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Maggio 2019

Il valico appenninico del Passo della Futa (Comune di Firenzuola-Fi) separa la vallata del fiume Santerno da quella del Mugello. Fino al 1361 (apertura dei collegamenti al passo del Giovo) è stato per la Toscana l’unico punto di accesso alla Romagna. Durante la seconda guerra mondiale rappresentò uno dei più importanti  caposaldi tedeschi della cosidetta Linea Gotica. Dal 1969 ospita il cimitero militare germanico più grande d’Italia. Da Bologna è raggiungibile attraverso la strada provinciale 65. Chi parte dalle località dell’alto Reno deve invece risalire quattro valli: Reno, Limentra, Brasimone e Setta. 

Da Porretta Terme si prende la SP 52 che porta a Castel di Casio nella valle del Limentra. Si prosegue sulla strada per il Lago di Suviana e poi, in successione, Badi, Baigno, Barceda e Passo dello Zanchetto, crinale che separa la valle del Limentra da quella del Brasimone. Qui, dopo un breve pianoro, si scende al Lago Brasimone e, proseguendo in discesa, a Castiglione dei Pepoli, nella valle del Setta. Usciti dal Paese si prende a destra la SP8 direzione Passo della Futa. Il primo borgo che si incontra è Ca’di Landino passato alla storia per essere stato, negli anni 20 e 30 del 900, il campo base delle centinaia di operai che scavarono le gallerie della linea ferroviaria “direttissima” tra Bologna e Firenze. Gli operai, alloggiati in decine di baracche, inizialmente di legno, poi in muratura, scendevano nella zona di scavo attraverso due “pozzi” lunghi circa 570 metri per un dislivello di 267 metri. Alla base dei due pozzi fu realizzata una stazione ferroviaria interrata, raggiungibile attraverso 1863 gradini, denominata “precedenze”, in funzione fino alla metà degli anni 60.

Dopo qualche chilometro, attraversata Baragazza, si incrocia la strada che porta al Santuario di Boccadirio. Una bella Chiesa a tre navate realizzata alla fine del 1500 per celebrare “l’apparizione” della Madonna a due giovani pastori del paese. 

Rientrati sulla strada provinciale si prosegue in discesa per Roncobilaccio, borgo molto conosciuto a causa dell’omonimo casello autostrade sulla A1 e della nota citazione contenuta nel testo della canzone “Bomba o non bomba” di Antonello Venditti. La discesa finisce sotto un grande viadotto autostradale. Da qui inizia l’ultima salita per la Futa. 

L’ultimo presidio emiliano prima di entrare in terra toscana è San Giacomo, moderna ed accogliente frazione di Castiglione dei Pepoli, passato il quale, dopo quattro chilometri si arriva alla intersezione con la SP59 di Bruscoli. Qui la segnaletica stradale ci dice di girare a destra. Qualche minuto di pedalate e, quasi all’improvviso, appare l’imponente profilo del Cimitero militare germanico, opera dell’architetto Dieter Oesterlen, inaugurato il 28 giugno 1969. Si estende su 12 ettari ed accoglie 30.683 salme, provenienti da 2.069 comuni italiani. 

Passato il cimitero si arriva alla rotonda che raccorda il trivio Bruscoli-Futa-Firenzuola/Mugello, dove, sul muro di contenimento, sono apposte tre grandi targhe di bronzo. Una è dedicata al “Leone del Mugello”, Gastone Nencini, mitico passista-scalatore, vincitore di un Giro d’Italia (1957) e di un Tour de France (1960). 

Ancora qualche centinaio di metri e finalmente si può traguardare il Passo della Futa sulla strada voluta e realizzata, nel 1759, dal granduca Francesco di Lorena per collegare Firenze a Bologna, il sud con il nord. Il Passo è presidiato dal 1890 da un albergo-ristorante gestito da molti decenni dalla famiglia di un ex ciclista professionista, Vittorio Poletti, originario di Poggio Renatico, ottimo “gregario” del grande Gastone Nencini. 


Ci sono storie che dovremmo leggere con attenzione e rileggere.  Perché il bene è contagioso e fa stare meglio.

Parlo della storia del signor Romano di 84 anni che vive nella piccola frazione di Consuma, sul crinale del passo a metà tra le province di Arezzo e di Firenze, che ha deciso di aiutare un piccolo amico speciale, Jaffer di sei anni, non vedente.

Il padre, taglialegna macedone, ogni mattina all’ alba deve andare nei boschi e non può accompagnarlo a scuola,  la madre non ha la patente e lo scuolabus che ogni mattino porta i bambini del suo paese e i suoi due fratelli a Pelago, dove si trova l’istituto, non ha il servizio di accompagnamento per minori disabili. Nonostante questo però Jaffer a scuola ci va ugualmente. Grazie al signor Romano.

Jaffer è  non vedente dalla nascita, la sua famiglia è emigrata dalla Macedonia per curarlo e il destino ha voluto che andasse ad abitare a pochi metri dalla casa del sig. Romano.

“Vedevo quel bambino cieco, lo guardavo e mi veniva da piangere. Pensavo che per lui sarebbe stato impossibile vedere il sole, la luna, le stelle, il mare, la bellezza di questi boschi, il volto dei suoi fratellini, quello dei suoi genitori. È stato lì che è scattato qualcosa dentro di me. Dovevo aiutarlo ad andare a scuola”

E così, ogni mattina, alle 7.30, mette in moto la sua auto e parte verso valle, dove si trova la scuola di Jaffer. 
Nel pomeriggio, al termine delle lezioni, lo va a riprendere e lo riporta a casa.  60  chilometri al giorno di curve e tornanti per cinque giorni a settimana. 

 
 “Il mio sogno è che questo ragazzino un giorno possa vedere la bellezza del mondo, immagino un momento, prima o poi, in cui lo chiamerò da lontano e lo vedrò correre allegro e felice verso di me, per abbracciarmi”

Una storia di autentica generosità, semplice, ma che in tempi bui come questi, brilla enormemente.

Grazie signor Romano!

Certo chi si trovasse a passare in via Altabella ricordando com’era in tempi nemmeno tanto lontani (quando, per intenderci, l’unica chiazza di chiarore nelle fredde notti nebbiose era data dalla lanterna che illuminava la porta dell’antica Osteria Faccioli una delle più belle e vere  rimaste in città e di cui abbiamo parlato il 31 gennaio) potrebbe non ritrovarcisi tante sono le luci, ed i dehors, che sottolineano la presenza di locali, bistrot, birrerie, ristorantini, pizzerie, format pseduo caserecci che si susseguono senza, quasi, soluzione di continuità tanto da renderla, la strada, senz’altro più animata e alla moda ma anche, forse, meno affascinante (siamo pur sempre nella via dell’Arcivescovado, a due passi da piazza Maggiore e proprio dietro la cattedrale di San Pietro).

Come spesso accade in situazioni similari, non tutto è consigliabile in questo ennesimo e modaiolo distretto del food che si snoda tra una prosciutteria ed un pasta fresca, un caffè elegante ed una pizzeria, un ristorantino metrochic e quello che potrebbe sembrare un fastfood, una trattoria che vorrebbe essere come quelle di una volta e  …

Tra tutti, a noi piace segnalare il Cocoa Café (via Altabella 14/a), uno dei primi in città a nascere come salumeria/vineria che privilegiava la ricerca e la proposta di prodotti di grande qualità e che fu tra i primi a proporre menù veloci per il pranzo degli impiegati dei tanti uffici circostanti e per gli addetti alle varie attività commerciali dei dintorni. Naturalmente (il proliferare della moda food ha creato infatti una nuova professione che in realtà è sempre esistita, ma ai giorni nostri è diventata imprescindibile tra chi apre un locale sapendo realizzare un’idea vincente, lo lancia creando una fidelizzazione forte nella clientela e poi lo vende riservandosi di ricominciare daccapo in un altro locale, possibilmente non troppo distante dal primo ma proponendo un’idea alle volte completamente diversa e comunque anch’essa vincente) nel corso degli anni il bistrot ha subito una notevole evoluzione. Adesso, infatti, aperto sette giorni su sette dalle 7,30 per la colazione (la domenica a partire dalle 8,00) fino a mezzanotte per il dopocena di noi tiratardi (venerdì e sabato l’apertura si prolunga fino alle 02) attraversando l’ora del pranzo, quello della pausa caffè pomeridiana e quelli che rappresentano ovviamente il clou per un locale del genere e cioè l’aperitivo e la cena veloce, è di certo pensato e strutturato per una clientela giovane, trendy, indaffarata e modaiola. Il servizio è veloce, informale ma attento, e la scelta delle portate e delle proposte alcoliche è assai varia e di buon, se non ottimo in certi casi, livello.

Per pranzo o cena, ad esempio, sarà possibile orientarsi su piatti tradizionali (tortellini, lasagne, carbonara, amatriciana, tagliatelle), proposte più veloci e meno impegnative (insalate con straccetti di pollo o salmone o tonno, hamburger, panini anche vegetariani, i soliti taglieri) ma anche piatti più inventivi e completi (come, ad esempio, una buona tartare su zucchine marinate al lime, crema di patate allo zafferano e senape di Dijone) mentre tra i cocktail la fanno da padrone quelli più in voga tra una clientela come detto giovane ma consapevole (mojito e caipi qualcosa in varie versioni, al cocco, alla fragole, al frutto della passione o alla liquirizia) ma sarà possibile trovare (non lo avevo detto prima, ma dietro il banco può capitare di trovare Fabio Brunetti che noi seguiamo dai tempi del CaffèDelleErbe di cui abbiamo già parlato, e dei container, quest’anno dismessi, del GuastoVillage:e che adesso, dopo una breve parentesi al Boavista di via CesareBattisti, abbiamo ritrovato disinvolto padrone di ottimi cocktails di sapiente inventiva e buona professionalità) anche i classicissimi come l’Alexander e il BlackRussian, il Daiquiri e lo Stinger, il BourbonSour o il WhiteLady. E visto che anche la cantina, di poche etichette ma di buone case (tra le altre ed oltre alla discreta Corte D’Aibo ci piace parecchio l’ottima Terra D’Aligi abruzzese), ci sentiamo davvero di proporre questo Cocoa Café come un’ottima scelta per chi volesse profittare di un locale che garantisce anche nei momenti di maggior confusione, pensiamo specificamente al weekend, una sosta di buona qualità subito al di fuori delle rotte della pazza folla.

Ossigeno, sospensione, immersione, spinta, scivolamento, apnea, controllo del galleggiamento, sordità, vista alterata, riemersione, bacio veloce al blocco di partenza – se fossimo in un film -, respiro, recupero; e di nuovo. Allenarsi è adattare il corpo a sopportare stress crescenti. Una forma di attesa verso la resistenza, una resistenza fatta di attesa. Relazione biunivoca viziosa se l’obiettivo è la prova costume a Lido di Savio il primo sabato di maggio in cui non pioverà.

A un certo punto non si ha più voglia di andare in piscina. Ci si è dati un obiettivo insuperabile, e gli obiettivi sono insuperabili quando ci si accorge che sono sottesi da bugie raccontate con molta convinzione. Si sono provati due metodi per affrontare le vasche a stile libero in multipli di otto:  contate dalla prima all’ultima, o viceversa, dall’ottantesima alla prima. E’ stato utile per scoprire se si ha l’indole degli scalatori o quella di flagellanti in attesa della fine.

Quando si rinuncerà, ci si chiederà se si amava o se si detestava quello che si stava facendo. E’ il migliore traguardo. Per chi va in tachicardia davanti a un piatto di tagliatelle o per i bradicardici da divano, arriverà il momento di mettere il cardiofrequenzimetro dentro a un cassetto. Si osserverà lo scorrere della sabbia dentro alla clessidra, la cui ondulazione sarà interessante come quella dei fianchi di una donna in buona salute.  Finalmente incapaci di reggere le sfide, perché le sfide per obiettivi futili costano fatica. La prova costume si è già affrontata inconsapevolmente in quelle serate nebbiose di novembre in piscina, seguite da un pasto di consolazione ipercalorico e dall’insonnia prodotta dall’adrenalina in circolo.

La conclusione dell’anno sportivo segna il time out dei buoni propositi. Sia l’occasione per accettarsi: normali, né poeti del corpo né atleti dell’anima. E’ già difficile avere un corpo e un’anima. Figurarsi il resto.


L’immagine è di Lorenzo Rondali.

Dicono che siamo come due gocce d’acqua. Dicono che più si va avanti e più i problemi diventano grandi. Dicono che avremo solo 18 estati insieme e poi scapperai via. Dicono che i secondi figli crescono più in fretta. Dicono che i dolori, le urla, i panni sporchi e i compiti non fatti si dimenticano. Dicono sia un amore che non si può misurare.

Nessuno dice come farlo. Nessuno dice perché farlo. Nessuno sa come sia prima che lo faccia. La mia verità è che non mi sono mai sentita meglio. Non mi sono mai sentita più realizzata, più amata, più apprezzata. Ci saranno altre mille ragioni per sentirmi così, ma la verità è che tu, amore mio, mi fai completa. Tu mi fai sentire Mamma, mi fai sentire Donna, mi fai sentire realizzata.

Grazie e te! e grazie al tuo papà (una piccola parte dovremo pur riconoscergliela).

Buona festa a tutte le Mamme!

Prodromo.

“Matematica discreta”  di Seymour Lipschutz della collana Schaum (lo studio dei sistemi finiti fondamentale nell’era dei calcolatori) lo compravi da Pitagora; se facevi Ingegneria, in via Saragozza, mentre se facevi Fisica o Matematica, in via Zamboni che era dove adesso c’è “Al Risanamento” (bottega prima, bottega dopo), l’imperdibile enoteca di Francesco Barsotti.

Postulato ed Assiomi. Il primo anno e mezzo di università, passato tra Ingegneria, una breve parentesi a Fisica per poi finire a Matematica senza che nessuna di queste esperienze avesse un seguito, è quello che, anche se allora non avrei potuto immaginarlo, ha indirizzato la mia vita (la mattina della prima lezione di Ingegneria, ero iscritto ad Elettronica, alle 9 c’erano seicento persone accalcate sui gradoni dell’aula Magna di Viale Risorgimento; trovato un posto defilatissimo, mi scappò detto “… quanta gente … e non c’è nemmeno una ragazza …”. Chi mi rispose che gli studenti arrivavano alle sette per trovare un posto centrale e vicino alla cattedra e che invece un paio di ragazze c’erano ma l’anno prima davvero non ce n’era nemmeno una, era Gughi. Trovai così un amico e chi mi rimise in contatto con la colonia di pescaresi alcuni dei quali, Mariano, Piero, Peppe, conoscevo già dalle elementari e medie).

Lo so, con il senno di poi la domanda dovrebbe essere perché tanta perseveranza sfociante nella cocciutaggine. Il fatto è che a me la pura speculazione matematica apparentemente fine a se stessa, è sempre piaciuta e “mi veniva pure bene”; il problema è che altrettanto mi piaceva, e pure questo regalandomi soddisfazioni, l’approccio alla letteratura ed all’umanesimo in generale. Erano però gli anni in cui per una famiglia che “… per quanto grande fosse aveva in me il primo che studiasse … (chiedo perdono per la citazione arrangiata) laurearsi in una materia scientifica lasciava presagire il mitico posto fisso. Avessi comunque continuato ad abitare a Perugia, credo che una bella e sudata laurea in lettere Moderne sarebbe stato il futuro più certo. Tornammo però a Bologna dove già Andrea, mio cugino, studiava Ingegneria e quindi … Al cuore però (e per una volta alla ragione) non si comanda e così alla fine Lettere e DAMS furono.

Enunciato. Quanti ricordi, questi appena raccontati, indotti dalla lettura di “Storia umana della matematica” e “Almanacco del giorno prima”  di Chiara Valerio (matematica, redattrice di blog, di Amica e di Robinson di Repubblica, scrittrice per teatro e radio, sceneggiatrice di “Mia madre” di Nanni Moretti e de “La tenerezza” di Gianni Amelio, direttrice culturale di “Tempo di libri”  la fiera del libro milanese).

La matematica, infatti, intesa sia come risposta alla domanda fondante “…se la letteratura nasce quando qualcuno urla al lupo e il lupo non c’è, e la fisica inizia quando qualcuno capisce come accendere il fuoco strofinando le pietre, la matematica quando nasce? …”  (e la risposta potrebbe essere che “… la matematica nasce perché gli esseri umani sono fatti della stessa sostanza di cui è fatto il tempo …”) è la base formante della scrittura della Valerio.

E se, nella “Storia umana …”, la Valerio per rispondere alla domanda avvincente e vertiginosa sulla nascita della matematica prende a modello le vite di sette matematici (János Bolyai che risolse il problema delle parallele grazie alle intuizioni del padre Farkas Bolyai anch’esso matematico; Mauro Picone; Alan Turing, lo svelatore di Enigma; Norbert Wiener, padre della cibernetica; Lev Landau, fisico e matematico che fu salvato dopo un incidente oltre che dall’intervento al suo capezzale dei migliori medici da quello dei fisici più preparati di tutte le Russie) perché “… la matematica è una forma di immaginazione che educa all’invisibile e ripercorrere le vite di chi ha così esercitato la fantasia ci permette quella grammatica che descrive e costruisce il mondo …”, nell’ “Almanacco …” racconta la storia di Alessio Medrano che “… da bambino costruiva tabelline con i sassi e controllava, da un anno all’altro  che dall’elenco del telefono non fosse scomparso nessuno …” e che oggi a trentacinque anni sul comodino conserva una copia della “Matematica discreta” di Lipschutz (ecco la farfalla che ha battuto le ali) e della matematica ha fatto un mestiere e sta creando un fondo finanziario molto conveniente: compra, per poi rivenderle, le polizze di clienti che non vogliono più pagare la propria assicurazione sulla vita. O non possono. È un investimento sicuro perché “… le persone si fidano di me perché dico loro una cosa che già sanno, e cioè che tutti muoiono …”. Ma più che di morte, Alessio preferisce parlare del tempo che rimane (“… il tempo è fatto solo di tempo, lo spazio solo di spazio, l’amore solo di amore: grandezze omogenee …”). Solo che le vite non sono tutte uguali e non tutti i rischi possono essere previsti. Quando si trova a contrattare la polizza di Elena Invitti, nell’equazione compare l’incognita per eccellenza: l’amore (“… quando Janak gli avrebbe domandato chi fosse per lui Elena Invitti, Alessio, con un tono nostalgico, passato, anzi trapassato, col tono di chi fosse stata per lui Elena Invitti, avrebbe risposto compunto che la domanda era mal formulata, e che di certo al chi non avrebbe saputo rispondere. Avrebbe potuto tuttavia essere chiaro sul quanto fosse stata per lui Elena Invitti, ecco a questa domanda avrebbe potuto rispondere facilmente. Tutto, dove Tutto, come spesso nelle cose umane, significa Molte cose …”).

Teorema. Leggere Chiara Valerio mi ha riportato alla matematica della mia giovinezza, al senso di genio, di gratitudine e di gioco che sempre dovrebbe accompagnare lo studio. Allo stesso tempo, e più maturamente forse, mi ha fatto riassaporare le stesse sensazioni ed emozioni vissute, da lettore, quando incontrai per la prima volta Aldo Busi ed il suo, primo per me allora, “Cazzi e canguri, pochissimi i canguri” (dopo vennero per me lettore molti altri tra cui il “Seminario sulla gioventù”)). Libri che, pur dicotomici con questi della Valerio, mi fecero pensare, allora, la stessa cosa che ho pensato con invidia ora: ma quanto scrive bene questa.

Come nasce il progetto “Parliamone Ora”

Obiettivi e progetti di “Parliamone Ora”

I prossimi passi di “Parliamone Ora”

Da sapere: “Parliamone Ora” è una rete di studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione. Qui il link al sito internet: http://www.parliamoneora.it/

Dario Braga – promotore e primo firmatario dell’appello “Parliamone ora – è Professore Ordinario di Chimica presso il Dipartimento di Chimica Ciamician dell’Università di Bologna. Dal 2001 al 2006 ha diretto il Collegio Superiore e dal 2006 al 2009 è stato Direttore dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Dal 1998 al 2003 è stato membro dell’Osservatorio della Ricerca dell’Università di Bologna. Dal 2009 al 2015 è stato Prorettore alla ricerca dell’Università di Bologna. In questo periodo ha ricoperto il ruolo di Vice Presidente del Consorzio ASTER e quello di Presidente del Consorzio T3LAB tra l’Università di Bologna e Unindustria Bologna. Dal 2015 è Presidente dell’Istituto di Studi Superiori e Direttore dell’Institute of Advanced Studies.

Intervista a cura di Liliana Longoni e Alessio Vaccaro

Circa 55 chilometri separano Porretta Terme da Bagni di Lucca. Un ciclista medio impiega non più di tre ore di viaggio per l’intero percorso. Altrettante al ritorno. La fatica è ampiamente compensata da ciò che si può incontrare, vedere e scoprire. Intanto una storia termale bimillenaria, parallela a quella di Porretta, declinata alla maniera “toscana” con modalità e forme del tutto proprie ed originali. Poi antichi borghi medievali aggrappati ai monti e ad un tempo che sembra essersi fermato. Infine una natura selvaggia, bizzarra, decisamente sorprendente.

Il viaggio inizia da Porretta Terme verso Ponte della Venturina, Molino del Pallone, Pracchia, Ponte Petri. All’incrocio con la statale per l’Abetone si gira a destra verso Campo Tizzoro e il Passo dell’Oppio.

Una volta arrivati sul Passo suggerisco una breve deviazione a destra sulla strada che porta all’antico borgo di Gavinana. Il luogo è passato alla storia per essere stato il 5 agosto 1530 il campo di battaglia tra le milizie della Repubblica Fiorentina, guidate da Francesco Ferrucci, e quelle dell’imperatore Carlo V, conclusasi con la sconfitta dei primi. Francesco Ferrucci, già ferito e prigioniero, fu ucciso dal generale Fabrizio Maramaldo, pronunciando la famosa frase “Maramaldo tu uccidi un uomo morto! “.

Si scende a San Marcello pistoiese da dove si riprende la strada statale in direzione di Lima, borgo che prende il nome dall’omonimo torrente affluente del Serchio.

Giunti al trivio si prosegue a sinistra sulla statale dell’Abetone in direzione Lucca. Il primo Borgo che si incontra è Popiglio, un tempo rocca fortificata a lungo contesa tra Lucca e Pistoia, dove si può ammirare la  bella chiesa romanica di Santa Maria Assunta, risalente al 1272.

In prossimità di Popiglio troviamo il ponte sospeso che collega i due versanti della valle. Sullo sfondo l’Abetone ancora innevato. 

A Tana Termini finisce la provincia di Pistoia ed inizia quella di Lucca. A fianco di una imponente Cava di pietre si snoda una stradina che sale a Lucchio, antico Borgo medievale, arroccato sull’omonimo monte. 

Poco prima di Bagni di Lucca incontriamo lo spettacolare scenario fluviale creato dall’azione erosiva del torrente Lima: canyon, vasche naturali, fondali immacolati, acque trasparenti. 

I Bagni di Lucca erano già frequentati ai tempi degli antichi romani. Pare che i primi triumviri (Cesare, Pompeo, Crasso) dopo essersi spartiti il mondo si siano presi un relax termale proprio da queste parti. Nei secoli bui del medio evo ci fu un nuovo inizio grazie all’intervento e alle opere di Matilde di Canossa. Sempre una donna, Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone e principessa di Lucca e Piombino,  trasformò, ad inizio 800, i bagni locali in una stazione termale di rango internazionale.  Dopo il un Congresso di Vienna, ironia della sorte, Matternich e sette sovrani tedeschi trascorsero qui un breve periodo di riposo. Nel 1839 fu inaugurato, primo caso nel mondo, un Casinò. A seguire la prima Chiesa Anglicana in Italia, il cimitero inglese, il Club des anglais. Nel 1886 fu realizzata la prima illuminazione pubblica alimentata da elettricita’. Nel 1910, per iniziativa del baronetto inglese Sir Francis Vane, la prima associazione scout italiana. Insomma un luogo dove è passato un bel pezzo di storia italiana ed europea. 

Ingredienti per la base:

  • Farina 250g
  • Farina mandorle 50g
  • Burro 125g
  • Uova 4
  • ( 3 Rossi – 1 uovo intero )
  • Zucchero 100g
  • Lievito x dolci 5g
  • Vanillina 1 bustina
  • Limone grattugiato
  • Sale un pizzico

Ingredienti per la crema:

  • Namelaka
  • Cioccolato bianco 100g
  • Latte 50 g
  • Panna 100g
  • Colla di pesce 5g

Per decorare:

  • fragole ( o frutti di bosco )
  • Fiori eduli
  • Gocce di cioccolato
  • Palline di zucchero argentate
  • (Oppure a piacere ciò che più preferite)

Procedimento per la crema:

Preparare la crema, mettere la colla di pesce a bagno in acqua fredda, sciogliere a bagnomaria il cioccolato (senza che l’acqua bolla); a questo punto mettere la colla di pesce nel latte tiepido e versarlo nel cioccolato mescolando con un mixer a immersione; far frullare un po’ senza montare aggiungere la panna fresca a temperatura ambiente; mescolare e poi filtrare con un passino; versare in una ciotola e mettere in frigorifero per 24 ore. Prima di usarla montarla nella planetaria (il risultato deve essere una bella crema spumosa ma ferma e soda).

Procedimento per la base:

Montare il burro con lo zucchero (molto bene); unire le uova una alla volta delicatamente, la buccia grattugiata, il pizzico di sale, la farina unita al lievito e poi lavorarla un poco; metterla sul tavolo e continuare per pochi minuti ad assemblarla senza scaldarla troppo con le mani; rotolandola e – se serve – unire pochissima farina. Mettere in una ciotola coperta e far riposare in frigorifero.

Dopo il tempo di riposo stendere la pasta con il matterello direttamente sul foglio di carta da forno raggiungendo uno spessore di circa 3mm; ritagliare la forma desiderata (noi abbiamo fatto dei cuori), bucherellare con la forchetta e poi coprire le parti più esposte con altra carta forno (tipo gli angoli ) e cuocere a forno caldo a 160 gradi per 12-15 min. Deve risultare cotta ma non scura. Toccare solo fredda per evitare che si rompa (da calda è molto fragile). Una volta raffreddata la base è possibile comporre la torta: sulla base aggiungere ciuffi di crema namelaka (potete anche farcire a piacere con crema al mascarpone, crema al formaggio etc.); appoggiare l’altra base, aggiungere altri ciuffi di crema e completare con fragole, decori vari e i fiori. Noi abbiamo messo anche piccoli cuori di pasta con pasta di zucchero rossa.

Auguri e viva a tutte le mamme del mondo da G&G

All’insonnia è gradita la lettura dei romanzi di un autore che finalmente viene a presentare la sua ultima opera nella libreria di una città vicina: per arrivarci, il treno, un autobus e poi camminare un po’. La vita sociale è silente da anni, come quella dei personaggi descritti nei libri. Per andare alla presentazione occorre solo chiedere un permesso dal lavoro e incrinare leggermente la routine con una ricerca degli orari dei treni su internet. Via libera per il permesso, vista la buona condotta professionale; qualche impacciato timore a prenotare il biglietto online, come se affezionati autismi volessero posticipare quell’incontro. Il personaggio dell’ultimo libro tiene buona compagnia anche di giorno: conoscere l’autore è fantasticata come una forma di terapia. Diciamola tutta: ci si è invaghiti delle parole che hanno dato un corpo e un senso a quella voce interna che latita.

Dalla vetrina si vede la saletta: una quindicina di sedie pieghevoli aperte, quelle utilizzate nelle sagre paesane, la scrivania rivolta contro gli scaffali, sopra una bottiglia d’acqua con la marca girata, due bicchieri di vetro, alcune copie del libro sparpagliate, altre di riserva impilate e un po’ nascoste.

Poco alla volta le sedie vengono occupate in modo alternato, come caselle dello scacchiere: un piccolo urto con la borsa può valere come uno scacco al re o alla regina, e tocca scusarsi o scambiare due parole di circostanza. Annuncio di leggero ritardo: l’autore ha avuto un contrattempo col treno. Forse è in un’altra città: il tabellone degli arrivi segnava poco fa il perfetto orario di tutti i convogli.

Arriva quando sono tutti seduti. Apre la porta cedendo il passo a una donna non più giovanissima, non più bellissima; un biondo svanito come di guerra fredda. Ha la grazia della stanchezza di chi ha già vissuto dentro a tre o quattro novelle. Si accomoda in prima fila: musa probabile, oggetto di esegesi silenziose tra il pubblico composto. L’autore scambia qualche parola col libraio: sono dovute cortesie e ringraziamenti. Poi si siede, saluta brevemente, risponde alle domande di un giornalista che ha la stoffa per le parti difficili: riesce a fare apprezzare l’opera ma non incensa l’autore, mette in luce dando nitide pennellate alle zone d’ombra. Quasi meglio dell’autore. I presenti già nostalgici prima che tutto finisca.

Tra lo scricchiolio delle sedie che vengono ripiegate, un attimo distratti dalle luci che sotto il portico si accendono dipingendo riflessi sul volto dei passanti, si forma una piccola fila alla scrivania. La musa si allontana di qualche metro, guarda i volumi sui ripiani con le mani affondate nelle tasche del cappotto. C’è sempre chi si dilunga e ha qualcosa da dire, o peggio, da proporre all’autore. Il libro lo si aveva già, si torna a casa con una firma, non si è riusciti a dire nulla se non il proprio nome.

(La foto è di Lorenzo Rondali)

 “Mi hanno tolto l’apparecchio acustico e non sento quasi niente. Mi hanno tolto la dentiera, mi danno da mangiare dei frullati, e non sento quasi più nessun gusto. Ho le sponde al letto, mi fanno scendere qualche volta.  Ma sai cosa faccio? Chiudo gli occhi e sogno”.

Voce da una casa di riposo. Una delle tante delle nostre parti o di altre parti, non importa. Ovviamente sarà tutto regolare e sarà tutto da protocollo ma se una signora di quasi cento anni ha ancora ragione e sentimento, parola e discernimento perché non darle le ore di relazione sociale?

Se la casa è di riposo deve essere anche “casa” e deve consentire il “risposo” dell’età maturata non il riposo forzato del giorno uguale all’altro, riposo è anche rapporto con sé stessi oltre che sonno, sicurezza e sopravvivenza. La casa di risposo non può e non deve essere solo sopravvivenza.  A sé stessi e agli altri.

Ha ragione Papa Francesco: dobbiamo occuparci di più e meglio degli estremi della vita, all’inizio quando i neonati diventano bambini, quando i bambini diventano ragazzi e giovani e poi uomini, con una sistema di presenza prima ancora che assistenza. Presenza della società e dello Stato, presenza delle istituzioni pedagogiche ed economiche come quelle familiari e sociali. Dove sono i luoghi di aggregazione? Come sono diventati? Chi li ha in gestione e in cura?

Una volta questo Paese aveva un sistema di case per i giovani e case per gli anziani variamente distribuito e gestito da istituzioni diverse tra pubblico e pubbliche assistenze o privati generosi. Ora è diventato tutto economico. Le case per anziani erano spesso strutture lasciate da ricchi imprenditori o mecenati e agivano su base di accoglienza e di assistenza a livello umano e spesso religioso.

Ora anche qui è tutto o quasi economico. Tanto paghi tanto sei servito. Poco paghi poso sei servito. Anche una casa di riposo è diventata una azienda e quindi deve dovrebbe rispondere a criteri di economicità e redditività.

Per carità, princìpi giusti sulla carta, ma senza togliere la dentiera a una signora che magari vorrebbe togliersi lo sfizio di masticare una patata lessa o un pezzo di pane tenero, senza togliere l’apparecchio acustico per consentirle di ascoltare cosa dice la vicina.

L’economicità non può mangiare l’umanità. Diamoci una mossa: i giovani e gli anziani sono un patrimonio dell’umanità. Più di un ponte, più di un portico, più di un castello. Facciamo qualcosa per riconoscerlo, cerchiamo una strada, una regola, un comportamento per riconoscere il primato dei sentimenti sulla schiavitù dei denari.

Onore alla Fortitudo (che ha dominato il proprio campionato, campionato che, al netto delle avversarie alle volte di pochezza imbarazzante, facile non è e che, in sovrappiù, si è annessa la finora inedita finalina da ne resterà una sola con la VirtusRoma vincitrice asfittica dell’altro versante), ma onore ancor più grande alla Virtus (Bologna questa volta) che ha stravolto ogni pronostico ed ogni gerarchia andando a prendersi in trasferta, prima a riuscirci nella storia ancora imberbe della competizione, quella Basketball Champions League che negli intendimenti della gran casa madre, la FIBA, dovrà appaiarsi, se non sostituirsi, in tempi ristretti alla Euroleague, la balena bianca che riempie gli incubi ed i progetti dei componenti il gran bord con sede a Monaco di Baviera.

Adesso però che hanno adempiuto al proprio dovere, la F, o scavalcato le proprie possibilità, la V (già sento le prefiche alzare il proprio lamento “… ecco che ci siamo, il solito bolognese che sente odore di tappo anche nello champagne più pregiato …”), è già tempo, più che di analisi e conclusioni, di futuro.

Ma come, nemmeno il tempo di festeggiare le bacheche finalmente riaperte, di assaporare e celebrare in toto le imprese appena compiute, che già c’è chi pensa ad azzerare il tutto per ricominciare?

Pur non volendo in alcun modo misconoscere o sminuire l’importanza dei risultati raggiunti dalle due formazioni di BasketCity (per una volta sì, diciamolo senza vergognarci e a piena ragione), è già ora, infatti e per entrambe, di pensare seriamente al ciò che verrà.

Partendo con l’analizzare la Virtus (noblesse oblige) il raggiungimento dei playoff, lo avevamo già affermato in tempi non sospetti, non lo abbiamo mai ritenuto un obbiettivo fondamentale per la crescita e l’affermazione della squadra anche se, ce ne rendiamo conto, dal punto di vista del tifoso puro e semplice rientrare nel novero delle prime otto del campionato avrebbe potuto essere inteso come un avvicinamento allo status di grandeur di un tempo. Personalmente però, e ritenendo in ogni modo la squadra costruita male e deficitaria sotto alcuni aspetti fondamentali (in primis la lampante mancanza di atleticità), abbiamo sempre pensato che conquistare un ottavo posto buono solo ad offrirsi vittima sacrificale nella serie con una Milano assai più lunga, grossa e, vista la fallimentare stagione giocata finora, motivata, fosse inutile e forse dannoso per la crescita dell’autostima di un gruppo che, seppur in minima parte confermato, almeno crediamo, dovrà la prossima stagione effettuare il vero salto di qualità.

 La vittoria folgorante nella Champions, poi, invece di contraddire l’assunto appena esposto, non fa che radicarci ancor più nelle nostre convinzioni.

La squadra è stata pensata e costruita male, corta piccola e leggera, con un tasso qualitativo dei singoli anche alto, ma difficilmente amalgamabile da, appunto, singolo ad insieme e quindi soggetto a sbalzi di rendimento che non garantiscono la continuità necessaria in una serie lunga di partite ad altissima tensione, anche fisica, come sono quelle di playoff. Per dire: la Virtus di quest’anno ha vinto partite difficilissime (il quarto di CoppaItalia contro Milano, le due partite della FinalFour di Anversa) ma sempre e solo partite singole, perdendosi spesso e volentieri nelle pieghe di un campionato lungo e stressante come quello italiano che richiede invece continuità di rendimento fisico, tecnico e, soprattutto, mentale. Meglio, molto meglio quindi, avere un mese e più di tempo per impostare la prossima stagione. Riuscendo, il tempo non andrebbe sprecato, a portare a compimento, si spera definitivamente, il ribaltone societario che dovrà garantire in futuro stabilità, credibilità e competenza tecnica nell’allestimento e nel mantenimento della squadra che verrà. Squadra che ha poche ma buone fondamenta da cui ripartire, intendiamo lo zoccolo costituito da Cournooh, BaldiRossi e, se accetterà un ruolo defilato rispetto a quello fin qui ricoperto, capitan Aradori mentre degli stranieri l’unico da confermare senza indugio ci pare Kravic (che mostra, a prescindere dal buono già dimostrato, ampi spiragli di crescita); degli altri, se non si troverà di meglio sul mercato nei rispettivi ruoli, si potrebbe anche ripensare ai vari Taylor, Mbaye e Martin (anche se tutti e tre molto sottodimensionati rispetto ai pari ruolo in compagini di alto livello). Il resto, e può parere un controsenso parlando di Punter, l’MVP della Champions vinta da capobranco per il secondo anno consecutivo, e cioè guardia, ala piccola e centro titolari e almeno un’ala grande atletica e grossa che possa giocare anche minuti da cinque nonché un cambio del play che possa essere considerato un secondo titolare senza possedere l’ingombrante grandezza decaduta di Chalmers (ormai, per quello che si è visto, un ex giocatore, ma che classe comunque), andrà trovato sul mercato (e avere tempo per muoversi per tempo non ci sembra questa così brutta notizia).

Un ultimo pensiero, infine, va doverosamente rivolto a coach Djordjevic, grandissimo play del tempo che fu, discreto allenatore oggi ancora tutto da scoprire, ma che ha dimostrato una volta di più come il basket, in fondo, sia un gioco facile se lasciato a chi il basket lo conosce per averlo vissuto e non per considerarlo nulla più che un ramo d’azienda.

La Fortitudo adesso. Che ha fatto, meravigliosamente, ciò che doveva e che tutti si aspettavano da lei: dominare il proprio raggruppamento sfuggendo con la sua banda di anziani corsari a ciò che tutti paventavano (e cioè il prosieguo della stagione con gli interminabili e crudeli playoff). Bravi, bravissimi sono stati tutti, i vecchi marpioni (Rosselli, Cinciarini, Mancinelli), i due stranieri di cui si conoscevano pregi e difetti ma che questi ultimi hanno superato (Leunen e Hasbrouk), i giovani in rampa di lancio (Fantinelli, Pini) i peones sconosciuti ma funzionali (Sgorbati, Benevelli, Caputo) fino all’inutile ed impalpabile (ma al cuor non si comanda ed è il bello dello spirito fortitudino, non dimenticare mai nessuno), Delfino.

Anche in questo caso l’ultimo cenno va al coach, Antimo Martino, capace di cavalcare i sentimenti di tutto un popolo con sagacia, preparazione e realismo. E con lui non si può dimenticare il gran lavoro svolto da Marco Carraretto, l’uomo che ha pensato la squadra, non a caso un uomo, e che uomo, di basket giocato e vinto.

A loro due, Martino e Carraretto, il compito più arduo: ricostruire, per una volta si spera lasciando al bando i sentimentalismi inutili, la squadra salvando, di questa, non più di quattro o cinque giocatori e dovendo inventarsi tutto il quintetto.

In ogni caso, e comunque, un consiglio: attenti tutti, le streghe, bolognesi, son tornate.

Nel millennio medievale le vie di attraversamento appenninico si spostarono dalle strade di fondovalle, diventate per lo più pericolose ed insicure, a quelle di crinale e mezza costa. Si viaggiava in quota su percorsi territoriali suscettibili di modifiche ed aggiustamenti continui in ragione dell’andamento dei cicli stagionali, dell’erosione idrogeologica o di altre contingenze particolari. Gli unici punti fissi erano le strutture di accoglienza dei viandanti e quelle di controllo politico e militare dei possedimenti. Dunque ospitali, monasteri, case torri, borghi fortificati. Con l’avvento delle età moderna e contemporanea il fondovalle tornò ad essere l’ambito territoriale preminente per le attività umane e la mobilità. Le vie di crinale e mezza costa persero importanza fino al progressivo abbandono.  Una gran parte di esse continua a sopravvivere anche nei giorni nostri nella forma di sentieri CAI, di itinerari trakking e di strade carrabili minori al servizio delle poche case sparse e dei piccoli antichi borghi nelle sempre più verdi, selvagge e silenziose pendici interne dell’Appennino. Quello che di seguito descrivo è un itinerario ciclistico su alcune di queste antiche strade di mezza costa e crinale. 

Dalla circonvallazione di Vergato, seguendo la segnaletica stradale, si prende la via “Castelnuovo”. La strada è stretta e tortuosa ma di grande impatto. Dopo qualche chilometro si è sul crinale che separa la spettacolare valle del Reno da quella altrettanto spettacolare dell’Aneva. Qualche altro chilometro e si arriva alla Chiesa di Castelnuovo costruita sui resti dell’antico Castello. 

Proseguendo si incontra Affrico, antichissimo borgo medievale la cui pieve è documentata già nell’anno 969.

All’incrocio con la strada provinciale 67 si entra nella valle del torrente Marano (in cui affluisce l’Aneva) per salire a Pietracolora, già antico Castello conteso da guelfi e ghibellini. Da lì si prosegue in quota fino a Canevaccia e Montese (Modena) dove inizia la salita sulla pendice di destra della valle del Panaro per il Monte Belvedere. 

Poco prima della sommità si gira a sinistra su una strada sterrata ciclabile che porta al Santuario di Ronchidoso dedicato alla Madonna degli emigranti. La Chiesa, costruita con il contributo economico degli emigranti locali, soprattutto negli Stati Uniti d’America, fu Inaugurata nel 1906 dal cardinale Domenico Svampa. Ronchidoso è purtroppo noto anche per le 69 vittime innocenti della rappresaglia nazifascista del 1944. 

Il percorso scende a Gaggio Montano nella valle del Silla e da lì a Panigale e poi Castelluccio situato su un crinale che domina le valli del Silla e del Rio Maggiore. All’ingresso del piccolo e ben conservato nucleo storico si incontra un castello dalle forme medievali costruito nel XIX secolo dal filantropo Alessandro Manservisi. Negli edifici attigui è ospitato il Museo Laborantes, gestito dalla associazione locale “il faggio”, che nelle 26 sale museali espone un ricchissimo e raro patrimonio di materiali e collezioni relative  alla vita quotidiana e attività  lavorative delle trascorse generazioni appenniniche. 

Infine si prosegue la salita fino ad un breve sterrato che porta al Santuario della Madonna del Faggio, solitaria chiesa settecentesca all’interno di una densa e suggestiva faggeta. La tradizione dice che nel 1672 un pastorello  vide appesa ad un faggio l’immagine della Madonna che parlava. La devozione popolare fu immediata e nel 1727, a pochi metri dall’albero,  nacque la prima Chiesa.

Certo non aspettatevi di incontrare Jim Jarmush o Steve Buscami, Roberto Benigni o Iggy Pop, Tom Waits o Cathe Blanchett, Alfred Molina e neppure Bill Murray tanto per citare i più famosi. Nessuno di loro, fino adesso si è mai palesato in questo “Coffe & Cigarettes” di via Belle Arti 18 esattamente all’angolo con Centotrecento.

Nessuno di loro, dicevo, c’è mai venuto, ma solo perché nessuno di loro conosce questo posto che, invece, una visita, e più di una, la merita sicuramente. Il nostro “Coffe & Cigarettes”, infatti è solo omonimo (in realtà con la & commerciale al posto della congiunzione and) del film in B/N del 2003 (che in realtà si compone di undici distinti cortometraggi girati nel 1986, 1989 e 1992 con quest’ultimo che vinse al Festival di Cannes per la relativa sezione, e di un ulteriore girato nello stesso 2003 che ne definì la struttura compiuta) anche se lo spirito e l’atmosfera ricalcano quelle dell’originale cinematografico.

Certo l’idea non è nuova. Così di getto e senza bisogno di pensarci troppo vengono immediatamente alla mente altri locali che uniscono bacco & tabacco: innanzi tutto il “Gran Bar” di via D’Azeglio di cui abbiamo recentemente parlato (e che rimane indubitabilmente una delle proposte top per chi ama il buon bere sia esso cocktail, vino o champagne), oppure il “Canton De’Fiori” proprio all’inizio di Indipendenza o ancora il “Bar della Pioggia” in, appunto, piazzetta della Pioggia all’angolo Galliera/RivaReno (e tanti, tanti altri bisognerebbe ricordare).

Ma a rendere vincente il progetto di “Coffe & Cigarettes” contribuiscono sostanzialmente due cose: in primis la location (piena zona universitaria, le facoltà storiche e le BelleArti a pochi passi, brevissima distanza dalle rotte maggiormente frequentate dal popolo della notte come Mascarella, Moline, Marsala e Mentana, ma al contempo discosto dalle zone che più sono concepite nell’immaginario di chi non le frequenta abitualmente come le più degradate e inospitali quali Petroni e SanVitale); la seconda la capacità del locale, grazie alla dedizione ed al lavoro di uno staff davvero motivato e propositivo, di cambiare pelle a seconda dei diversi momenti della giornata (“Coffe & Cigarettes” è infatti aperto tutti i giorni tranne la domenica dalle 8,30 all’1,30). Chiaro, il posto, piccolo e intimo, rimane sempre quello (non si potrebbe, né sarebbe sensato, pensare di cambiarlo fisicamente per adeguarlo alle diverse esigenze). Ma è lo spirito unito alla gentilezza ed al savoir faire di chi ci lavora, e che contagia inevitabilmente il cliente che diventa così ospite estemporaneo, a far sì che si possa davvero viverlo di volta in volta per quelli che sono la colazione o il coffè break di metà mattino, la pausa pranzo con la sua variegata offerta di buoni prodotti da forno o una tranquilla sosta pomeridiana per un altro caffè o magari una bibita o quello che è, inevitabilmente per chiunque ami tirar tardi, il clou della giornata, pardon della serata, e cioè l’aperitivo, un aperitivo decisamente di buon livello, inaspettato in una zona in cui si sarebbe più propensi a ricercare la quantità o l’economicità rispetto alla qualità e che oltre ad una non infinita ma decorosa selezione di gin, rum whisky e vodka può proporre una decina di etichette di vino quasi tutti declinate anche al calice.

Una certezza di vera ospitalità, quindi, che farà passare in secondo piano il fatto di non poter far due chiacchiere con i protagonisti del vecchio film di Jarmush.

Ma poi, chissà, siamo proprio certi che un giorno o l’altro non possa accadere?