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Luglio 2019

E così il passante di mezzo si farà. Anche da Roma è arrivato l’atteso via libera ed ora il principale motivo di discussione sui quotidiani locali è la data di partenza dei lavori.

Le continue code, il costante intasamento di tangenziale e autostrada sono senza dubbio un problema da affrontare e non più rinviabile. Un problema non solo cittadino, ma anche regionale e nazionale essendo Bologna uno snodo importante della rete autostradale italiana.

Eppure, il progetto e la sua impostazione “strategica” portano in dote più di qualche criticità. Non mi riferisco agli aspetti tecnici, sui quali si è ampiamente discusso (qui il link al sito dedicato: http://www.passantedibologna.it/), e sui quali non voglio tornare in questo breve articolo ma agli obiettivi di fondo del passante ed ai problemi che si è dichiarato di voler risolvere con la sua implementazione.

Cerco di spiegarmi: se l’unico obiettivo del progetto fosse quello di aumentare la capacità di transito di autostrada e tangenziale allora il Passante potrebbe anche rappresentare una soluzione parziale al problema. La ratio è piuttosto semplice: devono passare più mezzi, allargo la strada.

Se gli obiettivi invece fossero quelli di migliorare la viabilità, la sicurezza e i dati relativi l’inquinamento della città allora la soluzione individuata sembra molto meno convincente.

Nel secondo caso infatti, più che di un progetto di allargamento, ci si sarebbe dovuti interrogare su come spostare il trasporto pesante dall’attraversamento della città, in modo da diminuire la congestione di tangenziale e A14, la produzione di polveri sottili e soprattutto migliorare la sicurezza stradale: un problema, mostratosi con tutta la sua gravità il 6 agosto dello scorso anno [2018] quando un’autocisterna che trasportava sostanza infiammabili esplose dopo un tamponamento provocando un morto e 67 feriti oltre ad una voragine nel manto stradale. Un incidente che per pura fortuna (se di fortuna si può parlare in casi come questo) non si trasformò in una vera e propria catastrofe.

Ecco, è piuttosto evidente che il Passante di mezzo peggiora il rischio collegato alla possibilità di tali avvenimenti invece di migliorarlo; così come è piuttosto palese che la decisione di potenziare la capacità di transito di un’autostrada e una tangenziale che attraversano tutta la città produrranno inevitabilmente nel breve e medio termine un peggioramento dei dati relativi la qualità dell’aria di Bologna e delle zone limitrofe (con buona pace dei piani regionali e degli stop al traffico a livello urbano).

Evitare l’attraversamento dell’autostrada in città, oltre a mitigare i rischi appena elencati avrebbe inoltre costretto l’area metropolitana a confrontarsi realmente su come immaginare lo sviluppo dei territori dell’ex provincia nei prossimi 10-20 anni senza scaricare l’esigenza di infrastrutture moderne e sicure alla sola città di Bologna.

Mi rendo conto che non conoscendo tutti i retroscena e le discussioni che hanno portato alle attuali decisioni il mio giudizio possa essere parziale, ma al momento non posso non pensare che il Passante produca più problemi di quelli che risolve.

“E quindi?” Mi si dirà. E quindi spero di sbagliarmi. Spero davvero di sbagliarmi.

I segnali tuttavia sono innumerevoli e non risiedono solo nel collo e nel fisico.

D’inverno, coperti da capo a piedi, è facile mascherare l’età.  Cappotti, sciarpe, capelli e cuffie possono dare una mano. D’estate col caldo è più difficile. Magliette, bermuda e costumi inesorabilmente svelano e dis-velano.

Un mio amico psicologo, con conoscenze più ampie delle competenze professionali, dice che l‘età di una persona si vede dal collo.  La pelle e le grinze del collo come gli anelli dei tronchi. Già immagino tutti li a specchiarci sotto il mento.

Sarà per quello  che noi maschietti d’inverno ci copriamo il collo con camicia abbottonata e nodo di cravatta bello largo. Alcuni portano le magliette dolce vita con collo quasi mandibolare, uno scafandro.

Le signore possono coprire il collo con foulard o importanti collane che fanno il loro effetto. Insomma la pelle del collo come spia dell’età, biologica e anagrafica. In tanti cerchiamo di essere più giovani quasi a voler rassicurare gli altri e noi stessi.

Le mode e i costumi delle nostre società non accettano l’invecchiamento come immagine se non per veicolare messaggi di assistenza  e di volontariato. In altre società essere vecchi ha pregi e benefici come è stato in epoche di deciso prestigio anche nelle storie passate dell’Occidente.

Poi ci sono le fasi: a 15 anni non vedi l’ora di averne 20, c’è chi attorno ai quaranta dice di averne 35, qualcuno esagerando sui 55 dice di averne 45 ma la legge del collo non perdona. Da qualche anno io lascio arrotondare per eccesso: due o tre anni in più così per 36 mesi sono a posto.

Lascio pensare l’età che vogliono. Tolleranza e libertà di opinione tra il vero e il verosimile. “Lei viene da Parigi?” “Veramente no, ma lei è talmente amico del mio capo che vengo da dove vuole lei”. Il sussiego come strumento relazionale  e pur di compiacere si possono raggiungere risvolti comici.

I segnali dell’età sono innumerevoli e non risiedono solo nel collo e nel fisico. C’è un mio amico che ha la sindrome delle macchioline sulle mani: un giorno l’ho visto che stava a lungo con una mano che copriva l’altra mano, e a tratti le metteva entrambe sotto le ascelle. “Non voglio far vedere le macchioline”, mi ha confessato come fosse chissà quale problema.

Poi ci sono i segnali del comportamento, e quelli non puoi mascherarli molto. Vediamone alcuni da autoanalisi, così dissolviamo ogni dubbio sul soggetto.

Hai una certa età quando ti spruzzi addosso, credendolo profumo, l’olio per capelli di tuo figlio e ovviamente ti ungi il collo e la camicia e sospirando ti giustifichi: non ci sono più i profumi di una volta.

Hai una certa età quando camminando ti ritrovi a basculare più da anca che di passo e quando  stai per sederti su una seggiola  guardi. controllando due o tre. volte che ci sia.

Hai una certa età quando tua figlia sente le canzoni che più o meno miracolosamente ti sei ritrovato su you tube e ti dice ma papà ma cosa ascolti?!.

Hai una certa età quando guidi con le mani sulle  10 e 10 -neanche un secondo in più o in meno-  e vai ai 90 quando potresti spingerti sui 110 e improvvisamente ti cade l’occhio sulla mano destra e scopri una macchiolina marrone tenue proprio sul dorso che forse la settimana prima non c’era o probabilmente non hai badato.

Hai una certa età quando senti arrivare messaggio in whatsapp e lo leggi e ti commuovi, ma anche quando senti la vibrazione o il suono e ti commuovi lo stesso prima ancora di leggerlo.

Hai una certa età quando dici a te stesso “però forse sono  giovane dentro” senza contare che il ventricolo, il duodeno, il tendine di Achille hanno giusto i tuoi anni e fatta eccezione per i trapiantati non è così scontato che ci sia qualcosa di più giovane di noi dentro di noi. Se non la fantasia e la volontà. O a volte la cocciutaggine.

Hai una certa età quando alle 21 e 30 non rispondi più agli inviti per uscire per un birra o un film non programmato e scrivi o avverti sai sono già in tuta come se non sapessero che l’ultima volta che hai messo una tuta era alle medie.

E ci sono tanti altri segni che vedremo prossimamente. L’estate è lunga.

A pochi chilometri da Montecatini Terme su un colle a doppia cima sorge l’antico borgo medievale di Montecatini Alto, ovvero la Montecatini delle origini. 

Nei primi decenni del mille la preesistente “villa” fu trasformata in Castello, con mura di cinta e fortificazioni, per difendere e controllare militarmente la  Valdinievole, terra ambita e continuamente contesa tra Firenze, Lucca e Pistoia. I successivi  mille anni plasmarono il borgo come oggi lo vediamo: la Rocca di Castello Vecchio, la Torre Campanaria, la Torre dell’orologio, l’incantevole piazzetta con il Teatro dei Risorti, gli antichi stemmi medievali, il Liberty, i ristorantini. 

Dal 1898 una funicolare collega il borgo con Montecatini Terme. 

Una bella comodità che, ovviamente, li ciclista guarda con sospetto. Le salite senza fatica e senza sudore non esistono o se esistono  nascondono un trucco. Io, per onorare la credenza, ho pedalato 35 chilometri jn salita fino a Prunetta, sommità dove nasce il fiume Reno, e dopo essere sceso a Montecatini, passando per Margine di Momiglio, Femminamorta, Panicagliora e Marliana, sono tornato indietro percorrendo i 25 chilometri di ulteriore salita che separano Montecatini Alto da Prunetta. Piccole fatiche ciclistiche ampiamente compensate dalla Grande Bellezza….. 

Ed ora che anche l’undicesimo è andato (e l’ultimo, “Sete”, nel corso di un solo fine settimana) non mi rimane che attendere il numero dodici. Che arriverà in settembre, o quantomeno in autunno. E che sarà “Knife” (“Coltello”, sulla falsariga della consuetudine che, finora, vuole ogni titolo italiano fedele traduzione di quello voluto dall’autore).

Sto parlando, ovviamente, dei romanzi di Jo Nesbø e nello specifico della serie che vede protagonista Harry Hole, l’investigatore della squadra Anticrimine della Polizia di Oslo.

Un autore, l’unico a mio parere, che giustifichi l’indirizzata passione per il giallo o noir nordico che negli ultimi anni ha attecchito così corposamente (in termini di vendita) ed emotivamente (prova ne sia l’entusiasmo che accoglie ogni nuova opera di qualsiasi scrittore il cui nome abbia il suffisso in –son per gli scrittori o –dotter per le scrittrici se si parla di svedesi,sempre in –son per gli uomini, ma –dóttir per le donne se islandesi, e che diventa –sen o –ssen se invece si tratta di norvegesi o danesi: certo parliamo dei nomi più comuni perché poi esistono i vari Camilla Läckberg, Anne Holt, Henning Mankell, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Peter Høeg, Liza Marklund, Jussi Adler Olsen, ecc…).

Quello che però rende Nesbø diversamente interessante, un unicum nel panorama della pur apprezzabile compagnia cantante (ovviamente meglio sarebbe dire scrittrice) è la scrittura (nel suo caso ottimamente tradotta da Ewa Kampmann, Giorgio Puleo, Margherita Podestà Heir e Maria Tersa Cattaneo) a fare la differenza. Una scrittura diretta, veloce, istintiva (anche se direi più istintuale), rude. Rude come il suo protagonista, Harry Hole, poliziotto suo malgrado, violento e comunque acuto e sensibile profiler (ha seguito un corso investigativo all’F.B.I. sui serial killer), alcolizzato, drogato, detentore di una propria morale e di un proprio codice etico che non rifugge l’omicidio, o la complicità in, come extrema ratio per risolvere, o quantomeno terminare, un’indagine che porterebbe altrimenti alla non punizione del colpevole, uomo solo e solitario (e per questo quanto affascinante) per scelta e per contingenze, un uomo percosso da sensi di colpa e rimorsi che non possono che renderlo ancor più triste, solitario y final.

Non a caso un altro satanasso delle vendite, Michael Connelly (un grande del genere: non potrei pensare altro di uno che, visto il film da ragazzo, parlo de “Il lungo addio” di Altman, una volta diventato famoso e potendoselo allora permettere ha fatto di tutto per comprare l’appartamento, immaginifico e bellissimo, sorta di altana persa tra le nuvole di L.A., che nel film era la casa di ElliottGould/PhilippeMarlowe) abbia dichiarato “… Jo Nesbø è il mio nuovo autore di thriller preferito e Harry Hole è decisamente il mio nuovo eroe …”. Certo è logico per l’americano provare un senso di affetto e di protezione nei confronti del norvegese. L’Harry Hole di quello, infatti, ricalca in maniera forte già dal nome il suo Harry (Hieronymus) Bosch, protagonista di una saga infinita (finora ventidue romanzi più altri quattro, dedicati all’altro suo personaggio cult, l’avvocato sulla Lincoln Mickey Haller, fratellastro di Bosch, in cui il detective del LAPD compare più o meno centralmente). Anche il californiano è infatti un uomo solo, provato e a tratti incattivito dalla vita, ma anche lui è un ottimo investigatore, capace, caparbio e, all’occorrenza, disposto a pagare in proprio piuttosto che tirarsi indietro ed evitare di scoprire la verità, qualunque essa sia.

La differenza tra i due la fa il substrato di cultura europea che Nesbø può far pesare nei confronti di Connelly (non a caso un altro dei grandissimi, forse quello che più ha innovato il genere, James Ellroy, ha definito “L’uomo di neve” del norvegese “…un libro insondabile come la neve stessa, luminoso e astratto come gli ultimi Quartetti per archi di Beethoven: un’esperienza letteraria davvero unica e frastornante …”): quella cultura che affonda le proprie radici nella tradizione, nel caso specifico quella dell’hardboiled di Chandler ed Hammett, di Thompson e di Cain, riuscendo a reinterpretarla, attualizzarla, proponendocela così vicina e comprensibile da rendere improprio il costringere quella di Nesbø nel campo ristretto della letteratura di genere restituendola, quindi, al novero della letteratura tout court.

Il dolente Harry si muove infatti, sorta di novello Omero senza Dante in una discesa agli inferi di una Oslo che associa in sé le stimmate di Babilonia, di Sodomia e della Berlino weimariana, tra fatiscenti fumerie d’oppio nell’angiporto di HongKong e il grande nulla, l’Outback australiano, popolato da aborigeni inurbati e dal Grande Draugr, il coccodrillo d’acqua dolce, tra i rigurgiti neonazi di una società, quella norvegese, passata troppo in fretta grazie alla scoperta di infiniti depositi di petrolio nei fondali dei suoi mari da un’economia di mera sussistenza ad essere la più rampante tra le rampanti neweconomy e vecchi eroi traditi e disconosciuti, tra il puritanesimo falsamente ecumenico dell’esercito della salvezza, e antiche amanti ninfomani adorne di diamanti rossi scolpiti a forma di stella a cinque punte, tra pupazzi di neve pronti ad animarsi come la bambola assassina Chucky di Tom Holland e i problemi che la crescente immigrazione dapprima slava ed ora araba pone ad una società ancora giovane ed inesperta.

Un consiglio, infine, a chi si apprestasse alla lettura degli undici romanzi (impossibile consigliarne uno e quindi leggeteli tutti, possono essere anche un’ottima lettura estiva, fresca, veloce e, a volte, davvero terrorizzante e magari fate come me che ho cominciato da “Il pettirosso”, che sarebbe il terzo, lasciando per ultimi i primi due, “Il pipistrello” e “Scarafaggi”: si perde un pelo di suspense quando si arriva/torna all’inizio ma si entra subito, e nel modo più diretto possibile, nel personaggio principale Harry Hole, nella sua vita, nella sua weltanschauung): procuratevi un taccuino e segnatevi, almeno inizialmente, i nomi. I nomi dei personaggi (Truls Bernsten e Bjørn Holm, Jussi Kolkka e Kaja Solssen, Odd Utmo, Aslak Krongli, Erik Lossius e Mathias Lund-Hegelsen), e dei luoghi (Kvadraturen e Gamlebyen, Urtegata e Tøyen, Botspark e Manglerud, Tyenkrysset e Ytre Enebakk): abituati ai vari RodeoDrive e Vigata, via delle Oche e RockFellerCenter, potreste avere qualche problema di … ambientamento.

“… ma quanto è bello andare in giro per i colli bolognesi, se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi …”

Così cantava Cesare Cremonini, con i Lunapop, qualche anno fa. Non facendo altro che riprendere una consuetudine sempre esistita (per dire, a inizio ’70 abitavo a Perugia ma quando in primavera o estate tornavo a Bologna a trovare i parenti, mio cugino mi portava sempre in moto, un’HondaFour750, noblesse oblige, a fare un giro sui colli fino all’Ideal o in Capannina). Adesso, dopo i fasti degli anni ’90 (La Cava, Cavaioni, La Collina Degli Occhi Dolci, ecc…) e l’inevitabile declino, la piacevole consuetudine dei locali collinari sembra aver ripreso la sua centralità nel nightclubbing di queste, afose, sere estive. E così, memori del consiglio di un paio di settimane fa, quando parlammo della Collina Delle Meraviglie di Giulia Guandalini e Fabio Giavedoni di via di Sabbiuno 6, proprio di fianco alla vecchia e per ora dismessa Lumiera, vogliamo indicare un paio di altre location di grande fascino che potrete trovare lungo la strada (ottime alternative se la Collina dovesse essere piena, come, a testimoniarne il successo dovuto agli incantevoli tramonti, alla stuzzicante cucina ed agli ottimi vini che offre, spesso capita).

Se salite da SanMamolo, infatti, troverete, in via dei Colli 39 (per capirci, subito dopo il bivio per Gaibola) proprio dove fino a qualche anno fa sorgeva un ristorante gestito da Ercolino, una delle figure mito dei biassanot di allora, “Lo Spaccio Belfiore”  (aperto dal mercoledì al venerdì dalle 18 alle 22 e il sabato e la domenica dalle 12 alle 21.30) che, in parziale contraddizione con il nome, non è solo o solamente una rivendita di prodotti locali che arrivano direttamente dalla decina di ettari circostanti che ospitano l’orto, i vigneti, un frutteto, i campi di grano e l’aia e gli stalli per le galline e i maiali, ma consente anche  di consumarli in loco profittando del moderno ed accogliente spazio interno o dell’ombreggiato dehor. Birra artigianale, Sangiovese e Albana, streghe, tigelle, piadine, focaccia e crescente, taglieri di salumi e formaggi, marmellate e friggione. Questo è ciò che si può gustare godendo della vista impagabile del tramonto sulle colline e SanLuca.

Il secondo indirizzo di questo ideale itinerario collinare, è forse quello che offre la vista e l’ambientazione più bella e suggestiva tra tutte quelle che si possono trovare, appunto, sui colli. Parlo del “Fienile Fluò” (un luogo dalle molte vite passate) in via di Paderno 9 (superato LoSpaccio e fatte poche centinaia di metri, sulla sinistra c’è il bivio in discesa per Paderno: prendetelo e dopo qualche tornante troverete, sulla destra la vostra meta e sulla sinistra il comodo, anche se piccolo, parcheggio). Arrivare di sera, parcheggiare nel silenzio della campagna deserta, attraversare l’aia accogliente di fianco alla bella e grande casa colonica che funge anche da B&B e prendere posto in uno dei tavolini a picco sui calanchi (evitando la banale sistemazione sotto la grande tettoia che non consente la vista davvero mozzafiato) circondati dalle luci calde delle lampadine nascoste tra gli alberi e l’erba e, se in stagione, quella tremolante delle lucciole, non ha davvero prezzo.

Prezzo che però pagherete, e salato, al momento delle consumazioni. Già il servizio, improvvisato e sufficiente (nel senso di espletato con sufficienza, quasi che il cliente fosse un fastidio e non una benedizione per chi, di mestiere, fa il ristoratore), ma poi la cucina: pretenziosa ma dozzinale (spiace davvero dirlo perché si critica il lavoro di chi di quel lavoro ci vive, ma il polletto mangiato l’ultima volta, e che uno si aspetterebbe giustamente croccante e saporito, era una cosa riscaldata che sembrava lessata e in cui a fatica si riconosceva la carne dalla pelle sia come colori sia come sapori).

Intendiamoci: fermandosi ad un tagliere con tigelle (caro ma nella norma) e sapendo scandagliare la confusa carta dei vini, una visita Il Fienile (ripeto, è davvero la vista più bella che i colli possono offrire) la merita. Gli orari, indicativi, sono per l’aperitivo dalle 18,30/19,00 in poi e successivamente la cena (il giorno, o i giorni, di chiusura non possiamo, perché non hanno saputo dirceli, indicarveli).

Il progetto ormai decennale del Laboratorio di scrittura meticcia, intende rispondere in prospettiva culturale all’incremento di presenze altre e inattese nella nostra società, in capo ai percorsi variabili delle migrazioni. Il plurale vuole contrastare il linguaggio mediatico che evoca invasioni e orde sconvolgenti, ribadendo il rifiuto di messaggi costruiti sulla grossolana efficacia dello stereotipo e del pregiudizio. Richiamando molteplici traiettorie, frutto di scelte personali, non solo restituiamo ad ogni persona il diritto alla libera mobilità, ma in esse possiamo riconoscere l’archetipo narrativo del Viaggio dell’eroe (J. Campbell), in cui il giovane affronta ostacoli e barriere, scontri e persecuzioni, sino a raggiungere una maturazione soggettiva che ne consente l’integrazione sociale.

I forti movimenti di popolazioni verso il nostro territorio, in tempi concentrati, hanno esasperato le difficoltà di radicamento, mettendo in discussione paradigmi incerti di identità nazionale, di cultura regionale, di frattura Nord/Sud, di globalizzazione produttiva e di vissuto. Elementi fluidi che ancora segnano l’Italia con dinamiche di faticosa interpretazione, con gli strumenti forniti da un sistema scolastico che emargina la geografia, la storia contemporanea e delle religioni, sfiora lingue e culture extraeuropee, lasciando spazio al tendenzioso caos della rete.

Se davanti ci compaiono umani a figura intera, non solo braccia da sfruttare, ma individui dotati di capacità intellettuali ed emozionali, il gesto di abbracciarli risulta spontaneo ma ingenuo, quando i suoi esiti non conseguano reali mutamenti per entrambi gli interlocutori. L’offerta di accoglienza, seppure in una nicchia intellettuale, non può che risultare (auto)consolatoria senza mettere in discussione gerarchie e ruoli. Siamo convinti che occorra di nuovo attingere alla marginalità feconda dell’insegnamento di Don Lorenzo Milani, quando lo scomodo sacerdote si rapportava a individui incongrui rispetto a uno slancio di coerenza nazionale. Nella fase postbellica, nel pieno di un mutamento epocale, egli rimarcava (e poneva come obiettivo condiviso dai suoi allievi) la rivoluzionaria coerenza nel rivolgere particolare attenzione a quei giovani emarginati, stigmatizzati e confinati, che in ogni lato del mondo “aspettano di essere fatti eguali” attraverso il movimento e il mutamento sociale. Il che comportava di sperimentare modi e strategie di acculturazione attraverso esperienze collettive e pratiche condivise, fuori dagli schemi gerarchici della pedagogia ufficiale, che gli consentiva di antivedere processi storici di là da venire, e i metodi per affrontarli: «In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel Mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano di essere fatti uguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità» (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1967, p. 80).

Risulta utile accennare ad alcuni aspetti del progetto del nostro laboratorio collettivo di scrittura, che non ha interrotto di sperimentare adattamenti e aggiustamenti, richiamati nelle presentazioni dei successivi volumi editi da Eks&Tra. Sull’ipotesi di fondo incidono le variazioni complesse dei processi di mobilità, così che negli anni sono emersi diversi profili degli allievi di origine non autoctona: alla partecipazione di immigranti, con personalità fornite di progettualità e professionalità, iscritte in una stanzialità da cui discendono le presenze di figure di seconda generazione, si sono sostituiti in anni recenti profughi o richiedenti asilo, per i quali spesso il suolo italico è solo transito per ulteriori agognati approdi.

Questo rende aleatori temi pressanti sino a poco addietro, come quello della cittadinanza, testimonianza imbarazzante del ritardo di strategie inclusive da parte delle istituzioni sul versante del cosiddetto ius culturae, a consentire una socialità fondata sui valori della democrazia libertaria, fraterna ed eguale. Tali riferimenti assumono ancor più rilievo a fronte del estremismo fascistoide, gerarchico, razzista e intollerante, che prolifera dalle sponde mediterranee alle pianure centro-orientali del continente; un background culturale del degenerato progetto europeo, che condiziona i processi decisionali delle istituzioni, arrendevoli al pensiero rancoroso che domina masse impoverite e disorientate, pronte a scaricare su strati ancor più deboli e marginali i fantasmi terrorizzati del proprio inconscio, non certo placati da muri e barriere.

Questi crescono grazie a una narrazione articolata su una elementare semplificazione, che tutto riduce a un binarismo arcaico di: amico/nemico, noi/loro, casa/ignoto, consolatorio rispetto a complicanze e ombre della globalizzazione. La quale poi, spietatamente, lo utilizza nei rapporti fra stati e nella accentuata stratificazione gerarchica e sociale interna, richiamando a un perenne stato di emergenza di fronte all’incognita dell’alterità, suscitando ansie di sicurezza attentamente coltivate quale strumento di governo, che spesso travalicano in pulsioni ad annientare l’impurità.

Da tali premesse deriva l’esigenza di un deciso capovolgimento dello storytelling imperante, che, inserito nel naturale incontro quotidiano fra persone comuni, offra un terreno per processi di convergenza e di aggregazione incentrati su un elemento immateriale, gratuito, abitudine elitaria e di tradizione, com’è la letteratura ancora in grado di sintonizzarsi con l’attualità. A questa risorsa hanno attinto i nostri corsi, imponendo una svolta all’esperienza iniziale del concorso riservato ai migrant writers, promosso da Eks&Tra dal 1994 e poi protratto in collaborazione col Dipartimento bolognese di Italianistica, nel quale si puntava sull’esemplarità di figure di spicco della popolazione migrante, capaci di applicare le risorse italofone nell’orizzonte creativo di prosa e poesia.

Perciò la scelta di processi veramente collaborativi nelle nostre attività testimonia come la messa in comune dell’ideazione narrativa e la sua formalizzazione, che non necessita di una scrittura eccezionale, possono svolgersi col contributo attivo anche di richiedenti asilo, accolti nei labirinti dei campi e delle strutture di accoglienza. L’italiano parlato è strumento di connessione con la disponibilità di studenti attivi, ai quali si prospettano meno onerosi, ma non meno complessi tragitti di espatrio. Lo sforzo di queste storie migranti è di consentire ai nuovi arrivati di superare la passività di ospiti sospetti, attraverso un potenziamento dell’espressività, stimolata da un rapporto reciproco, dato che solo nella relazione fra individui diversi La cultura ci rende umani (Torino, 2018).

L’esperienza sviluppata dal Laboratorio punta a mettere in rilievo la competenza nell’insegnamento dell’italiano L2, ruoli attivi nell’associazionismo, curiosità intellettuali di studenti che incontrano l’offerta non frequente della scrittura creativa, come disciplina universitaria, accogliendo altresì allievi motivati da libera passione, formando classi che esprimono varietà di percorsi, di età e di profili professionali. L’efficacia di tale sforzo, in più casi, ha superato l’occasione didattica, consentendo ad autoctoni e migranti di dar vita ad autonome pubblicazioni[1]. Sono emerse figure capaci di innestare la recente memoria del Togo (Abdou Samadou Tchal Wel) o del Niger (Ide Maman), in testi dai contorni alternativi rispetto all’oggetto narrativo o al tema poetico, segnati da disinvolti passaggi fra idiomi coloniali, la dimensione internazionale dell’arabo, il materno bambaraa o hausa, offerti in buon italiano.

Esperimenti di pur breve convivenza intellettuale aiutano a incrinare stereotipi di mondi troppo lontani, che perdono l’aura di misteriosa e terrifica minaccia in presenza di protagonisti reali. E questo a seguire la vocazione cittadina alla tollerante convivenza in una universitas dal millenario profilo, arricchito da plurime nationes, che andrebbe meglio valorizzato e raccordato alle traiettorie dei tanti studenti, che vi convergono dalla persistente pluralità del territorio italiano.

La coscienza che il percorso sul piano creativo e dell’immaginario costituisce un surrogato del pieno possesso di cittadinanza, offre esiti particolari, che evitano forzature di comodo e strategie edulcorate. Nelle raccolte di racconti (i materiali antologici dei corsi sono reperibili in: http://www.eksetra.net/libreria/), i personaggi e le azioni che li muovono raffigurano spesso personalità frutto di reale meticciato, in contrasto con profili rigidi di culture e nazionalità. L’istanza di esprimersi attraverso un gioco reciproco, attenua l’incombere dell’autobiografia e questo anche discende dai profili dei partecipanti, con larga presenza di cosiddette G2 tra gli studenti, protagonisti poi di esperienze di transiti lavorativi o di scambi Erasmus, con trascorsi in orizzonti europei, dalla Scandinavia ai Paesi Baltici, al Belgio. E certamente non va dimenticato che l’assetto narrativo a dimensione collettiva smorza tentazioni di esibizione individuale, confermate nel taglio ironico dei brevi profili (Io in 10 righe), che corredano i volumi.

Altrettanta libertà consente il tema proposto, punto d’avvio e di confronto da sviluppare su varie declinazioni convergenti nella stesura a più mani, grazie alla maieutica leggera di Wu Ming 2, che in qualità di tutor porta l’attenzione sugli aspetti strutturali degli esercizi narrativi, coi loro passaggi canonici, favorendo l’emergere di soluzioni dal dibattito sul caso specifico, non sempre riconducibile a sequenze prefisse, rivolgendosi a modi narrativi tipici dell’immaginario giovanile globalizzato, quali film, serial tv, graphic novel, che suggeriscono la necessaria fluidità di scansioni, tempistiche, episodi.

L’efficacia dell’impostazione corrisponde al ventaglio di scelte di modi narrativi e di generi letterari, dalla favola alla fantascienza, dal crudo realismo all’atmosfera emozionale, l’interesse per la lingua o il gergo della rete e la ricostruzione del parlato dialettale della migrazione nostrana, i tratti epici o la memoria amara dell’espatrio bellico forzato, la traccia immaginifica del percorso orientale accanto alla tragedia dei naufragi mediterranei. L’istanza di un reciproco rispetto, la necessità di includere in una sola voce esperienze molteplici e un amalgama di sentimenti, le scelte strutturali, i tratti del simbolico che assorbono difformità di provenienze culturali, condizioni sociali ed esperienze soggettive, scaturiscono dai profili di una gioventù studiosa che si accosta alle scommesse del racconto, provenendo spesso da efficaci esperienze di aiuto ed assistenza ai richiedenti asilo. Ne scaturiscono, senza dimenticare le esigenze materiali, percorsi di empowerment complessivo di soggetti che potranno avvalersi, per una reale agency, anche della pregnanza delle risorse culturali.  

Pertanto si è cercato di mantenere un assetto modulabile del Laboratorio a seconda della varietà dei contesti e del mutare dei partecipanti, inserendo occasioni di vivacità dialogica oltre la fase di costruzione dei testi. Essa prosegue nelle presentazioni in ambito universitario, nelle librerie o nelle manifestazioni sensibili al tema delle mobilità delle culture, dando spazio alla voce diretta dei giovani narratori chiamati ad affrontare anche la consacrazione pubblica quali autori.

Tali incontri intendono ribadire i fondamentali principi dell’ospitalità fissati nella nostra civiltà e nel canone letterario sin dalle Supplici di Eschilo, e che Georges Didi-Huberman evoca come necessari a risarcire il senso di frustrazione e di immobilismo paralizzante che stravolgono l’Europa, incapace di riconoscere la spinta fondamentale per l’essere umano rappresentata dal desiderio di mobilità, trasformato in crimine alla pari di assurdi delitti di solidarietà, atti di resistenza alla frenetica erezione di muri ostacoli barriere difese lame e fili spinati, porte e porti sbarrati, che strangolano in un’atmosfera mortifera la vita e l’intelligenza degli impauriti e paralizzati suoi stessi abitanti. Perciò assume particolare valore ogni proposta che contrasti il dilagare di una cieca politica securitaria e populista, avvalendosi dei potenziali offerti dagli strumenti creativi (immagini, suoni, parole, gesti e azioni), così da restituire fondamentale dignità ad ogni persona, specialmente a coloro che, pur nella limitata temporalità del passaggio, esprimono una missione profetica riconosciuta da Annah Arendt o Pier Paolo Pasolini nei rifugiati dei loro tempi, quali testimoni di un possibile futuro realmente umano.

Di questa ricostruzione del nostro esistere come italiani ed europei abbiamo urgente necessità, nel momento in cui i burocratici e spietati organismi comunitari si concentrano su un’inattuabile strategia di frontierizzazione transcontinentale, sulla quale riflette Achille Mbembe, basata sull’espansione del dominio postcoloniale, disegnando l’utopia panottica su una gigantesca spazialità, intrisa solo di perdita e di dolore, col ricorso a strumenti tecnologici che generano uno spazio vuoto (di umanità). Da esso emergono corpi abietti, esemplari di ripugnanti masse di una subumanità indistinta, in quanto ridotti a spettrali forme di nuda vita, dai dispositivi di filtro ed estraniazione nei fortunosi approdi al nostro continente, dove perciò non gli si attribuiscono nomi, volti, documenti e soprattutto possibilità di parola.

Contro tutto questo opera il nostro progetto, dando preminenza ad una tecnologia forse sorpassata come la scrittura, riconoscendo ad ogni soggetto potenziali paritari, conferendo loro un’identità culturale che infrange l’anonimato stigmatizzante del sans papiers, invertendo l’ossessiva diffusione dell’ansia e del sospetto verso il nuovo e lo sconosciuto. Se la bieca narrazione imperante punta sulla dialettica panico/rassicurazione, con la pretesa di esibire incontrastata la capacità di respingere l’estraneo e il diverso, tanto più esigente diviene la necessità di pratiche di capovolgimento di questi dispositivi sociali, pur nella coscienza della fragilità di una prospettiva intellettuale, capace tuttavia di affermare il rifiuto della politica dominante, costruendo percorsi di resistenza e occasioni che dimostrino la possibilità di fare di ogni persona esseri perfettamente a noi eguali.

La proposta del racconto collettivo funziona dunque come proclama di una disponibilità a misurarsi attraverso un sostegno condiviso, rispetto ad una tragedia epocale, per la quale è doverosa la funzione sincrona del testimone, scansando l’oggettiva convergenza fra la grigia passività dell’osservatore qualunquista e il rinvio al recupero tutto ideologico di una memoria postuma alle contingenze traumatiche e ai loro meccanismi repressivi, dimostrando perciò che qui e ora non abbiamo perso la capacità di parlare, dare voce e formare una gioventù di noi migliore.

Fulvio Pezzarossa

Professore associato Università degli Studi di Bologna – Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica per l’insegnamento di “Sociologia della letteratura”


[1] E. Losso, I disintegrati. La guerra di San Barbaso, Castelfranco Veneto (TV), Panda, 2015; I. Amid, Malinsonnia, Tricase (LE), Libellula, 2017; G. Mohammed, La vita non è una fossa comune, Forlimpopoli (FC), L’arcolaio, 2017; ma specialmente J. Karda, Scischok, Leonforte (EN), Euno, 2018, primo collettivo italiano tutto al femminile, formato da Claudia Mitri, Vanessa Piccoli, Lolita Timofeeva, al quale anche collabora Laila Wadia.


Ingredienti (per due vasetti)

  • 3 pomodori Rossi
  • Mezzo peperone rosso
  • Mezzo peperone giallo
  • Mezzo cetriolo
  • Qualche foglia di cipolla Tropea
  • 1 spicchiò d’aglio piccolo
  • Aceto di vino
  • Olio evo
  • Sale e pepe
  • Wodka
  • Worcester source
  • Qualche goccia di tabacco

Per decorazione

  • sedano
  • Cipollato
  • Rosso di uovo sodo

Per focaccia

  • 500 g farina di farro
  • lievito madre con proporzione 1 a 5 ( oppure 12 g lievito di birra)
  • 1 Tropea
  • 1 pizzico di : olio, sale, zucchero
  • 250 g d’acqua

Procedimento

Per prima cosa fare dei piccoli cubetti di ghiaccio con la wodka , impastare subito la focaccia. Facendo la fontana, diluire il lievito con acqua tiepida ed impastare aggiungendo il sale alla fine, fare poi una palla da coprire con pellicola e lasciare lievitare, Stenderla con le mani  in una teglia unta , aggiungere la cipolla tenendone un po’ da parte e ripiegare su se stesso l’impatto qualche volta, rivendere poi il tutto aggiungendo sopra la cipolla messa da parte, un filo d’olivo e farla lievitare ancora. A lievitazione ultimata cuocere a 180 gradi per circa 20 minuti.

Per il gazpacho

Tagliare i pomodori privandoli dei semi, condire con un po’ di sale, olio ed un po’ di wodka. Tagliare nello stesso modo i peperoni, il cetriolo privandoli dei semi, un piccolo pezzetto di sedano Aggiungere lo spicchio d’aglio e la cipolla. Frullare separatamente i due composti con un mixer, i pomodori e poi tutto il resto aggiungendo un po’ di acqua se serve. Unirli poi insieme mescolando bene e correggere di sale e olio. Passare tutto con un setaccio, deve risultare un composto liscio ma abbastanza denso, mettere in frigorifero e lasciare riposare per circa due ore. Versare nei vasetti, decorare con il sedano tagliato a listarelle lunghe, il cipollato a fettine sottili, il rosso d’uovo sbriciolato, qualche goccia di worcester e di tabacco in base al gusto ed in ultimo il cubetto di wodka che renderà freschissimo il piatto!

Buon Appetito da G&G

L’Appennino pratese inizia qualche chilometro dopo il confine del territorio comunale di Camugnano sulla SP43 per Treppio. Dopo aver superato Lentula, frazione di Sambuca pistoiese, si gira a sinistra su di un ponte che attraversa il torrente Limentra, dopo il quale un cartello stradale marrone, colore che evidenzia i siti di interesse “turistico”, ci avvisa che stiamo entrando nel Comune di Cantagallo, provincia di Prato. 


Ed eccoci nel cuore dell’appennino pratese, un piccolo territorio montuoso ricco di risorse ambientali, di storia, tradizioni e curiosità, incardinato tra la valle del Limentra e quella del Bisenzio, tra l’Acquerino e Montepiano. La prima tappa (fotografica) è l’antico borgo di Fossato (747 metri s.l.m.) il cui nome pare derivi dall’equivalente bizantino della parola “fortificazione”. Già possedimento di Matilde di Canossa fu lungamente conteso dai feudatari e dai liberi Comuni toscani. Dopo un lunghissimo periodo di vitalità economica, determinata dalla posizione intermedia tra Granducato e Stato Pontificio e da una agricoltura e pastorizia fiorenti, negli anni del 1800 conobbe un massiccio fenomeno di emigrazione verso la Francia.


Si prosegue per la seconda tappa: il Passo del Tabernacolo (970 metri s.l.m.) o Tabernacolo di Gavino. La salita non scherza ma neanche chi spinge sui pedali ha motivo di sorridere. Il Tabernacolo è una costruzione risalente al 1600 con all’interno una bella immagine della Madonna. Siamo sullo spartiacque tra Adriatico e Tirreno. Da una parte del Passo le acque convergono sul Bisenzio e poi nell’Arno e quindi nel Tirreno, dall’altra nel Limentra, nel Reno e nell’Adriatico. 


La lunga strada in discesa, alternata a qualche risalita, porta direttamente a Mercatale e poi a San Quirico, capoluogo di Vernio, sulle sponde del Bisenzio. Vernio è un luogo conosciuto da molti utilizzatori della linea ferroviaria Bologna-Firenze perché è l’imbocco sud della galleria ferroviaria che riemerge a San Benedetto Val di Sambro dopo ben 18 chilometri. L’opera di scavo, arditissima per l’epoca, fu realizzata a mano tra il 1920 e il 1929, con un esito di incidenti sul lavoro, purtroppo, estremamente grave.
Nel 1974 l’interno della galleria fu teatro di una strage (12 morti e 48 feriti) innescata da una bomba ad orologeria collocata su un vagone del treno espresso “Italicus” da eversori neofascisti.


Si prosegue per Montepiano, frazione di Vernio posta a 700 metri s.l.m. La strada ovviamente torna a salire.I Il paese appare molto accogliente e diversi edifici di pregio rivelano un passato turistico importante. 


Dopo qualche chilometro usciamo dalla Toscana per rientrare in Emilia-Romagna senza perdere il filo di un itinerario appenninico che non conosce confini amministrativi . Sul palazzo comunale di Castiglione dei Pepoli, infatti, fa bella mostra di sé un elegante mega-lenzuolo che invita tutti gli amanti del trekking, e non solo, a percorrere la “via della lana e della seta“ tra Bologna e Prato. Appunto. 
Foto 6

Certo, per cercare un po’ di sollievo dall’umidità afosa di questi giorni, nulla di meglio che andare sui colli per testare uno dei molti luoghi nuovi della movida serale.

Anche chi decidesse però di restare in città, potrebbe, cercando e non disperando, trovare piccole oasi di fresco e tranquillità.

Tra queste, e proprio in pieno centro (davanti, di fianco e dietro la bella e imponente facciata del Teatro Comunale di Piazza Verdi (edificato nella seconda metà del ‘700 su progetto di Antonio Galli Bibiena ed inaugurato nel 1763 con l’opera “Il trionfo di Clelia” con libretto di Pietro Metastatio e musica di Gluck) si segnala il VillagePiazzaVerdi, nato sulle rovine del paio d’anni che è durata l’esperienza assai criticata, o per lo meno discussa, del GuastoVillage. Inaugurato lo scorso 21 giugno, e fino al 13 ottobre, l’iniziativa prevede un fitto calendario di eventi rivolto ad adulti e bambini. Il programma, un’iniziativa della “Corvino Produzioni” di Marcello Corvino (che, fondata nel 1999, si è presto imposta nel panorama italiano per la produzione degli spettacoli di MoniOvadia e per l’idea nuova e affascinante di coniugare arte e scienza, o quantomeno conoscenza, costruendo spettacoli ad hoc per personalità come, tra gli altri, l’astrofisica Margherita Hack, il matematico Piergiorgio Odifreddi, i giornalisti Corrado Augias, Marco Travaglio, Federico Rampini, Oliviero Beha, i magistrati Gherardo Colombo, Giuseppe Avalla, gli scrittori Stefano Benni e Vincenzo Cerami e per l’attività musicale della collegata PromoMusic che ha prodotto nel tempo recital di Simone Cristicchi, Lucio Dalla, Shel Shapiro, Antonella Ruggiero, Eugenio Bennato, Isabella Ferrari, Michele Placido o preziose incisioni come il doppio CD su Piero ciampi, e che ha visto la partecipazione di Vinicio Capossela, Samuele Bersani, Morgan e Nada) prevede infatti in collaborazione con l’Università, il TeatroComunale, il Conservatorio G.B.Martini e l’Accademia di BelleArti, un itinerario che, partendo proprio da PiazzaVerdi ed allargandosi in maniera logica e continua con LargoRespighi e via DelGuasto, quattro aree tematiche in grado di soddisfare le esigenze di varie tipologie di pubblico.

Se infatti Events – Piazza Verdi racconta, prevede una serie di incontri con docenti, artisti e associazioni per raccontare arte, musica, teatro, scritture e le vicende storiche e civili della città (inaugurata con la serata dedicata al direttore d’orchestra Leone Magiera e al suo rapporto con Luciano Pavarotti, da non perdere gli appuntamenti, tra gli altri, con l’Orchestra SenzaSpine del 7 luglio o  l’esecuzione, il 27, dei CarminaBurana che vedrà coinvolti i solisti ed il coro del TeatroComunale), Kids – Piazza verdi gioca prevede durante i weekend una corposa serie di iniziative dedicate ai più piccoli (“I giochi del sabato sera” nel Giardino del Guasto, “Colora Piazza Verdi” e “Museo Petit” sempre il sabato o “Creative labs” in PiazzaScaravilli la domenica pomeriggio) e Visits – PiazzaVerdi scopre accompagnerà i partecipanti in una trentina di visite narrate alla scoperta della storia e dei tesori di via Zamboni, il momento che più potrebbe interessare a noi che amiamo tirartardi è senza dubbio Social – PiazzaVerdi Mangia e Beve , un’area pensata per accogliere momenti di socialità che si estenderà da LargoRespighi a via DelGuasto a PiazzaVerdi.

Musica in filodiffusione, una spiccata attenzione al riciclo ed alla sostenibilità (stoviglie e posate solo in materiali biodegradabili o lavabili) e casette stile villaggio francese (quello che sorge nel periodo natalizio in piazza Minghetti) a rimarcare la volontà di non essere il solito mangimificio compulsivo differenziandosi in modo netto dalle esperienza, comunque godibilissima e divertente sia chiaro, degli anni passati, quelli dei container che tanto facevano kermesse da periferia postindustriale.

Per intenderci, l’impatto visivo ed uditivo è stupefacente: dove prima vigevano sonorità e compulsioni acide (è solo un termine a specificare musicalità e colori e sapori con nessuna implicazione di altro genere) adesso si trova musica soffusa, luci più basse, relax e la riscoperta del piacere di una chiacchierata sussurrata e non urlata. Con l’atout impagabile, in via DelGuasto, dei vini di AltoTasso.