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Maggio 2019

Il declino dell’affluenza, come si sono spostati i voti da partito a partito, come votano i ricchi e i poveri, le donne e gli uomini, chi va a messa e chi no. E poi le differenze tra il voto a livello nazionale e quello nelle regioni rosse, in particolare dell’Emilia Romagna. Con quel buco rosso uscito dalle urne del 26 maggio: anche l’Emilia-Romagna è passata sotto il segno del meno. Il Pd è secondo dietro la Lega di Salvini.

L’Istituto Ixè fa la radiografia del voto. Ecco tutte le tabelle che il direttore Alex Buriani ha presentato martedì 28 maggio durante la serata del Tiro dedicata all’analisi delle elezioni Europee. Ognuno potrà andare a spulciare i numeri a caccia di quelle spiegazioni o di quelle curiosità che cerca. Da parte nostra solo qualche flash che può servire come traccia nell’analisi del voto con  lente d’ingrandimento su Pd-Lega.

Sull’affluenza alle urne nulla di particolare: un lento declino sia nazionale che locale, ovviamente più accentuato per le Europee. Ma c’è la grande anomalia del flop emiliano delle regionali 2014 (37 per cento, tabella 4) che, secondo molti, è stato il campanello d’allarme del terremoto a sinistra colpevolmente ignorato sia a livello nazionale sia, soprattutto, locale.

Interessanti le due tabelle (7 e 8) che analizzano lo spostamento del voto dalle politiche di un anno fa ad ora. Viene confermato solo in parte i travaso di voti Pd-Movimento 5 Stelle a testimonianza che i seguici di Grillo si sentono “poco di sinistra” (complessivamente 20 per cento, tabella 12).

Purtroppo ormai noto anche lo spostamento del Pd a “partito della Ztl”, cioè partito che trova sempre più consensi nelle classi più abbienti, più istruite, più anziane (anche se c’è un incoraggiante dato sui giovanissimi, tabella 10). Il problema è politico, è noto sia ai livelli alti che ai livelli bassi del partito: meno note sono i correttivi (di linea, di strategia, di persone) che si possono apportare. Da sottolineare (in questo caso con soddisfazione) che Salvini (che in tutte le tabelle evidenzia una distribuzione omogenea dei suoi consensi) tra i giovani non sfonda. Segnale di speranza: la parte più fresca e mono impaurita della nostra società non ama Salvini-il Truce.

Da studiare le tabelle 15, 16, 17 che riportano i valori assoluti dei voti in Emilia-Romagna. Dall’anno scorso il Pd, da noi, cresce anche in numeri assoluti (a differenza del dato nazionale, con le relative polemiche di questi giorni). Ma non basta: 703 mila voti sono pochi. E pochi sono anche se si somma il resto del centrosisnistra (849mila). A parte il fatto che dai leader politici regionali del Pd non si intravede una strategie di alleanze, comunque sia il Pd da solo sia tutto il centrosinistra sono sotto a Lega o Centrodestra (attenzione nella tabella 16 c’è un errore, il titolo è Totale centrodestra non centrosinistra) . Impressionante l’escalation di Salvini: aveva 116 mila voti 5 anni fa. Ne ha 759mila. Mancano solo pochi mesi per elezioni regionali, pochi mesi per tappare il buco rosso.

L’ultima sezione è quella della fiducia in politici e istituzioni. Non ci sono molte cose da evidenziare. Se non una, abbastanza clamorosa: Salvini riscuote più fiducia (51 per cento rispetto al 47, tabella 23) nelle regioni rosse che non in tutt’Italia. E’ il caso di dire: Allarme rosso.

La Lega è il primo partito in Emilia-Romagna, il PD è secondo non molto distante, ma è sceso dal primo gradino del podio. Possiamo tranquillamente dire che partita per le prossime regionali, è qui tra questi due partiti, anche se da soli non basteranno per portare a casa la vittoria. Dovranno entrambi muoversi in un campo più largo.

Mi pongo alcuni interrogativi in vista dell’appuntamento autunnale delle elezioni regionali. Il primo, se guardo l’approccio alle amministrative da parte del Partito Democratico, è stato quello di trincerarsi sotto il “cappello” del civismo, tant’è che la maggioranza delle liste di centro-sinistra ha rimosso il simbolo del PD. Questo ha lasciato in mano il profilo identitario al candidato e alla sua lista. Giusto? Tatticamente nel breve periodo sì, nel medio lungo non credo e mi spiego. È vero che molte candidature sono nate in mezzo o addirittura prima delle primarie di marzo, quando ancora si dubitava delle possibilità di rimanere in vita del partito, però il rischio che si corre è quello essere esclusivamente il “partito dei sindaci”, ai quali magari nel frattempo è chiesto di governare i propri territori. Di questi tempi un gruppo dirigente riconosciuto e capace, non è poco, ma rischia di essere un limite, se in qualche modo non c’è un “facilitatore” che li aiuta e li guida a superare i confini nelle decisioni strategiche, quando il bene comune diviene metropolitano o regionale.

Va da sè, che sarebbe improponibile per le prossime elezioni regionali, un presidente della Regione travestito da “civico” e trainato esclusivamente da sindaci. Quindi?

Il primo passo politico dovrebbe essere quello di “ricostruire” un profilo identitario regionale del PD, tracciare dei confini valoriali, dentro i quali muoversi, ovviamente coerente con gli indirizzi nazionali, se non addirittura cogliere l’occasione delle prossime regionali, per costruire un modello da proporre per il nazionale stesso. Quello che voglio dire è che dietro alla quotidianità dell’amministrare, ci deve essere un progetto politico-culturale, altrimenti questa regione rimane ferma alle emergenze e alla pancia della gente. Dopo aver inseguito i grillini vogliamo seguire la Lega sul suo terreno?

La sfida sarà quella d’immaginare e tracciare la rotta per i prossimi quindici anni, come minimo, soprattutto sui temi della sanità, del welfare, dei trasporti e, non da ultima, della cultura. Rispetto a queste tematiche, quale sarà il ruolo di Bologna e delle città capoluogo? Le fusioni tra comuni saranno al centro di un nuovo disegno amministrativo?

Un esempio concreto di ottima amministrazione regionale è il Patto per il Lavoro, una buona pratica applicabile, non solo nel campo delle politiche industriali ed economiche. Bisognerà attivare pratiche innovative e coraggiose, osare di più sui temi ambientali. Ci sono città nel mondo, grandi dieci volte Bologna, con sistemi di trasporto che hanno contenuto e abbattuto l’inquinamento, portando i cittadini a muoversi quasi esclusivamente con mezzi su rotaia. Il People Mover dell’Aeroporto di Bologna, che va bene, è un’opera in ritardo rispetto al futuro che ci attende, sembra il Bruco Mela del Luna Park se messo a confronto con strutture su rotaia di altri paesi. Sempre per stare in zona, il progetto del tram a Bologna sembra andare nella giusta direzione e guardare al futuro di questa città, non può che essere l’inizio.

Il “buon governo” non basta più per vincere. Il Piemonte in quest’ultima tornata elettorale ne è la prova plastica. Volendo battezzare una parola per indicare il futuro, più che “autonomia” sceglierei “orgoglio”. Perché nell’orgoglio, c’è anche passione, c’è sentimento, per questa terra aperta, solidale, laboriosa e innovativa in moltissimi campi.

Qui sta lo spartiacque: con un partito debole e fragile costretto a una tattica civico attendista di breve termine, una coalizione di centro-sinistra non ha speranze di vittoria. Al contrario, uno schieramento con alle spalle un patto per l’Emila-Romagna 2030 e un partito che riprende il contatto la sua terra, può esserci una concreta rinascita…oltre la siepe.

Conto alla rovescia: ancora qualche giorno e la scuola sarà finita.  Come se il calendario di maggio e della prima settimana di giugno fosse quello dell’Avvento, colorato e con le finestrelle. Sarà un Natale senza regali ma lungo tre mesi. Ozio meraviglioso, da puntare con gli occhi (e le occhiaie) degli studenti. Carichi di stanchezza, occupati fino all’ultimo in una sequenza di impegni come protagonisti, comparse e figuranti, riserve in panchina, hanno aperto una finestrella dopo l’altra ed è spuntata una gita. Una comunione. Un saggio di danza. Un matrimonio. La finale del torneo provinciale. Una gita scolastica. La festa della scuola. Uno spettacolo infrasettimanale al teatro parrocchiale. La cena di classe. La cena della cena di vari sottogruppi, cioè una merenda al sacco organizzata via Whatsapp. Il tutto incastrato in un intreccio di verifiche sovrapposte e interrogazioni ormai giunte ai rigori. Performance gravose per tutti, soprattutto per il loro contorno frastagliato di preparazione.

Già prima dei verdetti sanciti delle pagelle, maggio si rivela essere contemporaneamente il  mese della ricompensa e della resa di conti. Un pubblico forzato a partecipare ai sacrifici altrui, rilancia adesso l’attesa del riposo, indipendentemente dalla prospettiva della vacanza classica. Il miraggio è potersi finalmente annoiare in mattine indolenti, confondersi in pomeriggi infiniti, lasciando scorrere piano le ore. Una volta sopita la prima euforia, l’assenza di impegni esterni farà rivelare le vere inclinazioni di ciascuno.

Per carità, non avvenga che il giorno dopo la chiusura delle scuole  ci si debba affrettare per arrivare puntuali al centro estivo o si vadano a comprare i libri delle vacanze. I ragazzi che possono restare a casa da soli sono immensamente riconoscenti per questa concessione. Responsabilizzarli minimamente: scaldare il mangiare senza incendiare la casa, rifarsi il letto, andare in posta a prendere una raccomandata, raccoglier il bucato prima del temporale, passare a trovare i nonni, fare un po’ di spesa. Tollerare la cresta sul resto per un gelato con la morosa. A maggior ragione, bene la casa libera. Il regalo migliore per chi finisce la scuola: essere lasciati in pace. Non si aspetta altro.


L’immagine è di Lorenzo Rondali

Elezioni fatte, risultati al centro delle discussioni e delle analisi, ansia di domani. Un domani d’Europa che cerchiamo da quarant’anni, da quando abbiamo cominciato ad a eleggere con suffragio diretto il Parlamento europeo, da quando cioè abbiamo scoperto e attuato una linea di rappresentanza democratica diretta tra noi e le istituzioni di Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo e via sedando.

Noi cresciuti a pane e Europa, noi che quando abbiamo cominciato a votare per il Parlamento europeo eravamo più o meno neo maggiorenni abbiamo vissuto come una splendida vittoria l’Unione Europea che si allargava e si fortificava da un mese all’altro, da un anno all’altro.

Noi che eravamo piccoli quando sentivamo al telegiornale che arrivavano altri Paesi oltre ai Fondatori dell’Europa, tra cui naturalmente l’Italia, e che altri Paesi ancora stavano chiedendo di entrare,  e passavamo da sei a nove poi dodici e poi via via verso i 15 partners poi verso la ventina, pensavamo che niente e nessuno ci avrebbe più fermato nella costruzione di una casa comune europea, che ci stava mettendo al riparo, dopo secoli e decenni, da guerre a volte fratricide e da contrapposizioni spesso capziose.

Invece l’allargamento gestito un po’ sommariamente ha provocato più divisioni che coesioni. L’eterna supremazia decisionale delle Nazioni cioè degli Stati sulla titolarità politica della condivisione degli organismi eletti ha spesso frenato e bloccato iniziative e piani che avrebbero potuto e dovuto farci sentire più europei tutti: migranti, tasse, dazi, embarghi regimi fiscali, rapporti tra blocchi e misura delle vongole ci hanno fatto più litigare e discutere che condividere e unire.

Ma il bicchiere non è mai solo mezzo vuoto. Quest’Europa fa ancora sentire a casa milioni di donne, uomini ragazze e ragazzi che girano e studiano, ricercano e lavorano  a Monaco come a Barcellona, a Parigi come a Bruges. All’indomani di queste capitali elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo vorremmo tutti sentirci più a casa nostra ovunque: a Valencia come a Londra ( se mai sarà possibile anche dopo la Brexit con procedure di riconoscimento dei diritti e dei doveri reciproci) sentirci a casa a Varsavia e a Malta, a Salonicco come a Budapest.

Solo ritrovando quello spirito di casa comune e comunitaria potremmo  scavalcare i mille nodi quotidiani e storici che affannano l’Unione Europea. C’è chi dice che per essere veramente Unione dovremmo diventare una Confederazione, c’è chi invoca una forma di unione sempre più stretta e coesa che coinvolga i poteri di politica estera e gestione della sicurezza interna e non solo quelli della politica economica e monetaria. C’è chi dice che senza scettro e spada questa Europa non può esistere realmente e resistere agli attacchi economici e  informatici mondiali dei nuovi e vecchi blocchi economici e politici che dominano il mondo.

Vedremo che piega prenderà il nuovo corso europeo ma certo noi cresciuti a pane e Europa ci aspetteremmo di vivere una casa più accogliente e comprendente, come quando si torna nella casa dei nonni e trovi quell’atmosfera e quei gesti, quegli angoli e quei colori che ti fanno sentire in famiglia. Come quando stai lontano anche mesi e anni da quella casa e lì sono arrivati nuovi generi e cognati, nuovi nipoti e zii e quando torni ti senti ugualmente e irrimediabilmente nel nido.

Non sarebbe male ritrovare gesti e valori, azioni e  progetti che al di là delle oggettive difficoltà ci facciano sentire una famiglia europea. Dove il problema dei dazi e dei centimetri delle vongole, la gestione delle spiagge e dei migranti siano quasi normali attività da gestire col buon senso della famiglia e non nelle logiche miopi delle contrapposizioni tra clan. Noi cresciuti a pane e Europa lo speriamo.

Non possiamo, non dobbiamo costringere i nostri nonni e le nostre nonne a stare alla finestra e guardare con nostalgia quello che accade lì in strada

Non è uno scherzo, è un problema vero. E con gli anni può diventare il problema dei problemi. Diventiamo sempre più vecchi, i vecchi in molte città e in molti paesi saranno un numero molto più alto dei giovani e le case in cui abitano possono diventare delle prigioni.

Perché? Perché non hanno gli ascensori, e un anziano su tre con problemi motòri (cioè di movimento e di articolazione non di rombo da gran premio) preferisce non uscire e affidarsi ad altri per fare la spesa o far sbrigare faccende in cui non è necessaria la sua presenza.

Le statistiche sono crudeli: nel giro di 30 anni in molte comunità gli over 65 saranno quattro volte gli under trenta, in altre solo (si fa per dire) tre volte ma l’emergenza non cambia. E’ una emergenza non solo economica perché come si può immaginare aumentano i carichi pensionistici e di assistenza, ma anche i carichi sociali perché un cosiddetto anziano con ridotta capacità di movimento autonomo, sviluppa una predisposizione piuttosto comprensibile a non uscire di casa se deve fare tre quattro rampe di scale. “Chi me lo fa fare di scendere per quattro piani, ma anche tre, e poi risalire altri 30 o quaranta gradini per andare a fare un giro al parco o prendere il giornale”.

La statistica pone una riflessione sull’adeguamento abitativo: diventiamo vecchi ma le nostre case lo sono già. Soprattutto nei centri storici delle nostre amate città, che diventano loro stesse per molte classi di età over 65 delle prigioni.

Le case vecchie senza ascensori diventano o possono diventare automaticamente delle prigioni in città che imprigionano cittadini: non è una bella prospettiva.

L’altro giorno mi è capitato di entrare in un grande palazzo del centro storico di Bologna e solo per arrivare dal piano stradale al grande atrio colonnato, da dove si diramano i corridoi e le altre scale padronali, ho contato 12 gradini, anzi gradoni. E lì non c’è ascensore che tenga. Ma anche nei palazzi meno nobiliari e più popolari, le scale e l’assenza dell’ascensore sono un problema: case popolari attorno all’Ospedale Sant’Orsola sempre a Bologna con 16  gradini per rampa/piano non sono uno scherzo. Case di cento anni, abitazioni fatte tra le due guerre del secolo scorso e quindi con sistemi e requisiti che non prevedevano quello che sarebbe successo: e cioè che i nonni sarebbero stati più dei ragazzi, che le nonne sarebbero state più delle giovani.

Ci vorrebbe dunque un grande piano di adeguamento strutturale delle nostre case, come da tempo sottolineano anche gli Imprenditori delle Costruzioni,  per consentire ai nostri nonni e alle nostre nonne che abitano al terzo al quarto e al sesto piano di uscire e andare al bar, fermarsi sotto il portico e bagolare con il conoscente, fermasi a vedere cosa succede in un cantiere vicino, di andrae all’edicola e comprare il giornale, fare vita sociale come se non  avessero problemi al ginocchio e all’anca.

Non possiamo, non dobbiamo costringere i nostri nonni e le nostre nonne a stare alla finestra e guardare con nostalgia quello che accade lì in strada. La strada è anche loro.

Riqualificare e rigenerare le case del centro che non hanno elevatori e ascensori per consentire a tutti gli abitanti di avere le stesse possibilità di vita: cioè vivere senza limitazioni.

Già la vecchiaia per molti è una mezza prigionia, evitiamo di farla doppia solo perché ci avvolge l’indolenza o non abbiamo idea da dove cominciare.

Il capoluogo di Sestola, accogliente centro storico montano cresciuto attorno ad un antico e severo castello medievale, è uno dei due transiti obbligati per raggiungere le sommità del Monte Cimone e le rinomate località “alto locate” del Passo del Lupo e del Lago della Ninfa. I ciclisti, da queste parti, sono “sempre” e “solo” diretti al punto più alto, ai 1860 metri del Passo Cavallaro, subito prima dell’osservatorio meteorologico del Monte Cimone. Le mete più basse vengono disdegnate o poco considerate. Anche in questo “pazzerello” mese di maggio di basse temperature, piogge giornaliere e cime ancora imbiancate. Allora, per non sfigurare, in attesa di temperature più propizie alle alte quote, ho pensato di “demansionare” questo itinerario a “viaggetto”, vale a dire una cosa minore, di poco conto, facile e alla portata di tutti. 

Il viaggetto inizia a Silla sulla strada che porta a Gaggio Montano, Gabba, Querciola, Valico Masera. Qui inizia una lunga discesa fino al ponte sul torrente Dardagna, confine naturale tra Lizzano in Belvedere e Fanano. Qualche chilometro prima abbiamo attraversato il piccolo borgo di Rocca Corneta dove su un corno di roccia sorge improvvisa una torre del 1300 perfettamente conservata.

La strada prosegue in sali-scendi fino alla intersezione con la strada per Vignola dove, girando a sinistra, inizia la salita per Fanano e Sestola. Siamo entrati nella terra del “Frignano”, antica denominazione dell’appennino modenese e reggiano, originata dal nome degli antichi abitanti, i preromani “Liguri Friniati”, sospinti da queste parti da etruschi e galli Boi. Fanano, oltre ad essere uno degli accessi agli impianti di risalita del Cimone ed un borgo storico di indiscutibile bellezza, è noto per essere sede di un “Museo all’aperto di scultura su pietra” con oltre 200 opere disseminate sul territorio e per avere dato i natali a Felice Pedroni, cercatore d’oro, fondatore della città di Fairbanks in Alaska. 

Gli ultimi otto chilometri di salita portano al centro urbano di Sestola, 1020 metri di altezza sul mare. Prima della località Poggioraso ammiriamo un curatissimo Campo da Golf a 9 buche.

Nella rotonda che raccorda le strade di ingresso al paese è esposto, a vantaggio dei disinformati, un eloquente biglietto da visita.

Le vie del centro storico appaiono ordinate, accoglienti ed eleganti. L’aria è quasi dolomitica. Il castello, antichissimo, citato addirittura nel 753 d. C. da Astolfo, re dei Longobardi, in un documento, ospita un inedito Museo degli strumenti musicali meccanici e il Museo della civiltà montanara. La prima parte del “viaggetto” è finita. La seconda, quella del ritorno, sta per iniziare. Prima conviene però riempire la borraccia alla antica (1798) fontana “del forno” (che resta tale anche se nel frattempo il forno si è trasferito). 

Del caso “Salone del libro di Torino” credo non sia nemmeno il caso di parlarne, visto il can can inopinatamente sollevato. Per chi ne avesse perso memoria, riassumo ricordando come, all’annuncio della partecipazione alla kermesse torinese di Altaforte, l’editrice vicina a CasaPound, molte altri editori grandi e piccoli ed altrettanti autori (forse in cerca di pubblicità o affermazione) avessero comunicato la propria mancata partecipazione in dissenso alla inclusione o per paura di esserne in qualche modo contaminati inducendo la direzione della kermesse a smantellarne lo stand e sollevando in tal modo le accuse dell’editore Francesco Polacchi contro quella che lui definisce la mafia dell’antifascismo nonché per le molotov che, a suo dire, sarebbero potute essere lanciate contro lui e il suo stand (a questo proposito bisognerebbe ricordare a lui e ai suoi sodali, anche se credo sarebbe fiato sprecato, come storicamente a bruciare i libri siano sempre stati i nazi/fascisti).

Se ci torno sopra, quindi, è solo perché la querelle torinese,  ha sortito un altro effetto, un’inaspettata e forzosa commistione con il caso Cesare Battisti. Sono in molti, per correttezza soprattutto fra i frequentatori anonimi della rete, che hanno contrapposto il veto alla casa editrice fascista alla pubblicazione dei romanzi del terrorista Battisti (in sostanza, gli argomenti si riducono a un “… ma come, ci si scandalizza tanto perché una casa editrice di destra espone le proprie produzioni al salone del Libro e nessuno ha detto nulla quando case editrici ben più famose pubblicavano le opere di un terrorista …”).

Incidentalmente, inoltre, noi de IlTiro abbiamo accennato al Battisti romanziere parlando di Fred Vargas (http://iltiromagazine.it/fred-vargas/), citando il suo excursus giudiziario, l’attività di scrittore, la fascinazione da lui (o meglio, dalla sua condizione di rifugiato) esercitata sulla borghesia intellettuale (la famigerata per certi versi gauche caviar) francese e non solo. Attrazione che portò a ripetuti appelli, manifestazioni, levate di scudi a suo favore. Unendo le due cose, l’incidente torinese al fatto che la parabola umana (almeno quella riguardante quegli anni e quelle accuse) sembra (SEMBRA, attenzione) conclusa, si può provare ad avvicinarsi alla produzione di Battisti cercando di analizzarne il solo valore artistico ben sapendo, al contempo, come la sua produzione letteraria sia in ogni caso fortemente legata alla sua parabola umana e politica.

Come sempre bisognerebbe fare (ed a maggior ragione nel caso specifico visto che trattiamo di un uomo condannato per terrorismo, evaso, espatriato in Francia, ricercato internazionalmente, per il quale viene richiesta l’estradizione, estradizione prima negata grazie a quella dichiarazione di estrema civiltà, anche se alle volte usata con troppa disinvoltura, conosciuta come Dottrina Mitterand e poi concessa quando il sentire politico si sposta decisamente a destra sull’asse Sarkozy/Berlusconi, e per questo transfuga in Brasile dove dapprima viene incarcerato poi rilasciato ed infine, questione di queste ultime settimane, consegnato alle autorità italiane a sancire il fil noire tra l’Italia salviniana e il Brasile bolsonariano, ed intanto, tra una banlieu ed una favela, tra amori fuggiti ed amori traditi, tra appelli di intellettuali e sentenze in contumacia, diventato caso letterario internazionale) anche per quanto riguarda la letteratura di Battisti si devono considerare diversi, se non piani di lettura, ambiti di riflessione.

Il primo, ovvio, che bypasseremo in questa sede riguardando esso le vicende giudiziarie che non saremmo in grado di commentare mancando conoscenze e capacità, umano ed emozionale. Un secondo, ed è questo che ci interessa maggiormente parlando, o cercando di farlo, di letteratura, editoriale e letterario.

E dei due aspetti è proprio dall’ultimo, quello letterario che inizieremo. Battisti ha scritto molto, più di una dozzina di libri romanzescamente autobiografici soprattutto in francese e brasiliano (le lingue che più necessariamente ha frequentato nel suo quasi quarantennale fuggire). Di questi solo alcuni sono tradotti in italiano, tra gli altri “L’ultimo sparo – un delinquente comune nella guerriglia italiana” (DeriveAPPRODI 1998), “L’orma rossa” (Einaudi 1999) e “Faccia al un muro” (DeriveAPPRODI 2002).

Le trame, si è detto, sono autobiografiche e il protagonista ricalca, a grandi linee, quello che è stato Battisti (o che gli sarebbe piaciuto essere) nel susseguirsi delle sue avventure umane.

Si va quindi dalla “… storia di un gruppo di militanti rivoluzionari dei cosiddetti anni di piombo che diventa metafora del destino di un pezzo di generazione inghiottita dal fuoco della lotta armata e deriva ineluttabile verso uno scontro campale che nessuno si sente di affrontare, e a cui nessuno, contraddittoriamente, è disposto a sottrarsi: una guerra perduta in partenza, ma che alla fine si ritiene valga la pena di essere combattuta …” (“L’ultimo sparo”) al racconto “… della storia italiana di un passato non piú recente per portare alla luce in forma romanzesca la collusione del Partito Comunista con i piú reazionari tra i poteri dell’Occidente industrializzato, ipotesi narrativa straniante, ma portata avanti sul sottile filo del dubbio e sull’orma di indizi storici. E così il protagonista ricostruisce i momenti salienti della vita del Pci sotto la guida di Togliatti. Ma il Migliore era veramente tale, o anche lui era un uomo compromesso dal devastante gioco del potere arrivando perfino a decidere che la Dc vincesse le elezioni in Italia al posto del Pci? E in mano a chi è finito il leggendario oro di Mussolini in fuga? …” (“L’orma rossa”) per giungere alla consapevolezza di “… essere rimasti in pochi a non credere che i furbi siano quelli che hanno ragione, e ciò non vuol dire che noi siamo i matti, semmai, e’ vero che siamo molto soli …” (“Faccia al muro”).
Storie, e collegamenti, come si evince di grande interesse. Quello che manca, purtroppo, nel Battisti scrittore è proprio la scrittura. Che è piatta e banale, ripetitiva ed infantile (nel senso deteriore del termine). Debitoria a quella dei grandi, siano essi Chandler o Manchette, Malet o McBain, del genere da lui scelto per raccontare e raccontarsi, il noir o polar, e dei quale ricalca stancamente i cliché e i vezzi ma senza riuscire a farli propri, quei cliché, né a farli decantare, i vezzi, in una sinfonia corale e compiuta. Ed è proprio questa inabilità a riportarci al secondo aspetto che ci interessa e cioè a quello editoriale. A quella particolare condizione (e che purtroppo per certi versi potrebbe riportare alla chiosa iniziale, quella che denunciava un presunto asservimento intellettuale della sinistra, una certa sinistra che terrebbe in mano l’editoria, la cultura e l’intellighenzia) che Robert Hughes in un suo libro ha definito “La cultura del piagnisteo” stigmatizzando quelle minoranze (là etniche, in questo caso politiche e/o sociali) che pretendono un posto nella letteratura o nell’arte a risarcimento di torti (veri o presunti) patiti e che non bastano certo per essere considerati scrittori. Semplicemente scrittori, attenzione, non grandi scrittori.

Sia gli uni sia gli altri, infatti, sono qualcosa di completamente diverso da Cesare Battisti.

C’era una volta (non iniziano forse così tutte le favole?) un giardino, un orto, romantico e nascosto. Un giardino, un orto, che viene dal passato, dal ‘600, unica testimonianza di orto conventuale di origine medievale presente all’interno delle vecchie mura di Bologna (in realtà ne esiste un altro, quello del Corpus Domini di via Tagliapietre). Un giardino, un orto, conosciuto come Gli Orti di Via Orfeo, dimenticato per anni, al quale è possibile accedere (non è questo il bello delle favole, che ogni tanto si avverano?) dal grande portone del Pio Istituto delle Sordomute Povere di via della Braina 7 grazie all’idea di un grande uomo di cucina come Mario Ferrara della trattoria ScaccoMatto che negli Orti organizza ormai da alcuni anni il dehors estivo del suo ristorante.

Di questo, però, vi parlerò un’altra volta. Perché adesso è quello che c’è attorno al giardino, all’orto, che interessa. Infatti sono questi spazi vuoti, tre stanze al piano terra dell’ex convento diventato scuola e lasciato a se stesso, ad ospitare “Scarto”, la new way to mixology che in soli sei mesi dalla nascita è diventata il vero place to be bolognese.

Scarto

Certo, a caratterizzare in modo molto, ma molto, europeo il luogo sono senz’altro i muri lasciati al grezzo, le luci basse, gli arredi in legno chiaro home-made, tutti accorgimenti volti a non alterare con interventi massivi la bellezza rarefatta ed ancestrale del posto. Quello che però lo identifica in modo inequivocabile è la filosofia di fondo, la volontà di coniugare la consapevolezza sul tema dello spreco alimentare a soluzioni non convenzionali, che ha spinto Carsten Steinacker, bartender ed architetto tedesco (due mondi a suo dire simili e volti, entrambi, a favorire l’interazione sociale e a migliorare la qualità del tempo libero), ad aprire (sfruttando il terreno fertile e prodigo di iniziative social-ambientali che la città offre nonché le relazioni inanellate nel tempo con designer, produttori e ristoratori locali e non ultima l’esistenza di una realtà direttamente coinvolta nella lotta allo spreco come LastMinuteMarkets nata sotto l’egida dell’università), questo laboratorio di mixology a spreco zero in cui tecniche come fermentazioni, essiccazioni e conserve servono sì ad elaborare sofisticati accostamenti di gusti e consistenze ma mantenendo sempre lo sguardo rivolto al riutilizzo degli scarti (meglio sarebbe dire avanzi) alimentari.

Dietro il bancone, a tradurre in ottime preparazioni la cocktail list pensata dallo stesso Carsten in collaborazione con la bartender internazionale Victoria Small conosciuta ad un corso al Wood*Ing Lab di Milano, ci sono Laura ed Alessio sempre pronti ad illustrare, spiegare e consigliare cocktails, procedimenti e prodotti come, ad esempio, la kombutcha, la banana beer (ottenuta dalla fermentazione della banana), l’immancabile ginger beer o le due toniche, una alla corteccia di china e l’altra amaricata al luppolo, basi curiose e affascinanti per accompagnare distillati selezionati in tutto il mondo (tra gin tedeschi, vermouth olandesi, metzcal artigianali, rye ed armagnac e rum ricercati e fantasiosi, si può davvero assaggiare quanto di meglio ci sia in commercio) indispensabili per ottimi, classici, martini e gibson, gintonic e moscow mule, negroni e boulevardier, manhattan e gimlet, margherita e cosmopolitan, sidecar e sazerac o inventivi come la bellezza di Bologna e the last world, ultima palabra e penicillin (il prezzo dei cocktails si aggira sui 10€, forse leggermente più alto che altrove ma davvero ne vale la pena per un viaggio assai soddisfacente ai confini del gusto) che vengono serviti con chips di verdure essiccate ed assaggi fermentati.

Esiste infine un piccolo menù che, oltre a un paio di immancabili salumi di altissima qualità ed alcune preparazioni con pesce (sardine al pomodoro o affumicate e calamari al ragù) prevede alcune esempi di quello che potrebbe essere definito tranquillamente comfort food  (pappa al pomodoro, fagioli in saor, un brodo servito come shot) provenienti dalla cucina di “Oltre”, il ristorante di via Morgagni con “Scarto”  collabora e che possono essere accompagnati da una decina di vini naturali selezionati da Gustonudo e poche, pochissime birre artigianali e/o autoprodotte.

Ricordando infine che “Scarto”  è aperto dal giovedì al lunedì dalle 17,00 in poi, non rimane che augurare … un buon tirar tardi.

Guardamondo viaggia, impacchetta scatoloni, si perde, ma poi torna. Guardamondo ritorna sempre. Dopo una lunga attesa, che come al solito sa di novità, eccomi ritornata alla tastiera per voi, ma forse anche un po’ per me.

Si dice che il cambiamento sia qualcosa di inevitabile e, proprio come quando la nonna a pasqua ci rincorre per  farci mangiare l’uovo benedetto, si hanno due opzioni per affrontarlo: scappare o adattarsi. Sarà che per me niente è mai stato solamente bianco o nero, ma secondo me davanti alle novità si può anche fingere l’adattamento. Un po’ come gli opossum che si fingono morti per non essere cacciati dai puma, così davanti ad un grande cambiamento si può fare finta di seguirne il flusso e fare il così detto buon viso a cattivo gioco, nella speranza di riuscire, prima o poi, a prendere le redini delle novità che ci stanno investendo.

Lo sanno bene i quattro di Visegrad: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria. Così nominati in seguito ad un accordo firmato nel 1991, l’obiettivo di questi improbabili compañeros é sopravvivere al cambiamento e a chi ne tiene le briglia.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica a tramontare non è solamente un progetto politico, ma anche l’opportunità di protezione per tutti quegli stati che avevano fatto del dominio sovietico la loro rete di sicurezza. É proprio allora che nasce il Gruppo Visegrad, frutto di quattro teste fasciate ancor prima di essersi rotte e che, impaurite dall’affermarsi del grande project Europe, decidono di costituire un blocco, una sorta di Fight Club “state edition”, le cui regole prevedono silenzio e protezione reciproca.

Ma è davvero così facile? E poi, perché proprio questi quattro? Sarà la paura, sarà la luna o sarà, come dicono loro, il comune retaggio politico e culturale. Davvero ragazzi? Davvero davvero? È un po’ come se due persone decidessero di stare insieme perché ad entrambe piace la maionese, ma poi uno vota a destra e l’altro a sinistra. Capite bene che, per quanto siate bravi a non farla impazzire, la maionese non basta mica a tenere uniti.

Sarà anche vero che il background culturale di queste quattro potenze ha delle somiglianze e che tutti e quattro hanno economie che, per diversi aspetti, fanno gola agli investimenti esteri, ma a parte tutta questa “maionese”, hanno davvero qualcosa in comune?

Eccetto un’apparente e debole linea condivisa sull’opposizione al patto europeo per la ricollocazione dei migranti, i quattro hanno visioni molto diverse, tanto sul ruolo dell’Unione Europea, quanto su quello della NATO.

Polonia ed Ungheria sposano una linea generalmente più aggressiva nei confronti di queste iniziative internazionali, tanto che entrambe, seppur per ragioni diverse, sono state accusate di aver voltato le spalle ad alcuni dei principi fondamentali del progetto UE.

La Repubblica Ceca, che invece si gioca la carta del bipolarismo andante, cambiando opinione con la stessa frequenza con cui Giuseppe Conte sbaglia i nomi dei ministri, all’interno del gruppo è la potenza limbo, né carne né pesce, dove la metterete lei ci starà.

Diversa è la Slovacchia, che decide di rompere gli schemi ed elegge la prima donna presidente Zuzana Caputova, dando una stoccata ai populismi europei e sostenendo i movimenti nazionali di protesta seguiti all’assassinio del giornalista Jan Kuciak.

La Caputova non le manda certo a dire ed è la prima a parlare di un eventuale progetto di riforma di Visegrad, denunciando un’evidente mancanza di compatibilità tra i suoi membri.

Se le differenze tra i nostri quattro protagonisti ancora non vi sembrano abbastanza, non dimenticate che, dall’Ungheria con furore, Viktor Orban attacca la Caputova definendola incapace di guidare il proprio paese, ma soprattutto di comprendere che la linea populista è l’unico strumento per proteggere il Gruppo Visegrad dagli artigli di Russia e Stati Uniti, che le stanno tentando tutte per guadagnarsi l’influenza sul quartetto.

Ci troviamo davanti a quattro identità indubbiamente diverse e che, a differenza dei Moschettieri del Re o degli ingredienti di una pizza quattro stagioni, non sembrano andare particolarmente d’accordo. Forse in principio poteva essere vero il contrario, ma parlando di stati, dolcemente complicati e sempre meno emozionati, un cambiamento nelle dinamiche è più che plausibile.

Cari lettori, c’é poco di nuovo sotto il cielo della geopolitica, ma aldilà di inganni e strategie io vi chiedo: se questi sono i fatti, è davvero possibile parlare ancora di Gruppo Visegrad? Non sarebbe forse più corretto dire che ci troviamo davanti a quattro semi-brutti ceffi che, facendo buon viso a cattivo gioco, cercano di convincerci a credere in qualcosa che non c’é?

Remember the promise you made. Dopo infiniti stand by i rilanci non sono più possibili, che si tratti dell’impegno alla restituzione di un libro o di soldi, di un viaggio o della promessa che non solo andrà meglio, andrà addirittura quasi bene. Si sono impegnate garanzie oltre ogni ragionevole limite di solvibilità: volontà e prudenza tra le prime.

Solo l’amore eterno è giurabile per definizione. Non ha a che fare con la piccolezza mondana di prudenza e volontà. In suo nome non servirebbe formulare alcuna promessa. Ma se proprio si deve, considerare che si è attendibili una sola volta, non conosciuta a priori. Magari non la prima, né la seconda o la terza. E’ l’ultima, in un eterno non perfetto: occorre partire da un punto, e si trascuri il passato.

“Sai, nel frattempo sono cambiate le condizioni a contorno … mi dispiace tanto.” E giù un florilegio di periodi ipotetici e congiuntivi mancati come le promesse non mantenute a cui si riferiscono: “se lo sapevo, poi”, “potevi dirmelo, così mi organizzavo un po’ prima”, “dai, non era il massimo, lo dovevi capire anche tu che era un ripiego in attesa della soluzione”, “se dipendeva da me, a questo punto eravamo a nozze”, “dovevo immaginarlo che erano solo delle balle / delle fantasie.”

“Adesso non importa più.” Ritorno definitivo all’indicativo presente.

Nell’arco di tempo compreso tra promessa e disillusione, due possibilità di sopravvivenza, entrambe sfibranti (spropositate e inopportune se si tratta di promesse veniali o materiali, ma questo lo valuterete voi). Automi, dipendenti da uno stato di pura attesa nel distacco passivo dalla realtà: la depressione si prepara il nido. Oppure, impegnati a seguire con media diligenza la traiettoria,  lucidi come chi non serba speranza, si mitizza l’inesistente al rango di capolavoro, si confonde consapevolmente la promessa col sogno. Un millimetro prima del traguardo, si potrà decidere di cambiare strada, o si sarà almeno pronti alla resa dei conti. Arriverà puntuale una giustificazione preconfezionata, più umiliante della disillusione. Prima dei titoli di coda, il promittente troverà comodo confondere imprudenza e disimpegno con parole più grosse, fato e destino. Se sulle sue guance affiorerà invece un rossore improvviso, i giochi si apriranno di nuovo al successivo rilancio.

Foto di Lorenzo Rondali.

Il valico appenninico del Passo della Futa (Comune di Firenzuola-Fi) separa la vallata del fiume Santerno da quella del Mugello. Fino al 1361 (apertura dei collegamenti al passo del Giovo) è stato per la Toscana l’unico punto di accesso alla Romagna. Durante la seconda guerra mondiale rappresentò uno dei più importanti  caposaldi tedeschi della cosidetta Linea Gotica. Dal 1969 ospita il cimitero militare germanico più grande d’Italia. Da Bologna è raggiungibile attraverso la strada provinciale 65. Chi parte dalle località dell’alto Reno deve invece risalire quattro valli: Reno, Limentra, Brasimone e Setta. 

Da Porretta Terme si prende la SP 52 che porta a Castel di Casio nella valle del Limentra. Si prosegue sulla strada per il Lago di Suviana e poi, in successione, Badi, Baigno, Barceda e Passo dello Zanchetto, crinale che separa la valle del Limentra da quella del Brasimone. Qui, dopo un breve pianoro, si scende al Lago Brasimone e, proseguendo in discesa, a Castiglione dei Pepoli, nella valle del Setta. Usciti dal Paese si prende a destra la SP8 direzione Passo della Futa. Il primo borgo che si incontra è Ca’di Landino passato alla storia per essere stato, negli anni 20 e 30 del 900, il campo base delle centinaia di operai che scavarono le gallerie della linea ferroviaria “direttissima” tra Bologna e Firenze. Gli operai, alloggiati in decine di baracche, inizialmente di legno, poi in muratura, scendevano nella zona di scavo attraverso due “pozzi” lunghi circa 570 metri per un dislivello di 267 metri. Alla base dei due pozzi fu realizzata una stazione ferroviaria interrata, raggiungibile attraverso 1863 gradini, denominata “precedenze”, in funzione fino alla metà degli anni 60.

Dopo qualche chilometro, attraversata Baragazza, si incrocia la strada che porta al Santuario di Boccadirio. Una bella Chiesa a tre navate realizzata alla fine del 1500 per celebrare “l’apparizione” della Madonna a due giovani pastori del paese. 

Rientrati sulla strada provinciale si prosegue in discesa per Roncobilaccio, borgo molto conosciuto a causa dell’omonimo casello autostrade sulla A1 e della nota citazione contenuta nel testo della canzone “Bomba o non bomba” di Antonello Venditti. La discesa finisce sotto un grande viadotto autostradale. Da qui inizia l’ultima salita per la Futa. 

L’ultimo presidio emiliano prima di entrare in terra toscana è San Giacomo, moderna ed accogliente frazione di Castiglione dei Pepoli, passato il quale, dopo quattro chilometri si arriva alla intersezione con la SP59 di Bruscoli. Qui la segnaletica stradale ci dice di girare a destra. Qualche minuto di pedalate e, quasi all’improvviso, appare l’imponente profilo del Cimitero militare germanico, opera dell’architetto Dieter Oesterlen, inaugurato il 28 giugno 1969. Si estende su 12 ettari ed accoglie 30.683 salme, provenienti da 2.069 comuni italiani. 

Passato il cimitero si arriva alla rotonda che raccorda il trivio Bruscoli-Futa-Firenzuola/Mugello, dove, sul muro di contenimento, sono apposte tre grandi targhe di bronzo. Una è dedicata al “Leone del Mugello”, Gastone Nencini, mitico passista-scalatore, vincitore di un Giro d’Italia (1957) e di un Tour de France (1960). 

Ancora qualche centinaio di metri e finalmente si può traguardare il Passo della Futa sulla strada voluta e realizzata, nel 1759, dal granduca Francesco di Lorena per collegare Firenze a Bologna, il sud con il nord. Il Passo è presidiato dal 1890 da un albergo-ristorante gestito da molti decenni dalla famiglia di un ex ciclista professionista, Vittorio Poletti, originario di Poggio Renatico, ottimo “gregario” del grande Gastone Nencini. 


Ci sono storie che dovremmo leggere con attenzione e rileggere.  Perché il bene è contagioso e fa stare meglio.

Parlo della storia del signor Romano di 84 anni che vive nella piccola frazione di Consuma, sul crinale del passo a metà tra le province di Arezzo e di Firenze, che ha deciso di aiutare un piccolo amico speciale, Jaffer di sei anni, non vedente.

Il padre, taglialegna macedone, ogni mattina all’ alba deve andare nei boschi e non può accompagnarlo a scuola,  la madre non ha la patente e lo scuolabus che ogni mattino porta i bambini del suo paese e i suoi due fratelli a Pelago, dove si trova l’istituto, non ha il servizio di accompagnamento per minori disabili. Nonostante questo però Jaffer a scuola ci va ugualmente. Grazie al signor Romano.

Jaffer è  non vedente dalla nascita, la sua famiglia è emigrata dalla Macedonia per curarlo e il destino ha voluto che andasse ad abitare a pochi metri dalla casa del sig. Romano.

“Vedevo quel bambino cieco, lo guardavo e mi veniva da piangere. Pensavo che per lui sarebbe stato impossibile vedere il sole, la luna, le stelle, il mare, la bellezza di questi boschi, il volto dei suoi fratellini, quello dei suoi genitori. È stato lì che è scattato qualcosa dentro di me. Dovevo aiutarlo ad andare a scuola”

E così, ogni mattina, alle 7.30, mette in moto la sua auto e parte verso valle, dove si trova la scuola di Jaffer. 
Nel pomeriggio, al termine delle lezioni, lo va a riprendere e lo riporta a casa.  60  chilometri al giorno di curve e tornanti per cinque giorni a settimana. 

 
 “Il mio sogno è che questo ragazzino un giorno possa vedere la bellezza del mondo, immagino un momento, prima o poi, in cui lo chiamerò da lontano e lo vedrò correre allegro e felice verso di me, per abbracciarmi”

Una storia di autentica generosità, semplice, ma che in tempi bui come questi, brilla enormemente.

Grazie signor Romano!

Certo chi si trovasse a passare in via Altabella ricordando com’era in tempi nemmeno tanto lontani (quando, per intenderci, l’unica chiazza di chiarore nelle fredde notti nebbiose era data dalla lanterna che illuminava la porta dell’antica Osteria Faccioli una delle più belle e vere  rimaste in città e di cui abbiamo parlato il 31 gennaio) potrebbe non ritrovarcisi tante sono le luci, ed i dehors, che sottolineano la presenza di locali, bistrot, birrerie, ristorantini, pizzerie, format pseduo caserecci che si susseguono senza, quasi, soluzione di continuità tanto da renderla, la strada, senz’altro più animata e alla moda ma anche, forse, meno affascinante (siamo pur sempre nella via dell’Arcivescovado, a due passi da piazza Maggiore e proprio dietro la cattedrale di San Pietro).

Come spesso accade in situazioni similari, non tutto è consigliabile in questo ennesimo e modaiolo distretto del food che si snoda tra una prosciutteria ed un pasta fresca, un caffè elegante ed una pizzeria, un ristorantino metrochic e quello che potrebbe sembrare un fastfood, una trattoria che vorrebbe essere come quelle di una volta e  …

Tra tutti, a noi piace segnalare il Cocoa Café (via Altabella 14/a), uno dei primi in città a nascere come salumeria/vineria che privilegiava la ricerca e la proposta di prodotti di grande qualità e che fu tra i primi a proporre menù veloci per il pranzo degli impiegati dei tanti uffici circostanti e per gli addetti alle varie attività commerciali dei dintorni. Naturalmente (il proliferare della moda food ha creato infatti una nuova professione che in realtà è sempre esistita, ma ai giorni nostri è diventata imprescindibile tra chi apre un locale sapendo realizzare un’idea vincente, lo lancia creando una fidelizzazione forte nella clientela e poi lo vende riservandosi di ricominciare daccapo in un altro locale, possibilmente non troppo distante dal primo ma proponendo un’idea alle volte completamente diversa e comunque anch’essa vincente) nel corso degli anni il bistrot ha subito una notevole evoluzione. Adesso, infatti, aperto sette giorni su sette dalle 7,30 per la colazione (la domenica a partire dalle 8,00) fino a mezzanotte per il dopocena di noi tiratardi (venerdì e sabato l’apertura si prolunga fino alle 02) attraversando l’ora del pranzo, quello della pausa caffè pomeridiana e quelli che rappresentano ovviamente il clou per un locale del genere e cioè l’aperitivo e la cena veloce, è di certo pensato e strutturato per una clientela giovane, trendy, indaffarata e modaiola. Il servizio è veloce, informale ma attento, e la scelta delle portate e delle proposte alcoliche è assai varia e di buon, se non ottimo in certi casi, livello.

Per pranzo o cena, ad esempio, sarà possibile orientarsi su piatti tradizionali (tortellini, lasagne, carbonara, amatriciana, tagliatelle), proposte più veloci e meno impegnative (insalate con straccetti di pollo o salmone o tonno, hamburger, panini anche vegetariani, i soliti taglieri) ma anche piatti più inventivi e completi (come, ad esempio, una buona tartare su zucchine marinate al lime, crema di patate allo zafferano e senape di Dijone) mentre tra i cocktail la fanno da padrone quelli più in voga tra una clientela come detto giovane ma consapevole (mojito e caipi qualcosa in varie versioni, al cocco, alla fragole, al frutto della passione o alla liquirizia) ma sarà possibile trovare (non lo avevo detto prima, ma dietro il banco può capitare di trovare Fabio Brunetti che noi seguiamo dai tempi del CaffèDelleErbe di cui abbiamo già parlato, e dei container, quest’anno dismessi, del GuastoVillage:e che adesso, dopo una breve parentesi al Boavista di via CesareBattisti, abbiamo ritrovato disinvolto padrone di ottimi cocktails di sapiente inventiva e buona professionalità) anche i classicissimi come l’Alexander e il BlackRussian, il Daiquiri e lo Stinger, il BourbonSour o il WhiteLady. E visto che anche la cantina, di poche etichette ma di buone case (tra le altre ed oltre alla discreta Corte D’Aibo ci piace parecchio l’ottima Terra D’Aligi abruzzese), ci sentiamo davvero di proporre questo Cocoa Café come un’ottima scelta per chi volesse profittare di un locale che garantisce anche nei momenti di maggior confusione, pensiamo specificamente al weekend, una sosta di buona qualità subito al di fuori delle rotte della pazza folla.

Ossigeno, sospensione, immersione, spinta, scivolamento, apnea, controllo del galleggiamento, sordità, vista alterata, riemersione, bacio veloce al blocco di partenza – se fossimo in un film -, respiro, recupero; e di nuovo. Allenarsi è adattare il corpo a sopportare stress crescenti. Una forma di attesa verso la resistenza, una resistenza fatta di attesa. Relazione biunivoca viziosa se l’obiettivo è la prova costume a Lido di Savio il primo sabato di maggio in cui non pioverà.

A un certo punto non si ha più voglia di andare in piscina. Ci si è dati un obiettivo insuperabile, e gli obiettivi sono insuperabili quando ci si accorge che sono sottesi da bugie raccontate con molta convinzione. Si sono provati due metodi per affrontare le vasche a stile libero in multipli di otto:  contate dalla prima all’ultima, o viceversa, dall’ottantesima alla prima. E’ stato utile per scoprire se si ha l’indole degli scalatori o quella di flagellanti in attesa della fine.

Quando si rinuncerà, ci si chiederà se si amava o se si detestava quello che si stava facendo. E’ il migliore traguardo. Per chi va in tachicardia davanti a un piatto di tagliatelle o per i bradicardici da divano, arriverà il momento di mettere il cardiofrequenzimetro dentro a un cassetto. Si osserverà lo scorrere della sabbia dentro alla clessidra, la cui ondulazione sarà interessante come quella dei fianchi di una donna in buona salute.  Finalmente incapaci di reggere le sfide, perché le sfide per obiettivi futili costano fatica. La prova costume si è già affrontata inconsapevolmente in quelle serate nebbiose di novembre in piscina, seguite da un pasto di consolazione ipercalorico e dall’insonnia prodotta dall’adrenalina in circolo.

La conclusione dell’anno sportivo segna il time out dei buoni propositi. Sia l’occasione per accettarsi: normali, né poeti del corpo né atleti dell’anima. E’ già difficile avere un corpo e un’anima. Figurarsi il resto.


L’immagine è di Lorenzo Rondali.

Dicono che siamo come due gocce d’acqua. Dicono che più si va avanti e più i problemi diventano grandi. Dicono che avremo solo 18 estati insieme e poi scapperai via. Dicono che i secondi figli crescono più in fretta. Dicono che i dolori, le urla, i panni sporchi e i compiti non fatti si dimenticano. Dicono sia un amore che non si può misurare.

Nessuno dice come farlo. Nessuno dice perché farlo. Nessuno sa come sia prima che lo faccia. La mia verità è che non mi sono mai sentita meglio. Non mi sono mai sentita più realizzata, più amata, più apprezzata. Ci saranno altre mille ragioni per sentirmi così, ma la verità è che tu, amore mio, mi fai completa. Tu mi fai sentire Mamma, mi fai sentire Donna, mi fai sentire realizzata.

Grazie e te! e grazie al tuo papà (una piccola parte dovremo pur riconoscergliela).

Buona festa a tutte le Mamme!

Prodromo.

“Matematica discreta”  di Seymour Lipschutz della collana Schaum (lo studio dei sistemi finiti fondamentale nell’era dei calcolatori) lo compravi da Pitagora; se facevi Ingegneria, in via Saragozza, mentre se facevi Fisica o Matematica, in via Zamboni che era dove adesso c’è “Al Risanamento” (bottega prima, bottega dopo), l’imperdibile enoteca di Francesco Barsotti.

Postulato ed Assiomi. Il primo anno e mezzo di università, passato tra Ingegneria, una breve parentesi a Fisica per poi finire a Matematica senza che nessuna di queste esperienze avesse un seguito, è quello che, anche se allora non avrei potuto immaginarlo, ha indirizzato la mia vita (la mattina della prima lezione di Ingegneria, ero iscritto ad Elettronica, alle 9 c’erano seicento persone accalcate sui gradoni dell’aula Magna di Viale Risorgimento; trovato un posto defilatissimo, mi scappò detto “… quanta gente … e non c’è nemmeno una ragazza …”. Chi mi rispose che gli studenti arrivavano alle sette per trovare un posto centrale e vicino alla cattedra e che invece un paio di ragazze c’erano ma l’anno prima davvero non ce n’era nemmeno una, era Gughi. Trovai così un amico e chi mi rimise in contatto con la colonia di pescaresi alcuni dei quali, Mariano, Piero, Peppe, conoscevo già dalle elementari e medie).

Lo so, con il senno di poi la domanda dovrebbe essere perché tanta perseveranza sfociante nella cocciutaggine. Il fatto è che a me la pura speculazione matematica apparentemente fine a se stessa, è sempre piaciuta e “mi veniva pure bene”; il problema è che altrettanto mi piaceva, e pure questo regalandomi soddisfazioni, l’approccio alla letteratura ed all’umanesimo in generale. Erano però gli anni in cui per una famiglia che “… per quanto grande fosse aveva in me il primo che studiasse … (chiedo perdono per la citazione arrangiata) laurearsi in una materia scientifica lasciava presagire il mitico posto fisso. Avessi comunque continuato ad abitare a Perugia, credo che una bella e sudata laurea in lettere Moderne sarebbe stato il futuro più certo. Tornammo però a Bologna dove già Andrea, mio cugino, studiava Ingegneria e quindi … Al cuore però (e per una volta alla ragione) non si comanda e così alla fine Lettere e DAMS furono.

Enunciato. Quanti ricordi, questi appena raccontati, indotti dalla lettura di “Storia umana della matematica” e “Almanacco del giorno prima”  di Chiara Valerio (matematica, redattrice di blog, di Amica e di Robinson di Repubblica, scrittrice per teatro e radio, sceneggiatrice di “Mia madre” di Nanni Moretti e de “La tenerezza” di Gianni Amelio, direttrice culturale di “Tempo di libri”  la fiera del libro milanese).

La matematica, infatti, intesa sia come risposta alla domanda fondante “…se la letteratura nasce quando qualcuno urla al lupo e il lupo non c’è, e la fisica inizia quando qualcuno capisce come accendere il fuoco strofinando le pietre, la matematica quando nasce? …”  (e la risposta potrebbe essere che “… la matematica nasce perché gli esseri umani sono fatti della stessa sostanza di cui è fatto il tempo …”) è la base formante della scrittura della Valerio.

E se, nella “Storia umana …”, la Valerio per rispondere alla domanda avvincente e vertiginosa sulla nascita della matematica prende a modello le vite di sette matematici (János Bolyai che risolse il problema delle parallele grazie alle intuizioni del padre Farkas Bolyai anch’esso matematico; Mauro Picone; Alan Turing, lo svelatore di Enigma; Norbert Wiener, padre della cibernetica; Lev Landau, fisico e matematico che fu salvato dopo un incidente oltre che dall’intervento al suo capezzale dei migliori medici da quello dei fisici più preparati di tutte le Russie) perché “… la matematica è una forma di immaginazione che educa all’invisibile e ripercorrere le vite di chi ha così esercitato la fantasia ci permette quella grammatica che descrive e costruisce il mondo …”, nell’ “Almanacco …” racconta la storia di Alessio Medrano che “… da bambino costruiva tabelline con i sassi e controllava, da un anno all’altro  che dall’elenco del telefono non fosse scomparso nessuno …” e che oggi a trentacinque anni sul comodino conserva una copia della “Matematica discreta” di Lipschutz (ecco la farfalla che ha battuto le ali) e della matematica ha fatto un mestiere e sta creando un fondo finanziario molto conveniente: compra, per poi rivenderle, le polizze di clienti che non vogliono più pagare la propria assicurazione sulla vita. O non possono. È un investimento sicuro perché “… le persone si fidano di me perché dico loro una cosa che già sanno, e cioè che tutti muoiono …”. Ma più che di morte, Alessio preferisce parlare del tempo che rimane (“… il tempo è fatto solo di tempo, lo spazio solo di spazio, l’amore solo di amore: grandezze omogenee …”). Solo che le vite non sono tutte uguali e non tutti i rischi possono essere previsti. Quando si trova a contrattare la polizza di Elena Invitti, nell’equazione compare l’incognita per eccellenza: l’amore (“… quando Janak gli avrebbe domandato chi fosse per lui Elena Invitti, Alessio, con un tono nostalgico, passato, anzi trapassato, col tono di chi fosse stata per lui Elena Invitti, avrebbe risposto compunto che la domanda era mal formulata, e che di certo al chi non avrebbe saputo rispondere. Avrebbe potuto tuttavia essere chiaro sul quanto fosse stata per lui Elena Invitti, ecco a questa domanda avrebbe potuto rispondere facilmente. Tutto, dove Tutto, come spesso nelle cose umane, significa Molte cose …”).

Teorema. Leggere Chiara Valerio mi ha riportato alla matematica della mia giovinezza, al senso di genio, di gratitudine e di gioco che sempre dovrebbe accompagnare lo studio. Allo stesso tempo, e più maturamente forse, mi ha fatto riassaporare le stesse sensazioni ed emozioni vissute, da lettore, quando incontrai per la prima volta Aldo Busi ed il suo, primo per me allora, “Cazzi e canguri, pochissimi i canguri” (dopo vennero per me lettore molti altri tra cui il “Seminario sulla gioventù”)). Libri che, pur dicotomici con questi della Valerio, mi fecero pensare, allora, la stessa cosa che ho pensato con invidia ora: ma quanto scrive bene questa.

Dario Braga – promotore e primo firmatario dell’appello “Parliamone ora” – è Professore Ordinario di Chimica presso il Dipartimento di Chimica Ciamician dell’Università di Bologna. Dal 2001 al 2006 ha diretto il Collegio Superiore e dal 2006 al 2009 è stato Direttore dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Dal 1998 al 2003 è stato membro dell’Osservatorio della Ricerca dell’Università di Bologna. Dal 2009 al 2015 è stato Prorettore alla ricerca dell’Università di Bologna. In questo periodo ha ricoperto il ruolo di Vice Presidente del Consorzio ASTER e quello di Presidente del Consorzio T3LAB tra l’Università di Bologna e Unindustria Bologna. Dal 2015 è Presidente dell’Istituto di Studi Superiori e Direttore dell’Institute of Advanced Studies.

Da sapere: “Parliamone Ora” è una rete di studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione. Qui il link al sito internet: http://www.parliamoneora.it/

Come nasce il progetto “Parliamone Ora”

Obiettivi e progetti di “Parliamone Ora”

I prossimi passi di “Parliamone Ora”

Intervista a cura di Liliana Longoni e Alessio Vaccaro

Circa 55 chilometri separano Porretta Terme da Bagni di Lucca. Un ciclista medio impiega non più di tre ore di viaggio per l’intero percorso. Altrettante al ritorno. La fatica è ampiamente compensata da ciò che si può incontrare, vedere e scoprire. Intanto una storia termale bimillenaria, parallela a quella di Porretta, declinata alla maniera “toscana” con modalità e forme del tutto proprie ed originali. Poi antichi borghi medievali aggrappati ai monti e ad un tempo che sembra essersi fermato. Infine una natura selvaggia, bizzarra, decisamente sorprendente.

Il viaggio inizia da Porretta Terme verso Ponte della Venturina, Molino del Pallone, Pracchia, Ponte Petri. All’incrocio con la statale per l’Abetone si gira a destra verso Campo Tizzoro e il Passo dell’Oppio.

Una volta arrivati sul Passo suggerisco una breve deviazione a destra sulla strada che porta all’antico borgo di Gavinana. Il luogo è passato alla storia per essere stato il 5 agosto 1530 il campo di battaglia tra le milizie della Repubblica Fiorentina, guidate da Francesco Ferrucci, e quelle dell’imperatore Carlo V, conclusasi con la sconfitta dei primi. Francesco Ferrucci, già ferito e prigioniero, fu ucciso dal generale Fabrizio Maramaldo, pronunciando la famosa frase “Maramaldo tu uccidi un uomo morto! “.

Si scende a San Marcello pistoiese da dove si riprende la strada statale in direzione di Lima, borgo che prende il nome dall’omonimo torrente affluente del Serchio.

Giunti al trivio si prosegue a sinistra sulla statale dell’Abetone in direzione Lucca. Il primo Borgo che si incontra è Popiglio, un tempo rocca fortificata a lungo contesa tra Lucca e Pistoia, dove si può ammirare la  bella chiesa romanica di Santa Maria Assunta, risalente al 1272.

In prossimità di Popiglio troviamo il ponte sospeso che collega i due versanti della valle. Sullo sfondo l’Abetone ancora innevato. 

A Tana Termini finisce la provincia di Pistoia ed inizia quella di Lucca. A fianco di una imponente Cava di pietre si snoda una stradina che sale a Lucchio, antico Borgo medievale, arroccato sull’omonimo monte. 

Poco prima di Bagni di Lucca incontriamo lo spettacolare scenario fluviale creato dall’azione erosiva del torrente Lima: canyon, vasche naturali, fondali immacolati, acque trasparenti. 

I Bagni di Lucca erano già frequentati ai tempi degli antichi romani. Pare che i primi triumviri (Cesare, Pompeo, Crasso) dopo essersi spartiti il mondo si siano presi un relax termale proprio da queste parti. Nei secoli bui del medio evo ci fu un nuovo inizio grazie all’intervento e alle opere di Matilde di Canossa. Sempre una donna, Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone e principessa di Lucca e Piombino,  trasformò, ad inizio 800, i bagni locali in una stazione termale di rango internazionale.  Dopo il un Congresso di Vienna, ironia della sorte, Matternich e sette sovrani tedeschi trascorsero qui un breve periodo di riposo. Nel 1839 fu inaugurato, primo caso nel mondo, un Casinò. A seguire la prima Chiesa Anglicana in Italia, il cimitero inglese, il Club des anglais. Nel 1886 fu realizzata la prima illuminazione pubblica alimentata da elettricita’. Nel 1910, per iniziativa del baronetto inglese Sir Francis Vane, la prima associazione scout italiana. Insomma un luogo dove è passato un bel pezzo di storia italiana ed europea.