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Luglio 2020

E’ successo a Margno, vicino Lecco. Poteva succedere in qualsiasi altra parte del mondo. Può accadere nuovamente.

Mi domando , se si possa non considerare solo un fatto di cronaca nera, l’uccisione dei due fratellini di 12 anni. Vittime dell’egoismo, della follia, della solitudine e delle scelte “dei grandi”.

Il tutto non si esaurisce nell’atto criminoso minuziosamente descritto, c’è un prima e c’è un dopo.

Il prima parla di cura, guida alla separazione, gestione della rabbia, mediazione sociale e familiare, per garantire il diritto, per chi lo vuole, a interrompere una relazione pur mantenendo alta l’attenzione per i figli, che rimangono un bene prezioso ed inviolabile.

Il dopo, è il sostegno, l’accompagnamento, il sentirsi parte di una comunità, per chi ha visto la propria vita cambiare radicalmente ed in questo caso drammaticamente.

Occorrerebbero centri pubblici specializzati e multi servizi. In un sol luogo tutte le informazioni necessarie, sociali, legali, sanitarie, per affrontare una fase complessa della propria vita e per non farlo da soli. L’alternativa è continuare a far finta di stupirci. Assuefarci all’accaduto e passare alle successive tragedie familiari.

Tra le numerose problematiche della società in cui viviamo, subiamo ancora oggi povertà e razzismo, purtroppo ambedue sempre in crescita.

Tuttavia è anche vero che, rispetto al passato, grazie al grande sviluppo tecnologico molti sport, tra cui il calcio, sono nettamente cresciuti dal punto di vista mediatico e, nonostante ciò abbia portato anche delle conseguenze negative, in certi casi ha permesso tramite le azioni dei calciatori di combattere proprio queste grandi piaghe mondiali.

Marcus Rashford – Autore: Дмитрий Голубович – soccer.ru

Difatti lo sport, pur non offrendo un vaccino o una cura, cerca di elevare uomini e donne e stimola la società in cui viviamo ad agire secondo i valori di eguaglianza e rispetto reciproco, ispirando soprattutto i più giovani a non subire in silenzio ma di prendere posizione per coltivare la speranza di vivere un mondo migliore.

Durante questo periodo di grande sconforto e dissesto sociale, è da sottolineare l’azione di Marcus Rashford, attaccante ventitreenne del Manchester United che nei giorni scorsi ha scritto una lettera a cuore aperto al Primo Ministro Boris Johnson per cercare di far cambiare idea al governo britannico, che aveva scelto di non rinnovare i buoni pasto ai bambini poveri delle scuole inglesi.

La buona notizia è che ce l’ha fatta!

Il centravanti, originario di Saint Kitts and Nevis, nella lettera ha spiegato  le sue grandi difficoltà passate dovute ad episodi di razzismo negli stadi, anche da parte dei suoi stessi tifosi, e alla grande povertà vissuta sulla sua pelle da bambino, quando proprio i buoni pasto scolastici del governo gli permisero di continuare ad andare avanti e credere nel suo sogno di vestire un giorno la maglia della nazionale inglese e dei red devils.

La risposta del ministro non si è fatta attendere e i bambini poveri inglesi hanno potuto così riottenere il sussidio alimentare grazie all’azione di cuore dell’attaccante che per via della sua grande serietà, ha ‘’sconfitto’’ il governo.

Inoltre Rashford, durante la quarantena, ha contribuito a raccogliere 20 milioni di sterline ( 22 milioni di euro) sempre per combattere gli sprechi alimentari, raggiungendo quasi 3 milioni di bambini britannici , dando così un calcio alle disuguaglianze sociali di cui purtroppo sempre più bambini soffrono.

Nonostante le 38 presenze con la nazionale dei 3 leoni e i numerosi record battuti con la maglia dello United, Marcus non ha dimenticato le sue origini, rimanendo un sognatore con un cuore d’oro.

Non è la prima volta che la lascio. Che poi, la “lascio” dai nonni, persone iper-responsabili e brave, che la adorano e farebbero tutto per lei.

E non solo. Sono certa che si divertirà di più, salterà di più, andrà al mare, giocherà all’aria aperta. Insomma, non le mancherà niente anzi starà sicuramente meglio rispetto alle giornate a casa a soffrire il caldo afoso che le sarebbero spettate a Bologna.

E allora perché ogni volta che lo faccio mi si spezza il cuore? Perché mi sembra che io stia lasciando un pezzo di me? Come farò quando mi sveglierò all’alba e non ci sarà lei che mi chiederà di poter dormire un po’ nel “lettone” pretendendo un po’ di coccole per riaddormentarsi. Come farò senza le sue continue richieste di attenzione, di essere parte dei suoi giochi, della sua vita.

Perché ogni volta sembra che sia la fine del mondo? Perché non sopportiamo il fatto di averli lontani da noi, anche solo per un po’? Perché il solo pensiero di lasciarli ci terrorizza e ci fa soffrire? E soprattutto: sarà sempre così?

Non credo di rientrare nel novero delle “mamme che si agitano facilmente”. Mia figlia è già stata senza di me per più di due settimane, non ha mai dormito nel mio letto(ne) e non è una bimba attaccata alla mia gonna, anzi. Ma questa “separazione” è decisamente più difficile di quanto mi aspettassi.

Torno presto piccola, divertiti. Continueremo a cantare la nostra ninna nanna macedone, ma al telefono.

E comunque nessuno mi ha mai spiegato come sia così meravigliosamente difficile essere madre.

Voce professionale: Pronto, cerco l’ingegner Righini

Non sono ingegnere

Voce allusiva: Dottor Righini, allora, buongiorno.

Buongiorno, ma non sono dottore

Voce confusa: Ah, ragioniere?

Nemmeno ragioniere, né tantomeno geometra

Voce allarmata: E come devo chiamarla allora?

Telefonate così, di questo tono, ne ho ricevute millanta negli anni lunghi del lavoro in teatro. Ed è capitato pure che qualcuno più avvezzo alle pratiche di un teatro lirico mi chiamasse Maestro.

Per intenderci, in ambito teatrale (lirico), Maestro è il riconoscimento massimo riservato a chi sia in grado di insegnare, indicare, guidare, proporsi come punto di riferimento; i professori d’orchestra, ad esempio, devono interpretare la partitura voluta e pensata dal maestro concertatore (o direttore d’orchestra che dir si voglia) così come gli artisti del coro (i coristi, come si sono sempre chiamati) sono guidati ed istruiti nel loro percorso di avvicinamento all’interpretazione dell’opera dal maestro del coro. Che dovrebbe essere riservato, sarebbe meglio dire. Perché il malvezzo dell’autoattribuzione del titolo è sempre più presente nel momento in cui chiunque, potendo vantare una qualsivoglia autorità o non essendo in grado di reprimere un ego spropositato, si avoca un titolo che, per puro quieto vivere, nessuno si permette di confutare ed arrivando a svilire, in tal modo, una professione che, comunque, si dovrebbe configurare più come una missione (il filosofo Umberto Galimberti, ad esempio, dice: «l’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone. Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro»).

Fortunatamente, i maestri esistono ancora e altrettanto fortunatamente esistono allievi, discepoli, che ne sanno seguire gli insegnamenti.

Parlando di letteratura, e letteratura sportiva, due dei maestri più riconosciuti sono senz’altro i due Gianni, Brera e Mura. E tra gli allievi più dotati bisogna sicuramente annoverare Emanuela Audisio e Cesare Fiumi.

Laureata in Scienza Politiche e autrice di documentari la Audisio, laureato in Lingue a Venezia e già responsabile delle pagine sportive del Gazzettino Fiumi, si occupano entrambi professionalmente di sport scrivendo, rispettivamente, per “Repubblica” e per il “Corriere”. Ed è dei loro libri che ripercorrono le vite di eroi ed eroine dello sport a volte dimenticati e a volte ancora ben presenti nei ricordi dei lettori che vogliamo parlare.

E se “Bambini infiniti” della Audisio propone le vite (si va da Maradona a Michael Jordan, da Alì a Mennea, da Vieri a Senna, da DelPiero a Magic Johnson, da Luganis a Mike Tyson …) di “… celebrità del calcio, della boxe, dell’atletica, del tennis, dell’automobilismo sottolineando il doppio binario su cui sembrano sdoppiarsi tra un talento sportivo straordinario e a volte unico e un infantilismo permanente, quasi infinito che li spinge a condurre un’esistenza sregolata, talvolta dolorosa, e ne fa dei superuomini bambini …”, “Storie esemplari di piccoli eroi” di Fiumi (e qui i protagonisti sono nomi forse dotati di meno glamour ma di altrettanta se non più struggente grandezza come Roland Thoeni e Giovanni Lodetti, Giuseppe Gentile e Gino Pivatelli, Ezio Pascutti e Sergio Ottolina, Gigi Meroni e Franco Nones, Franco Bitossi ed Eraldo Pizzo …) ci riporta indietro negli anni fino al tempo in cui “… l’Italia viveva delle imprese di eroi, non necessariamente campioni, forgiati dalla fatica e dalla disciplina dello sport. Calciatori e ciclisti, pugili e piloti venuti dal nulla ma capaci di occupare l’immaginario degli appassionati e dei frequentatori di bar e piazze, diventando i personaggi di un’epica popolare indissolubilmente intrecciata con la geografia sociale e la storia del Paese …”.

Due opere importanti, rutilanti di nomi mitici ed avventure ed imprese leggendarie, destinate a far pensare ed al contempo divertire, documentate e puntuali ma anche snelle e leggere. Se si trattasse di pittura, insomma, non sarebbero un affresco di Giotto o un quadro di Caravaggio ma una tela puntinata di Seurat o un prodotto da action painting alla Jackson Pollock. Se invece fossero musica, non si tratterebbe di una sinfonia di Beethoven e nemmeno di una saga wagneriana quanto piuttosto di una partitura di Miles Davis o di un assolo di tromba di Chet Baker.

“Abbiamo l’obiettivo di aprire un tavolo”, sentenziava dal suo scranno più alto il Sindaco, così affronteremo con tutte le istanze sociali, istituzionali e territoriali il problema della tangenziale. Oppure si costituiva una commissione.  Ah, l’alternativa al tavolo da aprire era appunto la “costituzione di una commissione” con l’aggiunta dell’espressioncina “ad hoc” . Cioè proprio per quel tema per quel problema.  Moda da Prima Repubblica, e pare anche ora.

E apriamo questo tavolo. Per risolvere i problemi dell’Italia, e forse del mondo, bisogna aprire un tavolo. Era da un po’ che non si sentiva questa espressione una volta in voga e tipicamente politichese. Noi cronisti della cosiddetta Prima Repubblica, quelli già in azione tra gli anni Settanta e Ottanta, eravamo abituati a queste frasi della politica locale e nazionale.

Se poi c’era da indagare su qualche fenomeno o qualche scandalo beh allora si invocava e si costituiva una bella “commissione d’inchiesta”. Ah solo l’annuncio era quasi risolutivo del problema.  Ma torniamo agli “stati generali” ovvero al tavolo che si apre in queste ore per affrontare, e magari risolvere, gli inveterati problemi del Paese. Lo so che “inveterati”a molti non piace, e qualcuno mi può dire parla come mangi, ma anche io sono un po’ inveterato. 

I problemi sono sempre quelli da venti trent’anni ovviamente ingigantiti e aggravati dalla crisi economica da pandemia: il lavoro, gli investimenti, le opere pubbliche, la burocrazia, l’ammodernamento del sistema digitale. Mica poco. Elenco da cardiopalma. Più l’evasione fiscale e la riduzione delle tasse. Un po’ come chiedere di fare Ferragosto a Natale.

E appunto ci vuole un tavolo da aprire. Il problema è che con la pandemia non ancora sconfitta il tavolo non può essere solo fisico, e uno solo: ci vogliono tanti tavoli, in video collegamento immagino, Villa Panphili e qualche collegamento altrimenti basterebbe una tavolata in Sala Verde di palazzo Chigi che però sarebbe pericolosa per l’assembramento e non consentirebbe plausibilmente il distanziamento. Quindi per essere corretti e coerenti con la situazione pandemica bisogna parlare di tavoli video collegati e stanze virtuali, altrimenti gli stati generali andrebbero fatti in cortile all’aria aperta e con seggiole a distanza.  

E lì sarà il bello: la Cgil mi sente?, no è la Uil. Ah un attimo. C’è la Confindustria?,  gorgoglìo digitale, e poi dopo 30 secondi sì qui è la Confindustria. Scusate è arrivata la Cisl. Bene. Adesso è sparito il riquadro del ministero del Lavoro. No, c’era ma ora è solo in audio. Ma è normale. 

Non è detto che il tavolo  sia più complicato in video conferenza che in stretta di mano al tavolone, certo una volta era più schietto. Il tavolo si potrà fare anche in presenza ma a distanza di almeno un metro e con la protezione della mascherina. Tra l’altro la mascherina ti permette di fare espressioni con la bocca e il labbro superiore che non si vedono e quindi in fondo puoi reagire a mugugno inferiore più liberamente. Da tenere presente che se al tavolo distanziato ti abbassi la mascherina sul mento non puoi essere libero di fare le reazioni labiali. Così per precisare. Aprire un tavolo è anche facile, più difficile chiuderlo. E chiuderlo bene.

A volte è bene chiudere il tavolo con accordi preventivi magari prima ancora di aprirlo. E quelli erano capolavori da Prima Repubblica. Si apriva il Tavolo sul futuro del Polo industriale e prima ancora di chiudere la seconda relazione dell’esperto di sviluppo e compatibilità ambientale era già pronta la nota di sintesi sulle conclusioni del tavoli. I tempi del tavolo sono tutto.

Ci sono i tavoli dell’alba e i tavoli della notte, ci sono i tavoli della mattina avanzata e i tavoli del primo pomeriggio ma quelli sono i più pericolosi perché c’è il rischio pennichella incombente. Poi ci sono i tavoli della notte fonda da quelli degli accordi dell’ultimo minuto tanto cari ad un certa pratica sindacale anni Settanta e Ottanta in cui se si raggiungeva un accordo lo si doveva fare dopo le due o le tre di notte.

Ma benedetti “tavolari” cioè con rispetto “esperti di tavoli”  perché proprio all’ora in cui si dovrebbe dormire si debbono fare le grandi firme?  Perché i grandi accordi che devono salvare aziende o rinnovare i contratti ricordano i grandi trattativisti arrivavamo nel pieno della notte? Presi tutti immagino da stanchezza solenne. Ricordo un fine anni Ottanta (quelli mitici pure citati dalla canzone di Raf) una trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego roba da 4 milioni di lavoratori interessati  a Palazzo Vidoni corso Vittorio Emanuele. Ero al telegiornale e dovevo fare l’apertura delle 20.  Il tavolo andava avanti da giorni e quello ripreso alle 15 doveva essere risolutivo. Firmarono alle 19 e 38. Alle 20 dovevo essere in onda, apertura.  Non c’era la rete wifi ma si correva a portare la cassetta. Fu un miracolo. Da allora il tavolo per le trattative mi ha sempre rappresentato ansia e corsa. Naturalmente auguriamo al tavolo pieno successo e il pieno rispetto del tavolo anche perché per fare un tavolo come dice la nota canzone per bambini ci vuole un fiore, passando dall’albero di legno e dal relativo frutto. Quindi prima di aprire un tavolo bisogna pensarci due o tre volte ed evitare di consumare il tavolo col relativo frutto e fiore.

Cosa fa di un libro un bel libro, dunque, mi chiedevo prima di perdermi in considerazioni altre ma non opposte?

Qual’è il motivo per cui un libro, sia esso romanzo, saggio, fumetto, reportage, biografia, ecc… cattura l’attenzione del lettore e rimane nella sua memoria e nel suo bisogno?

E se pure ognuno, dicevo, potrebbe dare risposte diverse a seconda del proprio sentire, per quanto mi riguarda, c’è una frase, un pensiero, un esporsi, che può indirizzare l’assunto: “L’uomo politico, eletto democraticamente dalla maggioranza, presenta pericolose analogie con i bestsellers, i libri più venduti (più votati) che non sono quasi mai di grande valore letterario.”

Una frase, un pensiero, un esporsi, di Aldo Buzzi.

Bel tipo questo Aldo Buzzi. Laureato in architettura, suoi compagni di studi furono Bruno Munari, Leonardo Sinisgalli, Alberto Comencini e Alberto Lattuada (la cui sorella, Bianca, sarà la sua compagna per più di cinquant’anni), fraterno sodale (la loro amicizia e complicità durerà tutta una vita) di Saul  Sternberg (il grande pittore e cartoonista ebreo rumeno/americano), costumista, scenografo ed aiuto dello stesso Lattuada e di Federico Fellini (al quale “… ho insegnato a mettersi calze nere invece dei corti calzini fantasia …”), nemesi di Ennio Flaiano e compagno di scorribande di Antonio Delfini e Nantas Salvalaggio, fu scrittore e gastronomo, viaggiatore e, prendendo a prestito la definizione che di lui regala Antonio Gnoli, maestro nascosto della letteratura italiana.

Di lui, Buzzi, colpevolmente ammetto, conoscevo solo “L’uovo alla kok”, delizioso, piccolo, imperdibile esempio di letteratura gastronomica. Adesso, a colmare una lacuna ben più colpevole della mia, è arrivato questo “Aldo Buzzi – tutte le opere” a cura di Gabriele Gimmelli nella collana LeIsole de La nave di Teseo che, basandosi sulle carte dell’archivio personale di Buzzi stesso, comprende un’ampia scelta di scritti rari e inediti e una cronologia della vita e delle opere.

Si va dal “Taccuino dell’aiuto-regista” impaginato da Bruno Munari a “Parliamo d’altro” (“… gli spekulatis sono biscotti da appendere, con un filo d’oro, all’albero di Natale; che non è un oggetto di plastica ma un piccolo abete profumato di abete. Gli alberi che ci vengono venduti a Natale sono generalmente di una qualità senza odore, inutili come rose senza profumo.E’ l’odore dell’albero, infatti, che sommato a quelli delle cose appese – mele, mandarini, biscotti, torroncini, cioccolatini – ed elle candeline di cera forma lo squisito odore di Natale, indimenticabile per chi lo ha respirato bambino … le candeline, oltre a dare la loro magica luce dorata, riscaldano gli aghi di pino dei rami più vicini, contribuendo alla formazione del profumo del Natale. Oggi sono quasi sempre sostituite da impianti di lampadine elettriche multicolori, che si accendono e spengono col ritmo ossessivo della pubblicità luminosa che entra dalle tapparelle socchiuse nelle stanze d’albergo dei film gialli …”) passando per il “Piccolo diario americano” (in cui con brevi, a volte un paio di righe appena, illuminanti note descrive un intero paese “Nicaragua: notte a Managua. Hotel Lido Palace a Las Orillas del Lago de Managua, con piscina verde illuminata, tè freddo e grapefruit. Direttore il colonnello H.J.Perron. Dappertutto militari in uniformi di modello tedesco, stivali lucidi, ufficiali rigidi intorno ai bigliardi, tenendo la stecca come un’arma.”) e “Cechov a Sondrio e altri viaggi”, per il già citato “L’uovo alla kok” (“…questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume la radio ed il televisore e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche in strada, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo a mia moglie che ha battuto a macchina con amore il manoscritto, si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi di ufficio buon lavoro …”) e “Un debole per quasi tutto” (“… era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani ….”) per finire con gli “Scritti apparsi su rivista” (“… – Signora, cosa ha provato quando ha visto il suo figlio unico finire sotto il rullo compressore della macchina schiacciasassi?

Il telecronista avvicina il microfono alla bocca della madre del morto. La poveretta lo fissa inebetita.

– Signora, mi ascolti … Perdonerà il manovratore della macchina schiacciasassi? Termina qui la nostra telecronaca diretta dal posto della sciagura. A voi, studio …”).

Una varietà di scritture (taccuini, viaggi, lettere, ricette, memorie) a formare un sistema, un unicum complesso ed originale da leggere tutto d’un fiato anche se non di un unicum indivisibile si tratta quanto piuttosto di tanti singoli unicum (Buzzi amava perdersi nei frammenti e da tanti, tantissimi frammenti è composta lucidamente la sua prosa) dissonanti tra loro all’apparenza ma invece composti come un insieme organico e sinfonico.

Ed è in questa preziosità di stili e di contenuti, in questa precipuità unica che obbliga a leggere compulsivamente assecondando la necessità della lettura, necessità che si scontra con la speranza che le pagine, ed il piacere che donano, non finiscano mai temendo il senso di vuoto e di abbandono che, inevitabile, assalirà al termine della lettura, che, per me almeno, si può trovare una risposta al quesito iniziale su cosa fa di un libro un buon libro. E se infine volete un consiglio, tenetene una copia di questo “Aldo Buzzi – tutte le opere” sul comodino a portata di mano e apritelo con parsimonia, qua e là, senza seguire il susseguirsi cronologico delle pagine. Un mondo affascinante, affabulatorio e intimo vi si aprirà davanti gli occhi.

Chiusura, clausura, riapertura, ripartenza: se abbiamo imparato a fare senza di qualcosa,  impariamo ora a cambiare, a  trasformare e  migliorare le nostre azioni e le nostre abitudini con quel “senza” trasformato in “opportunità”. Esempio? Il mio pallino, o uno dei miei pallini: il traffico da spostamento quotidiano, il pendolare. Mamma mia che tristezza il pendolariato. 

 “Di quello che non c’è si fa senza”, diceva mia nonna Clotilde, saggia donna di campagna che amministrava una tribù agricola di una quindicina di persone. E se mancava qualcosa per il pranzo o per la cena s’inventava qualcosa cogliendo dall’orto quello che la terra al momento offriva. Zucchine e pomodori, patate e insalata a volontà. Con 40 galline erano assicurate le uova fresche per tutti e non c’era bisogno d’andare al supermercato a comprare qualche etto di prosciutto e con esso qualche etto di plastica e cartone, da buttare.  Oddio sto cedendo al poemetto nostalgico. Mi riprendo.

Mi viene in mente questa frase di nonna Clotilde a proposito di quello che non abbiamo avuto a disposizione nei periodi seri di clausura e di chiusura domestica e cioè  libertà di movimento, corse al bar, code alla banca e camminate senza limiti, e di quello che adesso rischiamo di sprecare, di perdere, cioè l’occasione di cambiare. Di cambiare davvero, non per poco tempo e in superficie, ma in profondità e con costanza. 

Anche il solo nome ti evoca schema, gabbia, costrizione tra code e tempi  lunghi, tra caselli e semafori, tra marmitte e occhiaie. Ma vi siete mai chiesti perché sarà mai necessario pendolare?  Ma è davvero sempre necessario trasportare le nostre stanche membra, o il nostro aitante corpo, poco cambia ai fini del traffico, dalla casa a un posto di lavoro? Siamo sicuri che quelle stanche membra (sparse le trecce morbide sull’affanoso petto) e il corpo aitante siano indispensabili in presenza fisica o non sia meglio considerare anche dopo la pandemia la presenza virtuale, remotata?

Da vent’anni e forse più andiamo ci riempiamo di studi e analisi sul telelavoro. Tele trasporto e intelligenza artificiale, reti neurali e sistemi complessi, schermo a Milano e operiamo con i bisturi a Chicago eppure ci spostiamo da Novoli a Scandicci, da Siena e Vinci, da Gonzaga a Castiglione delle Stiviere, senza chiederci e senza chiedere al sistema se è davvero indispensabile, e non invece basta una voce una video immagine, un pdf, una grazia di registrazione.

A proposito di grazia umana: grazie alla rete, grazie al telefono, grazie a internet, grazie agli schermi, grazie al progresso possiamo fare cose che prima del 1980 non erano nemmeno immaginabili. 40 anni, non 400. Ricordo che nel 1995 si facevano congressi fiduciosi sul telelavoro. Diciamolo: era visto però come un fronte per pochi eletti o per un gruppo di sfigati. No, errore. Doveva essere la frontiera della modernità, ma come al solito abbiamo lasciato che tutto finisse in un congresso o su ingiallito giornale. La pandemia da Covid ci ha costretto a mettere in fila tutte le nostre fragilità operative per ripensare  gesti quotidiani e strategie annuali, e prima di tutto quali azioni possiamo fare senza far girare il nostro corpo cos’ fonte e così ricettacolo, di tutto e quindi anche di virus. Non dobbiamo perdere l’occasione di trasformare la crisi in opportunità, la difficoltà in soluzione. Che tristezza rivedere le code ai semafori, che tristezza incontrare di nuovo gli sfiduciati del pendolariato.  Li vedi: sembra triste aggrottata anche la mascherina che portano.

So che molte aziende stanno ragionando tra leggi, norme e accordi sindacali per proseguire l’esperienza del lavoro da casa per molti dipendenti che non debbono andare tutti i giorni in presenza fisica. Ci vogliono coraggio, lucidità sostegno e cambiamento di paradigma: non un lavoro misurato dal minuto e dall’orario, ma il lavoro valorizzato dal progetto, dalla relazione, dalla consultazione. Che bello il florilegio di videoconferenze anche per discutere di una fattura. Tra Bagno a Ripoli e Pistoia o tra Monzambano  e Mantova, dove le distanze e gli orari si abbattono.

Certo ci vogliono quelle cose dette prima e anche le infrastrutture: ci vuole la rete, ci vuole la connessione. Non possiamo fare video conferenze e lavorare in agilità se accendiamo l’ultimo valido pc e la rete non ci supporta e ci fa vedere a quadrettini o ci fa sentire l’audio dopo cinque minuti. Fanno prima a dialogare gli astronauti in orbita con le centrali di controllo alla Nasa che due  o tre videocollagati in una periferia non servita dalla rete come si deve. Sono magagne che vanno riparate, sono problemi che vanno risolti. Andiamo per i trent’anni di internet tra la gente, facciamo che diventi veramente uno strumento per tutti, proprio adesso che abbiamo l’occasione di trasformare pezzi della nostra vita quotidiana in frammenti di futuro. Come dice giustamente il mio amico Claudio che fa il webmaster di professione, quindi abituato ai collegamenti alle reti alle trasmissioni all’on line e all’off line, uno che è capace di trasmettere partite e messe, quadri e suggestioni, ebbene mi ripete e si ripete: perché  mai un impiegato che abita per esempio ad Anagni  deve fare due ore di viaggio al mattino e due ore di viaggio alla sera per andare a Roma entrare in una stanza accendere un computer per inserire dati di presenza assenza di personale che potrebbe e può immettere comodamente dal computer di casa sua?

E chissà quanti altri esempi ci sono. Lasciamo la strada ai medici e agli infermieri che debbono andare in ospedale e nei centro di cura, lasciamo la strada e il passo a quegli operai, artigiani, professionisti che debbono andare di persona e operare con le loro braccia e le loro gambe. Ma ci sono anche qui dei tabù da abbattere. Abbiamo visto che per i lavori edili e di manutenzione stradale dei cantieri ci sono forme di telelavoro possibile con la realtà aumentata e il tele controllo. Si può lavorare a distanza con la condivisione di schermi e documenti, ci fanno vedere che è possibile  curare un fegato a 4000 chilometri dal paziente, vedere la fibrosi polmonare di una persona ricoverata nell’altro emisfero, consolare un congiunto all’altro capo del mondo. Facciamo che il nuovo concetto di distanza ci avvicini a quel futuro che abbiamo sognato e che adesso un virus nella sua poderosa schifezza ci obbliga a considerare come un comandamento di modernità

“Capire è cambiare. Se non cambiamo vuol dire che non abbiamo capito”.

Quando i giornali e i telegiornali parlano dell’Unione europea lo fanno attraverso una serie di sigle, anglicismi, termini tecnici, che suscitano in noi cittadini e lettori tanta confusione. Anche in questo periodo di emergenza Covid la situazione non è migliorata, anzi! Un susseguirsi ed un rincorrersi di fondi vari, strumenti finanziari, grants, loans, bond, contributi a fondo perduto che avranno indotto molti di noi ad arrendersi e a disinteressarsi al tema.

Proviamo a capirci qualcosa. Intanto abbiamo imparato in questi ultimi due giorni che la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha lanciato un nuovo ambizioso piano europeo di ripresa, “Next Generation EU”. Ripresa che, passando attraverso importanti investimenti green e nel digitale, dovrebbe accompagnare l’UE verso un futuro di prosperità e resilienza alle sfide che si presenteranno. 

Ma di cosa si tratta? Next Generation EU è una strategia che si fonda su tre pilastri: il primo pilastro avrà come obiettivo sostenere gli Stati membri per investimenti e riforme, il secondo quello di rilanciare l’economia dell’UE incentivando gli investimenti privati e infine il terzo punterà sulla capitalizzazione di quanto imparato in questo periodo di crisi. Questi tre pilastri saranno sormontati, se così si può dire, da un timpano trasversale che farà da cornice e che si fonderà su una crescita verde, inclusiva e digitale (mi torna in mente il Trattato di Maastricht e il tempio greco con i suoi famosi 3 pilastri dell’UE degli anni ’90!)

E che fine faranno il MES, il Recovery fund, Sure e tutti quegli altri nomi e acronimi dei mesi e delle settimane scorse? Nell’Unione europea vale un po’ la legge di Lavoisier “In natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, ovvero molti strumenti rimangono lì ma cambiano nome o natura.

Primo Pilastro:

  • Recovery and Resilience Facility (RRF), 560 miliardi ripartiti tra sovvenzioni e prestiti e legati alla realizzazione di riforme;
  • React-Eu, 55 miliardi in più da qui al 2022 per rinforzare gli attuali programmi della politica di coesione (quelli che molti di noi conoscono come Fondi Strutturali);
  • Fondo per una transizione giusta, con una dotazione di 40 miliardi per aiutare gli Stati membri al raggiungimento della neutralità climatica;
  • Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, con una dotazione di 15 miliardi per aiutare l’agricoltura a diventare più verde e sostenibile;

Secondo Pilastro:

  • Solvency Support Instrument, 31 miliardi a disposizione delle imprese e delle regioni europee più colpite dalla crisi, con l’obiettivo di mobilitarne altri 300, per aiutarle ad una transizione verso modelli produttivi più puliti, digitali e resilienti;
  • InvestEU, 15.3 miliardi di euro per progetti e investimenti privati in tutta l’UE;
  • Un fondo per gli investimenti strategici incorporato in InvestEU, con una dotazione di altri 15 miliardi, a sostegno dei settori strategici dell’UE;

Terzo Pilastro:

  • Eu4healt, 9.4 miliardi per preparare la sanità europea a possibili nuove crisi;
  • RescEu, 2 miliardi per rafforzare il sistema di protezione civile a livello europeo;
  • Horizon Europe: 94,4 miliardi a sostegno della ricerca in Europa;
  • Azione esterna, con 16.5 miliardi per interventi nei Paesi vicini, soprattutto per progetti di assistenza umanitaria;

Questi strumenti si andranno ad aggiungere ai 1100 miliardi di euro di bilancio europeo per il prossimo periodo di programmazione 2021-2027, all’interno del quale trovano spazio e risorse molti dei programmi europei a gestione diretta (Horizon, Europa Creativa, Erasmus etc) che ben conosciamo ma soprattutto quelli a gestione indiretta (per semplificare, i Fondi strutturali) che vengono implementati a livello nazionale e regionale. Per intenderci, quei famosi Fondi Strutturali per i quali spesso veniamo richiamati da Bruxelles per la nostra incapacità di programmazione e spesa (con il rischio sempre dietro l’angolo di doverli restituire al bilancio europeo).

Questo, in sintesi, il piano presentato dalla Presidente Von der Leyen lo scorso 27 maggio davanti al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria. Un progetto ambizioso che ora dovrà passare attraverso l’approvazione del Consiglio europeo di giugno, dove alcuni Stati membri (Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia) hanno già annunciato che daranno battaglia. Le prossime settimane saranno molto vivaci e frenetiche, con le vaie cancellerie europee e gli uffici della Commissione europea che lavoreranno per cercare di trovare un compromesso che vada bene a tutti e al contempo consenta all’Unione europea di uscire dall’angolo. Il fatto che gli interventi proposti dalla Commissione europea si inseriscano nel bilancio europeo dovrebbe garantire una maggiore trasparenza e una maggiore sostenibilità del Piano, mettendolo al riparo anche dagli attacchi da parte degli Stati membri o di Corti costituzionali.

Da noi in Italia il dibattito si concentrerà su aspetti, a mio parere, secondari quali se le risorse verranno trasferite sotto forma di contributi o sotto forma di prestiti, sulla presenza o meno di condizionalità, perdendo così di vista l’obiettivo: uscire dalla crisi più forti e dinamici e cogliere l’opportunità di fare quel salto che ci consenta di diventare un Paese con una burocrazia snella. Va da sé, che qualsiasi tipo di aiuto finanziario arrivi dall’UE sarà comunque vincolato alla capacità di programmare e gestire queste risorse nonché di rendicontarle correttamente. Non ci vedo nulla di male, anzi!

Spesso è stato detto che l’Unione europea ha la capacità di uscire più forte dai periodi di crisi. Auspico che questo sia uno di quei momenti. Molte delle scelte che verranno fatte in queste settimane determineranno il successo del progetto di integrazione europea. La crisi attuale ci ha insegnato che da soli non si va da nessuna parte. L’Italia ha bisogno della Germania e di tutti gli altri Paesi europei e viceversa, ma le regole del gioco devono essere cambiate perché gli scenari internazionali e geopolitici stanno cambiando. Un Consiglio europeo ostaggio del veto di un singolo Paese è anacronistico e non aiuta nessuno. Abbiamo un Parlamento europeo eletto da tutti i cittadini europei e una Commissione europea votata dai parlamentai europei, entrambi pienamente legittimati a fare scelte in nome e per conto degli Stati membri nell’interesse non di un singolo Paese e ma dell’Unione nel suo insieme. La congiuntura astrale sembra buona, con Germania e Francia che hanno ritrovato la capacità di guidare e determinare le sorti dell’Europa, indicando la strada anche a quei Paesi che pensano di poter fare a meno dell’UE o che la vedono esclusivamente come un progetto economico dal quale trarre profitto. E forse, il fatto che in Europa ci siano tre donne forti – Merkel, Von der Leyen e Lagarde – in altrettante posizioni di potere mi fa ben sperare per il futuro.

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( per circa 10/12 calzoni)


Ingredienti
Farina 0 250g
Farina 00 250g
Lievito di birra 10g ( se secco 4g )
Latte 250 dl
Uovo 1 sale 10g
Olio extravergine 60dl
Zucchero 1 cucchiaio

Per farcitura
Mozzarella fior di latte 4
Pomodorini circa 10
Qualche foglia di basilico fresco

Per la pennellatura
1 bicchiere di latte e qualche goccia d’aceto

Procedimento
Intiepidire leggermente il latte, sciogliere il lievito ed aggiungere lo zucchero, versare il tutto nella ciotola o nella planetaria ed impastare con la farina e l’uovo, aggiungere poi l’olio continuando ad impastare e per ultimo unire il sale. Impastare fino a completo assorbimento e fare lievitare fino al raddoppio in una ciotola coperta con pellicola in luogo caldo ( forno spento luce accesa). Intanto tagliare i pomodorini e le mozzarelle a quadretti piccoli separatamente e farli sgocciolare. Al momento della farcitura condire pomodorini con olio e un pizzico di sale, aggiungere il basilico spezzettato sottile. Stendere con il matterello l’impatto facendo un rettangolo di circa 3 di spessore, tagliare 10-12 rettangoli, mettere al centro un cucchiaio di pomodoro e qualche pezzo di mozzarella. Avvolgerli su se stessi avendo cura dopo un primo giro di portare gli esterni verso l’interno per evitare la fuoriuscita della farcitura. Appoggiarli un po’ distanziati su di una teglia da forno unta, coprire con pellicola e fare lievitare altri 30 minuti. Preriscaldare il forno ventilato a 160 gradi, pennellate i calzoni con latte e qualche gocci a d’aceto e fare cuocere per 20 minuti. Si possono variare le farciture con prosciutto cotto e fontina, spinaci e ricotta, speck e brie a vostro piacimento.


Buon calzone e buona festa della Repubblica Italiana
Da G & G


Napoleone aveva appena venduto la Lousiana agli Stati Uniti. Aveva deciso che bastava cosi’, che l’Inghilterra sarebbe diventata la prova inconfutabile della sua grandezza agli occhi del mondo intero. Erano gia’ quattro anni che aveva preso il potere, era tempo che tutti capissero che neanche un’impresa riuscita solo ai Romani prima di lui era impossibile per la nuova Francia. Bisognava sconfiggere un nemico prestigioso per incutere timore e rispetto, e poi trasformare quella vittoria nel simbolo piu’ prezioso di tutti. Conquistare l’Inghilterra era cio’ che occoreva fare. Ma le guerre costano, soprattutto se sono combattute contro avversari potenti, e l’Inghilterra lo era.

Anche Napoleone aveva bisogno di soldi, tanti soldi. La Louisiana era Francese ed era lontana. Acri e acri di terra coltivata a cotone a migliaia di chilometri da Parigi. L’Inghilterra invece era li, sull’uscio di casa, isolata da poche miglia di acqua dalle coste di Francia. Tre centesimi di dollaro per ogni acro di Lousiana venduto agli Stati Uniti. Totale, una quindicina di milioni di dollari che, ironia, gli USA pagarono a Napoleone prendendoli in prestito da una banca Inglese.

L’esercito di Napoleone era superiore a quello Inglese sulla terraferma, ma superare lo sbarramento di navi nemiche di Sua Maestà che proteggevano gli approdi più probabili era impossibile.Per trasbordare le truppe sull’altra sponda Napoleone pensò a palloni aerostatici che sorvolassero la Manica. I suoi soldati sarebbero passati sulla testa dei nemici e atterrati nel Kent, ma le correnti contrarie si rivelarono un alleato prezioso per gli Inglesi e il piano dell’attacco via aria fu accantonato per sempre. Nel frattempo minuscole navi da pesca armate di cannoni esploravano dal largo le lande più isolate del Nord Est dell’Inghilterra a caccia di un’alternativa. Lungo la costa del Northumbria cercavano varchi inaspettati da segnalare alla marina Francese, e per questo meno protetti. Gli Inglesi confidavano nelle rocce sommerse e negli approdi perigliosi battuti dal vento gelido che tirava dal mare. Nessuno sarebbe stato tanto temerario da tentare uno sbarco lassu’.

Tutta l’Inghilterra preparava la difesa. Ogni cittadino era chiamato a collaborare, chiunque avesse scorto una nave straniera avrebbe dovuto avvertire le autorita’, e se del caso reagire per rallentare lo sbarco nemico in attesa dei rinforzi. Anche la stampa combatteva la sua battaglia e i giornali diffondevano immagini grottesche del possibile invasore.
Hartlepool era un misero villaggio di miseri pescatori. Nessuno era capace di leggere ma tutti potevano riconoscere i disegni mostruosi che rappresentavano i Francesi.

Quella mattina le barche dei pescatori di Hartlepool erano rimaste nella rada, a mare c’era tempesta e il vento era cosi’ forte che avrebbe soffiato via anche un cristiano. Conoscevano quel mare meglio di chiunque altro. In un giorno cosi’ bisognava restare a terra, punto e basta. Ma inaspettatamente all’orizzonte si presento’ una piccola nave. E chi? Si chiesero tutti. Una folla angosciata si raduno’ sulla spiaggia di Hartlepool. I Francesi. Eccoli, infine!

I bambini di Hartlepool rimasero delusi. Avevano immaginato che nemici cosi’ temuti si presentassero con un vascello immenso armato di mille cannoni. E invece eccoli, su una piccola imbarcazione in preda alla furia del mare e del vento d’Inghilterra. I vecchi osservavano, indecisi su cosa fare. Era chiaro che mai quella barca ce l’avrebbe fatta. Tutto qui? Si chiesero i bambini. La folla resto’ a guardare finche’ quella barca affondo’. Fossero stati amici avrebbero provato a soccorrerli, ma erano Francesi. Lasciarono un paio di uomini sulla spiaggia, cosi’ per sicurezza e se ne tornarono al pub. Il vento si placo’ nella notte, e cosi’ anche il mare. Al mattino frammenti di legno, un paio di cappelli, tre casse vuote, furono spinte a riva. Pochi relitti che testimoniavano la fugace apparizione della nave Francese disgraziata. I bambini si contendevano ogni singolo pezzo come trofeo per ricordare la notte in cui i pescatori di Hartlepool avevano sconfitto Napoleone. Improvvisamente un ragazzino piu’ intraprendente degli altri lancio’ un urlo. Sotto un mucchio di detriti spinto a riva dalla corrente aveva scorto due occhi scuri che lo scrutavano. La spiaggia di Hartlepool si rianimo’, i vecchi si precipitarono. Sollevarono le assi e catturarono un derelitto naufrago francese. Faceva pena. Lo tirarono fuori da dove si era riparato. Era ancora piu’ brutto di quanto avevano visto nei disegni sui giornali. Piccolo di statura, aveva le braccia lunghissime e indossava una uniforme militare rossa con due strisce blu sui lati e le finiture dorate. Certo un ufficiale, decisero i vecchi di Hartlepool. Grandpa, chiese un bambino curioso a suo nonno, ma tu lo hai mai visto un Francese? No, gli rispose il vecchio, ma eccone qui uno! E indico’ quello sgorbio in divisa. Non avrei mai pensato che i Francesi avessero la coda, commento’ il bambino curioso.

I vecchi decisero che l’ufficiale nemico con le braccia lunghe e la coda era una spia, e fosse come fosse aveva diritto a una sorta di processo. Siamo pur sempre Inglesi, pensarono. Lo interrogarono. Chi sei? Cosa cercavate qui? Quanti eravate a bordo? Niente, lo sgorbio in divisa era terrorizzato da quella folla, si rifiuto’ di collaborare e di rispondere alle domande dei pescatori di Hartlepool, che pure indispettiti per l’atteggiamento del Francese ci provarono per due ore.
Impicchiamolo! Decisero infine. Sembro’ a tutti una condanna appropriata per una spia. Lo fecero subito, li sulla spiaggia. Lo appesero per il collo e lo guardarono morire. Quando il corpo resto’ inerte a dondolare mosso dal vento del mare nord, le braccia della spia Francese sembrarono ancora piu’ lunghe.

Quella fu la volta in cui i pescatori di Hartlepool per errore impiccarono una scimmia scambiandola per una spia di Napoleone. Del resto ad Hartlepool nessuno aveva mai visto un Francese e nessuno aveva mai visto una scimmia! Chi avrebbe mai pensato che era la mascotte della nave? Il fatto di avere la coda non basto’ a salvarla.
Ancora oggi gli abitanti di Hartlepool sono chiamati “The monkey angers”. Nel 2002 il candidato sindaco fece campagna elettorale travestito da H’Angus the Monkey e uso’ lo slogan “free bananas for schoolchildren”. Fu eletto per due mandati successivi. Gli scolari di Hartlepool non hanno mai ricevuto “free bananas”.


Ingredienti:
500 g farina tipo 0
36 g zucchero
10 g lievito di birra fresco
70 g burro
220 g latte
1 uovo
1 cucchiaio di sale
Per la pennellatura prima della cottura, 1 rosso d’uovo con qualche goccia d’aceto


Procedimento
Intiepidire poco poco il latte, versarlo in una ciotola p, unire lo zucchero ed il lievito sbriciolato, frustare per alcuni minuti aggiungere l’uovo e continuare a mescolare. Continuare unendo la farina setacciata un po’ alla volta, dopo averla incorporata tutta unire il sale, mescolare ancora qualche minuto ed aggiungere il burro a pezzetti e continuare a mescolare fino
al completo assorbimento del burro, l’impatto risulta un po’ morbido (potete usare anche la planetaria).
Fare poi lievitare in una ciotola coperta con pellicola in un luogo caldo (forno spento, luce accesa) per circa un ora e trenta o comunque fino al raddoppio del volume. Versare il tutto sul tagliere mettendo sotto un po’ di farina, senza impastare nuovamente fare un tubo da cui poi ricaverete circa 12 pezzi, stendere ogni pezzetto con il matterello creando una spianata lunga, arrotolarla su se stessa per creare il panino. ( l’impatto risulta un po’ colloso, ma non aggiungere troppa farina) Posizionare tutti i panini su di una placca da forno con carta da cottura, coprire con la pellicola e fare raddoppiare ( circa 15-20 minuti)

A questo punto, pennellare con il rosso d’uovo stemperato con qualche gocci d’aceto. Scaldare il forno e cuocere a 170 gradi ventilato per 15/20 minuti.

Sono ottimi per le vostre colazioni dolci, ma perfetti con farciture salate per le occasioni che desiderate.

Buon Pane

da
G & G

Cosa fa di un libro un bel libro? Qual’è il motivo per cui un libro, sia esso romanzo, saggio, fumetto, reportage, biografia, ecc… cattura l’attenzione del lettore e rimane nella sua memoria e nel suo bisogno?

Ognuno, mi rendo conto, potrebbe dare risposte diverse a seconda del proprio sentire,

Io, ad esempio, rifuggo dai libri che hanno troppo successo, i cosiddetti bestsellers come da quelli che trovano motivo d’essere dalla vita riflessa delle presentazioni in TV, dei premi strombazzati, delle pagine e pagine di pubblicità, prezzolate of course, su quotidiani e riviste specializzate e non.

Per dire: Philip Roth è senz’altro uno dei grandi, grandissimi, scrittori contemporanei, da sempre considerato il più titolato ad insignirsi del titolo onorifico di GrandeScrittore del GRA (Grande Romanzo Americano) ed oggettivamente alcune sue opere, vedi “Everyman” o “Pastorale americana”, pur non potendo minimamente ambire al titolo di G.R.A. (che l’autore stesso, forse autoironicamente utilizza come titolo per un suo lavoro del 1973, “Il grande romanzo americano” appunto) sono buoni libri, forse ottimi, ma gli altri, dai, diciamolo non vergognandoci di ricordare la corazzata potiomkin di Fantozzi/Villaggio, che palle; e Salman Rushdie, sarà anche stato insignito del Booker Prize per “I figli della mezzanotte” (un piccolo/grande plagio de “Il tamburo di Latta” di Grass), ma vorrei conoscere qualcuno che sia riuscito a leggere fino in fondo “I versetti satanici”, il romanzo (a grandi linee ispirato a “Il maestro e Margherita” di Bulgakov) che gli ha garantito notorietà imperitura, non fosse altro per la fatwa lanciata su di loro (autore e libro) da Khomeini; ancora, Amélie Nothomb sarà pure l’enfant (ex) terrible della letteratura di lingua francofona, seguitissima, amatissima, pubblicatissima (18.000.000, diciotto milioni, di copie vendute) ma che qualcuno mi citi al volo due titoli della sua corposissima ancorché sconosciuta ai più bibliografia;

annovero poi amiche (e amici) cui si illuminano gli occhi al solo sentire nominare “Shantaram” di Gregory David Roberts summa massima e raffazzonato compendio di inverosimili scempiaggini spacciate, dall’autore, come biografiche per cuori palpitanti (c’è anche la scena, come da contratto, ambientata sull’esotica spiaggia romantica con la bellona di turno che, il corpo stillante gocce di mare e umidosa sensualità, abbandona l’eroe che si vorrebbe fascinoso sulla battigia e che non può non far ricordare la pubblicità di Flag, il profumo di VannaMarchi in cui un fustone a torso nudo si allontanava con la bandiera, il flag appunto, in mano e la criniera al vento su uno scalpitante stallone la cui unica pecca era di essere nero e non bianco come da iconografia allora imperante) di chi si lascia facilmente, e felicemente sembrerebbe, suggestionare.

Ci sarebbero poi gli scrittori italiani, quelli famosi, quelli vincitori di premi e capaci di incassi record. Gli Scurati ottimi per chi ami rileggere continuamente la stessa storia (lui, l’autore, è famoso per autocitarsi di libro in libro, anzi per autocopiarsi interi paragrafi se non capitoli), gli accumulatori seriali di premi e riconoscimenti alla Sandro Veronesi (Premio Bergamo nel ’93, Campiello e Viareggio nel 2000, Premio Fregene nel 2001, Strega nel 2006, Prix Femina e Premio Mediterraneo nel 2008, Libro di Qualità nel 2019), gli sponsorizzatissimi Nicola LaGioia e Luca D’Andrea, la romanticamente celata Elena Ferrante e chi più ne ricorda, più ne citi (naturalmente, nessuno è esente da pecche. Nei miei libri del cuore, per dire, compaiono “Triste solitario y final” di Osvaldo Soriano che farebbe storcere ben più di un cipiglio a chi non fosse appassionato di letteratura di genere ed anche “La ballata del mare salato” di Hugo Pratt che altro non è se non un … fumetto).

Arrivato, dopo lunga digressione, al punto di esplicitare finalmente le motivazioni che risolverebbero la domanda iniziale, mi accorgo con sommo disdoro di essermi lasciato trascinare. Del libro di cui avrei voluto dire, cioè, di come per me fosse un grande, grandissimo, libro e del perché, non riesco più, ahi lo spazio tiranno, a parlare. Considererò questo lungo soliloquio, dunque un preambolo a quello. E vorrà dire che mi sarò limitato, per ora, a raccontare più che di ciò che amo, di quello che non mi piace.

Procediamo con le lezioni di pilates di Rossana Mina, ballerina professionista e insegnante di danza e pilates. La lezione di oggi prevede l’utilizzo di un elastico o di una semplice cintura accappatoio e anche una sedia.

Alcuni benefici del pilates

  • Sviluppa la forma fisica in ogni suo aspetto: forza, flessibilità, coordinazione, velocità, agilità e resistenza.
  • Aumenta la consapevolezza del proprio corpo.
  • Migliora il controllo del corpo.
  • Insegna la corretta attivazione muscolare.
  • Corregge postura e allineamento.