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Gennaio 2020

Domenica 2 febbraio il memorandum Italia-Libia verrà prorogato alle stesse condizioni, per altri tre anni. 
Si tratta del memorandum d’intesa siglato a febbraio 2017 dall’allora Presidente del Consiglio Gentiloni e dal primo ministro del governo di riconciliazione nazionali libico al-Serraj. Gli accordi garantiscono sostegno economico, tecnologico e formativo e di mezzi alla cosidetta Guardia costiera libica.

In novembre dello scorso anno il Governo italiano aveva annunciato l’intenzione di proporre modifiche da concordare bilateralmente prima del 2 febbraio 2020, termine del primo triennio, formalizzando tale decisione. Le autorità libiche però non si sono mai sedute ad un tavolo di trattativa, manifestando solo silenzio al riguardo.

La questione più annosa che si legge in questi giorni però è che, nonostante l’Italia dica di aver fatto la sua parte, non pare sia così. La Ministra Lamorgese aveva direttamente dichiarato di “rivedere i patti”, ma di questo non vi è traccia.

Intanto ogni giorno al di la del Canale di Sicilia vengono commesse violenze inaudite, torture, soprusi, ai danni di domme, uomini e bambini. Come ampiamente dimostrato vengono sistematicamente violati i diritti umani fondamentali.

Quando sentiamo dire che i migranti sono stati salvati dalla guardia costiera libica, “sani e salvi sono stati riportati in Libia”, non si tratta di una bella notizia, tutt’altro; è proprio da quel terribile paese che fuggono, dall’inferno libico, con i suoi lager, i suoi stupri, le sue torture. 

I migranti riportati in Libia vengono trasferiti in centri governativi dove hanno accesso limitato a cibo, acqua e servizi igienici. Spesso si ammalano e muoiono per semplici infezioni con il rischio altissimo di epidemie. 

Stando agli ultimi dati, oltre la metà dei migranti scappati dalla Libia negli ultimi tre anni sono stati intercettati e riportati indietro: si parla di circa 40mila persone, e già nei primi giorni del nuovo anno, oltre 1000.

l nostro Paese continua quindi a foraggiare con milioni di euro la cosiddetta Guardia Costiera libica, e contribuisce a tenere in vita questi centri di detenzione.

Non è più sostenibile una situazione del genere! Non dimentichiamo che se ci sarà rinnovo, questo durerà ben tre lunghissimi anni.

La ViceMinistra degli Esteri Marina Serena ieri ha assicurato che ci sarà presto un intervento del Governo per accelerare la revisione del memorandum, e che anche dopo la scadenza del 2 febbraio ci saranno margini di manovra.

Le vogliamo credere, perchè è intollerabile continuare ad essere complici di una tragedia umanitaria infinita, ma occorre invece che si rimetta al centro la ricerca di soluzioni finalizzate alla tutela della vita delle persone e del diritto internazionale che ne è garanzia.

C’è qualcosa di nuovo a Bologna; anzi, se non proprio d’antico, di conosciuto, che garantisce un buon sapore ed una calda accoglienza.

Confidando nella sua clemenza, ho scippato al Pascoli l’incipit del suo “L’aquilone” parafrasandolo per introdurre la “Latteria San Mamolo” (di via, ça va sans dire, San Mamolo 58) così tanto conosciuta ed apprezzata per essere l’unico punto di ristoro prima di immettersi nel traffico di San Mamolo bassa e dei viali non solo dalle tante mamme e i tanti papà che accompagnano e vanno a prendere i figlioletti che frequentano le scuole dell’adiacente via Bellombra, ma anche dai residenti di questa parte di prima collina.

La nuova gestione, che ha inaugurato questo 2020, vede al timone, a rinnovarne si spera i fasti, lo staff al completo della Collina delle Meraviglie: Fabio Giavedoni, Giulia Guandalini e Giovanni Villa accompagnati dalla solida e solita presenza dello storico Gabriele  (vero trait d’union con le precedenti gestioni e la clientela affezionata).

Naturalmente, numeri e frequentazioni, viste le ridotte dimensioni della Latteria, non potranno essere quelle estive, ma più si avvicineranno a quelle di “Sbando” il bel locale della Bolognina (nel mercato di via Albani) anche quello sorto da un’idea di Fabio e Giulia in quel caso accompagnati nell’avventura da Francesca, Marco e Lisa.

La filosofia comunque rimane intrigante: in questo caso, proporsi come un normale bar di quartiere con un’offerta qualificata di vino che permetta a chi torna a casa o esce per recarsi ad una cena di trovare la bottiglia giusta senza necessariamente doversi spingere fino in centro (se si escludono i negozi di alimentari generalisti ove la scelta di una bottiglia è necessariamente risicata e di bassa soddisfazione e tralasciando i locali high profile più vicini ai viali, per trovare un negozio che offra qualcosa del genere bisogna arrivare all’angolo tra Marsili e D’Azeglio).

La formula che definisce la “Latteria San Mamolo” potrebbe quindi essere (senza voler dimenticare la fondamentale funzione di bar di quartiere aperto dalle 7 alle 21 tutti i giorni escluso la domenica e con un prolungamento serale il venerdì ed il sabato) una vineria da asporto con assaggi potendo coniugare l’offerta di una quantità di ottimi apetizers e cichetti alla degustazione di bottiglie, anche al bicchiere, capaci di garantire sempre la completa soddisfazione del cliente. E in questo, la qualità delle bottiglie presentate, le scelte di Fabio non possono che rappresentare una garanzia assoluta.

Buone bevute, con moderazione, quindi.

Parcheggio, parcheggio delle mie brame qual è il più bello del reame?  Difficile a dirsi. L’importante è che sia utile e funzionale. E invece accade che molti parcheggi siano più un problema che una soluzione. Nnamo bbène. Quelli all’aperto con strisce blu sono di vario tipo e di differente comodità.

Nessuno mi ha ancora spiegato come mai ci sono parcheggi gratuiti e abbondanti attorno ad un cinema multisala o ad un ipermercato mentre attorno ad un ospedale i parcheggi anche se apparentemente estesi sono sempre insufficienti per la domanda. E scomodi.

Aiutiamo a parcheggiare chi va a divertirsi o a spendere per comprare l’ultimo aggeggio elettronico mentre mettiamo ostacoli e diamo ansia a chi deve andare a fare una visita, chi deve andare a fare un esame diagnostico, a chi deve correre per una urgenza sanitaria. Il nostro sistema di parcheggi aiuta la ridondanza, il divertimento e in consumismo, non aiuta il bisogno, non allevia la sofferenza. Un bel sistema.

Attorno a certi ospedali molto spesso non trovi un posto che è uno nelle ore di massima concentrazione delle attività sanitarie, a Mantova come a Firenze, a Verona come a Genova. Salvo che paghi, a volte salato. Al “Bellaria” di Bologna ci sono le sbarre a telecamera con lettura della targa e ovviamente non si scappa. Non si paga molto, tariffa ragionevole, e trovi quasi sempre un posto.

Poi ci sono i parcheggi coperti costruiti negli ultimi decenni secondo le esigenze che nel tempo sono cambiate. I parcheggi multipiano con le rampe degli anni Settanta Ottanta mostrano tutta la loro età. Curve da tornante del Pordoi, fasce strette, segnaletica approssimativa. Con la tecnologia avanzata che abbiamo nel 2020 non si capisce come mai  molti parcheggi multipiano, anche in concessione, non abbiano ancora la segnalazione istantanea dei posti liberi, l’avviso istantaneo di posti esauriti, il telepass generalizzato.

Dai, davvero: come si fa nel 2020 a vantare come un accessorio da top vip il telepass? Il telepass dovrebbe essere uno strumento comune, scontato, nemmeno da pubblicizzare. Come l’aria che respiriamo.  Ah già non è un bell’esempio.  Anche l’aria che respiriamo non è scontata, anzi è viziata.  Eccome se è viziata. E’ talmente viziata che in molte parti è pure avvelenata. 

Parcheggio, parcheggio delle mie brame quanto ancora devi fare per diventare il più bel parcheggio del reame? Nella celebrata e mitteleuropeissima Merano il parcheggio sotterraneo del Teatro mi indicava posti disponibili: accedo con fiducia teutonica, prendo il biglietto, comincio a girare e scopro nel giro di due tour  che non c’è un posto libero. Non è bello. Problema tecnologico o errore umano? Perché mi fai entrare in un parcheggio se non c’è il posto che mi hai promesso?  Mah, vai a capire.

Esperienze solitamente positive invece nel lungo parcheggio fiorentino di Porta Romana, disteso sotto le mura: ti consente un “accesso laterale” diffuso  al centro storico di Firenze e ti fa pure camminare il giusto.  Sembra quasi studiato.

L’altra sera all’ingresso di un parcheggio di Bologna, che avevo scelto perché ci puoi andare col telepass,  leggo il cartello: il telepass non funziona.  Vabbeh, ce ne faremo una ragione. Prendo il ticket e vado alla riunione in centro. Torno e vado a pagare. Una cassa automatica è libera, nell’altra c’è una mini coda. Per forza quella libera risputa il biglietto senza dar modo di pagare. Allora ovviamente faccio la coda in quella che funziona.  

Finalmente pago e vado a prendere l’auto. Tornanti da Raticosa,  arrivo ad una delle due sbarre di uscita tento di inserire il ticket ma la fessura non accetta. La fessura fa zzzz. Ritento, non accetta. Allora retromarcia, con ineluttabile rischio connesso, e imbocco l’altra uscita a sbarra, stavolta la fessura gialla accetta il ticket. Mi sento liberato. Il tutto alla modica cifra di 7 euro e 20 per dure ore, e rotti,  di sosta. Mica male come servizio. Chi controlla il servizio parcheggi?  

1. Costruire città e comunità sostenibili significa anche promuovere una cultura dell’accoglienza, che diventa ancora più importante in una realtà demografica caratterizzata da intensi flussi migratori di cittadini italiani e stranieri.
In Emilia-Romagna nel 2019 i permessi emessi per cittadini non comunitari sono stati 420.312, in calo rispetto ai 469.910 del 2014. La nostra regione occupava il secondo posto nella graduatoria nazionale, preceduta dalla Lombardia (961.886 permessi) e seguita dal Lazio (415.490) e dal Veneto (385.494).
La quota dei permessi di lungo periodo, calcolata sul totale di quelli validi al 1° gennaio, era in Emilia-Romagna nel 2019 pari al 68,3% contro una media nazionale del 62,3%. Nella nostra regione era invece più contenuta nel 2018 la quota di permessi rilasciati per asilo politico e motivi umanitari (15,5% a fronte di un valore medio italiano del 26,8%).
Ricordiamo infine che i cittadini stranieri residenti nelle anagrafi comunali in Emilia-Romagna al 1° gennaio 2019 erano 547.537 (47% maschi e 53% femmine). Anche in questo caso la regione con il più alto numero di stranieri era la Lombardia (1.181.772), che precedeva il Lazio (683.409); la nostra regione si collocava al terzo posto, seguita dal Veneto (501.085 stranieri).
Fonte dei dati: Istat

2. L’Emilia-Romagna è una regione ricca, che offre maggiori opportunità di lavoro ed è dotata di un sistema di welfare esteso ed efficace. Molte persone scelgono ogni anno di venire a vivere nel nostro territorio per lavorare o studiare. La maggioranza degli immigrati è rappresentata da cittadini italiani, che provengono soprattutto dalle regioni meridionali ed insulari. Nella città di Bologna, ad esempio, ogni anno si iscrivono nei registri anagrafici circa 15.000 persone, rappresentate per il 60% da italiani. Fra il restante 40% di immigrati stranieri è inoltre forte la presenza di donne e uomini europei, provenienti sia da Paesi appartenenti all’UE (in primo luogo Romania e Polonia) o da altre nazioni (soprattutto Ucraina, Moldova e Albania).
Nel Rapporto BES 2019 l’Istat ha documentato che l’Emilia-Romagna ha conquistato un altro primato: la nostra regione esprime infatti la maggiore capacità di trattenere o richiamare al suo interno giovani laureati in età da 25 a 39 anni (con un saldo positivo pari nel 2018 a +16,2 per mille, in costante crescita nell’ultimo quinquennio).
Nella nostra regione il divario di genere relativo a questo fenomeno è più contenuto, poiché la capacità di attrazione si manifesta in misura quasi uguale verso giovani laureati di sesso maschile e femminile. L’Emilia-Romagna ha superato la Lombardia per capacità di attrarre queste qualificate persone; bisogna segnalare inoltre nella graduatoria delle regioni settentrionali il saldo negativo del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia.
Fonte dei dati: Istat.

OBIETTIVO AGENDA 2030 ONU: 11

L’Emilia-Romagna è una delle regioni più ricche d’Europa: nel 2017 il reddito medio disponibile pro capite era pari a 22.463 euro (in aumento rispetto al valore di 21.420 euro del 2014). Il confronto con l’Italia evidenziava una situazione privilegiata per la nostra regione (+21,4% di ricchezza): la media nazionale del reddito disponibile pro capite era infatti nel 2017 di 18.505 euro.
Interessanti sono anche i dati relativi alla disuguaglianza nella distribuzione di queste risorse, misurata dal rapporto fra i redditi percepiti dal 20% più ricco della popolazione e quelli del 20% più povero. In Italia nel 2017 questo rapporto era pari a 6,1 (peggiorato rispetto al 5,8 del 2014); nella nostra regione la situazione era più favorevole, con un rapporto di 4,5 (in leggero miglioramento rispetto al 4,7 del 2014).
La maggiore ricchezza e la minore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi motivano la migliore posizione della nostra regione relativamente al rischio di povertà di reddito dopo i trasferimenti sociali.
In Emilia-Romagna nel 2018 la quota di popolazione che presentava un reddito inferiore al 60% del valore mediano era pari al 10,1%, contro il 20,3% in Italia e il 17,1% nell’Unione Europea.
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

OBIETTIVO AGENDA 2030 ONU: 10

1. Per realizzare uno sviluppo sostenibile è decisivo il ruolo del progresso tecnologico e della ricerca scientifica, allo scopo di trovare soluzioni innovative e durevoli ai problemi sociali, economici ed ambientali. Vediamo la posizione della nostra regione sui temi dell’innovazione e della ricerca, sulla base di dati Istat.
Il primo indicatore è la quota del prodotto interno lordo riservata alla spesa in ricerca e sviluppo, che misura l’intensità di ricerca. Nel 2017 questo parametro in Emilia-Romagna era pari al 2% (in aumento rispetto al valore di 1,7% del 2014). La nostra regione era in posizione nettamente migliore dell’Italia (1,4% del PIL destinato a queste spese) e si collocava al secondo posto dopo il Piemonte (2,1%).
La seconda variabile è riferita alla percentuale di imprese con almeno 10 addetti che hanno introdotto innovazioni di prodotto e/o processo. Nel triennio 2014/2016 in Emilia-Romagna la quota di tali imprese era pari al 46%. Il valore era ampiamente superiore alla media nazionale (38,1%) e collocava la nostra regione al primo posto della graduatoria, seguita dal Veneto e dalla Lombardia.
L’Emilia-Romagna batteva inoltre tutti gli altri territori anche con riferimento al tasso di ricercatori (in equivalente tempo pieno) per 10.000 abitanti. Nel nostro territorio nel 2017 questo parametro aveva raggiunto il valore di 37,1 rispetto a una media italiana di 23,2. Da segnalare il forte aumento dei ricercatori nella nostra regione rispetto al 2014 (quando il valore si fermava a 28,5).
Fonte dei dati: Istat – Rapporto SDGS 2019

2. In una società sempre più basata sulla conoscenza, la ricerca e l’innovazione è importante indagare i divari generazionali e territoriali nell’utilizzo delle nuove tecnologie.
Nel 2018 in Emilia-Romagna le famiglie che disponevano di una connessione con banda larga fissa o mobile erano il 77,9% (in sensibile aumento rispetto al 66,3% del 2014). Il dato regionale era migliore di quello dell’Italia, dove la quota di famiglie connesse nel 2018 si arrestava al 73,7%. Favorevole risultava anche il confronto per il nostro territorio quando si indagava la quota di persone di 6 anni e più che hanno usato Internet negli ultimi tre mesi: in Emilia-Romagna nel 2018 questa percentuale era pari al 71,2% contro il 66,4% in Italia. Rispetto al 2014 nella nostra regione l’utilizzo della rete è salito di quasi dodici punti percentuali (dal 59,7% al 71,2%), con sensibili progressi anche fra le persone con più di 50 anni.
L’Istat fornisce anche dati sulle imprese con almeno 10 addetti con connessione a banda larga fissa o mobile: nel 2018 in Emilia-Romagna si trovava in questa situazione il 97,9% delle imprese (94,2% in Italia). Un altro indicatore è quello relativo alle imprese con almeno 10 addetti che hanno un sito Web/home page o almeno una pagina su Internet: nel 2018 nel nostro territorio la quota di queste imprese era pari al 78,6% contro il 71,4% in Italia.
Fonte dei dati: Istat – Indagine su cittadini, imprese e ICT

OBIETTIVO AGENDA 2030 ONU: 9

1. Emilia-Romagna locomotiva d’Italia: la nostra regione negli ultimi cinque anni ha conquistato sul campo questo titolo, grazie a tassi di incremento del Prodotto interno lordo sistematicamente superiori alla media nazionale. Importanti sono anche i risultati ottenuti sulle opportunità di lavoro. Nel 2018 il tasso di occupazione nella fascia di età da 20 a 64 anni era pari in Emilia-Romagna al 74,4% ed era aumentato di quasi quattro punti rispetto al 70,7% del 2014. Questo valore collocava nel 2018 il nostro territorio sopra la media europea (73,1% il tasso di occupazione da 20 a 64 anni) e in posizione nettamente migliore dell’Italia, dove la quota di occupati si fermava purtroppo al 63%.
Il miglioramento ha coinvolto nella nostra regione sia gli uomini (con un tasso di occupazione salito da 78,6% del 2014 a 82,1% del 2018) sia le donne, che hanno visto aumentare nello stesso periodo la partecipazione al lavoro dal 63% al 66,9%. Grazie a questi dati nella graduatoria regionale l’Emilia-Romagna occupa il secondo posto per il tasso di occupazione totale, preceduta solo dal Trentino-Alto Adige (76,3% di occupati) e seguita dalla Valle d’Aosta (72,9%) e dalla Lombardia (72,6%). Questi positivi risultati sono dovuti anche al Patto per il lavoro, sottoscritto nel luglio 2015 fra la Regione, tutte le parti sociali e le componenti della società regionale che si sono impegnate per il rilancio della crescita e della buona occupazione in Emilia-Romagna.
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

2. Il Patto per il lavoro, sottoscritto in sede regionale nel luglio 2015, ha contribuito a ridurre sensibilmente il tasso di disoccupazione in Emilia-Romagna. Nella nostra regione la quota dei disoccupati nella popolazione da 15 a 74 anni era nel 2018 pari al 5,9% (con una sensibile diminuzione rispetto al valore di 8,4% del 2014). Questa riduzione ha interessato gli uomini, il cui tasso di disoccupazione è sceso in regione dal 7,4% del 2014 al 4,7% nel 2018. Nello stesso periodo è migliorata anche la situazione delle donne: la quota delle disoccupate si è ridotta dal 9,5% al 7,3%.
In virtù di questi dati l’Emilia-Romagna presenta una situazione migliore di quella dell’Unione Europea (nel 2018 il tasso di disoccupazione era pari al 6,9%) e molto più favorevole di quella dell’Italia, dove purtroppo la quota di persone disoccupate era ancora superiore al 10% (10,6%). Nella graduatoria regionale l’Emilia-Romagna si collocava in seconda posizione, dopo il Trentino-Alto Adige, e precedeva la Lombardia e il Veneto.
Positivi anche i dati forniti da Eurostat sulla disoccupazione di lunga durata (con periodi di inattività superiori a 1 anno): nella nostra regione nel 2018 questo fenomeno ha coinvolto il 2,4% della popolazione attiva, contro il 3% nell’Unione Europea e il 6,2% in Italia.
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

3. Una delle componenti fondamentali del buon andamento dell’economia regionale negli ultimi anni è stato sicuramente il positivo andamento del commercio con l’estero. Nel 2018 in Emilia-Romagna le esportazioni hanno raggiunto il valore di 63,4 miliardi di euro (in sensibile aumento rispetto ai 53 miliardi del 2014). Sempre nel 2018 nella nostra regione le importazioni sono ammontate a 36,4 miliardi di euro, con una tendenza continua alla crescita rispetto ai 30,3 miliardi del 2014. Nel 2018 in Emilia-Romagna si è quindi determinato un saldo commerciale attivo molto elevato (27 miliardi di euro), che rappresenta il valore più alto di tutto il quinquennio 2014-2018.
Per comprendere l’importanza del commercio estero nell’economia regionale bisogna evidenziare che le esportazioni dell’Emilia-Romagna rappresentano il 13,7% del totale italiano; il saldo commerciale attivo conseguito nella nostra regione nel 2018 incide invece per il 68,7% sul saldo totale dell’Italia (attivo nel 2018 per complessivi 39,3 miliardi di euro). Negli ultimi anni la nostra regione si è aperta sempre di più agli scambi commerciali internazionali; una quota crescente del prodotto interno lordo e del benessere economico dei cittadini dell’Emilia-Romagna è quindi legata alle dinamiche globali.
Fonte dei dati: Istat

OBIETTIVO AGENDA 2030 ONU: 8

L’Agenda 2030 nel Goal 7 si pone l’obiettivo di realizzare l’accesso universale a un’energia economicamente accessibile, affidabile e sostenibile.
Analizziamo alcuni indicatori proposti da Istat per monitorare il raggiungimento di questo traguardo.
Il primo parametro indagato è la quota delle famiglie che si dichiarano molto o abbastanza soddisfatte per la continuità del servizio elettrico. In Emilia-Romagna nel 2018 il 94,7% dei nuclei familiari sceglieva questa risposta e il dato era migliore di quello nazionale (93%).

L’Istat fornisce anche informazioni sulla percentuale di persone che non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la casa, per motivi legati alle scarse disponibilità economiche. In questo caso la disaggregazione dei dati è disponibile solo per le ripartizioni geografiche. Nel Nord-Est (di cui fa parte l’Emilia-Romagna) la quota di popolazione in questa condizione era nel 2018 pari al 7,3% contro il 14,1% in Italia. Si può quindi stimare che nella nostra regione questa difficile situazione coinvolga in percentuale circa la metà delle persone rispetto al livello nazionale.

Nel sito Istat dedicato al Goal 7 dell’Agenda 2030 vengono infine forniti dati sulla quota di energia da fonti rinnovabili, calcolata con riferimento al consumo finale lordo di energia. Nel 2017 in Italia l’incidenza delle fonti rinnovabili era pari al 18,3% del consumo totale. Il valore dell’Emilia-Romagna nello stesso anno era 11,9%. La tendenza è positiva, ma bisogna sviluppare di più le fonti rinnovabili per contenere il ricorso ai combustibili fossili ed evitare così di compromettere ulteriormente la situazione climatica.

Fonte dei dati: Istat – Rapporto SDGS 2019

A livello mondiale la scarsità di acqua coinvolge più del 40% della popolazione e si stima che questa percentuale possa aumentare per le conseguenze negative del cambiamento climatico.
In Italia per monitorare il raggiungimento del Goal 6 dell’Agenda 2030, che si pone l’obiettivo di garantire a tutti il diritto all’acqua potabile e a servizi igienici sicuri, l’Istat propone alcuni indicatori.
Il primo è l’acqua erogata pro capite: nel 2015 in Emilia-Romagna il valore di questo parametro era 201 litri al giorno per abitante (con una riduzione di oltre il 15% rispetto al 2005). Il dato regionale era migliore di quello italiano (sempre nel 2015 220 litri pro capite erogati giornalmente).
Il secondo indicatore misura l’efficienza delle reti di distribuzione dell’acqua potabile, calcolando la quota del volume di acqua erogata agli utenti rispetto a quella immessa in rete. Nel 2015 il dato dell’Emilia-Romagna (69,3%) era più positivo di quello dell’Italia (58,6%).
L’Istat stima inoltre la percentuale di famiglie che non si fidano di bere l’acqua del rubinetto: anche per questo parametro nel 2018 la situazione regionale era migliore di quella dell’Italia (26,9% di nuclei che non si fidano contro 29%).

L’ultima variabile che prendiamo in considerazione è rappresentata dalla quota di famiglie che lamentano irregolarità nell’erogazione dell’acqua. In Emilia-Romagna questo parametro nel 2018 si collocava su valori molto contenuti (2,7% di nuclei non soddisfatti) ed evidenziava una situazione nettamente più favorevole di quella dell’Italia, dove la quota delle famiglie che si lamentavano saliva sempre nel 2018 al 10,4%.

Fonte dei dati: Istat – Rapporto SDGS 2019

OBIETTIVO AGENDA 2030: 6

27 gennaio Giornata della Memoria

Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio. Li si va in pellegrinaggio. Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora.”

Liliana Segre

Lunedì prossimo, il 27 gennaio, sarà il Giorno della Memoria.

Ci si ferma per riflettere, approfondire e commuoversi di fronte a ciò che è stato. La ferocia dell’uomo contro l’uomo, la volontà annientatrice dei forti contro deboli e oppressi, contro coloro i quali venivano considerati “diversi”.C’é bisogno di memoria. C’è bisogno di fermezza nella memoria.Una memoria intransigente, che ricorda che le violenze di allora possono ripetersi, che anche oggi, nelle società moderne, il morbo antisemita, il razzismo, la logica della sopraffazione del più debole, è ancora presente.Si inneggia ancora al Duce, si sostiene che vi era un “fascismo buono” che bonificava paludi, produceva progresso, erigeva città, tutelava la famiglia.Si dimentica di ricordare però come la dittatura fascista schiacciava e uccideva chi la pensava diversamente, promulgava leggi razziali, si alleava con i Nazisti condannando migliaia e migliaia di ebrei, rom, politici scomodi, omossessuali ai campi di sterminio.

C’è bisogno di una memoria quotidiana che ci porti nel futuro. Una memoria che vada al di là delle singole ricorrenze. Non un esercizio di retorica, ma un impegno quotidiano che possa fornire alle giovani generazioni, agli studenti, elementi di riflessione e studio, sugli anni più bui dell’umanità.Così come c’é bisogno di memoria per quegli adulti, ormai distratti e talvolta assuefatti ai fatti di cronaca, per derubricare a bravate fatti criminosi di stampo razzista e squadrista, o considerare “dati di fatto” le notizie di uomini donne e bambini che in qualunque modo attraversano mari per mettersi in salvo da regimi totalitari, violenze, guerre e dalla fame.

Ecco quindi che il dovere della memoria, non si limita ad una unica giornata, seppur importantissima, ma diventa un impegno costante di ognuno di noi. Ricordare perché non accada più, ricordare per recidere definitivamente quel filo spinato.

I principi cardini di Legacoop sono la mutualità, la solidarietà e la democrazia. Per la nostra società, dove ad oggi scarseggiano questi valori, la vostra associazione potrebbe essere considerata come un modello a cui ispirarsi? 

I principi di Legacoop sono i principi iscritti nella Carta Costituente della Cooperazione. Sono ispirati alla Carta dei Valori dell’Organizzazione Nazionale delle Cooperative dell’ICA che si rifà a sua volta ai principi fondativi della cooperazione ai così detti sette principi dei pionieri di Rochdale che sono per l’appunto la partecipazione libera e volontaria, la responsabilità dei soci, l’impegno economico e cooperativo, la democrazia interna, l’educazione cooperativa e la trasmissione del patrimonio materiale prodotto dal lavoro dei soci cooperatori e culturali alle generazioni successive. In questo senso non Lega Coop ma la cooperazione tutta è un modello. Lo è nelle forme ovvero nei principi e lo è nella sostanza quando riesce con la propria azione ad essere coerente con essi. E’ ovvio che in una fase in cui all’interno della vita democratica e civile si discute del valore dell’inclusione, del valore della solidarietà tra i diversi soggetti che compongono la società complessivamente intesa contesto per contesto tra cui la solidarietà tra generazioni e aggiungerei la solidarietà tra i generi, la pratica di azioni imprenditoriali, perché noi siamo un’organizzazione di impresa coerenti con questi valori, richiede un impegno costante e coerente molto forte.

C’è un comitato etico che vigila l’applicazione di questi principi?

Sì. Sia a livello nazionale che territoriale Legacoop è un’organizzazione di rappresentanza sul territorio per specificità settoriali, sempre meno specifiche sempre più trasversali. Sia Legacoop nazionale che Legacoop Bologna sono dotate di un codice etico, che declina in qualche modo le buone pratiche per garantire che l’azione associativa sia coerente con i principi associativi, e di un comitato etico che è chiamato a vigilare sulla coerenza dei comportamenti dell’associazione e delle cooperative con i valori, i principi e le pratiche contenute nel codice etico.

Coerentemente a questi vostri valori è importante l’impegno che avete profuso sul tema della sostenibilità. Che evoluzione c’è stata in questa direzione?

In questo caso parlo di Legacoop Bologna perché penso che quello sulla sostenibilità sia un percorso che ci distingua all’interno del mondo cooperativo. Legacoop nazionale insieme all’Alleanza delle Cooperative Italiane ha aderito nel 2016 alla Carta di Milano che è un documento attraverso il quale le organizzazioni imprenditoriali si impegnano a promuovere l’adesione delle proprie associate, quindi in questo caso le cooperative, agli obiettivi contenuti nell’Agenda ONU per il 2030 per lo sviluppo sostenibile. Come Legacoop Bologna abbiamo iniziato quasi due anni fa un percorso con le nostre aderenti, un percorso molto articolato e di realizzazione molto complessa per passare dalle dichiarazioni ai fatti raccogliendo la volontà e l’intenzione di alcune delle nostre cooperative che avevano già avviato una conversione della loro pratica produttiva verso gli obiettivi della sostenibilità. Abbiamo iniziato a mappare il posizionamento dei nostri aderenti rispetto a questi obiettivi e abbiamo fatto con loro e con il territorio, inteso come istituzioni, organizzazioni sindacali, organizzazioni della rappresentanza civile, un percorso di confronto e animazione territoriale avente due obiettivi: mappare il posizionamento della strategia e dei risultati concreti delle nostre imprese rispetto agli obiettivi dell’Agenda per indicare insieme a loro degli obiettivi evolutivi, un percorso di upgrade, da condividere insieme al resto della comunità territoriale con la possibilità di portare un contributo concreto di quegli obiettivi sul territorio della città metropolitana di Bologna; mettere in campo strategie condivise che consentano complessivamente all’economia e coerentemente alle relazioni sociali e alle scelte ambientali di questo territorio di progredire verso il raggiungimento di quegli obiettivi. Abbiamo cominciato la prima ricognizione alla fine del 2017 con una ventina di cooperative. Nel percorso che abbiamo fatto negli ultimi due anni siamo arrivati a coinvolgerne oltre 60. Direi che nella fase attuale complessivamente il bacino degli aderenti può considerarsi ingaggiato: attualmente stanno lavorando sugli obiettivi la maggioranza dei nostri aderenti, circa 100 sui 175 aderenti ad oggi

In che percentuale hanno aderito?

Abbiamo cominciato la prima ricognizione alla fine del 2017 con una ventina di cooperative. Nel percorso che abbiamo fatto negli ultimi due anni siamo arrivati a coinvolgerne oltre 60. Direi che nella fase attuale complessivamente il bacino degli aderenti può considerarsi ingaggiato: attualmente stanno lavorando sugli obiettivi la maggioranza dei nostri aderenti, circa 100 sui 175 aderenti ad oggi

Passiamo al tema del Gender Gap. Quant’è presente?

Ci piacerebbe che andasse meglio. Dipende però da che cosa indaghiamo. Dal punto di vista dell’inclusione lavorativa delle donne siamo dei campioni. La maggioranza degli occupati nelle imprese cooperative in questo territorio sono donne. La nostra percentuale per quando riguarda le cooperative di Legacoop è di circa il 63%. Dal punto di vista dell’inclusione lavorativa e della capacità della cooperativa di offrire lavoro alle donne possiamo affermare che sono realtà con la maggioranza di presenza femminile. Dal punto di vista del money gap in termini di salario non esiste gender gap perché gli inquadramenti contrattuali non prevedono differenziazioni. Le nostre aderenti applicano puntualmente i contratti di settore. C’è invece un differenziale reddituale legato al fatto che moltissime, la maggioranza delle donne occupate nelle nostre cooperative, è inquadrata con contratti part time, più del 60% e non sempre si tratta di part time volontari ma sono tali poiché legati alla natura del servizio. I servizi di pulizia, di ristorazione, alcuni ambiti di servizi alla persona, vedono un’alta concentrazione di lavoro in fasce orarie ristrette. La combinazione di questi due elementi ovvero la maggioranza di donne occupate e l’alta percentuale di part time, fa sì che se si mette a confronto la media del reddito da lavoro, complessivamente inteso, il dato relativo al reddito, per quanto riguarda le donne, è mediamente più basso. L’altro tema è quello legato ai percorsi di carriera. Le carriere femminili si fermano spesso, c’è un differenziale. Abbiamo una clessidra rovesciata tra l’entità della partecipazione complessivamente intesa e la presenza delle donne nei ruoli apicali. Sia in quelli dirigenziali sia in quelli di rappresentanza della proprietà quindi parlo delle dirigenti e presidenti donne. Ci sono anche delle differenze settoriali importanti. Questo problema non c’è ad esempio nella cooperazione sociale per ragioni storiche e legate al contenuto dell’attività. Man mano che ci si sposta verso ambiti commerciali invece si fa sempre più presente. Nella cooperazione di consumo piuttosto che negli ambiti di assicurazione e finanza, la presenza delle donne ha un gradiente calante.

State promuovendo azioni per incentivare un cambiamento?

Da tre mandati associativi, ovvero da 9 anni, abbiamo avviato una regolamentazione interna che prevede la rappresentanza negli organi con le quote, nello specifico che almeno il 30% sia di genere diverso.

Perché non il 50%?

Perché facciamo fatica ad arrivare al 30. Ci sono da combinare due elementi: il fatto che negli organismi associativi debbano essere rappresentati i vertici aziendali e la volontà di promuovere la partecipazione delle donne ai ruoli di rappresentanza nell’organizzazione. Se non ci sono donne nei ruoli apicali delle cooperative o se non ce ne sono in misura sufficiente si fa fatica a raggiungere la percentuale. Negli organi di Legacoop Bologna siamo arrivati intorno al 40%. La soglia minima, il 30, è il pavimento. Siamo arrivati ad essere più vicini più al 40 che al 30. In presidenza siamo vicini al 50%. Siamo quasi metà e metà, un pò meno. La presidenza è fatta da 15 persone.

Per quanto riguarda questo lungo periodo di difficoltà economica, come stanno reagendo le cooperative?

Abbiamo un repertorio quinquennale. Tra l’ultima parte del 2016, tutto il 2017 e i primi mesi del 2018 hanno visto effettivamente, con alcune eccezioni, dei segni di ripresa. Noi facciamo una tabellina che usiamo due volte all’anno e in questa fascia si era passati da molti semafori rossi e gialli a un numero crescente di semafori verdi. La fine del 2018 e l’inizio del 2019 hanno segnato una frenata abbastanza brusca. Abbiamo cominciato a raccogliere segnali di gelata, di raffreddamento degli indicatori economici già nella tarda primavera dell’inverno scorso. Abbiamo definito sostanzialmente la fine del 2018 e l’inizio del 2019 come situazione di stallo con delle criticità. Questo al netto di alcuni settori che sono stati praticamente spazzati via negli anni della crisi come quello delle costruzioni che ha una contrazione non solo in ambito cooperativo ma anche nazionale superiore al 70% e continua a marcare una condizione di stallo, ripresa debole.

Quando visita le imprese che atmosfera si respira?

Dipende dal contesto e dal settore. Nel corso del 2018 abbiamo registrato molta attenzione e fermento su tutti i processi d’innovazione tecnologica e in parte anche sociale. Sempre l’anno scorso erano state prese alcune misure nella legge di bilancio approvato nel 2017 per il 2018 quindi del governo precedente, tra cui misure di sostegno alla ricerca e allo sviluppo, all’introduzione di sistemi attinenti alla trasformazione dell’industria produttiva 4.0, al sostegno degli investimenti importanti in ambito infrastrutturale e molte delle nostre associate ne hanno fruito. Abbiamo inoltre monitorato l’accesso agli incentivi fiscali contenuti nel programma nazionale industria 4.0: a febbraio del 2018 solo l’8% delle nostre associate aveva fatto accesso agli strumenti, a novembre erano il 44%. In questo senso il 2018 è stato un anno dinamico, di investimento sul futuro. Ovviamente la situazione di stagnazione economica aguzza l’ingegno. L’imprese sono tutte concentrate nel cercare sia metodologie produttive sia ambiti di lavoro e di business innovativi. Nel 2019 una serie di incentivi per lo sviluppo sono stati tolti ma adesso una parte di essi sono stati recuperati nel decreto appena approvato. Vedremo che effetti avranno. Il quadro del contesto dell’economia nazionale comunque è un quadro preoccupante: le cooperative per loro natura sono presenti in tutti gli ambiti produttivi e vedono una maggiore latenza nei processi di internazionalizzazione rispetto ad altre forme di impresa, parlo dei lavori inerenti al servizio della persona ad esempio. Sappiamo comunque che il PIL del nostro paese è stato sostenuto dalle esportazioni. Chi esporta tira un pò di più. Chi fa riferimento a un mercato nazionale o addirittura locale fa più fatica. I processi sono in corso e anche i cambiamenti. Da un lato quindi c’è preoccupazione, dall’altro c’è fermento, ricerca di stimoli, occasioni, strumenti per cambiare e rinnovare. Il tema è quello dell’innovazione tenendo conto che, in termini di prospettiva a medio termine, innovazione e sostenibilità sono due facce della stessa medaglia. Non c’è innovazione che possa durare nel tempo senza considerare tutti gli aspetti legati alla sostenibilità, non solo quella economica.

Che futuro si immagina per Legacoop Bologna?

Stiamo cercando di lavorare nella maniera più intensa possibile su tre assi: la promozione di una nuova cooperazione ovvero tutto il discorso della diffusione dei temi cooperativi tra le giovani generazioni per intercettarne i bisogni e cercare di trasmettere quegli elementi di conoscenza per aiutare chi sta cercando di costruire il proprio percorso di autonomia economica professionale, di vita, a vedere nella cooperazione uno sbocco utile. Abbiamo investito molto nella formazione all’auto imprenditorialità trasmettendo gli strumenti propri della natura della struttura cooperativa. Non da soli ma in collaborazione con le agenzie formative del territorio e quindi con le scuole, le università. E questo è un filone di lavoro importante. L’altro filone di lavoro è quello di accompagnamento delle nostre medie e medie/piccole cooperative ma anche di integrazione delle cooperative in termini settoriali per accompagnarle ad adottare strumenti di conoscenza che possano favorire l’innovazione tecnologica. Su questo tema abbiamo fatto corsi di vari livelli: dalla messa a disposizione di strumenti per l’autodiagnosi d’innovazione tecnologia dei propri sistemi, fino ai Master universitari per dotare le cooperative delle competenze professionali necessarie per attuare al proprio interno un’innovazione tecnologica. Il terzo filone è quello relativo alla diffusione delle conoscenze e competenze che servano ad adottare un modello di sviluppo sostenibile negli ambiti produttivi in senso coerente con gli obiettivi di sostenibilità e anche di individuare negli obiettivi di sostenibilità nuovi business e quindi nuove aree di sviluppo.

Foto a cura di Tommaso Mitsuhiro Suzude.

1. Uno dei fattori decisivi che rende l’Emilia-Romagna diversa è il forte protagonismo delle donne nello studio e nel lavoro. Il primo dato da evidenziare è il netto divario a favore della componente femminile nella quota di popolazione in età fra 30 e 34 anni che ha conseguito un diploma di laurea o un titolo di studio equivalente. Nel 2018 in Emilia-Romagna si trovava in questa situazione il 34,4% della popolazione in quella fascia di età. Fra le donne il valore saliva però al 38,4%, mentre fra gli uomini scendeva al 30,4% (con un divario fra i due sessi di ben otto punti percentuali). L’obiettivo europeo di raggiungere nel 2020 il 40% di popolazione laureata fra i 30 e i 34 anni sembra quindi realizzabile in Emilia-Romagna per la componente femminile della popolazione, mentre appare ancora lontano per quella maschile. Siamo in presenza di una forte discontinuità nel rapporto fra i due sessi nell’istruzione superiore, che deve ancora manifestare tutte le sue conseguenze e potenzialità nel mercato del lavoro. Raggiungere la piena parità di genere nelle professioni e nelle diverse occupazioni è un obiettivo indispensabile per non disperdere il capitale umano che si è creato negli ultimi anni.
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

2. Il protagonismo femminile negli studi superiori emerge con chiarezza anche dai dati relativi agli iscritti nell’Università di Bologna. Nell’anno accademico 2017/2018 gli iscritti all’Ateneo bolognese erano 83.679 (37.325 maschi e 46.354 femmine): la prevalenza delle donne era quindi netta (55,4% contro 44,6%). Questo dato conferma una tendenza iniziata nell’anno accademico 1993-1994, quando per la prima volta il numero delle donne iscritte superò quello degli uomini. Negli anni successivi questo sorpasso è sempre stato confermato e lo scarto a favore delle donne si è progressivamente ampliato, fino a raggiungere stabilmente un valore superiore al 55% degli iscritti. Appare molto interessante, per cogliere il carattere del maggiore impegno femminile negli studi universitari, analizzare i dati delle iscritte e degli iscritti alle diverse Scuole universitarie. Emergono in questo modo tendenze rilevanti: alla tradizionale preferenza femminile per gli studi umanistici si è associata negli ultimi decenni una presenza maggioritaria delle donne nelle scuole di Scienze Politiche, Giurisprudenza, Medicina e Chirurgia, Farmacia, Biotecnologie e Scienze motorie. La quota femminile è salita anche nelle scuole di Economia, Management e Statistica, Agraria e Medicina veterinaria; resta invece minoritaria a Ingegneria e Architettura e a Scienze, anche se con una tendenza all’incremento rispetto al passato.

Fonte dei dati: Università degli Studi di Bologna.

3. In Emilia-Romagna nel 2018 il tasso di occupazione femminile nella fascia di età da 20 a 64 anni era pari al 66,9% (con un significativo aumento rispetto al 63% del 2014). La nostra regione si collocava su un valore sostanzialmente analogo a quello dell’Unione Europea (67,4% nel 2018). Lo scarto era invece molto ampio con l’Italia, dove il tasso di occupazione femminile nel 2018 si fermava al 53,1%.
Positivi anche i dati sul tasso di disoccupazione femminile nella fascia di età da 15 a 74 anni. Nel 2018 in Emilia-Romagna questo indicatore era pari al 7,3% (in sensibile calo rispetto al 9,5% del 2014). Anche in questo caso la situazione della nostra regione si allineava con i parametri dell’Unione Europea, dove il tasso di disoccupazione delle donne nel 2018 era pari al 7,1%. Decisamente peggiore, purtroppo, la posizione dell’Italia che registrava nel 2018 un valore della disoccupazione femminile pari a 11,8%.
Un altro indicatore importante per qualificare la situazione delle donne sul mercato del lavoro è il rapporto fra i tassi di occupazione, nella fascia da 25 a 49 anni, delle donne con figli in età prescolare e di quelle senza figli.In Emilia-Romagna nel 2018 questo rapporto era pari a 84,5 e il valore era nettamente migliore di quello dell’Italia (73,8).
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

4. Le donne emiliane e romagnole partecipano agli studi superiori e lavorano in percentuali elevate. Questo protagonismo femminile è reso possibile da una diffusa ed efficace rete di servizi di welfare rivolti all’infanzia e alla popolazione anziana.
Nel 2016/2017 la percentuale di bambini di 0-2 anni che hanno usufruito di servizi per l’infanzia offerti dai Comuni (asili nido, micronidi o servizi innovativi e integrativi) era in Emilia-Romagna pari al 25,3%. Nella nostra regione l’utilizzo di questi servizi si collocava quindi su valori doppi rispetto a quelli dell’Italia (13% di bambini che usufruivano dei nidi).
La quota di bambini di 4-5 anni che frequentavano la scuola dell’infanzia o il primo anno di scuola primaria nel 2017-2018 era pari in Emilia-Romagna al 93,1% (contro una media nazionale del 94,9%).
Più elevata in regione era infine la percentuale di anziani trattati in assistenza domiciliare integrata, pari nel 2018 al 3,5% (in Italia il valore era 2,7%).
Il sistema di welfare emiliano-romagnolo è da molti decenni uno dei fattori decisivi delle buone prestazioni economiche che si registrano nel nostro territorio.
Fonte dei dati: Istat – Rapporto BES 2019

OBIETTIVO AGENDA 2030 ONU: 5

1. Uno degli indicatori che permette di cogliere meglio le dimensioni della crisi sociale ed economica che ha investito il nostro Paese a partire dal 2008 è la quota di giovani in età da 15 a 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione professionale (i cosiddetti NEET). In Italia nel 2018 si trovava in questa condizione il 23,4% dei giovani fra i 15 e i 29 anni, mentre nell’Unione Europea il valore medio di questo indicatore era il 12,9%. Il divario negativo con i maggiori Paesi europei è molto ampio e rappresenta un fattore di grande preoccupazione, anche per le conseguenze di medio e lungo periodo sul percorso di vita delle giovani generazioni. In Emilia-Romagna nel 2018 la quota dei giovani in questa condizione era pari al 15,4%. La tendenza degli ultimi anni è positiva, con una sensibile riduzione rispetto al valore massimo del 20,6% raggiunto da questo indicatore nella nostra regione nel 2014. La situazione del nostro territorio è quindi nettamente più favorevole rispetto a quella dell’Italia. E’ però necessario consolidare e accentuare i miglioramenti registrati negli ultimi cinque anni per raggiungere una dimensione del fenomeno nella media europea.
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

2. Nella società della conoscenza un indicatore di grande importanza è la quota di giovani in età da 18 a 24 anni che abbandonano prematuramente i percorsi educativi e formativi. Rispetto a questa variabile l’obiettivo europeo era raggiungere il 10% nel 2020, nella consapevolezza degli impatti negativi che queste scelte di uscita precoce provocano sui percorsi di vita di chi abbandona gli studi. I giovani con basso livello di istruzione corrono infatti un rischio più elevato di povertà o esclusione sociale e incontrano maggiori difficoltà nell’inserimento nel mercato del lavoro. Nell’Unione Europea l’obiettivo è stato sostanzialmente raggiunto: nel 2018 la quota di giovani che avevano abbandonato gli studi era del 10,6%. La situazione dell’Italia è più critica, con una percentuale di persone in età da 18 a 24 anni uscite precocemente dai percorsi educativi e di formazione pari nel 2018 al 14,5%. La nostra regione presenta per questo fenomeno una situazione molto vicina alla media europea e quindi decisamente migliore del resto del Paese. Nel 2018 la quota degli abbandoni precoci in Emilia-Romagna era pari a 11% e la tendenza era positiva (con una forte riduzione rispetto al valore del 20,3% nel 2004). E’ quindi molto probabile che nel 2020 nel nostro territorio si conseguirà l’obiettivo europeo del 10%.
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

OBIETTIVO AGENDA 2030 ONU:

1. L’Emilia-Romagna è uno dei luoghi al mondo dove si vive più a lungo: nel 2017 la speranza di vita alla nascita aveva raggiunto 81,4 anni per gli uomini e 85,6 per le donne. Sono valori molto elevati, leggermente superiori a quelli registrati dall’Italia nello stesso anno (80,8 anni per gli uomini e 85,2 per le donne). Si rileva inoltre uno scarto più ampio rispetto alla speranza di vita media dei 28 Paesi dell’Unione Europea: nella nostra regione i maschi vivono oltre tre anni in più degli uomini europei e per le femmine lo scarto positivo è di oltre due anni. Sono risultati molto importanti, che testimoniano la forte presenza e l’alto livello qualitativo dei servizi di natura assistenziale e sanitaria nel nostro territorio. Da segnalare infine che in Emilia-Romagna nel 2018 anche la speranza di vita in buona salute si collocava su valori lievemente superiori a quelli italiani (59,2 anni contro 58,5).
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

2. Gli avvenimenti di questi giorni hanno riproposto in maniera drammatica il tema degli incidenti stradali. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile affronta questo grave problema nel Goal 3, dedicato alla salute. L’obiettivo fissato nel 2015 era quello di dimezzare entro il 2020 rispetto al 2010 i decessi e le lesioni da incidenti stradali. Nell’Unione Europea e in Italia sembra ormai impossibile potere conseguire questo risultato: gli ultimi dati relativi al 2018 evidenziano infatti una riduzione dei decessi rispetto al 2010 pari a circa il 20%. Anche nella nostra regione il traguardo sembra lontano: nel 2018 si sono verificati in Emilia-Romagna 16.597 incidenti stradali, che hanno provocato 316 morti e 22.402 feriti. Rispetto al 2010 si registra un calo dei decessi del 21,2% e delle persone ferite del 20%. La tendenza è positiva, ma i progressi sono ancora troppo limitati e soggetti a forti oscillazioni annuali. Bisogna quindi intensificare l’impegno per prevenire comportamenti sbagliati di chi guida e tutelare maggiormente gli utenti deboli della strada (ciclisti e pedoni, con una particolare attenzione alle persone in età più avanzata).
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

3. La salute viene indicata dai cittadini come uno dei fattori decisivi per la qualità della vita. Nel Rapporto sul benessere equo e sostenibile presentato nel dicembre 2019 l’Istat dedica ampio spazio a questo tema, analizzando anche alcuni comportamenti potenzialmente nocivi. Vediamo come si colloca l’Emilia-Romagna quando si parla di fumo, alcol, sedentarietà ed alimentazione.
Sul fumo il dato regionale è migliore della media nazionale: nel nostro territorio nella popolazione in età superiore a 13 anni la quota di fumatori era pari nel 2018 al 17,7% (19,4% in Italia).
Più critica la situazione dell’Emilia-Romagna quando si indagano i comportamenti a rischio nel consumo di alcol: nella nostra regione la quota di persone in età superiore a 13 anni coinvolta in questo rischio nel 2018 era pari al 19,6% (16,7% in Italia).
Relativamente alla sedentarietà la posizione regionale è invece buona: nel 2018 fra le persone in età superiore a 13 anni la quota di chi non praticava alcuna attività fisica era pari al 26,2% (35,7% in Italia).
I nostri concittadini erano più virtuosi anche nei comportamenti alimentari: nel 2018 in Emilia-Romagna le persone di 3 anni e più che consumavano quotidianamente almeno 4 porzioni di frutta e/o verdura erano il 22,9% del totale, contro una media nazionale del 19,6%.
Fonte dei dati: Istat

OBIETTIVO AGENDA 2030 ONU:

La piazza era piena quel giorno a Bologna, e c’ero anch’io. Potrebbe essere questo l’incipit giusto per descrivere quella che è stata a tutti gli effetti una giornata di mobilitazione campale: diecimila metri quadrati di piazza VIII Agosto riempiti all’inverosimile, con persone che arrivavano fin sotto i portici e nel limitrofo parco della Montagnola, tutte strette come sardine, come quarantamila sardine.

È stata una grande festa musicale, culturale, ma soprattutto civica, apogeo del Movimento nato proprio in questa stessa città, nella poco distante Piazza Maggiore, appena un paio di mesi fa. Le Sardine, per la prima volta, hanno deciso di fare le cose davvero in grande, con un evento totalmente autofinanziato e impreziosito dall’iniziativa “Sardina ospita Sardina”, in cui moltissimi residenti bolognesi hanno aperto le porte della propria casa a persone arrivate, nel vero senso della parola, da ogni parte d’Italia.

La piazza è quella che avevo già incontrato a Bologna la prima volta e a Roma la seconda, nella sua devastante e meravigliosa eterogeneità; ma forse oggi c’è qualcosa in più: un grido, una richiesta disperata, a pochi giorni dalle elezioni, di non lasciare tutto in mano a chi vuole umiliare, sotterrare, annientare la bellezza, il rispetto tra le persone, il senso stretto dell’accoglienza e tutto quello che rende l’Emilia-Romagna una regione modello per l’Italia intera.

“Bentornati in mare aperto”, recita la scritta sul maxi-schermo luminoso dal quale, nel corso del pomeriggio, andranno in onda diverse immagini dello show.

L’evento, iniziato con qualche minuto di ritardo rispetto alle 15, orario di partenza inizialmente previsto, è stato presentato da Leonardo Bianconi e Giulia Quadrelli, due ragazzi, anzi, due “regaz”, attivi nel progetto “NarrandoBo”, laboratorio teatral-musicale nel quale si alternano artisti con l’intento di raccontare, attraverso forme d’arte varie, l’unicità e la bellezza del capoluogo emiliano.

Il primo artista a esibirsi è stato MaLaVoglia, giovane cantautore che ha firmato il nuovo inno delle Sardine, “6000 (siamo una voce)” e che ha eseguito il brano in una versione unplagged voce e chitarra. E poi via allo spettacolo vero e proprio, con un’alternanza di band, tra cui Le Altre di B, gruppo notissimo a Bologna e zone circostanti, i Joycut e i Rumba de Bodas. L’attrice Matilda De Angelis recita il testo di Com’è profondo il mare di Lucio Dalla, adottato a tutti gli effetti dal movimento delle Sardine come brano-simbolo, mentre Cristiana Dell’Anna porta sul palco un po’ della sua Napoli, leggendo ’O Mare, magnifica poesia di Eduardo De Filippo.

Fabrizio Barca e un bolognese d’adozione come Patrizio Roversi ci parlano di tutti quei territori costantemente ai margini, al sud dell’Italia, ma anche nell’insospettabile nord: aree depresse, forse persino un po’ dimenticate, ma luoghi assolutamente da riscoprire e da recuperare.

E poi ancora la testimonianza di Moussa e del suo viaggio impervio dal Benin e quella di Caterina, una ricercatrice, ritornata in Italia dopo anni di lontananza.

È un continuo via vai di personaggi, musicisti, attori, in un vortice artistico che sembra non avere fine: mentre si sta facendo buio, arriva persino un video-messaggio dell’intramontabile Francesco Guccini, un endorsment pubblico per le Sardine che, a suo dire, hanno avuto lo straordinario merito di ascoltare la voce di tutte quelle persone che sentivano fortissima l’esigenza di tornare a riempire le piazze.

Si ritorna alla musica, alla Bologna punk degli anni ’70 e ’80 con gli immancabili Skiantos, che, con Nevruz alla voce, riadattano il loro pezzo più famoso (una vera e propria cult song) Mi piaccion le sbarbine, nella più attuale Mi piaccion le sardine.

E tutti a cantare e a ballare, in un continuo oscillare di corpi che porta fino alle note della BandaBardò e dei Modena City Ramblers, che ci regalano l’immancabile Bella Ciao, nella

loro classica versione, mandando letteralmente in visibilio le quarantamila sardine della piazza.

La trovata del giorno, però è quella di Pif: cosa si sarà inventato questa volta il regista più funambolico del cinema italiano? Si presenta sul palco con la maglietta verde “Emilia-Romagna – Padania” e la vende alla cifra record di 173€, da devolvere a Mediterranea Saving Humans. Finanziare quindi chi salva i migranti con una maglietta della Lega: come la definirebbe lui, «un’operazione dadaista!».

C’è ancora spazio per tanta musica, con i Marlene Kuntz che regalano alle Sardine, una versione più soft di Bella Ciao, Vasco Brondi, l’acclamatissimo Willie Peyote, i Subsonica e gli Afterhours, il cui leader Manuel Agnelli legge le parole del nazista Goering, braccio destro di Hitler: «È facilissimo far scoppiare una guerra: basta spaventare la gente, imbottirla di paura finché non scoppia il fegato come un’oca, finché non si trasforma in odio irrazionale e sguaiato». E quindi commenta: «Io ci trovo qualche analogia, voi no?».

Da citare anche il bellissimo intervento di Concita De Gregorio, che porta sul palco una ragazza transessuale e la sua famiglia, una guida turistica di Roma immigrata in Italia dall’Africa e un uomo non vedente. Ognuno di loro, racconta la storia di uno degli altri due, in un costante e infinito scambio di empatie, di solidarizzazioni profonde, di messaggi lanciati con espressioni e pronunce diverse, ma portatori di unico comune denominatore: l’inclusività.

Dopo il bellissimo intervento del funambolo delle parole, Alessandro Bergonzoni e l’ultimo spazio musicale affidato a Marracash, arrivano finalmente sul palco loro, i fondatori del movimento, i generatori del Big Bang: «Ne è valsa la pena, siamo tornati a fare politica, i nostri cervelli non sono manipolabili e non lo saranno mai. Questa piazza è nata da un flash mob, voi avevate già capito prima degli osservatori politici. Torniamo a votare e a prendere posizione perché alle ultime elezioni c’è andato il 37% ed è anche colpa nostra. La vera forza di questo fenomeno non sono le piazze piene ma la capacità di mettere in relazione, tornare ad accettarci. Dove c’è aggregazione non c’è paura, dove c’è dialogo non c’è populismo. Oggi attraverso l’arte abbiamo fatto politica e la notizia è che se continuiamo così il populismo ha già perso» dice senza paura Mattia Santori.

Già, caro Mattia, speriamo tutti sia davvero così.

Alberto Rompianesi

Nel mondo una persona su nove è ancora afflitta da problemi di denutrizione. In Europa questo problema è stato largamente risolto, ma emergono altre questioni legate all’alimentazione che provocano ad esempio un crescente rischio di obesità. Nel 2017 nell’UE il 15,2% dei cittadini in età superiore ai 17 anni era obeso e un ulteriore 36,8% si trovava in una condizione di pre-obesità. Combinando queste due situazioni più della metà degli europei era in sovrappeso, con valori nettamente più elevati fra le persone con basso grado di istruzione. In Italia nel 2018 la popolazione con più di 17 anni che si trovava in eccesso di peso era pari al 44,8% e la situazione era quindi migliore di quella europea. Nella nostra regione il valore era leggermente inferiore a quello italiano (44,5% delle persone in sovrappeso).
Fonte dei dati: Eurostat/Istat

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