|

Home2019Aprile (Page 2)

Aprile 2019

Leggendo l’articolo di Grammenos Mastrojeni, apparso su Changes Unipol, sul Green New Deal Italiano*, ho pensato: allora ci sono delle serie speranze!

Sono assolutamente d’accordo con l’autore, questa è l’unica idea di paese e di società che può ricostruire il futuro per i nostri figli e sono convinto che, l’America del dopo Trump, avrà un nuovo presidente, frutto di una nuova classe dirigente, formata in questo nuovo humus politico prodotto dal “Green New Deal”, humus che si vive nelle grandi università del paese, vero motore dell’innovazione e della propulsione della società americana.

E in Italia? Come padre, partendo dalle cose negative, constato con enorme preoccupazione, la grande arretratezza dei nostri politici; non mi soffermo neanche su quelli che governano, non mi interessano e non mi rappresentano, ma analizzando i primi passi del nuovo PD di Zingaretti  mi risulta evidente che è già un partito vecchio sin dai primi vagiti; la prima uscita del suo leader sulla TAV, è stata drammatica, non tanto sul SI o sul NO all’opera, quanto per le motivazioni che ha palesato nell’esporre l’opinione del suo partito. Opinioni intrise di una vecchia retorica operaistica (qualcuno gli dovrà spiegare, prima o poi, che di operai non ce ne sono quasi più e in compenso ci sono milioni di nuovi poveri che la sinistra ha contribuito a produrre non riformando la propria idea di società). 

Articoli come questi, però, ci permettono di capire che anche nel nostro paese sia fondamentale cavalcare questa nuova visione di mondo che si basa sull’equilibrio fra natura e uomo e conseguentemente fra uomo e uomo. Visione questa, che si è ravvivata, negli ultimi anni, grazie all’enciclica LAUDATE SI di Papa Francesco. Duecentoventi paginette che dovrebbero essere insegnate all’interno di tutte le scuole di ogni ordine e grado, proprio perché sono le pagine più rivoluzionarie, più visionarie e più educative che sono state scritte in questo nuovo millennio; se penso poi al mio pragmatico agnosticismo di base, non vorrei trovarmi a percorrere la via di damasco del Paolo di Tarso evangelizzatore dei gentili.

E nella politica italiana? Anche qui ci sono dei segnali forti e positivi: il primo è sicuramente la nascita di questo movimento trasversale ABC (Alleanza Bene Comune) proprio co-fondata dall’autore del nostro articolo, Grammenos Mastrojeni. Questo è un movimento orizzontale, fuori da logiche partitiche, ma che vuole promuovere all’interno dei partiti stessi e di tutta la società, la cultura della sostenibilità e dell’emergenza ambientale, fino al punto di diventare un vero e proprio controllore ed esaminatore di tutte le forze politiche e sociali sui temi della sostenibilità ambientale, realizzando  vere e proprie graduatorie sulla qualità dell’azione socio-politica delle varie organizzazioni.

Il secondo segnale è la nascita di una nuova forza politica: Italia in Comune, un vero e proprio partito che ha, nella propria carta dei valori costituenti, il concetto di Sostenibilità Ambientale Locale e Nazionale sposato al concetto di Sviluppo Economico Qualitativo, come motore della propria azione politica. Partito che non ha avuto tentennamenti a sviluppare un’alleanza elettorale per le europee con quei verdi tedeschi, che reduci da importanti successi elettorali, sono al governo nei più ricchi Land dello stato Federale e che stanno dimostrando a tutta Europa che esiste una terza via allo Sviluppo Avido di un capitalismo finanziario autodistruttivo.

Mentre scrivevo queste poche righe di commento all’articolo, è successo un mezzo miracolo, mi ha sfiorato l’idea di essere diventato fiducioso, aperto al futuro, ottimista…che stia diventando un verde-credente?  

L’Opinionista del Cortile

* http://changes.unipol.it/environment/Pagine/green-new-deal.aspx

Il Corno alle Scale è la cima più alta dell’Appennino bolognese con i suoi 1.945 metri di quota. Deve il nome alla caratteristica forma a gradoni delle stratificazioni arenacee che lo compongono.  E’ una straordinaria riserva di biodiversità vegetale ed animale. Ci vivono il lupo e il muflone e nel cielo, non di rado, si può osservare il volo maestoso dell’aquila reale. Il Corno è il cuore di un sistema turistico locale incardinato su neve, verde, acque, enogastronomia e sull’omonimo Parco regionale protetto. La neve lo imbianca per molti mesi nel corso dell’anno. E anche questo aprile 2019, pur anomalo e siccitoso, non fa eccezione. 


Da Silla (Gaggio Montano) al Cavone-Polle, dove finisce la strada, la distanza è di poco superiore ai venti chilometri. Quella climatico-ambientale ben maggiore e sorprendente. Scoprirlo in sella ad una bicicletta è una esperienza unica. Piacevole se, sulla via del ritorno, si è adeguatamente vestiti. La strada provinciale 324 “passo delle radici” da Silla sale gradualmente  verso Lizzano, Villaggio Europa, Maenzano, Vidiciatico. A Lizzano, attuale sede municipale, già avamposto militare dell’ Esarcato e terra di “ferriere”, si è accolti dall’ex “colonia ferrarese”, elegante edificio di inizio novecento.


 A Vidiciatico, il cui nome significa “luogo in cui è permesso tagliare i salici”, si è subito attratti dal campanile e dalla cappellina di piazza 27 settembre 1944, data che ricorda il giorno della terribile strage nazifascista di Ca’ Berna. La cappellina è l’abside di una antica chiesa datata 1393. Il campanile è ricavato da una torre civica costruita intorno all’anno Mille. 


Il percorso prosegue sulla Sp 71 “del Cavone” risalendo la valle del Dardagna dentro fittissime foreste di alto fusto, rii scintillanti, casette di sasso ed arenaria, improvvisi scorci panoramici di valli sempre più distanti e profonde. Il paesaggio è diventato alpino. 


Dopo la Ca’, Ca’Torlaino, Ca’ Berna e il Centro visita del Parco del Corno di Pian d’Ivo, si arriva al Santuario di Madonna dell’Acero. 

La costruzione del Santuario, un insieme di piccole case una accanto all’altra, risale alla prima metà del 1500. La leggenda narra che in quel luogo, sotto le fronde di un grande acero, due pastorelli sordomuti ebbero la visione della Madonna e la miracolosa restituzione della parola e dell’udito. Da allora il Santuario è una delle massime espressioni della religiosità popolare della montagna bolognese. 

Infine il Corno alle Scale o meglio il tratto finale asfaltato prima dello sterrato. Qui siamo alle Polle o Tavola del Cardinale, così detto perché (pare) meta prediletta del cardinale Capponi, legato di Bologna dal 1614 al 1621, a circa 1.500 metri di altezza, praticamente a ridosso degli impianti di risalita. 

Ci sono zone che  per motivi a volte contingenti ci si è trovati a frequentare più spesso di altri nel corso degli anni.

Una di queste, per me, è via San Vitale. Già la prossimità alle varie facoltà (non a caso ne ho girate un sacco, vuoi mai che ce ne fosse una più interessante delle altre …), poi quella al Teatro Comunale (che ha prima intrigato da studente entusiasta e curioso, poi deluso da lavoratore stanco e disincantato e poi ricompattato negli ultimi anni ormai maturi il mio interesse per uno spettacolo, quello lirico, che non ho mai trovato interessantemente contemporaneo), poi il “Bar di legno” di via Zamboni, sede dei primi appuntamenti per l’aperitivo allora non ancora di moda e che costituì il vero salto qualitativo dai Pierini dell’omonimo storico e meraviglioso (nella propria incredibilità) bar/tabacchi all’angolo BelleArti/Castagnoli. Infine, ed in mezzo a tutto questo, i casi della vita. Quando si era studenti, infatti, al 58 di San Vitale ci abitavano, per la serie pescaresi a Bologna, Sandro Cancelli e … (mannaggia, mannaggia, qualcosa dalla memoria scappa sempre) e invece al 60 ci stava, sempre in quei tempi svagati, una fidanzatina (di lei il nome lo so, Fernanda … o Tiziana, forse, o anche …), e mi sia perdonato il vezzeggiativo, ma eravamo così giovani allora.

Ma bando ai ricordi, è da quei tempi che tra i due civici ci sono le serrande abbassate di Luigi Caponnetti con le sue vetrinette ai lati, serranda e vetrinette imbrattate da graffiti e tag.

È stata quindi una bella sorpresa quando, in ottobre scorso, quelle stesse vetrine hanno aperto su questa bella “Casa Bolognesi”, un bar francescano come riporta la scritta sull’ampia vetrina; francescano, però, solo per gli arredi, spartani alla vista ma di grande eleganza (non a caso sono tutti, compreso il grande bancone gioia per i tiratardi amanti dell’antico rito dello sgabello alto) provenienti dalla collezione di Maurizio Marzadori, alias Freakandò, l’uomo che del brocantage ha fatto arte e professione.

Aperto tutti i giorni, domenica esclusa, dalle 17,30 all’una durante la settimana e fino alle 3 di notte durante il weekend (siamo appena fuori dal black hole di Petroni ma già l’ordinanza che lì obbliga la chiusura entro la mezzanotte non è più valida qui, a soli 20 metri dalla via causa di tutti i mali: stranezze ed incongruenze del burocratismo di una giunta, molte giunte in realtà, incapaci di affrontare un problema che tale non è, visto che se una legge esiste, ed esiste, basterebbe farla rispettare; concordo però che non sia questa la sede opportuna per discuterne), questa “CasaBolognesi” è un cocktail bar più che un’osteria o pub. Dico questo per evitare che il cliente inavvertito faccia come me che, appena entrato ho chiesto se facessero anche cocktail: lo sguardo della sorridente barista, e l’elenco delle specialità della casa, hanno risposto esaurientemente alla mia domanda. Certo, vini, e birre ne hanno ma, appunto, la specialità sono i cocktail.

Cocktail che, come spesso, e forse troppo spesso accade in locali tutti incentrati sulla mixology, trascendono i classici (anche se qui viene proposto, ad esempio, un buon MartiniCocktail giustamente secco ed un ottimo MiTo, il classico MilanoTorino bitter e vermouth in dosi uguali e la differenza, come facile supporre, fatta dalla qualità degli ingredienti) per realizzare un proprio menù incentrato su ricerca, sperimentazione e, a volte, esagerazioni. Non è il caso dei cocktail proposti da “Casa Bolognesi” tutti equilibrati e dosati in maniera corretta; il menù ne conta sei giustamente suddivisi tra base whisky (Tutto è iniziato con whisky irlandese, basilico fresco, succo limone sciroppo cannella e Hai detto di no che mixa frangelico, miele, peperoncino e whisky scozzese), gin (Ti sei guardato indietro affumicato al timo con zenzero, sciroppo di zucchero di canna, succo di lime) o rum (Hai fatto la cosa giusta che accompagna il rum con succo di lime, succo di arancia e angostura, Hai fatto la cosa sbagliata con rum, angostura, bitter e cannella e/o noce moscata e Hai detto di sì con timo, amaro Cansiglio, rum, succo di limone e sciroppo di zucchero). In sintesi, un ottimo posto, elegante ed accogliente quanto basta per avvicinarsi alla movida più giovane potendo contare su cocktail davvero ben fatti e, il che costituisce un valore aggiunto, dai prezzi decisamente competitivi con quelli praticati in locali forse più centraioli ma sicuramente meno qualitativi.

Chicago ha un nuovo sindaco e si tratta di una elezione storica: donna, afroamericana e omosessuale. Si chiama Lori Linghfoot, 56 anni, eletta con il 73,7% dei voti.

Candidata con una lista progressista indipendente, alla sua prima esperienza elettorale, al ballottaggio ha battuto la candidata del Partito Democratico, Toni Preckwinkle, ex assessore, anche lei afroamericana, data per favorita. Ha condotto una campagna elettorale basata sulla lotta all’abuso di potere, alla  corruzione e alle disuguaglianze sociali e razziali, in una città che si può definire divisa in due: da una parte un centro finanziario ricco e dall’altra (la parte sud) i quartieri più poveri con popolazione in maggioranza di colore. 

Lori Linghfoot è ciò che definiamo outsider, fuori dalle logiche di partito, che conquista – e lo fa a mani basse – la fiducia dei cittadini di una città storicamente democratica, impadronendosi dello scranno più alto dell’amministrazione. Nata e cresciuta nello stesso poverissimo quartiere afroamericano del sud della città, dove ha vissuto anche Michelle Obama, in passato (ex procuratrice federale) ha diretto una commissione di sorveglianza sulle attività della polizia.  E’ sposata con una donna e mamma di una bambina.


Ha condotto una campagna elettorale basata sulla lotta all’abuso di potere, alla  corruzione e alle disuguaglianze sociali e razziali, in una città che si può definire divisa in due: da una parte un centro finanziario ricco e dall’altra (la parte sud) i quartieri più poveri con popolazione in maggioranza di colore. 

Lori Linghfoot è ciò che definiamo outsider, fuori dalle logiche di partito, che conquista – e lo fa a mani basse – la fiducia dei cittadini di una città storicamente democratica, impadronendosi dello scranno più alto dell’amministrazione. Nata e cresciuta nello stesso poverissimo quartiere afroamericano del sud della città, dove ha vissuto anche Michelle Obama, in passato (ex procuratrice federale) ha diretto una commissione di sorveglianza sulle attività della polizia.  E’ sposata con una donna e mamma di una bambina.

“Là fuori stanotte tanti ragazzini e ragazzine ci guardano e vedono l’inizio di qualcosa di diverso. Vedono una città che rinasce, una città dove non importa di che colore sei o quanto sei alto, dove non importa chi ami, purché ami qualcuno”, ha affermato dopo la vittoria.

Una rivoluzione a tutti gli effetti…

No, nessuna storia dal gran finale.

Non ci serve l’ironia di Gabbani – assolutamente incompresa a mio parere, altrimenti non si spiega come faccia ad avere tale successo mediatico – per dire che questa è “solo” una grande storia con un finale molto semplice: Domenico “Mimmo” Lucano è stato completamente riabilitato da una decisione della Cassazione che riconosce l’assenza di qualsivoglia comportamento illecito nel suo operato di Sindaco di Riace.

Oltre al sollievo che si può provare vedendo un Giusto essere ritenuto tale anche dallo Stato, mi sembra auspicabile che questa faccenda non si concluda qui. L’hanno fatto cadere nella polvere, lo hanno calpestato e soprattutto hanno calpestato Riace, le hanno strappato via tutto, dai finanziamenti alla fama, ricoprendola di odio e fango. Ecco, ora non deve finire così, con una sentenza che passerà sicuramente in sordina nei principali tg.

L’associazionismo si sta già muovendo, naturalmente, per ricostruire quel “Modello Riace” che tanti in tutto il mondo ci invidiavano e che molti stranieri venivano persino a visitare in una sorta di viaggio di turismo sostenibile. Chi vuole può già contribuire a far risollevare la città dalle proprie ceneri.

Però.

Però, anche alla luce dei dati di cui abbiamo discusso ieri durante l’incontro “Migrazioni” organizzato da Il Tiro, dati forniti dalla ricerca di Ixè che dimostrano la percezione totalmente fuorviata degli italiani circa la realtà migratoria – il senso comune è che dal 2017 ad oggi siano sbarcate in Italia quasi mezzo milione di persone, quando il Ministero ufficializza la cifra intorno alle 140 mila unità – sarebbe finalmente giunta l’ora che la stampa italiana facesse il proprio dovere e contribuisse a rendere più verosimile la narrazione circa il tema migratorio.

A.A.A. cercasi questione morale anche per chi una volta era ritenuto capace di dettare l’agenda e che oggi, invece, si trova sempre un passo indietro, costretto a rincorrere.

E quindi no, “comunque vada – non potrà esserci alcun assolutorio – panta rei”.

Nella prima metà del secolo appena trascorso è stato sempre dallo scarto esistente fra ciò che veniva ‘percepito’ e ciò che accadeva nella ‘realtà’, che spesso si sono create le premesse per situazioni politicamente e socialmente deflagranti. A partire dalla seconda decade di questo nostro secolo, sembra che su alcune dimensioni ‘chiave’ – quali l’immigrazione e l’ordine pubblico – lo iato fra ciò che è e ciò che sentiamo, pare ampliarsi.

Possiamo interrogarci su quali vettori favoriscano questo crescente scarto – mezzi di comunicazione, social network, una globalizzazione senza contrappesi, soggetti politici interessati – ognuno fornirà la sua risposta, ciò che conta tuttavia è l’esito: un progressivo fenomeno di opacizzazione della realtà.

La presente indagine, realizzata da IXE’ e CESPI, si focalizza sul vissuto del fenomeno migratorio e fa emergere con nettezza questo dato:

  • gli italiani stimano che nel biennio appena trascorso la quota media di migranti ‘sbarcati’ in Italia sfiori il mezzo milione; nella realtà è di 140.516 persone,
  • più generalmente prevale la netta convinzione che gli immigrati in Italia nella stragrande maggioranza dei casi (oltre il 70%) provenga dall’Africa; la realtà è abbastanza differente,
  • il percepito inoltre assegna agli immigrati un profilo quasi esclusivamente maschile, nella fascia dei ventenni e con un livello scolare nettamente inferiore a quello degli italiani; anche su questo la percezione si discosta dai fatti,
  • C’è poi una lieve contraddizione ‘interna’ che forse una miglior dieta mediatica potrebbe lenire: chi osserva che migranti fuggono principalmente da condizioni economiche pessime, è pronto ad ammettere – più o meno nelle stesse proporzioni – che essi fuggono anche da guerre e dittature.

Infine – e il dato è probabilmente la spia di un’ulteriore distorsione percettiva – oltre la metà dei rispondenti concederebbe la cittadinanza a chi ‘vive in Italia da almeno 5/10 anni’; a chi ‘è nato in Italia da genitori stranieri’ (il 36%); a chi ‘ha un contratto di lavoro o un’attività lavorativa in proprio’ (49%). Parlavamo di ‘distorsione percettiva’ e questi dati la confermano: è molto probabile infatti che la maggioranza degli italiani tenda, nel percepito, a ridurre di molto gli anni trascorsi dagli immigrati stabili, nel nostro paese.

QUI IL REPORT IXE’ – CESPI PRESENTATO A BOLOGNA

Tutti noi che amiamo la Fortitudo, credo che ogni tanto una domanda ce la facciamo: ma perché? Provo allora a fare un tema, come a scuola. Il titolo del tema è: perché segui la Fortitudo?

Per quelli della mia generazione interessati al basket, c’è stato un tempo in cui il martedì mattina si andava subito all’edicola a comprare SuperBasket, prima di andare a scuola. Per alcuni di noi, dopo aver comprato la rivista, si passava direttamente all’articolo di Stefano Germano. Era un commento generale sul campionato che iniziava con sette parole fisse: “La Fortitudo che nel cuor mi sta…..”.

Siamo cresciuti così e così siamo rimasti, e domenica scorsa c’eravamo tutti, assieme a tanti altri più giovani di me che la vivono anche loro così, col cuore. Tanti da riempire via Ugo Bassi diretti a Piazza Maggiore.

Razionalmente come te lo spieghi? Non siamo certo quelli che una sì una no vincono lo scudetto. Noi piangiamo di gioia per risultati ben più modesti, ma sai cosa c’è? Che quei risultati li viviamo come nostri, di tutti noi, dal primo all’ultimo. Tra chi è in campo e chi è fuori a battere le mani, imprecare, urlare e cantare, c’è poca differenza perché quando suona la sirena, quando si spegne il tabellone, quando si esce, in realtà non andiamo mai via, siamo sempre tutti lì, tutti assieme, pronti a fare quello che serve.

Non siamo quelli che mettono in campo le star della pallacanestro. Lo abbiamo anche fatto per un po’. E’ stato bello, ma chi c’era prima di quel periodo, c’è stato durante ed è rimasto dopo, a prescindere. Perché? Perché giochi chi vuole, ma la domenica si passa a casa.

Apparentemente nessuna logica spiega il numero dei tifosi della Fortitudo, la sua fama, il seguito in ogni trasferta a prescindere dalla categoria. Solo apparentemente però. Se guardi meglio vedi perché. Perché siamo tutti uguali sotto quelli striscioni, perché tanti ragazzi trovano un luogo dove sentirsi uniti, perché si canta sempre e comunque, non semplicemente per una squadra, ma per noi stessi, perché noi non siamo fatti di coppe e trofei, ma di carne ed ossa. Noi siamo noi e non ci mimetizziamo nemmeno nella massa. Ciascuno ha un nome e un cognome, ci conosciamo, ciascuno vale, e vale molto anche, perché c’è, perché su ciascuno ci puoi contare.

Ecco perché la sentiamo nostra, perché tutti, e dico tutti, cerchiamo di fare la nostra parte, nel nostro piccolo, e il più delle volte facciamo anche qualcosa di più di quello che ci sarebbe consentito dal buonsenso. Come dice qualcuno ad ogni intervista, qui tutti portano il loro mattoncino. Ecco, questa è la ricetta perché i momenti belli siano più belli e quelli brutti più sopportabili.

Se non ami questo sport, se non conosci l’ambiente, ti sembrano discorsi retorici, sentiti mille volte, la solita litania dei tifosi. Se vieni dentro al palazzo una volta, e basta una, e poi ci ripensi, ti accorgi che è davvero così e finisce che non te la togli più di dosso.

E così può anche succedere che ti tocca fare il commento al campionato sulla rivista più popolare, ma nessun editore può impedirti di cominciare così il tuo articolo: “La Fortitudo che nel cuor mi sta….” anche quando milita in A2 e devi parlare della lotta per lo scudetto. Prima viene il cuore, poi la cronaca.

Non è sport, non solo. Non è tifo, non solo. E’ famiglia: non te la scegli, ci nasci.

Un invito di due giorni. Agli sgoccioli del secondo, l’amico ha chiesto se si può trattenere anche per il fine settimana. Ne vuole approfittare per vedere ancora alcune cose, c’è una mostra interessante in giro, degli acquisti da completare, e poi la primavera è bella in qualsiasi città se per un po’ non si ha niente da fare. Desidera ricambiare: ospiti a casa sua la prossima estate. Abita al mare dove ci si era conosciuti. Il tutto a saldo di una vecchia amicizia alimentata per anni con qualche telefonata di auguri e con una assidua frequentazione sui social. Poi, con l’occasione di una visita medica o di un colloquio di lavoro fuori regione, in un mese anonimo si è ricevuta una telefonata. L’opportunità di rivedersi è stata trasformata in un invito: “vieni a casa mia”.

Il primo giorno è andato tutto bene. Si sono riepilogate le cose fatte “dall’ultima volta” scandendo ad alta voce la sceneggiatura dei principali eventi già pubblicati su Facebook. Praticamente, una seconda edizione riveduta e corretta della propria vita. Si ha anche un’infarinatura dei rispettivi amici, così non occorre disperdersi in pettegolezzi sbagliando l’intreccio di nascite, fidanzamenti, rotture e avanzamenti di carriera. La conversazione si brucia in fretta. Avanza molto tempo. “Sei sempre lo stesso”.

“Anche tu non sei cambiato. Ma che bella casa”. Gli si presta il letto, ci si arrangia sul divano. Quando esce per il suo impegno, occorre già rimpolpare il frigo. Birre e cibi pronti. Lui non ha portato niente ma ha promesso una cena la sera prima di partire. Il ristorante lo sceglie chi è del posto. Non è una cosa di gran gusto, ma ha i suoi risvolti pratici: forse si evitano fregature e non si mette in imbarazzo l’ospite sottoponendolo a una spesa inadeguata all’ospitalità che gli è stata riservata.

Nell’attesa che l’amico riparta, si rimpiangono le comodità perdute della monogamia. Il letto anzitutto e la rigida flessibilità dei suoi orari, i suoi personalissimi difetti di mobile viziato. Alzarsi senza lo scrupolo di far trovare pronta la colazione continentale. Stare in bagno per i soliti tredici minuti, ma senza l’impressione che siano troppi. Non potersi permettere la propria riposante trascuratezza. Costretti a far tutte le cose più in fretta o più lentamente del solito. Tra amici, dovrebbero essere solo paranoie. Tranne una: avere perduto la possibilità di stare in silenzio per lasciare cadere il segnale nel vuoto. Finalmente ci si accorge di non esserne capaci, né da soli, tantomeno in compagnia di un’altra persona. E’ un jet lag esistenziale per cui l’amico andrebbe ricoperto di baci e di doni.

Quando i bagagli sono pronti, ci si sente un po’ in colpa per quei brutti pensieri e per non avere fatto abbastanza. Si preferisce non accompagnare l’amico alla stazione per scansare saluti commossi. C’è reciproca comprensione: l’amico prolunga il commiato con una passeggiata in compagnia della sua valigia.  Il treno parte dopo alcune ore.

L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.