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Ottobre 2019

A poco più di tre mesi al voto in Emilia-Romagna la situazione rimane incerta. Incerto il voto in Umbria, atteso come spartiacque per orientare le scelte future. Incerta l’alleanza tra centro-sinistra e M5S. Incerta la riconferma della ricandidatura del presidente uscente. Incerto il programma da proporre agli elettori. Le uniche certezze vengono dal centro-destra : definita la candidatura, l’alleanza, una campagna sul bisogno di cambiare, sul dare una spallata al governo di Roma, sulla sicurezza, sulla paura dell’immigrazione. Non è certo un bel vedere! Eppure prevale, tra gli addetti ai lavori dei piani alti, la convinzione che, alla fine, il centro sinistra vince comunque. Dicono, alcuni, con aria supponente. Vuoi che una candidata come quella proposta dalla Lega possa guidare una regione evoluta come l’Emilia-Romagna? Sommessamente vale la pena di ricordare che fare leva sulle debolezza degli altri non è una grande strategia. Puntare tutte le proprie speranze sul fatto di essere meno peggio non è una garanzia più sufficiente. Forse è il caso di uscire dalla incertezza e darsi una mossa. Il tempo è poco.

Oggi ho giocato la mia prima partita nella Biddy League ed è stato il mio debutto in un vero campionato di basket. La Biddy League è per giocatori fino a dodici anni di età. Io ne ho tredici, ma il mio allenatore Lefty mi ha procurato un certificato di nascita falso. Lefty è fortissimo; ci porta alle partite sulla sua famigliare e ci compra sempre tonnellate di roba da mangiare. Sono troppo giovane per aver idee chiare sugli omosessuali ma credo che Lefty lo sia. Anche se è un grande giocatore ed è un uomo forte, gli piace farti cose buffe come infilarti una mano fra le gambe per tirarti su. Quando ha fatto così mi sono molto insospettito. Meglio che non ne parli a mia madre. Non voglio descrivere la prima partita; ho giocato male e comunque abbiamo perso … Finita la partita, mentre si aspettava sul marciapiede della metropolitana della 155esima, Tony Milliano è venuto alle mani con Kevin Dolon. Tony è un mezzo mostro gigantesco che ha sempre voglia di menarsi con qualcuno; Kevin è uno stronzetto che non sa fare a meno di spandere … c’era poco da ridere ma era interessante; a me non piace fare a cazzotti ma mi piace un sacco guardare gli altri che lo fanno. Kevin mi ha chiesto di saltare addosso a Milliano da dietro ma … chi ha voglia di dare una mano a quello stronzetto? Mi caccia sempre nei guai giù a St.Agnes, la nostra scuola. Giusto oggi è andato a raccontare a suor Mary Grace che sputo su quelli del primo anno dalla finestra della mensa.

Jim entra nel campo da basket” di Jim Carroll (James Dennis Carroll, NewYork 1949-2009. Poeta, romanziere e musicista punk).

Perché leggerlo.

Perché (anche se in realtà il basket non è l’argomento principale del libro) siamo a Bologna e Bologna è BasketCity.

Perché è giusto di questi giorni la notizia che faranno un film su John “Kochise” Fultz.

Perché da questo romanzo Scott Kalvert trasse un film (“Basketball diaries” inopinatamente tradotto in italiano “Ritorno dal nulla”) con Leonardo di Caprio, Mark Wahlberg, Juliette Lewis e Lorraine Bracco.

E perché, soprattutto Jim Carroll scrive dannatamente bene (di lui Jack Kerouac disse: “A tredici anni, Jim Carroll scrive meglio dell’ottantanove per cento dei romanzieri di oggi”).

(Ricetta per circa  15 focaccine dal diametro di 10 cm)

Ingredienti:

  • Farina 00 g 400
  • Latte g 125
  • Acqua g 125
  • Olio di oliva g 60
  • Lievito di birra g 8
  • Sale qb
  • Zucchero un cucchiaino

Procedimento:

Nella planetaria o sul tavolo impastare tutti gli ingredienti (sciogliendo il lievito di birra nel latte leggermente tiepido), unendo il sale alla fine. Creare un impasto bello liscio e farlo lievitare in una ciotola coperto con pellicola in forno spento luce accesa x almeno 2/3 ore. Passato questo tempo stendere con il mattarello la sfoglia abbastanza sottile circa 3 /4 millimetri, create le focaccine con lo stampo e ponetele in una teglia da forno con carta: distanziatele bene, coprite ancora con la pellicola e fate lievitare ancora 30-40 minuti.
Intanto preriscaldate il forno a 160; una volta lievitate di nuovo create con le dita 5 affondi sulla superficie premendo bene; aggiungere un filo d’olio qualche chicco di sale grosso e infornate per 10 -15 min. Devono risultare chiare in cottura. Appena uscite pennellatele con acqua appena tiepide. Farcitele a vostro piacere
Noi le abbiamo fatte con: mortadella, salame, prosciutto affumicato e carciofini, prosciutto crudo e cipolline, stracchino e rucola, robiola e radicchio.
Buone focaccine da G&G

Tutti con il fiato sospeso ad aspettare il voto umbro. Anche la “mitica” Emilia- Romagna deve vedere cosa accade lì per decidere cosa fare qui. In questa attesa c’è tutta la decadenza di una storia, di una esperienza, di un” modello” di fare buon governo e buona politica. Risulta incredibile la paralisi, il mutismo, di un centro-sinistra incapace di promuovere uno straccio di analisi, proposta, iniziativa in grado di prefigurare un progetto, per il futuro di una delle regioni più avanzate del Paese, indipendentemente dalle dinamiche nazionali. Appiattimento totale. La ragione di questo stato di cose ha radici in quel che è accaduto, in Emilia-Romagna, in questi ultimi anni. A partire dalla mancata analisi del perché alle ultime elezioni, di 5 anni fa,  è andata al voto una esigua minoranza di elettori. Ora si raccoglie quello che si è seminato. Quindi non avendo nulla da offrire , perché il raccolto è magro, si attende.

Mi piace ricordare che tra coloro che si fecero portavoce delle popolazioni locali PRIMA della tragedia del Vajont non ci furono solo alcuni giornalisti e Tina Merlin, ma anche Franco Busetto e il PCI.

Perché, alla faccia di quanti sguaiatamente oggi denigrano -e altrettanto sguaiatamente riformano- il Parlamento, c’è chi ha ricoperto il proprio incarico con onore, rappresentando al meglio il proprio territorio.

E, anche a distanza di tanti anni, gliene va dato atto.

Dal discorso pronunciato alla Camera dei Deputati, il 15 ottobre 1963:

“Lasciamo giudicare all’opinione pubblica la faziosità a cui sono giunti i servi della Confindustria, che scrivono sul Corriere della sera, quando ci hanno tacciato di sobillare l’odio e di montare una grossa speculazione politica, ricordandoci che sciagure come quelle del Vajont sono avvenute, anche in anni recenti, in altri paesi come la Francia, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Dobbiamo dire subito “no”, perché le sciagure avvenute in quei paesi non sono della stessa natura di quella che ha colpito le popolazioni del bellunese e della zona friulana. In quei paesi le sciagure non sono accadute perché gli invasi erano stati costruiti in zone geologicamente insicure, come è accaduto invece per il bacino del Vajont.
Da noi (e questa è la vostra più grave responsabilità) la minaccia era stata denunziata da anni. Ciò che è avvenuto era stato previsto. Le vite umane potevano essere salvate sol che si fosse fermata la mano a chi attentava alla vita degli uomini per accrescere i propri profitti.”

“La tragedia del Vajont”, il testo integrale
Franco Busetto, donne e uomini della Resistenza

Approcciare ad una storia del Carnevale equivale ad addentrarsi in una foresta intricata. Come prima cosa può essere utile ricostruire l’etimologia della parola, già di per sé molto complessa e che smuove diversi nodi interpretativi.

Non pochi studiosi che hanno trattato il tema del Carnevale, hanno cercato di dare il loro percorso etimologico a questa parola. Cerchiamo di proporre le diverse ipotesi seguendo alcuni fili logici.

Abbiamo un primo nucleo esplicativo nel termine “Currus Navalis” che in tardo latino si corrompe in “Car Naval” e quindi “Carnaval”, ipotesi sostenuta da Friedrich Diez. Secondo il linguista la festa di Carnevale va assimilata ai festeggiamenti in onore di Iside che si tenevano in età imperiale il 5 marzo e che culminavano in una processione di maschere in cui era  trainata una barca sorretta da un carro (il “currus navalis” appunto).

Il Carnevale deriverebbe così da una festa in onore della “Nave di Iside”, l’“Isidis Navigium”. Fonte di questa tesi è Apuleio che nel “Le Metamorfosi” descrive proprio questo corteo presso una Colonia di Corinto.

Sulle orme di Diez, Jacob Burckhardt approfondisce l’ipotesi cercandone dimostrazione nell’Italia Rinascimentale che un po’ ovunque tra il XIV e il XV secolo vide sfilate di carrozze che raffiguravano imbarcazioni, sopravvivenze pagane nella cultura italiana dell’epoca.

Dimostrazione che Claude Gaignebet trova in dolci cerimoniali a forma di nave dati ai bambini durante le feste della Candelora, 2 febbraio, e di S. Biagio, 3  febbraio.

Florens Christian Rang suffraga la tesi del Car Naval rievocando la Gilda dei marinai renani e fiamminghi: un enorme “Carro Navale” che festeggiava nel Medioevo la riapertura della navigazione (in primavera quindi). Questi festeggiamenti devono aver ispirato anche Sebastian Brandt per la commedia “Das Narrenschiff”: “La nave dei pazzi”.

Umberto Malafronte nel suo testo dal titolo eloquente, “CarNaval”, parte da questa ipotesi etimologica per le sue riflessioni filosofiche sulla “Stultifera Navis”, immagine emblematica del Carnevale nata nel Medioevo con le “Compagnie dei Pazzi” (o Abbazie dei Falli).

Rang infine porta la spiegazione più bizzarra al “Car-Naval”:

«[…] La Barca della falce lunare con le stelle, che ancor oggi ondeggia sull’Oriente dalla bandiera del Califfo (in quei paesi la luna nuova non si presenta all’occhio ferma e ritta sulla punta come una falce, ma mentre scivola distesa orizzontalmente come una barca), la nave che dalle acque del regno infero, nella rotazione annuale, innalza l’astro-sovrano verso l’alto firmamento […]».

Anche Julio Caro Baroja, nella sua fondamentale opera El Carnaval, porta esempio di sfilate di imbarcazioni nei Carnevali spagnoli contemporanei, un caso che si aggiunge ai tanti che è possibile trovare elencati nel saggio di M. A. Conney  sulle feste in cui compaiono barche in processione.

Baroja, però, pur citando l’ipotesi del “Currus Navalis” non la condivide, considerandola elemento della teoria classicista dell’origine del Carnevale. Sicuramente la sfilata del Car Naval è un rito che si trova di frequente nei Carnevali anche contemporanei, sia come generici carri allegorici, sia rappresentando specificatamente una barca, ma per motivi diversi e più profondi.

Altra infatti è la derivazione etimologica più accreditata, condivisa dallo stesso Baroja.

Carlo Tagliavini traccia un percorso che da termini basso-latini come “Carne(m) Laxare” o “Carne(m) Levare” giunge all’antico fiorentino “Carnasciale” o all’antico veneziano “ Carlevar” e per assimilazione  “Carnelevare” che per sincope diventa l’italiano “Carne(le)vale”e quindi “Carnevale”.

L’origine della parola è, secondo questa interpretazione, cristiana medievale e non più classica latina e rimanda al periodo di digiuno e astinenza, specie dalla carne, che si osserva in Quaresima, terminato il Carnevale.

Baroja stesso accetta l’origine italiana del termine e la collega alle versioni spagnole dall’equivalente significato: “Carnal” (come “Charnage” in francese) è il periodo dell’anno in cui si mangia carne; “Carnes tolendas”, con il senso di dovere che porta con sè il gerundio, richiama il periodo che si approssima a quello in cui “deve esserci digiuno”; “Carnes tollitas” il periodo in cui la carne è già stata tolta e quindi “Antruejo”, in latino “Carni privium”, in greco “acreoV”: periodo “Senza carne”.

La catena logica dei nomi sopra elencati mostra come la smodata festa di Carnevale rifletta sempre di più sulla sua fine e sul contrasto vicino. Clemente Merlo, infatti, nel suo studio sui nomi romanzi del Carnevale sottolinea come più che la festa dell’eccesso, del godimento e della carne, sia la commemorazione del momento in cui la gioia non ci sarà più. Carnevale che guarda oltre e quindi triste, perché destinato a morire.

Rang, infine, propone l’interpretazione del termine più isolata nel dibattito etimologico e dunque più originale, ma degna di nota per le implicazioni che comporta: “Carnevale” da “Carni Levamen” ossia “sollievo della carne”; carne qui intesa come uomo liberato, sollevato dalle costrizioni e privazioni di tutto l’anno.

Non sembri superfluo il dibattito sull’etimologia del termine, perché porta con sé il nocciolo della diatriba sull’origine del Carnevale, o meglio, dello spirito del Carnevale, se classica pagana (Car-Naval) o cristiana medievale (Carne-Levare).

Il nome diventa quindi la punta di un iceberg nell’interpretazione del significato di questa festa.

Chi sa bere, e ama bere bene, non beve certo Prosecco o Spritz.

Non almeno quelle pallide imitazioni che vengono propinate a torme di turisti inavvertiti nelle miriadi di falsi pub, false enoteche, false vinerie, falsi cocktail bar che hanno invaso questa città peraltro bellissima e dalle nobili tradizioni.

Prima che qualche anima bella, purista dal facile indignarsi possa replicare, chiarisco il concetto riprendendo le parole di Loris Dell’Acqua, enologo e gran maestro della confraternita di Valdobbiadene: “… un nome generico come Prosecco è superato, non esprime più un territorio, non racconta più le differenze storiche della qualità. Impossibile spiegare al cliente perché beve lo stesso vino per 2 euro oppure per 20 alla bottiglia …”.

Per tentare di spiegare, bisogna riportare dei numeri. Il pianeta Prosecco, che nasce nella culla storica Conegliano-Valdobbiadene, vale 2,5 miliardi l’anno. Fa vivere 16mila viticoltori tra Veneto e Friuli suddivisi in 500 cantine. Fino a quando la Docg comprendeva gli 8500 ettari iniziali che producevano 90 milioni di bottiglie la qualità era garantita (sic nomen). Da quando le 9 province della pianura del nordest si sono appropriate di quasi 5 bottiglie su 6 (24500 ettari per 464milioni di bottiglie) cavalcando il boom delle bollicine low-cost, le cose sono cambiate. La qualità è necessariamente scesa e il successo mondiale del marchio ha ingolosito nazioni ancora impreparate ma pronte ad invadere il mercato (Ucraina, Romania).

Naturalmente, bottiglie di qualità esistono e r/esistono anche tra quelle prodotte al di fuori dai confini naturali, ma è proprio per difendere la qualità primigenia che la nobiltà Conegliano-Valdobbiadene vorrebbe, con clamoroso gesto separatista, cancellare il nome storico di prosecco dalle proprie etichette.

Per tornare a noi bevitori, tralasciando la storia e l’attualità, si capisce come, alla fine, il problema vero sia rappresentato dalla serietà di chi il Prosecco lo vende al bicchiere o lo utilizza per miscelare (in verità sarebbe spruzzare, da cui il nome di spritz) l’aperitivo più di moda al mondo (e se poi viene preparato con l’Aperol…).

Capirete quindi come sia rimasto dapprima incredulo e poi felice quando ho scoperto, su suggerimento di amici, d’altronde non c’è miglior viatico del caro e vecchio e quasi sempre affidabile passa-parola, questo “Amarilli Café” in San Vitale 54. Dove prima c’era (e la struttura è sempre quella) un vecchio, polveroso, inutile ed insignificante bar, adesso c’è una sorta di paradiso dello spritz (e del tramezzino: senza paura di essere smentito, i tramezzini più buoni, succulenti, golosi, impedibili della città) gestito dalla giovane, carina, gentile patronessa Valeria che non avrà problemi a preparare il miglior spritz che avrete mai bevuto (e lo dice uno che lo spritz in genere brrrr). Perché può sembrar facile mescolare ghiaccio, prosecco (anche se la ricetta storica chiamerebbe vino fermo), Select (se non lo avete mai assaggiato, è lui, il Select, che andrebbe utilizzato) e acqua gasata (da cui lo spritz spritz con cui le truppe austro-ungariche di stanza nel Regno Lombardo-Veneto chiedevano agli osti di allora di allungare il vino locale per il loro gusto troppo forte e pesante). Ma è invece tutto un gioco di proporzioni, temperature, qualità dei prodotti e amore. Amore, sì, o quanto meno piacere di fare, perché, e non è una mera sviolinata, preparare un aperitivo, come quasi tutte le cose della vita, viene meglio se a farlo è una persona contenta di quello che sta facendo e che quello che sta facendo lo fa con piacere e non interpretandolo solo come un lavoro.

Certo, “Amarilli cafè” (aperto dal lunedì al venerdì, da mattina alle 21 ma poi dipende da chi c’è) ha altre frecce al proprio arco. Il locale è gentilmente informale, elegantemente spoglio, semplicemente raffinato. Il banco è enorme ed offre una capiente disponibilità agli habituè del gomito poggiato, la vetrinetta refrigerata piena di, appunto, tramezzini squisiti ed altre leccornie, i tavolini pochi e ben distanziati e l’atmosfera è serena, quasi ci si trovasse nel salottino di una casa amica.

E Valeria poi vi accoglierà con un sorriso ed uno dei suoi spritz classici o al Cynar, al Sambuco (è bianco e lo conoscete senz’altro come Hugo), allo Zucca …

Stefano Righini

Si riporta l’introduzione di Wu Ming 2 all’e-book “Porti Sbarrati, Pagine aperte” dal titolo: “Scrivere meticcio in tempi salviniani”.

Negli ultimi sette anni, la fucina che ha plasmato i racconti di quest’antologia si è presentata con due diversi nomi. Quello ufficiale, riportato sul sito dell’Università di Bologna, è Laboratorio di Scrittura Interculturale. Quello informale, usato in particolare sul blog di Wu Ming, è Laboratorio di Scrittura Collettiva Meticcia. Entrambe le definizioni contengono aggettivi su cui si potrebbe dibattere molto a lungo e che potrebbero anche suonare pleonastici. Qualunque laboratorio frequentato da più persone è già di per sé un’esperienza “interculturale”, così come qualunque scrittura a più mani è già di per sé meticcia (e forse lo è qualsiasi scrittura tout court, anche quella in apparenza più intima e individuale).

Allo stesso modo, qualunque viaggio – anche quello “intorno alla mia camera” – può considerarsi un’avventura, ma se un’agenzia turistica ci proponesse un “viaggio avventuroso”, resteremmo sorpresi vedendolo concretizzarsi in una camminata per le vie della nostra città. Quindi, pur consapevoli dei rischi di un “eccesso di culture”, quando con l’intento del dialogo si finisce per enfatizzare l’alterità, abbiamo continuato negli anni a sottolineare che il nostro laboratorio è “interculturale” e “meticcio”, per rivendicare il tentativo di mescolare le provenienze di chi lo ha frequentato, da diversi continenti e diverse province dell’esistenza: studenti e pensionati, lavoratori e disoccupati, autoctoni e fuorisede, migranti e stanziali, italiani madrelingua, italofoni, stranieri, seconde generazioni, profughi, rifugiati, richiedenti asilo…

Eppure quest’anno, per la prima volta, ci siamo interrogati sul senso di evidenziare ancora questa caratteristica, non perché la ritenessimo superata, ormai entrata nell’ordine delle cose e della società, ma al
contrario perché l’identità meticcia della nostra iniziativa è stata soffocata dalle “politiche di accoglienza” del nostro paese, tanto simili, nella loro natura paradossale, al “Ministero della Pace” di orwelliana memoria. I tagli ai progetti per il sostegno dei richiedenti asilo, e più in generale, l’interesse criminale a relegare nella clandestinità i migranti di alcuni paesi (e di alcune tonalità di pelle), hanno reso sempre più difficile l’accesso al nostro laboratorio per chi non rientra in categorie ben precise (universitario, cittadino italiano, in regola con i documenti…). È infatti evidente che più si rende precaria, instabile e priva di prospettive la vita di un individuo e più sarà difficile che egli possa dedicarsi a un’attività culturale, che richiede frequenza assidua e continuata per diversi mesi, com’è quella di un laboratorio di scrittura collettiva. E questo vale per qualsiasi attività del genere, ovvero per tutte le dimensioni che vanno al di là della sopravvivenza, dello sbrigare faccende burocratiche, timbrare carte, sostenere colloqui, preoccuparsi per la propria condizione di persona sotto ricatto. In una parola, tutte quelle attività che invece permetterebbero il meticciato, l’incontro, la nascita di un paese culturalmente rinnovato.
Alla fine, abbiamo deciso di mantenere le vecchie etichette, provando piuttosto a ragionare su questa scomparsa dell’Altro in chiave narrativa, facendone il tema dei nostri racconti, l’ipotesi fantastica che accomuna tutte le trame: “Cosa succederebbe se sparissero gli stranieri?” – una domanda mutuata dall’esperimento di sciopero sociale “Un giorno senza di noi”, per dimostrare cosa sarebbe l’Italia senza il contributo di lavoro, di lotta e di democrazia che le portano i migranti quotidianamente.

Nel frattempo è cambiato il governo, sono cambiati gli slogan, ma molto difficilmente, crediamo, cambierà la musica, quella che in tono sempre più funebre suona ai confini della Repubblica, fin dai tempi della Legge Martelli, con la sua “programmazione dei flussi dall’estero”.
Il problema dunque si ripeterà anche il prossimo anno e di nuovo dovremo domandarci come riuscire a mantenere meticcio e interculturale il nostro laboratorio, in una nazione che ancora una volta si crogiola nella propria autobiografia, nel culto dell’unanimità, nell’odio per qualunque eresia.


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