloso di colore strizzato in un doppiopetto dalla vita fasciante ma dalle spalle enormi, entrammo in un vero e proprio american bar con i classici separé, al soffitto il globo sfaccettato che girava  ed un lungo bancone di legno scuro e lucido con davanti una decina di alti sgabelli. La cosa più incredibile, però, fu la signora che ci accolse per farci accomodare e che mi sorrideva guardandomi fissa.

Sotto quei capelli voluminosamente fonati, sopra quei tacchi stiletto, dentro quel vestito di lamé lungo fino ai piedi ma dallo spacco inguinale, dietro quel reggiseno imbottito che le spingeva esageratamente il seno in fuori c’era la mia vicina di pianerottolo. Ricordo che, fino ad allora, con questa donna nella vita quotidiana discreta, elegante e bella ma di certo non vistosa e non volgare c’erano stati solo saluti educati e, da parte mia, imbarazzati e giusto qualche chiacchiera informale come si usa (usava) tra vicini. Aveva anche una figlia, molto carina e più giovane di me di un paio d’anni e le voci (anche allora tra i coinquilini non mancavano le malevolenze) dicevano fosse separata o che forse il marito fosse fuggito o che forse ancora lei lo avesse cacciato di casa sempre che un marito ci fosse mai stato.

La serata con Paolo fu strana, a dir poco, condita di imbarazzi e silenzi e sguardi. Tutti miei, ovvio. La storia, poi,  finisce qui. Poco tempo dopo le mie vicine così carine si trasferirono, con la figlia ci furono le solite promesse … ci sentiremo … scriviamoci, magari telefoniamoci … così banalmente tipiche da sapere già in partenza che non si sarebbero mai avverate.

Tempo dopo, forse un anno, tornai al locale di via Ranzani ma anche quello aveva cambiato gestione ed era diventata una paninoteca di periferia che non poteva offrirmi alcuna attrazione. Via Ranzani quindi rimase nel ricordo come un nulla da attraversare obbligatoriamente venendo verso i viali dal ponte di SanDonato ma nulla più.

Fu per questo, quando un paio d’anni fa un amico mi indicò come ottimo “Tempesta” in, appunto, via Ranzani 17, che impiegai qualche mese per andarlo a visitare. Quando successe, me ne innamorai immediatamente. Questione di sensazioni, ovvio. Già la struttura con queste alte scaffalature di legno scuro che si alzano fino al soffitto affollate di bottiglie di vino, che a me ricorda tanto “Zampa” (ecco un altro posto da non lasciarsi sfuggire). E poi, e forse soprattutto, l’empatia impossibile da non trovare con i ragazzi dello staff (parafrasando Herbert Pagani “… educati gentili …”) capitanati da quell’Agostino Tempesta che regala il suo nome al locale stesso.

Il menù è quello tipico delle vecchie osterie o dei moderni bar a vin: taglieri, bruschette, panini e poi, al forno, tomini e scamorze o brie per finire con tigelle e, novità golosissima (anche se ultimamente si cominciano a trovare anche altrove) delle ottime piadine con impasto o di zucca o di vino rosso (nero d’avola) da farcire secondo golosità ed estro del momento; tutto normale, come si vede, ma la differenza la fa, come a volte succede e molto più spesso no, la qualità dei prodotti offerti (piccoli presidi, produzioni limitate, una ricerca attenta e capillare: inutile buttarsi sul dozzinale se si vuole avere una qualche possibilità di riempire il proprio locale in tempi in cui c’è un esercizio commerciale ogni cinque abitanti; meglio, molto meglio, affidarsi alla serietà ed alla voglia di proporre cose buone).

Un cenno, ma solo perché lo spazio è tiranno, va doverosamente rivolto alle proposte della cantina. Che sono variegate e, abbracciando varie realtà, tentano di dare un’idea, non potendo certo essere esaustive, di quello che è possibile trovare, e cercare, nel vasto mondo dell’enologia. La scoperta dell’ultima visita, per dire, è stata una bolla (un Blanc de Blancs delle Dolimiti) di Castel Noarna, un Trento brut biologico davvero interessante, giustamente delicato in bocca ma con una persistenza davvero notevole: quello che serviva per contrastare sia la dolcezza della mia piadina di zucca sia la sapidità del crudo toscano che l’accompagnava.

Un indirizzo da non dimenticare, quindi, ed allora, per finire, non resta che ricordare a noi tiratardi che “Tempesta” è aperto dal martedì alla domenica dalle 19,00 all’01,00 (nei weekend l’orario di chiusura può subire piccole variazioni) e, vista l’affluenza costante, che il numero di telefono per eventuali prenotazioni è lo 051.992.2636.

Ingredienti:

  • yogurt – un vasetto ( da utilizzare dopo come dosatore)
  • Mascarpone 1 vasetto
  • Parmigiano 1 vasetto
  • Farina due vasetto
  • Amido di mais 1 vasetto
  • Ricotta salata  1 vasetto
  • Farina due vasetto
  • Amido di mais1 vasetto
  • Uova 3 grandi
  • Olio di oliva 1 vasetto
  • Limone grattugiato 1
  • Zucchine 1
  • Cippo.lotto freso 1
  • Mandorle a scaglie50 g
  • Bustina di lievito per salato

Per prima cosa pulire e tagliare a rondelle il cipollotto , farlo imbiondire leggermente in una padella,unire lo zucchino tagliato a quadretti i piccoli, cuocere pochi minuti e far intiepidire ( deve risultare croccante, solo per insaporire)

In una ciotola mescolare i rossi d’uovo con lo yogurt,il mascarpone e l’olio.

Montare a neve gli albumi con pizzico di sale, unire poi al composto delle uova: farina , fecola, formaggi restanti ( parmigiano e ricotta salata) entrambi grattugiati, ancora la buccia del limone grattugiata,  un po’ di mandorle ( le altre servono per decorazione) le zucchine, la busta di lievito e a questo punto poco alla volta gli albumi montatati.

Controllare e correggere di sale se serve, una spolverata di noce moscata. Versare composto nello stampo a colomba, noi abbiamo usato quello da 500 g.

Decorare con le mandorle a scaglie restanti. Cuocere in forno a 170 gradi per 25-30 minuti.

L’interno deve risultare un po’ umido.

Servire le fettine accompagnate da insalata tenera tipo valeriana o misticanza  e condire con salsa acida allo yogurt un po’ lenta.

Si possono aggiungere a piacere oltre alle zucchine anche quadretti di speck o pancetta e sostituire la ricotta salata con scamorza affumicata m a seconda del proprio gusto personale.

Ottima come pasto Pasquale !

Buona Pasqua da
G & G

Ieri sera ho avuto l’opportunità di vedere un film che doveva finire nel dimenticatoio.
Ma partiamo dall’inizio: nel 2016 il Ministero degli Interni promuove un bando per la realizzazione di documentari che dovranno valorizzare “il tema dell’accoglienza e dell’integrazione dei richiedenti e titolari di protezione internazionale come prassi ordinaria e non emergenziale, attraverso la diffusione dei film documentari, oggetto della presente procedura, nei contesti più diversi al fine di rafforzare la cultura dell’accoglienza e dell’inclusione, in particolare nella popolazione giovanile”. Il bando viene vinto dall’associazione ZaLab, un collettivo di cinque film-maker e operatori sociali.

Paese nostro è il titolo del loro film e racconta sei diverse storie di operatori  sociali impegnati in diverse regioni italiane nei progetti SPRAR (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): Palermo, Chiesanuova (Torino), Porto San Giorgio (Fermo), Lamezia Terme, Schio e Caserta.

Dal momento della consegna della pellicola al Viminale però del film si sono perse le tracce; per la precisione da gennaio 2017 è inspiegabilmente bloccato e non può essere visto dal pubblico. Decisamente singolare dato che è stato pensato, voluto e pagato dallo stesso  Ministero….

Per la cronaca, al tempo il Ministro degli Interni era Alfano, ma sia con Minniti ed ora con Salvini, del film nessuna traccia, silenzio assoluto.  Importante sottolineare che i fondi europei con cui il film è stato realizzato prevedevano la sua distribuzione, non certo “l’archiviazione”. Ed allora, il mese scorso, i responsabili della casa di produzione prendono la decisione di metterlo a disposizione in forma gratuita a chiunque ne faccia richiesta: “Mettiamo gratuitamente a disposizione di tutti il film che qualcuno vorrebbe non farvi vedere”.

Il mondo dell’accoglienza raccontato è quello dello SPRAR, il sistema basato sulla sinergia tra gli Enti Locali e il Governo (tramite il Viminale) e il coinvolgimento di realtà del Terzo Settore. Un lavoro di rete multilivello, dove si prediligono piccoli numeri di beneficiari per poter personalizzare al meglio i progetti, garantendo interventi di accoglienza integrata che superano la solo fornitura di vitto e alloggio, ma prevedono la costruzione di percorsi individuali di inclusione. 
Un sistema, e lo dovremmo ricordare di più, che ha una rendicontazione ferrea e controllata.
Un processo rodato e riconosciuto come esempio positivo in tutta Europa.

E’ è proprio questo sistema che l’attuale Ministro degli Interni attraverso il Decreto Sicurezza vuole fare a meno, un salto carpiato all’ indietro, chiudere ciò che funziona lasciando col cerino in mano i territori, portare maggiore irregolarità con il rischio di avere sempre più persone che cadranno in situazione di marginalità, oltre alla perdita del lavoro dei tantissimi che lavorano nei centri.

Vedere questo docufilm è un’occasione di conoscenza dal punto di vista degli operatori che quotidianamente sono a stretto contatto con i migranti. Il racconto del loro lavoro, dei loro pensieri, delle loro fatiche, ma anche dei loro sogni, ci mostra quanto la sfida quotidiana per la costruzione di un futuro giusto sia importante. Occorre allargare lo sguardo. 

Il dramma dell’immigrazione non si può risolvere alzando muri o chiudendo i porti, ma mettendo in campo un’accoglienza capace di coniugare integrazione, solidarietà, sicurezza e coesione sociale; quello che lo SPRAR ha fatto dal 2001 ad oggi.

Thomas Struth, tedesco di Geldern, classe 1954, ha studiato fotografia alla Kunstakademie Düsseldorf, dove fu uno dei primi, e più promettenti, studenti/artisti di Bernd e Hilla Becher.

Questo suo retaggio culturale, intellettuale ed artistico si appalesa  dirompentamente nella, bella ed importante, mostra “THOMAS STRUTH nature & POLITICS” che la Fondazione MAST presenta fino al 22 aprile (apertura dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19) nei suoi spazi di via Speranza 42.

Una mostra bella ed importante l’ho definita. Ed infatti, bella lo è con queste 25 immagini di grande formato a carattere scientifico e tecnologico (ed ecco l’importanza: tutte le immagini, riprese in siti industriali e di ricerca di tutto il mondo, interpretano l’avanguardia della sperimentazione e dell’innovazione tecnologica) ipercolorate, un colore talmente violento e pregnante da segnare, impulsivamente, la cifra stilistica dell’intera operazione facendo sembrare, a volte, di voler sviare l’attenzione dal significato per riservarla al significante, un significante che ciascuno di noi visitatori si può costruire proprio ed univoco.


Thomas Struth_GRACE-Follow-On veduta dal basso

Nulla però è come sembra, o almeno esiste sempre un modo diverso, a volte antitetico, di interpretarlo. Per giustificare questa affermazione, nulla è meglio che rifarsi alle parole che Urs Stahel, il curatore della photogallery e della collezione MAST, dopo aver ricordato i variegati e poliedrici interessi dell’artista/fotografo Struth (dagli inizi raccontati nella mostra “Unconscious Places”, lunghe serie di fotografie in B/N di tratti di strada contornati da file ininterrotte di facciate, ai “Family Portraits” in cui nuclei di famiglia, assai disomogenei, sono ritratti confinati in spazi angusti, di fronte alla fotocamera, lo sguardo fisso sull’obiettivo) dedica, prendendola ad esempio, alla fotografia “Grazing Incidence Spectometer” in cui “… il nostro sguardo si perde in un groviglio di cavi, sbarre, giunzioni, coperture metalliche, rivestimenti plastici e dispenser di nastro adesivo … trovare un senso a questa accozzaglia di oggetti appare praticamente impossibile … ci limitiamo dunque ad osservare con curiosità, ma anche con una certa cautela, nel tentativo di comprendere il significato di questi accostamenti che ci appaiono estranei ed incoerenti …”.


Thomas Struth_Sorghum

Di conseguenza, e pensando all’altro grande filone in cui si divide la ricerca di Struth in questi anni recenti, parlo delle cosiddette “Jungle Photographs” confluite nella serie “Paradise”, non si può non concordare con lo stesso Stahel quando dice che “… non  stiamo osservando una natura primordiale, bensì macchine, dispositivi, installazioni di una tecnologia all’avanguardia; e li osserviamo esattamente come un tempo abbiamo osservato la Tigre di Blake o i mulini a vento di Don Chisciotte, l’animale di ferro di Melville o le altre metafore che nella letteratura del XIX secolo hanno simboleggiato le eccessive proliferazioni meccaniche dello spirito e della creazione umana …”.

In sostanza, sembra suggerire Stahel, “… guardate le foto della giungla (foto che con le loro imperfezioni tecniche rimangono pur sempre identiche alla loro definizione descrittiva e che sul piano emozionale e immaginativo ci costringono a far i conti con un universo ricco di possibilità e di insidie) e noterete come le foto tecnologiche, con il loro essere nitide, precise, bilanciate, non riescono a trasmetterci informazioni precise …”.

Un’ottima occasione, questa ultima settimana di esposizione, dunque, per avvicinarsi all’opera, complessa e graffiante, di uno dei più importanti artisti/fotografi attualmente operanti.

Il lavoro di Thomas Struth potrà anche non piacere, così freddo, distante, alieno. Ma sicuramente resta imprescindibile per chi voglia davvero capire e conoscere la fotografia oggi. 


Thomas Struth_cappa chimica Università di Edimburgo

Thomas Struth__spettometro a incidenza radente

La mostra “THOMAS STRUTH, Nature & POLITICS

Guardare là a 55 milioni di anni luce è metafora di una esigenza innata di “oltre”. E deve farci sentire molto relativi

Ci facciamo gli auguri e nel contempo ci guardiamo con diffidenza. In cagnesco, si dice da qualche parte. Ci scambiamo segni di pace e sotto sotto, ma neanche tanto, ci mandiamo segnali di guerra e contesa. Cerchiamo orizzonti azzurri e riempiamo la nostra vita di segni grigi. Di ambiguità, di detto e di non detto, di accenni tra le righe quando le righe dovrebbero parlare non le interlinee.

Ammazziamo di plastica i nostri mari, facciamo sciogliere di caldo i nostri ghiacciai, ci si uccide al  mattino alle 9 meno dieci davanti a una scuola dove centinaia di bambini con zaini e zainetti dovrebbero tranquillamente entrare in aula, si continua a produrre smog e ad avvelenare le terre: i buchi neri non sono solo quelli della galassia, i buchi neri siamo noi.  Qui e ora.

Abbiamo comportamenti spesso incomprensibili, talora da analisi psicologica se non psichiatrica: qualcuno ha fatto i conti che passiamo 3 quarti della nostra vita a dire bugie più o meno pesanti, più o meno leggere, e saremmo talmente abituati a mentire che mentiamo a noi stessi e non ce ne accorgiamo più.

Entriamo nel buco nero e ci sembra di stare in un orizzonte diverso, magari celeste. Ovviamente non è tutto così, ci sono anche delle grandi storie di bene e di solidarietà, delle belle esperienze in cui la solidarietà e l’incontro hanno la meglio sul contrasto e sulla sopraffazione.

Ma noi, ahime e ahinoi, avvertiamo, sentiamo, rileviamo più il male del bene, più il nero del bianco, più il grigio dell’azzurro. Ci fa bene per questo ogni tanto alzare gli occhi dalla nostra piccola e spesso meschina visura catastale personale e adocchiare gli immensi spazi galattici dove la prima foto di un buco nero ci fa pensare quanto siamo piccoli piccoli e fuori là tutto è immenso e incalcolabile. Fare una fotografia e guardare a 55 milioni di anni luce è metafora piena di una esigenza innata di oltre. Di altro. Di lontano.

Quella foto del buco nero oltre ad essere uno dei più grandi passaggi per la scienza come   sono stati il cannocchiale di Galileo e lo sbarco sulla Luna, rappresenta anche una scommessa interiore per tutti noi a guardare oltre, a cercare il vuoto pieno e il pieno vuoto, a sentirci relativi, molto relativi e meno molto meno assoluti o assolutisti.

E’ vero passiamo, costretti dalle faccende affaccendate di tutti i giorni, le nostre ore tra file al centro unico prenotazioni, famoso cup, e macchine che ci assediano, tra burocrazie strozzanti e stressanti e le povertà incipienti, tra malattie frequenti e patologie rare ma un’occhiata là fuori col cuore e non solo con gli occhi ci potrà far bene.

Il buco nero, al di là della definizione scientifica di  regione spazio tempo con le sue caratteristiche, ci ricorda una galleria cosmica, un passaggio universale dal vuoto al pieno, dal pieno a vuoto, universale e interiore. Per misurarci la fragilità, per capire le nostre povere forze, per immaginare qualcosa di diverso, di meglio e di umano. Lontano o vicino che sia.

C’e’ molta confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente. La famosa frase del Presidente si adatta bene alla politica britannica.

Per gli spiriti decisi ed audaci è il momento propizio. Le uniche 2 posizioni (prima largamente minoritarie ) che si stanno rafforzando sono quella rappresentata dagli “hard-brexiters” (quelli del “no-deal”, ovvero “MEGLIO POVERI MA LIBERI!”) e quella del “People’s Vote” (cmq vada vogliamo sottoporre la soluzione finale al popolo).

I primi sono ormai all’80% dei brexiters. Qui di seguito due interviste significative con rappresentanti delle cd ‘periferie’ , girate per tv: 

a)  intervistatrice : lo sa che a seguito del no-deal la sterlina potrebbe svalutarsi ? cittadino : cosa vuol dire?  i : che le darebbero meno euro per ogni sterlina. c :  e chi se ne frega (f….k) , io non sono mai stato all’estero 

b) Intervistatrice : scusi perché lei è contro il negoziato? risposta: sono stufo. Non si parla d’altro. Sono 2 anni che la tv ed i giornali la menano con qst Brexit . Si esca il prima possibile così la smettono di rompere. Abbiamo altro da fare. 

La fazione “People’s vote” ha raccolto piu’ di 6 milioni di firme in poche settimane.  Tra di loro ovviamente sta prevalendo l’opzione Remainer. Il povero Corbin, esaltato solo 2 anni fa per avere portato il labour al 41% , si trova ora stretto tra una maggioranza Labour che vuole un secondo referendum (come minimo un referendum confermatorio di qualsiasi accordo Brexit, come massimo per il rientro) .

Una trentina di deputati Labour hanno minacciato di uscire dal partito se Corbin appoggiasse un “People’s vote” ( sono espressione delle zone ex-operaie), una sessantina se dovesse negoziare un accordo che non  preveda la consultazione popolare. Ad esempio la mozione soft-brexit del labour in Parlamento è stata battuta per 5 voti, con 10 deputati del partito che hanno votato contro.

Molta confusione sotto il Cielo. 

I due partiti vanno  verso la spaccatura interna, riflettendo la  radicalizzazione in atto nella società, periferie contro grandi agglomerati urbani (Londra in primis), cosmopolitans contro nativi. Cittadini con titoli di studio contro gli altri.

Il tentativo di trovare un accordo fra i due Leaders rischia di apparire l’ennesima presa di tempo se non si dovesse raggiungere un’intesa, un fallimento certo tra gli elettori se dovessero trovarla.

Ad oggi la May spinge per il suo Deal, disposta a lasciare al parlamento di scegliere l’opzione del referendum confermatorio (tanto non passerebbe). In alternativa sarebbe disponibile a mettere ai voti il proprio deal contro una proposta alternativa del labour .

Corbin ha chiesto l’unione doganale (stesse tariffe e dazi decisi dalla  Ue e risoluzione dei problemi fra le 2 Irlande ), le medesime garanzie sociali e di sicurezza della Ue in materia di diritti del Lavoro, adozioni di tutti gli standard ambientali UE . 

I Tories in trattativa gli hanno spiegato che tutto questo è già previsto nell’accordo May-Barnier (ed e’ vero: è il famoso back-stop), lui allora ha replicato: “bene se è cosi allora scriviamolo.”

Proposta rinviata al mittente poiché è quello che sostengono gli hard-brexiters fin dall’inizio.

Una parte degli analisti politici  a questo punto sperano che Macron si irrigidisca e tiri una riga. 

Del resto l’Inghilterra per trovare unità ha sempre dovuto ricorrere al nemico alle porte. 

La notorietà di Grizzana è indissolubilmente legata alla vita e all’opera di Giorgio Morandi, uno dei più importanti artisti italiani del novecento, conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo . Qui, dal 1913 al 1963, trascorse, assieme alle sorelle, gran parte delle estati. Dapprima ospite della famiglia Veggetti e poi, dalla fine degli anni 50, in una nuova costruzione in proprietà, incredibilmente sobria e minimalista, a pochi passi dalla precedente. 

Non voleva in nessun modo allontanarsi dalla visuale dei paesaggi amati e sistematicamente immortalati nel corso degli anni. In una occasione ebbe a dire “Andando su verso Grizzana, a un certo punto c’è una curva e lì quando si esce dalla curva, c’è il più bel paesaggio del mondo”. Nel 1985 Il comune assunse formalmente la denominazione “Grizzana Morandi” e, qualche anno più tardi per volontà della famiglia, Casa Morandi, con gli arredi e lo Studio conservati intatti come li aveva lasciati il  maestro, è diventata Museo accessibile al pubblico. Davanti alla Casa si trovano i Fienili del Campiaro, soggetto privilegiato della pittura morandiana, attuale sede  di numerose esposizioni e dell’Archivio Cesare Mattei, il conte della vicina Rocchetta. 

La gita cicloturistico inizia da Vergato, sul fondovalle Reno, per raggiungere, dopo circa 9 chilometri di salita, il capoluogo Grizzana.  Prima dell’ingresso in paese si incontrano la casa Museo, la casa Veggetti e i fienili del Campiaro. Conclusa la visita si prosegue. Il territorio, che con i suoi paesaggi ha saputo felicemente ispirare Giorgio Morandi, offre tanti altri motivi di interesse. Gli storici parlano di questo territorio come uno degli antichi corridoi commerciali etruschi, terra di confine tra Esarcato e longobardi, luogo di reiterate e secolari contese tra feudatari, signorie e liberi comuni. Usciti da Grizzana si va verso Monte Acuto Ragazza.
 

Per alcuni chilometri si pedala su una strada di crinale particolarmente suggestiva e panoramica: a destra la valle del Reno, a sinistra quella del Setta. Dopo la Prada si incontra l’antico borgo di Stanco, suddiviso in due nuclei, quello di sotto di origine trecentesca e quello di sopra, altrettanto bello ma di formazione successiva. 

Nei pressi del borgo un cippo ci ricorda il contributo dell’esercito del Sud Africa alla liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. 

Proseguendo per Monte Acuto Ragazza si passa a lato del sito di scavo di un santuario etrusco di oltre 2.500 anni fa i cui reperti sono depositati al Museo Archeologico di Bologna. Una volta arrivati sul Poggio ad una altezza di oltre 700 metri si scende gradualmente fino a Ponte di Verzuno attraverso una fitta boscaglia, l’antico borgo della Scola ed una stradina un tantino dissestata ma costeggiata da affascinanti Case-Torri. Tutto molto bello. 

Da Verzuno, infine, si torna a Vergato planando su una strada, per lo più,  in dolce discesa.

Aeroporto. Si parte o si torna. L’intermezzo del cielo, del volo, della sospensione nel vuoto, l’affidarsi alla perizia degli uomini e all’auspicata sicurezza di un mezzo: “sto partendo o sto tornando?”, domanda legittima, indipendente dalla destinazione.

Piccolo baricentro fittizio per qualche ora di attesa, crocevia di anime che si trastullano tra negozi e duty free, l’aeroporto, come un centro commerciale, distrae da domande difficili. Tuttavia. ignorando la grazia dell’anonimato, ci si sente sempre in dovere di darsi un tono.

La città è staccata da una fascia di rispetto disabitata in cui finalmente si azzera la progressiva dissoluzione del tessuto urbano. L’aeroporto è l’ultima occasione per riafferrare tangibilmente il genius loci della città di cui è appendice: paccotiglie di souvenirs, generi alimentari sotto vuoto che possano superare i controlli delle dogane, magliette stampigliate con una frase sciocca, cappellini, peluches, piatti decorati, tisaniere. Tutti con lo stesso monumento stilizzato.

Qualcuno ci sarà pure al nostro arrivo.

Se i ricordini non piacciono o non ci aspetta nessuno, il dono da farsi è star leggeri: un libro gradevole e insignificante accordato alla musica da ascensore per far danzare le nuvole. Lo si lascerà alla fine del viaggio sulla poltrona, omaggio di benvenuto a qualcuno che non sa la nostra lingua. Si apprezzi l’ecumenica indifferenza di commessi poliglotti che non devono fidelizzare alcun cliente, si noti che ciò che è impersonale diventa tragicamente universale, si sappia che i tentativi di rendere memorabile un viaggio con il folklore delle divise e del make up delle hostess, cozzerà col terrore di morire alle prime turbolenze d’alta quota.

Ci si potrebbe anche confessare prima dell’imbarco. Ammesso che negli aeroporti vi siano ancora i confessionali coi sacerdoti di tutte la nazioni, come lungo le navate di San Pietro, però disponibili 24 ore su 24. Una grande operazione di marketing. Attendere con calma l’horror vacui, considerare già sufficientemente gravosa la burocrazia dei bagagli e la condivisione forzata di spazi ristretti, dimenticarsi i pensieri, non parlare con nessuno se non per liberarsi con un estraneo. Leggeri. Lasciare a terra colpe, ripartire con responsabilità più limitate. C’è ancora bisogno di darsi un tono?Assolti: un lusso in modalità aereo.

L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.

Si scherza, ovvio.
E scherzando, adesso che tutti i cieli di Bologna (ma quanti cieli ci sono a Bologna? Se si parla di basket, almeno due) sono tornati più sereni e splendenti, si può dire che dopo il torneo dei bar vinto dalla Fortitudo, la sfida scapoli ammogliati è stata appannaggio della Virus.
Nulla di offensivo, chiaro, nei confronti di due formazioni create, od aggiustate in corsa, per vincere quello che le rispettive carature potevano permettere (e ricordando come, in molti casi, sia difficilissimo mantenere le promesse o le premesse iniziali). E però è doveroso sottolineare come il livello medio della LNB e della Champions (che si chiama così anche se ai nastri di partenza non c’è una squadra una che abbia vinto il proprio campionato, se non uno di quei tornei che dir minori è poco, e che conseguentemente è, in ordine d’importanza per il parterre delle partecipanti, ma non per l’ammontare del premi previsti attenzione, la terza competizione europea dopo le due organizzate dalla Euroleague) sia
davvero poca cosa (basta ripensare alla battuta, significativa dell’umorismo serbo, con coach Mihajlovic lodò l’amico Djordjevic in occasione dell’ottavo di finale della Virtus contro LeMans facendo però notare che avrebbe vinto ugualmente anche facendo giocare cinque tifosi presenti sugli spalti estratti a sorte).

Ricordato questo però, la pochezza degli avversari, lode ai vincitori (sicuri quelli della Fortitudo, ancora in gioco i virtussini, ma già essere arrivati ad una finalfour dopo dieci anni è davvero, come si dice oggi, tanta roba).
Lodati quelli che sono da lodare, si pensi però, ai piani alti, già a costruire perché se è vero che raggiungere un livello di eccellenza (sia esso una promozione o una finale europea) è di per sè difficile, mantenere quella posizione o quel traguardo è ancora più difficile.
La Fortitudo allora. Io ero, inutile nasconderlo, tra quelli non convinti dalla decisione dell’Aquila di dotarsi di una squadra di vecchietti, per quanto terribili; pur non potendo negare l’alto tasso di qualità tecnica, non mi nascondevo l’inaffidabile cifra atletica del team, pronosticando una possibile (anche se sulla carta più combattuta di quanto si sia dimostrata nella realtà) vittoria del girone con conseguente immediata promozione paventando, in caso contrario, una certa debacle negli sfiancanti ed assurdi playoff successivi. Avendo vinto il proprio girone, e senza mai esser stato messo in discussione il suo essere capobranco, la controprova non ci sarà, ma proprio per questo bisogna cominciare (come d’altronde sembra
già essere in atto) a costruire per il futuro. A partire dalla conferma del coach, quell’Antimo Martino che, per la prima volta al comando di una big ed obbligato ad ottenere risultati, non ha certo tradito, anzi: gran parte del merito per la fulgida cavalcata della F va infatti ascritta all’allenatore, alla sua capacità di normalizzare (quando troppo spesso dell’anormalità in casa Fortitudo si era fatta una bandiera inspiegabile ed inadatta ad una società che voglia pensare da grande) anche situazioni che sarebbero potute deflagrare (impensabile con altri folcloristici personaggi alla guida, ad
esempio, la gestione di capitan Mancinelli tenuto a riposo anche quando sembrava essere tornato a disposizione). A seguire, non si potrà prescindere da Fantinelli, protagonista finalmente di un’annata continua come rendimento, e da Pini, bella sorpresa, che hanno contratto; con loro, e nessuno si offenda, il decimo e undicesimo posto, o poco più, sono
occupati. Ne mancano otto o nove, tra cui tutto il quintetto. La speranza è che non si vogliano pagare debiti di riconoscenza (l’esperienza Virtus di due anni prima dovrebbe insegnare qualcosa): degli antichi marpioni, Mancinelli, Rosselli, il più scarso dei fratelli Cinciarini, l’inutile Delfino, nessuno può garantire l’impatto che la serie superiore imporrà
e se proprio proprio si vorrà insistere, ne basterà uno solo. Dei due americani, Hasbrouck in Lega A l’abbiamo già inadeguatamente visto; l’altro, Leunen, sarebbe ancora buono, ma ne avrà voglia potendo, al piano di sotto, contare su contratti lucrosamente riposanti? Gli altri, per finire, i comprimari, Sgorbati, Benevelli, Venuto, non potrebbero certo ricoprire un ruolo se non ancor più comprimario.

Lavorare quindi, bisognerà, con occhi aperti, e tanta competenza. Adesso la Virtus che il suo campionato lo sta ancora giocando, nulla è deciso, ma la testa, ormai è chiaro, spinge alla finalfour di Anversa. In questo caso, quindi, nessuna previsione sul roster futuro. Solo una ulteriore disamina sulla squadra che dovrà concludere quest’annata. Salvifico, e in questo caso il capo è già stato cosparso di cenere, l’ingaggio di coach Djordjevic.
Troppo in ritardo, forse, per salvare il campionato, determinante, forse, se verrà il regalo più bello della Coppa. Determinante perché, vista troppo spesso la squadra sciogliersi nei momenti in cui, invece, bisognava calarsi nelle tempeste, il ritorno contro Nanterre (mica una brutta squadra, ma brutalizzata in un primo quarto di rara intensità e poi mantenuta sempre in un limbo da cui non sarebbe mai potuta uscire) ha forse mostrato un nuovo volto della vecchia Virtus. Cattiveria, durezza, faccia (tosta), voglia (di non arrendersi): queste le novità in casa Vnera, atteggiamenti impossibili da ottenere prima della sostituzione di coach Sacripanti, ottimo allenatore ma che probabilmente paga limiti caratteriali nei confronti di giocatori dal pedigree ingombrante. Merito, anche in questo caso, del subentrante, Sasha
Djordjevic, un califfo dei bei tempi che furono, uno che ha giocato, e vinto, tantissimo da giocatore, con la ciliegina di un assaggio di NBA, e da allenatore fu comunque subito considerato un predestinato (solo grandi team: Milano, Treviso, Panathinaikos, Bayern) e il fregio del triplo argento da headcoach della Serbia alle Olimpiadi di Rio, ai mondiali spagnoli
ed agli europei turchi; un allenatore che non ha problemi a sovvertire le gerarchie stabilite, ridare campo e minuti a BaldiRossi, lasciare a riposo ora Aradori, fuori forma, ora Pajola, non funzionale, relegare in panca Taylor quando ne combina qualcuna delle sue, o in tribuna il crack del mercato Chalmers.

Ecco, proprio Mario Chalmers, uno che ha giocato, e vinto, in NBA da giocatore vero e non da sventagliatore di asciugamani, uno che si è presentato con umiltà e forza d’animo encomiabili, potrà essere decisamente la variabile che sposterà l’ago della bilancia. Da che parte, si vedrà, ma la sensazione è che uno così sarebbe bello non lasciarselo scappare per l’anno venturo.


In ultimo, e già che ci siamo, un ultimo pensiero per l’Olimpia Milano 8e per estensione per tutto il basket italiota) che, ancora una volta non riesce a superare lo scoglio dei gironi eliminatori di Euroleague. Dimostrando, una volta di più, la pochezza e l’insipienza del progetto milanese: giocatori presi come fossero figurine (per una collezione di seconda scelta, oltretutto) guidati da un allenatore che conferma le ombre di vittorie sospette negli anni oscuri di Siena ladrona e a capo di tutto un presidente intento solo a proclami buoni per i bauscia. Questa squadra è quella che da anni dovrebbe
far il vuoto in Italia (e non ci riesce) la dice lunga sullo stato precomatoso del basket nazionale. Speriamo di sbagliarci ma a nulla sembrano valere belle realtà (anche se poi alcune si dimostrano poco altro che montature) e la realtà è costituita da società che nascono e falliscono con la rapidità della fioritura dell’Echinopsis o dell’Hemerocallis.

Un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni

JOHN BARRYMORE

Se sei nato all’alba degli anni ’50 a Tripoli (quella dal “… bel suol d’amore …”). Se tua madre era una donna pervasa da uno spleen struggente, una bellezza composta e la pelle d’alabastro e tuo padre un faccendiere (faccendiere, non mafioso che a quella, la mafia, ci pensava il fratello rimasto nel paesello natio siciliano) bello come Clark Gable che intratteneva affari con Enrico Mattei e il colonnello Mu’Ammar Gheddafi, con la Democrazia Cristiana e con la C.I.A., con i servizi segreti e i palazzinari romani. Se hai trascorso l’infanzia e l’adolescenza passeggiando sul lungomare Alexander Spelt e facendo sport (nuoto e arti marziali soprattutto). Se la tua prima giovinezza è stata rabbiosa perché tradita ed umiliata. Se hai schifato il F.U.A.N., creduto in un OrdineNuovo e combattuto quello Nero. Se hai amato chi hai tradito e tradito chi hai amato. Se hai ucciso per amore e non hai ucciso per odio, se hai salvato vite per rispetto e giustizia, e salvando quelle vite hai salvato te stesso, allora sei Michele Balistreri.

Oppure, ma fatte salve le parentesi più avventurose e selvagge (ma forse anche no), sei Roberto Costantini, che di Michele Balistreri ha scritto le storie, belle e vive e avventurose e selvagge e che continuerà, per il nostro piacere, a scrivere perché un personaggio così, Michele Balistreri, non si trova facilmente né qui, in Italia, ma nemmeno altrove, in Europa o, perché no, nemmeno oltreoceano.

“Tu sei il male”, “Alle radici del male”, “Il male non dimentica” (la cosiddetta trilogia del male, primo incontro col giovane Michelino detto Mike), “La moglie perfetta” (che non è l’ultimo ma è come se lo fosse), “Ballando nel buio” (che molto spiega, specie dei tempi furiosi all’inizio degli anni ’70, quelli in cui la caccia al rosso a Roma, ma non solo, era uno sport praticato e protetto), “Da molto lontano” che potrebbe, dovrebbe (ma non lo sarà), segnare il punto d’arrivo di una saga bella e vitale, violenta e romantica, che tante domande impone, tanti dubbi lascia, tante certezze scardina, sono i titoli, ad ora, che compongono la saga del più sorprendentemente vero investigatore della narrativa italiana.

Scordatevi i manierismi cui siete abituati. I romanzi di crime italiani, infatti, sono molto fedeli ai cliché: gli investigatori (se anche poliziotti inevitabilmente democratici) sono in genere colti e ascoltano musica, mangiano sempre molto e bene e disquisiscono di vini, sono malinconici e nobili d’animo, sono tristi e pomposamente malinconici o semplici idiot fortunati, hanno donne come loro complessate ma compiaciute e compiacenti allo stereotipo di buone e brave compagne e future madri perfette di figli che, va da sé, saranno irreprensibili, sono nevrotici, complessati, correttini ed improbabili (se paragonati a quelli veri che si potrebbero incontrare nella vita reale) tutti caratterizzati come sono dalle occhiatine ed ammiccamenti degli autori e che si rifanno all’immagine dell’italiano magari svantaggiato nel fisico o dalle possibilità, ma arguto, furbo e fortunato (si va dal maresciallo Rocca del Proietti televisivo all’avvocato Guerrieri di Carofiglio, dal SartiAntonio di Macchiavelli al Coliandro di Lucarelli, dal commissario Bordelli di Vichi, al Soneri di Varesi o all’investigatore BacciPagano di Morchio, dal commissario Arrigoni di Crapanzano all’ispettore Ferraro di Biondillo, dal Monterossi di Robecchi al tappezziere Consonni di Recami, dal Ricciardi di DeGiovanni, al BustianuSatta di Fois, da LorenzoLaMarca e il comandante Spotorno di Piazzese, al P.M. Lenzi di Gangemi, da Primo Terzi detto Terzo di Flamini al Percalli di Saint Just di DeCataldo per finire, il più falso, con il Vicequestore Schiavone di Manzini: fanno eccezione alcuni personaggi fortunati o fortunosi, il commissario DeLuca di Lucarelli, il private eye Duca Lamberti di Scerbanenco e il commissario Mordenti del gruppo de Les Italiens, che però operano a Parigi, di Pandiani, il Fabio Montale di Izzo, naturalmente, il Montalbano di Camilleri tra i primi, l’Alligatore di Carlotto tra i secondi).

Balistreri a differenza di tutti gli altri, no; lui è stronzo, uno stronzo vero, fascista, maschista, bastardo, realmente anticonvenzionale e scorretto (“… diffidate dei cattolici, figli miei. Una religione fondata sul risentimento, sulla cattiva coscienza, sul pentimento. Diffidate della morale dei deboli che allontana dalla gioia della vita …”). E tutto (semplificando, ovvio) senza scusanti, solo per scelta e consapevolezza (citando il suo amato Nietzche “… chi lotta con i mostri, deve guardarsi dal diventare, così facendo, un mostro. Ma, se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te …”): lontanissimo quindi dalla stereotipa caricatura da italiano medio comune per certi versi, chi più chi meno, a tutti i personaggi citati poc’anzi (anche se, in realtà e invidiosamente, uno stereotipo in Balistreri esiste: incontra e ha a che fare solo con donne bellissime: un cliché certo ma talmente funzionale da confermare l’assunto “…quando l’archetipo irrompe senza decenza, si raggiungono profondità omeriche …”).

A questo punto, raccontare sei romanzi da circa 600 pagine l’uno (tranquilli, ognuno si legge in un paio di giorni: se inizi non puoi smettere di leggere) sarebbe impossibile, impossibile e inutile, impossibile, inutile e di una cattiveria infinita nei confronti di chi vorrà, fidandosi, iniziarne la lettura.

Mi rifarò allora a Luca D’Andrea quando su Repubblica, parlando di tutt’altro, analizza i due generi, giungendo alla conclusione che “… il noir non può esistere senza uno spaccato di critica sociale, il thriller, puntando più sul lato fiction, può esulare da ogni tipo di analisi senza che questo ne sminuisca il valore … laddove le due cose riescono a unirsi, ci troviamo di fronte a un grande libro …”.

Ecco, se questo è vero, allora ci troviamo senz’altro di fronte a sei grandi romanzi. E ad un grande autore.

Ingredienti :

300 g farina di farro integrale

2 uova

150 g zucchero canna

100 g burro

1 arancia ( buccia grattugiata e succo )

Mezza busta di lievito per dolci

Un pizzico di sale

150 g  gocce di cioccolato fondente

Procedimento

Sul tavolo creare una fontana con farina e zucchero, le uova al centro, il burro ( a temperatura ambiente ) ma non troppo morbido, tagliato a cubetti piccoli. Unire il succo di arancia ed infine il lievito e il pizzico di sale.

Impastare lavorando velocemente il tutto, verso la fine aggiungere il cioccolato, creare un bell’impasto ben amalgamato senza lavorarlo troppo, per finire rotearlo sul tavolo per terminare l’impatto e non scaldarlo troppo con calore delle mani.

Farlo riposare in frigorifero per almeno 1 ora. Creare delle palline di media grandezza, schiacciarle bene con il palmo della mano e mettere su di una teglia da forno con carta .

Cuocere in forno preriscaldato a 170 gradi per 10 min max. Fare raffreddare prima di servire.

OTTIMI IN OGNI OCCASIONE!

Buon Biscotto,

da G & G

Lei mori’ per la febbre e nessuno riusci’ a salvarla, cosi’ fini’ la dolce Molly Malone”.

di Giovanni De Rose

Consigli preliminari generici :se vi accontentate e non vi abituate a scavare finisce che una città vale l’altra, un Paese vale l’altro. Le capitali  oramai si somigliano tutte. Nei centri sempre meno storici  si  vendono  le stesse cose. Che siano cibo, blue jeans o telefonini, poco importa. Non usate le autostrade, scegliete sempre l’itinerario più lungo per spostarvi da un luogo all’altro. 

La meta e’ importante ma il viaggio  di più. 
Di  Dublino ricordo  solo   la storia di Molly Malone e poco altro.   Quella di Molly  e’ una leggenda popolare  piu’ che una storia vera , ma non  importa. Una canzone l’ha resa immortale,  e tanto basta. Che sia vissuta per davvero  duecento fa e’ un dettaglio trascurabile, non credete?  Molly era una pescivendola ambulante , figlia e nipote di pescivendoli ambulanti. Di giorno spingeva  il  carretto e vendeva cozze e vongole fresche. La notte, forse,  faceva la puttana. Dicono che nelle notti nebbiose si possa incontrare   il suo fantasma  che  spinge il carretto . Per il meretricio, invece,  non saprei. Le  hanno anche  dedicato una statua, la trovate in Suffolk Street. I turisti si fanno le foto e le sfregano il  seno. I viaggiatori la osservano e sorridono. Io l’ho vista,  Molly. Spingeva il carretto carico di cozze ancora vive ed era  inseguita da una decina  di gatti ossuti come la fame che si portavano appresso.

Sembra che Italiani e Irlandesi abbiano una sorta di compatibilita’ naturale. Negli USA, per dire, sono sempre stati vicini di casa. Tanti Irlandesi emigrati per via che parlavano la lingua finirono per fare i poliziotti. Tanti Italiani che emigrarono  parlavano  solo il dialetto del paese da cui fuggivano e  finirono per fare i banditi. Guardie e ladri si ritrovavano in chiesa la domenica. La religione impastata con la memoria della fame,  per questo Irlandesi e Italiani si sono sempre capiti, e non solo in America.
 C’e’ un paese in Italia che si chiama Casalattico, piu’ o meno tra Roma e Napoli. Da li’ il giorno quando gli alleati bombardarono Montecassino si vedeva il fumo salire.  Da Casalattico partirono a decine per l’Irlanda subito dopo la guerra. E tutti finirono per aprire un negozio di fish&chips, tanto che sono considerati salvatori dell’industria. I mariti andavano a comprare il pesce tutte le mattine e le mogli restavano a casa a sbucciare patate. E poi insieme a friggere. Quindici ore al giorno  tutti I giorni dell’anno. Tutti  tranne il Lunedi’, perche’ I pescatori non escono la domenica e allora niente pesce da friggere al Lunedi’. E quello era il giorno del ballo. Del ballo e dei fidanzamenti,  ma solo tra Italiani. Un lavoro durissimo, buono solo per gli sciagurati. Cafolla’s, Morelli’s, Di Giorgio’s, cognomi che se siete curiosi abbastanza potrete ancora oggi scorgere sulle insegne di negozi di pesce fritto e patate.

Sono le aree rurali che aiutano a stabilire un contatto autentico con I luoghi. E questo vale anche per l’Irlanda, terra di fiumi placidi, di pascoli colore dello smeraldo, di baie tranquille,  di mucche felici, di pecore visionarie che scrutano l’orizzonte e di scogliere altissime battute da onde che schiumano rabbia.  Una compenetrazione costante di terre e di acqua. Baie cosi’  profonde che l’Atlantico  quasi perde la memoria di essere mare e assume sembianze lacustri. Tutto questo  lo ritrovate riassunto  nel chowder, che potete mangiare dappertutto sulla  West Coast.  Una zuppa cremosa fatta  di acqua, panna, patate e del pesce che c’e’. Spesso salmone, fresco o affumicato,  molluschi, merluzzo. Tutto insieme. Qualunque cosa commestibile che si tirasse su dal mare o dal fiume si cuoceva  insieme a quello che veniva dalla terra. Nella stessa famiglia convivevano pescatori e contadini.  Una ricetta  che le migliaia di emigranti in fuga dalle carestie ottocentesche causate da un microorganismo che distrusse I raccolti di patate, si erano portati appresso.  E  che l’America, curiosa e arrogante come sempre,  ha fatto suo. 

L’Irlanda e’ stato un paese povero tanto quanto il sud Italia. Oggi e’ un paese ricco e  moderno,  anche se qua e la si scorgono tracce della crisi recente. L’hanno superata anche grazie a un saggio impiego di Fondi Europei. Qui tecnologia e industria agricola convivono e arricchiscono il Paese. Dovreste vedere le case degli allevatori di pecore. Lontane cento miglia dalla citta’,  eppure  curate, maestose, basse, con uno stile un po’ pacchiano da suburb americana forse,  del genere colonne ritorte  e capitelli, ma sopportabile e ben integrato con il paesaggio.  In giardino fuoristrada potenti e costosissimi.  Differenze con I pastori Sardi? Fate voi! Qui le pecore si allevano per la carne e per la lana. Punto. A osservare  il tenore di vita si direbbe che  l’approccio Irlandese  renda meglio del pecorino romano.
Dicono che in Irlanda piove sempre. Io ci sono stato due settimane. Neanche una goccia.
Andate in Irlanda. E’ bellissima (tranne Galway che invece e’ bruttissima).
 Dell’ovvio salvate solo le Public House e la musica, meglio se via da Dublino. Tutto il resto lasciatelo ai turisti, voi, invece, perdetevi.

Leggendo l’articolo di Grammenos Mastrojeni, apparso su Changes Unipol, sul Green New Deal Italiano*, ho pensato: allora ci sono delle serie speranze!

Sono assolutamente d’accordo con l’autore, questa è l’unica idea di paese e di società che può ricostruire il futuro per i nostri figli e sono convinto che, l’America del dopo Trump, avrà un nuovo presidente, frutto di una nuova classe dirigente, formata in questo nuovo humus politico prodotto dal “Green New Deal”, humus che si vive nelle grandi università del paese, vero motore dell’innovazione e della propulsione della società americana.

E in Italia? Come padre, partendo dalle cose negative, constato con enorme preoccupazione, la grande arretratezza dei nostri politici; non mi soffermo neanche su quelli che governano, non mi interessano e non mi rappresentano, ma analizzando i primi passi del nuovo PD di Zingaretti  mi risulta evidente che è già un partito vecchio sin dai primi vagiti; la prima uscita del suo leader sulla TAV, è stata drammatica, non tanto sul SI o sul NO all’opera, quanto per le motivazioni che ha palesato nell’esporre l’opinione del suo partito. Opinioni intrise di una vecchia retorica operaistica (qualcuno gli dovrà spiegare, prima o poi, che di operai non ce ne sono quasi più e in compenso ci sono milioni di nuovi poveri che la sinistra ha contribuito a produrre non riformando la propria idea di società). 

Articoli come questi, però, ci permettono di capire che anche nel nostro paese sia fondamentale cavalcare questa nuova visione di mondo che si basa sull’equilibrio fra natura e uomo e conseguentemente fra uomo e uomo. Visione questa, che si è ravvivata, negli ultimi anni, grazie all’enciclica LAUDATE SI di Papa Francesco. Duecentoventi paginette che dovrebbero essere insegnate all’interno di tutte le scuole di ogni ordine e grado, proprio perché sono le pagine più rivoluzionarie, più visionarie e più educative che sono state scritte in questo nuovo millennio; se penso poi al mio pragmatico agnosticismo di base, non vorrei trovarmi a percorrere la via di damasco del Paolo di Tarso evangelizzatore dei gentili.

E nella politica italiana? Anche qui ci sono dei segnali forti e positivi: il primo è sicuramente la nascita di questo movimento trasversale ABC (Alleanza Bene Comune) proprio co-fondata dall’autore del nostro articolo, Grammenos Mastrojeni. Questo è un movimento orizzontale, fuori da logiche partitiche, ma che vuole promuovere all’interno dei partiti stessi e di tutta la società, la cultura della sostenibilità e dell’emergenza ambientale, fino al punto di diventare un vero e proprio controllore ed esaminatore di tutte le forze politiche e sociali sui temi della sostenibilità ambientale, realizzando  vere e proprie graduatorie sulla qualità dell’azione socio-politica delle varie organizzazioni.

Il secondo segnale è la nascita di una nuova forza politica: Italia in Comune, un vero e proprio partito che ha, nella propria carta dei valori costituenti, il concetto di Sostenibilità Ambientale Locale e Nazionale sposato al concetto di Sviluppo Economico Qualitativo, come motore della propria azione politica. Partito che non ha avuto tentennamenti a sviluppare un’alleanza elettorale per le europee con quei verdi tedeschi, che reduci da importanti successi elettorali, sono al governo nei più ricchi Land dello stato Federale e che stanno dimostrando a tutta Europa che esiste una terza via allo Sviluppo Avido di un capitalismo finanziario autodistruttivo.

Mentre scrivevo queste poche righe di commento all’articolo, è successo un mezzo miracolo, mi ha sfiorato l’idea di essere diventato fiducioso, aperto al futuro, ottimista…che stia diventando un verde-credente?  

L’Opinionista del Cortile

* http://changes.unipol.it/environment/Pagine/green-new-deal.aspx

Il Corno alle Scale è la cima più alta dell’Appennino bolognese con i suoi 1.945 metri di quota. Deve il nome alla caratteristica forma a gradoni delle stratificazioni arenacee che lo compongono.  E’ una straordinaria riserva di biodiversità vegetale ed animale. Ci vivono il lupo e il muflone e nel cielo, non di rado, si può osservare il volo maestoso dell’aquila reale. Il Corno è il cuore di un sistema turistico locale incardinato su neve, verde, acque, enogastronomia e sull’omonimo Parco regionale protetto. La neve lo imbianca per molti mesi nel corso dell’anno. E anche questo aprile 2019, pur anomalo e siccitoso, non fa eccezione. 


Da Silla (Gaggio Montano) al Cavone-Polle, dove finisce la strada, la distanza è di poco superiore ai venti chilometri. Quella climatico-ambientale ben maggiore e sorprendente. Scoprirlo in sella ad una bicicletta è una esperienza unica. Piacevole se, sulla via del ritorno, si è adeguatamente vestiti. La strada provinciale 324 “passo delle radici” da Silla sale gradualmente  verso Lizzano, Villaggio Europa, Maenzano, Vidiciatico. A Lizzano, attuale sede municipale, già avamposto militare dell’ Esarcato e terra di “ferriere”, si è accolti dall’ex “colonia ferrarese”, elegante edificio di inizio novecento.


 A Vidiciatico, il cui nome significa “luogo in cui è permesso tagliare i salici”, si è subito attratti dal campanile e dalla cappellina di piazza 27 settembre 1944, data che ricorda il giorno della terribile strage nazifascista di Ca’ Berna. La cappellina è l’abside di una antica chiesa datata 1393. Il campanile è ricavato da una torre civica costruita intorno all’anno Mille. 


Il percorso prosegue sulla Sp 71 “del Cavone” risalendo la valle del Dardagna dentro fittissime foreste di alto fusto, rii scintillanti, casette di sasso ed arenaria, improvvisi scorci panoramici di valli sempre più distanti e profonde. Il paesaggio è diventato alpino. 


Dopo la Ca’, Ca’Torlaino, Ca’ Berna e il Centro visita del Parco del Corno di Pian d’Ivo, si arriva al Santuario di Madonna dell’Acero. 

La costruzione del Santuario, un insieme di piccole case una accanto all’altra, risale alla prima metà del 1500. La leggenda narra che in quel luogo, sotto le fronde di un grande acero, due pastorelli sordomuti ebbero la visione della Madonna e la miracolosa restituzione della parola e dell’udito. Da allora il Santuario è una delle massime espressioni della religiosità popolare della montagna bolognese. 

Infine il Corno alle Scale o meglio il tratto finale asfaltato prima dello sterrato. Qui siamo alle Polle o Tavola del Cardinale, così detto perché (pare) meta prediletta del cardinale Capponi, legato di Bologna dal 1614 al 1621, a circa 1.500 metri di altezza, praticamente a ridosso degli impianti di risalita. 

Ci sono zone che  per motivi a volte contingenti ci si è trovati a frequentare più spesso di altri nel corso degli anni.

Una di queste, per me, è via San Vitale. Già la prossimità alle varie facoltà (non a caso ne ho girate un sacco, vuoi mai che ce ne fosse una più interessante delle altre …), poi quella al Teatro Comunale (che ha prima intrigato da studente entusiasta e curioso, poi deluso da lavoratore stanco e disincantato e poi ricompattato negli ultimi anni ormai maturi il mio interesse per uno spettacolo, quello lirico, che non ho mai trovato interessantemente contemporaneo), poi il “Bar di legno” di via Zamboni, sede dei primi appuntamenti per l’aperitivo allora non ancora di moda e che costituì il vero salto qualitativo dai Pierini dell’omonimo storico e meraviglioso (nella propria incredibilità) bar/tabacchi all’angolo BelleArti/Castagnoli. Infine, ed in mezzo a tutto questo, i casi della vita. Quando si era studenti, infatti, al 58 di San Vitale ci abitavano, per la serie pescaresi a Bologna, Sandro Cancelli e … (mannaggia, mannaggia, qualcosa dalla memoria scappa sempre) e invece al 60 ci stava, sempre in quei tempi svagati, una fidanzatina (di lei il nome lo so, Fernanda … o Tiziana, forse, o anche …), e mi sia perdonato il vezzeggiativo, ma eravamo così giovani allora.

Ma bando ai ricordi, è da quei tempi che tra i due civici ci sono le serrande abbassate di Luigi Caponnetti con le sue vetrinette ai lati, serranda e vetrinette imbrattate da graffiti e tag.

È stata quindi una bella sorpresa quando, in ottobre scorso, quelle stesse vetrine hanno aperto su questa bella “Casa Bolognesi”, un bar francescano come riporta la scritta sull’ampia vetrina; francescano, però, solo per gli arredi, spartani alla vista ma di grande eleganza (non a caso sono tutti, compreso il grande bancone gioia per i tiratardi amanti dell’antico rito dello sgabello alto) provenienti dalla collezione di Maurizio Marzadori, alias Freakandò, l’uomo che del brocantage ha fatto arte e professione.

Aperto tutti i giorni, domenica esclusa, dalle 17,30 all’una durante la settimana e fino alle 3 di notte durante il weekend (siamo appena fuori dal black hole di Petroni ma già l’ordinanza che lì obbliga la chiusura entro la mezzanotte non è più valida qui, a soli 20 metri dalla via causa di tutti i mali: stranezze ed incongruenze del burocratismo di una giunta, molte giunte in realtà, incapaci di affrontare un problema che tale non è, visto che se una legge esiste, ed esiste, basterebbe farla rispettare; concordo però che non sia questa la sede opportuna per discuterne), questa “CasaBolognesi” è un cocktail bar più che un’osteria o pub. Dico questo per evitare che il cliente inavvertito faccia come me che, appena entrato ho chiesto se facessero anche cocktail: lo sguardo della sorridente barista, e l’elenco delle specialità della casa, hanno risposto esaurientemente alla mia domanda. Certo, vini, e birre ne hanno ma, appunto, la specialità sono i cocktail.

Cocktail che, come spesso, e forse troppo spesso accade in locali tutti incentrati sulla mixology, trascendono i classici (anche se qui viene proposto, ad esempio, un buon MartiniCocktail giustamente secco ed un ottimo MiTo, il classico MilanoTorino bitter e vermouth in dosi uguali e la differenza, come facile supporre, fatta dalla qualità degli ingredienti) per realizzare un proprio menù incentrato su ricerca, sperimentazione e, a volte, esagerazioni. Non è il caso dei cocktail proposti da “Casa Bolognesi” tutti equilibrati e dosati in maniera corretta; il menù ne conta sei giustamente suddivisi tra base whisky (Tutto è iniziato con whisky irlandese, basilico fresco, succo limone sciroppo cannella e Hai detto di no che mixa frangelico, miele, peperoncino e whisky scozzese), gin (Ti sei guardato indietro affumicato al timo con zenzero, sciroppo di zucchero di canna, succo di lime) o rum (Hai fatto la cosa giusta che accompagna il rum con succo di lime, succo di arancia e angostura, Hai fatto la cosa sbagliata con rum, angostura, bitter e cannella e/o noce moscata e Hai detto di sì con timo, amaro Cansiglio, rum, succo di limone e sciroppo di zucchero). In sintesi, un ottimo posto, elegante ed accogliente quanto basta per avvicinarsi alla movida più giovane potendo contare su cocktail davvero ben fatti e, il che costituisce un valore aggiunto, dai prezzi decisamente competitivi con quelli praticati in locali forse più centraioli ma sicuramente meno qualitativi.

Chicago ha un nuovo sindaco e si tratta di una elezione storica: donna, afroamericana e omosessuale. Si chiama Lori Linghfoot, 56 anni, eletta con il 73,7% dei voti.

Candidata con una lista progressista indipendente, alla sua prima esperienza elettorale, al ballottaggio ha battuto la candidata del Partito Democratico, Toni Preckwinkle, ex assessore, anche lei afroamericana, data per favorita. Ha condotto una campagna elettorale basata sulla lotta all’abuso di potere, alla  corruzione e alle disuguaglianze sociali e razziali, in una città che si può definire divisa in due: da una parte un centro finanziario ricco e dall’altra (la parte sud) i quartieri più poveri con popolazione in maggioranza di colore. 

Lori Linghfoot è ciò che definiamo outsider, fuori dalle logiche di partito, che conquista – e lo fa a mani basse – la fiducia dei cittadini di una città storicamente democratica, impadronendosi dello scranno più alto dell’amministrazione. Nata e cresciuta nello stesso poverissimo quartiere afroamericano del sud della città, dove ha vissuto anche Michelle Obama, in passato (ex procuratrice federale) ha diretto una commissione di sorveglianza sulle attività della polizia.  E’ sposata con una donna e mamma di una bambina.


Ha condotto una campagna elettorale basata sulla lotta all’abuso di potere, alla  corruzione e alle disuguaglianze sociali e razziali, in una città che si può definire divisa in due: da una parte un centro finanziario ricco e dall’altra (la parte sud) i quartieri più poveri con popolazione in maggioranza di colore. 

Lori Linghfoot è ciò che definiamo outsider, fuori dalle logiche di partito, che conquista – e lo fa a mani basse – la fiducia dei cittadini di una città storicamente democratica, impadronendosi dello scranno più alto dell’amministrazione. Nata e cresciuta nello stesso poverissimo quartiere afroamericano del sud della città, dove ha vissuto anche Michelle Obama, in passato (ex procuratrice federale) ha diretto una commissione di sorveglianza sulle attività della polizia.  E’ sposata con una donna e mamma di una bambina.

“Là fuori stanotte tanti ragazzini e ragazzine ci guardano e vedono l’inizio di qualcosa di diverso. Vedono una città che rinasce, una città dove non importa di che colore sei o quanto sei alto, dove non importa chi ami, purché ami qualcuno”, ha affermato dopo la vittoria.

Una rivoluzione a tutti gli effetti…