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Giugno 2019

Indimenticabile spot per un basket che non lo dimenticherà tanto presto, l’azione più bella delle finali, bellissime anche se demenziali (sette partite, una ogni due giorni, giocando in tensostrutture senza aria condizionata a fine giugno è davvero un’idea da dementi che certifica la pochezza di chi dovrebbe decidere e promuovere lo sport italiano), appena terminate, è stata la schiacciata del sardo McGee in gara 6 che ha rinverdito in vecchi guardoni ormai ingrigiti il ricordo , anche quello indelebile, di un certo MikeAir. Non bastante a cambiare l’esito delle finali (un po’ troppa stampa favorevole alla Venezia satrapica, a partire dai commenti a senso unico di uno sfiatato DePol, si è notata), lo slam dunk del folletto nero già regista della stessa Venezia nel 2017, l’anno del suo altro scudetto moderno (un ubriacante palleggio a liberarsi del difensore di turno seguita da una giravolta a lasciare sul posto l’aiuto appena arrivato e finale scacciata saltando letteralmente sulla testa dell’ultimo avversario, il più grosso, largo, alto con finale dondolio aggrappato al ferro mentre il PalaSerradimigni sembrava dover esplodere), rimarrà negli occhi di tutti, e nel cuore della sua gente, come LA giocata della stagione.

Detto questo, e riconosciuti i meriti di una Venezia noiosa ma quanto mai inscalfibile nelle sue certezze, si impongono alcune considerazioni.

Mai come quest’anno, si è visto come, per arrivare in fondo ad una competizione pensata male (nei playoff le 7-partite-7 di finale che seguono le 5-partite-5 di quarti e semifinale tutte giocate a cadenze trisettimanali) sia necessario avere una squadra profonda o lunga (composta cioè da 12 giocatori realmente intercambiabili), alta e grossa (con chili e centimetri a profusione) ed atletica (che non vuol dire solo atletismo tonico, ma anche preparazione fisica, concentrazione, voglia e cattiveria agonistica).

Certo esistono le eccezioni. Ad esempio la Milano più lunga, alta, grossa di chiunque altri semifinalista spazzata via dalla freschezza di Sassari urla ancora vendetta, ma il problema lì stava nel manico (dal presidente, Livio Proli, digiuno di sport e dedito solo all’accumulo seriale di nomi altisonanti ma nemmeno buoni per il fantabasket ed un allenatore, Simone Pianigiani, capace di vincere solo quando le partite ed i campionati venivano manipolati e poi, nel prosieguo di carriera, perdente e cacciato ovunque e quantunque). O l’altra semifinalista la magnifica ed utopica Cremona, piccola, corta e old style ma che può contare sul miglior coach in circolazione, Meo Sacchetti, affidandosi al contempo ad un progetto (per non snaturare la propria dimensione, e nonostante ne avesse i diritti sportivi, la prossima stagione non giocherà nessuna coppa europea) e ad un sistema ben identificabile e ripetibile chiunque ne siano i protagonisti.

A questo penso quando penso alla Virus che verrà. Nomi ne circolano, anche altisonanti (ma forse un po’ troppo: per dire, per prendere il pupazzone Teodosic, un grande non grandissimo, non ci perderei il sonno certo di trovarne altri di magari minor appeal mediatico ma di certo più affidabile continuità, un nome per tutti il Craft avvicinato nei rumors e poi rimasto a Trento) e quel che doveva essere determinato in quota italiani è stato fatto. Certo, affidarsi un’altra volta a Pajola come play di rincalzo potendo contare sul solo Cournooh come ulteriore cambio pare azzardato: se si vuole vincere, o quantomeno giocarsela ad alto livello, il secondo play DEVE essere, se non pari, almeno realmente intercambiabile con il titolare mentre al nostro mancano chili, esperienza e, soprattutto, faccia: un anno da titolare in un’alta Lega2 (magari mandato gratis pur di farlo giocare) sarebbe stato molto meglio che doverlo vedere arrabattarsi in un campionato che ancora non gli appartiene (vero che Bonora o Bulleri sono diventati quello che sono stati, buoni, buonissimi play, non giocando prima e poi crescendo a fianco di quelli grandi, ma sono, appunto, due soli casi). Per il resto, come lamentarsi di un gruppo di italiani in cui qualunque dei cinque troverebbe spazio se non in quintetto almeno come primo cambio di quasi tutte le squadre se si escludono le solite Milano, Venezia, Sassari e, forse, Avellino?

La discriminante, ormai è chiaro, la faranno gli strangers, americani o slavi o che la fantasia aiuti, che verranno. Al play titolare (Teodosic o Jokic o, ma non verrà pur essendo il mio preferito, Rodriguez) è dedicata la più massiccia attenzione e la sua scelta orienterà giustamente tutto il restante settore guardie mentre per i lunghi si cercano un 4 e un 5 rispettivamente agile e atletico e grande e grosso, entrambi produttivi, riservandosi un ulteriore aggiunta capace di cambiare l’uno o l’altro indifferentemente. Idee, soldi e, perché no tempo (in questo senso va interpretata la scelta, una figuraccia a parer mio, di disertare la Champions appena vinta, e non si dovrebbe: hai vinto ed eticamente sei obbligato a difendere il titolo. Certo che giocare l’EuroCup, la seconda competizione europea, regala il diritto non scritto di scegliere i migliori giocatori subito dopo i califfi dell’EuroLeague con un ovvio parterre più ricco a disposizione) non mancano. E le menti che dovranno decidere, quest’anno sembrano più amalgamate di quelle, disastrose, che non si parlarono l’anno scorso.

Infine, la Fortitudo. Per la cara vecchia F scudata, i discorsi sono diversi. Dovendo solo salvarsi, e magari togliersi qualche soddisfazione vedi derby, ci sta che la squadra sia pensata lunga ma non lunghissima, esperta (anche se per ora oltre che esperta sembra più che altro vecchia: avendo già Leunen e Mancinelli, niente da dire, era proprio necessario confermare anche Cinciarini? Poi, chiaro, se le cifre che si sentono sono quelle vere …. come farsi scappare l’occasione). Tutto si giocherà, come spesso accade, sull’asse play/centro. Sul Fantinelli esordiente in Lega ed oltretutto rotto, non ci punterei e sarà quindi necessario che il glorioso e passatello Stipcevic, un ottimo titolare sia chiaro, dimostri quella freschezza atletica che già un paio d’anni fa latitava. E per il centro sarebbe bene lasciar perdere suggestioni passate (con il presidente Pavani che ha dichiarato che, fosse per lui, prenderebbe tutti ex fortitudini: buon per la squadra che il mercato lo facciano due persone serie preparate ed entusiaste come Carraretto e Martino). A proposito del quale torno per concludere sugli allenatori. Detto delle due bolognesi (un rampante capace e a suo modo visionario, Martino, per la F, ed uno serio, poco esuberante, ma che ha dalla sua la capacità e l’esperienza di chi grandissimo, e per davvero, è stato, Djordjevic, la V), Venezia ha vinto il suo campionato contando in panchina DeRaffaele, un coach classico, attento, non innovativo e quindi noioso ma capace di gestire un gruppo di presunte star dal difficile amalgama. Milano, al contrario, ha fallito la stagione mettendosi a capo un sopravalutato spocchioso e refrattario a cambiare le proprie idee e a mettersi in discussione: e i risultati si sono visti. Sassari si è affidata all’esuberanza di Pozzecco, un allenatore che non allena: un motivatore, al massimo, empatico, prorompente, non ingombrante; uno che, per giocare il suo basket, nessuno schema, nessuna lavagnetta nei timeout, nessuna spiegazione tecnica, ha bisogno di giocatori di playground, abituati a decidere in un momento per sé e per sé soli: un vantaggio, se l’intelligenza cestistica abbonda come a Sassari, un freno se, per qualunque motivo necessitasse uno stimolo in più. Sopra tutti, però, il magnifico Sacchetti di Cremona che, squadra, corta e piccola, ma entusiasta ed allegra, ha mostrato la più bella pallacanestro dell’anno. Vinvendo anche: la CoppaItalia contro le corazzate che tali non si sono dimostrate.

L’Abetone è una località turistica sull’antico valico appenninico tra Pistoia e Modena. Da queste parti transitò Annibale con suoi elefanti e successivamente, in epoca imperiale,  il lastricato della via Claudia Augusta, importante strada militare di collegamento con le lontane terre del Danubio. Passato il medioevo si dovette attendere il 1776 per l’inizio della costruzione di una vera strada di valico tra il Granducato di Toscana e il Ducato di Modena. In realtà furono realizzati due distinti e convergenti tronconi stradali congiunti tra loro sul confine dell’Abetone, come evidenziato dalle due piramidi in bozze recanti le insegne araldiche delle casate regnanti sugli opposti versanti del valico. 

Di fatto la strada interducale costituì le fondamenta dell’odierna statale “dell’Abetone e del Brennero”. Durante i lavori di costruzione fu abbattuto un abete talmente grande da indurre le maestranze e la comunità a convertire l’antico toponimo locale “bosco lungo” in “Abetone”. Con l’inizio del novecento arrivarono i turisti e i grandi appuntamenti sportivi. Da allora l’Abetone ha legato indissolubilmente la sua notorietà alle gesta di due grandi campioni dello sport: Zeno Colò e Fausto Coppi. 

Il primo, abetonese di nascita, è stato uno dei sciatori più forti di tutti i tempi, primatista mondiale del chilometro lanciato e campione mondiale e olimpico negli anni 50 del novecento. 

Fausto Coppi, sulle rampe dell’Abetone, conquistò invece, con una mitica fuga solitaria, la sua prima maglia rosa. Era il 1940, aveva vent’anni e un nome ancora ignoto alle cronache sportive. Inflisse ai diretti inseguitori, Bartali compreso, un distacco irrecuperabile. Da allora divenne il “campionissimo”. 

Mi muovo anch’io sulla scia stradale di Fausto Coppi, senza fretta, senza classifica e senza inseguitori. Dalla valle del Reno risalgo al Passo dell’Oppio da dove scendo fino alla Lima, borgo che prende il nome dall’omonimo fiume, affluente del Serchio, sul crocevia con la statale “Lucca-Abetone-Brennero”. Qui inizia la salita. Il primo tratto segue una pendenza blanda. Dopo qualche chilometro si incrocia la deviazione per Cutigliano, pittoresco ed attraente borgo medioevale, noto anche per le interessanti offerte enogastronomiche.

Si attraversa il ponte settecentesco sul Sestaione dopo il quale la salita prende pendenze più accentuate. La strada attraversa le località di Pian dei Sisi e di Pianosinatico e, a seguire, una sorta di lunga salita dentro una fitta  galleria di alberi ad alto fusto . Il rush finale conduce alle località Cecchetto, Fontana Vaccaia e Le Regine. Il traguardo arriva alle inconfondibili Piramidi di confine dopo la Chiesa di San Leopoldo, la Fontana monumentale, la Funivia, le strutture, vecchie e nuove, di alberghi e servizi ricettivi. 

Dalla Lima ho percorso 17,3 km con un dislivello di 928 metri ed una pendenza media del 5,4%. “Anche questa è fatta”, disse quel tale….. 

Il termine mecenate deriva da Mecenate, l’uomo politico che, al tempo dell’impero di Ottaviano Augusto, creò il celeberrimo “Circolo di Mecenate” all’interno del quale erano accolti i più illustri uomini di cultura del suo tempo, tra cui Virgilio e Orazio, Ovidio e Tito Livio e che permetteva loro di svolgere liberamente il proprio mestiere di uomini di lettere, proteggendo e favorendo la loro attività. Ancor oggi con mecenate si intende una qualunque figura, pubblica o privata, che promuova, proteggendoli e favorendoli e finanziandoli, progetti culturali.

Si capirà, quindi, come la figura del mecenate sia importantissima in una società in cui la cultura, specialmente in questi cupi tempi di intelligenza e sapere disattesi e sfanculati impunemente proprio da chi, invece, dovrebbe proporla ed incentivarla (ma non è certo questo il luogo per parlarne) spesso e volentieri è relegata in secondo piano rispetto a quasi qualunque altro aspetto della vita pubblica.

Bologna sotto questo aspetto è una città particolarmente fortunata. Può contare infatti su ben due figure di mecenati  illuminati ed appassionati che investono tempo, risorse ed energie nello sviluppo di progetti dedicati alla comunità. Se di Isabella Seragnoli abbiamo parlato spesso per le mostre e le iniziative del Mast (la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, il centro polifunzionale e spazio espositivo di via Speranza che ospita sia collezioni permanenti che mostre temporanee) non si può passare sotto silenzio l’esperienza dell’Opificio Golinelli di via Paolo Nanni Costa 14 voluto e realizzato dalla Fondazione Golinelli, esempio unico in Italia di “… ecosistema aperto in cui sono incentrate in maniera integrate le attività di educazione, formazione, ricerca, trasferimento tecnologico, incubazione, accelerazione, venture capital, divulgazione e promozione delle scienze e delle arti …” che promuove l’educazione scientifica e la creatività dei bambini, appassiona gli adolescenti alle scienze ed alle tecnologie, forma i futuri imprenditori mediante percorsi ed esperienze multidisciplinari, accompagna le scuole in percorsi innovativi di alternanza scuola-lavoro e sostiene l’innovazione didattica attraverso la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti oltre a favorire l’integrazione tra ricerca, industria e mercato e a promuovere attività di ricerca, divulgazione e intrattenimento in collaborazione con l’Università e il Comune di Bologna ed altre istituzioni pubbliche e private.

Esiste, però, in questa città fortunata una terza realtà che pur non potendosi definire opera di UN mecenate vero e proprio (non trattandosi cioè dell’opera di una singola personalità illuminata che vuole condividere le proprie possibilità) che, da anni, sta producendo cultura promuovendo, gratuitamente, valore sociale e culturale al territorio ed alla città. Parliamo del CUBO, il museo d’impresa del Gruppo Unipol creato per trasmettere i valori del gruppo stesso attraverso la cultura e l’arte. Si trova a Porta Europa, spazio altro per Bologna, porta d’accesso alla città per chi proviene dal ferrarese, specie di piccola defense cittadina, che tutti hanno potuto notare percorrendo via Stalingrado dirigendosi dai viali verso l’autostrada:  è quel quartiere caratterizzato da quella specie di onda o grande balena che ha ospitato un goloso ristorante in sentore di stella Michelin ed ora, dopo varie vicissitudini, un interessante esperimento di cucina che unisce qualità ad accessibilità nonché un piacevole caffè aperto fino a tarda ora che costituisce il trait d’union con il nostro TirarTardi.

Qui, nella sua naturale, fresca e rilassata appendice dei Giardini del CUBO, in spazi aperti elegantemente futuribili ma anche disabitati fuori dai canonici orari di ufficio, è possibile assistere, fino al 12 settembre (appuntamenti gratuiti a partire dalle 21,15 con cadenza bisettimanale, il martedì ed il giovedì) ad una interessante rassegna che alterna musica (Sergio Caputo e Raphael Gualazzi, Billy Cobham Band e Kenny Garrett, Franco D’Andrea Trio ed Elio, Marina Rei & Paolo Benvegnu) e dibattiti (Gustavo Zagrebelsky e Eliana DiCaro), racconti di vita e di futuro (Lo StatoSociale & MassimoMartelli, Pino Donghi & Chiara Francini) e teatro (Bobo Rondelli, Alessio Boni & Marcello Prayer, Edoardo Leo & Jonis Bascir, Laura Morante & Eugenia Costantini, Fabrizio Bentivoglio) il cui programma completo può essere recuperato sul sito del CUBO.

Iniziata martedì 18 con l’incontro tra canzoni e affabulazione l’Altra faccia della musica con Laura Gramuglia ad intervistare Rossana Casale, la rassegna continuerà il 20 con PierCarlo Padoan e Dino Pisole che discuteranno Al di là di slogan e occasioni mancate.  In seguito, il 25, saranno Arturo Stalteri e Alfredo D’Agnese a raccontare i 50 anni di Woodstock.

Fresco, cultura, bonton, intelligenza e una location davvero alternativa che offrono la possibilità di un piacevole TirarTardi. Che volere di più in questa lunga estate calda?

Il Monte Cimone (2165 metri s.l.m) è la vetta modenese più alta dell’Appennino Settentrionale e della regione Emilia-Romagna. La sua cima, dal caratteristico skyline a pennacchio per via delle numerose  installazioni astronomiche, meteorologiche e militari presenti, è il punto geografico italiano da cui è possibile osservare la maggiore estensione di superfice terracquea: dall’arco alpino al mare Adriatico, al Tirreno, alla Corsica. La sommità ospita un centro meteorologico dell’aeronautica militare di primaria importanza che, oltre alle attività di istituto, controlla e misura sistematicamente ozono, anidride carbonica e metano presenti  nell’atmosfera della pianura padana. E’ inoltre la principale stazione sciistica della regione con oltre 50 km di piste collegate. 

Naturalmente è anche una meta ciclistica. Una meta straordinariamente bella, alta ed emozionante ma anche impegnativa, soprattutto per chi parte dalla valle del Reno. Ovviamente il ciclista è tale se non si spaventa davanti a un po’ di fatica. Quindi poche storie. Da Silla si sale verso Lizzano in Belvedere e Vidiciatico, da lì si prosegue per il Valico Masera e Fanano. Qui inizia la salita di 8,5 km per Sestola, dove, una volta arrivati, bisogna decidere tra due possibili strade per Pian del Falco: quella che passa a fianco dell’Hotel Miramonti o quella che parte davanti alla Caserma dell’Aeronautica. Io ho preso la seconda. Ombreggiata ma un tantino impegnativa. La prossima volta sceglierò la prima. 

Da Pian del Falco (1350 m. circa), tipico borgo alto appenninico con annesso comprensorio sciistico indicato per i principianti, si sale al Passo del Lupo (1550 m. circa). Qui c’è il cuore pulsante del turismo invernale e sciistico: funivie, hotel sulle piste, chalet dei maestri, noleggi, negozi, bar, scuole di sci. Una funivia lo collega con Pian Cavallaro, punto di partenza per escursioni sulla cima del monte. Nelle vicinanze si può visitare il giardino botanico alpino Esperia, oasi botanica di interesse nazionale. 

Un breve tratto di strada separa Passo del Lupo dal Lago della Ninfa che, oltre al bellissimo lago di origine tettonica, offre  piste per principianti, Snow Park, un Baby Park con gonfiabili per i più piccoli, un bar-rifugio, ecc. 

Qui inizia anche la parte finale della scalata al Monte Cimone, quella più emozionante. L’ultimo tratto di strada, poco più di quattro chilometri, è precluso al traffico veicolare da una sbarra abbassata e da un cartello che spiega che la strada è di uso militare. Pedoni e ciclisti possono però passare per i tornelli.

La salita è uno spettacolo. Davanti una vetta sempre più grande e ravvicinata; dietro valli sempre più lontane, profonde ed estese. Bellissimi fiori e qua e là anche qualche marmotta. 

Grandi folate di vento e finalmente l’arrivo ai piedi dell’osservatorio militare: 1850 metri sul livello del mare. Che dire? Sono soddisfazioni. 

L’Associazione “Il Tiro” ha volto lo sguardo, con curiosità, alla realtà regionale attraverso la rassegna “Pensare Emilia-Romagna -Riflessioni, idee e progetti per il futuro”. L’iniziativa, si è articolata in quattro incontri ospitati dal Cortile Café dal 7 al 28 maggio.

Le analisi e i dibattiti si sono concentrati sul futuro dell’Emilia Romagna, i temi toccati sono statti molti: dallo sviluppo sostenibile, alla cultura, al lavoro e agli effetti delle nuove tecnologie nei sistemi di produzione e per ultimo, ma non meno importante, quello delle prospettive politiche dell’Europa, dell’Italia e della Regione dopo l’ultima tornata elettorale.

Quest’ultima serata, il 28 maggio, dedicata all’analisi del voto delle elezioni europee e amministrative, ha visto tra gli ospiti: Piero Ingazi, Salvatore Caronna e Matteo Lepore, coordinati da Fabrizio Binacchi. L’evento è partito con l’introduzione di Alex Buriani, direttore di ricerca dell’Istituto Ixè. I dati raccolti dall’Istituto Ixè in base a fattori di genere, età, condizione economica e pratica cattolica, hanno contribuito a delineare il quadro degli elettori italiani, in calo rispetto a quelle del 2014, per altro in contro tendenza rispetto a molti altri stati dell’Unione.

Nel contesto europeo “un risultato che ha portato il Partito Sovranista a un livello molto alto[…]L’Italia ne esce certamente isolata come non mai. Esprime una maggioranza politica che va contro quella che sarà nel Parlamento Europeo». Queste le parole di Piero Ignazi, professore ordinario dell’Università di Bologna presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Un evidente campanello d’allarme dell’instabile ruolo dell’Italia all’interno dell’Unione Europea.

Un «baricentro nettamente spostato a destra», come evidenziato da Salvatore Caronna dell’Associazione “Il Tiro”. I risultati analizzati sono stati chiara avvisaglia delle condizioni di crisi della sinistra, anche all’interno delle cosiddette “regioni rosse” tra cui l’Emilia-Romagna. «L’omologazione dell’Emilia-Romagna alle tendenze nazionali – sostiene Caronna – dimostra come non sia più corretto parlare di “regioni rosse”: è una contendibilità superata».

Particolare attenzione al declino dell’affluenza alle urne. Astensionismo probabilmente dovuto al distacco di alcuni elettori di centro-sinistra che non si sentono rappresentati, come sostenuto da Matteo Lepore, Assessore alla Cultura del Comune di Bologna.

Lepore ha inoltre messo in luce la necessità di investire, all’interno dell’area metropolitana, in organizzazioni collettive per il bene comune. Fondamentale in quest’ottica il ruolo di amministrazioni e giovani sindaci che «sentono questo come grande problema».

Nuovo obiettivo de “Il Tiro” è, infatti, far conoscere l’influente impatto che i sindaci emiliano-romagnoli possono costituire all’interno della regione.

Terminata la tornata elettorale del 26 maggio con il ballottaggio del 9 giugno, definire le priorità per il futuro sviluppo dell’Emilia-Romagna sarà oggetto del prossimo incontro. Quali siano i prossimi passaggi da affrontare, in vista delle elezioni regionali, sarà argomento di confronto con i sindaci locali durante l’evento del 18 giugno. Tra gli ospiti: Belinda Gottardi (Sindaco di Castel Maggiore) Davide Ranalli (Sindaco di Lugo) Claudia Music (Sindaco di Argelato), Alessandro Ricci (Sindaco di Granarolo) e due ex sindaci come Stefano Mezzetti e Romano Franchi.

Il Tiro si è dato l’obiettivo di Partire da qui, dai territori, dalle idee e dalle comunità. Vi aspettiamo.

Tra pochi giorni sarà il 20 giugno, data in cui si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di rifugiati e richiedenti asilo nel mondo che lasciano le loro case per fuggire da guerre persecuzioni. 
Migliaia di persone vulnerabili in movimento, donne, uomini, bambini.

Secondo i dati dell’ UNHCR – l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati – nel 2017 il numero dei rifugiati nel mondo ha toccato la cifra record di 68,5 milioni. In particolare 16,2 milioni hanno lasciato la propria abitazione per la prima volta o ripetutamente. Detto in altri termini: sono scappate 44.500 persone al giorno, una ogni due secondi.

Nel 2018, nonostante il numero di arrivi sia stato molto più basso rispetto a quello registrato in Italia ogni anno fra il 2014 e il 2017, i viaggi sono rimasti pericolosi come sempre. 
L’ultimo rapporto (sempre di UNHCR) “Viaggi disperati” stima che 2.275 persone abbiano perso la vita nel Mediterraneo nel 2018, una media di sei morti al giorno.

E’ sotto agli occhi di ognuno di noi quello che sta capitando in mezzo a quel mare. Dalla primaria formula “porti chiusi” al Decreto sicurezza bis (che, in particolare,concede al Ministro dell’Interno il potere di “limitare o vietare l’ingresso, il transito e/o la sosta di navi nel mare territoriale, qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica“), è sempre più in aumento l’azione di intercettazione dei migranti e il loro conseguente trasferimento in Libia. Luogo/porto tutt’altro che sicuro, ribadito dalla Commissione Europea, ONU e OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) per le pessime condizioni di salvaguardia e per i particolari rischi a cui sono esposte le persone: abusi, violenze, torture, stupri. 
Un vero e proprio inferno.

E’ capibile, quindi, che anche con un numero minore di navi umanitarie in mare le persone prive di alternativa, con la disperazione fuori e la speranza dentro, continuino a provare questa rischiosissima traversata.

Esistono diverse prospettive da cui guardare questo fenomeno; io ho deciso di guardarlo dalla parte del mare. 
Da quel principale mare dell’Europa meridionale, un tempo culla di civiltà ed ora scenario di angoscia e morte. Da quell’acqua che divide “noi”da “loro”,  e penso che nascere al di qua o al di là del Mediterraneo è una questione di mera fortuna, ed essere nata dalla parte fortunata non fa di me una persona migliore. 
Non ho conosciuto la guerra, la miseria, la fame. Ho potuto studiare, ho un lavoro. Ho una casa, posso curarmi, avere servizi. Posso frequentare i posti che desidero, parlare liberamente. 

E riflettendo su questo, mentre incrocio gli occhi di quelle donne, uomini e bambini, la prima cosa che provo è rispetto. Rispetto per coloro che tutto questo possono solo sognarlo.

Qui si può scaricare il  Rapporto completo “Viaggi disperati.

La “Giungla di Calais”, così era chiamato un accampamento di rifugiati e migranti in Francia nelle vicinanze di Calais (la città, un tempo capitale mondiale dei merletti prima che la crisi attanagliasse il settore, è il 1° porto in Francia per numero passeggeri e il 2° in Europa dopo Dover ma l’EuroTunnel e gli incidenti con i migranti ne hanno a lungo andare minato la stabilità sociale) funzionante dal gennaio 2015 all’ottobre 2016. Il campo, il più grosso e frequentato nel suo genere, era il punto di raccolta prima e di partenza poi verso la meta vagheggiata. I migranti, infatti, vivevano nell’illusione di poter, partendo da quel luogo desolato, sbarcare nel RegnoUnito utilizzando i traghetti in partenza dal porto di Calais oppure attraversando il Tunnel della Manica come passeggeri clandestini su camion, auto o treni. Il Campo guadagnò un’attenzione internazionale durante il picco della crisi europea nel 2015 quando la popolazione nei campi aumentò rapidamente e le autorità francesi iniziarono le evacuazioni fino all’annuncio, dato il 26 ottobre 2016, che il campo era stato liberato (a far data dal 26 luglio 2017, Human Rights Watch ha pubblicato una relazione intitolata “Come vivere all’inferno” ,“Like living in Hell”, una relazione che documenta in maniera inoppugnabile i continui abusi sui diritti umani compiuti dalla polizia nei confronti dei migranti sia bambini che adulti).

Emmanuel Carrére (prolifico autore francese di cui ricordiamo almeno “Limonov” del 2012, “L’avversario” del 2013, “Il Regno” del 2015 ed “Io sono vivo” del 2016) scrisse, sempre nel 2016, a campo quindi ancora funzionante, un libro sull’argomento, “A Calais”. Una sorta di pamphlet che però (“… quello che mi interessa è poter scrivere un reportage di 40.000 battute esattamente nello stesso modo in cui scriverei un libro …”) non ci racconta il fango, la violenza e la miseria del campo, bensì tutto quello che c’è attorno: la rabbia e la frustrazione di parte dei calesiani; la compassione e la solidarietà di altri; le fabbriche e i quartieri abbandonati; l’immane apparato poliziesco; il circo mediatico; il macabro e lucroso o anche solo inconsapevole e malato, turismo del dolore. E lo fa nel suo modo distaccato e diretto che da sempre ne caratterizza l’approccio, privilegiando lo sguardo distaccato dell’entomologo che si interroga costantemente su tutto, anche su se stesso

Per scriverlo, Carrere trascorse due settimane nella città della Manica per documentarsi e per parlare soprattutto con gli abitanti della città per sondarne le reazioni (che potrebbero anche essere le nostre).

Leggere questo resoconto realistico e documentato fa uno strano effetto sapendo che ormai quella situazione non esiste più ma che cento, mille altre simili sono invece sempre più presenti in un’Europa che troppo sembra attirata dalla deriva sovranista.

Leggere che “… pro e contro i migranti sono espressioni bizzarre. Pro migranti nel vero senso della parola non ce ne sono, dato che nessuno è favorevole ad avere alle porte di una città di 70.000 abitanti una popolazione di 7.000 disgraziati ridotti allo stremo, che dormono in tende di fortuna, nel fango, al freddo e che ispirano, a seconda del carattere di ciascuno, apprensione, pietà o sensi di colpa. Quelli che sono davvero contro i migranti, invece, i fanatici capaci di sbraitare: «Annegateli tutti!» o: «Rimandateli a casa loro!», che in fondo sarebbe la stessa cosa, quelli, sì, ci sono, ne ho incontrati alcuni, ma non sono certo la maggioranza. Molti dicono che la situazione era gestibile quando c’erano soltanto «i kosovari», arrivati negli anni Novanta, alla fine della guerra dei Balcani – e così ancora oggi vengono chiamati, soprattutto dai vecchi, gli stranieri senza permesso di soggiorno -. Erano solo poche centinaia di persone, si poteva farsene una ragione. Ma ora che ci sono «i siberiani» è veramente troppo. Me li hanno nominati un paio di volte, «i siberiani» e ci ho messo un po’ a capire che si trattava dei siriani e dei curdi, degli afghani, degli eritrei, dei sudanesi, di tutti quelli che arrivano dal Medio Oriente o dall’Africa Orientale, paesi devastati dalla guerra, come ci ripetono ogni giorno in televisione, sicché, certo, uno li capisce, poveracci, se scappano, ma vorremmo che si fermassero ovunque tranne che nel nostro giardino. Va bene accoglierli, ma perché da noi? Perché a Calais, che ha già tanti problemi? Nessuno è contento dell’ingombrante presenza dei migranti, e i migranti stessi sono disperati all’idea di dover restare qui, ma mentre chi è contro i migranti se la prende direttamente con loro con una buona dose di razzismo, bisogna dirlo, per i pro migranti il problema è quello dello Stato, dell’Europa e soprattutto dell’Inghilterra, dove vogliono andare tutti, e che non li vuole, e ci ha fatto il brutto scherzo di metterci la frontiera in casa per poi affidarci il compito di occuparcene e di sorvegliarla. Questa fregatura si chiama trattato di Le Touquet e lo conoscono perfino quelli che chiamano «siberiani» i siriani …”, non può che riportarci a situazioni e prese di posizione che, purtroppo, bene conosciamo. Così come il richiamo al trattato di Le Touquet (firmato nel febbraio del 2003, è un’intesa che mira a regolamentare la gestione dei flussi migratori tra Francia e Inghilterra e di fatto stabilisce che le frontiere francesi siano sorvegliate dagli inglesi e quelle inglesi dai francesi. Sulla carta sembra un accordo simmetrico. Il problema è che nessun migrante cerca di passare dalla Gran Bretagna alla Francia uno dei Paesi europei considerati meno appetibili, mentre a migliaia tentano ogni anno con tutti i mezzi, e spesso mettendo a repentaglio la propria vita, di passare dalla Francia alla Gran Bretagna dove le leggi sul lavoro sono più flessibili, i controlli sull’identità delle persone meno frequenti e le comunità straniere più unite, senza contare che molti migranti masticano l’inglese) non può che ricongiungerci alla realpolitik di governi troppo, per non dire solo, interessati a consolidare la propria autoreferenzialità a scapito di quelli che sono, sarebbero, dovrebbero essere, i crismi fondanti di una società civile e moderna.

Un’ultima nota, infine, per citare l’autore delle foto che accompagnano questo scritto: lui è Jérôme Sessini (“… non mi piacciono le categorie rigide. A volte c’è arte nel giornalismo e giornalismo nell’arte. Coscienza, cuore, bellezza, equilibrio e perdita di equilibrio sono essenziali per me …”), francese, nato nel 1968 e membro di MagnumPhotos dal 2012.

Ingredienti

  • 1 melanzana misura media
  • Qualche pomodorino datterino
  • 1 fetta di festa
  • Origano
  • 1 Cipolla di Tropea

Preparazione

Lavate accuratamente la melanzana lasciandole il picciolo, tagliarla a metà nel senso della lunghezza; fate delle incisioni a raggiera nella polpa, condite con sale e pepe e lasciate a macerare per circa un’ora.

Trascorso il tempo necessario mettetela in una teglia da forno con un filo d’olivo e fatela cuocere in forno per 30/40 minuti coperta con coperchio o carta stagnola.

Intanto tagliate i pomodorini (facendoli un po’ sgocciolare) e la feta a quadretti piccoli; conditeli con sale, olio, una piccola manciata di pepe ed origano. Posizionateli poi sulle melanzane cotte ed a questo punto potete servirle così con qualche lamella di Tropea fresca o ripassarle in forno per scaldare anche la farcitura,

Se volete potete escludere la feta e aromatizzare con basilico o menta.

In attesa dell’estate un saluto da G & G

Scoprire il bello della varietà, dai castelli emiliani all’entroterra romagnolo, dalla Val D’Orcia alle Apuane, come patrimonio del mondo.

Il bello della differenza. Che non è solo biodiversità. Questa Italia è incredibile e tutta da visitare più e più volte: dalla pianura verde della Lombardia ai mosaici giallo-verdi (no, non pensate alle formule cromatico politiche) della campagna Toscana.

E’ così questo misterioso e fantastico Paese chiamato Italia chiamato a volte anche Belpaese (da non confondere con un formaggino cremoso) ma spesso non rispettato come un Paese normale: passi dai mari verdi di foraggio e frutteti della pianura lombardo emiliana alle tappezzerie territoriali naturali della Val d’Orcia e della Provincia Granda di Cuneo, dalla foresta del Casentino tra Arezzo e Forlì e ai cucuzzoli delle Dolomiti, dai canneti del delta ferrarese al tavoliere pugliese, dalle cale e calette della Sardegna alle grandi insenature della Calabria e della Campania.

Dai trovatemene un altro così?

Provate a mettervi su una altura tra Buonconvento e Montalcino tra Monteriggioni e Siena chiudete gli occhi e apriteli improvvisamente: vi troverete davanti un mare di colori tra il giallo del grano e il rosso dei papaveri, dal verde delle erbe mediche al giallo intenso dei girasoli, dal tappeto variopinto dei frutteti al nocciola chiaro della terra arata attorno alle viti e tra i vigneti ricamati sulle dorsali delle colline.

E poi tra una altura e una valletta i casolari con quei tetti rossi e i mattoni ancora più rossi tra rotoli di fieno e rumori di trattori che tornano in corte, in cascina, nel casolare.

Provate ad immaginare di stare su un argine del Po, dalle parti del Basso Mantovano, terra ricca di latte e di foraggio, di stalle e di formaggio.

Chiudete gli occhi e riapriteli improvvisamente: vedrete un mare di verde e di verdi (tonalità differenti) che da solo varrebbe una terapia contro la depressione.

Mi ricordo che una volta Luigi Veronelli  decantò la terra mantovana davanti a Renato Bonaglia, scrittore, poeta  e giornalista della Bassa. Lui Veronelli poeta e scrittore della bergamasca e noto esperto di vini e conduttore televisivo fantastico faceva con Ave Ninchi faceva negli anni Settanta la mitica trasmissione sui fornelli “A tavola alle sette” con ironia e competenza.

Scriveva l’indimenticabile Luigi Veronelli all’amico indimenticato e indimenticabile Renato Bonaglia cantore della tradizioni della Bassa Mantovana: “Cum l’è bèla la tot èra tota verda e tota pèra”. Tradotto:  Come è bella la tua terra tutta verde e tutta pari.

Era la meraviglia di Veronelli bergamasco verso un panorama davvero inusuale per un abitante della cosiddetta pedemontana. In dialetto c’è una rima che in italiano scompare e non si trova neanche a pagarla.

Giugno, voglia d’estate voglia di vacanze: andate dove volete, andiamo dove vogliamo, escursioni sul Brenta e nuotate nelle acque blu dell’Elba, dal sole della spiaggia infinita di Miramare di Rimini alle sfilate di moda sotto il sole sulla spiaggia di Forte dei Marmi e Camaiore: ma non ci dimentichiamo dell’Italia che sta subito dietro queste cattedrali rituali del turismo estivo, non dimentichiamoci di visitare quel paese che a sette chilometri dal molo ha una riserva naturale e storica di sapori e colori, una chiesa sconosciuta e un castello da scoprire.

E’ l’Italia, bellezza. Basta aver voglia e tempo di scoprirla, gustarla, guardarla con occhi meravigliati e non scontati. E fatevi delle domande per aiutarvi a scoprire e a capire.

Se capitate a Mercatello sul Metauro chiedetevi perché si chiama Mercatello e perché  lì hanno la porta del morto. E se capitate a Castellaro Lagusello chiedetevi perché è Castellaro e perché Lagusello? Se state andando da Firenze a Monte Morello chiedetevi perché Morello. Turismo è curiosità continua, non solo rito da ombrellone o da scarpone. Sole, mare, cozze, vongole, scarpinate tra vette e polenta concia: tutto bello. Poi c’è pure l’altro mondo subito lì dietro, a una manciata di umanità.

In Cirenaica, il quartiere, nomen omen, costruito nei primi anni del secondo decennio del secolo scorso che è compreso tra la veneta e via Libia e tra la direttissima e il dirimpettaio Ospedale Sant’Orsola e la cui toponomastica (via Libia,  via Rodi, via Tripoli, via Bengasi, via Zuara, Via Cirene, via DuePalme in tempi più recenti rinominate via Rossi, via PaoloFabbri, via Bentivogli, via Masia, via Musolesi, via Sabatucci) fu improntata  alla celebrazione del colonialismo imperante all’epoca (Tripoli evidentemente vissuta come un bel suol d’amore anche dai bolognesi), ci si andava per i crostini del “Becco di legno”, la bella, vecchia, vera osteria di via Palmieri che è rimasta come allora, o per l’antipasto di “Vito” (e chi non ha mai mangiato la briochina appena uscita dalla lattina della Danone, magari accompagnandola col vino … quello col bollino rosso … non sa cosa si è perso), la trattoria di via Musolesi dove era normale finire le serate accompagnando con voci sfiatate Lucio Dalla che duettava con Francesco Guccini e magari versando da bere ad un occhieggiante Roberto Vecchioni che discuteva di filosofia con Claudio Lolli, mentre i più introdotti o biassanot preferivano le atmosfere del “Club 33” in SanteVincenzi. E visto che non solo di cibo e vino si vive, spesso prima di “Vito” o del “Becco” o del “Club” era obbligatoria una sosta al cinema “Minerva” che, prima di provare a sopravvivere col porno e poi, una volta deciso che non c’era più motivo di continuare, diventare lo studio di registrazione di Dalla (all’avanguardia per l’epoca e per l’Italia), era del giro dei cineforum e ci trovavi sempre qualche imperdibile film che ti era scappato.

Adesso, di quei tempi, il cinema (e la sala registrazione) non ci sono più, mentre rimangono in vita sia “Vito” che il “Becco” ed anche il “Club” (certo, Vito e Lucio e Claudio e una gran parte dei fondatori del Club non ci sono più e come loro molti “… della gente che ci andava a bere se ne è andata … alcuni perché già dottori, alcuni perché sposati o hanno fatto carriera …”, ma i locali r/esistono perché altri sono venuti anon far rimpiangere chi non c’è più, vero Stefano Camisa nuovo motore trainante del Club, e hanno ancora un senso). Il bello del quartiere, però, è che è rimasto (lui, il quartiere) come allora (ovvio, qualche bar, qualche pizzeria si sono aggiunti, ma il mercatino della Cirenaica in SanteVincenzi, seppur in difficoltà, continua la sua attività e le novità, seppur accettate sembrano non riuscire ad attecchire e a soppiantare lo storico substrato umano (ad esempio, qui aprì e chiuse in un amen il takeaway di Marco Fadiga, lo chef fantasioso e alla moda de “La pernice e la gallina” che pure, dopo quella folgorante esperienza riciclò la propria arte culinaria in molte altre realtà cittadine prima di diventare lo chef executive Moët&Chandon ad Epernay, ma non qui).

Ed è proprio questo sapore di intimità diffusa, di caldo conforto umano, questa refrattarietà apparente al dinamismo vuoto ed incongruo che pare aver invaso ineludibilmente il resto della città, a segnare il tratto distintivo del rione. Il cui fulcro, l’ombelico attorno al quale sembrerebbe ruotare questa wellness diffusa, è il “BarTito” di via Bentivogli 111, un luogo assai poco bolognese, quasi francese, francese da paesino del Perigord o dell’alta Provenza o anche da qualche piazzetta parigina dimenticata e fuori dalle rotte della pazza folla.

All’apparenza un’oasi, il locale è minuscolo ed ingombro di cose, di vita e di ricordi ma che risolve la mancanza di spazio all’interno con questo dehor al contempo discreto ed accogliente, ombreggiato com’è dalla folta chioma di un grande albero, in cui studenti e massaie, operai ed impiegati, passanti o curiosi come me si susseguono ad ogni ora del giorno (il “BarTito” è aperto dalle 7,00 alle 23,00 tutti i giorni anche se, in estate, l’apertura domenicale è circoscritta al pomeriggio/sera per poi, in luglio ed agosto, fermarsi definitivamente) per la colazione, un pranzo veloce profittando delle proposte da tavola fredda (ottimo ad esempio il simil kebab con pane nero al carbone, maiale sfilacciato, guacamole, insalata).

O ancora, per il momento clou che è poi quello che a noi che amiamo tirar tardi piace di più, quello dell’aperitivo quando, in un locale che come per incanto di riempirà di gente chiacchierina e discreta, ci sarà la possibilità di alternare ad una più che buona offerta di vini anche al bicchiere (per dire, in lavagna era proposto un Ca’DiZago, un prosecco di Valdobbiadene metodo classico dosaggio 0 assai differente, per qualità e piacevolezza, dagli insulsi prosecchi che normalmente vengono compulsivamente serviti in locale ben più rinomati e autoreferenziali di questo, ma, visto che era terminato, l’alternativa è stato un ottimo metodo classico LorenzoMariaSole de L’Armangia) tra cui non mancano vini alsaziani e francesi, tedeschi e di piccole ma gustose cantine italiane, ottime birre anche artigianali ed una piccola, divertente, scelta di cocktails accompagnati da semplici ma golosi piatti tipici della ristorazione veloce preparati dal forno di Omo ed offerti con simpatica nonchalance da Marco e Jacopo e Andrea.

Sarà per questo, questa sensazione di familiarità immediata, che per pubblicizzare il “BarTito”  non potrei che rifarmi ad una vecchia pubblicità, quella … contro il logorio della vita moderna.

Cena di lavoro a cui si è invitati per motivi formali: se si declina l’invito si rischia l’incidente diplomatico. Messi a tavola con persone che si conoscono male o abbastanza bene per avere voglia di scappare, avvolti da una maschera di benevolenza, ci si trova costretti a conversazioni forzate. Non i vassoi della mensa, ma tovaglie con panneggi barocchi che lambiscono il pavimento. Non sedie pieghevoli, ma poltroncine vestite da cocottes con delle specie di vestaglie da camera in tessuto antimacchia. C’è una tradizione delle cene di lavoro: riproporre dentro stoviglie da avanguardia novecentesca il menù della mensa aziendale del giovedì. Certi che verranno serviti cannelloni madidi di besciamella e scaloppine con le patate arrosto mezze crude e riscaldate.   Per celebrare un successo aziendale, o a conclusione dei lavori di un convegno. C’è chi apprezza tutto pur di passare una sera fuori di casa, protraendo fino alle 23.30 il buonumore di un happy hour coi colleghi in vena di battute scoppiettanti, finalmente rilassati.

L’attesa è che tutto finisca il prima possibile. Ci si può fare compagnia da soli osservando gli altri.

C’è sempre l’organizzatore dell’evento che sa esibire le sue competenze nel mettere a tavola i commensali. L’anfitrione capo ufficio crede di conoscere tutti. Forma gruppetti e con una giacca  si tiene libero il posto per sedersi davanti al più simpatico o al più influente. Usa i colleghi che ritiene caratterialmente amorfi o professionalmente inutili come jolly: non ha scrupolo a farli spostare se si sono già seduti. Puro mobbing in orario extra lavorativo, messo in pratica con quella improvvisazione gioviale che è più rivelatrice di un lapsus freudiano.

Si spera che ogni tanto si sbagli e faccia sedere vicine persone sconosciute o male assortite. La cosa peggiore è riproporre i gruppi e rinforzare tra i tavoli feudi e confini. Una cena obbligata potrebbe essere l’occasione per parlare con qualcuno del più e del meno in modo un po’ diverso dal solito. Con degli equivoci per esempio. Con dei fraintendimenti. Con dei recuperi di gaffes che scivolano nel surrealismo. Con delle raffinatezze inaspettate. Così, per distrarsi dalle certezze del menu e riempire il tempo tra una portata e l’altra.  Trovare che anche gli altri si annoiano mortalmente e vederli come eroi che trasformano il parlare del nulla in un capolavoro di galateo vittoriano. Riarrangiare la musica da ascensore in una sinfonia infinita. Non aspettare mai, questo è il trucco per sopravvivere. Senza scadere nella banalità aforistica del vivere l’attimo: può non valerne la pena. Se si è seduti tra due tavoli e il dislivello farà traballare il piatto, sarà tutto più facile.

Foto di Lorenzo Rondali.

Pedalare in salita avvicina alle stelle. E’ un dato di fatto ed è una metafora ciclistica. Se decidete di salire al rifugio di Pratorsi, 1320 metri di altezza, Comune di San Marcello-Piteglio (PT), troverete addirittura, strada facendo, ad una quota più che ragionevole, un intero parco di stelle disposto ad intrattenervi e stupirvi. Come arrivarci? “seconda stella a destra, questo è il cammino.. “. Beh, no, in bicicletta bisogna fare un’altra strada: Porretta, Molino del Pallone, Biagioni, Pracchia, Campo Tizzoro, Passo dell’Oppio. 

Arrivati sul valico si prosegue a destra sulla strada per Gavinana, l’antico borgo dove Fabrizio Maramaldo uccise, dopo averlo sconfitto, il  condottiero fiorentino Francesco Ferrucci, quello del famoso anatema “vile, tu uccidi un uomo morto”. Dopo una breve sosta nella piazza del paese per la foto di rito al monumento equestre del Ferrucci e uno sguardo ai cartelli stradali si parte per Pratorsi. 

La strada sale dagli 820 metri di Gavinana ai 1320 metri del rifugio in poco meno di nove chilometri. Il parco delle stelle si trova a Pian dei Termini, 981 metri di altezza. Il primo impatto è con l’installazione “Portatrici di stelle” dell’artista Silvio Viola, opera di grande suggestione scenica che rende omaggio alle donne che per nove mesi portano nel grembo materno la vita per poi darla alla luce. Subito dopo si incontra “il giardino del sole” di Andrea Dami, raffigurazione artistica del sistema solare. 

Decisamente interessante anche il “trakking planetario” che riproduce in scala perfetta la distanza tra il sole e i suoi pianeti. 

Infine l’osservatorio astronomico a doppia cupola inaugurato nel 1990 alla presenza di Margherita Hack. 

Da qui si prosegue su di una strada forestale asfaltata fino alla meta. Si pedala sotto l’ombra di alte faggete tra le quali, ogni tanto, fanno si inseriscono rumorosi ruscelli in caduta libera e squarci panoramici di alte vette in lontananza.

Il rifugio purtroppo è ancora chiuso. Alla prossima. 

Quando si parla di minimalismo in letteratura, quel particolarissimo movimento che vide la rinascita, a metà anni ’80, del racconto come forma letteraria primaria, i nomi che vengono in mente sono quelli, scontati, del maestro del genere Raymond Carver (“Cattedrale”, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, “Vuoi star zitta per favore”, ecc…), di Richard Ford (“Rock Springs”, “The Sportswriter”, ecc…) e di quelli che furono, a torto o a ragione, considerati i loro più brillanti epigoni, Jay McInernay (che esordì nel 1984 con lo sfolgorante “Le mille luci di NewYork”), Bret Easton Ellis (che tra il 1985 e il 1991 fece la fortuna dei box offices con “Less than zero” e, soprattutto, “American Psycho”) o ancora Chuck Palahniuk (autore, inspiegabilmente avvicinato alla corrente, a metà anni ’90 del fortunato “Fight club”  trasporto al cinema per l’interpretazione di Brad Pitt ed Edward Norton).

Colpevolmente, però, si tralasciano spesso e volentieri, per quel tipico e ridondante vezzo italiano di non approfondire la conoscenza di ciò di cui si parla, quelle che a tutta ragione possono essere considerate davvero come le più vicine e coeve iniziatrici del genere. Parlo di donne, di scrittrici grandi e sfortunate (editorialmente ovvio). Parlo di Ann Beattie, di Amy Hempel e Grace Paley, di Jill Eisenstaedt e Tama Janowitz. Autrici di grande importanza e significanza all’epoca (le loro opere abbracciano un arco temporale di una decina d’anni a partire da metà anni ’70), ma delle quali, forse per una sorta di refrattarietà alle sfolgoranti luci della ribalta, forse per la naturale ritrosia per ciò che concerne la visibilità vuotamente esibita, forse ancora per la consapevolezza dell’esistenza di una data di scadenza di una poetica e di una pregnanza troppo indissolubilmente legate alla contingenza culturale ed intellettuale di quel particolare periodo storico, poco rimane a testimoniarne l’importanza.

Se di Grace Paley (1922-2007, scrittrice, poetessa, attivista) esistono solo una cinquantina di racconti, riuniti nella raccolta “Tutti i racconti” . Se di Amy Hempel (la cui scrittura è tutta nelle frasi. E’ nel modo in cui le frasi si muovono nei paragrafi. E’ nel ritmo. E’ nell’ambiguità. E’ nel modo in cui l’emozione, in circostanze difficili, viene catturata nel linguaggio. E’ negli istinti di coscienza. E’ nella coscienza assediata. E’ sulle pene d’amore. E’ sulla morte. E’ sul suicidio. E’ sul corpo. E’ sullo scetticismo. E’ contro il sentimentalismo.E’ contro il sentimento facile. E’ sul rimpianto. E’ sulla sopravvivenza. E’ nelle frasi usate per rappresentare e difendere la sopravvivenza. Non a caso di lei Palahniuk dirà: “… ogni – sua – frase non è solo cesellata, è torturata. Ogni frase e battuta … è qualcosa di divertente o di così profondo che Te la ricorderai per anni … “) la scarna produzione di racconti viene compendiata nella raccolta “Ragioni per vivere. Tutti i racconti”. Se di Jill Eisenstaedt ricordiamo solo “I ragazzi di Rockaway” (un romanzo di formazione in cui iì ragazzi di Rockaway, una località di mare nel circondario di NY, finite le scuole superiori hanno davanti a sé un presente privo di stimoli e prodigo di incertezze anche se ricco di passioni e gesti a volte inconsulti o infantili o disperati raccontato dalla scrittrice con occhio al tempo stesso distante e partecipe utilizzando uno stile diretto e semplice, definito da pochi magistrali tocchi, che consente a chi legge di entrare a far parte quasi fisicamente di questo gruppo di giovani, per condividerne ricordi, delusioni, speranze). Se di Tama Janowitz possiamo trovare “Un cannibale a Manhattan”  e “Schiavi di New York”  (storie, ambientate nella Grande Mela, di formazione giovanilistica indecise tra il candismo di un cannibale inurbato per sensazionalismo e pruderie da pulsioni autodistruttive) due romanzi di grande ed immediato successo ma di fuggevole durata. È Ann Beattie, senz’altro la più prolifica delle tre (di lei si possono annoverare una decina di romanzi ed altrettante raccolte di racconti) che può invece essere presa a voce, possente, del periodo. È infatti “Gelide scene d’inverno”, non a caso il primo romanzo, è del 1976, da lei pubblicato, il simbolo, paradigmatico esempio, della poetica e dell’estetica di tutta quella generazione, il ritratto di un’America disillusa, che ha visto svanire l’ebbrezza visionaria degli anni ’60 e deve fare i conti con la propria desolata normalità.

La sua, come d’altronde quella delle sue compagne d’avventura letteraria, è una prosa cristallina e senza fronzoli, in cui l’attenzione al dettaglio e il rifiuto di ogni appesantimento psicologico o intellettuale sono strumenti con cui narrare le storie di giovani istruiti della east-coast che vivono il riflusso della controcultura degli anni ’60 nella noia borghese dei ’70: lavori d’ufficio, carriere ristagnanti, matrimoni mal riusciti, vaga nostalgia, frustrazione, schiacciante passività. All’azione, alla trama romanzesca, si sostituiscono i puri gesti e le parole dei personaggi e l’ambiente umano e materiale in cui si muovono, specchio perfetto dei loro fallimenti e delle loro ossessioni (… quando ho iniziato a scrivere mi interessavano gli scrittori che piacevano agli altri scrittori … nel ’76 benché ci fossero tante voci originali e meravigliose che scrivevano racconti, era quasi impossibile pubblicare una raccolta di short stories …  c’entrerà qualcosa l’aver vissuto in quelli che all’epoca sembravano tempi in cui si poteva cambiare il mondo, gli anni ’60 e i primi ’70, o forse si spiega soltanto con la giovinezza, il fatto che così tante cose apparissero ironiche e buffe, intense e molto, molto, significative … c’è una maledizione cinese che consiste nell’augurare a una persona di vivere in tempi interessanti e quelli lo erano davvero, ma all’epoca tante cose erano già in via di disfacimento, sia a livello politico, che sul piano dell’attivismo individuale e delle aspettative di una giovane generazione che avrebbe potuto creare un mondo più perfetto. I giovani fortunati si nascondevano nelle università per evitare di andare nell’odiato establishment o determinati a non lavorare più nella fattoria di Maggie di Bob Dylan …”). Inevitabilmente, i protagonisti di queste storie che si possono tranquillamente definire di sospensione più che di suspense (un “Grande Freddo” senza concessioni al romanticismo, descritto con una scrittura capace di dipingere un’epoca e una situazione sociale che a distanza di tempo mantengono intatta la propria forza di suggestione; una “Tempesta di Ghiaccio”, sempre per trovare paragoni cinematografici, che è innanzitutto un luogo dell’anima) sono quelli che all’epoca per l’autrice era più frequente incontrare: ex hippyes esistenzialmente alla deriva che alla libertà preferirebbero legami stabili e significativi. Personaggi che non hanno, o non riconoscono, vincoli che li possano legare agli altri in maniera sicura e definitiva: impieghi, matrimoni, l’impegno richiesto dall’amore: persino il ruolo del genitore o del figlio, tutto è in stato di riflusso. Tutto è provvisorio, va reinventato dall’oggi al domani, nessuno può difendere nessuno.

Nichilismo? Cinismo? Disperazione? Semplicemente, credo, si possa parlare di termine, di data di scadenza, una data di scadenza raggiunta. L’amara consapevolezza che i sogni sono finiti. La luccicante Camelot vagheggiata per un breve istante ha mostrato l’esistenza di segrete e labirinti bui e desolati, e la vita non è, forse non lo è mai stata ma anche se sicuramente mai più lo sarà, mettere dei fiori nei cannoni degli altri.

Perché i cannoni, quelli degli altri, non sono solo quelli che ci si potrebbe aspettare. Sono tutto attorno a noi.

Come un’araba fenice rinasce per l’ennesima volta sui colli bolognesi (quelli dove è bello andare con una Vespa Special T ma non solo) la vecchia Lumiera di via di Sabbiuno.

Si scherza, naturalmente, Anche perché, a differenza di quella, l’araba fenice che mutazione dopo mutazione rimane però invariabilmente uguale a se stessa, questa “Collina delle Meraviglie” che inaugura stasera GIOVEDì 6 GIUGNO e resterà aperta, tempo permettendo, fino al 15 SETTEMBRE, è un qualcosa di completamente diverso.

Non aspettatevi infatti una riproposizione di quelli che furono gli stilemi della vecchia Lumiera. Innanzi tutto, si tratta di un luogo (sorge infatti nel grande spazio aperto ed alberato che un tempo fungeva da parcheggio) prettamente estivo, pensato per poter godere del fresco collinare e della incomparabile vista del tramonto sulla valle del Reno (tutte le location, il bar, il food truck di cui riparleremo, le comode sedute così come i tavoli, spartani ma a loro modo eleganti, della zona cena sono orientati in quella direzione).

E poi, soprattutto, ciò che ci piace davvero tanto è il concetto che sta alla base di questo nuovo progetto di Fabio Giavedoni e Giulia Guandalini (per intenderci, quelli di “Sbando” e di “Stappo & Sposto” , realtà dinamiche e di qualità di cui abbiamo già parlato) in questo caso accompagnati da Giovanni Villa.

Spesso, infatti, si parla di sostenibilità abusando del significato. In questo caso, invece, il concetto stesso non rimane un vuoto contenitore privo di sostanza (tutte le stoviglie usate, a parte i bicchieri rigorosamente in vetro, saranno infatti di materiali compostabili al 100% ma anche l’acqua minerale, ad esempio, sarà la Cerelia che, tra le acque del comprensorio, è l’unica ad essere imbottigliata in vetro). 

Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto, la “Collina delle Meraviglie”  (un’area agricola  privata in via di Sabbiuno 6 con accesso diretto dalla strada e parcheggio interno di proprietà dell’azienda agricola Foyer e che è stata inserita nel cartellone di BolognaEstate 2019 come progetto di valorizzazione del territorio e delle risorse del territorio stesso elaborato dall’associazione Dalla Terra in Su e da Stappo&Sposto) è, sarà, un mercato contadino che proporrà prodotti di aziende delle colline bolognesi e modenesi (in cui ovviamente non sempre potranno essere presenti i produttori occupati con le attività dei campi locali anche se il mercatino resterà sempre aperto proponendo frutta, verdure, uova, formaggi, salumi, pollame, miele, olio, piante aromatiche, piante fiorite e bacche di goji) che, insieme a quelli di produttori come il Caseificio Rosola di Zocca, la macelleria Cevenini del mercato della Cirenaica, il Polo Samoggia, verranno trasformati nella cucina del food truck al cui interno cucineranno due giovani e motivate chef, in un menu ristretto con piatti basici della tradizione emiliana come pasta fresca, pollo con peperoni o polpette che varierà a seconda della stagionalità delle verdure e degli altri prodotti (ed ospitando saltuariamente ristoratori amici di altre regioni).

A questi piatti (attenzione: mancheranno, un plus a nostro avviso, i fin troppo abusati e a volte insulsi taglieri ormai imprescindibili nella ristorazione mordi e fuggi del centro città, anche se sarà possibile degustare mortadella e ciccioli oltre ad una discreta varietà di formaggi) si potrà abbinare, per un aperitivo o una cena completa, una selezione di vini in mescita di vignaioli artigianali italiani e stranieri curata da “Stappo” (che proporrà anche presentazioni di aziende vitivinicole e serate di abbinamenti musica/vino) e dalle birre alla spina del Microbirrifico Bellazzi di SanLazzaro. Ma non di solo cibo si vive, e quindi, la “Collina delle Meraviglie” , pensato più come un posto della sera che non come l’ennesimo e ripetitivo posto della notte,  sarà anche musica diffusa e concerti dal vivo (la piccola kermesse, pensata ed organizzata da Antonio Lovato già conosciuto, ed apprezzato, professionista e proprietario del Vinile Soundsfood, prenderà il via giovedì 6 giugno con il vibrafonista Pasquale Mirra), giochi ed intrattenimento per bambini (è stato allestito uno spazio per i più piccoli con sabbia e giochi da spiaggia mentre il sabato e la domenica all’ora di pranzo ci sarà un intrattenimento con burattini, circo e yoga a cura di ComunicaMente Srl), passeggiate naturalistiche guidate (ogni mercoledì e venerdì alle 19 guide specializzate accompagneranno i visitatori attraversando i calanchi fino al monumento ai caduti di Sabbiuno per poi far ritorno, un’oretta dopo, percorrendo boschi e campi coltivati giusto giusto per l’aperitivo e/o la cena) nonché un piccolo ma attrezzato corner per ciclisti e ciclo turisti.

Un ultima nota. Ho accennato poco prima ad un posto della sera (la “Collina delle Meraviglie” è aperta dal martedì alla domenica dalle 18,00 alle 23,00) ma che potrebbe allungarsi in un dolce e naturale tirar tardi.

L’Appennino ti sorprende sempre. Anche quando lasci i percorsi più rinomati per avventurarti nelle sconosciute valli secondarie dove la natura spadroneggia, la viabilità è tortuosa ed ogni curva precede l’imprevedibile: un baratro, una sommità, un’altra curva, una casa torre, un piccolo borgo dove non te lo aspetti. 

Insomma il piacere della scoperta. Provare per credere. Prendete, ad esempio, la strada che da Tabina, località sulla SS64, porta a Prunarolo, Rodiano, Ca’ Bortolani, Roffeno, antichi e sperduti borghi dei comuni di Vergato, Valsamoggia, Castel D’Aiano. 

Dopo qualche centinaia di pedalate vi troverete improvvisamente in un mondo a parte. Niente traffico, niente rumore, nessun artificio, solo natura. Macinati i primi chilometri si incontra una biforcazione della strada. Il mio suggerimento è di prendere quella di sinistra: stretta, tortuosa, a pochi metri dalle sponde del torrente ma di straordinario impatto paesaggistico ed emotivo. Attraversato questo canyon appenninico ecco emergere il borgo di Prunarolo, già sede di un antico Castello fortificato, con la affascinante Casa Torre del 1300 e l’ex Chiesa dei Santi Lorenzo e Maria, nata dalla fusione di due precedenti edifici sacri, coevi del Castello. 

Dopo una serie di sali-scendi si raggiunge Rodiano. La valle si è intanto aperta e il paesaggio si è  fatto più agricolo. Prima della impegnativa salita per Ca’ Bortolani si attraversa Madonna di Rodiano, località cresciuta attorno alla omonima chiesa costruita nel 1644 dalla famiglia Lanzarini per celebrare un’antica immagine sacra affrescata su di un preesistente pilastrino devozionale.

Ca’Bortolani, piccola frazione del comune di Valsamoggia, sul crinale che separa la valle del Reno da quella del Lavino, è un tradizionale punto di sosta e ristoro per ciclisti, bikers, camminatori ed escursionisti. Lo sottolinea una bella installazione artistica dedicata al cibo sul sedime della rotatoria di raccordo delle tre  strade convergenti. L’opera è del compianto Gino Pellegrini, artista e scenografo di fama internazionale. 

Si prosegue per Tolè, apprezzata località turistica, famosa per le patate e la qualità dell’acqua delle fonti che alimentano ben 13 fontane. Dopo Tole’ si entra nel territorio del “Roffeno”, toponimo  di possedimenti di probabile origine romana, suddiviso su  due realtà amministrative, Vergato e Castel D’Aiano, e tre insediamenti storici. Il primo è Santa Lucia, sede di una antica Abbazia realizzata dai monaci benedettini per fornire ospizio ed assistenza ai viandanti che percorrevano la strada “nonantolana” di collegamento fra l’Emilia e la Toscana.

La seconda è Rocca di Roffeno, oggi amena località residenziale. Infine Pieve di Roffeno, suggestivo borgo con al centro una bellissima e ben conservata chiesa in stile romanico del XII secolo.

A questo punto si può tornare sul fondovalle scegliendo tra due possibilita: la strada per Cereglio-Marano o, in alternativa, Castel D’Aiano-Pietracolora. Alla prossima. 

Questo mondo non solo è chiaramente ingiusto ma è ancora largamente inaccessibile

Provate a immaginare di volervi alzare e le gambe non rispondono. Provate a immaginare di voler camminare e non riuscite a stare in piedi. Provate a immaginare come si sta su una carrozzina e camminare con le ruote quando si può, quando ci si riesce. Quando te lo consentono

Facile dire: creiamo un mondo accessibile. Difficile, difficilissimo farlo. Questo mondo non solo è  chiaramente ingiusto ma è ancora chiaramente e largamente inaccessibile.

Chiedete a un ragazzo di 25 anni, con le gambe che non rispondono, come riesce a vivere un viaggio in aereo o in treno oppure come affronta un forse più normale trasferimento in città. Vi risponderà col sorriso, come è successo a me, ma vi racconterà, anche con pacatezza e dettagliati  particolari, tutti i disagi e i problemi che nonostante tutto si incontrano a non avere l’uso delle gambe.

Aeroporto, ressa ovunque. Volo in ritardo. Nonne e giovanissimi, bambini con palloni e sposi in viaggio di nozze, gruppi di giovani, e gruppi di ragazze che parlano di addio al nubilato di una collega: interno giorno del gate. Chi sgranocchia un panino, chi si riempie di patatine, chi si scola una bibita, chi legge una rivista patinata e chi sfoglia senza leggere un giornale ex di bordo. E chi può, seduto su una panchina, allunga le gambe sui trolley. C’è da far passare un paio d’ore perché il volo è in ritardo. Vabbeh, capita.

In un angolo del gate una coppia parla fittamente: lei ha la gamba destra accavallata sulla sinistra di lui, giovani e belli, luminosi e spensierati. Aprono l’imbarco, si fanno le file tra priorità e non priorità, tra chi si porta tutto in cabina e chi ha stivato un pezzo di vita e di ricordi. Funziona così. Si sale a bordo e si aspetta che tutti si accomodino tra gli sfregamenti di braccia e schiene, intreccio di gambe e di borse. Il capo cabina si raccomanda di non mettere gli zaini nelle cappelliere ma di tenerlo sotto il “sedile davanti a voi”. Volo quasi pieno. Rimangono due posti liberi proprio nella fila accanto.

Salgono gli addetti di terra e fanno sfilare una carrozzina, poi chiedono ai tre viaggiatori già seduti nella fila dietro di “alzarsi per favore”. I due addetti di terra con giubbotto rosso rifrangente prendono in braccio un ragazzo, lo sollevano di peso lo alzano fin quasi sopra gli schienali e lo appoggiano, lo fanno sedere sul sedile finestrino, poi arriva la sua ragazza e ci chiede scusa a tutti: ci dice che di solito ci fanno salire per primi a aereo vuoto, oggi invece è andata a così, scusate per il disagio. Io e alcuni altri attorno ci premuriamo di dire le prime parole che ci vengono: ma no, ma quali scuse, tutto bene? Tra l’impacciato e il sorpreso.

Lui il ragazzo di 25 anni alterna sguardi di fatica e tensione a momenti di sorriso. “Succede spesso, non si accorgono  che dovrebbero far salire prima chi ha problemi di mobilità”, già.

Accessibilità sulla carta non nei fatti.  La ragazza lo accarezza e lo abbraccia. Lui cerca di mettersi comodo e guarda il panorama dal finestrino, il posto è un po’ stretto.  Una signora accanto dallo slancio generoso gli dice: vuole fare cambio e venire qui verso corridoio. E lui molto serenamente e pacatamente: “no, non posso, devo stare vicino al finestrino, non devo essere di inciampo e di ostacolo in caso di emergenza.” Le regole e l’umanità.

Sorrisi di circostanza ma lui è bravo e scongelare l’imbarazzo. Chi non cammina riesce a sopportare di non camminare e anche a scongelare l’impaccio di chi ha accanto e non è abituato a queste reazioni. Mica poco.

Interno aereo, volo standard, scambio di battute su clima, estate che non arriva, voglia di vacanza, lei la ragazza si addormenta lui continua a guardare dal finestrino e ogni tanto ci chiede cosa facevamo in quella città”. Con gli occhi profondi di chi vede oltre la copertina. Atterriamo.

Mancano i bus, poi arrivano i bus, tutti in preda all’ansia di discesa, borse che volano, cappelliere che si aprono improvvisamente. Loro aspettano che i servizi di terra procedano al trasporto. Ci salutiamo con un grande sorriso e con un “alla prossima”.

E lì ho cominciato a pensare a queste frasi: provate voi a immaginare di dare un comando alle gambe e loro non rispondono. Provate  a volare in carrozzina, provate a immaginare cosa si prova a chiedere scusa per accedere ad un proprio diritto. Tutto il resto cambia peso, cambia pelle.

Una donna di una bellezza assoluta è spesso ritratta nelle fotografie alle pareti. E so di averle già viste quelle foto. Questione di ipertrofia del giro fusiforme conosciuto anche come sindrome di Asperger (no, non fateci caso, questa l’ho presa dai romanzi di Jo Nesbǿ; sarebbe quella particolare capacità per cui la parte mesiale del lobo temporale, che già normalmente si occupa dell’elaborazione e del riconoscimento delle informazioni cromatiche, del viso e del corpo, delle parole e dei numeri, consente, in casi estremi, di ricordare visi visti seppur solo una volta nella vita anche a distanza di anni e che io, impropriamente, ho applicato alla capacità di riconoscere fotografie).

Ma visto che io non sono un personaggio di Nesbǿ, né ho il giro così tanto funzionale, la spiegazione è molto più semplice: delle due foto cui accennavo, una l’avevo davvero già vista, mentre l’altra l’ho scambiata per una foto di Horst P.Horst, il più immaginifico fotografo di moda e di costume della prima metà del secolo scorso.

Entrambe le fotografie ritraggono la medesima, bellissima, donna, ma mentre la prima è un inquietante ritratto di David Schermann, la seconda è un selfportrait (un autoscatto, da non confondere con gli insulsi selfie odierni) scattato da quella che potrebbe anche sembrare una modella di Horst (e che comunque modella è stata) e che è Lee Miller, sconosciuta, ai più, fotografa americana alla quale è dedicata questa bellissima, intensa, imperdibile “Surrealist Lee Miller”, la mostra aperta ancora solo fino al 9 giugno presso Palazzo Pallavicini di via San Felice 24 (con orari che vanno dal giovedì alla domenica dalle 11,00 alle 20,00) a cura di “ONO Arte Contemporanea”, la sempre più benemerita galleria di via Santa Margherita.

Ma chi è Lee Miller e perché può davvero essere considerata la più importante reporter del suo tempo alla pari, se non ancora più iconica, della immortale Gerda Taro?

Lee nasce nel 1907 a Poughkeepsie (nome che curiosamente riporta alle contee inventate da Mark Twain e Wiloliam Faulkner e J.D.Salinger) nello stato di NewYork. Lanciata da Condé Nast sulla copertina di “Vogue” e “Vanity Fair”  nel 1927 Lee Miller diventa una delle modelle più apprezzate e richieste dalle riviste di moda. Molti sono i fotografi che la ritraggono (Edward Steichen, George Hoyningen-Huene, Arnold Genthe) e innumerevoli i servizi fotografici di cui è protagonista. Caparbia, intraprendente e curiosa, si trasferisce a Parigi dove i suoi lineamenti eleganti, i capelli biondi alla garçonne, la raffinatezza e lo sguardo sicuro la fanno adottare dai surrealisti e le aprono le porte degli atelier di Pablo Picasso e di Max Ernst, di Jean Cocteau e di Joan Mirò. Inaugura così il suo primo studio diventando nota come ritrattista e fotografa di moda, anche se le opere più importanti di questo periodo sono certamente le immagini che realizza con Man Ray, di cui diventa musa e modella, sviluppando insieme a lui la tecnica della solarizzazione e trovando la quadra tra la poetica surrealista  dell’object trouvé e la sua accezione fotografica, l’image trouvée, sintetizzando, in un linguaggio fotografico che utilizza in maniera del tutto innovativa e personale l’inquadratura, le metafore, le antitesi e i paradossi visivi, una visione assai particolare della quotidianità che viene restituita in immagini divertenti, misteriose, inquietanti e dalla bellezza per l’epoca, ma non solo, inconsueta.

Lee MIller con Pablo Piccasso

Nel 1932, considerando conclusa questa fase di apprendimento ed alla ricerca di nuovi stimoli e più eccitanti sfide, torna a New York per aprire un nuovo studio fotografico che, nonostante il successo, chiude due anni più tardi quando sposa il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Intraprende così lunghi viaggi nel deserto e fotografa villaggi e rovine, iniziando quella che segnerà in maniera indelebile la sua carriera e fama postuma: la fotografia di reportage, un genere che approfondirà negli anni successivi quando, insieme a Roland Penrose, un artista surrealista che diventerà il suo secondo marito, viaggerà sia nel sud che nell’est europeo.

Giorge Limbour e Jean Dubuffet

Poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, lascia l’Egitto per trasferirsi a Londra dove inizia a lavorare come fotografa freelance ed assistente di Cecil Beaton per “Vogue” (sono i tempi dell’autoritratto che avevo erroneamente attribuito ad Horst). Ma i tempi sono ormai maturi per un nuovo, sconvolgente, cambio di vita. Con l’aiuto di David Schermann ottiene un accreditamento come corrispondente di guerra dalle forze armate statunitensi per le riviste “Life”  e “Time”. Sarà così l’unica reporter donna a seguire gli alleati durante il D-Day, a documentare la guerra al fronte (l’assedio di Saint-Malò) e la liberazione di Parigi, i combattimenti in Lussemburgo e in Alsazia e la prima reporter ad entrare nei campi di concentramento liberati di Dachau e Buchenwald in cui fotografa con aspro impatto e inquadrature dal fortissimo senso del drammatico i reclusi ormai salvi e gli aguzzini giustiziati, e la Vienna prostrata dalle distruzioni e dalla fame dell’immediato dopoguerra (è in questi giorni che scatta, negli appartamenti di Hitler a Monaco di Baviera, quella che probabilmente è la sua fotografia più iconica: l’autoritratto nella vasca da bagno del Führer).

Dopo la guerra Lee Miller continua a scattare per “Vogue” per pochi altri anni, occupandosi di moda e celebrità, ma alla metà degli anni ’50 smette di fotografare (anche se il suo apporto alle biografie scritte da Penrose su Picasso, Mirò, Man Ray e Tapies è fondamentale, sia come apparato fotografico che aneddotico) a causa di quella che oggigiorno probabilmente verrebbe definita sindrome da stress post traumatico. Si dedica così alla sua nuova passione, la cucina professionale, ma anche questa nuova attività di successo è di breve durata. Inizia infatti un lungo periodo di buio e di autodistruzione che terminerà nel 1977 quando, malata da tempo, muore a Los Angeles.

Una vita intensa, come si vede, a volte straordinariamente felice, a volte straordinariamente dura. In ogni caso straordinaria sotto molti punti di vista: personale, artistico, professionale, culturale. Una vita straordinariamente riassunta in questa mostra davvero impedibile, “Surrealist Lee Miller”.

Per pasta (circa 8 cannelloni)

-2 uova

-200g di farina (150g e50g di semola)

Per ripieno

-300g di ricotta di bufala (o mista)

-50 g di parmigiano

-1 mazzo di asparagi

-1 cipollato

-sale….pepe

Per condimento

Vongole, vino bianco, pomodorini.

Procedimento

Prima impastare, facendo sempre la fontana farina e uova al centro per fare pasta, lavorare bene l’impatto finché non diventa liscio, coprirlo con pellicola o metterlo tra due piatti fondo e farlo riposare.

Lavare molto bene le vongole sotto l’acqua corrente e farle aprire in padella sfumando anche un po’ di vino bianco, conservare il liquido rimanente a fine cottura (tempo necessario 5-7 minuti).

Per preparare la farcia lavare bene gli asparagi, pelarli con il pelapatate dopo avere tolto la parte finale, a questo punto tagliare un quarto dei gambi e farli bollire con poca acqua finché non saranno cotti. Tenere le punte che serviranno per decorare il piatto e tagliare l’altra lunghezza del del gambo un po’ in diagonale per poi farli saltare in padella con il cipollato ed un po’ di olio extra, devono rimanere al dente. Una volta intiepiditi unirli alla ricotta, parmigiano e correggere di sale.

Stendere la sfoglia con il matterello, tagliare i rettangoli non troppo gradi (10X5) o come preferite, sbollentarli in acqua calda e salata, raffreddare ed asciugare per poi farcire aiutandosi con una sacca da cucina, arrotolare ed adagiare su di una pirofila con appena un filo di panna liquida e mettere in forno per 10 minuti circa. Intanto frullare i gambi degli asparagi con l’acqua delle vongole, la crema deve risultare non troppo liquida.

Per impiantare versare la crema sotto, adagiare i cannelloni caldi unire le vongole, decorare con qualche cubetto di pomodoro, le punte d’asparagi ed un ciuffo di ricotta.

Un filo di olio extravergine a crudo!

Buon Cannellone Primaverile e Buon Appetito !

Da G & G