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Settembre 2019

Ingredienti a porzione:

  • 2 triglie
  • 2 pomodorini piccadilli
  • Qualche oliva taggiasca
  • Buccia arancia grattugiata
  • Olio evo
  • Zucchero
  • Sale

Preparazione
Per prima cosa pulite e tagliare a fette i pomodorini, stenderti sopra una leccarda ricoperta di carta forno, condite con un pizzico di sale un filo d’olio e zucchero, infornare a 140 gradi per almeno 60 min.
Intanto sfilettare le triglie stenderle sulla carta da forno in modo da ricavare poi un pacchetto carino tipo busta. Aggiungere sale, un filo d’olio, le olive, i pomodorini (una volta caramellati), la grattugiata di arancia, qualche goccia di succo. Chiudere il pacchetto e legare con lo spago da cucina. Cuocere a forno caldo 180 g per circa 7-10 minuti. Servire sul piatto, pacchetto chiuso, ogni commensale deve respirare  personalmente l’aroma durante l’apertura del carroccio.

Buon cartoccio da G&G

Dopo essermi appassionata al libro La mia parola contra la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio (HarperCollins Italia, 240p., 2018) ho voluto con tutta me stessa incontrare e intervistare l’autrice, la magistrata Paola Di Nicola, nominata Wo/Men Inspiring Europe 2014 dall’EIGE (European Institute for Gender Equality). Con il suo sguardo obiettivo, fermo e al contempo materno, frutto di un continuo studio e di attente riflessioni prima di tutto su se stessa, Paola ha saputo cogliere quelle sfumature molto spesso invisibili, che muovono ancora i pregiudizi di genere nelle aule di tribunale e nella società influenzando radicalmente una visione d’insieme che diviene così parziale e ancora immersa in una cultura patriarcale. E’ stato un onore approfondire con lei questi temi e rendermi conto di quanta strada ancora dobbiamo fare. Tutti insieme.

Mamma, magistrata, scrittrice. Come riesci a conciliare tutti questi impegni?

Mi entusiasma ognuno di questi pezzi della mia vita e nessuno è esterno all’altro. Li ritengo tutti necessari perché tutti vengono arricchiti reciprocamente.

Nel tuo ultimo libro “La mia parola contro la sua” accenni al fatto che  le donne siano cresciute con lo stereotipo della femmina come principessa da salvare portandole a sentirsi fragili e incompetenti. Mi vengono in mente le principesse Disney come Cenerentola che incontra il Principe durante il ballo e, senza tante parole, s’innamora di lui ed è sempre grazie a lui che acquisisce un ruolo nella società. Negli ultimi anni però i cartoni animati stanno mostrando una figura più emancipata di giovane donna: basta guardare Ribelle, Frozen, Oceania. Che cosa ne pensi di queste evoluzioni? Credi che stia avvenendo un cambiamento?

Non penso che ci sia una grande evoluzione nell’educazione delle bambine. Perché l’educazione passa dai modelli che hanno i genitori. Anche se ci sono dei cartoni animati che rompono gli stereotipi di genere credo che nell’ambito famigliare noi padri e madri continuiamo a trasmettere certi modelli quotidiani e concreti. A prescindere dai film che hanno questo coraggio di rottura vedo che esiste l’80% delle trasmissioni tv in cui le donne sono semi nude e gli uomini in frac. Non ci sono donne che parlano di economia e finanza. Credo che la struttura resti radicata nel portare le ragazze a rimanere delle principesse da salvare. Per non parlare dei libri di scuola.

Nel secondo capitolo ti rivolgi agli uomini con accorati appelli come ad esempio: “Vi chiedo di insegnare ai vostri figli maschi a piangere, a leggersi dentro, ad accettare la fragilità e il limite. A spiegare il gioco della seduzione che non è consumare l’altra persona come una birra ma, come voi stessi mi avete insegnato, conoscere e riconoscerne il piacere, esplorarne i desideri rispettandola e fermandosi davanti al suo disagio: perché alle donne non piace la violenza”. Che tipo di atteggiamento noti nei ragazzi di oggi?

Nella mia esperienza limitata ristretta a un contesto molto protetto e formato su un certo tipo di educazione, noto che i ragazzi hanno un rispetto verso le ragazze che nasce proprio da una dignità reciprocamente riconosciuta. Però non mi sento di dire che sia l’ordinarietà delle generazioni. Vedo che ci sono loro coetanee che nascono, vivono e crescono credendo nel loro statuto di donne libere e che questo permette anche ai maschi di essere coerenti nel rispettare questa loro affermazione. Ho fiducia nelle nuove generazioni.

Hai deciso di aggiungere al cognome di tuo padre quello di tua madre. Come pensi si potrebbe cambiare questa regola statale dal momento che di generazione in generazione i cognomi si andrebbero a sommare portandoci comunque a dover fare una scelta?

Sarebbe indispensabile una legge dello Stato che, come accade nei paesi del Centro e Sud America o in Spagna, imponga di avere il cognome della madre, una condizione preliminare per una cultura della dignità di entrambi i genitori come riconoscimento dell’identità sociale. Questo è il passaggio legislativo necessario. Ci sarà comunque un momento in cui si dovrà fare una scelta e a quel punto ciascuno di noi deciderà. E questa è una scelta che impone a ciascuno di pensare. Qual’è il pezzo della propria identità che ritieni di essere mantenuto? Adesso non abbiamo questa libertà. 

Affermi che la nostra cultura rafforza il pensiero che la violenza sulle donne è qualcosa di naturale. Se guardiamo a quello che sta accadendo in Italia e nel mondo e pensiamo al passato vediamo che questo è un problema ben radicato nella nostra storia. Ne usciremo?

Certamente, questo avverrà nel momento in cui anche gli uomini prenderanno parola e rinunceranno in prima persona alla loro rendita di posizioni e non lasceranno che la violenza sulle donne sia un problema delle donne. Ne usciremo quando avremo uomini coraggiosi che rinunceranno al potere incondizionato che hanno avuto per millenni. Il che non vuol dire che a quel sistema di potere si sostituisca un potere femminile. Uomini e donne devono accettare un sistema non fondato sulla prevaricazione di un genere sull’altro. Le cose cambieranno quando accetteremo un potere condiviso. Una gestione condivisa e paritaria.

E’ famosa la tua sentenza per il caso definito lo scandalo sessuale della Roma bene che vedeva coinvolto un uomo adulto e una minorenne. Oltre al carcere hai richiesto infatti un risarcimento in cultura anziché in denaro: libri e film sul pensiero delle donne. Nel libro spieghi bene come sei arrivata a questa decisione. Nel tempo c’è stato un cambiamento? Hai ispirato altri tuoi colleghi a intraprendere nuove strade?

Assolutamente no. Però posso dirti che dal 2 maggio è iniziato uno spettacolo teatrale che è stato presentato a Milano e girerà tutte le scuole ispirato alla mia persona e a questa sentenza che sotto il profilo culturale ha avuto delle ripercussioni di carattere civile. È un passaggio importante. Ho prospettato un ordine simbolico diverso che per millenni ha visto come unico strumento risarcitorio possibile il denaro e quindi il potere. Invece quell’operazione di cui parlavo prima, ovvero rompere l’ordine simbolico proponendo coscienza e conoscenza appartenenti all’identità femminile, evidentemente ha bisogno di tempo di elaborazione in un contesto come quello della magistratura che dal punto di vista strutturale è deputato alla conservazione di un ordine costituito, seppure in base all’apertura dei principi costituzionali. Ci vuole tempo.

Secondo te quanto?

(Risponde con una risata, ndr).

Oltre a leggere il tuo libro che consigli pratici quotidiani daresti agli uomini e alle donne per iniziare a innescare un cambiamento al fine di non perpetuare stereotipi nocivi al nostro sguardo sul tema femminile?

Di osservarsi e osservare intorno a sé se la presenza del maschile e del femminile è una presenza fondata sulla pari dignità. Nei ruoli professionali, nelle rappresentazioni degli spettacoli e anche nell’educazione che viene impartita ai nostri figli e alle nostre figlie, osservarlo attorno a una tavola. Osservare e quindi modificare i propri comportamenti a seguito di questa osservazione. E che gli uomini rinuncino alla loro modalità proprietaria rispetto a ciò che li circonda. L’altro giorno ho visto una bella ragazza che passava sul treno. Tutti i maschi la osservavano e lei lo sapeva. Gli uomini avevano una condizione di presa su di lei. Immagina te stessa. Se tu dovessi passare tra due ali di maschi proveresti disagio? Penso di sì. Penso che ci sia sempre un senso di disagio. Non penso che possa crearsi una situazione inversa. E questo è l’atteggiamento predatorio maschile interiorizzato che porta a una sensazione o a uno stato d’animo di soggezione del femminile. Quando noi ci accorgeremo di questo e lo vedremo in modo palpabile nei nostri comportamenti comprendendo quanto sia fastidioso lo sguardo di un uomo quando non corrisposto alla volontà di chi viene osservata, sarà un passaggio importante. Penso che sia suo diritto osservare una donna ma è ben diverso dal guardare in maniera continuativa e invadente.  Io non mi permetterei mai di farlo con un uomo. È una questione di rispetto per l’altro. Quando cammino con mia figlia e ci sono persone che la guardano in maniera insistente io vado a chiedere a quelle persone perché lo fanno. Non dire nulla è come accettare questa morbosità, accettarla come se fosse un diritto. E’ una questione di dignità e di rispetto dell’altro.

“… il mio avvocato dice che sarò certamente assolto dall’accusa di omicidio di secondo grado perché l’accusa non può chiedere che il processo si svolga in un altro tribunale << ciò significherebbe che il processo potrebbe svolgersi in città con un’alta concentrazione di cittadini neri o ispanici, come Trenton o NewBruswick o Newark. A Glassboro sei un eroe >>…

... Zio T. mi ha detto: la guerra che distruggerà questo paese è una guerra razziale. Non è riconosciuta dal Governo, colluso con gli immigrati e i negri che votano per lo stato assistenziale …”

“Soldato”, è uno dei racconti de “IL COLLEZIONISTA DI BAMBOLE” di Joyce Carroll Oates, probabilmente la più grande scrittrice (ma non solo) statunitense (ma non solo) vivente. Che non ha mai vinto, e mai vincerà (questione di politiche pastette editoriali), il Nobel, specie adesso che il Nobel per la letteratura nemmeno si sa se sarà assegnato.

Ma tutti noi possiamo leggerla, possiamo comprare, leggere, suggerire e custodire gelosamente uno qualunque dei suoi molti libri (su tutti la tetralogia che compone la cosiddetta Epopea Americana: “Il giardino delle delizie”, “I ricchi”, “Loro”, “Il paese delle meraviglie”).

E vivere meglio dopo averla letta.

Raccontare storie, unire mondi, rivelare bellezza.

L’eleganza e la forza racchiusi in un gesto antico: il ricamo. Simbolo della bellezza, del desiderio di contraddistinguere, di arricchire e raccontare qualcosa attraverso le tradizioni, questa tecnica divenuta arte, ha sempre affascinato per le infinite possibilità di espressione in essa racchiuse e per i tempi di lavoro che costringono a momenti di riflessione, di quiete della mente e del cuore. Ho avuto il piacere di conoscere e chiacchierare con l’artista Anaïs Beaulieu su come questo stile sia parte imprescindibile della sua arte e della sua stessa identità. 

Come hai scoperto la tua passione per l’arte?

Mi è sempre piaciuto disegnare, fin da bambina. Tutto nacque dall’amore per i libri: passavo tanto tempo in biblioteca a sfogliare quelli sulle conchiglie che tutt’ora colleziono. A casa ne ho tantissime! Al College decisi di studiare Storia dell’Arte e in seguito feci un Master in Belle Arti. In quel periodo mi esercitavo nel disegno, nel collage e nella fotografia. Il taccuino era diventato il mio studio. Dopo l’università lavorai come rilegatrice in un’azienda e mi accorsi di quanto i libri fossero importanti per la mia vita. Decisi così di specializzarmi in questo settore e di fare un Master Professionale in Edizioni Artistiche e Libro degli Artisti. In quel periodo rimasi affascinata dai libri per bambini. Feci uno stage negli archivi di Father Castor e anche per Three Ourses con cui ho lavorato per 7 anni. Fui assunta per integrare il lavoro di Bruno Munari: rimasi affascinata dalla sua visione della pedagogia dell’arte nella vita quotidiana. Ho lavorato anche con artisti come Katsumi Komagata, Marion Bataille, Louise-Marie Cumont, ma anche per dare forma a una visione di educazione artistica e artigianale. In seguito decisi di partire per il Madagascar e poi in Burkina Faso. In quei luoghi capii alcune cose: l’essere umano esiste anche grazie a quello che può fare attraverso le sue mani. Così ho chiesto a me stessa: “Cosa posso fare con le mie mani?”. A otto anni mia nonna mi insegnò a ricamare per fare un regalo all’altra mia nonna che viveva a 500 km di distanza. L’idea di viaggiare è ancora presente nel mio lavoro. In effetti, viaggiare mi permette di osservare i contrasti tra i paesi, ad esempio le differenze tra Burkina Faso e Francia. Ecco perché è così importante per me andare nei luoghi ed è per questo che ho iniziato a ricamare. Mi piace molto farlo mentre viaggio.

Cos’è per te il ricamo?

È un modo per attraversare il tempo ma anche per stabilire un collegamento universale. Il ricamo è ovunque nel mondo. Il mio lavoro trova le sue basi nella mitologia, in quei racconti epici in cui esiste una connessione tra linguaggio e ricamo. Per esempio il filo di Arianna, Penelope o il Dio Nommo che descrive Ogotomelli in Dieu de eau di Marcel Griaule. Ricamo per esprimere la storia del mondo in cui vivo attraverso una tecnica molto antica. Usarlo nel presente lo rende anche contemporaneo. Mi fa sentire un pò come Alice nel Paese delle Meraviglie. Cerco sempre di guardare cosa c’è dietro. Mia nonna mi ha detto che per riconoscere un buon ricamo devi guardare la parte posteriore. Ogni ricamo ha una sua storia.

Com’è stata la tua esperienza in Burkina Faso?

Sono tornata da lì un mese fa. Era la decima volta che andavo ma questa volta è stata un’esperienza molto speciale. “Facteur Céleste”, un’etichetta che crea borse e portafogli nel riciclaggio delle busta di plastica, mi ha chiesto di creare una nuova collezione di portafogli per loro ispirata ad alcuni modelli di ceramiche classiche e di realizzarla in Burkina Faso dove anche loro avevano già lavorato. Ho accettato a condizione che potessi lavorare con le donne del villaggio in cui ero solita andare. Così è stato. Ho insegnato a 6 donne a ricamare. Solo una lo sapeva già fare, per le altre non è stato facile ma sono state coraggiose e per ognuna è stata grande esperienza di scambio. La prima volta che andai in Burkina Faso rimasi infatti colpita dal calore delle persone. Questo mi spinse a tornarci più volte. Le mie esperienze lì mi hanno permesso di riflettere e realizzare cose sui contrasti della vita moderna. In Burkina Faso mi sono ispirata nel realizzare la maggior parte dei soggetti della serie À vos souhaits (Salute!). Ad esempio ho compreso quanto sia fortunata a vivere in un luogo in cui c’è l’elettricità. Quindi ho ricamato su stoffa una spina. Pochi giorni dopo ho realizzato che vivo in un mondo con delle scale elettriche. Così ho deciso di ricamare alcune scale elettriche. Anche la serie “Futiles”: ho ricamato piante, coralli, oggetti del mare su buste di plastica. La sensibilità del ricamo e la fragilità della pianta che invoca, si contrappone alla banalità inquinante del materiale su cui è ricamato, il sacchetto di plastica. Quando si trapana un sacchetto di plastica con un ago da ricamare, c’è sempre un pò di tensione perché il sacchetto di plastica può strapparsi in qualsiasi momento. Diventa vulnerabile e minacciato come le specie di piante che sono ricamate su di esso. Questa vulnerabilità intensifica la preziosità del ricamo e ciò che rappresenta.

Con i ricami sulla busta di plastica dai un valore, una nuova bellezza a qualcosa che altrimenti verrebbe gettato via. Quali sono le tue emozioni a riguardo?

È la questione del tempo ad affascinarmi. Un sacchetto di plastica vive più o meno 400 anni. Io riesco a ricamarci sopra in 2 o 3 mesi. Ci vuole solo un secondo per essere buttato. Quanto tempo impiega una specie a comparire? O a scomparire? Per me il ricamo è come un atto di resistenza. Nel mondo in cui stiamo vivendo, tutto sta andando veloce. Ricamare è prendere il mio tempo in contrasto con questo mondo in cui tutto va veloce. Ricamare significa ritornare a me stessa, è un atto di meditazione. Questo è il motivo per cui utilizzo questa tecnica. Una volta ho ricamato una nave mentre ero su una spiaggia in Madagascar. Accanto a me c’era un uomo che stava costruendo una barca a vela con chiodi e martello e bambini che stavano costruendo piccole barche galleggianti con sacchi di plastica e legno. Sapevo che i miei ricami mi avrebbero richiesto alcuni mesi di lavoro mentre lui avrebbe impiegato 15 anni a costruire la sua barca e per i bambini era un lavoro quasi istantaneo. Il tempo per quell’uomo, il tempo per il bambino e il tempo che io stavo dedicando al mio lavoro. Ognuno di noi ha il suo tempo. Il ricamo è un momento per me. L’atto del ricamo è trovare la bellezza dove non riesco a trovarla. Come gli edifici industriali. Cerco di renderli belli.

Ci sono altre serie che hai fatto che mostrano un forte contrasto?

Ad esempio, nella serie «Salute», ogni elemento testimonia l’ambivalenza del mondo in cui viviamo. La tradizione del ricamo è legata al modernismo dei soggetti rappresentati. Il design ricamato di una fabbrica paragona l’industriale al manuale. Una gru da cantiere ricamata su un fazzoletto con motivi floreali giustappone l’urbano con la natura ma anche la stampa e il ricamo. Un muro di pietra si bilancia tra la finezza del ricamo e la brutalità di ciò che rappresenta. Un fazzoletto è una stoffa che ha già una storia, un’intimità. Ogni ricamo ha un rovescio, un luogo e legge tutte le opposizioni che rivela. Nell’atto stesso del ricamo, c’è già un viaggio, un viaggio circolare tra il fronte visibile e il retro che è il fondamento del ricamo. È lì che tutto è stato giocato da quando i nodi lo hanno bloccato, ma non lo mostrano. L’ago penetra – che è un atto violento in sé – ma lascia andare e guardare ciò che sta accadendo dietro per ricreare un’altra realtà. Il supporto diventa una frontiera che deve essere trascesa per unificare l’opposto e il luogo, ciò che è nascosto e ciò che può essere visto. Cucire mi permette di abolire questo confine e di viaggiare tra le polarità, le loro ambivalenze e di interrogarmi su cosa li connette. Perché, come dice Flaubert, “non sono le perle a fare la collana, è il filo”.

Hai un maestro a cui ti ispiri?

Amo l’arte popolare, la pittura a mano, l’arte che non dovrebbe essere arte. Il mio maestro è la natura. Mi interessano anche i libri antichi, specialmente quelli di botanica. Inoltre sono stata influenzata da Bruno Munari. Aveva una forma piuttosto seria di leggerezza nel suo lavoro. Il suo approccio è generoso: offre una grande autonomia al lettore in modo che si appropri del lavoro e crei la sua esperienza. Sia i suoi laboratori che le sue opere fanno parte di una vera riflessione educativa. Come designer, ha pensato il libro come un oggetto di mediazione artistica. Anche il lavoro didattico della fotografa Tana Hoban mi ha influenzato molto. Come lei dice così bene “le idee arrivano lungo la strada”. Ciò che trovo interessante nel suo lavoro è il modo in cui i concetti didattici costruiscono il libro ed esprimono i contrasti.

Che progetti hai per il futuro?

Adesso sto lavorando a un libro dopo una residenza di artista che feci alla casa editrice indiana Tara Books. Sto già pensando inoltre a una nuova collezione per Facteur Céleste e ho anche una serie di proposte per mostre.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Il cuore cucito di Carole Martinez.

Che consiglio daresti ai giovani che desiderano realizzare una carriera artistica?

Seguite i vostri sogni e il vostro cuore.

Sito web: http://anaisbeaulieu.com
Instagram: @anais_beaulieu

Di Cristina Ropa, giornalista e curatrice del sito: www.bloomasyouare.com.
Foto a cura di Tommaso Mitsuhiro Suzude.

Sono consapevole che dando a questo articolo il titolo “Cerco un centro….”, ai più viene spontaneo proseguire con “….di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente. Over and over again….”. Non era questo il mio intento, o meglio, a pensarci bene, del refrain di Battiato si potrebbe mantenere il finale (“Over and over again” ).

Mi spiego.

Politicamente parlando, il centro è tornato in primo piano.

Il Foglio, nel mese di marzo, (articolo di Umberto Minopoli) evidenziava che l’assenza del centro fosse la fonte dei nostri problemi di governabilità.

Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere nel mese di agosto spiegava che “[…] I sistemi politici maggioritari funzionano al meglio quando in essi prevale una dinamica bipolare (destra contro sinistra). I sistemi politici di tipo proporzionale, invece, hanno bisogno — soprattutto quando sono molto intense le contrapposizioni ideologiche — di un partito di centro, o un raggruppamento di partiti di centro, in grado di assicurare stabilità tenendo a bada le formazioni estremiste”

In agosto Ezio Mauro su Repubblica viceversa scriveva che “ [….] chi cerca il centro ha sbagliato secolo” e giorni fa Bersani a Otto e mezzo affermava che l’idea di cercare il centro gli faceva venire in mente l’Araba Fenice.

Un dibattito vivace per questo centro che si sta prendendo la scena politica, che fa discutere, tanto che il movimento attorno si è accelerato.

Dopo Calenda con il suo Siamo Europei e Renzi (Italia Viva) , senza dimenticare l’appello di Berlusconi per formare una federazione fra diversi soggetti,  ecco –  ultima novità di queste ore – Lorenzo Cesa che annuncia la nascita di un partito di aerea democristiana; per la precisione “Sarà una DC proiettata nel futuro”. Voilà.  Il ritorno della Balena Bianca……

Insomma, un grande fermento, una ripopolazione, che rischia il posto in piedi.

Nella teoria di Downs (nel suo libro di scienza politica An Economic Theory of Democracy), l’elettore di centro è quello meno orientato ideologicamente, più moderato, disponibile a valutare le posizioni di entrambi i contendenti in un sistema bipolare e quindi a votare quello le cui posizioni sono più vicine alle sue.

Anni fa in un discorso il Cardinal Martini disse che il “moderatismo deve essere inteso come capacità di risolvere i problemi”; dunque dobbiamo stare tranquilli se tanti si adoperano per posizionasi al centro dello schieramento politico. Più saranno, prima si risolveranno le problematiche del nostro Paese.

Un tempo il grande Luciano De Crescenzo disse: “A quanti vogliono sapere se io sono di centro destra o di centro sinistra, io rispondo che sono del centro storico”.

Vedremo.

Di giorno negozio di vinili dove è possibile scoprire un nuovo brano, una nuova traccia o la canzone che vi salverà la giornata; di sera quegli stessi espositori diventano i tavolini a disposizione di un lounge bar di tendenza mentre lo spazio viene dedicato a mostre tematiche e a djset, a presentazioni e a live. Un unico locale, quindi, ma dalle due anime (la musica, appunto, e le arti visive) non necessariamente in contrapposizione, ma che anzi si fondono alla perfezione in “… un locale che evolve il concetto di music store e si pone come trait d’union tra l’ascolto e l’acquisto di musica …”.

Questo, e anche altro che potrete scoprire solo visitandolo, è Gallery 16 in via Nazario Sauro 16.

L’idea, vincente e ancora non sfruttata in una città pur attenta da sempre alla musica ed al mondo che la ingloba, è di Massimo “Peccia” Mandrioli (ben noto dj fin da fine anni ’80, commesso e poi socio del “Disco d’oro” ed ideatore di Background l’associazione culturale dedicata al collezionismo specializzato in vinili), Lorenzo “Lerry” Arabia (musicista ed esperto musicale), Ilaria Magagni e Gianluca Frascolla.

A testimoniare in modo compiuto il pensiero forte che sta alla base di questo innovativo e immaginifico concept store che ha come intento quello di esplorare la musica in tutte le sue forme, nulla potrebbe servire meglio di questo “T-SHIRTS SELECTIONS”, la performance che TetroVyvyanCarliMoretti terrà venerdì 20 settembre a partire dalle 19,30.

Per sapere come le t-shirt del titolo potranno combinarsi alla musica che lo stesso Tetro suonerà (anche lui uno dei più conosciuti ed apprezzati dj sulla scena ininterrottamente da fine anni ’80) non resta che affidarsi alle parole dello stesso autore: “… ho assemblato le t-shirts più significative prodotte in tutto questo tempo per lavoro o per serate, in particolare quelle che hanno avuto un contenuto che andasse oltre il semplice merchandising per un concerto. Chiaramente, occupando la produzione un percorso più che ventennale, le t-shirt scelte testimonieranno varie influenze sia musicali che artistiche legate ai vari fenomeni che per me sono stati più importanti. Chiaramente, per la serata sarà disponibile una nuova edizione speciale creata appositamente insieme ad un EP, dato alle stampe come Oto Casa Discografica (la casa discografica di cui lo stesso Vyvyan è co-fondatore, n.d.r.) contenente alcuni brani della prima parte del progetto Sindaco Carli Moretti … ”.

Detto che sia la t-shirt che l’EP saranno in vendita esclusivamente durante la serata, serata che vedrà alla consolle lo stesso Tetro alternarsi con djs amici (ma non chiedete chi saranno,  solo partecipando alla serata sarà possibile scoprire chi suonerà) in quella che può essere considerata una specie di riassunto delle tante iniziative pensate e realizzate nell’ambito non solo del clubbing (una per tutte, Camere Sonore legata alla sonorizzazione di spazi e luoghi) rimane solo da dire che il bar, modaiolo quanto basta, offre in un ambiente confortevole e volutamente associativo (dimenticate i tavolini separati che invitano a rimanere con chi si è arrivati: qui ci sono aree open space  propedeutiche al contatto umano) tutto quello che ci si potrebbe e ci si vorrebbe aspettare: non tantissimi vini ma di buon livello ed una serie di aperitivi che comprende tutti quelli più gettonati. Buona infine, e varia, la proposta di birre artigianali.

Ogni volta che sento pronunciare la frase “ l’Emilia-Romagna” è una regione contendibile”, in vista delle imminenti elezioni regionali, mi prudono le mani. Vorrei sferrare un cazzotto, metaforico, al malcapitato dirigente del centro sinistra che la pronuncia come se svelasse una eventualità che solo gli sprovveduti non sanno cogliere. Se oggi L’Emilia- Romagna non è semplicemente contendibile, lo è sempre stata ( dice niente il 99 a Bologna, e prima Parma?), ma fortemente a rischio di essere persa è a causa di questi dirigenti incapaci e sprovveduti. Infatti solo uno sprovveduto non poteva non capire che quando, 5 anni fa, votava solo il 37 % degli elettori, non si trattava di un semplice campanello d’allarme. Piuttosto di una tromba da stadio che ha emanato un suono  così assordante che avrebbe dovuto mettere in moto un processo formidabile di riforma, cambiamento, ricerca delle ragioni dello scontento, di umile e paziente capacità di ascolto di una società in trasformazione. Invece cosa ti combina il “ gruppo dirigente” del centro sinistra ? Innanzitutto dice, a quelle centinaia di migliaia di elettori che non sono andati a votare, che la cosa fondamentale è vincere! Dunque sbaglia chi non partecipa. Nessuna riflessione autocritica, nessun confronto con le ragioni del malessere. Una volta, nostalgia canaglia, quando si perdeva lo zero virgola si facevano congressi lunghissimi, si andava nella più sperduta frazione di paese a discutere, ascoltare, capire. Per la “nuova politica” l’importante è “vincere”. Poi, sempre il “gruppo dirigente”, si adagia nelle sue baruffe interne come se non ci fosse un domani. Ed ora arriva, ad una manciata di mesi dal voto, propinando una campagna di comunicazione sul fatto che” Siamo l’Emilia Romagna” ( che cosa voglia dire esattamente non si capisce), che siamo in testa in tutti i campi, che siamo una delle regioni più evolute in Italia ed in Europa. Auguri! Con questa litania che noi siamo, a prescindere, i migliori si va semplicemente a sbattere. Se non fosse a repentaglio la storia ed il futuro di una delle esperienze più preziose della vita politica, amministrativa, civile di questo Paese ci sarebbe da ridere. Non possiamo permetterci, anche come semplici elettori, di ridere ma di indicare i responsabili di una possibile disfatta storica, che consegna questo straordinario patrimonio alla destra più becera di sempre, quello si è nostro dovere farlo.

Se non fosse una cosa estremamente seria ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate davanti la valanga di dichiarazioni e post di renziani della prima, seconda, terza e quarta ora che si affannano a prendere le distanze dal loro (ex) leader dopo la scissione. Proprio loro che negli ultimi anni hanno scalato il Partito dietro lo slogan della “Rottamazione” ora sono lì intenti a schivare uno spettacolare contrappasso dantesco.

Si va da quelli che reagiscono in modo scomposto recitando il ruolo delle vittime sedotte e abbandonate sull’altare a quelli che  – come successo per le altre recenti scissioni  – semplicemente rinnegano di aver mai appoggiato o supportato veramente l’ex segretario.

I più navigati restano in silenzio, prendono tempo, cercano di mantenere i nervi saldi e ostentano calma in vista dei prossimi appuntamenti elettorali nei quali sperano di strappare una candidatura per se stessi o per i loro fedelissimi prima di decidere il da farsi. Non sarebbe la prima volta (anzi sta diventando la prassi) che quel fantastico Partito che si chiama PD candida gente prontissima a fare le valigie un attimo dopo essere stata eletta; perché perdere questa fantastica opportunità?!

Dicevo ci sarebbe davvero da ridere di gusto (e qualche sorriso spontaneo a volte esce) se non fosse una cosa tremendamente seria. Tremendamente seria perché la gran parte di quella pletora di piccoli e grandi capicorrente che oggi si appresta a fare l’ennesima giravolta politica nel disinteresse generale dell’opinione pubblica mina inevitabilmente la credibilità dello stesso Partito Democratico.

Che credibilità può avere uno che fino a ieri inveiva contro dei gufi? Che quando lo si metteva davanti le discrasie dell’era renziana rispondeva: “ma con Renzi si vince” e lo ripeteva come un disco rotto anche davanti alla valanga di amministrazioni perse nel corso delle sue 2 segreterie? E soprattutto che credibilità ha un dirigente che ha gridato e sostenuto la battaglia della rottamazione a tutti i livelli e che oggi non ha neanche il coraggio di seguire Renzi nella “nuova avventura” per paura di non essere candidato o di mettere in crisi la maggioranza nel Comune che guida? Ma si sa, la rottamazione è una questione che riguarda sempre gli altri.

E che dire degli infiniti appelli a ripensarci; a non andare via! Perché il PD è un partito da “restaurare”, da “riformare”, da “risanare” ma non da abbandonare.

E qui arriviamo al secondo grande problema, ovvero quello di un Partito che a partire dalla sua creazione, nell’ormai lontano 2007, è costantemente da rifondare e riformare. Ovviamente sempre con le stesse parole d’ordine. Un eterno cantiere (saranno contenti gli Umarell) di cui non si vede la fine. La Salerno-Reggio-Calabria della politica italiana.

Un processo costituente che non potrà mai concludersi semplicemente perché è stato fondato attraverso l’artificio retorico del “ma anche”. Una scorciatoia ideologica, un trucco retorico che ha permesso di unire – sulla carta e nei comizi – quello che nella realtà non può stare insieme. E così in questi 12 anni il PD è stato il partito che si è candidato a rappresentare i finanzieri ma anche i precari, che difendeva la scuola e le università pubbliche ma anche quelle private, che tutelava i beni e i servizi pubblici ma anche le privatizzazioni, che difendeva l’ambiente ma anche una visione di progresso novecentesca fatta di cemento armato e grandi opere, e così via.

Il tutto condito da regole di selezione della classe dirigente assurde – come le primarie aperte a tutti –  che hanno rafforzato, invece di indebolire il potere dei “capi-bastone locali”.

Un processo costituente che potrà finire solo quando si faranno delle scelte. Quando si deciderà da che parte stare sui principali temi che interessano il futuro delle persone e non esclusivamente sul prossimo leader da seguire per tutelare i propri interessi personali.

Non sono rimasto sorpreso dalla scelta di Renzi. Era nelle cose e nella natura del personaggio. Quello che mi sorprende invece è la tremante litania di chi si straccia le vesti per un evento prevedibile, da alcuni previsto, e come detto, quasi naturale. L’anomalia non è Renzi fuori dal PD. L’anomalia è stata permettere a Renzi di comandare, anzi dominare, per molti anni un partito che si definiva di sinistra. L’anomalia è stata quella di permettergli di stravolgere l’identità, le radici, la cultura politica di una comunità inseguendo il mito del nuovo per il nuovo in questa infantile subalternità al pensiero dominante di questo tempo. Se su questo non c’è una seria riflessione, una radicale discontinuità, la diaspora continuerà. Uscire ed in fretta da questo vicolo cieco è la vera priorità. Oppure sarà ancora più evidente, già ora se vedono plasticamente i segni, la triste realtà di un ceto politico avulso dai bisogni, le ansie, le speranze di un popolo che ha la pretesa di rappresentare.

di Idriss AMID

Si pubblica uno dei racconti dall’antologia Casamondo, S. Giovanni in Persiceto, Eks&Tra, 2011, pp. 15-17 (liberamente accessibile al sito: www.eksetra.net), che raccoglie i testi sviluppati nel Laboratorio di scrittura interculturale di quell’anno, attivato dal Dipartimento di Italianistica bolognese in collaborazione con la suddetta Associazione interculturale. Pur affidato in quella fase alla voce di uno dei singoli partecipanti, il testo si fa messaggio corale nel cogliere l’intrico di abitudini internazionali che la nostra realtà universitaria da sempre respira, come indispensabile orizzonte per gli scambi intellettuali, e che tuttavia sconta i piccoli ma significativi intralci del vivere altrove, che emergono anche negli itinerari privilegiati della migrazione studentesca.

Il denso significato espresso dal titolo del volume, che non casualmente richiama il tema primario che attraversa tutte le letterature derivate dalla esperienza migratoria, deriva proprio dal racconto di Idriss Amid, che addensa nella misura breve delle sue pagine tensioni e complessità trasversali all’intera esperienza della migrant literature, adunando i motivi dell’addio, della casa, dell’abbandono, della valigia, della nostalgia, però in una paradossale esperienza interna all’Italia, e che potrebbe nutrire la riflessione sulle strategie della cosiddetta accoglienza, scansate nel discorso pubblico, e invece pratica spontanea in piccole comunità. Il giovane marocchino protagonista condivide l’esperienza di un gruppo di altri migranti, saldato però dalla forza internazionale della cultura,  superstite attrattiva che anima la più antica università del mondo. Per un millennio essa ha fatto dell’accoglienza, della capacità di amalgamare lingue, mentalità, costumi e religioni, la sua forza principale, costruendo identità rinnovate e arricchite, riscattando le differenze sul piano e con gli strumenti del sapere; ma ora tutto pare spegnersi nell’egoismo dell’impersonalità burocratica, sfiorando un razzismo istituzionale che abbandona a sé stesse le più ricche avventure. Come quella della piccola comunità di Via de’Griffoni 12, dove è possibile «passare da un continente all’altro… restando immobile», semplicemente respirando odori, gustando sapori, ascoltando linguaggi all’apparenza estranei e babelici, eppure capaci proprio di attivare un confronto, una convergenza spontanea e aperta, priva di pregiudizio, che si fa socialità del vissuto, attraverso il dialogo, come vuole ripetere la stessa esperienza del Laboratorio, cercando di «costruire in Italia un mondo che non [abbia] una sola bandiera».

Ci dice ancora l’autore quanta fatica sia trovare italiani «che accettino uno straniero», ma questa è «un’altra storia» che altri allievi e altri volumi raccontano nelle successive edizioni del progetto laboratoriale, e che le cronache ci porgono in sequenza ossessiva senza la speranza di riscatto e la forza del sogno attuato che alla letteratura compete.

                                                                                         Fulvio Pezzarossa

Ora i miei occhi sono aperti. Sono aperti per davvero. Non ricordo niente. Non ho visto. Non ho sentito. Non ho parlato. Come è successo? Non lo so. Perché? Non ne ho idea. Quel ch’è certo è che non è accaduto.

Oggi la chiudono. Ci avevano avvisato un mese fa. La decisione annunciata dal Centro di Tutorato Internazionale dell’Unibo era insindacabile. Tutti dobbiamo sgomberare nel giro di poche ore. Adesso occorre preparare le valigie, per chi non l’aveva fatto nei giorni precedenti, e avviarsi a salutare la casa, la nostra casa. C’è qualcuno di noi, però, in grado di dare il fatidico addio? Questa domanda si affacciava come un rimorso che non poteva essere rimosso.

La Foresteria di Via de’ Griffoni 12 non è una qualsiasi residenza universitaria. Situata, forse suo malgrado, subito dietro Piazza Maggiore, in mezzo al caos del centro città, porta alle spalle una storia antichissima. Dicono che la sua costruzione risale al Medioevo, e molte famiglie, bolognesi e non, l’avevano posseduta prima che diventasse uno studentato in base agli accordi con le università di paesi esteri. I primi ad approdarci erano stati studenti tedeschi che, una volta finiti gli studi, avevano lasciato le cinque camere della casa, una singola e quattro doppie, ad un gruppo di studenti di medicina eritrei. Conclusi i sei anni di loro permanenza, si era deciso di assegnare i posti letto a studenti di varie provenienze. Io a quel punto avevo lasciato il Marocco per venire a studiare in Italia con una borsa di studio, e per fortuna mi è stata offerta la possibilità di vivere nella Foresteria. Carlos dal Brasile, Salman dalla Palestina, dottor Raduan dalla Libia, Bogdan dall’Ucraina, Emilio da Trieste, Anita dalla Spagna e Samantha dalla Nuova Zelanda dovevano essere i miei coinquilini nella residenza, o meglio in quella che era ormai la Casamondo.

Per un intero anno passato dal nostro arrivo a Bologna, la Foresteria degli studenti griffoniani, come tendevamo a chiamarla, volava come le rondini, da una terra all’altra. La migrazione delle rondini verso paesi e continenti nuovi impiega non poco tempo. La Foresteria, invece, poteva passare da un continente all’altro, nell’arco di meno di un dì pur restando immobile. Noi facevamo da ponte o paese mobile per lei. Capitava spesso che il suo salotto si trasformasse in un party alla Rio di Janeiro, con tanto di birra e di barbecue. Nello stretto e lungo corridoio al piano superiore c’era chi aveva tendenza di ripassare gli appunti in italiano per gli esami di Lettere e in seguito rispondere in arabo alla tanto agognata chiamata della mamma dal Medio Oriente. E se il suo terrazzo poteva di volta in volta ospitare un acuto dibattito politico o un derby magrebino di calcio in due, le pareti della sua spaziosa cucina assaporavano quotidianamente il profumo di piatti multietnici, a volte famigliari per il gusto italiano, quali la pasta fatta in tutti i modi o la paella, a volte tipicamente originali nella loro diversità, quali il tagīn (un particolare ragù di montone o di bue, servito con contorno di patate e pomodori cosparsi da una salsa aromatizzata con spezie) o il boršč (un minestrone a base di brodo, verdure, carne lessa, cavolo, cipolla e barbabietola). Insomma, si poteva scorgere la presenza delle nostre orme in ogni angolo suo. Questo radicarsi delle nostre tracce internazionali e il loro incontro nella Foresteria ha fatto sì che il nostro legame affettivo con lei assumesse un valore mitologico.

Tutto questo non è stato preso in considerazione da chi ha avuto l’illuminante idea di cacciarci via. Non si è nemmeno pensato ad un’alternativa. La parola d’ordine era “cercate!”. Poi si aggiungeva: “vedremo di trovarvi qualche altra sistemazione, ma comunque cercate voi”. E alla domanda “perché verrà chiusa?” la risposta si articolava di tanti sinonimi e contrari, tanti “sì” e “ma”, come i discorsi dei politici. Sì è parlato vagamente di vari progetti. Vagamente. In realtà, l’ipotesi più accreditata è da connettersi alla mancanza di fondi. Tale ipotesi faceva venire i nervi al mio coinquilino triestino: “Ora, oltre alle biblioteche chiuse di sabato e al numero sempre più misero delle aule per migliaia di studenti, ci poteranno via persino il sonno!

Era proprio il sonno a preoccuparmi da quando mi avevano informato della futura chiusura della casa.

Sognare in italiano non è nuovo

il mio suolo materno già lo permetteva.

L’unica esperienza innovativa:

un bacio dal caos dei sensi

regalato dall’incontro con l’Altro

un altro vario e plurale

che fece del mio riposo surreale

una favola bramosa di un rinnovo.

Il periodo trascorso in Via de’ Griffoni 12 ha dato una scossa marcatamente incisiva alla mia vita onirica. Nella Foresteria solo tre persone parlavano correntemente e correttamente l’italiano. Tutti gli altri avevano una conoscenza assai elementare della lingua della penisola, per cui non c’era un solo idioma di comunicazione. Si parlava frequentemente l’inglese fra quelli che lo conoscevano o l’arabo fra gli arabi. Si sentiva pure parlare lo spagnolo e il portoghese, soprattutto quando Carlos e Anita imprecavano. L’esperienza multiliguistica e i vari avvenimenti della vita quotidiana in Foresteria mi hanno portato sogni magnificamente stravaganti: sentire un frigorifero arrabbiato dirmi “boha bichu”; parlare con studenti italiani all’università in inglese anziché in italiano (non si sa come, dal momento che l’inglese lo conosco poco); mangiare una pizza credendo di avere in bocca una maglūba (piatto a base di riso e pollo tipico della Palestina); sognare di essere in patria ma notare che fra i propri famigliari ci sono anche i coinquilini della Foresteria, e altri innumerevoli sogni.

Come si possono scordare questi sogni? Scordarli sarebbe come cancellare una parte di me. Non desiderare di averne altri sarebbe insopportabile. Il proverbio arabo dice, però, “Soffia il vento diversamente da come desiderano le navi”. E già domani sarò in un altro posto, con nuove persone che sono stato costretto a cercare. Quanta fatica c’ho messo prima di trovare dei ragazzi che accettino uno straniero fra loro! Ma questa è un’altra storia.

Lo vedo negli occhi dei miei coinquilini, ahimè i miei ex coinquilini, il dispiacere per come sono andate le cose. Pure loro avranno costruito, forse anche inconsciamente, un legame speciale con la casa. E oggi si vedono forzati a lasciare il posto che ci ha riuniti da vari parti del mondo e che ci ha permesso di costruire un mondo in Italia che non aveva una sola bandiera. Forse un giorno ci sarà chi farà la nostra stessa esperienza, ma per noi chi l’abbiamo già vissuta avrà per sempre un solo nome: La Foresteria dei griffoniani.

Idriss Amid è nato nel 1986 a Tetuan in Marocco. Nel 2007 si è laureato in Lingua e Letteratura Italiana presso l’Università Mohammed V di Rabat con una tesi sull’intertestualità nell’Opera di Cesare Pavese.

Nel marzo del 2012 ha conseguito la Laurea Magistrale in Lingua e cultura italiana presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Bologna discutendo una tesi sulla letteratura della migrazione in Italia e in Francia. È dal 2016 Dottore di ricerca in Culture Letterarie, Filologiche e Storiche (Università di Bologna e Università Mohammed V–Agdal di Rabat), con una tesi sui fenomeni dell’autotraduzione, che permane suo territorio di ricerca e di interventi in convegni internazionali.

Nel 2011 ha partecipato con un racconto nell’antologia di scritture migranti Latte e miele sotto la tua lingua, edito a Roma da Compagnia delle Lettere e ha vinto il terzo premio nella sezione prosa e poesia del concorso letterario nazionale “Scrivere altrove”, tenutosi a Cuneo. Oltre a numerosi testi narrativi e componimenti rintracciabili in rete, ha pubblicato la raccolta poetica Malinsonnia, Libellula Edizioni, 2017.

E quindi i renziani, per bocca dei loro esponenti di punta – Boschi e Rosato su tutti – hanno fissato “il paletto”, il limite oltre il quale non si può andare se si vuole evitare la scissione. L’ultimo baluardo politico, morale ed etico che non potrebbero digerire e che li costringerebbe, a malincuore, a lasciare il Partito di cui sono stati (e sono) classe dirigente: il riavvicinamento di D’Alema e Bersani.

Va bene fare un’alleanza di governo con i 5Stelle che hanno governato fino a 1 mese fa con la peggiore destra di questo Paese e contro i quali hanno fatto battaglie campali, va bene votare la fiducia a Di Maio, Toninelli e co, va bene essere alleati con quelli che hanno salvato Salvini in Parlamento e votato decreti e leggi definite “vergognose”, con quelli che “Siete il Partito di Bibbiano” e – ça va sans dire – va benissimo l’avvicinamento e l’unione con ex berluscones che – come fanno trapelare i “falchi renziani” – arriverebbero numerosi in caso di scissione e creazione di gruppi autonomi in Parlamento. Ma D’Alema e Bersani NO! Proprio NO! Abbiamo una dignità qui! Non possiamo rovinarci la reputazione così, facendoci vedere accanto a quelli che il Partito che guidiamo l’hanno fondato e poi si sono fatti fregare come dei pivelli! Sia mai che con il loro contatto ci contagino con quei loro discorsi sulla sinistra. E’ un attimo e ti ritrovi a fare il Cuperlo.

Rosato oggi su La Repubblica è chiarissimo: “Non possiamo stare in un partito dove si canta Bandiera rossa” (oggettivamente una canzone che non ha nulla a che vedere con l’armonia, la storia e la musicalità POP di “Meno male che Silvio c’è”). Verrebbe da chiedersi come mai questo problema non se lo sono posti quando si sono iscritti al PD o quando “Bersani Segretario” li candidava in Parlamento o quando ancora chiedevano a gran voce il possesso dei beni immobiliari degli ex-comunisti. Bandiera rossa no, ma i soldi si sa, quelli vanno sempre bene da qualsiasi parte arrivino (ah, quanti compagni che allora peroravano la loro causa. La causa di chi oggi senza alcuna vergogna dice pubblicamente che quella storia la schifa).

E fa tenerezza – con ampia dose di reflusso gastrico – leggere sempre su Repubblica i “leaks” dal Partito democratico che dopo aver concesso “3 ministri, 5 sottosegretari e aver liberato un posto ad un “renziano e toscano doc” al Parlamento europeo con la nomina di Gualtieri a capo del MEF” inizia a pensare che forse l’unica cosa che cerca Renzi è un “casus belli” per andare via.

Come si sia arrivati ad avere un Partito la cui classe dirigente rinnega con orgoglio, fino a farlo diventare motivo di scissione, chi quel partito l’ha fondato è una cosa che Bersani e D’Alema non hanno mai spiegato. Forse perché non sanno spiegarselo o forse perché quella tanto invocata analisi e comprensione delle “ragioni profonde della sconfitta” non l’hanno mai fatta – e non la sanno fare – neanche loro.

Anche perché se dopo più di 2 anni e mezzo dal tuo “sofferto addio al PD” non sei riuscito a costruire, non dico un Partito, ma almeno una “forza”, una “roba”, in grado quanto meno di rispondere a tono e compatta alle dichiarazioni e alle provocazioni dei renziani, se dopo più di 2 anni sei lì con il cappello in mano ad elemosinare di essere recuperato e addirittura ti presti – perché no, con tanto di accordo politico – a fare da “casus belli” per la scissione renziana pur di rientrare – dall’impianto fognario – nella casa che avevi fondato e costruito, allora degli errori – da penna rossa, di quelli che meritano una seria pausa di riflessione – li hai fatti e li continui a fare anche tu.

Possiamo – dobbiamo! – sicuramente chiederci da quale pulpito parlino persone che hanno portato il PD al peggiore risultato della storia politica della sinistra dal dopo-guerra ad oggi, che hanno concepito una legge elettorale (il Rosatellum) che oggi in caso di elezioni consegnerebbe il Paese alla Lega e vedrebbe la sinistra perdente anche nelle cosiddette “regioni rosse”, che hanno portato il PD a schiantarsi a tutta velocità su una riforma costituzionale ed elettorale che se oggi fossero state in vigore avrebbero dato poteri incredibili ai 5Stelle. Così come un giorno forse qualcuno inizierà a chiedersi come mai personaggi come Veltroni, Prodi e Fassino – che sui giornali non perdono opportunità per dispensare opinioni, ovviamente stando sempre dalla parte della maggioranza – non abbiano mai nulla da dire sulle provocazioni renziane; ma il problema principale è – e resta – che quelle persone per quanto le si possa definire o bollare come “mediocri” ti hanno battuto politicamente e che la maggioranza degli ex compagni di viaggio  – che oggi fingono di non conoscerti – te li sei scelti tu.

Per il resto Bersani potrà rallegrarsi. Il PD ha finalmente trovato la sua “mucca nel salotto”. Anzi due: sono lui e D’Alema.

Hannah Tinti, che forse ricorderete per averne già letto quando abbiamo parlato del suo meravigliosamente dolente “Le dodici vite di Samuel Hawley”, possiede quel particolare dono che potrebbe sembrare logico e inevitabile in chi scrive ed invece è sempre più raro da riscontrare: scrive dannatamente bene.

La riprova è in questi “Il buon ladro” e “Animal crackers”.

E se il primo è un racconto picaresco di formazione che si avventura arditamente sulle orme dei grandi classici, tra tutti l celeberrimo e stevensoniano “L’isola del tesoro”, il non meno celebrato “Oliver Twist” di dickensiana memoria, l’indimenticabile ”Tom Sawyer” di Twain e il molto meno conosciuto ma non  per questo meno godibile “Roderick Duddle”di Michele Mari (un consiglio sentito: cercatelo, trovatelo, leggetelo), il secondo è una raccolta di undici racconti che spaziano dall’horror al fantastico, dall’intimistico all’ironico, dal libertario alla denuncia del political correct (un cane che gironzola per casa diventa l’unico testimone di un omicidio, un bambino è convinto che il suo coniglietto Slim possa volare, una donna vive con il fantasma del marito e serve fritto all’amante il boa del marito scomparso, le giraffe di uno zoo decidono di scioperare per ottenere, se non proprio la libertà, un ambiente più naturale, un orso impagliato che sembra rivivere per perseguitare una ragazza oppressa dalla figura paterna …).

L’idea che sta alla base di questo godibilissimo pastiche, la ragione stessa e più profonda della sua essenza, è nelle parole che la stessa autrice (bostoniana del ’76) ha scritto per l’introduzione: “… ho deciso di chiamare la mia raccolta Animal Crackers non solo a causa del profondo e personale amore che nutro nei confronti dei biscotti dallo stesso nome, ma anche per l’idea di aprire un libro e tirarne fuori qualcosa di diverso ogni volta …”, esattamente la sensazione che si prova lasciandosi trasportare dalla malia delle storie di questi animali che così poco hanno da invidiare al genere umano in questo mondo fantasticamente ir/reale creato per il lettore da Hannah Tinti.

L’abbazia di San Salvatore a Fontana Taona sul crinale pistoiese tra Emilia-Romagna e Toscana, nel cuore della “foresta dell’Acquerino”, ha rappresentato per tutto l’alto medioevo un presidio fondamentale nei collegamenti da una parte all’altra della penisola e nei percorsi dei pellegrini sulla via “francigena” e verso “Santiago di Compostela. Qui, tra l’ottavo e il nono secolo, il monaco Tao, fondatore di altri monasteri nelle terre di Toscana , costruì un “romitorio” a fianco di una sorgente d’acqua tutt’ora esistente. Lo scopo era l’assistenza a viandanti e pellegrini. Il romitorio, in forza della sua posizione geografica, divenne ben presto una importante struttura religiosa-assistenziale, beneficiaria di molte donazioni ed attenzioni dei potenti dell’epoca. Le proprietà dell’Abbazia giunsero ad estendersi da Montemurlo, nel pistoiese, a Savignano e Bombiana, nell’allora territorio vergatese. Nel corso del XIV secolo la Badia venne progressivamente abbandonata e distrutta. Oggi non ne restano che pochi ruderi, parte dei quali recuperati in una costruzione testimoniale privata.

Sul luogo una tabella ipotizza che i “frati benedettini “ora et labora”… oltre alla funzione religiosa assolvessero al  compito di proteggere le strade frequentate dai viandanti che arrivavano alla Badia attraversando le impervie valli delle Limentre e si congiungevano con la via Francesca della Sambuca, diventando con l’occasione monaci guerrieri.” L’escursione ciclistica alla Fontana Taona e alla Foresta dell’Acquerino è un’esperienza piacevole e suggestiva. Le strade, purtroppo, sono piuttosto dissestate, in alcuni casi, addirittura impraticabili, sostituite da provvisori percorsi alternativi. Il viaggio inizia percorrendo la strada statale 64 porrettana in direzione Pistoia.

Prima del traforo si gira a destra verso Spedaletto e il Passo della Collina. Spedaletto è un grazioso piccolo borgo di origine alto medioevale legato anch’esso, come testimonia il nome, all’ospitalità verso viandanti e pellegrini. Raggiunto e superato il Passo della Collina si prende a sinistra la strada per l’Acquerino. La traversata in quota (900-1000 metri s.l.m) della Foresta dell’Acquerino è  molto bella ed emozionante.

 A tre quarti del percorso si incontra la Fontana Taona e quel che resta della Badia. Difficile non sentire la solennità del luogo.

Proseguendo si incontra ciò che rimane dell’antica via di collegamento tra la pianura padana e quella Toscana.

Poi l’Acquerino e la sua fontana monumentale dove è obbligatorio riempire la borraccia di acqua pura e fresca.

Da lì, infine, il percorso, altrettanto bello, di rientro nella valle del Reno passando per Monachino, Acqua, Lentula, Badi.

Nella lunga estate calda del 1972, al tempo della sfida Fisher/Spassky, il primo campionato del mondo di scacchi trasmesso in diretta TV che si giocò a Reykjavik tra l’11 luglio e il 3 settembre, avevo 16 anni e, sfruttando l’onda lunga dell’entusiasmo e della novità che spingeva chiunque a volersi cimentare negli scacchi credendo di esserne capace, giocavo, scommettendo, in spiaggia a Pescara in tornei improvvisati o sfide a tempo o anche in contemporanea, e furono i primi soldi che guadagnai.

Un aneddoto, questo sulla mia passata professione di scacchista, che riporta, pur nella sua diversità, a quello raccontato da Bogdanov (pseudonimo di Aleksandr AleksandroviČ Malinovskij, teorico dell’organizzazione politica del Movimento proletkul’t all’epoca della scuola di Capri che prevedeva la distruzione totale della vecchia cultura borghese a favore di una pura cultura proletaria) quando narrava come, avendo tentato di inventare un nuovo gioco, l’impresa si era rivelata più difficile del previsto (per quanti sforzi facesse, gli venivano in mente solo varianti degli scacchi e nulla di davvero diverso) tanto da fargli dichiarare che “… se il proprietario della scacchiera vuole stabilire nuove regole dev’essere in grado di pensarle, di organizzare un nuovo gioco. Allo stesso modo , se gli operai conquistano le fabbriche, ma non hanno una cultura per organizzarle, finiranno per dipendere dagli ingegneri e dai tecnici che già lavoravano per i vecchi proprietari, oppure ne imiteranno l’opera, con risultati peggiori, e così la pretesa rivoluzione non produrrà un reale cambiamento, se non in peggio …”.

Ed è proprio Bogdanov il protagonista di “Proletkult” di WuMing, romanzo corale di fantascienza storica o storia fantascientifica che dir si voglia che (prendendo spunto da “Stella rossa”, il romanzo di fantascienza marziana dello stesso Bogdanov che teorizzava, pura parabola empiriomonista, l’esistenza di una sola scienza, al di là delle tante specializzazioni che la complicano inutilmente, e come questa scienza coincida con il Socialismo).

Un racconto che, ritornando alle prove più convincenti del collettivo bolognese senza nome o dal nome interscambiabile, presenta diversi livelli di lettura possibili: da quello puramente storico fortemente connotato dalla presenza di personaggi, fatti, accadimenti, che hanno segnato profondamente la storia del XX secolo (dallo stesso Bogdanov autore di “Dall’Empiriomonismo alla tectologia” testo teoretico della piattaforma del gruppo Vpered riconosciuto come il testo più approfondito sull’organizzazione dell’agitazione e della propaganda al Bazarov che nel 1917 definiva i bolscevichi un partito di soldati e piccolo-borghesi, Lenin un impostore anarchico e il governo rivoluzionario una dittatura senza un briciolo di socialismo, al trio Trockij, Kamenev e Zinov’ev che denunciando lo strapotere del partito sui soviet, non si rendono conto, o non prendono in considerazione, di essere stati loro a costruire il partito ottenendo esattamente ciò per cui hanno lavorato: una gerarchia di militanti di professione, un partito-esercito, un ceto dirigente autoritario e conservatore) a quello più propriamente fiction (la visita dell’essere alieno, fautore e propugnatore delle utopie marziane) fino a quello di denuncia nei confronti di un dogma, quello stesso dogma in cui lo stesso Lenin, che era pur sempre e solo un politico e non certo un filosofo, non si accorse di aver trasformato il marxismo).

Ma, ancora, un racconto che al di là dell’apparente osticità dell’argomento si dipana, complesso ed affascinante, fino alla definizione della risposta alla domanda cardine Perché Abbiamo Fallito? Domanda alla quale, probabilmente, l’unica risposta davvero convincente non può che essere l’assunzione di una devastante verità: Abbiamo tutto … e non abbiamo niente.

  • cioccolato fondente almeno al 70% 200g ( più è di qualità, più è buona)
  • Uova 3 ( albume montato a neve)
  • Zucchero 150g
  • Sale un pizzico
  • Burro 100 g
  • Fecola 60 g
  • Latte 3 cucchiai

Teglia del 24

Forno a 170/180 gradi per 20-30 minuti

Sciogliere il cioccolato ed il burro a bagno Maria. Appena tiepidi aggiungere un rosso alla volta, il latte, montare albume a neve con lo zucchero ed il pizzico di sale, aggiungere all’impasto in tre step e alla fine, la fecola setacciata e fatta cadere a pioggia.

Forno caldo….è pronta quando si crepa sopra! 🙂

Il dubbio è scomodo ma la certezza è ridicola” – Voltarie

Ad osservare l’evoluzione degli scenari politici in queste ultime settimane si rischia il capogiro.La granitica certezza del governo Lega – M5S, si è infranta sulle profonde differenze dei contraenti il contratto del “Governo del Cambiamento”.

Solchi profondi riempiti dall’ego smisurato e dal protagonismo assoluto del leader del carroccio e dall’affanno di chi insegue annaspando, il capo politico dei grillini.

In questi mesi di governo, si è visto tutto e il contrario di tutto in salsa conservatrice. Politiche di estrema destra, condite da pennellate di assistenzialismo vecchia maniera, il tutto accompagnato dall’equilibrismo di un Premier buono per tutte le stagioni, che ha come primo iscritto del proprio funclub niente di meno che l’ultraconservatore D.Trump.

Il risultato, stando ai dati Istat, è un Paese fermo ed in stagnazione, che non cresce, isolato in Europa. Seppur nella difficoltà della condizione di opposizione, questi mesi sarebbero potuti essere “utili” alle forze progressiste.

Una lettura del voto del 4 marzo 2018, un’analisi approfondita del perché e da dove è arrivata la sconfitta dopo anni di governo di centro sinistra, le azioni volte a ricostruire un profilo identitario e culturale forte per allargare il proprio consenso. Metter insomma nel conto di svolgere una lunga e faticosa attraversata nel deserto, senza imboccare scorciatoie.

La ricostruzione in chiave moderna di una sinistra europea, popolare e di governo, capace di fare i conti con una società frammentata ed impaurita, con la mancanza di lavoro, con sempre più scarne garanzie, con l’esodo all’estero di fasce importanti di popolazione giovanile in cerca di nuove opportunità.

Una sinistra in grado di occuparsi degli ultimi, di chi non ce la fa, di chi ha bisogno, dell’impoverimento di strati sociali prima tutelati e oggi in grave difficoltà. Una sinistra impegnata a sostenere le imprese virtuose e innovative.
Insomma un salto di qualità, un passo deciso in avanti, un processo culturale al passo coi mutamenti sociali ed economici su scala mondiale.
Invece si sta imboccando un abbrivio, nel nome della “responsabilità” e delle esigenze economico/fiscali. 

Vengono saltati passaggi politici importanti alla velocità del tweet di turno di questo o di quel leader, oppure in base agli interessi dei singoli o ai destini personali.

Certo non v’è dubbio che impegnarsi nella ricostruzione, perché di questo si sta parlando, di una sinistra forte e radicata in questo Paese sia molto faticoso.

Tuttavia potrebbe essere più appassionante ed appagante nel medio lungo periodo che promuovere un governo incespicante, alla mercé di singole fazioni, pronte a “staccare la spina” all’occorrenza o in base al calcolo politico.
Vi è più di un dubbio che la strada intrapresa dai 5 stelle, dal PD e da Leu, possa sortire effetti risolutivi rispetto ai molteplici problemi che attraversano il nostro Paese.Così come permangono elevati i dubbi rispetto ad vero e proprio ridimensionamento della Lega, al di la dei primi sondaggi figli della crisi di governo.

Ci sembra giunto il momento di superare esperimenti in laboratorio, e provare ridefinire un proprio senso di marcia, impegnativo certo, lungo sicuramente, ma coerente con la propria storia.
Perchè la storia conta.

Ditemi che non capita solo a me. 
Sono solo io che ogni inizio settembre/gennaio mi faccio prendere dalla “smania da evento culturale” e comincio a spulciare libretti, programmi ed eventi sui social?

Una volta passato in rassegna un settore – per esempio, le proposte di tutti i teatri della città – mi trasformo nel ragionier Filini e comincio a scartabellare offerte, campagne abbonamento e riduzioni varie. Inizia poi la seconda scrematura: gli eventi veramente interessanti sono subito segnati in agenda e quelli imperdibili vengono acquistati seduta stante.

Terminato il primo settore, attacco con il secondo – per esempio, la stagione dell’opera – e via dicendo. 

Proseguo applicando un metodo preciso, ormai affinato negli anni che mi porta ad essere, ad ogni inizio stagione, una stalker per gli amici che, ovviamente, tento di trascinare con me.

Completata la rassegna degli spettacoli con biglietto, comincio a dare un’occhiata ai festival, alle rassegne culturali e agli eventi singoli proposti in città. E poi, ormai completamente preda di una febbrile bulimia da evento, passo in rassegna le proposte nelle città limitrofe o facilmente raggiungibili.

Ora, mi chiedo, succede solo a me? O è forse colpa di Bologna e della sua frenetica e inesauribile offerta culturale? A volte penso che se mai dovessi tornare nella mia città d’origine, nel profondo Veneto, potrei impazzire per l’assenza di proposte adeguate alle mie attuali abitudini.

Vi prego, ditemi che non capita solo a me!