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Marzo 2020

Da qualche giorno si parla spesso di loro, i “maker”: creatori e artigiani digitali che, armati di stampante 3D, si sono messi al servizio della comunità per fronteggiare l’emergenza Covid-19.

Beatrice Starace, formatrice di tecnologie innovative per la didattica per ragazzi e insegnanti, è una maker bolognese che fa parte anche della rete italiana “Make in Italy”, che detiene un database dei creativi italiani con attrezzature 3D e competenze specialistiche e che ha divulgato diverse richieste di intervento nelle ultime settimane.

Sono molti i prototipi di mascherine, visiere, caschi e altri dispositivi di protezione allo studio in questi giorni tra gli inventori del 3D, ma tu hai deciso di metterti a stampare una valvola che collegata ad una maschera da snorkeling integrale, la trasforma in una maschera respiratoria d’emergenza per la terapia ospedaliera. Sappiamo che il progetto è nato ed è stato sperimentato a Brescia, da una collaborazione tra un ex primario e un imprenditore, maker a sua volta. Come sei stata coinvolta? Perché hai scelto di stampare proprio questo pezzo?

Domenica scorsa il Fablab di Brescia – i FabLab sono centri che offrono servizi personalizzati di fabbricazione digitale e sono presenti in quasi tutte le città – ha rilanciato la richiesta della Protezione Civile locale che chiedeva l’invio di 500 kit della valvola “Charlotte”, che è appunto quel pezzo che funge da raccordo tra un respiratore e una maschera da subacquea, prodotta da un noto marchio di attrezzature sportive. Tra le tante call che girano nella comunità dei maker, ho preferito rispondere a questa, poiché la richiesta proveniva direttamente dalla Protezione Civile ed era approvata dalla comunità scientifica e medica. Naturalmente si tratta di un prodotto d’emergenza: i test sono stati fatti da un team di ingegneri, medici e operatori sanitari, ma non esiste un vero e proprio protocollo. È una soluzione d’emergenza per una necessità contingente dell’Ospedale di Brescia.

Però il progetto avrà particolari requisiti, immagino.

Certo. Quando ho risposto alla richiesta mi hanno inviato il progetto da stampare e i requisiti per la stampa con prescrizioni e parametri da rispettare e il tipo di materiale richiesto, o PLA o nylon.

Ecco parliamo della stampante: tu che materiale usi? E’ facilmente reperibile?

Io uso il PLA, l’acido polilattico, che è un termo-polimero che proviene dalla fermentazione del mais ed è compistabile e idrosolubile a temperature superiori agli 80°. Si trova in commercio sotto forma di bobine di filamento ed è un materiale classico per la stampa in 3D.

Quante valvole hai prodotto e in quanto tempo?

Il kit richiesto da Brescia è formato da due valvole, una necessaria al collegamento della maschera al respiratore e l’altra opzionale, che può essere utilizzata su richiesta del medico. Ho stampato in totale 3 kit e per ciascuno ho impiegato circa 6 ore e mezza. Quando poi ho inviato il materiale, mi hanno detto che in 24 ore eravamo già riusciti a stampare tutti i pezzi richiesti.

E i costi?

Ogni kit mi è costato circa 1,5 €, tra energia elettrica e materiale. Ovviamente io li ho regalati alla Protezione Civile.

Che tu sappia gli Ospedali bolognesi non hanno necessità di questo prodotto?

Gli Ospedali di Bologna la settimana scorsa avevano bisogno di mascherine usa e getta. Ho fatto qualche prova ma ci si impiega troppo tempo con la stampa 3D e i risultati non sono paragonabili ai presidi medici in uso. In questo caso è più indicata la produzione attraverso la conversione delle aziende tessili del territorio che è già in corso nella nostra regione.

Come sei diventata una maker?

Ho studiato ingegneria Edile Architettura ma sono parecchi anni che mi occupo di stampa 3D, dapprima per passione e poi è diventato un lavoro. All’inizio la prima stampante 3D me l’ero costruita io, assemblando i pezzi ordinati online per risparmiare un po’. Stampavo qualche progetto mio o qualcosa richiestami da amici e conoscenti. Per di più, se non si usano per fare prototipazione industriale, le stampanti 3D sono utilizzate per produrre oggetti personalizzati, ad esempio gadget con loghi o nomi, stampi da utilizzare in cucina o anche pezzi di elettrodomestici fuori produzione. Oggi uso la mia stampante per lavoro, come dimostrazione durante i corsi di formazione che tengo. Ma la passione è rimasta e mi sono iscritta al FabLab di Bologna “MakeinBo” anche per poter contribuire in casi di necessità come quelli che stiamo vivendo in questi giorni.

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Appena terminata la nostra chiacchierata, Beatrice ha ricevuto una nuova richiesta di produzione della valvola “Charlotte”, proveniente dal FabLab di Milano su richiesta degli Ospedali della città e naturalmente si è messa subito al lavoro.

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Le foto e i video sono di Beatrice Starace.
L’immagine di copertina è di Isinnova.

“Ehi, Barba, ti andrebbe una bella scopata?

Ha parlato una ragazzina minuta ma con grandi tette. Capelli neri a caschetto, camicia a maniche lunghe, minigonna, sandali. Forse ho capito male. Forse no. Forse è una tossica.

“Mi sembra un popresto.”

“Mica vero, la tarda mattinata è l’ideale per i pensionati.

“Non sono ancora un pensionato.

“E che ci fai a Nantes?

“Sono qui per il Tour.

“Benissimo. Viva il Tour. Offerta speciale: un pompino imperiale più una coppa di Champagne, cinquanta euro. Champagne a carico tuo. Cosa c’è, non sono abbastanza carina? O sei finocchio?

“No, anzi, ma ho da lavorare.

“Mi crolla il mito dellitaliano sempre arrapato.

Vado in un baretto lungo la Loira, unomelette e un bicchiere di Muscadet, pessimo il caffè. Mi sa che aveva ragione la ragazza, un pompino e una coppa di Champagne era meglio …”.

E’ in questo inizio di “Giallo su giallo” (un tour insanguinato, un tour funestato da tre morti collegate, in qualche modo, ad una misteriosa dark lady di cui il protagonista, l’io narrante, altri non è e non una trasposizione nemmeno tanto celarta dello stesso Mura) uno dei due gialli, appunto, che ha scritto (l’altro è “Ischia” in cui il commissario Jules Magrite, in vacanza con il magistrato Michelle Lapierre, incontra il boss Pépé le Couteau che lo conduce oltre il sipario delle bouganvillee, delle scogliere e dell’acqua verde-azzurra fino a scoprire un nuido di corruzione, degrado, criminalità), che si ritrova tutto Gianni Mura, la sua umanità e la sua ironia, la capacità di arrivare al nocciolo delle cose senza perdere la capacità di scrittura, una scrittura facile, semplice, immediata ma di sicura presa, e l’elenco delle sue passioni: lo sport (il Tour de France specialmente), il cibo (anche un’omelette e un bicchiere, fresco, di Muscadet all’ombra del pergolato di un bistrot lungo un fiume possono essere una festa, grossa e grassa, per il palato) e le donne. Il tutto (e tralasciando le carte, lo scopone, e gli anagrammi, la convivialità e la poesia, la canzone d’autore e gli amici) non necessariamente  in quest’ordine.

Facilità e felicità di scrittura, unite a un grande senso del narrare e ad un’enorme gioia del farlo e ancora conoscenza e rispetto e amore di ciò di cui si parla (il Tour e l’arcipelago napoletano): questo è il Mura scrittore, anche se il meglio lo si trova in certi articoli (come quando paragona Maradona e Platini, o quando inventa il termine Pantadattilo per celebrare il Tourmalet di Pantani) o nelle spigolature con tanto di voti della sua rubrica Cattivi Pensieri sul domenicale di Repubblica.

Ancora, e infine, purtroppo, quello che soprattutto ci ha lasciato nei suoi scritti, è la celebrazione della vita, la vita come va, o dovrebbe andare, vissuta. Come, d’altronde, quasi un epitaffio annunciato, si può leggere nelle istruzioni leggere da lui stesso scritte per il suo, ultimo, libro “Non c’è gusto”:

… confesso che ho vissuto, che ho mangiato, che ho bevuto, che ho sbagliato. La maggior parte degli errori, in gioventù …”.

  • farina 00 100 g
  • farina integrale 270 g (potete usare anche solo farina 00, oppure sostituire la farina integrale con farro, cereali o quella che preferite)
  • olio evo 20g
  • lievito fresco 7g
  • zucchero 1 cucchiaio
  • sale 1 cucchiaino
  • acqua tiepida 200 g

Cottura 220 gradi per 20/25 minuti parte bassa del forno.


Procedimento
In una ciotola sciogliere il lievito con l’acqua tiepida e lo zucchero, aggiungere l’olio e la farina setacciata un po’ alla volta, unire il sale e continuare ad aggiungere la farina, lavorarne bene l’impasto, deve risultare un po’ morbido ed appiccicoso. Coprire con pellicola e fare riposare 2 ore in forno spento con luce accesa.

Trascorse le due ore, spolverare in po di farina sul tagliere, versare l’ impasto e lavorarlo un po’. Fare 10 /12 palline arrotolarle bene, coprirle ancora e far lievitare altri 15 minuti. A questo punto stendere ogni pallina, con le mani ed arrotolare ogni lato fino a creare un vortice su se stessa ed allungarli leggermente. Stenderli distanziati sulla teglia da forno con carta, coprirli e farli lievitare ancore 30 40 minuti, intanto preriscaldate il forno a 220 gradi, trascorso il tempo fare un piccolo taglio delicato verticale verso la parte finale del panino, spolverarlo di farina aiutandosi con un setaccio e cuocere in forno!

Buon Impasto, da G&G

“… era un quartiere lurido. Mi si appiccicava alle scarpe come il vischio alle zampe degli uccelli. Era scritto che lo avrei sempre dovuto misurare a piedi in cerca di qualcosa, di un pezzo di pane, un rifugio, un po’ d’amore …”.

Ecco il solito occhio di lince hollywoodiano, si potrebbe pensare.

E ancora, “… alta e slanciata, a testa nuda, avvolta in un trench écru, nelle tasche del quale affondava le mani, sembrava stranamente sola in mezzo a quella folla, forse persa in una fantasticheria interiore. Era in piedi all’angolo del chiosco di giornali, sotto il lampione a gas. Il viso pallido e sognante, di un ovale regolare, era sconcertante. Gli occhi chiari, come lavati dalle lacrime, riflettevano un’indicibile nostalgia. Il vento pungente di dicembre giocava tra i suoi capelli …”, ecco la perfetta dark lady che si aggira nella nebbia densa della città degli angeli.

E invece no, non siamo dalle parti del Mulholland Drive o del Sunset Boulevard nè tanto meno stiamo affrontando i tornanti di Lombard Street; siamo invece in Francia, la Francia occupata e divisa prima, la Francia del ritorno alla normalità poi, la Francia della grandeur pompidouiana infine.

E lui, anche se lo pare, così vissuto, ironico, stropicciato, acuto, pwrfettamente appartenente alla scuola dei duri cantata da Hammet e Chandler o da Spillane e MacDonald, non è Sam Spade o Philippe Marlowe, Mike Hammer o Lew Archer (in italiano, sigh, Harper): Lui è Nestor Burma (o dinamite Burma come lo chiamano amici e nemici, la fida e pungente segretaria Helene Chatelain o l’altrettanto fidato e comprensivo ispettore Florimond Faroux, i colleghi e amici Roger Zavatter e Louis Reboul o il giornalista compare di antiche bevute Marc Covet), il protagonista della trentina di avventure (inclusa una serie nella serie intitolata “I nuovi misteri di Parigi” che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso arrondissment di Parigi) che all’ineffabile investigatore sempre munito di pipa, quasi un contrappasso all’altrettanto famoso, e per certi versi alter ego, commissario Maigret simenoniano, ha dedicato quel gran maestro del noir francese e mondiale che risponde al nome di Leo Malet (Montpellier 1909, Parigi 1996).

Trenta romanzi, dicevo. Trenta avventure per una trentina di anni di vita del personaggio (che compare per la prima volta nel 1941 in “120, rue de la gare” e continua ad investigare ed allietarci fino al 1971 con l’inchiesta conosciuta come “Nestor Burma e la bambola”), In questo lasso di tempo, tutto è cambiato, la vita, i bistrot di periferia come i treni che promettono, lontane, le spiagge della côte d’Azur, le motivazioni delle persone e le calze delle donne, fatali come si conviene, perfino l’argot è cambiato e i nuovi apache neanche lo sanno parlare; eppure in tutto questo mutare c’è qualcuno che non cambia, non cambia per non seguire le mode del momento, per non diventare, anche lui, una banderuola al vento: lui, Nestor, Nestor il puro, Nestor il romantico, Nestor il disilluso, Nestor che sa sempre fare la cosa giusta, la più giusta in quel momento ed in quel luogo. Lui, Nestor “dinamite” Burma.

Non si può dire che tu sia arrivato all’improvviso, perché non è stato così, abbiamo avuto il tempo di conoscerti, di sottovalutarti, ma alla fine ti abbiamo capito, o almeno ci stiamo provando.

I decreti restrittivi del governo ci hanno fatto comprendere l’entità del tuo male, ci sono volute prese di posizione decise e forti per convincerci a non metterti in secondo piano.

Hai fermato tutto: dall’economia, alla scuola, passando per ristoranti fino ad arrivare allo sport, e quindi anche al calcio.

Per noi appassionati non avere nemmeno la possibilità di dare due calci a un pallone in compagnia, o di aspettare con ansia e gioia la squadra del cuore la domenica è molto doloroso.

A causa tua viviamo nell’incertezza più totale: date di ripresa delle leghe divenute spesso convenzionali, campionati bloccati in quasi tutti i continenti, europei che slittano al 2021 e allenamenti bloccati.

Tutto questo causa una notevole flessione economica per tutti i club, grandi e piccoli che, senza introiti da parte dei diritti televisivi e dalla vendita dei biglietti, alla fine di questa pandemia dovranno fare i conti – anche loro – con un bilancio a dir poco rosso.

Ma in questo momento di grande riflessione risaltano all’occhio alcuni atti benevoli che, in un mondo dominato dai soldi e da una sfrenata competizione, ci dimostrano che ancora oggi alcuni valori sono rimasti.

Basti pensare ad alcune squadre di Ligue 1, come il Lione, che hanno tagliato gli stipendi ai loro giocatori, i quali vengono così equiparati a qualsiasi altro lavoratore.

In Bundesliga i giocatori del Borussia Monchengladbach si sono volontariamente abbassati lo stipendio per permettere a tutti i dipendenti del club in difficoltà di continuare ad avere una vita dignitosa.

Per non parlare delle infinite donazioni agli ospedali più bisognosi del paese da parte di tantissimi giocatori, da Bernardeschi a Ibrahimovic, passando da Totti a Di Lorenzo.

Sono state fatte anche donazioni societarie: è il caso di Bologna, Inter e Roma, che hanno donato agli ospedali delle rispettive città una cifra totale di 1.000.000 di euro e 300.000 mascherine.

Quando si dice che tutto il male non viene per nuocere, ritengo che sia vero.

È vero poiché nonostante le evidenti problematiche sotto gli occhi di tutti, questa situazione estrema ci porta a mettere in standby la vita per un po’, a meditare su chi sei e ti spinge a vedere questo isolamento da tutto come un valore, paradossalmente un valore di unità.

Ci sentiamo uniti banalmente apprezzando le piccole cose, come mettersi alla prova palleggiando con la carta igienica, emulando i grandi campioni sui social, o grazie alla tv, che ci fa rivivere le stesse emozioni riproponendo quell’incredibile percorso della nostra Italia del 2006, e in particolar modo quel rigore di Grosso alla Francia, che ci trasmette le stesse emozioni di 14 anni fa, rendendoci più uniti, pur non potendoci nemmeno toccare.

Mi chiamo Giulio Valentini, sono un medico di famiglia in pensione con alcune esperienze di cooperazione nei paesi in via di sviluppo.

Volevo confrontarmi con voi su una possibile iniziativa che a mio avviso andrebbe percorsa nei prossimi giorni/ settimane alla luce della concreta possibilità che la drammatica situazione che stiamo vivendo si prolunghi per alcuni mesi.

E’ necessario che a tutte le persone, specie alle più fragili, ma comunque a tutte (vecchi e giovani, studenti e lavoratori, italiani e stranieri, ricchi e poveri !!) sia garantita a DOMICILIO la consegna dei farmaci salvavita e degli alimenti indispensabili alla sopravvivenza( come pasta,riso,latte,olio…..), in modo da non costringere le persone ad uscire necessariamente di casa ( e anche per non fornirne l’alibi) e  a dare loro la sensazione di essere protette di fronte a questa situazione angosciante.

So bene che molte famiglie (anche la mia) riescono ancora a ricevere i prodotti alimentari a domicilio facendone richiesta on line, pagando con carta di credito etc., ma molte persone non sono in grado di farlo e si mettono in fila davanti ai supermercati o alle farmacie.

Si possono comunicare alla popolazione numeri telefonici a cui rivolgersi in determinate fasce orarie, magari diversi da quartiere a quartiere, coinvolgere studenti universitari/ boy scout/ volontari che raccolgano le telefonate, prendano contatti con farmacie e medici curanti (ora le ricette sono dematerializzate, basta avere un codice), chiedere qual è il fabbisogno di alimenti e organizzare le consegne per esempio con la Croce Rossa o altre associazioni , osservando tutte le misure di protezione.

In alcuni Comuni d’ Italia ( forse più piccoli) lo si sta già facendo…non è impossibile, sarebbe un aiuto materiale e psicologico per la popolazione, che non può solo “aspettare che cessi il diluvio, ma deve imparare a vivere anche con la pioggia”.

Può essere che il nostro Comune ci stia già pensando, ma ripeto , è necessario affrontare questa emergenza  garantendo a tutti ciò che è  indispensabile .

Giulio Valentini

Se ci pensiamo bene, in fondo nessuno di noi ha davvero compreso la portata degli eventi che stiamo vivendo. In poco tempo le società moderne vedono materializzarsi un connubio, potenzialmente micidiale, di insicurezza, impoverimento economico, vulnerabilità probabilmente mai conosciuto prima d’ora (se escludiamo i conflitti mondiali).

Ciò che guardavamo da lontano e con una dose di sufficienza, ha attraversato l’ Asia per diffondersi in Europa, nel nostro Paese e nel mondo. In poche settimane abbiamo a che fare con più di 36000 casi conosciuti di Covid 19 e più di 3000 decessi. Un virus che toglie il respiro non solo alle persone che colpisce e infetta, ma al contempo ad un sistema economico e produttivo già provato da una crescita pari allo 0.

Riprende ad essere altalenante il divario BTP/ BUND, l’Europa, ormai come in diverse altre occasioni, fatica a definire una linea chiara ed univoca e quando ci riesce, lo fa oltre il tempo massimo. Gli organismi economici europei si barcamenano tra un rigorismo vintage e repentini cambi di linea. Un quadro mai visto prima, molto grave, che ha spinto il governo italiano a mettere in campo misure straordinarie per tutelare famiglie, imprese e lavoratori, in forte difficoltà. Tuttavia, tutto questo ci insegna molto. O meglio dovrebbe. Il distanziamento sociale, il metodo sino a qui utilizzato per fermare l’avanzamento del contagio, mette in risalto quanto a questo” sociale” eravamo e siamo legati.

Quanto per noi tutti il contatto, la frequentazione, il senso di comunità torni, nell’epoca dei social, ad essere fondamentale. In un certo senso questo avviene anche in modo sorprendente. L’iperconnessione e la conseguente disconnessione dalla realtà, sino ad oggi l’hanno fatta da padrone, mentre invece proprio la privazione del “contatto” pone in risalto la mancanza, il vuoto e la necessità di mettere in discussione velocità, stili di vita, cura e attenzione verso il prossimo. C’è da domandarsi se debba essere per forza il pericolo o la paura a ribaltare paradigmi consolidati o se davvero occorra ridefinire un nuovo equilibrio sociale.

Ora c’è la fase emergenziale, dalla quale ci auguriamo tutti di uscire al più presto, poi servirà una ripartenza sul piano economico e umano. Se non traessimo insegnamenti da questa gravissima vicenda, avremmo perso un’occasione importante per migliorare la vita di ognuno di noi. Avremmo perso l’ occasione, parafrasando Franco Basaglia, di imparare a fare sempre qualcosa nel buio.

Eddy-baby ti amo

1985 – Salani 2005

“… ogni tanto Eddy sogna di avere una famiglia con una vita diversa: una vita da contadini, con suo padre che indossa una camicia bianca e coltiva la terra […] Nei suoi sogni, suo padre, sua madre e lui hanno una casa come quella dei nonni di Vit’ka, solo più grande. Ma anche la loro famiglia è più grande, oltre a Eddy ci sono altri figli: Asja, Kadik e Vit’ka. E sempre nel sogno, i nonni di Vit’ka diventano i suoi nonni. E tutto intorno a loro ci sono un’infinità di meli in fiore, e poi dei cavalli …”.

Idilliaca la vita sognata dal giovane Eddy. Una vita che gronda rimandi di letteratura russa del XIX secolo. Una vita, ed una scrittura che può sembrar strano appartenere a quella che è certamente stata una delle figure più emblematicamente discusse, e discutibili, della sociality sovietica dalla perestrojka in poi.

Perché, infatti, questo è un breve abstract da “Eddy-baby ti amo” (pubblicato in patria nel 1985 e da noi, dalla benemerita Salani, nel 2005) scritto da  Ėduard Limonov (lo pseudonimo di Ėduard Veniaminovič Savenko derivante dalla crasi tra il vocabolo russo che sta per limone e limonka, espressione gergale usata per definire la bomba a mano), lo scrittore/poeta e prosseneta, barbone e bon-vivant,  ergastolano e maggiordomo di personalità del bel mondo, politico neo-nazista (fondatore del Partito Nazional-Sovietico) ma riformista a suo modo (tra i più acerrimi oppositori dello zar redivivo Vladimir Putin), seguace/ispiratore di Gerry Kasparov e del suo partito L’AltraRussia e mercenario, pro-serbi, nella tragedia balcanica, celebrato e sdoganato ai più dalla bellissima, intensa, celebrativa, spigolosa “Limonov”, la discussa e discutibile biografia romanzata che di lui e per lui ha scritto Emmanuel Carrère.

Leggendo la quale (ma anche, se non soprattutto, qualcuno dei suoi più di 70 libri editi) ci si imbatterà in un uomo, Limonov appunto, per il quale, in breve e parafrasando Sepulveda e il suo “Un nome da torero”, si può pensare, finalmente a proposito, di trovarsi di fronte a qualcuno che abbia veramente vissuto una vita da romanzo (“… Limonov persona e Limonov personaggio si alternavano come gemelli furfanti …” scrive acutamente Gabriele Romagnoli sul La Repubblica del 18 marzo).

Ed allora, e molto più congruamente, ecco qualcosa che, forse, aiuterà, sorta di epitaffio preveggente, ad identificare meglio il discusso scrittore: “… Vovka suona, Griška ed Eddy cantano insieme Passano i giorni e gli anni; il vino dell’amore… E il sangue prende fuoco …”.

Mi sta venendo dubbio, anzi due. Mi girano per la testa da un po’ a dire il vero. Ma dopo l’ultima sparata di oggi del Presidente Zaia che vuole fare il tampone a tutti i veneti, e le accuse di Fontana sulle mascherine … non me le tengo più.

Primo dubbio: ma questa classe dirigente della Lega, che governa il nord da tanti anni, è davvero così brava?

L’atteggiamento altalenante e, spesso, scomposta di Fontana e Zaia come lo dobbiamo leggere?

E’ vero che  la Lombardia sta vivendo un momento difficilissimo e questo nessuno lo può negare. Avere una responsabilità in questo momento è sicuramente un peso importante, ma chi guida una regione dovrebbe saperlo fare con serietà, polso fermo e nessuna tendenza al narcisismo. 

La  scenetta con la mascherina è stata una pessima figura e accusare il governo di non voler mandare le mascherine in Lombardia è una caduta di stile notevole. La pronta risposta della Protezione civile rispetto alle difficoltà di reperimento a causa dei fermi alle frontiere, era sicuramente già conosciuta da Fontana. Non è possibile che non parli, più volte al giorno con il governo e con la protezione civile. Eppure affida certe sparate ai media.

Arriviamo a Zaia. Oggi se ne esce con la brillante idea di fare i tamponi a tutti veneti. 

Anche lui, che non è l’ultimo pirla del bar sotto casa, dovrebbe avere gli elementi per capire che non è fattibile. Non solo perché la priorità sanitaria ora è un’altra, il sistema sanitario sta faticando a tenere il passo con i malati gravi, bisognosi di assistenza respiratoria, ma anche perché sarebbe una misura se non inutile, dannosa: chi sta incubando potrebbe risultare negativo e contagiare altre persone abbassando la guardia.

Questo lo so io, figuriamoci il presidente di una Regione. Anche lui ha perso lucidità?

L’Emilia-Romagna ha più casi e più morti del Veneto, eppure per ora non si sentono voci scomposte, accuse e idee balzane. 

E qui arriva il mio secondo dubbio. E non è un bel dubbio. 

Sicuramente la bestia di Salvini continua a lavorare, raccogliendo dai social il sentimento del popolo leghista, il quale una volta dice  che serve l’uomo forte; l’altra che ci vorrebbe più coesione, magari un governo di unità nazionale; l’altra che il governo dovrebbe dare a tutti le mascherine; l’altra ancora che tutti vogliono fare il tampone per sapere se si sono infettati.

E così, questi politici, esperti ma sicuramente poco patriottici, danno voce ad intermittenza a questi vari e scomposti sentimenti. Sentimenti comprensibili, quanto scarsamente lucidi e informati. 

A che serve tutto ciò? A non perdere troppi voti durante l’epidemia, intanto. E poi, magari, a sfruttare un malumore tenuto in vita domani, quando tutto sarà passato.

Lo so, non è bello, ma inizio a convincermi che potrebbe essere proprio così.

E’ molto consolante però vedere che gli italiani stanno mantenendo un atteggiamento molto responsabile e capiscono quello che gli conviene fare. 

Spesso siamo meglio di come ci dipingono.

Infine, poche ore fa Ursula von Der Leyen, presidente della Commissione europea, è intervenuta nuovamente sull’emergenza COVID-19 in Europa. Due volte in due giorni, dopo la pessima conferenza stampa della signora Lagarde, presidente della BCE.

Aveva urgenza di dare alcuni segnali: faremo tutto il possibile per aiutare l’Italia. Spendete tutto ciò che serve, noi non vi ostacoleremo e, infine, cari tedeschi e francesi non potete fermare le mascherine ed altro materiale sanitario destinato all’Italia. Cari paesi europei, deve tornare la solidarietà reciproca, altrimenti non ce la faremo.

Morale: siamo in una situazione mai vissuta prima, non tutto funziona come vorremmo, aiutiamo chi ce la mette tutta.

Alice

In questi giorni siamo tutti a casa. Io e mia figlia da TRE settimane e da una si è aggiunto anche papà. Potrei semplificare tutto e riportare come questa situazione particolare sia vista da Sophia (4 anni) che ogni tanto sentenzia: “Mamma, che bello, siamo una famiglia!”. Un raggio di ottimismo e positività in questo periodo buio.

Ma non sarebbe il quadro completo. La cruda verità è che questo virus ci ha messo “a nudo” e più veri di qualsiasi altra cosa negli ultimi decenni. Ci ha restituito il tempo in famiglia, la bellezza di tornare a giocare con i nostri figli, il calore del sabato sera con la pizza al forno, la semplicità di fare una torre con le costruzioni o il braccialetto fai-da-te.

Ci ha insegnato (o ha insegnato almeno ai datori di lavori) che lavorare non significa per forza stare in ufficio. Certo, alcune attività non si possono fare da casa e per alcune riunioni la presenza fisica è indispensabile, ma diciamoci la verità: la stragrande maggioranza del lavoro di qualsiasi impiegato oggi si può fare con un PC, dei software e una buona connessione.

Inoltre, ci ha ricordato che solo la Scienza – ed esclusivamente lei – ci può tirar fuori da questa situazione, con buona pace per tutti quelli che pensano di sapere sempre tutto, di essere al di sopra di tutto ed agli eroi da tastiera sempre pronti a seguire l’ultima teoria complottista: state zitti per favore. Fate un favore al mondo in cui vivete: nascondetevi e fatevi dimenticare.

Come sempre accade nei momenti di necessità gli eroi veri emergono con chiarezza: infermieri, medici, operatori sanitari e tutte le persone di buon cuore che si sono messe a disposizione della collettività per affrontare al meglio la situazione. Ormai è più di un mese che lottano con un nemico invisibile e poco conosciuto e mettono la loro vita a rischio per la nostra salute e tranquillità. Il minimo che possiamo fare è riconoscerlo, ringraziarli e cercare di fare il possibile per aiutarli, standocene a casa e seguendo le poche indicazioni che ci chiedono di seguire.

Cos’altro ci sta insegnando?

Che facciamo parte di una collettività e che tutti quelli che pensano/pensavano di essere più belli, bravi, ricchi o in qualsiasi modo migliori degli altri, possono mettere il loro cuore in pace: non lo siete! Potete andare avanti, come tutti noi, solo insieme e rispettando le regole di tutti.

Ah, la cosa più bella: abbiamo bisogno del contatto fisico. Siamo umani e siamo animali. Abbiamo bisogno di toccarci, abbracciarci, baciarci e sentirci vicini. Per fortuna.

P.S. È inutile dire che ho cercato di tirare fuori solo gli aspetti più o meno positivi. Non ho parlato delle perdite nell’industria, nel commercio, delle difficoltà delle partite IVA e di tutte le conseguenze negative che purtroppo vedremo nei mesi futuri. Non ho menzionato le persone che non andando a lavoro non percepiranno l’unico reddito che hanno e quindi si troveranno in una situazione che non permette la tranquillità, la serenità. Non ho detto nulla dell’irresponsabilità incredibile di alcune persone che si sono spostati per andare in altre città, in altre regioni o perfino in feste e locali. Di tutto ciò non ho parlato, perché preferisco concentrarmi sul lato positivo di questa vicenda. Provare a vedere il buono anche in questa situazione. Questo brutto momento passerà e potremo tornare a preoccuparci delle solite cose, incluso il problema di cosa mettere per uscire la sera o dove andare per il 40° compleanno.

Dobbiamo avere pazienza. Nel frattempo stiamo a casa. Anche se lo smart-working con i figli addosso sembra difficile, Sophia adesso conosce i figli di tutti miei colleghi: anche per questo ci voleva il Corona Virus.

 Esco. Non esco. Chissa’ se esco. Forse esco. Dai mo esco. Devo fare la spesa. In casa non c’è più niente. Sono autorizzato.  Conte dice che posso farlo. Prima però ascolto una trasmissione televisiva per capire di più. La conduttrice ha la rara capacità di interrompere chiunque prova a fare un ragionamento sensato. Ne so meno di prima mi è solo aumentata l’ansia. Vado su Facebook. Sono inondato da tutto e il contrario di tutto. Complotto degli Usa. No dei cinesi. Comunque complotto di qualcuno. Appelli a stare in casa. Appelli a non assaltare i supermercati. Un mio amico di infanzia che chiamavamo “ il Tardo” , perché non ci arrivava subito ed era riuscito a farsi bocciare alle medie, posta continuamente analisi sulle cause, gli effetti, del virus. Si atteggia a scienziato. Dispensa consigli, emette direttive, emana raccomandazioni. Un altro che solo una settimana fa considerava una follia le prime misure di contenimento perché non si doveva impedire alla gente di andare al bar o alla bocciofila. Ora ha l’hashtag “ io resto a casa”. Vabbè. Chiudiamo Facebook. Mi chiamano dall’ufficio. Sono certo che faremo tutti smart working. Sbagliato. Non tutti sono convinti. Si apre un dibattito surreale tra chi pensa che sia una occasione per sperimentare un nuovo, e più evoluto modo di lavorare, e chi dice che è solo un modo per rimanere a casa in pigiama. Non si risolve niente. Qualcuno fa smart working, qualcuno va fisicamente in ufficio. Uscire e fare la spesa diventa una prova di coraggio. Procedo. Mi aggiro tra gli scaffali. Ad ogni colpo di tosse, ad un accenno di starnuto , tutti sobbalzano. Alla cassa un tizio particolarmente sovraeccitato guarda malissimo una poveretta che ha l’ardire di soffiarsi il naso. Per fortuna non ha un mitragliatore. Sarebbe stata una strage. Fatto. Sono a casa. Tutte le stanze sono occupate. Mia moglie in collegamento con i colleghi del lavoro. Mio figlio segue una lezione all’università in video conferenza. Mia figlia è in call con il master. Sono tutti in pigiama.

Dal 1° febbraio l’Inghilterra di Boris Johnson è ufficialmente uscita dall’Unione Europea, scelta che ha sicuramente stupito tutti noi che, inutile negarlo, abbiamo sempre guardato la terra della regina come una meta ricca di fascino, per ragioni storiche, aspetti culturali unici, e per quello spirito tradizionalista che ha sempre contraddistinto il territorio d’oltremanica.

Questo avvenimento storico-politico avrà sicuramente delle ripercussioni in ogni ambito. Persino in quello sportivo, e precisamente calcistico.

Ma quali sono queste conseguenze che ci possono essere sul calcio inglese, e precisamente sulla lega più seguita al mondo, la Premier League?

È già in atto da tempo un duro scontro tra la Premier League e la Football Association (FA) ovvero la federazione inglese.

Motivo?

Le squadre di Premier devono seguire dei parametri, secondo i quali nella rosa dei club sono consentiti 17 giocatori stranieri e 8 britannici. Con la Brexit però le cose potrebbero cambiare, e non in meglio, la Federazione ha infatti intenzione di variare questi parametri, abbassando il numero di stranieri a 13 e alzando quello dei britannici a 12, il tutto per dare maggior opportunità ai talenti locali di emergere, cercando di sfruttare al meglio le risorse che si trovano in casa.

Fin qui nulla di strano, l’Inghilterra è sempre stata un paese decisamente tradizionalista.

Questa eventuale decisione però, se presa, causerebbe un danno enorme alla qualità della competizione che potrebbe isolarsi repentinamente, rendendo così più difficili i trasferimenti di giocatori provenienti da ogni altra parte del mondo che probabilmente, loro malgrado, gradiranno maggiormente un trasferimento altrove, come in Bundesliga o nella nostra Serie A, leghe in netta crescita, causando un impoverimento persino economico.

Non è un caso che tutti i 20 club britannici si siano pubblicamente schierati contro la Brexit.

Inoltre, un’altra tematica seria, che in seguito a questa eventuale modifica può espandersi, è la piaga del razzismo, da sempre una delle maggiori problematiche globali.

Già perché brexit significa isolamento, e isolamento vuol dire chiusura.

Chiusura verso gli altri, verso le innovazioni e verso le diversità che a causa di provvedimenti di questo tipo, spaventano sempre di più, tendendo sempre a un mondo ricco di odio.

Tutti coloro che amano il calcio e che hanno una visione lungimirante del pianeta sperano che questa disputa tra premier e FA si risolva al più presto, e soprattutto, nel modo migliore possibile, in modo tale che non ci siano conseguenze di tipo sociale ( legate al razzismo appunto) e sportive, riguardo lo spettacolo che ogni weekend la Premier League offre a milioni di amanti del football.

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Da alcune settimane siamo attoniti protagonisti di una di quelle gettonatissime serie tv dove l’umanità è improvvisamente vittima di un virus killer. Fortunatamente l’umanità non si sta trasformando in zombie o in vampiri e il COVID19 non è letale come i virus televisivi, ma certamente la situazione che stiamo vivendo è nuova e preoccupante.

Navigando fra le notizie, i telegiornali, gli speciali televisivi e i post sui sociali inizio ad abituarmi all’idea che l’allarme durerà più di qualche settimana e che, in ogni caso, d’ora in poi dovremo convivere con epidemie come questa.

Quello che mi sento di dire è: facciamo ciò che ci dicono le autorità sanitarie e istituzionali e smettiamo di rompere le balle pensando tutti di essere virologi o politici più bravi di quelli che stanno ora gestendo la situazione. Il momento dei leoni da tastiera sta passando o almeno, speriamo che passi in fretta. Se leggete post che invitano a non rispettare le ordinanze perché si sa “è poco più di un’influenza” o accrescono il panico dicendo che moriremo tutti…. Iniziate a chiedere a chi scrive di mettere on line il proprio CV, dimostrando così di avere i titoli per poter esprimere sentenze di questo genere. Oppure, semplicemente ignorateli, evitando di far girare i loro post.

Se ci saranno errori da pagare verranno pagati quando sarà il momento, per ora cerchiamo di non disturbare il guidatore, altrimenti fuori strada ci andremo tutti insieme.

Detto questo e – augurando a tutti noi che il contenimento funzioni e fra qualche mese sia passata almeno la fase emergenziale – forse vale la pensa iniziare già da ora a pensare al futuro. Si, perché l’esperienza ci dice che nei momenti di difficoltà (le guerre sono un bel caso studio, ma una qualsiasi crisi va bene), c’è sempre qualcuno che ne esce guadagnandoci, a spese di tutti gli altri.

Ed eccomi ai miei pensieri sparsi, alla ricerca di conferme o possibili soluzioni.

Il mondo sta affrontando un problema enorme, provocato dall’uomo stesso: il cambiamento climatico, con ciò che ne deriva in termini di impoverimento di larghe aree della terra dovute a carestie, siccità o inondazioni, di conseguenze enormi per la salute e per l’economia, con popolazioni intere che hanno da tempo iniziato a migrare per cercare un luogo dove sopravvivere. Contestualmente, nel mondo, focolai di guerra colpevolmente accesi nei decenni scorsi tendono a peggiorare, e altri sembrano covare sotto il fuoco. 

Vediamo in questi giorni cosa sta succedendo in Grecia, dove masse enormi di siriani già stremati dai terribili campi profughi turchi, spingono per entrare in un’Europa spaurita e, tanto per cambiare, impreparata. Trovo al proposito che l’infelice frase della von der Leyen che proprio ieri ha parlato della Grecia come ”scudo dell’Europa”, sia parecchio deludente.

A inizio 2019 i dati relativi all’economia europea davano segnali positivi, facendo pensare ad una uscita definitiva dalla crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008, con esclusione di pochi paesi che non sono riusciti in questi anni a migliorare sufficientemente le proprie performances. E’ il caso del nostro paese, purtroppo. A inizio 2020 ci accorgiamo però che anche la locomotiva tedesca si sta fermando e che, anzi, la crisi industriale tedesca fa dormire sonni agitati a tutto il continente.

Nel frattempo, a Bruxelles sono cambiate tante cose. A maggio 2019 il nuovo Parlamento europeo e poi, a seguire, la nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen e la signora Lagarde che prende il posto di Mario Draghi al vertice della BCE.

Gli obiettivi strategici di Ursula von der Leyen sono ambiziosi, in 5 anni vorrebbe rivoluzionare l’Unione europea, con un’agenda stingente e piena di proposte da approvare ed attuare. L’obiettivo è fare dell’Unione europea il leader nel mondo per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico e attuare una rivoluzione digitale dell’economia che ci faccia recuperare il terreno perso in questi anni, senza rinunciare alle caratteristiche di mercato sociale ed ai valori di democrazia e diritti che sono propri del modello europeo. Questo significa trasformare completamente l’economia europea, accelerando lo sviluppo di azioni positive in quel senso e disincentivando quelle obsolete e, non da meno,  investendo in questo progetto ingenti somme di danaro sia pubblico che privato. E soprattutto, significa farlo senza lasciare indietro le fasce più deboli della popolazione. 

Già così, un progetto da far tremare le vene ai polsi, considerando lo scarso livello di solidarietà dimostrato negli ultimi decenni dagli stati membri dell’Unione europea.

Questo problema è più che evidente se seguiamo il dibattito in corso sul nuovo bilancio pluriennale dell’Unione europea, che dovrebbe partire il 1 gennaio 2021 con i suoi regolamenti relativi ai programmai di finanziamento europeo, i quali rischiano di slittare a causa della incapacità degli stati membri di mettersi d’accordo. 

In questo quadro il Parlamento europeo, eletto dai cittadini lo scorso maggio, vota all’unanimità una proposta di bilancio superiore a quella della Commissione e di molto superiore a quella della Presidenza finlandese del Consiglio. Il Consiglio europeo, formato dai capi di stato e di governo, si è già riunito due volte per poi partorire un topolino, proposte a dir poco insufficienti per poter pensare, anche solo lontanamente, alla grande trasformazione tecnologica e green dell’economia europea.

A questo punto arriva l’epidemia di coronavirus dalla Cina.

Il COVID-19 coglie tutti di sorpresa e, oltre ai problemi per la salute e la tenuta dei sistemi sanitari che sono in questo momento sono prioritari, siamo di nuovo a parlare delle conseguenze economiche che stanno per investirci. Si sta parlando di una nuova crisi economica globale ancora più pesante di quella che abbiamo affrontato recentemente. 

Non male, vero? Che si fa? Rinunciamo a qualsiasi speranza per il futuro? Ci affidiamo all’uomo forte come un paio di Mattei in giro per l’Italia ci suggeriscono? Direi di no, se no altro per testardaggine.

Una cosa, però, non riesco a togliermi dalla testa. 

In questi decenni di folle corsa alla privatizzazione di tutto ciò che si poteva svendere perché il privato è efficiente a il pubblico no, di magnificazione della globalizzazione e del mercato libero che tutti avrebbe sollevato dalla povertà perché “se l’acqua cresce, non solo le navi salgono ma anche le barchette” di reaganiana memoria, di rinuncia ai diritti dei lavoratori in attesa che – chissà come – arrivino anche i posti di lavoro.

In questi lunghi anni di individualismo spinto da un dio danaro che non sente le ragioni dei diritti umani e porta indietro le conquiste democratiche mettendo in crisi lo stato di diritto (anche in Europa), ed assiste quasi rassegnato all’aumento della violenza sulle donne.

In tutti questi anni dove anche la sinistra si è balloccata con terze vie che si sono rivelate vicoli ciechi e con un serpeggiante ritorno a casa, ognuno ai suoi problemi e alle sue personali aspirazioni, con partiti impotenti di fronte al mondo in evoluzione e politici che non riescono ad impegnarsi con una visione a lungo termine, e finiscono per rincorrere le agende degli altri e a perseguire politiche quasi sempre di piccolo cabotaggio. 

In tutto questo tempo, sappiamo però che qualcuno ci ha guadagnato, e non poco. 

Il compianto Giovanni Falcone diceva “seguite i soldi” ed aveva ragione. 

Il rapporto sulle diseguaglianze, che l’ONG Oxfam pubblica ogni anno subito prima del meeting annuale del World economic Forum a Davos, dove si incontrano gli uomini più ricchi o più potenti del pianeta, ci racconta (gennaio 2020) che la forbice fra ricchi e poveri non accenna ad arrestarsi, anzi. Sono 2153 i paperoni nel mondo, forti di un patrimonio di 2.019 miliardi, e vantano una ricchezza superiore a quella complessiva di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. 

Negli ultimi 3 decenni reddito e ricchezza sono saliti. Ve lo sareste aspettato? La vostra vita e il vostro conto in banca vi sembrano così migliorati? Eppure viviamo nella ricca Europa. I dati ci dicono che è così, l’incremento della ricchezza prodotta è notevole, solo che si è fermata al vertice della piramide. 

Nel mondo solo il 4% degli introiti fiscali deriva da forme di tassazione della ricchezza, mentre il resto deriva soprattutto dalla tassazione del reddito. E forse questo ci dice qualcosa di chiaro rispetto a chi ci ha guadagnato e a chi ci ha perso. A chi ha fatto bene il proprio lavoro e a chi invece ha rinunciato a farlo.

A questo punto, inizio ad essere un pochino diffidente.

Non vorrei che si prendesse la scusa di questa recessione da coronavirus per chiedere aiuti alle  aziende senza mantenere una visione di sviluppo sensata. Le aziende hanno certamente bisogno, e subito, di un sostegno. Ma la richiesta della Confindustria italiana di sospendere il Green deal europeo ritenendo che non ce lo possiamo permettere, mi fa pensare che il problema non sia solo culturale, e che se si cedono le armi su questo terreno ci troveremo fra qualche tempo messi peggio di prima. Dobbiamo comunque riuscire a governare il sistema tenendo la barra sugli obiettivi di innovazione tecnologica, di contestuale sviluppo dell’economia green e di salvaguardia dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. 

Un’altra cosa mi preoccupa. In questi giorni ringraziamo tutti di vivere in un paese dove esiste una buona sanità pubblica. Sappiamo che da decenni, ogni anno, vengono applicati dei tagli alla sanità pubblica. Sappiamo che medici e infermieri sono sottorganico da troppo tempo e che i giovani professionisti vanno a lavorare all’estero per poter avere stipendi e tempi di lavoro umani.  Finora però il trend è stato quello di tendere ad un sempre maggiore ricorso alla sanità privata, ritenendola più efficiente e di qualità. E del resto, se mancano soldi e personale nella sanità pubblica le liste di attesa si allungano.

Non vorrei che, finita l’emergenza, tutto tornasse come prima, senza un ragionamento sul futuro della sanità pubblica ed un – conseguente – investimento adeguato. ricominceranno, fidatevi, le sirene che spingono ad investire sul privato anziché sul pubblico. Se e quando succederà dobbiamo ribellarci.

Infine, un’altra cosa è oramai più che evidente. La ricerca italiana ha fantastici menti e ricercatori competenti, ma è trattata malissimo. Spendiamo per la ricerca una miseria rispetto agli altri paesi europei, i quali spendono comunque molto meno di quello che dovrebbero. L’obiettivo del 3% del PIl stabilito a livello europeo, non è raggiunto da nessun paese europeo. E, diciamocelo, sarebbe comunque troppo poco in confronto a ciò che servirebbe per poter competere a livello mondiale.

Dovremmo spingere fortemente per investimenti nella ricerca, anche quella di base, ma mi aspetto che anche su questo arrivino spinte importanti dagli stati e dal mondo economico affinché il pubblico rinunci agli investimenti necessari in questo ambito, sempre con la giustificazione che non ce lo possiamo permettere. Come non ci possiamo permettere investimenti sull’istruzione e sulle competenze.

Negli ultimi decenni quello che non ci potevamo permettere è ciò che ci avrebbe consentito di essere più produttivi, più competitivi nel mondo e anche più giusti nei confronti della nostra gente. Più forti quindi di fronte alle sfide che abbiamo davanti, e più resilienti di fronte agli imprevisti.

I dati, disponibili per tutti quelli che li vogliono guardare, ci dicono che quello che abbiamo fatto finora ha semplicemente prodotto più profitti per i più ricchi, e più povertà per tutti gli altri.

E’ troppo chiedere di cambiare registro? So che è difficile, ma almeno che qualcuno cominci!

Un’ultima cosa. Vediamo di spuntare un po’ questo giochino dello scarico di responsabilità, inizia davvero a stancare.

Non chiediamo all’Unione europea di fare quello che non può fare. Non possiamo chiedere all’UE di stanziare soldi che non ha. Sono gli stati che decidono il bilancio, se vogliono un bilancio povero, non si potranno spendere soldi che non ci sono. 

Solitamente chiediamo all’UE di risolvere i nostri problemi, e contemporaneamente sosteniamo chi ritiene che debba avere sempre meno competenze. 

Le due cose non vanno d’accordo, facciamolo presente sempre. Ogni volta. Ripetiamolo allo sfinimento esattamente come Salvini, Meloni e company ripetono le loro sciocchezze sovraniste.

Non sempre sono stata felice di come l’Unione europea si è mossa negli ultimi decenni, anzi, sono stata anche molto critica. Però so che non sono le istituzioni europee il problema, non è la Commissione europea. Il problema sono gli stati che non sanno trovare una strada comune, riformando le istituzioni e la governance europea, e mettendo insieme le competenze che ci porterebbero ad un aumento di sovranità, europea però. Non è questa la sede per discutere del perché siamo in questo fango, ma certamente se non riusciamo a chiedere ciò con la dovuta forza, non succederà nulla di buono in futuro.

Vartolina