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Novembre 2019

“Che razza di storia. Come il razzismo non invecchia mai” è il titolo della mostra fotografica che ho visitato in questi giorni al Museo della Resistenza di Bologna (via Sant’Isaia, 20). Sei percorsi che raccontano le storie delle persone migranti nell’Italia e nell’Europa di oggi; scatti effettuati a Calais, Idomeni, Ventimiglia, le rotte balcaniche e i lavori agricoli in Basilicata.

Affrontare questa terribile piaga attraverso l’arte della fotografia, che sbatte in faccia più di mille parole la realtà delle situazioni, è importantissimo per non perdere il senso della giustizia, dei valori umani. Il diritto a una vita dignitosa è il fondamento di ogni società, e senza il riconoscimento della dignità, non può esserci né libertà, né eguaglianza.

Oggi il razzismo è purtroppo un tema urgente, ancora vivo. Lo si respira ovunque, in autobus, al supermercato, nei campi di calcio, nei talk show televisivi e nei social network. Solo nel 2016 ogni 83 secondi veniva pubblicato sul web – social network, siti internet, forum, blog –  un post antisemita, per un totale di quasi 400.000 post. (dal rapporto sull’antisemitismo in Italia dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea). Fanno ritorno gli stereotipi antiebraici di stampo nazista; basti pensare a quanto accaduto in questi ultimi mesi a Liliana Segre che, a causa delle minacce ricevute, ora ha due carabinieri che la accompagnano in ogni suo spostamento.

Ecco perché è importante non abbassare la guardia ma continuare a testimoniare, lottare per i diritti – unico antidoto contro odio e razzismo –  e respingere la terribile tentazione dell’indifferenza.

Visitare questa mostra è andare proprio in tal senso: riflettere ed essere consapevoli della minaccia che il razzismo rappresenta per il singolo e per l’intera società, non voltarsi dall’altra parte ma ribellarsi, ognuno per quello che può, a non tornare indietro e condannare in modo chiaro, affinché sia il bene comune ad essere in primo piano, ribadendo il limite oltre il quale non si può andare.

Ho trovato molto importante la decisione degli organizzatori (Istituto Parri, Centro Amilcar Cabral, Exaequo bottega del mondo e COSPE Onlus), di organizzare visite guidate per gli studenti. E’ proprio la scuola il luogo di crescita, di costruzione di menti aperte, ambito del dialogo e del confronto; coniugare lo spazio interno ed esterno della scuola, la dimensione personale e quella collettiva, sono azioni fondamentali per formare cittadini del domani in un’Italia giusta. Perché nessun bambino nasce razzista. Razzisti si diventa.

“Guarda com’è ancora efficiente, come si tiene in forma l’odio nel nostro secolo”
(Wislawa Szymborska)

“… il grigio e il marrone di berretti degli operai era circondato dal nero degli shake e dal blu delle uniformi. Da Monigstrasse stava arrivando un’altra camionetta, dalla quale saltò giù un gruppo con i sottogola legati. Gli agenti sulla piazza si unirono ai rinforzi formando un cordone e tirarono fuori i manganelli. Lo schieramento blu partìall’assalto. I cori dapprima persero il ritmo, poi ammutolirono del tutto, e un mormorio attraversò la folla. I manganelli colpirono con violenza, i dimostranti della prima fila si piegarono, alcuni crollarono. Un paio vennero trascinati via dagli agenti e caricati su una Minna verde, fra questo anche un uomo con un gagliardetto rosso. ma la fola non si lasciò impressionare a lungo. Dopo un breve indietreggiamento, avanzò di nuovo. L’asta di legno di uno striscione fece cadere lo shake di un poliziotto. Volarono le prime pietre. la folla attaccò a gridare. AB-BAS-SO il divieto di MA-NI-.FE-STA-ZIO-NE …”.

“BABYLON BERLIN”, di Volker Kutscher

Perché leggerlo.

Perché, uno, il tempo si ritorce su se stesso, vive, passa e poi ritorna. Potrebbe sembrare diverso, ma alle volte torna uguale a come è già stato. Vigilare, bisogna, e ricordare gli sbagli del passato per non ripeterli, per impedire che altri, capitani senza nessun dove, riescano a farli rivivere.

Perché, due, è un bel giallo, storicizzato quanto basta per far conoscere (e far venire voglia di approfondire) un periodo storico e sociale così importante per questo mondo moderno che ci illudiamo di conoscere.

E perché, tre ed infine, da questo romanzo è stato tratto uno sceneggiato omonimo (o una serie, chiamatelo come volete) che è davvero bellissimo e molto migliore del romanzo stesso …

https://youtu.be/uekZpkYf7-E

https://youtu.be/aj1WTiCoJ2k

Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti.

Zygmunt Bauman, La società sotto assedio.

Nel maggio del 2018 Feltrinelli Comics ha portato in libreria Salvezza, un’opera di graphic journalism che affronta il tema dei salvataggi in mare dei migranti ed è nata da un’esperienza personale degli autori: Marco Rizzo di professione giornalista e scrittore e Lelio Bonaccorso, disegnatore e illustratore.

Il maggio del 2018 è stato un mese cruciale nella storia recente d’Italia. Il 31 si chiudeva il periodo delle politiche sui flussi migratori targate Minniti, ministro dell’Interno dell’ultimo governo di centrosinistra, e si apriva il periodo delle politiche-Salvini, iniziato dopo l’entrata in carica del governo targato M5S-Lega.

Nel periodo Minniti, secondo l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, gli sbarchi di migranti sulle coste italiane erano scesi a 117 al giorno. Questo numero si è ridotto ulteriormente durante il periodo Salvini, quando il governo ha dato avvio all’operazione denominata #chiudiamoiporti e ha vietato alle navi delle ONG di attraccare nei porti italiani.

Qual è stato il reale prezzo in termini di vite umane di queste operazioni ce lo spiegano Marco e Lelio, che sulla nave di una ONG ci sono stati davvero. Salvezza è il racconto delle tre settimane che hanno trascorso a bordo dell’Aquarius, la nave di SOS Mediterranée che, insieme a quelle di Proactive Open Arms, Sea-Eye e Sea-Watch, solca la zona SAR del Mediterraneo con l’obiettivo di save lives, protect people and testify.

Il graphic novel è complesso non solo per la tematica che affronta, ma anche dal punto di vista visivo. Molti stili diversi convivono: uno per i frontespizi, uno per la narrazione, uno per i flashback e uno per le infografiche che danno informazioni, tabelle, mappe, schemi, schede.

Se vogliamo cercare un minimo comune denominatore stilistico, credo sia possibile trovarlo nell’uso del colore arancione che ricorre nel piano della narrazione e nelle infografiche ogni qual volta si raccontano i salvataggi in mare.

L’impatto visivo e le storie drammatiche e coinvolgenti fanno di Salvezza uno strumento efficace per diffondere conoscenza e consapevolezza sul tema dei salvataggi dei migranti in mare presso il pubblico degli young adults.

Ingredienti:

  • Uovo
  • pane grattugiato
  • olio di oliva extra per friggere
  • 2 patate
  • Parmigiano qb
  • un cucchiaino di latte
  • Sale
  • Noce moscata

Procedimento:

Per prima cosa, dopo aver lavato le patate, lessatele in acqua e sale o ancora meglio se potete cucinatele a vapore.
Per l’uovo, versare il tuorlo in una ciotola dove avrete posizionato del pane grattugiato, ricoprirlo con esso è posizionarlo nel freezer fino a farlo indurire.
Nel frattempo prendere le patate cotte, dopo averle pelate, schiacciatele accuratamente con  la forchetta, conditele con i vari ingredienti ( burro , parmigiano sale ecc) e create nel piatto da servire un tortino aiutandovi con un forchetta e un coppapasta.
Dopo aver scaldato l’olio immergete il tuorlo impanato e friggetelo per pochi minuti.

Appoggiate il rosso fritto, al centro del tortino e servite caldo.
Potete arricchire il piatto, vista la stagione, con qualche lamella di tartufo bianco.

Un piccolo antipasto ma gustoso!
Buon appetito da G&G

“… fu tutto risolto e sistemato, alla fine. L’imprevisto a Brooklyn causa una puzza perpetua. Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzí. Janice ed Emily erano solo una piccola parte della storia.
Ma erano nostre. Erano nostre, da piangere e da vendicare.
Come in quel film, “Laura”: una donna viene uccisa con un proiettile in faccia e i suoi lineamenti non esistono più. Un poliziotto s’innamora del suo ritratto. Alla fine si scopre che è viva, e l’unione divorante di carne e sangue.
Il caso Wylie-Hoffert fu una metamorfosi di quel film. Non c’era un ritratto. Ci facemmo bastare alcune vecchie foto e gli scatti sulla scena del crimine. Alimentarono la nostra massiccia cotta collettiva…
Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzì. Janice ed Emily erano solo una piccola parte della storia. Ma erano nostre. Erano nostre, da piangere e da vendicare…
Questo non giustifica i nostri misfatti. Non ci assolve da ciò che facemmo a George Whitmore. Questo resoconto indica l’amore come il motivo principale per cui tutto andò in malora …”.

È il 28 agosto 1963. L’America segue la grande marcia per i diritti civili che attraversa le strade di Washington. Martin Luther King pronuncia al mondo «I have a dream».

Lo stesso giorno due ragazze dell’upper class (Janice Wylie che lavorava a Newsweek e Emily Hoffert che era insegnante) furono uccise, stuprate, sodomizzate, sfregiate non necessariamente in quest’ordine cronologico, nell’appartamento che dividevano con una terza amica, Pat Rothenberg, ricercatrice alla Time-Life.

“… si fecero avanti due testimoni oculari … entrambi erano scossi. Entrambi avevano visto fuggire un uomo. Entrambi ne fornirono una descrizione … Il porta a porta partì a tutta birra. Salimmo ai piani di sopra e prendemmo le dichiarazioni dei testimoni auricolari. Che si sovrapponevano tutte. Le urla della vittima. Passi di corsa. Un’auto che partiva a razzo.
Alcuni inquilini si nascosero, sottraendosi alle domande. Altri collaborarono volentieri. Altri ancora scesero per dare una mano. Alcuni calpestarono in giro, incasinando la scena del crimine e lasciando impronte di piedi nel sangue della vittima.
La suddetta vittima era Sal Mineo. Un attore cinematografico di mezza tacca. Aveva interpretato un teppista tormentato in quel film , “Gioventù bruciata” …”.

È il 12 febbraio 1976, Sal Mineo, l’attore che ha fatto appunto da spalla a James Dean in “Gioventú bruciata”, omosessuale dichiarato, viene trovato ucciso a pochi passi da casa. A condurre l’inchiesta è la polizia di Los Angeles. Ma i detective sono piú attenti a scavare nel passato dell’attore per tirarne fuori particolari morbosi che a cercare la verità.

“… ci vollero ore/giorni/settimane. Interrogammo papponi/puttane/feccia di gang giovanili. Ci presentammo in rifugi di drogati/sale da biliardo/ritrovi di teppisti. Niente spiate precise. Tutte allusioni/voci di quarta mano/ storie di bastardi caaaaattivi. Eravamo i classici fessi bianchi dei film sui ghetti neri, che tutti andavano a vedere in massa.
Interrogammo tizi che cagavano nei lavandini o che lo tiravano fuori in pubblico. Tastatori di culi in metropolitana e cowboy della vaselina. Nonché: scassinatori transessuali, pompinari, leccatori di fica psicopatici. Maschi con il modus operandi di spalmare creme sulla pelle. Risultato: ZERO …”.

Questo, tutto questo, è “Cronaca nera” di James Ellroy, un compendio di due racconti duuuuri percorsi da bruuuutti personaggi e attivati da cattiiiivi pensieri (“Career Girls Murders” e “Clash by Night” ) accomunati in una sorta di reportage per il quale l’autore ha attinto copiosamente a materiali d’archivio e a rapporti di polizia ed in cui, distillando a piene mani tutte le ossessioni precipue della sua opera, arriva ad una revisione inaspettata se non del proprio linguaggio (che anzi risulta ancor più estremizzato, sferzante, seghettato, maniacale nella cura rivolta ad ogni dettaglio), sicuramente della poetica che sta alla base della sua scrittura lasciando trasparire un’umanità dolente e pensante.

“… questo racconto è il diario di un detective molto vecchio … è il mio ricordo personale … il mio ruolo in quanto ultimo detective sopravvissuto mi concede la prerogativa e il dovere di un epitaffio … memorie … L’amore insondabile di Dio. Fede e immaginazione..
George sul banco dei testimoni. Occhi accesi dietro gli occhiali nuovi. La consapevolezza di poter vincere.
Le mie preghiere per Janice. I pensieri ardenti che allora mi accecarono e che oggi non ricordo. Emily. Quella volta che vidi una donna al Plaza Hotel e pensavo fossi tu. Il tuo rimprovero affettuoso: sciocco, i ritratti non prendono vita. Voi tre. Voi sarete i primi che troverò dall’altra parte …”.

C’è una storia dietro, sotto, quella lanterna verde. Le storie, anzi sono più d’una. Innanzi tutto, quella lanterna verde appartiene, ne è l’inconfondibile insegna, all’attigua libreria (“La lanterna verde”, appunto; e chissà se davvero, avvicinando ad essa l’anello l’incauto visitatore non si troverà dotato di superpoteri come l’omonimo ed eponimo supereroe della DC Comics assillato, ca va sans dire, da superproblemi: si scherza, ovvio, ma d’altronde sempre di carta stampata si tratta e quindi …).

La seconda storia che si può raccontare su questo “39 Ombre Rosse”, una vineria con assaggi in San Vitale 39/b (tra la libreria di cui sopra e la gelateria vegana di “Stefino”), è l’insegna che campeggia sopra la vetrina. Un’insegna che recita “Antichità” e che, ormai diventata testimone della sua nuova vita, richiama sia una precedente gestione quando il locale ospitava, appunto, un negozio di antichità (ci sono poi stati un venditore di tappeti e, da ultimo, una rivendita di vino alla spina: presente quelle enormi botti di alluminio da cui si spilla, invariabilmente, vino di, mi scuso per lo snobismo, bassa qualità) sia una storia nera, nera come quelle che l’antico Gruppo13 amava raccontare di e su Bologna, la storia di un delitto, di una donna scomparsa, di un tesoro forse sepolto (vabbè sto romanzando, il delitto c’è stato davvero, ma la donna non è scomparsa e il tesoro è solo un escamotage per fissare l’attenzione, un mcguffin, insomma).

Una terza storia, infine, è quella della nuova vita regalata a questo luogo da Gabriele Cesari da molti ricordato come il giornalaio storico dell’Università alla ormai dismessa “Edicola del Comunale”, un vero e proprio coagulo di energie ed intelletti, abitudini e imprescindibili riempitivi della giornata, chiacchiere colte ed incontri alle volte inaspettati che costituiva un vero e proprio punto di riferimento per chi, artisti e studiosi, impiegati e studenti, curiosi e turisti, abitavano e frequentavano via Zamboni.

Ma torniamo a noi, all’oggi, a questo “39 Ombre Rosse”.

Una vineria con assaggi, si diceva il cui core business, logico, ruota intorno al vino. E quindi? Un’altra, l’ennesima, rivendita di vino come ce ne sono tante? No, perché è la filosofia (che parolona) di fondo che sta alla base del pensiero iniziale ad essere diversa. Innanzi tutto, la location, via SanVitale adiacente a via Petroni, pieno cuore della movida studentesca, una strada, una zona, abituata ad offerte mordi&fuggi, bassa qualità, prezzi medio/bassi, servizio standardizzato sulla velocità. Ci si aspetterebbe lo stesso, quindi, un locale simile a tanti altri per cavalcare l’onda dell’abitudine. Ed invece questo locale discreto, elegante nella sua semplicità (le pareti sono di un bel verde salvia rilassante ed intimo, gli arredi, pochi, di legno scuro che inducono il piacere di chiacchiere in compagnia), non urlato (alla musica arrembante che fuoriesce dai locali circostanti vengono preferiti madrigali e musiche barocche) e che predilige la ricerca e l’offerta di vini (pochi, ma questa è la particolarità di OmbreRosse; non troverete mai, o lo troverete difficilmente, lo stesso vino: la proposta cambia infatti quasi settimanalmente seguendo le indicazioni di amici produttori o commercianti e la ricerca insistita sul territorio non solo emiliano) e piccoli assaggi di prodotti di alta e certificata qualità (lardo di Arnais e formaggio di fossa, mortadella di Zivieri e salumi mantovani, crostate e plume cake home made) crea davvero un corto circuito virtuoso rispetto al bailamme dei dintorni che lo rende un posto realmente diverso, una piccola oasi di buon gusto.

Sembrerebbe, raccontato così, un posto vecchio, polveroso, noioso e che invece ricrea (sfruttando certo le antiche conoscenze di Gabriele in questo e non solo coadiuvato dall’imperdibile Alberto) quell’art/mosfera di grande fermento culturale che si viveva all’edicola. Giovani, a volte giovanissimi, artisti, musicisti, film-maker, fumettisti, scrittori, filosofi, formano la clientela abituale di un luogo da non perdere o quantomeno che sarà piacevole conoscere anche se, certo, difetti, seppur piccoli, ce ne sono (mancano ad esempio i grandi vini e l’offerta di food è per ora ristretta a piccole tapas che accompagnano il calice scelto, ma ci si sta attrezzando per sopperire).

Ricordando che l’apertura va normalmente da mezzogiorno a mezzanotte di tutti i giorni tranne la domenica, non stupitevi troppo se dietro il bancone (virtuale, un banco vero e proprio non esiste; altra particolarità, questa, volta a suggerire ancor più la convivialità di un salotto) troverete alle volte il vostro affezionato scriba. È solo un gioco, e un desiderio, che ogni tanto si avvera.

Stefano Righini

“Amo cosi tanto la Germania che preferisco averne 2”.

La solita, cinica, ineffabile arguzia di Andreotti resta ineguagliata nel descrivere la sorpresa, lo sconcerto e lo smarrimento che colse i Governi ed i Leader dell’epoca alla Caduta del Muro di Berlino.

Per i nati dagli anni 80 in poi è tutt’ora  difficile capire cosa fosse quel Muro. Cosa effettivamente significasse e quanto abbia inciso nella cultura e nelle coscienze di coloro nati prima.

Ma facciamo un passo indietro: Reagan e la Thatcher pur “aprendo” alla novità rappresentata da Gorbaciov non smisero mai smesso di martellarlo:

–  l’uno in modo teatrale gli aveva detto “Tira giù quel muro” durante un incontro trasmesso dalle TV in diretta mondiale.

–   l’altra chiedendo una trasformazione in senso democratico delle nazioni dell’Europa dell Est, praticamente gli aveva chiesto lo smantellamento del Patto di Varsavia.

Con l’avvicinarsi del “Crollo del Muro” tuttavia una preoccupazione inversa incominciava a prendere corpo  nei Paesi occidentali.

Già nell‘estate del ‘89 l’Ungheria aveva lasciato che i fili spinati al confine con l’Austria venissero “aperti”. Una moltitudine di Tedeschi dell’est si era buttata in quel pertugio per guadagnare una fuga in Occidente .

Nella primavera dell‘89 Jaruzelskj si fece eleggere presidente della Repubblica in Polonia e promosse le prime elezioni libere  dando così il via libera ad un governo guidato da Solidarnosc.

In quel clima la Tatcher si accorse che gli avvenimenti avevano iniziato a correre ad una velocità incontrollata e che la questione “GERMANIA”, risolta dopo la II guerra mondiale  con la divisione in 2 e congelata per quasi 40 anni grazie alla guerra fredda, rischiava  di tornare a galla.

Lei (nata nel ‘25) , Mitterand (nel ‘16) , Andreotti (‘19) , George Bush ( presidente USA dall’88, nato nel ‘24) , oltre a tanti altri leader mondiali, avevano  tutti ben impressa la memoria della Seconda Guerra Mondiale (ed anche il fallimento della soluzione data alla questione Tedesca dopo la Prima Guerra Mondiale).

Il Militarismo tedesco, la forza della Germania, gli orrori da questi provocati non dovevano più accadere.

Il muro non era ancora caduto (settembre ‘89) ma la Signora, pur essendo di ferro, incominciava a tremare e si mise in moto.

Si viene ora a sapere che mentre stava tornando da Tokio chiese ed ottenne, a poche settimane dal fatidico novembre dell’89, un incontro a Gorbaciov.

Di fronte agli attoniti interlocutori Sovietici la Lady esordì dicendo:

“La riunificazione tedesca porta al cambiamento complessivo dell’ordine e della stabilità mondiale decisi dopo la guerra, per cui NOI NON LA VOGLIAMO!.

Caro Gorbaciov ti chiedo di ignorare tutti i futuri pronunciamenti della NATO che dovessero dire il contrario” (ricorda un po’ l’attuale balletto Nato-Turchia a proposito della questione Curda)

Anche per quanto riguarda la trasformazione democratica delle Repubbliche Popolari dell’Est noi (la NATO) non spingeremo perché questa avvenga.

Comunque sia : No alla riunificazione Tedesca!!”

Qualcuno può ora sorprendersi del suo accanimento antitedesco. In realtà era un sentimento largamente condiviso al tempo: erano veramente cambiati i Tedeschi? l’espansionismo aggressivo non era  forse parte dell’identità nazionale tedesca? ed anche le norme Costituzionali (pacifiste) imposte alla Germania quanto avrebbero retto?

una Germania di nuovo forte, potente e centrale non avrebbe di nuovo cercato di imporre il suo  volere?

La Signora di fronte al drammatico succedersi degli eventi in Dicembre si reca da Mitterand nel disperato tentativo di bloccare quello che a lei pare una possibilità prossima, ovvero la Riunificazione della Germania.

Il Presidente Francese le dice che ormai il genio era uscito dalla bottiglia e con quello bisognava fare i conti. Le propose in funzione anti-tedesca di accelerare l’integrazione Europea. Alla luce degli avvenimenti tutti i cittadini europei, memori delle follie hitleriane e delle 2 guerre mondiali, avrebbero capito la necessità di “Contenere” la riunificazione accelerando l’integrazione Europea. E glielo diceva un Francese che ad ogni elezione deve spendersi sulla “Unicità” della nazione, sulla Grandeur francese, la Force de Frappe ecc ecc .

Propose quindi, come primo approccio al Grande Progetto  la creazione della Moneta Unica ( l’EURO)

La Signora non si convinse:  la Sterlina c’era da quando esisteva l’Inghilterra, l’effige della regina campeggiava sulle monete etc , a lei il mondo andava bene così come era. Era contraria per principio, come ogni buon conservatore, ai grandi progetti.

Tuttavia non pose un netto rifiuto (Tanto è vero che la rinuncia all’ingresso nell’Euro ufficialmente fu la conseguenza diretta dell’uscita dell’Inghilterra dallo SME di li’ a qualche anno). Torna in Inghilterra e, tra gli altri, consulta  l’ala destra del suo Partito, composta da Euroscettici.

L’Euro, le dice uno dei suoi ministri, tale Ridley, “sembra un cavallo di Troia per consegnarsi mani e piedi agli odiati tedeschi . La forza economica della Germania ,, consentirà ai tedeschi di fare con la moneta quello che Hitler non è riuscito a fare con le armi!”.

Il resto è storia…grazie alla disfacimento dell’impero Sovietico tanti altri Geni uscirono dalle bottiglie .

Il Nazionalismo che pareva morto durante la guerra Fredda rialzò la testa.

Il “miracolo Yugoslavia” in pochi anni si sfaldò e vecchi demoni riapparvero in superfice. Lo spettro della guerra tornò in Europa.

Nazionalismi, identità religiose ed etniche che si perdevano nel medioevo riguadagnarono nuova vita. 

Quella preoccupazione dei Conservatori britannici guadagnò consensi popolari. Sbaglierebbe chi crede che dietro il referendum vittorioso dei Brexiters ci sia solo lo  smarrimento dei ceti popolari di fronte all’immigrazione, l’operaio bianco sessantenne abbandonato di fronte alla globalizzazione ecc

Un recente sondaggio prova che un 70% die Brexiters  dice di essere consapevole delle conseguenze economiche negative ma dice anche: “meglio poveri ma liberi”.

Si punta il dito contro Bruxelles per nascondere la paura nei  confronti  della forza tedesca, della sua egemonia. Un asse, per quanto minoritario, tra classi agiate ed alcuni strati popolari ha avuto un peso nelle votazioni. L’Inghilterra ha scelto guardando all’Atlantico ed al suo passato.

La crisi economica del 2008 e l’elezione di Trump hanno fatto il resto.

Si sta mettendo a dura prova l’insieme degli organismi che provvedono alla ‘governance mondiale: Nato, ONU, UE , WTO, l’ Accordo di Parigi sul Clima ecc .

Dall’altra parte, la seconda opzione conseguente alla caduta del muro,  l’EURO, tiene ma a fatica. Non altrettanto si può dire del progetto Mitterandiano di maggiore integrazione politica Europea .

L’unico rimasto a spingere sul progetto e il Presidente Francese. Macron

 La Democrazia Cristiana tedesca e’ molto incerta , spinta come e’ da Destra a contenere un  rinascente nazionalismo .

Il futuro ci dira’ se l’incertezza dara’ spazio a passi  piu’concreti di  integrazione UE ( sempre ammantati  dirigismo alla tedesca ) oppure a piu’ perniciosi ripiegamenti interni .

Le 2 risposte date a quel crollo attendono ancora un approdo certo.

Chi pensa che il rinascente ‘nazionalismo ‘ che alimenta i movimenti di destra , xenofobi e populisti , sia la conseguenza della UE e dell’Euro commette un errore prima di tutto storico. Il ‘nazionalismo’ non era morto, era in sonno . La caduta del Muro lo ha riportato a nuova vita .

L’euro, il libero movimento delle persone, delle merci ecc all’interno della UE sono l’antidoto, l’argine al Nazionalismo. Non ne sono la causa.

Non a caso i nazionalisti di casa nostra si sono resi conto che l’Euro non è (ancora) attaccabile. Cosi come i sovranisti di altri paesi UE si battono, per ora, contro africani ed asiatici (possibilmente di religioni aliene).