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Settembre 2020

Sarà stato il Covid, sarà stato che era difficile andare all’estero, sarà stato il bisogno di spiritualità, da queste parti hanno visto un incremento di visite e di turisti della devozione che da anni non si vedevano.

La signora bionda seduta sulla panchina nel prato davanti all’albergo un po’ stile Tirolo ha gli occhi vispi e curiosi. Magra, veste sobria, giacchetta sulle spalle perché in montagna fa sempre un po’ freschino, guarda i turisti che parcheggiano  l’auto e quelli che scendono coraggiosamente con le moto e vanno a fare le escursioni.  Ma non sono escursioni solo con scarponi e picchetti per scoprire natura e panorami, sono escursioni spirituali. Sono tante le persone qui alla ricerca di emozioni, di segni di sacro, per fede, cercando lembi di speranza, spinte da slanci di carità. E’ il grande parcheggio di Spiazzi Monte Baldo da dove si parte a piedi o in minibus per andare al Santuario della Madonna della Corona, il più ardito santuario d’Europa aggrappato alla roccia della montagna. Mezzoretta a piedi, cinque minuti in bus. Quest’anno un boom.

Sarà stato il Covid, sarà stato che era difficile andare all’estero, sarà stato il bisogno di spiritualità, da queste parti hanno visto un incremento di visite e di turisti della devozione che da anni non si vedevano. La signora bionda con la veste sobria e l’incedere elegante scruta e poi decide di rompere il ghiaccio: “Potete andare a piedi. Io l’ho fatta stamattina all’alba! Si fa bene, sapete. In un’oretta si arriva al Santuario e ci sono tutte le stazioni della Via Crucis per fermarsi e riflettere. E sono bellissime”. Ah, grazie signora per il suggerimento signora. “Si sta bene qui”, aggiunge. E continua: “Che volete io vengo da Mantova, c’è la corriera che porta direttamente qui, si sta bene a Mantova ma c’è caldo, qui si sta meglio, son qui da due settimane. Cosa volete i miei figli hanno da fare e allora io sto qui. Leggo, guardo e quando mi va vado al Santuario”.

E’ un continuo andirivieni di gruppi e coppie e anche di gruppi numerosi. Famiglie al completo, con nonni e nipoti piccoli che chiedono e pregano. Giovani e meno giovani, molti gruppi di anziani moderatamente tali, pronti a fare la discesa e alternare le stazioni della Via Crucis, vere e proprie opere d’arte,  con le finestre sulla Valle dell’Adige e rimanere a bocca aperta. C’è silenzio e rumore, c’è caldo e e c’è fresco: si sentono voci in lontananza e il rombo del motore dell’autobus che si alterna con il clacson per farsi strada e avvertire che arriva. “Sì dai in mezzoretta sei giù”.

14 stazioni e una grande croce che si staglia nell’azzurro del cielo del Baldo. Natura e opera d’arte, scoperta e ricerca, respiro dei polmoni e respiro del cuore. Dopo l’ultima curva si intravvede la facciata del Santuario da un lato incollato alla montagna e dall’altro a picco sulla vallata. Già un miracolo alla vista. E poi quella scalinata, ripida e nel contempo invitante, per arrivare sul sagrato sospeso della basilica che richiama pellegrini, fedeli, curiosi, turisti da tantissime parti d’Italia e del mondo. Tanti veronesi e veneti , tanti sono mantovani, poi ci sono ovviamente e dalla parlata si sentono molti toscani ed emiliani.

Un Santuario appeso.  Ultima galleria, ultimo varco, ci sono il bar e il negozio di articoli religiosi e poche panchine e pochi tavoli per rifocillarsi. Poi su al Santuario. Ingresso contingentato  tutti in mascherina, visita all’altare qualche foto, in ginocchio una preghiera, sussurri e occhiate. Qui ci venne il Papa Giovanni Paolo Secondo nell’aprile del 1988: una visita al Santuario della Madonna della Corona che in molti ricordano ancora oggi dopo tanti anni. Un anno simbolo quel 1988 anche per chi scrive.

Proprio nello stesso anno per l’8 dicembre, Immacolata Concezione, fui mandato dall’allora direttore a seguire il Papa Giovanni Paolo Secondo durante la cerimonia dell’omaggio alla Madonna di Piazza di Spagna. Coincidenze. Il Papa venne in visita al Santuario vicino casa e poi per lavoro incontrai il Papa pochi mesi dopo nella piazza dove la Vergine Immacolata domina Roma.

E’ così la vita da queste parti. I pellegrini continuano ad arrivare con suore e sacerdoti, con missionari e gruppi di  preghiera.  Pellegrinaggi che si mescolano al turismo, il turismo che diventa ricerca di senso e di spiritualità. Ceri, candele, ricordino, rosario e poi di nuovo alla curva dove passa il pulmino per tornare su al piazzale dove tutto è cominciato. Torniamo anche noi. Cerchiamo lo sguardo della signora che ci aveva fatto da guida ma non c’è.  Il tempo di assaggiare una polenta con funghi e  formaggi perché il posto aiuta e un goccio di rosso veronese in abbinamento e l’atmosfera è proprio quella del pellegrinaggio diffuso. Dove tutti si sentono parte di una grande comunità anche se non si conoscono anche se si incrociano per la prima e ultima volta.

Passa  un’oretta e ricompare la signora dalla veste sobria e dallo sguardo lieto. “Avete fatto la camminata”, ci dice felice, “vero che è bello? Anche io la faccio alla mattina. Eh sono qui da settimane” Prendo coraggio e un po’ sfrontato chiedo Signora posso domandarle quanti anni ha? “Certo. Ne ho 92”.  “Eh sa com’è i figli lavorano, il caldo, la città. Qui si sta bene”.

Ci sono momenti in cui improvvisamente la vita è più poesia di una poesia.

Voterò NO e lo farò per un semplice motivo: sono allergico e nauseato dalla retorica qualunquista e anti-politica che pervade – fino a farla diventare quasi un elemento antropologico – il nostro Paese.

Questa riforma è stata portata avanti e promossa partendo da una logica punitiva nei confronti di una categoria – quella politica – che a detta dei sostenitori “merita di essere tagliata”.

La Costituzione usata – ancora una volta – come oggetto di propaganda elettorale; come strumento di promozione del giudizio del “tribunale popolare” contro la “casta”.

Una riforma nata con questa premessa, costruita su queste basi, non può e non potrà mai essere utile al Paese, né servirà a “sfamare” la voglia di vendetta della “società civile” nei confronti di quella “incivile”.

Voterò NO nonostante la posizione favorevole dell’intera compagine governativa e delle forze di centro-sinistra che la sostengono. Forze che in nome della realpolitik – o perché convinte di poter sfruttare a proprio favore il vento populista – negli ultimi 25 anni hanno promosso e/o appoggiato riforme devastanti per la qualità della nostra democrazia, mal celando una subalternità culturale e politica disarmante:

  • l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che ha aperto la strada ad una stagione in cui le lobby e i facoltosi avranno molte più capacità di influenzare i processi decisionali;
  • la riforma/abolizione delle province che in nome dell’efficientamento e del taglio alle poltrone ha dato vita ad un periodo – in molti territori non ben precisato – di riorganizzazione delle responsabilità amministrative e di giochi di potere per le nomine a cariche politiche di secondo livello dai risultati enigmatici;
  • La riforma del Titolo Quinto che strizzava l’occhio alla voglia di federalismo delle regioni del nord e che ci ha consegnato 20 anni di conflitti di competenze tra regioni e Stato centrale senza tra l’altro placare la voglia di indipendenza delle “regioni virtuose”.
  • La riforma del lavoro e l’abolizione dell’articolo 18, riuscendo in quello in cui non era riuscito neanche Berlusconi all’apice del suo potere;

Senza contare lo schianto clamoroso sulla riforma costituzionale “renziana”, anche in quel caso promossa e propagandata all’esterno come la riforma del “taglio”: di poltrone, di costi, di competenze ed istituti inutili.

Votare NO domenica e lunedì prossimi non significa essere contro una riforma del sistema politico e istituzionale del nostro Paese che anzi per molti aspetti è urgente e necessaria.

Significa sottrarsi alla logica del “Noi contro Voi”, del “Popolo contro la casta” che ha generato e continua a generare mostri in un circolo vizioso che sembra quasi impossibile da invertire: oltre a promuovere le carriere politiche di personaggi discutibili, quali mirabolanti risultati hanno portato anni di campagne denigratorie di grillini e “movimenti civici”? Le rottamazioni renziane? Gli “Occupy PD”? I Girotondi? L’anti-politica berlusconiana?

Votare NO significa sottrarsi alla logica per cui se l’attuale classe politica è in gran parte inadeguata alle esigenze e alle sfide del Paese allora significa che la Politica non serva: e non mi soffermo neanche sul fatto che quei politici sono eletti da noi.

Votare NO significa sottrarsi – ancora una volta – alla retorica della “Società Civile” che si contrappone alla Politica: la realtà è più complessa di un film della Walt Disney.

La “società civile” non è composta solo di “brava gente”: la società civile è gli assassini di Willy, è le centinaia di femminicidi commessi ogni anno, è il sistema Palamara, è i carabinieri di Piacenza, Villa Inferno, i professionisti al servizio della criminalità organizzata e così via.

Delinque e resiste a sé stessa ogni giorno.

Votare NO significa essere consapevoli che questo Paese avrà qualche possibilità di salvarsi e di crescere solo quando si avrà la forza di promuovere un progetto collettivo, che non si basa sui poteri di qualche superuomo o pifferaio magico, ma che chiama in causa tutti e le responsabilità di tutti.

Quel giorno, se mai ci sarà, si potrà costruire solo grazie alla Politica.

Tante ragioni per il “no”, una per il “sì”

Sì. No. Mah. La risposta che verrebbe più naturale è la terza, ma sulla scheda l’opzione non c’è. O meglio, il “mah”, espressione di incertezza, dubbio e anche di rassegnazione, di fatto si concretizza standosene a casa il 20 e 21 settembre. E molti lo faranno dando un altro colpetto alle istituzioni democratiche e, concretamente, contribuendo a rafforzare l’idea che “tanto sono tutti uguali”, “tanto non cambia mai nulla”, “tanto i cittadini non contano nulla”. Domenica e lunedì infatti conterà molto l’affluenza. Nelle regioni dove si rinnova anche il Consiglio regionale sarà sufficiente, nei Comuni dove si vota lo stesso, nel resto d’Italia sarà dura. Anche l’influenza, intesa come lo spettro del Covid, farà la sua parte. Ancora di più lo farà l’influenza di questo voto sullo scenario politico: Governo, maggioranza, Pd, Cinque stelle per arrivare fino al candidato/a sindaco di Bologna. Il bello del voto, di qualsiasi voto, in Italia è questo. Non si vota mai solo per l’oggetto che sta scritto sulla scheda. C’è sempre un doppio, triplo significato della nostra crocetta .

Stavolta più che mai. Col “no” si indebolisce Conte, Zingaretti, il Pd, l’alleanza giallo-rossa. E’ la lettura più semplice e più gettonata. E’ una preoccupazione vera, ma per il Governo e per il Pd i guai arriveranno dai risultati delle Regionali. Una eventuale vittoria del “no” verrà assorbita perchè in fondo sarebbe la rivincita dei cittadini praticamente contro l’indicazione di tutti i partiti. Una debacle alle Regionali, il famoso sette a zero, ma anche la sconfitta in Toscana, quelle sì che farebbero tremare l’alleanza giallo-rossa. Sgombrato il campo da secondi e terzi fini, il voto “no” è un messaggio forte e preciso: crediamo in una democrazia rappresentativa, crediamo nella Costituzione, crediamo che i partiti siano un perno fondamentale della democrazia. Crediamo che i partiti debbano cambiare dentro, non fuori. Cioè, un “no” al lifting grillino, cioè no a tagliare un po’ di posti per poi continuare come prima. Un “no” alla demagogia di un partito che ha cavalcato l’onda della delegittimazione della politica.  

Tra i tanti motivi per dire “no” ne aggiungiamo due molto semplici, quasi banali. Senza scomodare la Costituzione, la Democrazia, il Governo. Un “no” come una piccola-grande lezione dei cittadini ai partiti, ma soprattutto alla sinistra, quella che ci sta a cuore. Smettete di fare gli ipocriti, smettete di far finta di lisciare il pelo all’opinione pubblica senza mai affrontare il problema del vostro funzionamento, della vostra democrazia interna, smettete voi di fare la casta e non raccontateci che basta ridurla numericamente, smettete di raccontarci che il risparmio sarebbe lo stipendio di 300 parlamentari. Il secondo è un “no” d’istinto, una lezione per i Cinque Stelle. In questo anno di governo con la sinistra avete detto sempre e solo “no”. No alla cancellazione dei decreti sicurezza, no al Mes, no all’alleanza con la sinistra alle regionali quasi ovunque. No addirittura in Regioni che saranno regalate alla destra. Adesso allora beccatevi il mio “no”.

Non si può però chiudere senza lasciare il beneficio del dubbio. Anche il voto “sì” ha tante ragioni. E i sostenitori le hanno spiegate più o meno bene e in modo più o meno convincente. Anche qui, banalmente e a proposito di influenze, aggiungiamo una ragione in più. Anzi tante. Voto “sì” perché altrimenti: Calenda, Renzi, Saviano, Meloni, Sallusti, Gori e la sua giunta, Molinari, Draghi, Repubblica, Salvini, Orfini, Bonaccini…

Spiaggia libera. Quest’anno va così. Bisogna mantenere le distanze. I bagni, quelli con i lettini, sono affollati. Per cui, dopo una discussione per niente democratica in famiglia, dove non ho quasi diritto di parola, si decide che il mare si può fare ma solo in sicurezza. Ti armi di ombrellone, sedie e vaghi alla ricerca, nella spiaggia libera, di una porzione di sabbia tutta per te, ovviamente a debita distanza da tutti. Poi incomincia l’opera, manco fosse lo stretto di Messina, di innalzare l’ombrellone. Una sudataccia. Esausto corri verso il mare, non vedi l’ora di buttarti dentro l’acqua e di fare una nuotata alla Montalbano. Prima, però, dai uno sguardo al tuo ombrellone. Lo vedi è l’unico storto, sai che basta un lievissimo colpo di vento e cadrà inesorabilmente per terra. A quel punto non ti rimane che sperare che la scienza trionfi trovando un vaccino sicuro ed efficace.

Ugo Rau

Sono le passeggiate al lago.

Sono i racconti dei castelli, quelli veri e quelli immaginari.

Sono gli abbracci sopra e i sussurri sotto le coperte.

Sono le ore passate a guardarti giocare e i minuti passati a rispondere alle tue domande su come ci si trucca.

I momenti in cui ti stavamo aspettando ed i momenti a ragionare sul futuro.

Sono le chiacchierate con i nonni davanti lo schermo di uno smartphone; sono le gite in campagna, le estati al mare e gli inverni davanti al cammino.

Sono i costumi di “Mimmi” inviati dallo zio e il pianoforte rosso dell’altro zio.

Sono i gelati “giganti” di cioccolato “chiaro” e fondente; le caramelle al ‘ciuccio’; il melone che mangeresti a vagonate e che non hai mai accettato non mi piaccia.

Sono gli attimi in cui gelosa vi guardo con papà cantare tutto il ‘vostro’ repertorio Disney e quelli in cui mi chiedi di interpretare “Кога сонцето заоѓа”…

Sono i pranzi e le cene durante le quali ti addormenti in braccio e gli aperitivi il venerdì sera con aranciata e patatine.

Sono i tuoi racconti di avventure con i cugini macedoni e le giornate rubate allo zoo di Skopje.

Ogni volta che ti presenti ad una persona completamente sconosciuta e ogni volta che delicatamente ti inserisci in un gruppo di bambini senza problemi.

I tuoi continui “rimproveri” da piccola perfezionista.

Il tuo spirito indipendente, la tua sincerità infantile, la vanità innata.

La fortuna di vederti crescere sempre più curiosa e dinamica nella sfortuna generale del lock down.

Di tutto questo e di tante altre cose io sono grata.

“Io purtroppo nella mia vita ho visto come si comincia a odiare qualcuno e come si insegna a farlo, mettendo prima la persona in ridicolo, poi facendo del bullismo e, dalle parole violente, si può passare ai fatti, arrivando a uccidere qualcuno” 

Sono parole di Liliana Segre che oggi compie 90 anni.

All’età di 13 anni venne deportata dal binario 21 della stazione Centrale di Milano al campo di concentramento di Auschwitz, dove fu separata dal padre che non rivide mai più.
All’ arrivo nel lager ricevette il numero di matricola 75190, che le venne tatuato sull’avambraccio e per circa un anno fu messa ai lavori forzati.
Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, lei fu tra i soli 25 sopravvissuti.

“Noi sopravvissuti siamo soprattutto il nostro numero. Prima del mio nome viene il mio numero: 75190. Perché non è tatuato sulla pelle, è impresso dentro di noi, vergogna per chi lo ha fatto, onore per chi lo porta non avendo mai fatto niente per prevaricare; essendo vivo per caso, come lo sono io”.

Dopo la fine della guerra, e per ben 45 anni, non parlò, nemmeno in famiglia, delle atrocità dell’Olocausto e delle dolorose vicende personali. Oggi prosegue la sua missione di testimonianza soprattutto nelle scuole e con i giovani. Le sue parole raccontano l’orrore della persecuzione degli ebrei, della deportazione e dello sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento.

Ed è proprio nell’intervista del 30 agosto scorso rilasciata al Corriere della Sera, è proprio ai giovani che fa un appello:
“Cari ragazzi, tocca a voi. Prendete per mano i vostri genitori, i vostri professori. In questo momento d’incertezza prendete per mano l’Italia”.

In un momento in cui troppo spesso assistiamo a fenomeni che si ripropongono in forme diverse, ma con lo stesso carico di orrore, quello che non possiamo permetterci sono le amnesie.

Grazie infinite a lei, Senatrice Segre per l’esempio, per non smettere di raccontare, perché nulla vada dimenticato. Per L e parole scelte con estrema cura, per essere sentinella, punto di riferimento. 

Che il suo esempio possa arrivare a tutti.

Buon compleanno!

E chi non volesse salire sui colli per godere un po’ di aria fresca magari accompagnata da buon cibo ed ottimi vini (ce n’è di gente strana, ma c’è anche chi non può materialmente farlo).

Ed allora? Dovrebbe pensare ad un’estate tra le mura domestiche, rintanato per tentare di sfuggire l’afa incombente?

Ehi, siamo a Bologna, non scherziamo.

Trovare un’oasi di fresco e di bien etre anche senza dover per forza muovere l’auto o inforcare il sellino, arroventato, della moto, è possibile e praticamente senza neanche valicare il confine della comfort-zone dei viali.

Parliamo di due situazioni, dissimili all’apparenza ma alquanto omogenee almeno per ciò che riguarda lo spirito che le anima e che spinge i rispettivi ideatori a regalare alla cittadinanza spazi di vero e proprio relax.

La prima che ci piace segnalare è una new entry nel panorama delle offerte bolognesi.

Seguendo le orme di quel “progetto di socialità, aggregazione e cultura” che fu alla base, gli anni scorsi, del GuastoVillage, Giacomo Berti Arnoaldi Veli, Renato Lideo, Maurizio Cecconi e Giorgio Aquila hanno creato, dal nulla, BorgoMameli che sorge nell’area di quella che è l’ex birreria della caserma ottocentesca Mameli a Porta San Felice.

Un piccolo “borgo”, appunto, dove, a ricompattare il  legame con il GuastoVillage, tra i muri pastello e il fascino retrò del giardino hanno trovato posto anche alcuni dei container che caratterizzavano quella esperienza.

Come si conviene ad una realtà che vuole fare della socialità diffusa il proprio marchio di fabbrica, non di solo food (anche se di ottima qualità: la ristorazione è infatti affidata, in tre distinti corner, a FuocoVivo con la carne della Macelleria Zivieri, pesce di qualità e verdure bio, a Convivio con piatti della tradizione e a Ranzani 13 con le sue pizze) vivranno le serate di BorgoMameli (aperto tutti i giorni dalle 18.00 all’1.00. Tutte le info e il calendario su www.borgomameli.it): sono infatti previste mostre di foto e mini rassegne teatrali, concerti jazz e soffusi djset, format interattivi e musicali.

Il secondo spazio caldamente consigliato è invece un classico dell’estate bolognese: “MontagnolaRepublic” si è infatti riappropriata degli spazi tradizionalmente a lei riservati all’ombra dei grandi platani monumentali fin dalla metà dello scorso mese di luglio e sino a fine settembre (quando si terrà il Festival di cinema, fotografia e arte ispirati al mondo della bicicletta “Visioni a Catena” organizzato da Dynamo – La Velostazione) ospiterà nelle due aree dedicate (la prima per gli spettacoli e i concerti dove tradizionalmente si è sempre svolta la manifestazione e la seconda dov’è il nuovo bar di fianco alla Tensostruttura del Parco) un fitto calendario che prevede (tutti i giorni dalle 16,00 alle 01,00) una programmazione musicale gratuita curata, per il terzo anno consecutivo, dal Circolo Arci Binario69 (al quale è affidata anche la parte bar e ristoro).

Saigon. Cazzo. Sono ancora soltanto a Saigon. Ogni volta penso che mi sveglierò di nuovo nella giungla …

Quand’ero qui volevo essere lì. Quand’ero là, pensavo solo a tornare nella giungla. Adesso sono qui da una settimana… in attesa di una missione, mi sto lasciando andare …

La stanza si fa sempre più piccola: più guardo la pareti più mi si stringono intorno …

A condurre la guerra era un gruppo di clown con quattro stelle che avrebbero finito per dar via tutto il circo …

Io volevo una missione, e per scontare i miei peccati, me ne assegnarono una …

Se leggendo “Dispacci” vi viene in mente li delirio (mentre in sottofondo troneggia “The End” dei Doors) di Martin “capitano Willard” Sheen nella scena iniziale di “Apocalypse Now”, non c’è  nulla di strano.

Michael Herr, infatti, autore di questo unico romanzo, un romanzo peraltro straordinario ed imperdibile, un romanzo/pamphlet che, insieme forse al solo “Il segno rosso del coraggio” di Stephen Crane, viene considerato il più alto atto d’accusa contro la guerra ed al contempo la miglior testimonianza della insensatezza della stessa (“… era un ragazzo alto e biondo del Michigan, probabilmente sulla ventina, benché non fosse mai facile indovinare l’età dei marine di Khe Sanh dal momento che nulla di simile alla gioventù si conservava a lungo sui loro visi. La colpa era degli occhi: perché erano sempre tirati o spenti o semplicemente assenti, non c’entravano mai niente con ciò che faceva il resto del viso, e questo conferiva  a tutti quanti  un’aria di estrema stanchezza oppure di balenante follia …”), fu coinvolto da Oliver Stone nell’avventura di Apocalypse Now come sceneggiatore salvo poi ritrovarsi citato in una pagina speciale dei titoli di coda come autore della “narrazione” con ciò intendendo i “fuori campo” di Martin Sheen/Willard che risale il fiume attraverso la Cambogia per andare ad eliminare il colonnello ribelle Kurtz/Brando, quella voce fuori campo senza la quale il film risulterebbe praticamente incomprensibile. Lo sceneggiatore comunque lo farà, adattando il romanzo di Gustav Hasford “Nato per uccidere” per il “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick).

Affermando una volta di più il talento dell’uomo che scrisse un unico libro, ma che libro fu quel libro.

Ingredienti x 4 porzioni

Il cuore di un sedano bianco 300g circa
Aglio 1 spicchiò
Parmigiano 50 g
Arachidi 50 g
Olio evo qb

Ceci lessati 100g
Cipollotto 1

Pasta 400 g

Procedimento
Per prima cosa mettere la sera a bagno i ceci , la mattina seguente lavarli e lessarli in acqua, una volta cotti , stufarli in una padella con il cipollotto a fettine e regolarli di sale  (ci sta molto bene un po’ di peperoncino fresco ma a piacere ).

Per il pesto, dopo aver pulito e lavato il sedano tagliarlo a fettine, salarlo, spruzzarlo con qualche goccia di limone e farlo marinare una mezz’oretta .
Poi metterlo in un mixer con l’aglio, il parmigiano, gli arachidi, frullare e versare a filo l’olio , correggere di sale, deve essere un impasto bello cremoso ..( si può conservare in un vasetto coperto di olio in frigorifere x qualche giorno).


A questo punto dopo aver cotto la pasta saltarla in una padella prima con i ceci, poi a fuoco spento unire in pesto e se serve per la cremosità, un po’ di acqua di cottura.
Impiantare unendo anche qualche arachide come decorazione.

Il pesto è ottimo anche per guarnire dei crostini di pane !!!

Buon fine agosto da G&G!

Il 22 luglio scorso la Reggiana ha sconfitto in finale playoff di serie C il Bari per una rete a zero e ha conquistato la promozione in serie B, dopo anni di assenza dalla seconda serie del calcio italiano.

La notizia che però ha fatto più scalpore è arrivata dall’esterno del rettangolo verde di gioco e precisamente dal capitano dei granata, Alessandro Spanò

Dopo essere entrato nel cuore dei tifosi del club emiliano, non solo per le sue qualità tecniche ma soprattutto per il suo grande senso di appartenenza, dimostrato sposando nel 2018 nuovamente il progetto Reggiana dopo il fallimento e la ripartenza dalla serie D, il ragazzo, di appena 26 anni, ha scelto di lasciare il calcio giocato per seguire la strada dello studio, più precisamente in una business school internazionale, in cui grazie a una borsa di studio, seguirà gli studi in economia.

Personalmente in questo articolo vorrei analizzare in profondità la sua decisione in relazione al sistema calcistico attuale.

Tutti gli amanti del pallone che hanno praticato questo sport hanno sognato almeno per un momento di calcare i grandi manti erbosi e vivere serate indimenticabili davanti a un corposo pubblico.

Ora, c’è chi, identificandosi nel sistema calcistico attuale, e mostrando senza dubbio le proprie grandi doti sportive, è riuscito ad esaudire il sogno di una vita, potendo così vivere di calcio.

Beh, realisticamente parlando quest’ultimi sono una piccolissima fetta della torta composta da tutti i ragazzi e le ragazze che praticano questo sport.

 Ma Alessandro è stato tra questi

C’è chi, invece, ha sognato si i grandi palcoscenici, ma poi la voglia è andata calando per un’infinità di svariati motivi, e ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo in età giovanile.

La fetta di torta qui è ampissima.

ma come vi ho detto voglio essere molto dettagliato e quindi vado a ricavare in questa ‘’fettona’’, una fetta minore, un sottogruppo.

Ci sono, infatti coloro che, nonostante abbiano talento e passione per questo sport, crescendo perdono stimoli non sentendosi parte appunto del famoso sistema calcistico odierno.

Ma cos’è questo sistema calcistico odierno?

È un modo di vivere, basato sulla valutazione sfrenata, sull’ossessione della vittoria ad ogni costo, sul risultato finale, sulla premiazione di un ragazzo solo ed esclusivamente per le sue qualità dentro il terreno di gioco, senza considerare nè la sua scelta e il suo andamento scolastico, nè le sue eventuali problematiche esterne e tutto ciò che porta alla maturazione di un ragazzo al di fuori del calcio, ma che con il calcio stesso dovrebbe coesistere.

La vita dei ragazzi, sin da piccoli fino ai 30 anni, è basata sullo studio e sull’attività sportiva.

Purtroppo, però, la coesistenza dei due mondi è pressoché impossibile, per una mancata volontà di collaborazione tra le società sportive e il sistema scolastico, dove anche in quest’ultimo la valutazione finale diventa ossessiva e in numerose realtà si preferisce la nozione alla crescita del ragazzo sotto l’aspetto sociale e umano.

Dopo questo articolo, la mia domanda è una sola: perché il nostro Alessandro Spanò, al fine di perseguire un obbiettivo scolastico ha dovuto prendere la decisione, a mio avviso nobilissima, di abbandonare il palcoscenico professionista, la fama e il denaro? Non poteva proseguire ambo le strade?  Purtroppo no, non se ambisci a risultati elevati, nella società di oggi non è possibile portare avanti di pari passo queste due strade al meglio delle tue possibilità e opportunità, e questo è un grosso problema, ahimè difficilmente risolvibile.

Grazie Alessandro per aver provato ad aprire con la tua scelta i nostri occhi e gli occhi di coloro i quali all’interno di questo complesso sistema si sentono realizzati.

“… Avevo una scrivania più piccola e una sedia più scomoda. Alzando gli occhi lo vedevo tossire col suo sigaro e lo sentivo rantolare e cigolare sulla sua sedia girevole. L’ufficio puzzava come un deposito di tabacco dato alle fiamme. Quanto a me, io non fumo. Brutto vizio. Il fumo fa tossire, buca i vestiti, e finisci per puzzare proprio come questo posto. Le donne che fumano, poi, non le sopporto. Non mi piace baciare una che sa di posacenere o di tabacco masticato …”.

Ci sono già stati commessi viaggiatori, postini, piccoli spacciatori, rivenditori di auto usate con una vita da schifo e ci sono già state donne con un mariti violenti, bevitori, vecchi o potenti (ma sempre più dark che desperate).

Abbiamo già visto “La fiamma del peccato”, “Il postino suona sempre due volte”, “Brivido Caldo”, “Palmetto”, “U turn”.

Abbiamo già amato, odiato, compreso John Garfield e Lana Turner (ma anche Jessica e Jack, of course), Fred McMurray e Barbara Stanwick, Kathleen Turner e William Hurt, Elisabeth Shue e Woody Harrelson o Jennifer Lopez e Sean Penn.

E abbiamo già letto Raymond Chandler, Dashiell Hammett o James M.Cain. Adesso c’è Joe R.Lansdale, adesso c’è “Una cadillac rosso fuoco”.

Che bisogna leggere.

Perché è cinema allo stato puro. Perché è noir all’ennesima potenza. Perché è Lansdale al 100%.

L’attuale più rilevante problema del mondo, che ha la forma di un ancora molto sconosciuto virus, mette in evidenza una necessità per molti versi irrimandabile: l’urgenza di progredire. Non siamo più nelle condizioni, generali o regionali, di permetterci di stare fermi e vedere cosa ci porta il destino. Dobbiamo inventarci anche nel nostro piccolo, famiglia, impresa, borgo, città, comunità, cooperativa, società, forme di urgente progresso. Che non è solo sviluppo.

Ci riempiamo la bocca di “esigenza di sviluppo” ma non è più quello che serve davvero, perché lo sviluppo può essere anche indifferente alla società. L’obiettivo vero è il progresso ovvero un percorso generale di miglioramento che inevitabilmente investa le comunità. E non sono per nulla concetti astratti.

Qualche anno fa in un convegno a San Patrignano sull’economia positiva ho intervistato l’economista Jacques Attali. Ricordo che mi diceva, e lo diceva davanti a mille persone nella grande sala mensa della Comunità di Sanpa, che le scelte di progresso e di miglioramento cominciano in famiglia e a scuola, nel gruppo di amici e in piccole comunità.

Tanti anni fa, credo ne siamo passati almeno 34, Confindustria organizzò a Mantova, Palazzo della Ragione, un incontro nazionale di grande livello e su più giorni con interventi di industriali, economisti, sociologi e tanti nomi di spicco a cominciare dall’allora presidente di Confindustria e della Fiat Gianni Agnelli. Il titolo era: “Innovazione, Formazione, Sviluppo”. Era il 1986, presidente del Consiglio era Bettino Craxi, al Tesoro c’era Giovanni Goria, alle Finanze Bruno Visentini e al Bilancio prima Longo poi Romita. Eravamo nel bel mezzo dei mitici per molti versi davvero mitici anni Ottanta e ci si poneva il problema di innovare, di formare e di creare sviluppo.

Se ci pensate un attimo “Innovazione”, “Formazione” “Sviluppo” sono e potrebbero essere le parole chiave di un seminario nazionale o mondiale anche ora, anche dopo 34 anni. Magico o patetico, a seconda dei punti di vista.

C’è un irrefrenabile bisogno di innovazione che comporta una grande capacità di formazione e ri-formazione delle risorse e dei bisogni e quindi di programmare uno sviluppo che sia sostenibile e inclusivo. Parole di moda e sentite molte volte ma mai davvero applicate in maniera concertata organizzata. Vedo dai vari reperti in rete che quel governo Craxi aveva già un ministro dell’Ecologia: prima Alfredo Biondi e poi Valerio Zanone e vien da pensare anche e questo filone della tutela ambientale e delle politiche per il risparmio energetico e la difesa e valorizzazione della natura aveva già allora, 34 anni fa, una buona posizione nella scala dei valori dell’attività politica.

Eppure se ci pensiamo, nonostante i tanti provvedimenti le svariate leggi in materia, siamo ancora qui a porci il problema di rendere compatibile l’attività umana con la tutela dell’ambiente, le coltivazioni con il clima, mettere d’accordo le acque con il fuoco, il caldo con il freddo, l’acqua alta con la siccità.

Abbiamo sentito parlare di progetti per la modernizzazione del Paese e naturalmente tutte le idee positive vanno bene, in realtà ci sarebbe bisogno anche più modestamente di una scaletta delle urgenze di progresso, i 5 o 6 punti che ogni comunità si deve e dovrebbe dare come obiettivo a seconda dei contesti per contribuire alla modernizzazione. Non credo sia possibile pensare alla grande modernizzazione, se non per i titoli dei giornali, se non ci sono anche tante piccole società in progresso. Comunità in miglioramento, gruppi che segnano l’evoluzione, con coerenza o spaccatura, ma evoluzione di soggetti e di comunità.

E i capitoli di questa urgenza di progresso sono già noti: il lavoro e la sua realizzazione in tempi e contesti diversi dalla solita fabbrica e dal consueto ufficio, la mobilità e i trasporti in tempi di crisi e limitazioni, il nuovo modo di abitare e il concetto di casa borgo e città circolare, l’uso delle risorse primarie e la trasformazione, la circolarità dei beni e dei servizi, le tecnologie e le reti per le ormai indispensabili forme di collegamento e comunicazione a distanza e non a distanza, la nuova sanità tra alta specialità e servizi del territorio e di prossimità sociale, l’assistenza e la custodia delle persone fragili per età o per patologie, le storiche e nuove forme della cultura e del patrimonio da valorizzare.

Se pensiamo di fare tutto questo con schemi identici o delibere fotocopia da Bolzano a Palermo, da Imperia a a Brindisi commettiamo l’ennesimo errore di applicazione e di strategia. Ci vogliono progetti condivisi di area e di aree la cui combinazione porta alla costruzione di una sistema che può raggiungere anche il livello nazionale. Assurdo pensare che a Ravenna ci siano le stesse priorità di Alghero, antistorico ritenere che a Bari ci possano essere le stesse esigenze di Trento.

Prendiamone atto e aiutiamo la singola area a costruirsi la propria scaletta dell’urgenza di progredire. Integrabile e collegabile ma non sottomessa a burocratismi e centralismi.

A cominciare dalla riscossa della rete: non è tollerabile che i paesi di campagna non abbiano internet veloce e che per comunicare in banda larga si debba stare solo in città o paesi più fortunati con antenne vicine.

A cominciare dal riconoscimento che vi sono strade più strade di altre, autostrade più autostrade di altre e che magari le tre corsie in molti tratti non sono più sufficienti e bisogna pensare alle 4 corsie, anzi forse in alcuni punti siamo già in ritardo.

A cominciare dal mercato del lavoro che la pandemia ha rivoluzionato e che ha bisogno di linee guida generali ma sicuramente anche di attenzioni territoriali. L’urgenza del progresso come si vede ha nomi e e cognomi precisi. E’ una questione di progresso ma anche di democrazia applicata.

“… Ensenada. Luogo di pesca, trappola per turisti, nascondiglio per amanti. Hotel sulle scogliere e moli per la pesca sportiva. Moli dei bassofondi pieni di pescherecci da tonni e negozi di esche. Strade con nomi di santi e di despoti …”.

Photo Credits: Marco Grob

Un genio. Sono un genio. Dell’imbecillità. Sono anni che penso di scrivere un noir ambientato nei ’40, subito prima / subito dopo PearlHarbor, una storia di spie e inseguimenti, regolamento di conti e sparatorie liberatorie, messicani coi baffi e giapponesi infidi, poliziotti ammanicati coi nazisti e marines biondi, muscolosi e bamboccioni, vecchi sceriffi con la faccia scolpita nella roccia e bionde che fumano scolpendo nuvolette di voluttà in diner equivoci e bui.

Esistono testimonianze: pagine e pagine di documentazione, di nomi da usare, mappe e piantine di posti esotici, riferimenti per trovare su internet cataloghi di armi e mezzi e velivoli vecchi di settanta anni e più.

Giovanni Zucca, my old pard , tutto questo lo sa bene.

E adesso arriva questo James Ellroy a scrivere una storia ambientata esattamente nei ’40, subito prima / subito dopo PearlHarbor, una storia di spie e inseguimenti, regolamento di conti e sparatorie liberatorie, messicani coi baffi e giapponesi infidi, poliziotti ammanicati coi nazisti e marines biondi, muscolosi e bamboccioni, vecchi sceriffi con la faccia scolpita nella roccia e bionde che fumano scolpendo nuvolette di voluttà in diner equivoci e bui.

E lo fa dannatamente bene, molto, ma molto meglio di come l’avrei mai scritta io.

Estate ormai dirompente con il sole a farla da padrone e un paventato caldo africano in arrivo e voglia, e bisogno, di socializzare dopo i lunghi tempi del lockdown pandemico (che, occhio, passata del tutto non sarà l’emergenza, ma un po’ di sano stare insieme sempre nel rispetto della sicurezza sociale credo davvero sia doveroso regalarselo).

Cosa meglio, allora, che permettersi una serata al fresco dei colli, magari assaggiando golose preparazioni e rinfrescandosi con cocktail sfiziosi o una buona bottiglia di vino?

Ecco quindi una mappa, incompleta of course ma sentitamente ragionata, di quello che ci si può aspettare da una notte in collina sotto le stelle.

Il fienile Fluò

Il luogo del cuore: per me, e per tanti, tantissimi altri, “La Collina delle Meraviglie” – foto copertina – (prenotazione, sempre consigliabile, al 349.1717883) di via di Sabbiuno proprio di fianco alla vecchia Lumiera e che, rispetto alla scorsa estate, presenta solo pochi, piccoli ma significativi aggiustamenti (il bancone del bar, ad esempio, molto più professionale e spazioso) perché il progetto di Fabio Giavedoni, Giulia Guandalini e Giovanni Villa continua a non mostrare crepe od incertezze. Alla circoscritta ma gustosa scelta del menù al solito cucinato nel foodtruck che caratterizza la Collina, si abbinano bottiglie eccellenti (e questo è l’atout davvero importante e vincente) e, novità di quest’anno, una serie di concerti che, iniziata con la  presentazione del nuovo disco e del tour estivo di Federico Poggipollini (lo scorso 30 giugno), vedrà esibirsi sullo sfondo del più bel tramonto che sia possibile vedere il 16 luglio i JusBrothers ed il 30 i LimboTree.

Il fienile Fluò

Il luogo romantico: senza dubbio, “Il fienile Fluò” (prenotazioni allo 051.589636) a Monte Paderno. Romantico, anzi romanticissimo. Sempre che si riesca ad accaparrarsi per l’aperitivo o la cena (ma dal giovedì alla domenica anche per il pranzo) uno dei tavoli sotto il filare di alberelli che nascondono mille piccole suggestive luci bianche sulla scarpata vista calanchi che, davvero, da sola, la vista, vale il viaggio. E per chi non dovesse lasciarsi rapire dalla suggestione, ecco la possibilità di partecipare a “La voce degli alberi” (passeggiata nei boschi circostanti con voce narrante e musica ambiente) o a “Scena natura” una rassegna di cinema, teatro e musica.

The place to be: naturalmente “Ca’ Shin” (anche in questo caso si consiglia prenotare allo 051.589419) a Parco Cavaioni. Che di spazio per ospitare al meglio i visitatori nel pieno rispetto delle regole di distanziazione ne ha davvero tanto (ed infatti lo slogan recita “lo spazio non ci manca e lo useremo al meglio per accogliervi al meglio”). In questo caso la novità corposa e sostanziale, quest’anno è la cucina dello chef Ivan Poletti, un grande delle cucine bolognesi ben conosciuto in città e non solo. Per il resto, lo spazioso spazio disponibile è stato suddiviso in quattro zone: la veranda, l’orto-teatro, il forno e La Casetta dove è possibile, tutti i giorni da mezzogiorno all’una, consumare un picnic composti da panini e centrifugati a km 0.

Dal Nonno

Il luogo storico: storico, ed infatti, non c’è persona che abbia orbitato per Bologna in estate anche solo per pochi giorni che non sia stato portato o sia capitato per caso dal “Nonno” (prenotazioni allo 051.589093) in via di Casaglia a poche centinaia di metri da San Luca. Crescentine, salumi, tigelle, sottaceti: il menù è quello classico dei colli bolognesi e l’ambiente è il più vario e trasversale che si possa desiderare.

Il posto trendy: senza dubbio “Adeguati” di quel gran camaleonte della cucina che è Cesare Marretti. Per il terzo anno su per Roncrio, in quello che era il dehor della storica “Taverna della scimmia” (ma si va a scavare nella preistoria dei ricordi dei biassanot bolognesi) si va, dopo aver rigorosamente prenotato al 348.8402559, per inusuali piatti alla brace e pizze gourmet nel forno a legna.

Un recente studio di Deloitte evidenzia aspetti legati alla Generazione Z e ai millennial interessanti.

Ancora una volta la maxi fascia anagrafica che va dagli 11 ai 39 anni disegna un futuro green per il nostro pianeta. L’80% chiede a governi e imprese investimenti massicci per la salvaguardia ambientale, collocando l’attenzione e le politiche verdi come punto qualificante di rinascita post lockdown. Certo, ciò che balza agli occhi è al contempo la forte preoccupazione per il futuro, mai così incerto, mai così precario e nebuloso.
In Italia, i millennial per il 45/47 % e la Generazione Z per il 47/48 % si dichiarano ansiosi. Al centro di questo stato ansiogeno le preoccupazioni per il lavoro, per la salute mentale e fisica.
Proprio le generazioni alle quali affidare le sorti del mondo, vedono questa fase incerta e opaca. La visione strategica di un pianeta più sostenibile, viene increspata dalle nebbie della paura e delle insicurezze.
Ora, lungi dal proporre una retorica giovanilistica, che non ha mai prodotto nulla di buono, rimane tuttavia un vuoto, una questione ancora irrisolta.
Chi ha ora in mano le sorti del Paese e dell’Europa, ha in mente una prospettiva? Proprio quella prospettiva della quale i giovani europei e non sono i più diretti interpreti. O meglio, ciò che si mette in campo oggi, è strettamente connesso ad un progetto per il futuro?
Recovery fund, Mes, Piano di Rilancio, politiche attive per il lavoro, Next Generation EU, hanno l’ambizione oltre che di “salvare” l’oggi anche di costruire il ponte verso il domani, oppure tutto si esaurirà nello spazio di un Consiglio Europeo?
Presto cominceremo a capire se alle domande seguiranno le risposte.

( x due teglie di ferro 30 x 45 )


Ingredienti
Farina 0 – 1 kg (forza elevata. Se non trovate sulla confezione la W, controllare il contenuto di proteine – più è elevato, più la farina ha forza)
Lievito di birra fresco g 6
Sale g 22
Zucchero, un pizzico
Olio evo, 1 cucchiaino
Acqua 750g + 50 g+ 50 g
Suddivisa in tre step …
Farina di semola grano duro per la stesura

Per il condimento
Pomodoro pelato a pezzettoni
Mozzarella fior di latte
Farciture, a piacere
Origano

Procedimento
Dopo avere setacciato la farina metterla in una ciotola e versarvi il primo step di acqua dove al interno va stemperato il lievito con il pizzico di zucchero .. mescolare con la forchetta ( il composto rimane a straccioni, si chiama idrolisi per ottenere un impasto bello elastico), coprire con la pellicola e far riposare una mezz’ora .. a questo punto unire il sale e il secondo step di acqua , mescolando con le mani dal basso verso l’alto energicamente  (creando voi una sorta di braccio impastatore).

Far riposare coperta ancora 20 min e passare ad aggiungere l’altra acqua e impastare nello stesso modo senza toglierla mai dalla ciotola. Far riposare ancora 20 min e iniziate a dare le pieghe .. alzando, tirando verso l’alto e facendo ricadere su se stesso  e piegando a fagotto l’impasto fino a che non riuscirete più. Coprire ancora e far riposare 20 min, ripetere l’operazione un altra volta e poi riporre in frigorifero per almeno 24 ore.

Passato il tempo troverete l’impasto lievitato e pieno di belle bolle, dividere in due l’impasto chiudendolo a fagotto senza reimpastare e fatelo lievitare coperto in i recipiente cosparso di farina di semola. Dopo circa un oretta, sul tavolo cosparso di semola, capovolgere l’impasto e stenderlo con i polpastrelli partendo dal esterno e passando dopo al centro creando delle montagnette. Capovolgerlo nella teglia di ferro, lavorarlo bene con i polpastrelli nella parte superiore, cospargere con il pomodoro già condito con olio, sale e un po’ di origano.

Cuocere in forno statico già caldo a 250 gradi per 10/12 min, poi unite la mozzarella e la farcitura che preferite e cuocere altri 3/4 min. Il cotto noi l’abbiamo messo in uscita, ma potete sbizzarrirvi con le varie farciture in uscita o in cottura.

Buona pizza casalinga da G&G!

Se non si è letto Louis L’Amour, Emilio Salgari, Edgar Rice Burroughs o Robin Ervin Howard non si conosce l’avventura.

Certo esistono altri scrittori, più importanti, famosi ed affermati che del romanzo di avventura hanno fatto il loro marchio di fabbrica (il Jack London di “Zanna bianca” o il Robert Louis Stevenson de “L’isola del tesoro”, il James Fenimore Cooper de “L’ultimo dei mohicani” o ancora il Mark Twain di “Huckleberry Finn”) ma i loro romanzi, e di conseguenza i protagonisti delle loro avventure, utilizzano i meccanismi dell’avventura per perorare cause e sentimenti ben più alti (il mito romantico e selvaggio della frontiera e del grande Nord archetipo di antitesi tra civiltà e natura nei romanzi di London o il processo di formazione del ragazzo Jim Hawkins in quello di Stevenson, il canto perduto sulla nativity americana ormai al collasso nel romanzo di Cooper o il passaggio dalla cultura coloniale della Nuova Inghilterra a una nuova, autonoma cultura americana definita con estrema forza e chiarezza attraverso la logorrea gergale di Hucleberry che ha influenzato intere generazioni di scrittori nel romanzo di Twain) personaggi come l’Hoopalong Cassidy di Lamoore (vero nome di Louis L’Amour) e Sandokan di Salgari, Tarzan di Burroughs o Conan il Cimmero di Howard sono la quintessenza pura e semplice dell’avventura fine a se stessa. Essi vivono, lottano, affrontano la morte sempre con il sorriso guascone (il guascone D’Artagnan di Alexandre Dumas, ecco un altro bell’esemplare di eroe fine a se stesso) stampato in viso incuranti se le loro azioni possano avere riscontri nella vita, e nella vita del mondo che li circonda privilegiando la sopravvivenza pura e semplice, il ritrovare un amico perduto, il salvare una fanciulla rapita, appianare una disputa, riparare un torto, punire i malvagi muovendosi ed agendo in una dimensione astratta in cui, parafrasando il titolo di un film degli anni ’70 di Claude Lelouch con Lino Ventura, Jacques Brel, Aldo Maccione e Johnny Hallyday, “L’avventura è l’avventura”.

Trovare i Fenimore Cooper, i Salgari, i Burroughs o gli Howard in libreria non è così semplice: la maggior parte dei loro romanzi sono fuori catalogo, più facile trovarli nei remainder o in piccole librerie specializzate (o in qualche biblioteca che non abbia alienato le vecchie edizioni per seguire le mode del momento).

Un modo, semplice, per avvicinarsi alla loro idea di avventura però esiste. Basta affidarsi a quell’affabulatore compulsivo di Joe R.Lansdale.

Famoso, almeno in Italia, per la serie su Hap&Leonard, la rutilante, improbabile, riuscitissima coppia di detective cialtroni (wasp e “povero bianco” Hap, nero e gay Leonard) che opera nel Sud del Texas, le sue opere migliori sono quelle che raccontano l’America dei tempi che furono, indecise tra romanzo di formazione ed elegiaca e nostalgica chanson de geste (“Tramonto e polvere”, “La sottile linea scura”, “In fondo alla palude”, “L’anno dell’uragano”, “Cielo di sabbia”, “Acqua buia”) ambientate tra l’inizio degli anni ’30 e la fine dei ’50, l’età d’oro del sogno americano così spesso però, e mai come nei romanzi di Lansdale, malridotto, corrotto, interrotto.

Accanto a questa produzione chiamiamola di qualità (anche di quantità, certo: Lansdale è un bulimico della scrittura avendo pubblicato, novello Simenon, una cinquantina di romanzi e più di duecento racconti, oltre aver scritto una serie infinita di sceneggiature per fumetti) Lansdale si è dilettato a riscrivere gli stilemi moderni di generi sottovalutati e snobbati come il western (“La foresta” o “Paradise sky”), l’horror (la “Trilogia del DriveIn”), la fantascienza (la “Trilogia Ned La Foca”), lo splatterpunk (“Il lato oscuro dell’anima”). Riservando un posto d’onore, e qui ci ricolleghiamo al tema iniziale, a due piccole chicche avventurose e assolutamente fini a se stesse, piccoli, grandi omaggi, ai topos letterari considerati più retrivi: “La lunga strada della vendetta” in cui il protagonista è uno stanco e sfiduciato Batman e “Assassini nella giungla”, riscrittura del mito dell’uomo scimmia, in cui un Tarzan particolarmente muscolare si trova ad agire in una avventura che pare uscita dal mondo barbarico di Conan il Cimmero. Da non perdere.

 “… il ragazzo rinuncia ai vecchi sistemi. Se lui non sceglie qualcuno sceglierà per lui. Guardatelo, sta camminando, decide di mettere un piede davanti all’altro; succede. Pensaci, Il gatto di Lee che ti buttava giù le matite dalla scrivania. Perché? Per ricordare a se stesso che ne era capace. Perché una parte di lui – la parte più ancestrale – sapeva che un giorno non ci sarebbe più riuscito. Impara la lezione. Svegliati ignorante ogni mattina. Ricorda a te stesso che sei ancora in vita …”

Di Philipp Meyer (cresciuto a Baltimora lascia il liceo a 16 anni. Dopo aver lavorato per diversi anni in un centro traumatologico, si è iscritto alla Cornell University, dove ha studiato letteratura inglese. Dopo la laurea, ha lavorato in banca, poi come operaio edile, e infine di nuovo in un ospedale e definito dal «The New Yorker» tra i 20 migliori scrittori sotto i 40 anni) avevamo già segnalato il suo secondo romanzo, “Il figlio”, il 3 luglio 2016 (http://iltiromagazine.it/il-figlio-di-philip-meyer-uno-dei-libri-più-forti-di-sempre).

Torniamo adesso volentieri ad occuparci di lui per questo “Ruggine americana”, suo primo lavoro, sorta di romanzo di formazione, apprendistato alla vita e disillusa presa di coscienza della realtà, una realtà (acciaierie dismesse, fabbriche abbandonate, industrie parcellizzate) così diversa, così distante dal sogno americano che pareva dovesse non finire mai (“… la Steelcor pagava bene. Ti hanno solo sfruttato e la sicurezza lasciava a desiderare. Bastava guardare le statistiche, gli incidenti erano in crescita. Ma le statistiche non dovevi guardarle. Stavi lì per farti un gruzzolo. Cercavano di spremere fino all’ultimo dollaro da quella fabbrica senza prima aver risolto tutte le magagne … la Penn Steel da quindici anni non spendeva un soldo per i suoi impianti, quasi tutte le altre grandi acciaierie nazionali erano conciate alla stesso modo, cascavano a pezzi, molti usavano enuncio processo di lavorazione mentre tedeschi e giapponesi avevano introdotto l’ossigeno puro già dagli anni Sessanta, i giapponesi ed i tedeschi spendevano sempre soldi per i loro impianti. Investivano sempre su se stessi. Invece la Penn Steel non aveva investito mai un centesimo nelle sue fabbriche, garantendosi la rovina. Mentre tutti quegli stati assistenziali, la Germania, la Svezia, producevano ancor acciaio in quantità …”).

Ed è in questo ambiente depresso e fatiscente, e reso tanto più opprimente dal paragone con la stordente sontuosità della natura rigogliosa che circonda la cittadina di Buell, che si intersecano e si inseguono le vite e i destini dei protagonisti di questa favola nera che tanto ricorda altre opere mirabili singolarmente affini (per tutte, lo struggente bianco e nero de “L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich): il timido, introverso e geniale Isaac, sua sorella Lee che ha lasciato il paese per una laurea ad Yale, l’amico di sempre Poe, ex stella della locale squadra di football, sua madre Grace, dalla bellezza sfiorita e dai rimpianti divoranti, lo sceriffo Harris il cui scopo sembra essere quello di risolvere problemi e poi tutto un ruotare di personaggi, comprimari, coprotagonisti che donano sapore e completezza al plot.

E’ successo a Margno, vicino Lecco. Poteva succedere in qualsiasi altra parte del mondo. Può accadere nuovamente.

Mi domando , se si possa non considerare solo un fatto di cronaca nera, l’uccisione dei due fratellini di 12 anni. Vittime dell’egoismo, della follia, della solitudine e delle scelte “dei grandi”.

Il tutto non si esaurisce nell’atto criminoso minuziosamente descritto, c’è un prima e c’è un dopo.

Il prima parla di cura, guida alla separazione, gestione della rabbia, mediazione sociale e familiare, per garantire il diritto, per chi lo vuole, a interrompere una relazione pur mantenendo alta l’attenzione per i figli, che rimangono un bene prezioso ed inviolabile.

Il dopo, è il sostegno, l’accompagnamento, il sentirsi parte di una comunità, per chi ha visto la propria vita cambiare radicalmente ed in questo caso drammaticamente.

Occorrerebbero centri pubblici specializzati e multi servizi. In un sol luogo tutte le informazioni necessarie, sociali, legali, sanitarie, per affrontare una fase complessa della propria vita e per non farlo da soli. L’alternativa è continuare a far finta di stupirci. Assuefarci all’accaduto e passare alle successive tragedie familiari.